{"id":26586,"date":"2006-06-28T10:25:00","date_gmt":"2006-06-28T10:25:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/28\/la-storiografia-come-problema-filosofico-1\/"},"modified":"2006-06-28T10:25:00","modified_gmt":"2006-06-28T10:25:00","slug":"la-storiografia-come-problema-filosofico-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/28\/la-storiografia-come-problema-filosofico-1\/","title":{"rendered":"La storiografia come problema filosofico (1)"},"content":{"rendered":"<blockquote>\n<p>&quot;L&#8217;avvento della scienza moderna coincide con la soppressione di trib\u00f9 non occidentali da parte di invasori occidentali. Le trib\u00f9 perdono anche la loro indipendenza intellettuale e sono costrette ad adottare il cristianesimo. I membri pi\u00f9 intelligenti ottengono un premio extra: vengono introdotti ai misteri del razionalismo occidentale e al suo culmine: la scienza occidentale. (&#8230;) Oggi (&#8230;) la scienza regna ancora sovrana. (&#8230;) Eppure la scienza non ha un&#8217;autorit\u00e0 maggiore di quanta ne abbia una qualsiasi altra ormna di vita. I suoi obiettivi non sono certamente pi\u00f9 importanti delle finalit\u00e0 che guidano la vita in una cominit\u00e0 religiosa o in una trib\u00f9 uscita da un mito.&quot;<\/p>\n<p>PAUL KARL FEYERABEND<\/p>\n<p><em>Contro il metodo.<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n<ol>\n<li>\n<p><strong>La crisi del pensiero contemporaneo.<\/strong><\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><strong>La comprensione del passato.<\/strong><\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><strong>Il problema dell&#8217;obiettivit\u00e0 storica.<\/strong><\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><strong>Il valore dell&#8217;intuizione. Razionalit\u00e0, causa e caso nella storia.<\/strong><\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<pre><code class=\"language-{=html}\">&lt;!-- --&gt;<\/code><\/pre>\n<ol>\n<li>[LA CRISI DEL PENSIERO CONTEMPORANEO.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Volendo sintetizzare in una espressione sufficientemente rappresentativa la posizione generalmente assunta dalla gran maggioranza degli storici contemporanei circa le possibilit\u00e0 di ricostruzione e comprensione dei fatti del passato, potremmo definirla di &quot;cauto ottimismo&quot;. Ottimismo condizionato, vigile e alieno da risoluzioni precipitose; ma pur sempre ottimismo. Il dubbio radicale, la ventata sovvertitrice che si \u00e8 abbattuta con inaudita violenza sul pensiero filosofico, estetico e morale, non \u00e8 ancora arrivata a turbare l&#8217;olimpica serenit\u00e0 dei depositari pi\u00f9 accreditati del sapere storico. La fiducia di poter penetrare nei regni nebbiosi del passato, e di comprendere lo spirito e il significato delle azioni umane, non \u00e8 stata sostanzialmente intaccata; e tutto sommato l&#8217;atteggiamento di pacato ottimismo razionalista di un Gibbon o di un Robertson non sembra apparire sconveniente per uno storico dei nostri giorni &#8211; cio\u00e8, di tre secoli dopo.<\/p>\n<p>Se passiamo a interrogarci sulle ragioni che hanno reso possibile una resistenza cos\u00ec efficace alla crisi generale del pensiero contemporaneo, non tarderemo a individuarle nel concetto di <em>scientificit\u00e0<\/em> della storiografia, con cui si \u00e8 creduto di offrire a quest&#8217;ultima uno scudo insuperabile contro qualsiasi assalto del &quot;male del secolo&quot;, il dubbio sistematico e radicale. Riconosciuta e accettata la scientificit\u00e0 della storiografia, si \u00e8 accomunata quest&#8217;ultima agli altri campi dell&#8217;indagine scientifica i quali, per ovvie ragioni, non hanno registrato che qualche smorzato contraccolpo della grande crisi del pensiero cui stiamo tuttora assistendo. Il concetto di una possibilit\u00e0 di conoscenza storica su basi scientifiche \u00e8, naturalmente, tutt&#8217;altro che nuovo, risale forse a Erodoto o quantomeno a Tucidide; e tuttavia esso ha ricevuto ai nostri giorno un impulso inversamente proporzionale all&#8217;avanzata dello scetticismo razionalista &#8211; con il che si \u00e8 inteso mettere al sicuro la storiografia, oltre il terreno sconvolto delle altre discipline non-scientifiche. Non sar\u00e0 quindi inutile, al fine di una pi\u00f9 ampia considerazione del problema, tratteggiare i caratteri salienti di tale crisi del pensiero contemporaneo, senza pretesa di fornirne un quadro storico sistematicamente ordinato.<\/p>\n<p>Si suole affermare che all&#8217;origine di tale crisi stiano il successivo tramonto della fede religiosa e del suo sostituto contemporaneo, la fiducia nel progresso tecnologico e scientifico: il che \u00e8 abbastanza ovvio. Se poi ci si interroga su come una tale, duplice rivoluzione nel campo del pensiero esistenziale abbia potuto verificarsi, si giunge rapidamente alla conclusione che la rivoluzione industriale moderna ne \u00e8 all&#8217;origine. Dopo avere scalzato i vecchi d\u00e8i e le vecchie certezze, essa non ha quasi avuto il tempo di proporne dei nuovi, che gi\u00e0 il suo stesso precipitoso sviluppo li ha travolti e dispersi, lasciando l&#8217;uomo moderno non pi\u00f9 mistico, ma sfiduciato; non critico, ma radicalmente scettico: sazio e nauseato dopo avere appena accostato il calice alle labbra.<\/p>\n<p>E tuttavia, considerando che in piena et\u00e0 scientifica e tecnologica stiamo oggi vivendo, che soggiaciamo quotidianamente alla sua logica e ai suoi miti, ai suoi modelli di vita e di pensiero &#8211; ora offerti con la seduzione, ora imposti con la violenza &#8211; appare chiaro che una distaccata e organica valutazione dell&#8217;attuale condizione esistenziale ci rimane irrimediabilmente preclusa. Tutti criticano ma pochi pensano, quasi nessuno agisce, se agire \u00e8 scegliere consapevolmente dei fini e dei mezzi atti a conseguirli. L&#8217;azione stessa, se non spesso anche il pensiero, sembrano divenuti impossibili: con una camaleontica capacit\u00e0 di trasformazione e di adattamento, l&#8217;attuale apparato tecno-scientifico riesce a volgere a proprio vantaggio ci\u00f2 che maggiormente suona a sua condanna, confonde le menti gi\u00e0 in via di paralisi da super-benessere e da alienazione edonistica. Come la Fenice che risorge dalle proprie ceneri, esso resiste imperterrito alla denunce apparentemente pi\u00f9 virulente, alle deprecazioni pi\u00f9 calorose e commosse; le trasforma in propri strumenti di difesa e di potenziamento grazie a un apparato di irreggimentazione dei costumi e del pensiero dalle dimensioni colossali, ma capace al tempo stesso della penetrazione psicologica pi\u00f9 insidiosa e capillare.<\/p>\n<p>\u00c8 in questo contesto che si spiega come una certa psicologia di massa di tipo &quot;positivistico&quot; abbia potuto sopravvivere, ad onta di tutti i disastri e le vergogne cui l&#8217;indiscriminato progresso tecnologico a base utilitaristica ha condotto non solo la nostra civilt\u00e0, ma l&#8217;umanit\u00e0 intera. E ci\u00f2 in parte spiega come la speculazione scientifica abbia potuto in larga misura sottrarsi al naufragio delle certezze del pensiero contemporaneo, superando abbastanza agevolmente una crisi di carattere esistenziale che sembra investire ogni aspetto della personalit\u00e0 umana.<\/p>\n<p>Di fronte a un sapere scientifico i cui confini sono in continua e vertiginosa espansione; le cui applicazioni tecnologiche, dietro la maschera di una falsa e generica deprecazione, informano ogni pi\u00f9 piccolo aspetto della nostra esistenza e sono sostanzialmente fonte di ammirazione e stimolo all&#8217;emulazione dei loro modelli pi\u00f9 discutibili, si presenta lo spettacolo dello sfacelo dei tradizionali campi della speculazione &quot;umanistica&quot;.<\/p>\n<p>La filosofia ne \u00e8 uscita distrutta: riconosciuta ingiustificata la sua antica pretesa ad una funzione superiore di coordinamento nei confronti dei singoli campi della ricerca, e anzi negato il suo stesso diritto all&#8217;esistenza in quanto disciplina autonoma, essa ha visto ridotta la propria funzione entro i limuti alquanto pi\u00f9 modesti di semplice &quot;occasione&quot; di riflessione sugli eterni problemi dello spirito, cui pi\u00f9 non ambisce dare delle risposte universali e definitive.<\/p>\n<p>Le arti plastiche, figurative e musicali stanno attraversando, per unanime ammissione, una crisi della quale non \u00e8 ancora possibile stabilire la portata, n\u00e9 intravvedere la fine. Nel disorientamento generale, anche i pi\u00f9 convinti sostenitori della validit\u00e0 di tutte le pi\u00f9 avanzate esperienze estetiche, non possono negare che l&#8217;arte sia giunta a una svolta &#8211; una svolta che non ha riscontro in tutti i lunghi secoli della storia passata.<\/p>\n<p>Quanto alla letteratura, alla poesia e al teatro, essi attraversano una crisi meno appariscente e clamorosa, ma forse pi\u00f9 logorante e definitiva; anche qui il concetto tradizionale di letteratura, offerto da tutta l&#8217;esperienza passata, sta subendo una evoluzione che lo allontana sempre pi\u00f9 irreversibilmente dai modelli precedenti. A questo punto, la discussione intorno alla legittimit\u00e0 artistica della poesia e della letteratura odierne diviene sostanzialmente accademica: ci\u00f2 che importa rilevare \u00e8 che, si tratti o meno di arte (il che potranno pi\u00f9 equamente giudicare i posteri), in ogni caso l&#8217;arte tradizionalmente intesa, tutto ci\u00f2 che in materia pu\u00f2 offrire il passato, \u00e8 una forma di espressione spirituale di cui non solo stiamo assistendo al tramonto (che tutto lascia supporre non temporaneo), ma di cui stiamo perdendo addirittura il concetto e la stessa possibilit\u00e0 di comprensione.<\/p>\n<p>Fino a che punto l&#8217;uomo dell&#8217;et\u00e0 tecnologica potr\u00e0 ancora intendere in maniera intelligibile le forme d&#8217;espressione artistica di un passato, che fino alle soglie della rivoluzione industriale aveva pur sempre mantenuto una continuit\u00e0 di princ\u00ecpi fondamentali, di contenuti e di forme?<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che avviene oggi nella scuola \u00e8 un chiaro sintomo della direzione presa dagli interessi culturali della societ\u00e0 tecno-scientifica. Sempre pi\u00f9 si pone l&#8217;accento sulla &quot;inutilit\u00e0&quot; delle cosiddette discipline umanistiche, si tende all&#8217;esclusione dall&#8217;insegnamento delle lingue antiche (le &quot;lingue morte&quot;), e si pone in evidenza la discrepanza esistente fra gli interessi della vitae del lavoro quotidiani &#8211; per non dire, semplicemente, del mercato &#8211; e gli indirizzi di politica scolastica non ancora disposti a sacrificare interamente il tronco disseccato di una gloriosa, ma &quot;superata&quot; e polverosa cultura classica. Si fa notare come la nostra societ\u00e0 non abbia pi\u00f9 alcun bisogno di colti umanisti (&quot;futuri disoccupati&quot;), ma piuttosto di operai e di tecnici specializzati, direttori d&#8217;azienda, esperti finanzieri, e politicanti retrocessi al ruolo di obbedienti burocrati delle logiche di mercato; e che, a tal fine, meglio sarebbe ridurre ulteriormente o magari sopprimere l&#8217;insegnamento del greco, del latino, della letterarura italiana, della filosofia, della storia dell&#8217;arte, per aumentare e adeguare sempre pi\u00f9 alle nuove esigenze quello della chimica, della fisica, delle matematiche ma, soprattutto, delle lingue straniere moderne e dell&#8217;informatica.<\/p>\n<p>Il XX secolo \u00e8 stato il mondo del ferro e della plastica, delle automobili e dei supermercati; il XXI si annuncia come quello della realt\u00e0 virtuale: virtuali gli scambi culturali, virtuali le operazioni finanziarie, virtuali gli stessi &quot;giochi di guerra&quot; (che tuttavia producono, rispettivamente, forme di non-sapere, disastri economico-sociali e distruzioni pianificate estremamente reali). Un mondo ove non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 posto per chi non contribuisce con tutto s\u00e9 stesso all&#8217;asfittico circuito di consumo e produzione illimitati, per chi non sa adattarsi alle nuove esigenze della societ\u00e0 tecnologica.<\/p>\n<p>La storiografia ha cercato la salvezza giocando sull&#8217;eterna ambiguit\u00e0 della sua natura, parte &quot;artistica&quot; e parte &quot;scientifica&quot;: minimizzando il primo aspetto e insistendo sul secondo, si \u00e8 giunti senz&#8217;altro a parlare di &quot;scienza storica&quot; e ad avvicinarla, anche se non ad equipararla, alla psicologia, alla sociologia, e in parte perfino alla scienze naturali. \u00c8 quindi necessario un esame approfondito sulla natura della storiografia e sugli aspetti di essa che l&#8217;avvicinano alle discipline scientifiche, come di quelli che l&#8217;allontanano e l&#8217;accostano invece a quelle artistiche.<\/p>\n<p>\u00c8 comunemente accettata la distinzione tra &quot;storia&quot;, o complesso degli avvenimenti umani delle et\u00e0 passate, e &quot;storiografia&quot;, o studio critico e narrazione sistematica di essi; il che non impedisce che con il termine &quot;storia&quot; pi\u00f9 spesso s&#8217;intendano entrambi i significati, ovvero soltanto il secondo di essi. La distinzione tuttavia \u00e8 importante: essa implica un atteggiamento di umilt\u00e0 da parte dello studioso nei confronti della materia che si accinge a trattare, un implicito riconoscimento della profonda, essenziale differenza che passa tra &quot;cosa vissuta&quot; e &quot;cosa ricostruita&quot;. Tuttavia l&#8217;inconscia inferenza, che nel parlare non solo dell&#8217;uomo comune, ma anche dello studioso, collega direttamente i due concetti, \u00e8 indice di una disposizione istintiva alla loro identificazione reciproca, sostanzialmente negatrice della distinzione e indipendenza delle loro nature. Non soltanto l&#8217;uomo comune \u00e8 portato a connettere istintivamente il concetto di storia con quello di storiografia, ma spesso degli storici anche di fama hanno potuto, partendo proprio da una tale semplificazione inconscia, addentrarsi nel campo della ricostruzione storica. E tuttavia l&#8217;effettiva distanza che separa i due concetti \u00e8 grande, abissale; potremmo paragonarla a quella che separa l&#8217;animale preistorico nella sua concreta esistenza, dagli scarsi resti fossili che avaramente il tempo ha conservato fino al sopraggiungere del moderno paleontologo. Il quale se, basandosi su quei poveri e frammentari resti (che non gli permetteranno mai di ricostruire, poniamo, la struttura degli organi interni o il colore della pelle dei dinosauri, n\u00e9 serviranno a fornirgli dati sufficientemente precisi sulla diffusione numerica di quegli animali), ardisse identificarli senz&#8217;altro con le effettive forme e condizioni di vita delle antiche \u00e8re geologiche, prenderebbe certamente un grosso abbaglio.<\/p>\n<p>Nel campo della ricostruzione storiografica, d&#8217;altra parte, se da un lato il materiale a nostra disposizione \u00e8 infinitamente pi\u00f9 abbondante, in quanto si tratta spesso di testimonianze tramandateci volontariamente da esseri intelligenti, la ricostruzione diviene in effetti molto pi\u00f9 complessa, proprio per le caratteristiche assai differenti degli esseri umani, dotati di autocoscienza e volont\u00e0, rispetto a quelle delle forme animali e vegetali.<\/p>\n<p>In effetti, la maggioranza degli storici ammette che una delle maggiori difficolt\u00e0 &#8211; se non la maggiore &#8211; della ricostruzione storica, consiste proprio nell&#8217;impossibilit\u00e0 di una penetrazione profonda e completa dei pensieri, degli stati d&#8217;animo, delle caratteristiche psicologiche di individui e societ\u00e0. Ma \u00e8 poi possibile comprendere le azioni umane, slegate dai loro moventi intimi e profondi? \u00c8 possibile ordinare sistematicamente i fatti e le epoche in una visione organica, intelligibile, ignorando il contesto emotivo, il substrato psicologico in cui si produssero?<\/p>\n<p>Il problema che ci si pone \u00e8, naturalmente, quello del valore che dobbiamo attribuire a tali componenti spirituali, non-materiali della storia; e, in base ad esso, affrontare con una nuova consapevolezza il campo della ricostruzione storiografica.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>[LA COMPRENSIONE DEL PASSATO.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Le correnti di pensiero che tendono a privilegiare i fattori materiali &#8211; economici innanzitutto &#8211; della vita umana, non hanno incontrato alcuna difficolt\u00e0 a svalutare l&#8217;importanza dei moventi spirituali, restituendo in tal modo fiducia nell&#8217;oggettivit\u00e0 e &quot;scientificit\u00e0&quot; della storiografia. Diversa \u00e8 la prospettiva per chi si ponga da un punto di vista meno legato all&#8217;importanza prioritaria dei fattori materiali nella storia. E tuttavia, considerato il fatto che riconoscere una simile, rigida attestazione concettuale su posizioni antitetiche non offre garanzie di autentica comprensione globale di realt\u00e0 complesse, dovremo negare legittimit\u00e0 metodologica a ogni dogma di diverse scuole o ideologie, e riconsiderare tutto il problema risalendo alle sorgenti e cercando il punto in cui la presunzione e l&#8217;ignoranza umane hanno incominciato a contendersi e fare a brani l&#8217;unica verit\u00e0, carpendone ciascuna scuola un lembo stracciato e agitandolo come una bandiera.<\/p>\n<p>&quot;&#8230;<em>e bench\u00e9 io protestassi e resistessi &#8211;<\/em> scive Boezio nella <em>Consolatio Philosophiae,<\/em> I, 3 &#8211; <em>quasi fossi una loro preda, mi lacerarono la veste che avevo tessuto con le mie mani, e, stracciatine dei brandelli, se ne andarono, convinti, ciascuno, d&#8217;avermi portata intera con s\u00e9. E poich\u00e9 in costoro si scorgeva una qualche impronta del mio vestito, l&#8217;umana leggerezza, scambiandoli per miei discepoli, spinse sulla strada sbagliata parecchi di loro, con grande pregiudizio della moltitudine ignara.<\/em>&quot;<\/p>\n<p>Infatti, se \u00e8 ben vero (come sostenne Simmaco nella petizione per l&#8217;altare della Vittoria) &quot;una sola strada non basta per giungere alla verit\u00e0&quot;, tuttavia l&#8217;irrigidirsi dogmaticamente su posizioni unilaterali e intolleranti, il disprezzo per le opinioni diverse dalle proprie, la polemica di parte divenuta miope e faziosa, sono indubbiamente tra le caratteristiche pi\u00f9 appariscenti della crisi culturale contemporanea.<\/p>\n<p>Abbiamo visto che la valutazione degli aspetti spirituali della personalit\u00e0 umana nel divenire della storia \u00e8 d&#8217;importanza decisiva ai fini di una conclusione circa la possibilit\u00e0 di effettiva comprensione della storia da parte dei posteri. Sar\u00e0 dunque necessario considerare con la massima attenzione il problema, cosa che ci porter\u00e0 inevitabilmente assai lontano, fino agli incerti confini tra psicologia e sociologia, tra sociologia e storiografia.<\/p>\n<p>Molti storici partono dall&#8217;assunto che il campo &quot;minimo&quot; intelligibile dell&#8217;indagine storica siano intere civilt\u00e0, o almeno societ\u00e0 e nazioni. Partendo da questo punto di vista, non sar\u00e0 difficile minimizzare gli aspetti &quot;spirituali&quot; del carattere umano nel contesto del divenire storico. Ma se prendiamo le mosse da una diversa concezione, saremo portati a riconoscere l&#8217;ineliminabilit\u00e0 del fattore umano <em>individuale<\/em> dalla realt\u00e0 storica, nella quale non \u00e8 difficile riconoscere ad ogni passo le tracce concrete del pensiero e dell&#8217;azione individuali. Naturalmente ammettiamo &#8211; come ha fatto, ad esempio, il Toynbee, in polemica con lo Spengler &#8211; che civilt\u00e0 e societ\u00e0 non sono giganteschi e mostruosi organismi super-individuali, dotati, come lo \u00e8 l&#8217;individuo, di una vita organica caratterizzata dalla nascita, dalla crescita, dalla maturit\u00e0, decadenza e morte. Ma esse non sono neppure, come voleva il Toynbee, semplicemente il &quot;terreno comune&quot; d&#8217;azione di un certo numero d&#8217;individui: perch\u00e9 dall&#8217;azione combinata di pi\u00f9 individui scaturisce sempre una forza che \u00e8 diversa dalla loro semplice somma aritmetica, una forza originata dall&#8217;intersecarsi delle singole individualit\u00e0, che la influenzano e al tempo stesso ne vengono modificate. Da questo punto di vista, definire una societ\u00e0 il semplice terreno comune sul quale operano i campi d&#8217;attivit\u00e0 di singoli individui, rivela una concezione alquanto statica della natura di una societ\u00e0. Se tale definizione fosse senz&#8217;altro accettabile, essa implicherebbe la piena equiparazione di psicologia e sociologia, di sociologia e storia. Ma gli urti, le tensioni e le resistenze imposti a questo &quot;terreno comune&quot; dall&#8217;azione convergente delle diverse individualit\u00e0 genera un processo di continua, incessante modificazione tra individuo e societ\u00e0, tale che l&#8217;uno e l&#8217;altra ne vengono profondamente modificati.<\/p>\n<p>In questa prospettiva parrebbe pi\u00f9 equilibrata una posizione intermedia tra quella di Spengler e quella di Toynbee: le civilt\u00e0 non sono n\u00e9 giganti super-individuali dalle caratteristiche organiche, n\u00e9 la semplice somma di un certo numero d&#8217;individui: posseggono taluni aspetti di entrambe le concezioni, poich\u00e9 rivelano una capacit\u00e0 di recupero e di adattamento impensabile per il singolo individuo, n\u00e9 d&#8217;altra parte sembrano totalmente sfuggire alle leggi universali della vita organica.<\/p>\n<p>Le societ\u00e0, dunque, non sono super-individui, e tuttavia il loro rapporto con le singole azioni individuali \u00e8 cos\u00ec stretto e profondo, che per esso subuiscono continue e decisive alterazioni. Non sembrano dunque esservi ragioni per negare che, come si ammette generalmente che i fattori spirituali sono della pi\u00f9 grande importanza nel contesto della vita individuale, devono esserlo anche in quello delle societ\u00e0, e quindi della storia. Nessuno potrebbe negare o misconoscere l&#8217;importanza dei fattori materiali, anzi la nostra convinzione \u00e8 che essi costituiscano il <em>presupposto<\/em> per l&#8217;esplicazione delle manifestazioni spirituali, sia nell&#8217;individuo che nella storia. Ma, una volta ammesso ci\u00f2, non sembra giustificato negare che, stabilite quelle condizioni fondamentali ad opera dei fattori materiali (clima, ambiente, struttura economica, ecc.) resti aperto alla vita dello spirito un campo d&#8217;azione sufficientemente vasto per influenzare in profondit\u00e0 l&#8217;esistenza del singolo individuo e anche quello di un&#8217;intera societ\u00e0.<\/p>\n<p>Il vero <em>peccatum originalis<\/em> di tutte le storiografie d&#8217;spirazione materialistica \u00e8, a ben guardare, la loro subordinazione della concreta indagine storica ai fini di una sua interpretazione in chiave pratica immediata. Siamo ben disposti ad ammettere che Platone non avrebbe potuto che nascere nell&#8217;Atene del V secpolo a. C., che la sua speculazione filosofica era presupposta dall&#8217;instaurazione di un&#8217;economia &quot;capitalistica&quot; e di una spregiudicata politica imperialista, che l&#8217;esistenza della schiavit\u00f9 e delle sperequazioni economiche, sociali, etniche e politiche nel mondo ellenico furono la necessaria e inevitabile contropartita della fioritura culturale, artistica, filosofica dell&#8217;et\u00e0 di Pericle. Ma una storiografia che si fermi a indivduare le determinazioni storicistiche di una data societ\u00e0 e a denunciarne gli aspetti moralmente ingiusti e condannabili &#8211; o meglio, che la nostra sensibilit\u00e0 moderna giudica tali &#8211; non \u00e8 storiografia: \u00e8 ideologia politica o denuncia morale.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, se un esame preliminare delle condizioni economiche delle singole societ\u00e0 \u00e8 necessario alla comprensione della loro storia, quest&#8217;ultima non si esaurisce in esso: restano ancora da considerare le vie seguite dallo spirito nel reagire a tali determinazioni, e in ci\u00f2 consiste quel che \u00e8 lecito chiamare &quot;libert\u00e0&quot; nella storia. Non certo una libert\u00e0 assoluta: e tuttavia tale, da consentire le pi\u00f9 alte e ricche costruzioni dello spirito umano, attraverso un complicato processo di azioni e reazioni fra individuo e individuo(Socrate e Alcibiade), individiuo e societ\u00e0 (Socrate e Atene), societ\u00e0 e societ\u00e0 (Atene e Sparta); l&#8217;essere umano \u00e8, al tempo stesso, artefice e strumento della propria storia.<\/p>\n<p>Qui si vede la debolezza fondamentale di ogni determinismo radicale, cos\u00ec nel campo storiografico come in quello filosofico: eso, in ralt\u00e0, non fa che sfondare una porta gi\u00e0 aperta. Nessuna persona ragionevole potrebbe negare che le influenze materiali abbiano una funzione decisiva nel determinare le forme dell&#8217;esistenza umana, sia nell&#8217;azione che nel pensiero (e, accanto a quelle &quot;esterne&quot; di natura economica, la storiografia marxista sembra aver dimenticato che ve ne sono anche di &quot;interne&quot;, biologiche e genetiche, ancor pi\u00f9 ineluttabilmente limitanti e decisive per la libert\u00e0 dell&#8217;individuo. Ma cos&#8217;altro si pu\u00f2 ragionevolmente intendere per &quot;libert\u00e0&quot; dell&#8217;individuo, se non lo spazio residuo lasciato libero dall&#8217;insieme di queste forze condizionanti? Per angusto e illusorio che sia, esso \u00e8 tutto quanto possiamo giustificatamente attribuire alla sfera della libera volizione individuale. Volizione individuale che, a sua volta, subisce e influenza altre volizioni individuali ed \u00e8 infine capace, in determinate circostanze, di agire sulla stessa struttura materiale e spirituale dell&#8217;organismo sociale. La libert\u00e0 assoluta non esiste e il determinismo assoluto \u00e8 un&#8217;astrazione &#8211; o, il che \u00e8 lo stesso, una verit\u00e0 banale: gli estermi si elidono e ci\u00f2 che resta \u00e8 il concreto dispiegarsi dello spirito nel mondo della storia. Una storiografia che sottovaluti il ruolo di questo apporto individuale, si lascia sfuggire ci\u00f2 che di pi\u00f9 interessante e originale ha saputo manifesare lo spirito umano nel corso del divenire storico.<\/p>\n<p>Siamo cos\u00ec giunti a riconoscere la piena importanza dei fattori spirituali, sia individuali che collettivi, nella storia. Con ci\u00f2 torniamo al problema della possibilit\u00e0 di comprendere, con i mezzi storiografici di una data et\u00e0, l&#8217;essenza spirituale di un periodo precedente, i profondi movimenti interiori delle azioni umane a livello individuale, come a livello di intere societ\u00e0. A prima vista, la difficile questione non sembra offrire appigli o lati facilmente accessibili alla nostra indagine. Possiamo incominciare, tuttavia, distinguendo le difficolt\u00e0 di ricostruzione della storia antica, o comunque di quella che non ha lasciato testimonianze abbondanti, e la storia di epoche a noi pi\u00f9 vicine e meglio documentate, che presentano allo storico problemi meno ardui. Ma una distinzione teorica \u00e8 difficile, per non dire impossibile. N\u00e9 \u00e8 possibile parlare di &quot;scienza storica&quot; per la storiografia rivolta allo studio dell&#8217;et\u00e0 moderna, e negare tale carattere scientifico a quella che ha per oggetto la storia antica o medioevale. Non solo valgono a questo proposito le obiezioni, da pi\u00f9 parti avanzate, contro ogni pretesa di schematizzazione cronologica del passato (dove finisce l&#8217;et\u00e0 antica? E c&#8217;\u00e8 una sola et\u00e0 antica, sia per l&#8217;Occidente che per l&#8217;Oriente?). Si pu\u00f2 facilmente constatare, ad esempio, come per taluni aspetti della storia antica (o, pi\u00f9 raramente, per quella medioevale) siamo nel complesso meglio documentati che non per certi aspetti della storia moderna e contemporanea. Lo storico dell&#8217;et\u00e0 augustea che pu\u00f2 disporre di Tacito e Svetonio, Velleio Patercolo e Dione Cassio, \u00e8 in condizioni di vantaggio rispetto allo storico della Cina contemporanea (specie dello storico occidentale), impossibilitato a viaggiare liberamente in quel paesee a consultare gli archivi governativi. E lo stesso pu\u00f2 dirsi degli storici delle due guerre mondiali, i cui documenti ufficiali sono in gran parte andati distrutti o giacciono al sicuro, nel segreto inviolabile dei ministeri competenti.<\/p>\n<p>E ancora: fino a che punto si pu\u00f2 parlare di storiografia per gli avvenimenti a noi pi\u00f9 vicini? \u00c8 ragionevole definire &quot;storia&quot; la seconda guerra mondiale, e &quot;cronaca&quot; tutti gli avvenimenti mondiali posteriori al 1945? Oppure bisogna porre il limite pi\u00f9 innanzi, alla guerra del Vietnam, per esempio (conclusa nel 1975)? Quante generazioni devono passare, prima che si possa <em>scrivere<\/em> la storia?La distanza di tempo, in ogni caso, sembra offrire delle garanzie d&#8217;indagine serena e obiettiva tanto maggiori, quanto pi\u00f9 essa aumenta e si allontana dal mondo vivo e convulso, in cui i fatti studiati si produssero. Al tempo stesso, \u00e8 innegabile che quando la distanza di tempo oltrepassa un certo limite, essa ci impedisce di discernere chiaramente gli oggetti della nostra ricerca, le cui voci ci giungono smorzate e sempre pi\u00f9 fioche, mentre le azioni appaiono &#8211; per un effetto di prospettiva &#8211; fisse e pietrificate in una immobilit\u00e0 ben lontana dalla loro passata esistenza reale. Per una storiografia che non voglia ridursi ad aneddotica sistematica (alla maniera di Svetonio, o, in tempi pi\u00f9 recenti, di Muratori), il <em>che cosa?<\/em> \u00e8 sempre meno importante del <em>come?<\/em><\/p>\n<p>Chi nutre interesse per la continuit\u00e0 della storia, per il vivo dispiegarsi di forze attraverso le concrete situazioni di determinate epoche, rifugge dagli statici schematismi e non si appaga di una falsa prospettiva che immobilizza &#8211; anche a causa della distanza &#8211; ci\u00f2 che si \u00e8 esplicato nel movimento di azione e reazione di forze contrastanti.<\/p>\n<p>Partendo da una riflessione sul valore dei fattori spirituali nella storia umana, siamo cos\u00ec giunti alla conclusione che tale valore \u00e8 decisivo per la comprensione di un evento o di un&#8217;epoca; e tuttavia abbiamo visto come tale fattore della storia sfugga, per sua natura, all&#8217;investigazione dello studioso &#8211; specialmente dello studioso di un&#8217;et\u00e0 separata da grandi distanze temporali. Proviamo ora a seguire una diversa strada, partendo dall&#8217;esame del concreto lavoro della ricostruzione storiografica, dei mezzi di ricerca di cui lo studioso si serve; e vediamo se sia possibile approdare a qualche ulteriore conclusione. Vogliamo affrontare innanzitutto la decisiva questione se la storiografia, per i metodi che adopera e per le finalit\u00e0 che si prefigge, possa essere paragonata alle scienze naturali o magari a quelle fisico-matematiche; e quindi se rivesta &#8211; e se s\u00ec, in qual misura &#8211; quel carattere obiettivo di conoscenza che sembra contraddistinguere le altre scienze.<\/p>\n<p>Abiamo visto che la maggioranza degli storici moderni inclina a rispondere affermativamente, sia pure con varie riserve e diverse sfumature, a questo interrogativo. Certo, ben pochi pensano di poter difendere una simile posizione con gli stessi argomenti e lo stesso caldo entusiasmo del razionalismo illum\u00ecnista del XVIII secolo, e soprattutto del positivismo del XIX. Ci separa da allora un lasso di tempo durante il quale anche le scienze hanno fallito alcuni appuntamenti, e hanno rivelato di non essere infallibili. Tuttavia<\/p>\n<p><em>&quot;Oggi, tanto gli scienziati che gli storici nutrono la speranza (&#8230;) di passare via via da un&#8217;ipotesi circoscritta a un&#8217;altra, isolando i fatti per mezzo delle interpretazioni, e saggiando le interpretazioni per mezzo dei fatti; e mi pare che nel far ci\u00f2 essi seguano metodi che non presentano diversit\u00e0 sostanziali.&quot;<\/em> (E. H. Carr, <em>Sei lezioni sulla storia<\/em>, Torino, 1976, pp. 67-68).<\/p>\n<p>Noteremo di sfuggita che l&#8217;adozione di un simile criterio di lavoro sembra presentare, per lo storico, alcune difficilt\u00e0: pare infatti ch&#8217;esso teorizzi l&#8217;impiego d&#8217;un metodo soggettivo e talvolta, al limite, arbitrario (quale \u00e8 l&#8217;<em>interpretazione<\/em>), per enucleare dal contesto del processo storico delle unit\u00e0 minime di studio (i <em>fatti<\/em>), alla luce dei quali si dovrebbe verificare la fondatezza dei criteri di lavoro adottati in partenza. Non vi \u00e8 un circolo vizioso in tutto ci\u00f2? Tuttavia \u00e8 interessante rilevare che il Carr, quando passa ad esaminare le varie obiezioni sollevate contro la pretesa di scientificot\u00e0 della storiografia, ne enumeri cinque, e precisamente:<\/p>\n<p><em>&quot;1) che la storia ha a che fare esclusivamente con l&#8217;individuale, e la scienza con il generale; 2) che dalla storia non si traggono insegnamenti di sorta; 3) che la storia \u00e8 incapace di fare previsioni; 4) che la storia \u00e8 necessariamente soggettiva, dal momento che l&#8217;uomo osserva s\u00e9 stesso e 5) che la storia, a differenza della scienza, implica problemi religiosi e morali.&quot;<\/em> (E. H. Carr, op. cit., p. 68).<\/p>\n<p>Sfortunatamente, a noi sembra che questo elenco ignori la questione veramente fondamentale del dibattito sulla &quot;scientificit\u00e0&quot; della storiografia. La storia non \u00e8 &quot;necessariamente soggettiva dal momenrto che l&#8217;uomo osserva s\u00e9 stesso&quot;: in campo storiografico, la categoria &quot;uomo&quot; \u00e8 un&#8217;astrazione. Se osservasse realmente s\u00e9 stesso, come pensava Vico, allora sarebbe provato esattamente il contrario, in quanto sarebbe possibile raggiungere un grado di certezza, anche se soggettiva, tale da consentire senz&#8217;altro una efficace ricostruzione e interpretazione del passato. Ma parlare di &quot;comportamento&quot; dell&#8217;uomo \u00e8 un diritto della filosofia (almeno, di quella non nominalista) e forse della sociologia, non della storia, per la quale ogni singolo fatto esige una considerazione autonoma e indipendente.<\/p>\n<p>Che cosa conosce, in realt\u00e0, lo storico, delle azioni e dei pensieri degli uomini del passato? Poco pi\u00f9 che l&#8217;aspetto meramente esteriore- quando \u00e8 fortunato. La storiografia, dunque, \u00e8 soggettiva non gi\u00e0 perch\u00e9 l&#8217;uomo vi osserva s\u00e9 stesso, ma perch\u00e9 osserva &quot;altri&quot;, che non pu\u00f2 conoscere oggettivamente, ed \u00e8 costretta ad interpretarli con gli occhi, del tutto soggettivi, dello storico.<\/p>\n<p>\u00c8 vero: noi possiamo valutare le azioni di una determinata personalit\u00e0 storica, e in base ad esse esprimere un giudizio sul comportamento del loro autore. Possiamo anche, in taluni casi, disporre delle memorie personali dell&#8217;individuo in questione, nonch\u00e9 dei giudizi e delle ipotesi dei suoi contemporanei. Ma tutto questo \u00e8 sufficiente per affermare che noi veramente <em>conosciamo<\/em> l&#8217;oggetto dei nostri studi? Se lo scopo della storiografia fosse puramente annalistico (Muratori) o moralistico (Plutarco) o politico (Machiavelli, Marx) la semplice conoscenza degli accadimenti esteriori, purch\u00e8 completa, sarebbe sufficiente. Ma allora in che risiederebbe la dignit\u00e0 autonoma dell&#8217;indagine storica? Chi accetta tale punto di vista, pi\u00f9 o merno consapevolmente percorre a ritroso una strada che lo conduce all&#8217;apologetica o alla libellistica, all&#8217;evasione fantastica o all&#8217;azione politica &#8211; un approdo piuttosto inaspettato per chi aveva alzato fiduciosamente le vele al vento della scientificit\u00e0 della storia. Tuttavia non stupisce come proprio questa categoria di storici, ignorando la contraddizione implicita nella loro posizione, abbiano bollato con i termini di &quot;passionalit\u00e0 soggettiva&quot; e di &quot;arbitrariet\u00e0&quot; le opere di quegli storici, che nello sforzo di interpretare il muto ed inerte materiale storico hanno compiuto talvolta un comprensibile, anzi inevitabile, &quot;azzardo&quot; nei regni sfumati e mal definiti delle ipotesi e delle interpretazioni personali.<\/p>\n<p>Naturalmente, esistono dei limiti per quel che riguarda la legittimit\u00e0 dell&#8217;interpretazione personale; limiti oltre i quali si sconfina nel romanzo storico o nel libello partigiano. Ma \u00e8 necessario rendersi conto, per prima cosa, se una certa percentuale di soggettivit\u00e0 e, diciamolo pure, di arbitrariet\u00e0 (non d&#8217;invenzione pura e semplice, che \u00e8 altra cosa), sia o no implicita in qualsiasi lavoro storiografico.<\/p>\n<p>Alcuni storici sono rimasti schiacciati sotto il peso di questa scoperta, e &#8211; abbandonata ogni pretesa di penetrare l&#8217;essenza della storia &#8211; si sono contentati di limitare il loro interesse agli aspetti &quot;formali&quot; di essa. La loro posizione teorica \u00e8 stata ammirevolmente definita da un grande storico contemporaneo:<\/p>\n<p><em>&quot;Si tratta delle<\/em> forme <em>della vita e del pensiero che abbiamo tentato di rappresentare. In quanto al<\/em> contenuto <em>essenziale di queste forme mi permetto la domanda: sar\u00e0 mai compito dell&#8217;indagine storica l&#8217;avvicinarvisi?&quot;<\/em> ( Johann Huizinga, <em>L&#8221;autunno del Medio Evo<\/em>, Firenze, 1975, p. XXXV, prefaz. alla 1^ ediz. olandese, Leida, 1919).<\/p>\n<p>\u00c8 una posizione legittima, e la rispettiamo pur senza condividerla. Anzitutto le forme della vita e del pensiero che Huizinga ha magistralmente rappresentato (o &quot;tentato di rappresentare&quot;) nell&#8217; <em>Autunno del Medio Evo<\/em> implicano una continua, incessante inferenza ai propri contenuti. In secondo luogo, egli avrebbe potuto meglio precisare che tali forme, nel suo studio, riguardano gli aspetti collettivi della societ\u00e0 franco-borgognona tardo-medioevale: a livello individuale, coerentemente con le sue premesse, non viene tentata alcuna analisi o interpretazione.<\/p>\n<p>Secondo noi, per\u00f2, il punto veramente centrale riguarda la legittimit\u00e0 dell&#8217;interpretazione personale, in virt\u00f9 della quale \u00e8 possibile penetrare &#8211; beninteso senza alcuna pretesa di obiettivit\u00e0 assoluta &#8211; proprio in quel regno misterioso e tuttavia fondamentale per la comprensione della storia, che \u00e8 quello dei <em>contenuti<\/em> di determinate forme. Non esistono criteri di obiettivit\u00e0 storiografica, tali da premunire in partenza contro i possibili abusi del soggettivismo arbitrario o i travisamenti della passionalit\u00e0 politica. Minimi nella grande opera storiografica, massimi nel romanzo a sfondo storico, essi sono una costante ineliminabile della ricostruzione storica, insita nella sua stessa natura. Soltanto a lavoro finito sar\u00e0 possibile giudicare se la loro percentuale consente di qualificare un&#8217;opera storica come veramente degna di questo nome.<\/p>\n<p>Una simile affermazione far\u00e0 sobbalzare i sostenitori della &quot;scienza storica&quot;. Vogliamo perci\u00f2 riportare, a semplice titolo di esempio, il giudizio espresso su un personaggio storico &#8211; l&#8217;imperatore romano Teodosio il Grande &#8211; da alcuni storici moderni universalmente apprezzati.<\/p>\n<p><em>&quot;La saggezza delle su eleggi e il successo delle sue armi resero la sua amministrazione rispettabile sia agli occhi dei sudditi, sia dei nemici. (&#8230;) Il tempo della prosperit\u00e0 era per lui quello della moderazione, e la sua clemenza fu massima dopo il pericolo e la vittoria della guerra civile. Tuttavia (&#8230;)il virtuoso animo di Teodosio spesso si rilassava per indolenza e talvolta era infiammato dall&#8217;ra. Nel perseguire uno scopo importante il suo energico coraggio era capace dei pi\u00f9 strenui sforzi, ma appena aveva eseguito il proprio piano o aveva superato il pericolo, l&#8217;eroe si abbandonava a un inglorioso riposo, e dimentico che il tempo di un principe \u00e8 dovuto al suo popolo, si dava tutto al godimento degli innocenti ma frivoli piaceri di una corte fastosa. (&#8230;) Fu costante studio della sua vita reprimere o moderare gli straordinari eccessi di colera, e il successo dei suoi sforzi accresceva il merito della sua clemenza. Ma una virt\u00f9 che deve essere faticosamente conquistata con la vittoria, \u00e8 esposta al pericolo della sconfitta, e il regno di questo principe saggio e misericordioso fu macchiato da un atto di crudelt\u00e0 che avrebbe macchiato gli annali di Nerone o di Domiziano.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Edward Gibbon, <em>Decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano<\/em>,<\/p>\n<p>cap. XXVII, ed. Roma, 1973, vol. 3, pp. 93-95.<\/p>\n<p><em>&quot;Teodosio I \u00e8 stato soprannominato il grande dai posteri, ma ci si pu\u00f2 domandare fino a qual punto meriti il titolo&#8230;il successo della sua politica ecclesiastica fu largamente dovuto al caso fortunato che la chiesa aveva gi\u00e0 raggiunto al principio del suo regno una sostanziale unit\u00e0 e che le sue opinioni teologiche coincidevano con quelle che avevano gi\u00e0 trionfato. Il suo sentimento religioso fanatico e bigotto si diresse cos\u00ec soltanto contro piccoli gruppi di settari e contro i pagani. (&#8230;) Nel campo finanziario Teodosio ritorn\u00f2, dopo la parsimonia di Valentiniano e Valente, alla prodigalit\u00e0 eccessiva di Costantino e dei suoi figli. Nel grave problema militare che dovette affrontare al principio del suo regno si pu\u00f2 sospettare che abbia mostrato insufficiente risolutezza e abbia adottato senza troppo riflettere la linea pi\u00f9 facile<\/em> [cio\u00e8 l&#8217;arruolamentoin massa di grandi contingenti di barbari nell&#8217;esercito romano].<\/p>\n<p>A.  H. M. Jones, <em>Il tardo Impero Romano (284-602 d.C.),<\/em><\/p>\n<blockquote>\n<p>Milano, 1973, vol. 1, p. 219.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p><em>&quot;La grandezza di Teodosio ebbe, per la Chiesa e per il suo primo insigne apologista, il vescovo Ambrogio, un unico fondamento, il merito di aver realizzato l&#8217;unione della potenza cattolica all&#8217;Impero. (&#8230;) Quest&#8217;opera, di fatto, compi\u00e8 Teodosio, ma essa era estranea ai fini dell&#8217;Impero, o la sua realizzazione termin\u00f2 col porre lo stato di fronte a nuove, non meno inestricabili difficolt\u00e0. Per correr dietro alla chimera della unit\u00e0 religiosa, Teodosio si era lasciato sfuggire i veri problemi, si era lasciato distogliere dalla considerazione dei profondi mali, di cui lo stato soffriva. (&#8230;) La politica economica, finanziaria, sociale dei Valentiniani e di Teodosio rifugge da tutte queste preoccupazioni o, se d\u00e0 luogo a provvedimenti che vi si riferiscono, non segue un piano organico, un indirizzo costante, ma si adatta ai bisogni contingenti e immediati. (&#8230;) La sua politica economica \u00e8 profondamente malata d&#8217;empirismo. (&#8230;) Contribuendo a ingrossare i contingenti barbarici nell&#8217;esercito, Teodosio non faceva che scegliere il male minore fra quanti la situazione generale gli impose. (&#8230;) L&#8217;ultimo errore egli lo commetteva innalzando al trono due fanciulli inetti e imbelli e ripetendo l&#8217;errore di Costantino: quello di non stabilire alcuna gerarchia fra di loro, ossia col dividere, senza badarvi, di fatto, l&#8217;Impero.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Corrado Barbagallo, <em>Storia universale<\/em>,<\/p>\n<p>Torino, 1932, <em>Roma<\/em>, vol. II, pp. 844-847.<\/p>\n<p><em>&quot;In seguito ai nuovi accordi, Teodosio era giunto a sgretolare completamente l&#8217;autorit\u00e0 imperiale di fronte alle popolazioni barbariche. (&#8230;) Le concessioni fatte da Teodosio ai Goti esorbitavano da quanto per il passato si era concesso a popolazioni barbariche.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Attilio Levi, <em>L&#8217;Impero Romano,<\/em><\/p>\n<p>Milano, 1967, vol. III, p. 1.127.<\/p>\n<p><em>&quot;Teodosio (&#8230;) pot\u00e8, a poco a poco, reprimere le depredazioni dei Goti, sistemarli in Dalmazia, e assumere un corpo di essi, comandato da Alarico, al suo servizio. Fu questo un atto di prudente ed abile sovrano, ed egli merit\u00f2 forse il soprannome di grande che i suoi contemporanei gli diedero tenendo per\u00f2 in maggior conto le sue benemerenze verso la Chiesa che verso lo Stato.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tenney Frank, <em>Storia diRoma,<\/em><\/p>\n<p>Firenze, 1974, vol. 2, p. 336.<\/p>\n<p>Dal confronto di questi passi di autori diversi appare chiaro che non soltanto la politica imperiale di Teodosio \u00e8 valutata in maniera quanto mai varia, ma che anche su episodi specifici del suo governo, come l&#8217;arruolamento dei Goti nell&#8217;esercito al principio del suo governo, esiste la pi\u00f9 antitetica divergenza di vedute. Si potr\u00e0 obiettare che il punto essenziale, per l&#8217;obiettivit\u00e0 della storiografia, non \u00e8 tanto il giudizio personale del singolo studioso, quanto piuttosto la sua esposizione dei fatti: nel caso presente, il succeso di Teodosio nella guerra gotica dopo la battaglia di Adrianopoli. Ebbene: neppure su questo punto possiamo esprimerci con sicurezza. La natura delle fonti non ci permette di chiarire sufficientemente in quale misura le vittorie riportate da Teodosio sulle singole bande gotiche furono decisive, e se in sostanza l&#8217;arruolamento dei barbari nell&#8217;esercito fu un espediente imposto da disperata necessit\u00e0, oppure la politica accorta e generosa di un sovrano vittorioso.<\/p>\n<p>Quanto abbiamo esemplificato per Teodosio pu\u00f2 applicarsi a un numero infinito di personalit\u00e0, avvenimenti e processi storici pi\u00f9 o meno lunghi, pi\u00f9 o meno importanti. \u00c8 stato fatto notare, giustamente, che qualsiasi narrazione storica, anche la pi\u00f9 &quot;imparziale&quot; e &quot;obiettiva&quot;, presuppone gi\u00e0, per forza di cose, tutta una serie di scelte e prese di posizione da parte dello storico, a cominciare dall&#8217;utilizzazione del materiale e dalla rilevanza comparativa data ai singoli aspetti. In questo, il lettore non-specialista \u00e8 costretto a rimettersi interamente alla discrezione dello storico di professione. Un giudizio troppo passionale o gratuito pu\u00f2 venire individuato facilmente da qualsiasi lettore: ma come stabilire l&#8217;importanza comparativa dei fatti? In questo, non vi \u00e8 che la discrezione dello storico a decidere. L&#8217;imperatore Giuliano \u00e8 pi\u00f9 o meno &quot;importante&quot; di Costantino, o di Teodosio? La rivolta contadina in Germania del 1525 non meriterebbe maggiore spazio nei manuali di storia, di quello che generalmente le viene concesso? \u00c8 un fatto che la critica storica non permane statica, ma perviene a continue revisioni di giudizi e di valutazioni per l&#8217;addietro formulati (e ogni epoca ritiene di esser giunta al giudizio pi\u00f9 esatto, e quindi &quot;definitivo&quot;). Tiberio e Claudio, un tempo considerati degni d&#8217;attenzione solo in quanto esempi classici di tiranni &#8211; perfido e doppio il primo, sciocco e debole l&#8217;altro &#8211; vengono ora riguardati ben diversamente. Ci si \u00e8 resi conto della sostanziale tendenziosit\u00e0 delle fonti antiche di parte senatoria, interessate a presentarli alla posterit\u00e0 sotto una luce negativa; Tiberio, anzi, da alcuni storici delle ultime generazioni \u00e8 stato giudicato come uno dei pi\u00f9 grandi imperatori che Roma abbia avuto.<\/p>\n<p>Le azioni umane sono meno difficilmente valutabili dei sentimenti, e ci\u00f2 spiega come, ad esempio, nella letteratura &#8211; soprattutto contemporanea &#8211; nomi lungamente ignorati balzino improvvisamente alla ribalta, ed altri &#8211; gi\u00e0 celebratissimi &#8211; cadano quasi nell&#8217;obl\u00eco. Ma, sia pure in misura minore, ci\u00f2 si \u00e8 dimostrato vero anche per gli oggetti di studio della storiografia. Nel caso citato dell&#8217;imperatore Teodosio, nel complesso assistiamo a un considerevole ridimensionamento operato dalla moderna storiografia, mentre non solo ai suoi tempi, ma ancora in anni a noi vicini la maggioranza degli storici tendevano a presentarlo come uno dei pi\u00f9 significativi ed abili sovrani della storia romana.<\/p>\n<p>Ma lo storico non \u00e8 solo studioso della storia, \u00e8 egli stesso strumento riflesso della storia &#8211; e in parte perfino modificatore di essa, se \u00e8 fortunato. Che dire, dunque, dell&#8217;alterna fortuna toccata all&#8217;opera di un Robertson, storico scozzese della fine del &#8216;700, celebratissimo ai suoi tempi, e ora sminuito e quasi messo in disparte dalla critica attuale? Tuttavia, l&#8217;aspetto pi\u00f9 irrazionale e soggettivo della critica storica \u00e8 che essa non avanza <em>necessariamente<\/em> verso una progressiva obiettivazione degli oggetti del suo studio. Per sapere se le critiche odierne mosse a Teodosio nel campo della politica militare, religiosa o finanziaria siano giustificate, non possediamo tutti i dati necessari; n\u00e9 sembra che potremo mai disporne. E personalmente, chiunque potr\u00e0 dissenire dalla stroncatura operata da una larga parte della ritica contemporanea sull&#8217;opera storiografica del Robertson. L&#8217;opinione di chi scrive \u00e8 anzi che la fama di cui godette in vita fu tutt&#8217;altro che immeritata.<\/p>\n<p>Abbiamo citato solo alcune situazioni, nelle quali maggiormente appare il fattore soggettivo e talvolta arbitrario, insito in qualsiasi ricostruzione storiografica. Ma ve ne sono molte altre, ed \u00e8 necessario esaminarle con attenzione.<\/p>\n<p>Tutti gli studiosi di storia concordano nell&#8217;indicare come un grave errore di prospettiva il voler giudicare, pi\u00f9 o meno consciamente, persone, situazioni, fatti e processi storici alla luce della mentalit\u00e0, delle acquisizioni e dei pregiudizi del proprio tempo. Pensiamo non vi sia quasi nessuno disposto a sostenere il contrario. Ma quanti si sono posta la domanda se ci\u00f2, nella pratica, sia umanamente conseguibile? Non giudicare la storia con gli occhi del proprio tempo significa ritenere di poterla giudicare con quelli del periodo passato preso in esame, o almeno tentare di farlo. Ma ci\u00f2 \u00e8 veramente possibile? Non solo lo storico, come uomo e come pensatore, \u00e8 necessariamente imbevuto di preconcetti e prevenzioni, che sono dovuti in parte al suo carattere, in parte al suo tempo; non solo egli ben difficilmente riuscir\u00e0, anche col pi\u00f9 grande e sincero sforzo, a spogliarsene; ma come potr\u00e0 penetrare nel costume, nella mentalit\u00e0, nei pregiudizi e nei preconcetti di un lontano periodo della storia e di una diversa societ\u00e0? Quelli anteriori di poche generazioni potr\u00e0 intuirli o immaginarli; e forse non andr\u00e0 troppo lontano dal vero. Egli dispone di testimonianze abbastanza recenti e tutto &#8211; per cos\u00ec dire &#8211; sotto la superficie, gli parla ancora di quel vicino passato, solo ch&#8217;egli sappia affinare lo sguardo. Ma come potr\u00e0 evitare che le sue idee, il suo modo di pensare, di agire, di vivere &#8211; che rientrano inequivocabilmente in un contesto sociale &#8211; gli falsino la prospettiva quasi a sua insaputa? E, peggio ancora, come potr\u00e0 ricostruire tutti codesti fattori immateriali della vita, qualora la sua ricerca si rivolga ad una societ\u00e0 lontana nel tempo? L&#8217;uomo dell&#8217;elettricit\u00e0, del telefono, dei satelliti artificiali e dell&#8217;informatica, quante probabilit\u00e0 possiede di &quot;rivivere&quot;, non diciamo i <em>contenuti<\/em> della civilt\u00e0 egizia faraonica o di quella ebraica pre-cristiana, ma anche soltanto di quella europea del feudalesimo, o del Rinascimento, o della Riforma?<\/p>\n<p>Quando ci capita fra le mani un libro di storia, ad esempio quello del Burckhardt, intitolato <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em>, la prima cosa che dovremmo chiederci \u00e8: di che cosa tratta <em>veramente<\/em> quest&#8217;opera? Dell&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande, o non piuttosto di quell&#8217;et\u00e0 filtrata attraverso l&#8217;ottica del XIX secolo? O, addirittura, semplicemente del XIX secolo e di ci\u00f2 ch&#8217;esso s&#8217;immagina essere stata l&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande? Anzi, un certo angolo prospettico particolarissimo del XIX secolo (ma \u00e8 lecito parlare di XIX secolo come un tutto omogeneo) che guarda un certo angolo particolarissimo dell&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande, o quel che crede essere stato tale. Infatti le idee che noi ci formiamo intorno a una data et\u00e0 della storia soggiaciono a una duplice pregiudiziale: l&#8217;una involontaria, dovuta al tempo che senza discriminazione distrugge o conserva una certa quantit\u00e0 di documenti e testimonianze; l&#8217;altra volontaria, dovuta agli uomini che intenzionalmente hanno fatto parlare solo un determinato aspetto del loro tempo (quando non se lo sono inventato addirittura) e ne hanno messi a tacere tutti gli altri. Ad esse, poi, si aggiunge una terza pregiudiziale: la nostra, che inconsciamente ci porta ad abbracciare quell&#8217;aspetto del passato che coincide con i nostri pregiudizi e soddisfa i nostri sentimenti; onde tendiamo a scartare o a trascurare gli aspetti che da essi differiscono, e ad avvalorare e ingigantire quelli che ad essi rispondono.<\/p>\n<p>Non diversan\u00ecmente si comporta lo stratega che, nell&#8217;imminenza della battaglia, quando sta ormai per dare inizio alla manovra lungamente studiata a tavolino, e riceve dei rapporti eseguiti dalla ricognizione che lo mettono in guardia contro una mossa inattesa dell&#8217;avversario, per incapacit\u00e0 di adeguarsi alla nuova situazione sottovaluta le informazioni dell&#8217;ultima ora e attribuisce maggior credito a quelle &#8211; magari scarse e incerte &#8211; che sembrano confermare la sua antica concezione. Di simili casi se ne possono contare a centinaia nella storia militare. <em>Voler far coincidere la realt\u00e0 coi propri desideri<\/em>: non \u00e8 questa, forse, una tendenza costante dell&#8217;animo umano?<\/p>\n<p><em>&quot;Gli uomini (dice un&#8217;antica sentenza greca) sono tormentati dalle opinioni che hanno delle cose, non dalle cose stesse.&quot;<\/em> (Michel de Montaigne), <em>Saggi<\/em>, cap. 14, XIV, Milano, 1970 vol. 1, p. 60).<\/p>\n<p>Perch\u00e9 dunque lo storico dovrebbe sfuggire a una universale disposizione della natura umana? Bench\u00e8 tutte le teorie storiografiche insegnino che ogni conclusione deve essere sostenuta dai fatti, esistono molti sistemi &#8211; e quasi tutti inconsci &#8211; per scantonare l&#8217;ostacolo. Anzitutto, \u00e8 possibile operare una scelta parziale dei &quot;fatti&quot;, che, in s\u00e9 stessi, non dicono nulla (nella misura in cui non sono direttamente vissuti: ma allora non se ne pu\u00f2 fare storia), e farli parlare nella maniera che desideriamo. Tacere certe verit\u00e0, sostenerne alcune altre altre in certe situazioni e con certe m\u00e8te, \u00e8 una delle tecniche della distorsione dell&#8217;informazione ben note al giornalismo e alla pubblicistica di parte. Senza mentire materialmente, esistono mille e mille sfumature di travisamento della realt\u00e0, volontarie e no. Lo storico non soltanto \u00e8 un riflesso (anche quando voglia, con tutte le sue forze, opporvisi) della mentalit\u00e0 del proprio tempo; \u00e8 anche &#8211; molto pi\u00f9 semplicemente &#8211; un uomo che mente, desidera e rifugge con la sua pura istintivit\u00e0 primordiale. Si ha un bel dire che lo studioso deve spogliarsi dei propri affanni, delle proprie passioni, di tutto ci\u00f2 che possa offuscare una visuale libera e distaccata dell&#8217;oggetto dei suoi studi: nella realt\u00e0 non potr\u00e0 mai riuscirvi del tutto.<\/p>\n<p>Gli esseri umani si formano delle convinzioni sulla base delle proprie esperienze e delle proprie reazioni, non sulla base dell&#8217;osservazione spassionata della realt\u00e0 circostante: anche e soprattutto i filosofi. Una delle forme di distorsione mentale pi\u00f9 indisponente \u00e8 quel tipo di malinteso psicologismo per cui le speculazioni e le azioni degli uomini vengono &quot;spiegate&quot; risalendo alla loro matrice caratteriale. Bertrand Russell, per esempio, ha scritto che<\/p>\n<p><em>&quot;Schopenhauer era incapace, per carattere, di essere felice, e quindi dichiarava che la felcit\u00e0 non poteva essere raggiunta. Verso la fine della sua esistenza meditabonda, la sua opera ottenne dei riconoscimenti e le sue condizioni finanziarie divennero un po&#8217; pi\u00f9 facili, il che lo port\u00f2 subito ad essrre un po&#8217; pi\u00f9 allegro nonostante le sue teorie.&quot;<\/em> (Bertrand Russell, <em>La saggezza dell&#8217;Occidente<\/em>, Milano, 1978, vol. 2, pp. 120-21).<\/p>\n<p>Come se in ci\u00f2 vi fosse una stranezza, o una contraddizione! Esiste forse un complesso d&#8217;idee, un modo di affrontare un problema, una filosofia dell&#8217;uomo che non siano stati concepiti sotto l&#8217;impulso diretto e immediato del carattere individuale? Il pessimismo costituzionale di Schopenhauer \u00e8 alla radice della sua filosofia, come la frustrazione e la malattia lo sono nel caso di Leopardi, o di Nietzsche; come il controllo delle passioni nel caso di Spinoza o di Hume, o l&#8217;angoscia esistenziale in quello di Kierkegaard. Ma queste situazioni contingenti non hanno fatto che fungere da &quot;occasioni&quot; per consentire ai rispettivi pensatori la costruzione dei loro sistemi filosofici. Perci\u00f2, affermare che la sfortunata vicenda umana di Leopardi origin\u00f2 la sua visione del mondo, \u00e8 vero ed \u00e8 falso al tempo stesso, ma soprattutto \u00e8 meschino. Tutte le grandi costruzioni del pensiero prendono le mosse dalla terra e dalla carne, dal groviglio delle passioni e dei sentimenti &#8211; ma poi si elevano al di sopra delle circostanze contingenti che le hanno viste nascere, e pervengono alla dimensione della universalit\u00e0.<\/p>\n<p>Il caso dello storico \u00e8 analogo. Quella vena di sconsolato, amaro pessimismo che attraversa come un fremito le pagine &#8211; apparentemente cos\u00ec distaccate &#8211; della <em>Storia d&#8217;Italia<\/em> del Guicciardini, sarebbe stata avvertibile se la vicenda personale di quello storico non avesse conosciuto i rovesci e gli insuccessi della fortuna? La risposta \u00e8 no: ma si tratta di quel genere di domande che non ha molto senso porsi, perch\u00e9 la risposta non ha in nessun caso un valore assoluto. Ci\u00f2 che tuttavia distingue lo storico dal romanziere o dal poeta, \u00e8 che l&#8217;oggetto del suo studio essendo una concreta, bench\u00e8 lontana, realt\u00e0 umana (e non il libero ondeggiare di creazioni della fantasia) l&#8217;obiettivit\u00e0 della ricostruzione evidentemente ne risulterebbe alterata se questi ultimi prevalessero.<\/p>\n<p>Quanto al filosofo, se egli ritiene l&#8217;oggetto delle proprie meditazioni pi\u00f9 prossimo a quello delle matematiche &#8211; come sembra fare il Russell &#8211; necessariamente l&#8217;intrusione di elementi personali dovr\u00e0 apparirgli come un deprecabile rigurgito di irrazionalismo soggettivo; se invece pi\u00f9 vicino a quello del Logos non ridotto alla sola logica formale, ma aperto a una dimensione super-razionale (e non irrazionale), come noi crediamo, la cosa gli apparir\u00e0 del tutto naturale. Ma tornando allo storico, da queste conclusioni si pu\u00f2 vedere come la pretesa di una scientificit\u00e0 della ricostruzione storica ne esca duramente provata. Quale storico, infatti, \u00e8 stato mai capace di spogliarsi dei propri sentimenti, prima di accingersi allo studio di un&#8217;et\u00e0 passata?<\/p>\n<p>Non si tratta solo (ci\u00f2 sarebbe poca cosa) della possibilit\u00e0 di &quot;simpatie&quot; o &quot;antipatie&quot; istintive nei confronti di uomini e fatti, di comprensione o intolleranza verso oggetti lontani nel tempo. Ma \u00e8 soprattutto il carattere profondo dello studioso che impone in partenza un certo ristretto, soggettivo, arbitrario &#8211; se si vuole &#8211; punto di osservazione. E, di conseguenza, tutta una serie di atteggiamenti mentali, spesso di natura inconscia o semi-conscia, che non \u00e8 in suo potere di controllare o reprimere. Sono tutti problemi che non si pongono, evidentemente, o che si pongono in misura minima, nelle varie forme di ricerca fisico-matematica; ma, nella storiografia, appaiono inevitabili gi\u00e0 a prima vista. E allora? Allora non resta che accettarli, senza recalcitrare inutilmente, senza deprecare vanamente: e riconoscere, con sguardo lucido e disincantato, la vera natura della storiografia. Che non \u00e8 &quot;inferiore&quot; alle scienze naturali o a quelle matematiche, a cagione del fatto che non consente l&#8217;applicazione di metodi di lavoro strettamente &quot;scientifici&quot;. \u00c8 semplicemente <em>diversa<\/em>, richiede ed esige un diverso metodo d&#8217;approccio in riconoscimento della sua natura autonoma.<\/p>\n<p>Tuttavia, molti studiosi continuano a sostenere la pretesa di una storiografia sostanzialmente &quot;scientifica&quot; e, nel far ci\u00f2, si aggrappano al &quot;documento&quot;, perno del grande mito dell&#8217;obiettivit\u00e0; e sembra loro che, attenendosi strettamente ad esso e utilizzandolo imparzialmente, senza preconcetti, evitandole conclusioni precipitose, la loro &quot;scienza&quot; abbia trovato finalmente la bussola capace di guidarli indenni attraverso le tempeste del soggettivismo arbitrario. Non vogliamo certamente negare che un atteggiamento di sincerit\u00e0 e buona fede costituisca la necessaria premessa a qualsiasi ricostruzione storiografica. Ma guai a lasciarsi sedurre dalle chimere del &quot;documento&quot; puro, visto come un&#8217;\u00e0ncora di salvezza contro le opposte e arbitrarie interpretazioni: insomma, il <em>documento che parla da solo.<\/em><\/p>\n<p>Nessun documento &quot;parla da solo&quot;; non ha vita propria, ed \u00e8 lo storico a farlo parlare. Marc Bloch paventava i risultati negativi sia delle interpretazioni storiche senza documenti, sia dei documenti privi d&#8217;interpretazione. A suo giudizio, il pericolo di &quot;uno scisma tra la messa in opera e la preparazione&quot; \u00e8 sempre presente. Esso, infatti,<\/p>\n<p><em>&quot;colpisce duramente i grandi tentativi d&#8217;interpretazione. Questi non solo vengono meno, in tal modo, al primo dovere della veracit\u00e0 pazientemente ricercata; ma privati inoltre di quel perpetuo rinnovamento, di quella sorpresa sempre rinascente, che solo la lotta con il documento pu\u00f2 procurare, non riescono a sfuggire a un&#8217;oscillazione incessante tra pochi temi stereotipi imposti dalla routine. Il lavoro tecnico ne soffre per\u00f2 altrettanto. Non pi\u00f9 guidato dall&#8217;alto, rischia di appigliarsi indefinitamente a problemi insignificanti o mal posti. Non v&#8217;\u00e8 peggior sciup\u00eco di quello dell&#8217;erudizione, quando gira a vuoto, n\u00e9 superbia peggio giustificata dell&#8217;orgoglio dello strumento che si consideri fine a s\u00e9 stesso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Marc Bloch, <em>Apologia della storia o mestiere di storico,<\/em><\/p>\n<p>Milano, 1975, pp. 85-6.<\/p>\n<p>Ma quando poi il Bloch passa ad esaminare i criteri per una corretta interpretazione del documento, ci si accorge rapidamente che i soli timori ch&#8217;egli nutriva erano quelli relativi alla possibilit\u00e0 di falsificazioni volontarie o involontarie, e tutta la vasta gamma intermedia che corre fra codesti due estremi. Il vero problema, invece, a noi sembra un altro: il materiale documentario a nostra disposizione \u00e8 stato infatti precedentemente selezionato, e le fonti che non ci sono giunte non avranno mai il modo di controbilanciare il concerto uniforme di quelle della parte avversa.<\/p>\n<p>Per fare un esempio, la Firenze borghese del 1378 ha avuto i suoi cronisti che si sono scagliati contro i Ciompi, tramandandone le azioni alla posterit\u00e0 sotto una luce nefanda; ma i vinti, come sempre accade, non hanno potuto quasi lasciare il ricordo dei loro argomenti e delle loro ragioni.<\/p>\n<p><em>&quot;Il tumulto dei Ciompi (&#8230;) \u00e8 descritto in modo variamente accurato in molte cronache o memorie. Queste cronache sono state pubblicate in tempi diversi e sucessivamente raccolte e ripubblicate in un&#8217;unica edizione, tra il 1916 e il 1934, da Gino Scaramella, sotto il titolo di<\/em> Il tumulto dei Ciompi, cronache e memorie. <em>Delle cronache e memorie di questa raccolta soltanto una \u00e8 scritta da una persona le cui simpatie erano dalla parte del popolo lavoatore, dalla parte dei Ciompi.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Victor Rutenburg, <em>Popolo e movimenti popolari<\/em><\/p>\n<p><em>nell&#8217;Italia del &#8216;300 e &#8216;400<\/em>, Bologna, 1971, p.373.<\/p>\n<p>E i documenti ufficiali? Tutti espressione del vincitore: atti, registri, ecc., anche se talvolta depongono inconsapevolmente &#8212; per la nostra sensibilit\u00e0 moderna &#8211; contro i loro autori. La voce del vinto ordinariamente viene soffocata e ridotta al silenzio per sempre. Chi ha narrato la guerra contadina tedesca del 1525 dalla parte dei contadini? Chi la conquista delle Americhe dalla parte degli indigeni? Quando la disfatta \u00e8 totale, solo miseri frammenti di scarsa utilit\u00e0 sopravvivono a testimoniare il dramma dei vinti. \u00c8 vero che in tempi moderni ci\u00f2 \u00e8 stato molto meno frequente che in passato. I comunardi parigini hanno potuto narrare la loro epopea: nel maggio 1871 essa veniva soffocata in un bagno di sangue; e gi\u00e0 in novembre, a Neuchatel, veniva pubblicata <em>La troisi\u00e8me defaite du proletariat fran\u00e7aise<\/em> di Benoit Malon. Tuttavia, gli archivi parigini e i documenti ufficiali erano irrimediabilmente preclusi agli storici della Comune.<\/p>\n<p>Da una parte, dunque, il documento <em>non parla<\/em> se lo storico non <em>lo fa parlare<\/em>, cio\u00e8 lo interpreta alla luce dell&#8217;esperienza accumulata in base ad alri documenti; dall&#8217;altro, il documento <em>\u00e8 cieco<\/em>, ed \u00e8 compito dello storico inserirlo in un contesto organico e unitario. Il pericolo della vuota erudizione &#8211; come ammoniva il Bloch &#8211; \u00e8 sempre presente. Come difendersi da esso? Dobbiamo qui introdurre la complessa questione della <em>storia filosofica<\/em>, che a tante polemiche ha dato luogo in passato, evitando tuttavia di ripercorrerne tutta la storia.<\/p>\n<p>\u00c8 ovvio che una filosofia della storia, consapevole o, pi\u00f9 spesso, empirica e inconscia, sta sempre alle spalle di qualsiasi ricostruzione storiografica. Ogni qual volta lo storico faccia uso di termini come &quot;causa&quot;, &quot;caso&quot;, &quot;fortuna&quot;, &quot;libert\u00e0&quot;, &quot;destino&quot;, egli &#8211; pi\u00f9 o meno consapevolmente &#8211; entra nel campo controverso di una visione filosofica della storia. Talvolta la sua posizione in proposito appare contraddittoria, come nel caso di Tacito. Talaltra, l&#8217;uso di una tale terminologia rivela soprattutto la confusione mentale dello storico, come sembra accadere a Procopio di Cesarea. Altre volte, infine, esso non \u00e8 che una stonatura, un&#8217;intrusione di concetti non ben meditati, magari sulla scia di una pedissequa imitazione dei modelli classici &#8211; come \u00e8 possibile trovarne traccia, a nostro giudizio, in W. H. Prescott.<\/p>\n<p><em>&quot;E&#8217; uno dei tanti esempi<\/em> [la battaglia di Otumba fra Spagnoli e Messicani] <em>di come la Fortuna intervenga a determinare le sorti di un&#8217;operazione bellica. La stella di Cort\u00e9s era in ascesa. Se fosse stato altrimenti, non uno Spagnolo sarebbe sopravvissuto, quel giorno, per raccontare la storia della battaglia di Otumba.&quot;<\/em> (William Hickling Prescott, <em>La conquista del Messico<\/em>&quot;, libro V, cap. IV: Roma, 1977, p. 348).<\/p>\n<p>Il concetto di &quot;stella in ascesa&quot; che rende favorevoli gli eventi \u00e8 talmente gratuito e grossolano che dispiace alquanto, nel contesto di un&#8217;opera storica di indubbio valore. Una concezione altrettanto vaga e nebulosa si pu\u00f2 riscontrare nell&#8217;opera dello storico bizantino Procopio (VI secolo d. C.):<\/p>\n<p><em>&quot;A questo punto del mio racconto m&#8217;\u00e8 venuto di pensare in che modo la Fortuna si faccia beffe delle cose umane: non si comporta con gli uomini alla stessa guisa n\u00e9 li guarda con gli stessi occhi, ma cambia coi tempi e coi luoghi e gioca con loro uno strano gioco, alterando, a seconda del momento, del luogo e dei modi, la condizione di quei poveracci. Ecco che Bessa, che prima aveva perduto Roma, aveva poco dopo recuperato ai Romani Petra nella Lazica, e per converso Dagisteo, che aveva abbandonato Petra ai nemici, riprese in breve tempo, per l&#8217;imperatore<\/em> [Giustiniano], <em>il possesso di Roma.<\/em> <em>Ma cos\u00ec \u00e8 accaduto da che mondo \u00e8 mondo e cos\u00ec accadr\u00e0 sempre, finch\u00e8 sar\u00e0 la stessa Fortuna a reggere gli uomini.&quot;<\/em> (<em>La guerra gotica<\/em>, libro IV, cap. 33, Roma, 1974, pp. 417-18).<\/p>\n<p>Ora la questione \u00e8, a nostro modo di vedere, se sia possibile utilizzare un qualsiasi documento in assenza di una visione globale, di una concezione filosofica della storia. &quot;Il compito dello storico \u00e8, in definitiva, la ricerca&quot;, si suol dire negli ambienti accademici. Ma la questione, posta in tali termini, appare eccessivamente semplificata. Se fosse soltanto questo, non vi sarebbe alcuna differenza fra lo storico e l&#8217;erudito; ed un mediocre, ma paziente e metodico raccoglitore di fatti, potrebbe usurpare il titilo di storico, che ha sempre significato qualcosa di assai pi\u00f9 elevato. Non vi \u00e8 raccolta di fatti che non presupponga &#8211; almeno quando \u00e8 consapevole e intelligente &#8211; una visione filosofica del contesto in cui essi vanno organizzati, e delle modalit\u00e0 necessarie a farlo; diversamente, tutta l&#8217;impalcatura della storiografia poggerebbe sul vuoto, e la ricostruzione attraverserebbe senza occhi per vedere, n\u00e9 orecchi per udire, tutto il corso tumultuoso del passato.<\/p>\n<p>Abbiamo fin qui contestato la pretesa di una &quot;scienza storica&quot;; vogliamo adesso spingerci ancora pi\u00f9 in l\u00e0, e negare addirittura la possibilit\u00e0 di una disciplina storica sufficiente a s\u00e9 stessa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dopo aver rivendicato l&#8217;autonomia della storia dalle scienze. In effetti, strettamente parlando, nessuna disciplina (n\u00e9 scientifica, n\u00e9 d&#8217;altro generere) pu\u00f2, a nostro avviso, considerarsi realmente autonoma; nel senso che non esistono discipline capaci di sussitere indipendentemente dalle altre, ma tutte si presuppongono e tutte, in definitiva, confluiscono, perch\u00e9 una \u00e8 la realt\u00e0, e ogni tentativo unilaterale di raggiungerla \u00e8 destinato al fallimento. La storiografia, in particolare, appare pi\u00f9 strettamente interdipendente rispetto ad altri campi della ricerca, dal momento che la storia, riconosciuta vana la sua pretesa ad una &quot;obiettivit\u00e0&quot; di tipo scientifico, presuppone un sostegno capace di sorreggerne la materia, destinata altrimenti ad afflosciarsi in una serie infinita di psicologie individuali. Occorre un filo conduttore, che faccia da tramite fra lo storico e la mutevole materia dei suoi suoi studi; un filo rosso che gli consenta di non smarririsi attraverso una cieca elencazione di accidenti frammentari e isolati. Il che non significa <em>imporre un senso alla storia<\/em>, n\u00e9 forzarla a nostro arbitrio in una determinata direzione; ma piuttosto conservarsi la possibilit\u00e0 di una misura di confronto nelle svariate e mutevoli situazioni del divenire storico; una chiave d&#8217;interpretazione, personale s\u00ec, ma non necessariamente arbitraria, per mezzo della quale considerare i singoli fatti nella prospettiva di un contesto infinitamente pi\u00f9 vario e complesso.<\/p>\n<p>L&#8217;oggetto della storiografia sono i pensierie le azioni umane e sarebbe assurdo accingersi a tentarne una ricostruzione senza disporre di una concezione del mondo &#8211; pi\u00f9 o meno organica, pi\u00f9 o meno approfondita &#8211; e di una propria filosofia intorno alla natura dell&#8217;uomo. Una simile affermazione far\u00e0 sobbalzare molti storici, convinti di esercitare un &quot;mestiere&quot; per il quale si richiedono essenzialmente perizia tecnica, metodi d&#8217;indagine ben precisi e criteri organizzativi stabiliti una volta per tutte, e inoltre che chi non li possiede o chi non ritiene di considerarli sufficienti all&#8217;opera di ricostruzione del passato, vada immediatamente escluso dalla cerchia dei veri depositari della &quot;scienza storica&quot;. Per molti di costoro la storiografia sembra consistere in un complesso di pratiche, il cui valore e le cui modalit\u00e0 sono stati stabiliti inequivocabilmente e definitivamente, un regno per soli iniziati cui \u00e8 precluso l&#8217;accesso tanto al profano, come all&#8217;eretico. &quot;Chi non accetta le nostre regole &#8211; essi dicono pi\u00f9 o meno esplicitamente &#8211; non pu\u00f2 appartenere alla nostra cerchia, non pu\u00f2 dirsi uno storico, ma \u00e8 soltanto un impostore.&quot; Ma la storiografia non \u00e8 affatto una &quot;pratica&quot; dai rituali cos\u00ec rigidamente definiti, com&#8217;essi vorrebbero far credere. \u00c8 qualcosa di pi\u00f9 semplice, ma anche di pi\u00f9 complesso. Di pi\u00f9 semplice, perch\u00e9 i &quot;ferri del mestiere&quot; non richiedono, oltre poche regole fondamentali, una tecnica dallo schema rigido e fisso, e l&#8217;insieme degli esoricismi codificato da taluni storici non pu\u00f2 vantare alcun diritto di validit\u00e0 universale. Di pi\u00f9 complesso, perch\u00e9 sarebbe &#8211; in fondo &#8211; ben poca cosa, se i suoi orizzonti si esaurissero nel miope e meccanico impiego di quei tali strumenti, che qualunque zelante eruduto potrebbe maneggiare.<\/p>\n<p>Alcuni storici, pi\u00f9 che mai convinti della &quot;scientificit\u00e0&quot; della loro disciplina, ritengono evidentemente che non solo essa richieda un metodo d&#8217;indagine inderogabilmente stabilito, ma altres\u00ec che lo stile letterario che pi\u00f9 le si addice deve . di necessit\u00e0 &#8211; essere grave, involuto, magari un po&#8217; oscuro, caratterizzato da un periodare astruso ed ermetico. Secondo costoro la semplicit\u00e0, l&#8217;eleganza e la piacevolezza dello stile sono egualmente sconvenienti e sviliscono la gravit\u00e0 della materia. Convinti di non scrivere per il lettore, ma per la scienza, sovrabbondano di periodi interminabili esprimenti numerosi e diversi concetti, talch\u00e8 il lettore, che sia giunto quasi alla fine di una frase, si vede costretto a tornare indietro per riagguantare il filo perduto del discorso. Un tipo di ginnastica mentale che, se pu\u00f2 essere di qualche utilit\u00e0 per rafforzare l&#8217;attenzione e la memoria, irrita per\u00f2 il lettore e lo indispettisce, poich\u00e9 si sente ad ogni passo ignorato e disprezzato dal dotto depositario del sapere storico.<\/p>\n<p>Abbiamo parlato della necessit\u00e0 di una &quot;filosofia della storia&quot; per ogni storico che si accinga al proprio lavoro; intendiamo ora chiarire meglio questo concetto. Il tempo delle filosofie della storia, intese come organiche costruzioni intellettuali v\u00f2lte a individuare un &quot;significato&quot; nella storia, che in definitiva starebbe al di fuori di essa, sembra oggi definitivamente tramontato. Non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 nessuno, pensiamo, disposto a ripigliare la vana e immane fatica di Hegel, di Spenglere di Toynbee. Ma se \u00e8 finita l&#8217;epoca delle &quot;filosofie della storia&quot; intese come edifici grandiosi e perfetti, con pretese di validit\u00e0 universale ed eterna, non ne consegue che lo storico possa accingersi al proprio lavoro del tutto sprovvisto di una propria filosofia. La stessa &quot;rivoluzione&quot; che nel corso del XX secolo ha cambiato sostanzialmente le caratteristiche e le finalit\u00e0 della filosofia, non si vede perch\u00e9 non dovrebbe portare un contributo positivo (esaurita la <em>pars destruens<\/em>) anche alla filosofia della storia. Dopo l&#8217;et\u00e0 del positivismo, del decadentismo e dell&#8217;esistenzialismo &#8211; in cui peraltro stiamo tuttora vivendo &#8211; non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 un filosofo che oserebbe concepire la propria speculazione alla maniera di Kant o di Hegel. I sistemi metafisici e le sottili disquisizioni dialettiche, pi\u00f9 utili nell&#8217;uso delle parole che in quello dei concetti, hanno ceduto il posto alla libera riflessione &quot;asistematica&quot;, che concepisce la libert\u00e0 anzitutto come ammissione della legittimit\u00e0 di tutti gli approcci speculativi, ognuno dei quali rispettoso degli altri e consapevole della propria finitezza e contingenza.<\/p>\n<p>Entro questi confini, pi\u00f9 modesti ma anche pi\u00f9 ragionevoli e suscettibili di fecondi risultati, dovrebbe essere ricondotta anche la filosofia della storia. Uno storico che si accinga a studiare un qualsiasi periodo del passato, sprovvisto di convinzioni personali sulla natura dell&#8217;uomo, della societ\u00e0, del divenire e della storia stessa, assomiglia a un soldato che si avvii al fronte di combattimento <em>disarmato.<\/em> Le sue osservazioni saranno, di necessit\u00e0, slegate e sconnesse; le sue interpretazioni, incerte o banali; e tutti i suoi sforzi di sistemazione organica della materia peccheranno inevitabilmente di empirismo dilettantesco. I problemi non avranno una precisa collocazione nel contesto della ricostruziome, verranno affrontati in maniera estemporanea e le soluzioni adottate saranno sempre le meno impegnative e le pi\u00f9 scontate. Lo storico non deve forzare i fatti e cercar di spingerli a forza entro il quadro delle proprie convinzioni precostituite, ma non deve neppur limitarsi a registrarli passivamente ogni volta che gli cadono in grembo. Deve interpretarli. E, se dispone di una propria filosofia sulla natura di essi, sar\u00e0 infinitamente agevolato nel proprio lavoro.<\/p>\n<p><em>&quot;Tutte le tesi storiche sono, appunto, tesi &#8211; generalizzazioni che servono soltanto a ordinare razionalmente i fatti documentati.&quot;<\/em> Cos\u00ec scriveva Mario Manlio Rossi, il filosofo pragmatista tendente all&#8217;attualismo, e amico di Giovanni Papini; che, nel presentare la sua monumentale opera storica al pubblico, confessava modestamente: &quot;<em>Non sono uno storico. E le mie opinioni di filosofo sulla natura della storia sono eterodosse.&quot;<\/em> (Mario M. Rossi, <em>Storia d&#8217;Inghilterra<\/em>, 4 voll.,Firenze, 1947-1966, vol. I., pp. V, XIII).<\/p>\n<p>La nostra opinione \u00e8 che ogni storico dovrebbe essere innanzitutto un filosofo: in questo senso abbiamo negato la radicale autonomia della disciplina storiografica. Essa, di per s\u00e9, non ha occhi per vedere, n\u00e9 orecchi per udire: o scade al livello di mera erudizione, di ricerca antiquaria (e allora una filosofia della storia non le occorre); oppure deve necessariamente appoggiarsi a una concezione superiore, che la sollevi al di sopra della frammentariet\u00e0 del contingente. Immersa nel corso incessante del divenire, ha bisogno d&#8217;una boccata d&#8217;aria pura che le eviti il rischio di ristagnare nei bassi fondali dell&#8217;aneddotica o della libellistica.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come sono tramontate le filosofie &quot;sistematiche&quot; della storia, del pari sembrano appartenere a un altro tempo i grandi tentativi di sintesi storica. In ossequio alla &quot;scientificit\u00e0&quot; della storiografia, sono state abbandonate le storie di ampio respiro per limitare sempre pi\u00f9 gli oggetti dell&#8217;indagine storica, sia nel tempo che nello spazio. Quando le storie sono di carattere ampio, esse sono il frutto della collaborazione di pi\u00f9 autori. A sostegno di questo modo di procedere si citano le difficolt\u00e0 materiali, per il singolo storico, di padroneggiare un campo d&#8217;indagine eccessivamente vasto; le inevitabili lacune cui andrebbe incontro; il pericolo di monotone generalizzazioni e di ripetizioni stereotipe. Ma, forse, le vere ragioni del nuovo indirizzo sono, almeno in parte, diverse.<\/p>\n<p>Se la storiografia vuole imitare &#8211; a torto o a ragione- il metodo delle scienze, deve far prtoprio il grande idolo di queste ultime: la <em>specializzazione.<\/em> Cos\u00ec come il fisico non pu\u00f2 certo pretendere di far sentire la sua voce nel campo della biologia, anzi il microbiologo deve fare un passo indietro quando si parla di fisiologia generale, cos\u00ec il medievalista deve rientrare nei ranghi allorch\u00e8 si tratta di storia contemporanea; l&#8217;egittologo, poi, si occupi della Sfinge e delle Piramidi e lasci stare la Rivoluzione francese o la politica di Napoleone.<\/p>\n<p>Oltre al grande mito della specializzazione, un&#8217;altra ragione, ancor meno nobile, contribuisce al tramonto definitivo delle storie di ampio respiro scritte da un unico autore. Una delle caratteristiche fondamentali del &quot;mondo moderno&quot; (nel senso che attribuiva Julius Evola a questa espressione) \u00e8 certamente quella della velocit\u00e0 &#8211; gi\u00e0 esaltata per ragioni estetiche dalle avanguardie, a cominicare dal futurismo; e ora, sotto l&#8217;urgenza di cogenti modalit\u00e0 dell&#8217;apparato tecno-scientifico, equiparata all&#8217;altra grande categoria dell&#8217;utile (in senso economico e produttivo). Nella fretta universale che risulta dal binomio velocit\u00e0-utilitarismo, si direbbe che pubblico e intellettuali abbiano ingaggiato una furiosa guerra per anticiparsi a vicenda, gli uni nel consumare il prodotto culturale, gli altri nel fornirgli sempre nuovi bisogni (artificiali). Tuttoi con l&#8217;ororologio sempre alla mano, e con pochissimo tempo da perdere. La cultura \u00e8 divenuta consumo, come qualunque altro settore produttivo.<\/p>\n<p>In queste condizioni, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 posto per le vaste opere storiografiche scritte da un unico autore. Quando l&#8217;autore \u00e8 uno solo, una \u00e8 la concezione che sta alla base dell&#8217;opera, uno il metodo, una la riflessione. Ma per tutto questo, il lettore-consumatore della <em>modernit\u00e0<\/em> non ha pi\u00f9 tempo. Ci\u00f2 che egli chiede \u00e8 un prodotto di consumo leggero, agile, maneggevole; un prodotto ch&#8217;egli possa &quot;accendere&quot; e &quot;spegnere&quot; a piacere, come il televisore o il computer. Per queste esigenze le storie collettive sono la risposta appropriata. Esse constano di singole parti o capitoli, ciascuno dei quali scritto da un singolo autore, e ciascuno dei quali pu\u00f2 &#8211; di solito &#8211; essere letto e compreso indipendentemente dagli altri. L&#8217;opera storiografica si \u00e8 sovente adattata alle esigenze del mercato e si \u00e8 trasformata in un prodotto di consumo. Il pubblico, a sua volta, ha smesso di cercare qualcosa che vada al di l\u00e0 degli orizzonti dell&#8217;utile immediato. E cos\u00ec le storie di Gibbon e di Hume, di Mommsen e Gregorovius si coprono di polvere sugli scaffali delle biblioteche, mentre rapide monografie di pronto impiego, infarcite d&#8217;incredibili dosi di volgarit\u00e0 e ignoranza, vannno a ruba nelle libererie.<\/p>\n<p>Naturalmente, molte storie collettive sono tutt&#8217;altro che cattive, ma il danno che, spesso, ne ricevono la vastit\u00e0 di vedute e lo stimolo alla riflessione personale da parte del pubblico, \u00e8 notevole.<\/p>\n<p><em>&quot;E&#8217; inutile nasconderlo: queste imprese collettive sono utilissime in ciascuna delle parti affidate a uno specialista perfettamente informato, ma l&#8217;insieme non possiede lo stesso respiro, lo stesso pensiero, l&#8217;eguale tendenza, e non forma un tutto come l&#8217;opera di un autore singolo, In breve, non si \u00e8 riusciti a conciliare perfettamente l&#8217;erudizione e la sintesi.&quot;<\/em> (Georges Lefebvre, <em>La storiografia moderna<\/em>, Milano, 1973, pp. 286-87).<\/p>\n<p>Ammissione importante, giacch\u00e8 viene da un fiero sostenitore del valore dell&#8217;erudizione e dell&#8217;abbandono della filosofia della storia. Ma \u00e8 su quel termine, &quot;specialista&quot;, che vorremmo ora soffermarci. In effetti il termine &quot;storico&quot;, per indicare lo studioso dei problemi di storia, incomincia ad apparire obsoleto. Dal momento che molti studiosi, per i motivi ora accennati, non affrontano pi\u00f9 <em>la<\/em> storia, ma preferiscono circoscrivere quanto possibile il loro campo di ricerca, il termine &quot;specialista&quot; sembra essere molto pi\u00f9 appropriato.<\/p>\n<p>In una societ\u00e0 dove il produttivismo esasperato investe ogni campo dell&#8217;esistenza, e dove tutto il circuito produttivo si fonda su una specializzazione sempre crescente, la storiografia non poteva sfuggire a una siffatta logica. Lo storico tende a identificarsi sempre pi\u00f9 con lo specialista, in una figura, cio\u00e8, pericolosamente vicina a quella del tecnico, che non si assume la responsabilit\u00e0 di andare oltre la mera raccolta dei fatti &#8212; in una parola, con l&#8217;erudito. Nel singolo, limitato campo della propria ricerca egli consuma tutte le sue capacit\u00e0, fino ad accumulare una tale erudizione, da fargli considerare alla stregua di un&#8217;indebita ingerenza ogni &quot;violazione&quot; della sua specialit\u00e0 da parte di uno studioso pi\u00f9 completo, ma meno preparato in quel suo campo specifico. Certo, c&#8217;\u00e8 bisogno anche degli eruditi; la loro opera \u00e8 utilissima, anzi indispensabile: ma non chiamiamoli <em>storici<\/em>! Con la mentalit\u00e0 della specializzazione a oltranza, molti di essi hanno creduto di poter fare a brani l&#8217;oggetto della storiografia, ciascuno portandosene via un pezzetto e difendendolo con le unghie e coi denti contro ogni antagonista. La loro miopia culturale \u00e8 direttamente proporzionale alla ingiustificata superbia che ostentano verso i &quot;non addetti ai lavori&quot;. Spartito in colonie e e protettorati il campo della ricerca storiografica, ogni &quot;sconfinamento&quot; \u00e8 giudicato come una violazione delle rispettive sfere d&#8217;influenza, cio\u00e8 poco meno che una dichiarazione di guerra.<\/p>\n<p>\u00c8 vero: ogni opera di ampio respiro presuppone &#8212; come ha osservato qualcuno &#8212; una considerevole dose di ignoranza. Ma non \u00e8 molto pi\u00f9 deleteria l&#8217;ignoranza di chi si appaga del proprio angolino di sapere, e chiude gli occhi davanti a tutto il resto? \u00c8 stato detto che il mestiere di storico non consiste nella conoscenza di <em>tutta<\/em> la storia, ma degli strumenti necessari per ricostruirne questo o quell&#8217;aspetto; ed \u00e8 vero. Tuttavia, la conoscenza degli strumenti presuppone la conoscenza del fatto che il tipo di fonti varia da un&#8217;epoca all&#8217;altra, e varia la prospettiva in cui i documenti, le parole e le immagini venivano concepiti e utilizzati. Le cattedrali del Medio Evo, per fare solo un esempio, contenevano tutto un sistema di messaggi scolpiti nella pietra, o insiti nelle strutture architettoniche, che l&#8217;uomo medioevale <em>poteva<\/em> comprendere perch\u00e9 ne possedeva il codice, ma che oggi tendono a occultarsi allo sguardo dell&#8217;uomo &quot;moderno&quot;. Quindi lo storico non pu\u00f2 prescindere da una discreta conoscenza della storia umana nella sua globalit\u00e0 &#8212; salvo poi specializzarsi, in pratica, in un determinato campo d&#8217;indagine.<\/p>\n<p>Non si creda, peraltro, che la super-specializzazione vada esente da quel pericolo di fraintendimento, dovuto alla mancata conoscenza dei codici comunicativi (spesso impliciti) di altre epoche e altre culture. Nemmeno la ricerca &quot;sul campo&quot; pu\u00f2 eliminare il rischio di gravi fraintendimenti, come ben ha imparato, a sue spese, l&#8217;antropologia. Pu\u00f2 succedere che degli studiosi vivano a lungo fra popoli di cultura tradizionale, e non ne comprendano aspetti essenziali. Tipico il caso di quei missionari protestanti che, dopo un soggiorno di vari anni presso gli Y\u00e0mana della Terra del Fuoco, avevano riportato la convinzione che quel popolo fosse privo del concetto di un dio supremo, autore e custode delle cose esistenti: convinzione rivelatasi poi completamente erronea. E se questo pu\u00f2 accadere nello studio <em>attuale<\/em> di una diversa civilt\u00e0, si pensi a quali equivoci va incontro lo studioso di lontane et\u00e0 della storia. Insomma, lo storico deve essere consapevole che non potr\u00e0 mai penetrare l&#8217;essenza profonda dei lontani oggetti del suo studio; ma questa riflessione, non che uno spirito di scoraggiamento e di rinuncia, pu\u00f2 servire a stimolarlo a una ricerca disinteressata e serena, sgombrando il campo dalle false sicurezze e dalle assurde presunzioni di chi, sentendosi &quot;scienziato&quot;, persegue una impossibile obiettivit\u00e0.<\/p>\n<p>Per queste ragioni ci sembra che la storiografia si presenti essa stessa come un campo di ricerca pi\u00f9 fecondo della storia stessa. Avevamo citato, pi\u00f9 sopra, il caso di uno studio come <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em> di Burckhardt; concludendo che il suo autore non avr\u00e0 potuto penetrarne il &quot;senso&quot; profondo. Per fare un esempio: come interpretare le sanguinose lotte fra le diverse sette cristiane, che si accusavano l&#8217;un&#8217;altra di eresia, quando non possiamo sapere fino a che punto le sottile diatribe teologiche non fossero che un travestimento di profondi e concreti malesseri sociali? Eppure, un libro come quello di Burckhardt \u00e8 <em>esso stesso<\/em> un vero capitolo di storia: la storia di un certo pensiero storico del XIX secolo, che nell&#8217;Occidente europeo si pone il problema d&#8217;interrogare la lontana societ\u00e0 romana del IV secolo dopo Cristo. Il suo approccio alla materia \u00e8 tipico e inconfondibile di quel dato momento storico e di quella societ\u00e0: al punto che lo storico un po&#8217; esperto (proprio come lo studioso di storia dell&#8217;arte) potr\u00e0 riconoscere dalla lettura di poche pagine, quand&#8217;anche ne ignori l&#8217;autore, se ha di fronte l&#8217;opera di uno storico del 1700, del 1800, del primo o del secondo Novecento, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Sul piano delle certezze, in conclusione, occorre fare una netta distinzione fra storia e storiografia. Quando ci si pone la domanda: &quot;Potremo mai sapere cosa fu realmente l&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande?&quot;, l&#8217;unica risposta ragionevole sembra essere: &quot;No: ma possiamo tentarne delle interpretazioni, sapendo che saranno comunque condizionate dal nostro particolare punto di vista.&quot; Ci\u00f2 non significa rinunciare del tutto a penetrare l&#8217;essenza della storia (che \u00e8 la posizione, rispettabilissima, di Huizinga), ma accettare la sua realt\u00e0 di disciplina non scientifica, dunque sempre elusiva e sfuggente. D&#8217;altra parte, se consideriamo l&#8217;opera storiografica di un determinato autore come un capitolo del divenire storico, potremo finalmente lasciare il campo delle ipotesi ed entrare sul solido terreno dell&#8217;esperienza diretta. Non ci sar\u00e0 mai dato sapere se l&#8217;idea che ci siamo fatta della decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano si avvicini sufficientemente alla realt\u00e0. Ma \u00e8 in nostro potere il fatto di sapere, con un discreto grado di certezza, quali furono in proposito le idee delle et\u00e0 successive. In questo senso, le <em>Consid\u00e9rations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur d\u00e9cadence<\/em> di Montesquieu, o la <em>History of the Decline and Fall of the Roman Empire<\/em> di Gibbon, costituiscono delle testimonianze di prima mano sulla natura e le prospettive della storiografia illuminista. Come tentativi di comprensione effettiva e chiarificatrice di fatti lontani, quelle opere, probabilmente, non raggiunsero lo scopo; ma inestimabile \u00e8 il loro valore come testimonianze del pensiero storico del XVIII secolo in Europa occidentale.<\/p>\n<p>A livello filosofico generale, la conclusione di tutto questo ragionamento \u00e8 che forse non capiremo mai chi fu Annibale, ma quel che di Annibale pensarono i posteri; non sapremo forse mai che cosa \u00e8 la storia, ma potremo analizzare cosa sia la storiografia. Pu\u00f2 apparire paradossale, invece \u00e8 l&#8217;unico punto fermo che ci abbia lasciato la cultra moderna: la storia non \u00e8, a ben guardare, la <em>conoscenza<\/em> dei fatti umani passati, bens\u00ec quello che su di essi gli storici hanno pensato e scritto. Non il passato, ma l&#8217;insieme degli studi sul passato. E forse, senza troppo scomodare l&#8217;<em>esse est percipi<\/em> di Berkeley o il <em>noumeno<\/em> di Kant, questa salutare lezione di umilt\u00e0 si pu\u00f2 estendere anche agli altri campi del cosiddetto sapere (pena, il cadere nel pretenzioso non-sapere di cui parlava Jaspers). Cos\u00ec, l&#8217;oggetto della biologia non sono le forme e le leggi della materia vivente, ma l&#8217;insieme delle nostre conoscenze in proposito; l&#8217;oggetto della psicologia non sono i meccanismi della psiche umana, ma quel che noi sappiamo, o crediamo di sapere, in proposito; e cos\u00ec via. Non le cose, ma le nostre opinioni &#8212; temporane e e mutevoli &#8212; su di esse. Andare al di l\u00e0, significa chiedere troppo alle nostre capacit\u00e0 di comprensione, specialmente se ci affidiamo alla guida esclusiva del pensiero logico-matematico &#8211; che, infatti, non ci dice nulla sulla realt\u00e0 delle cose, ma solo sulla loro coerenza logica: tanto che possiamo immaginare una serie innumerevole di universi paralleli, ciascuno con le sue diverse dimensioni spazio-temporali e con la sua logica intrinseca. Tutti, quindi, perfettamente plausibili e possibili ma, ahim\u00e9, tutti esclusivamente ipotetici.<\/p>\n<p>Forse, per penetrare oltre l&#8217;apparenza delle cose, \u00e8 necessario &#8212; come insegnano secoli e millenni di saggezza orientale &#8212; un salto su di un diverso piano di consapevolezza, che presuppone un altro tipo di rapporto col reale e un altro tipo di strumenti conoscitivi. Ma qui la storia deve fermarsi, perch\u00e9 &#8212; da un punto di vista strettamente logico-aristotelico (basato cio\u00e8 su una ipertrofia del princ\u00ecpio di non contraddizione, che semplifica eccessivamente la complessit\u00e0 del reale) gli uomini, come osservava malinconicamente Francesco Guicciardini, &quot;sono al buio delle cose&quot;.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li>[IL PROBLEMA DELL&#8217;OBIETTIVITA&#8217; STORICA.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Vogliamo adesso affrontare uno dei problemi pi\u00f9 importanti e discussi in sede storiografica: quello dell&#8217;obiettivit\u00e0 dello storico. Su di esso fiumi d&#8217;inchiostro sono stati versati &#8212; senza che, in definitiva, si sia giunti a una definizione soddisfacente dei termini in cui porlo. Eppure esso sembra avere tutte le caratteristiche di un falso problema, intorno al quale solo la mancanza di buona fede sembra possa impedire che si giunga a una conclusione universalmente accettabile.<\/p>\n<p>A prima vista si potrebbe pensare che la rigida applicazione di metodi il pi\u00f9 possibile scientifici, la &quot;nuda esposizione dei fatti&quot; auspicata da un Ranke, l&#8217;esclusione di ogni indebita inferenza personale dello storico dovrebbe offrire le maggiori garanzie di obiettivit\u00e0 alla storiografia. Ma \u00e8 lecito domandarsi se sia mai possibile seguire tali criteri nella pratica; e, anche potendolo, se ci\u00f2 che ne risulterebbe sarebbe ancor degno del nome di storiografia. Una &quot;nuda esposizione dei fatti&quot; si ridurrebbe a un muto caleidoscopio, senza nessi n\u00e9 legami intelligibili. Abbiamo del resto gi\u00e0 veduto che i fatti non parlano da soli, non dicono nulla se non quando vengono interrogati: e possono esserlo solo soggettivamente. Osserva in proposito il Carr:<\/p>\n<p><em>&quot;Si suol dire che i fatti parlano da soli: ma ci\u00f2 \u00e8, ovviamente, falso. I fatti parlano soltanto quando lo storico li fa parlare: \u00e8 lui a decidere quali fatti debbano essere presi in considerazione, in quale ordine e in quale contesto. Un personaggio di Pirandello, mi pare, dice che un fatto \u00e8 come un sacco: non sta in piedi se non gli si mette qualcosa dentro.&quot;<\/em> ( E. H. Carr, <em>Op. cit.,<\/em> p. 15).<\/p>\n<p>Lo storico, dunque, deve utilizzare i fatti; ogni ricerca storica presuppone una serie continua di <em>scelte<\/em>, una selezione tra gl&#8217;innumerevoli fatti di cui ci \u00e8 giunta testimonianza. Naturalmente la sua selezione, essendo inevitabilmente di natura empirica, non va esente dal pericolo di arbitrariet\u00e0; e questo \u00e8 il primo colpo alla pretesa di una &quot;obiettivit\u00e0&quot; pseudo-scientifica nella storiografia. In secondo luogo, una storiografia che voglia essere tale deve, di necessit\u00e0, proporsi la ricerca delle &quot;cause&quot; o, per usare un termine pi\u00f9 blando, delle ragioni profonde dei diversi fatti, e ci\u00f2 non \u00e8 evidentemente possibile qualora ci si voglia limitare a narrare le cose &quot;cos\u00ec come sono andate&quot;, e basta.<\/p>\n<p>In una simile contraddizione si dibatteva il pensiero storico di Croce, a un dato momento della sua riflessione:<\/p>\n<p><em>&quot;La storia ha un solo scopo: narrare dei fatti; e quando si dice narrare dei fatti, s&#8217;intende anche che i fatti debbono essere esattamente raccolti e mostrati quali sono realmente accaduti, ossia ricondotti alle loro cause e non gi\u00e0 esposti come possono esteriormente apparire all&#8217;occhio inesperto. Questo \u00e8 sempre stato l&#8217;ideale della buona storiografia di tutti i tempi.&quot;<\/em> (Benedetto Croce, <em>Il concetto della storia nelle sue relazioni col concetto dell&#8217;arte<\/em>, Roma, 1986, pp. 32-33).<\/p>\n<p>Ove si avverte subito che il filosofo di Pescasseroli maneggia inavvertitamente due concetti ben diversi e, anzi, addirittura contrastanti: quello di &quot;narrare dei fatti&quot; e quello di &quot;ricondurli alle loro cause&quot;; concetti la cui linea di separazione \u00e8 data proprio dalla <em>vexata quaestio<\/em> della possibilit\u00e0 di una storiografia obiettiva. Ricercare le cause degli avvenimenti storici \u00e8 di necessit\u00e0 opera d&#8217;interpretazione dei fatti: ecco che l&#8217;esposizione del &quot;nudo fatto&quot; non basta pi\u00f9\u00f9. Con quale criterio discernere le vere cause degli avvenimenti storici, e separarle dalle cause fittizie o apparenti? Questione, appunto, d&#8217;interpretazione: e non v&#8217;\u00e8 interpretazione che non sia personale, soggettiva; quindi, vano sarebbe attendersi una concordia da parte degli studiosi nelle loro varie interpretazioni di una medesima causa o di un medesimo fatto. Ci\u00f2 dimostra la non scientificit\u00e0 della storia: differenti scienziati, infatti, partendo da analoghi presupposti metodologici, devono pervenire ad analoghe conclusioni. Nel campo della geometria euclidea, per fare un esempio, il teorema di Pitagora \u00e8 sempre vero: dato un qualsiasi triangolo rettangolo, il quadrato costruito sull&#8217;ipotenusa \u00e8 equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. Nel campo della storiografia, al contrario, pur disponendo (ammesso e non concesso che ci\u00f2 avvenga) degli stessi dati di partenza, per esempio dei documenti relativi alla situazione politica, economica, sociale e culturale dell&#8217;Europa nel giugno-luglio 1914, l&#8217;indivduazione delle <em>cause<\/em> dello scoppio della prima guerra mondiale non coincider\u00e0 mai del tutto fra due diversi storici. Di pi\u00f9: non vi \u00e8 accordo di massima neppure sulla irrimediabilit\u00e0 di quanto accadde dopo la fine di luglio (da conflitto locale austro-serbo a guerra mondiale), poich\u00e9 alcuni storici giudicano che solo un concorso di cicostanze fortuite condusse le diplomazie europee ad imboccare la via della guerra generalizzata, che altre volte era stata evitata e che avrebbe potuto esserlo anche allora.<\/p>\n<p>Naturalmente, un atteggiamento di onest\u00e0 intellettuale \u00e8 la <em>conditio sine qua non<\/em> richiesta allo storico che si accinge al proprio lavoro, particolarmente nella interpretazione dei fatti e nella ricerca delle loro cause. E tuttavia, sembra lecita una domanda: fino a che punto si pu\u00f2 parlare di imparzialit\u00e0, quando lo storico abbia abbracciato <em>a priori<\/em> una determinata visione della storia, che di necessit\u00e0 lo porta a interpretare in funzione di essa ogni singolo evento? L&#8217;adesione a una ideologia piuttosto che a un&#8217;altra &#8211; politica, sociale, filosofica &#8211; non nuocer\u00e0 irrimediabilmente alla serenit\u00e0 e all&#8217;equanimit\u00e0 della sua ricerca?<\/p>\n<p>Vogliamo chiare bene questo punto. Non si pone la questione se uno storico, come uomo e anche come studioso, non abbia diritto a delle convinzioni politiche, sociali, filosofiche personali (questione alla quale non si pu\u00f2 rispondere se non in modo affermativo); ma quella se egli abbia il diritto di interpretare sistematicamente i fatti della propria indagine alla luce di una teoria precostituita, per sua natura univoca e quindi, tendenzialmente, parziale e perfino sviante. \u00c8 una questione difficile, alla quale non \u00e8 possibile dare una risposta esauriente e definitiva. In generale sembra indubbio che la passionalit\u00e0 politica, traboccando &#8211; nello storico &#8211; dal piano delle convinzioni a quello della ricerca, si trasforma in parzialit\u00e0, con pregiudizio innegabile per l&#8217;equanimit\u00e0 della fase interpretativa. E tuttavia, \u00e8 mai possibile tracciare una chiara linea di separazione tra l&#8217;uomo e lo studioso, ed evitare che le pur legittime convinzioni personali influenzino la visione dei fatti e l&#8217;imparzialit\u00e0 dei giudizi?<\/p>\n<p>La nostra opinione \u00e8 che tale linea di separazione, bench\u00e8 spesso tenue e confusa, esista; ma procedere nel mestiere di storico senza perderla mai di vista richiede delle doti non comuni di pacatezza e autocontrollo. In teoria non \u00e8 impossibile all&#8217; <em>homo politicus<\/em> affrontare la storia da un <em>suo<\/em> punto di vista, e tuttavia senza lasciarsi condizionare da rigidi preconcetti, anzi conservando un senso di sostanziale rispettosit\u00e0 per la materia considerata. La quale \u00e8, di per s\u00e9 stessa, &quot;neutra&quot;, non dimostra nulla se non nella visuale particolare di chi la osserva; nella storia non esistono verit\u00e0 auto-evidenti. Quanto allo storico, in lui la serenit\u00e0 dello studioso dovrebbe sempre prevalere sulla passionalit\u00e0 dell&#8217;uomo. Ma siamo, come ognun vede, nel campo delle petizioni di principio e delle buone intenzioni. Aderire a una determinata ideologia, vuol dire anche inforcare le lenti di un determinato colore: dopo di che, il mondo apparir\u00e0 di quel colore piuttosto che di un altro, a piacer nostro. Il margine che separa lo studioso &quot;impegnato&quot; dal fanatico bigotto e intollerante diverr\u00e0, allora, pericolosamente ridotto e incerto. Ora, rimane sempre valida la famosa distinzione operata dal Valiani fra &quot;ortodossia preconcetta&quot; e &quot;tendenziosit\u00e0 politica&quot;:<\/p>\n<p><em>&quot;Di massima, lo storico deve rifuggire dall&#8217;una come dall&#8217;altra; ma se la prima ha generalmente l&#8217;effetto di renderlo meno perspicace, la seconda pu\u00f2 anche avere, come l&#8217;esempio di molti storici celebri dimostra, l&#8217;effetto opposto. Pu\u00f2 averlo nella misura in cui lo storico non considera le proprie tendenze politiche come la preordinata attuazione nella storia di un disegno o di una legge di cui egli \u00e8 a conoscenza, ma semplicemente come una fede che non pu\u00f2 non sentire, ma che sa di dover controllare.&quot;<\/em> (Leo Valiani, <em>Questioni di storia del socialismo<\/em>, Torino, 1975, p. 302).<\/p>\n<p>Tuttavia, a costo di attirarci l&#8217;accusa di qualunquismo, vogliamo ribadire il concetto che la migliore premessa allo studio della storia (e non solo della storia) sembra essere una visione ampia, articolata, elastica, non settaria n\u00e9 dogmatica, in campo politico e sociale cos\u00ec come in quello filosofico. In questo senso abbiamo parlato della necesit\u00e0, per lo storico, di una sua filosofia della storia; e non certo in quello, ben diverso, anzi addirittura opposto, dell&#8217;adozione di criteri interpretativi rigidi e unilaterali, derivanti da una meccanica applicazione di presupposti filosofici che non nascano dallo sforzo sofferto di comprendere, ma dalla esigenza pratica e sbrigativa di aver la risposta pronta, sempre a portata di mano.<\/p>\n<p>La migliore disposizione di spirito per un&#8217;equanime ricerca storica sembra dunque consistere in un difficile equilibrio fra l&#8217;empirismo con cui ogni singolo problema esige di essere affrontato, e la vasta ma equanime concezione dello storico che inserisce i fatti nel contesto di una visuale ampia e articolata. Ogni &quot;fatto&quot; della storia \u00e8 un capitolo indipendente che richiede una considerazione autonoma e imparziale; ma \u00e8 anche espressione di un <em>continuum<\/em>, di un complesso di circostanze che lo studioso non pu\u00f2 ignorare, e nel cui contesto deve anzi collocare il singolo fatto. Qualora l&#8217;attenzione dello storico sia esclusivamente rivolta all&#8217;aspetto soggettivo, contingente, irripetibile del singolo evento, la storiografia scade nella psicologia o nella &quot;tipologia formale&quot;; qualora essa si lasci dominare da un interesse generalizante e universalistico implicito nell&#8217;individualit\u00e0 degli eventi, la storia si tramuta in sociologia e in filosofia. Lo studioso, quindi, deve saper bilanciare la duplice natura della storiografia, sospesa fra la necessit\u00e0 di analisi autonoma dei singoli fatti, e quella della loro connessione reciproca.<\/p>\n<p>Queste osservazioni ci riportano al problema, gi\u00e0 sfiorato, della concezione filosofica che lo storico non pu\u00f2 non avere nei confronti di concetti basilari quali &quot;uomo&quot;, &quot;societ\u00e0&quot;, &quot;divenire&quot;. Guardare la storia con gli occhi del filosofo offre il vantaggio di una visuale pi\u00f9 ampia ed organica; ma presenta, naturalmente, anche il pericolo di una &quot;forzatura&quot; imposta alla materia stessa.<\/p>\n<p>L&#8217;opera concreta di quei filosofi che si sono applicati anche alla storiografia offre, in tal senso, alcuni esempi istruttivi. David Hume (autore di una monumentale e celebrata <em>Storia d&#8217;Inghilterra dall&#8217;invasione di Giulio Cesare all&#8217;ascesa di Enrico VII,<\/em> pubblicata fra il 1754 e il 1762) , per esempio,<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) credeva in qualcosa chiamato &#8216;uomo&#8217;, che reagisce nella stessa maniera alle stesse condizioni, e di conseguenza sosteneva che uno studio del passato avrebbe potuto rivelare dei princ\u00ecpi d&#8217;azione validi in tutte le et\u00e0.&quot;<\/em> ( G. Sampson, <em>The Concise Cambridge History of English Literature<\/em>, Cambridge, 1949, p. 543; la traduzione \u00e8 nostra).<\/p>\n<p>Questo punto di vista \u00e8 forse un po&#8217; troppo riduttivo rispetto al concetto di evoluzione psichica e sembra peccare di eccessivo schematismo: non \u00e8 affatto certo che i membri di diverse civilt\u00e0 reagiscano in modo eguale a stimoli simili; anzi non \u00e8 certo nemmeno che cos\u00ec facciano i membri di un medesimo gruppo umano. Ma, quel che pi\u00f9 conta da un punto di vista storico, \u00e8 che &quot;le stesse condizioni&quot; non si ripresentano mai una seconda volta. In ogni analogia esteriore fra due fatti storici c&#8217;\u00e8 sempre una profonda differenza dovuta alla diversit\u00e0 di tempo e di luogo. Pertanto il comportamento umano, non che obbedire docilmente a una meccanica costante di reazioni, varia continuamente <em>perch\u00e9 vario \u00e8 sempre il contesto.<\/em> Non ci si pu\u00f2 mai bagnare due volte nella medesima acqua, diceva Eraclito. Questo \u00e8 comunque un esempio di come gli occhi del filosofo possano, talvolta, falsare la vista allo storico. Ma sono inconvenienti pi\u00f9 facilmente rilevabili a livello teorico; nella concretezza della ricostruzione storiografica tendono a sfumare e a scomparire, senza aver quasi potuto manifestare le proprie potenziali contraddizioni.<\/p>\n<p>La questione dell&#8217;evoluzione psichica dell&#8217;essere umano ci ha riportati al problema relativo alla possibilit\u00e0 di comprendere, da parte della storiografia, et\u00e0, fatti e individui lontani nel tempo. La sociologia e la psicologia partono dal presupposto che le costanti comportamentali osservate in un certo numero di casi possano applicarsi universalmente entro i confini spazio-temporali della nostra civilt\u00e0; ma non osano avventurarsi fuori di essi. Quali probabilit\u00e0 possiede, quindi, lo storico di afferrare il &quot;senso&quot; di azioni umane, esplicatesi in un contesto spazio-temporale completamente diverso da quello odierno? Il significato delle azioni di Cesare o di Traiano non \u00e8 destinato inevitabilmente a eludere ogni tentativo di comprensione dello storico dell&#8217;et\u00e0 nucleare? Per esempio, \u00e8 noto che in un <em>dies nefas<\/em> mai e poi mai un condottiero romano si sarebbe risolto ad attaccare battaglia: dunque l&#8217;aruspicina aveva, in guerra, un peso altrettanto decisivo della tattica e della strategia militare Cos\u00ec pure, la scoperta del nome segreto delle divinit\u00e0 protettrici di un determinato luogo portava inevitabilmente, nell&#8217;orizzonte &quot;magico&quot; dei popoli antichi, alla caduta di quel paese o di quella citt\u00e0 nelle mani del nemico, anche se le difese <em>materiali<\/em> apparivano tuttora ben salde (tra parentesi, \u00e8 questa, forse, la chiave di lettura per comprendere episodi come quello della caduta di Gerico al suono delle trombe del popolo ebreo). Ma, senza andare cos\u00ec lontano nel tempo, possiamo ricordare quale significato profondo avessero i riti della fertilit\u00e0 (i fuochi di San Giovanni, per esempio, per garantire prosperit\u00e0 al raccolto) nel mondo contadino &#8211; e questo fino a pochi decenni or sono. Davvero l&#8217;<em>homo tecnologicus<\/em>, che ha reciso l&#8217;intimo legame con la terra e con il mondo della trascendenza, potrebbe comprendere il senso di quei riti, di quelle usanze, di quel sistema di credenze e di valori?<\/p>\n<p>\u00c8 venuto il momento di ampliare la risposta che abbiam dato, a suo tempo, a tali interrogativi.<\/p>\n<p>Il filosofo e lo psicologo, probabilmente, concorderanno sul fatto che le passioni elementari dell&#8217;essere umano &#8211; amore e odio, piacere e paura, interesse e indifferenza &#8211; sono una base emotiva costante dell&#8217;animo, e sotto questo rispetto non sarebbero riscontrabili sostanziali differenze fra il commerciante fenicio dell&#8217;ultimo millennio precristiano, e il chimico o il tecnico informatico dei nostri giorni. Ma tutti i concetti &quot;storici&quot;, tanto politici e sociali come economici e religiosi, morali ed estetici, hanno sub\u00ecto delle modificazioni pi\u00f9 o meno profonde, talvolta nell&#8217;arco di pochissime generazioni. Per fare solo qualche esempio, i concetti di &quot;legalit\u00e0&quot;, &quot;giustizia&quot;, &quot;libert\u00e0&quot;, (per non parlare di quelli di &quot;divinit\u00e0&quot;, &quot;verit\u00e0&quot;, &quot;bellezza&quot;) sono passati attraverso tali e tanti cambiamenti, che i loro attuali significati sono ben lontani da quelli comunemente accettati nell&#8217;Egitto faraonico delle prime dinastie, nella Grecia di Pericle o nell&#8217;Impero di Carlo Magno. Le difficolt\u00e0 aumentano se si considerano le variazioni, talvolta notevoli, cui sono sempre stati soggetti tali valori nell&#8217;ambito delle diverse classi sociali di una medesima societ\u00e0, nonch\u00e9 nei diversi ambienti fisico-geografici anche all&#8217;interno di uno stesso organismo politico e culturale (i valori dominanti in citt\u00e0 non sono gli stessi generalmente accettati in campagna; quelli di pianura non coincidono con quelli della montagna; e cos\u00ec via). \u00c8 dunque lecito, per lo storico contemporaneo, parlare di &quot;ambizione di Cesare&quot;, &quot;avidit\u00e0 di Crasso&quot;, &quot;ingiustizia&quot; della terza guerra punica? Questi concetti non presuppongono forse un complesso di valori che, per la distanza temporale e le modificazioni sopravvenute, non siamo pi\u00f9 in grado di afferrare nel significato che avevano nei rispettivi contesti originari?<\/p>\n<p>Ma non basta. Il concetto stesso di &quot;individualit\u00e0&quot; \u00e8, filosoficamente parlando, un&#8217;astrazione. Non <em>un<\/em> Cesare, <em>un<\/em> Crasso, ecc. dovremmo considerare, ma tanti quanti sono stati gli atti della loro vita e le sensazioni del loro animo. \u00c8 questa una verit\u00e0 essenziale della quale ciascuno, vivendo fra i propri simili (nonch\u00e9 osservando s\u00e9 stesso) potr\u00e0 fare esperienza infinite volte al giorno. Dovrebbe conseguirne che parlae di &quot;ambizione di Cesare&quot; \u00e8 una proposizione inintelligibile, in quanto composta di un sostantivo, &quot;ambizione&quot;, che nella Roma del I secolo a. C. indicava un concetto oggi incomprensibile; e un nome proprio, &quot;Cesare&quot;, che indfica una unit\u00e0 coscienziale puramente esteriore e fittizia, ma in effetti costituita da una pluralit\u00e0 infinita di differenti e mutevoli determinazioni. (Per inciso, esistono intere filosofie, come quella del buddhismo Theravada, secondo le quali l&#8217;essere umano non possiede un io, ma un gruppo di operazioni mentali sempre cangianti).<\/p>\n<p>Tutte queste difficolt\u00e0 dovrebbero imporre una maggiore prudenza ai sostenitori della &quot;scienza storica&quot;. Cos\u00ec pure sembra inevitabile che lo storico, quando si trovi nell&#8217;impossibilit\u00e0 di penetrare oggettivamente le situazioni del passato, debba supplire alle proprie manchevolezze con uno sforzo di carattere <em>intuitivo<\/em> che gli permetta, in virt\u00f9 di una &quot;compartecipazione emotiva&quot;, di riallacciare il colloquio interrotto con i lontani oggetti della propria ricerca. La storiografia positivista ha sempre combattuto questo tipo di accostamento alla storia, considerandolo eretico e irrazionale.<\/p>\n<p><em>&quot;Positivismo e neopositivismo hanno lungamente e duramente (&#8230;) contro tutte quelle posizioni che hanno affermato la eterogeneit\u00e0 della comprensione storica rispetto alla spiegazione scientifica e del metodo storico rispetto al metodo scientifico. E la polemica non si \u00e8 tanto indirizzata contro l&#8217;affermazione del carattere individuale e irripetibile degli &#8216;oggetti&#8217; della comprensione storica, quanto contro l&#8217;affermazione che i processi storici siano &#8216;conoscibili&#8217; mediante un atto di intuizione (o immedesimazione, o comprensione intrinseca, o comunicazione, o ricreazione di esperienze altrui, o possibilit\u00e0 di &#8216;rivivere&#8217; gli eventi).&quot;<\/em> (Paolo Rossi, <em>Storia e filosofia<\/em>, Torino, 1975, p. 174).<\/p>\n<p>Il positivismo, per\u00f2, non ha saputo offrire nulla di meglio, nel campo della ricostruzione storica, della &#8216;intuizione&#8217; tanto criticata, e bench\u00e8 volentieri possiamo convenire che essa non offre alcuna garanzia di obiettivit\u00e0, tuttavia \u00e8 giocoforza percorrere anche quella strada, oppure rinunziare del tutto al tentativo di ricostruzione del passato. Ci\u00f2 \u00e8 particolarmente giusto per chi ha piena coscienza del valore dei fatti spirituali nella storia, che sono per loro natura irraggiungibili da parte di una ricostruzione <em>a posteriori<\/em> puramente &quot;scientifica&quot;. Da un punto di vista filosofico non esistono, a rigor di termini, &quot;cause materiali&quot; nella storia, ma sempre e soltanto &quot;cause spirituali&quot;. Una simile affermazione far\u00e0 sobbalzare gli storici d&#8217;ispirazione materialista ed economicista, quindi i marxisti in primo luogo. Eppure non vi \u00e8 causa materiale che non sia riconducibile, in ultima analisi, a un movente spirituale. Ci\u00f2 \u00e8 valido non solo per i singoli individui, ma per le intere societ\u00e0.<\/p>\n<p>Vogliamo esemplificarlo e preghiamo il lettore di accettare il termine &quot;causa&quot;, da pi\u00f9 parti e non senza ragioni criticato, in assenza di una definizione migliore del concetto che essa sottende: &quot;l&#8217;antecedente invariabile di un dato fenomeno&quot; (vocabolario Zingarelli), con buona pace di Hume che, appunto, denominava ci\u00f2 che noi chiamiamo &quot;causa&quot; un semplice fatto di successione cronologica e di abitudine psicologica da parte dell&#8217;osservatore.<\/p>\n<p>Gli storici sogliono dire che la corsa agli armamenti, la concorrenza industriale e finanziaria, lo sfrenato militarismo e le aspirazioni delle nazionalit\u00e0 &quot;oppresse&quot; (o presunte tali) furono tra le <em>cause<\/em> della prima guerra mondiale. Ora, se consideriamo isolatamente, uno ad uno, questi diversi fattori, vedremo che alcuni di essi &#8211; militarismo e irredentismo &#8211; appaiono subito di carattere &quot;spirituale&quot;, gli altri &#8211; corsa agli armamenti, concorrenza industriale e finanziaria &#8211; solo esteriormente sono di natura &quot;materiale&quot;. Ogni sfrenata ambizione economica rivela in effetti una indubbia origine psicologica &#8211; la stessa accumulazione del capitale \u00e8 un comportamento che nasce da meccanismi &quot;spirituali&quot; (irrazionali, fra parentesi, in ultima istanza) &#8211; e, quanto alla politica degli armamenti, essa affonda le proprie radici motivazionali in una disposizione psicologica che \u00e8 un intreccio di paura e aggressivit\u00e0 &#8211; l&#8217;aggressivit\u00e0 che nasce dalla paura. I seguaci delle filosofie della storia materialiste obietteranno che, se anche ogni &quot;causa&quot; materiale \u00e8 riconducibile, in ultima analisi, a un movente spirituale, ai fini della comprensionee della ricostruzione storica \u00e8 solo il primo aspetto quello che conta: non <em>perch\u00e9<\/em> i capitalisti vogliano accumulare danaro, ma <em>come<\/em> lo fanno.<\/p>\n<p>Risponderemo ponendo una distinzione tra fatti sociali e fatti individuali. Nel primo caso l&#8217;obiezione \u00e8 pertinente: che i membri della famiglia Krupp fossero divorati dal d\u00e8mone dell&#8217;ambizione e dell&#8217;istinto di potenza, \u00e8 un fatto che pu\u00f2 interessare molto di pi\u00f9 lo psicologo che lo storico. Ci\u00f2 che interessaa quest&#8217;uiltimo \u00e8 rilevare le conseguenze pratiche che quell&#8217;ambizione e quell&#8217;istinto di potenza hanno avuto nel corpo della societ\u00e0 tedesca ed europea. Questo perch\u00e9, generalmente, si ammette che i membri della famiglia Krupp non sono stati, <em>individualmente,<\/em> autori di storia: lo sono sati solo in forma <em>anonima<\/em>, in quanto la famiglia Krupp, <em>collettivamente<\/em>, ha svolto una politica economica che \u00e8 stata rilevante nei confronti della societ\u00e0 e del governo della Germania &#8211; e, indirettamente, dell&#8217;Europae del mondo. Tuttavia i membri di quella famiglia, da un punto di vista storico e non psicologico, hanno agito in certo qual senso come un sol blocco indifferenziato, con metodi e finalit\u00e0 costanti ed uniformi: e se anche l&#8217;influenza che hanno esercitato sul loro paese e sul loro tempo \u00e8 stata grandissima, tuttavia i loro scopi e la loro ideologia rientravano in una logica molto pi\u00f9 vasta delle loro personalit\u00e0 individuali: la logica dell&#8217;industria pesante nella seconda rivoluzione industriale e nel contesto della societ\u00e0 a regime capitalista d&#8217;Europa e d&#8217;America. Non la storiografia, ma la psicologia e la sociologia sono interessate ai loro moventi spirituali. Per il resto, le loro azioni e le loro scelte rispondevano a una logica predeterminata, in quanto essi erano espressione di un interesse unilaterale (n\u00e9 avrebbe potuto essere diversamente, pena l&#8217;autolesionismo volontario). In questo senso, ben poche differenze comportamentali a livello qualitativo sarebbero riscontrabili fra i Krupp e qualsiasi altro gruppo dirigente di industria bellica.<\/p>\n<p>Diverso \u00e8 il caso di quelle individualit\u00e0 storiche, che per essere espressione d&#8217;interessi molteplici non sono soggette ad alcuna logica &quot;predeterminata&quot;: tale il casoi di sovrani, pontefici, uomini politici, pensatori, scienziati. Ad ogni istante della loro carriera, le scelte di Friedrich, Alfred, Bertha, Gustav e infine di suo figlio Alfred Krupp erano &quot;predeterminate&quot;, nel senso che ammettevano, sostanzialmente, <em>una sola<\/em> risposta nell&#8217;ambito della loro logica: qualsiasi altra saebbe equivalsa a un auto-danneggiamento. Le scelte di Giulio Cesare, Giustiniano, Carlo Magno, Leone X non erano, invece, rigidamente predeterminate: condizionate s\u00ec, ma a ciascuno di loro restavano libere, almeno teoricamente, diverse strade da seguire. \u00c8 per questo che le azioni di tali personaggi rivestono una cos\u00ec grande importanza agli occhi dello storico (oltre al fatto, naturalmente, che influirono sull&#8217;esistenza di milioni di uomini). Ed \u00e8 per questo che un&#8217;analisi del carattere, delle aspirazioni, delle passioni e dei pensieri di questi personaggi non esula affatto dal campo della stopriografia; mentre esulerebbe, in verit\u00e0, l&#8217;analisi del carattere di Bertha o di Alfred Krupp.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li>[IL VALORE DELL&#8217;INTUIZIONE. RAZIONALITA&#8217;, CAUSA E CASO NELLA STORIA.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Ci vediamo dunque ricondotti alla questione dell&#8217;importanza dei fattori spirituali nella storia, e a quella del valore dell&#8217;intuizione nella ricostruzione storiografica.<\/p>\n<p>Per afferrare il senso delle scelte e delle decisioni prese da un qualsiasi personaggio storico, esistono due strade: valutare le sue azioni e da quelle risalire ai moventi; oppure tentar di individuare i moventi e, in base ad essi, &quot;spiegare&quot; le azioni con cui hanno cercato di tradurli in pratica. Per seguire la prima strada \u00e8 necessaria, e sufficiente, una solida documentazione: ma, anche avendola, non saremo ancora riusciti a penetrare l&#8217;intimo significato di quelle determinate azioni. Dobbiamo risalire ai moventi, cercar di comprendere perch\u00e9 essi fecero quelle scelte, e non altre. Se siamo fortunati, potremo disporre delle osservazioni dei contemporanei o addirittura dei protagonisti, come nel caso di Giulio Cesare, di Marco Aurelio, di Giuliano, di Carlo V d&#8217;Asburgo. Ma sarebbe una grave ingenuit\u00e0 accettare indiscriminatamente le versioni dei contemporanei; e una ancor maggiore accettare quelle dei diretti interessati. I primi avevano il vantaggio dell&#8217;osservazione, per cos\u00ec dire, diretta dei personaggi in questione; ma proprio il fatto di essere materialmente calati nella situazione storica che cercavano di giudicare, ci fa capire come non fossero certo nelle migliori condizioni per comprenderlo e valutarlo spassionatamente. I secondf, poi, si trovavano in condizioni ancor peggiori, dato che l&#8217;oggetto delle loro osservazioni erano s\u00e9 stessi: o volevano ingannare deliberatamente gli altri (come Cesare che, nel <em>De Bello Gallico<\/em>, vuol farci credere che la migrazione degli Elvezi verso il paese dei S\u00e0ntoni costituiva un pericolo per la provincia romana) o ingannavano, senza volerlo, s\u00e9 medesimi (come Marco Aurelio Antonino che, nei <em>Colloqui con s\u00e9 stesso<\/em>, ringrazia gli d\u00e8i per avergli dato una sposa esemplare e fedele come Faustina, quando tutta Roma sapeva che ella lo tradiva sfacciatamente e continuamente).<\/p>\n<p>Che altro rimane, dunque, se non il tentativo di un sato intuitivo, che lo storico compie verso gli ogetti remoti della sua ricerca? Le difficolt\u00e0 sono gravissime, \u00e8 inutile cercare di nascinderlo: abbiamo gi\u00e0 visto quali e quanti ostacoli si frappongono fra il nostro sentire di occidentali del XXI secolo e quello degli uomini di altre epoche o di altre civilt\u00e0. Non si tratta, comunque, di affrontare la storia a cuor leggero, convinti di poterla re-inventare a piacimento pi\u00f9 che di ricostruirla, ma di guardare realisticamente alle difficolt\u00e0 ineliminabili insite in qualunque tentativo storiografico, e di utilizzare, vengano a mancare criteri pi\u00f9 diretti e oggettivi, <em>anche<\/em> quei mezzi di &quot;compartecipazione emotiva&quot; che tanto temono e aborriscono gli storici di formazione positivista.<\/p>\n<p>Difficolt\u00e0 non evitabili, abbiamo detto: perch\u00e9 abbiamo gi\u00e0 evidenziato come sia vano pretendere di calare concetti e valori del nostro tempo e della nostra civilt\u00e0 in un diverso &#8211; e lontano &#8211; contesto storico. La conoscenza storica \u00e8 paragonabile a un&#8217;isola circondata da scogliere infide: per raggiungerla \u00e8 necesaario non soltanto attraversare mari vasti e poco conosciuti, ma anche avventurarsi fra gli scogli, con il pericolo sempre incombente di fare naufragio. Questo, almeno, per chi voglia cercar di penetrare l&#8217;<em>essenza<\/em> della storia. Quanto a coloro che si accontentano di contemplarne le <em>forme<\/em> (Huizinga), continuando nel paragone potremmo raffigurarceli come quei navigatori che, sopraffatti dal timore di naufragare proprio in vista della terraferma, preferiscono limitarsi a contemplare l&#8217;isola in distanza, senza avvicinarsi. Cos\u00ec facendo, essi sono sicuri che la loro nave non andr\u00e0 ad urtare contro le rocce aguzze, riportando danni forse irreparabili; ma l&#8217;idea che potranno farsi dell&#8217;isola sar\u00e0 necessariamente vaga e difettosa. A causa della distanza, essi potrebbero anche prendere qualche grosso abbaglio (cosa che in effetti \u00e8 accaduta, e non di rado, nella storia delle esplorazioni marittime: al punto che alcuni navigatori hanno scambiato isole squallide e disabitate per autentici paradisi terrestri; o &#8211; caso limite &#8211; hanno confuso degli <em>icebergs<\/em> vaganti nella nebbia per delle terre emerse).<\/p>\n<p>Noi pensiamo, invece, che lo storico dovrebbe correre piuttosto il pericolo di un naufragio, ma osare e dirigersi verso la riva, per sbarcare nell&#8217;isola e costringerla a rivelare i suoi tesori nascosti. Quanto ai sostenitori della scientificit\u00e0 della storiografia, essi ignorano il pericolo del tutto e, cos\u00ec facendo, si avventurano alla cieca con pazza temerit\u00e0: certo hanno molte meno probabilit\u00e0 di passare indenni attraverso gli scogli. Fur di metafora, la posizione dello storico &#8211; e non solo dello storico &#8211; che sa di disporre di strumenti difettosi, e tuttavia non rinuncia al proprio lavoro, \u00e8 incomprarabilmente preferibile a quella ispirata da una ingiustificata sicurezza tanto nei propri mezzi, quanto nella bont\u00e0 del risultato.<\/p>\n<p>Tuttavia, la necessit\u00e0 di una &quot;partecipazione emotiva&quot; per completare i tasselli mancanti del mosaico della ricostruzione storica viene evidentemente respinta anche da un&#8217;altra categoria di storici: i sostenitori della necessit\u00e0 di seguire la &quot;logica intrinseca&quot; dei fatti. Secondo costoro, il compito dello storico non consisterebbe che nell&#8217;illuminare i rapporti della &quot;legge intrinseca&quot; dei fatti, che ai loro occhi assume il valore di un criterio e di una garanzia assoluta di verit\u00e0, anzi ddel&#8217;unica verit\u00e0 possibile:<\/p>\n<p><em>&quot;Gli avvenimenti non possono essere considerati come un succedersi di avventure n\u00e9 inseriti uno dopo l&#8217;altro sul filo di una morale precostituita, ma debbono corrispondere alla loro legge intrinseca. Compito dell&#8217;autore \u00e8 appunto scoprire questa legge. (&#8230;) Un&#8217;opera storica risponde pienamente allo scopo solo se gli avvenimenti si succedono, da una pagina all&#8217;altra, secondo la loro naturale necessit\u00e0.&quot;<\/em> (Lev Trotzkij, <em>Storia della Rivoluzione Russa<\/em>, Milano, 1970, vol. 1, pp. 9-13).<\/p>\n<p>Una tale metodologia appare tanto suadente sul piano teorico, quanto gratuita e pretenziosa su quello pratico. Come infatti si deve intendere codesta &quot;legge intrinseca&quot; dei fatti: come cieco determinismo o come banale &quot;senno del poi&quot;? Delle due, l&#8217;una: o i fatti soggiaciono a un inesorabile destino, o la pomposa enunciazione di codesta &quot;legge&quot; storiografica significa semplicemente che lo storico deve giudicare il fatto D soltanto come prodotto necessario dei fatti A, B, C, che lo hanno temporalmente preceduto.<\/p>\n<p>Ora, che il fatto D si sia prodotto in seguito ai fatti A, B, C \u00e8 abbastanza chiaro: chiunque lo pu\u00f2 verificare; resta da vedere se ne \u00e8 stato anche <em>determinato,<\/em> anzi se ne \u00e8 stato <em>necessariamente<\/em> determinato. Altro, infatti, \u00e8 accettare la storia come un teorema a soluzione unica, altro considerare <em>perch\u00e9<\/em> ai fatti A, B, C ha fatto seguito il fatto D; e come; e attraverso quali processi &#8211; ora &quot;necessari&quot;, ora casuali, si giunse proprio a <em>quella<\/em> conclusione, e non a un&#8217;altra. Il concetto della &quot;logica intrinseca&quot; \u00e8, nella pratica storiografica, un non-senso. Che i fatti si siano prodotti in quella determinata maniera, a tutti \u00e8 dato constatarlo. Ma la ricerca della loro &quot;logica intrinseca&quot; richiede sempre un&#8217;analisi delle cause, ed essa non \u00e8 mai oggettiva: \u00e8 lo storico e solo lo storico a decidere quali forze &#8211; pi\u00f9 o meno palesi, pi\u00f9 o meno sotterranee &#8211; hanno spinto alla luce quel dato fenomeno, forse da tempo latente. Perci\u00f2, affermare che lo storico deve limitarsi a seguire la logica intrinseca dei fatti non vuol dire altro se non che deve essere obiettivo; in qual modo, non viene per\u00f2 spiegato.<\/p>\n<p>Si vede bene come ci\u00f2 esprima una semplice dichiarazione d&#8217;intenti , peraltro assai generica e velleitaria; ma non certo una metodologia. Il concetto di una &quot;logica intrinseca dei fatti&quot;, poi, indeterminato sul piano pratico della ricerca storiografica, appare ambiguo e bifronte su quello teorico. Esso da un lato sembra, per l&#8217;appunto, ridurre la storiografia a &quot;un succedersi di avventure&quot;, la cui spiegazione, senza oscurit\u00e0 n\u00e9 problematica, si snoda meccanicamente come una forza d&#8217;inerzia, svuotata della sua interna dialettica &#8211; o piuttosto, come nel casi di Trotzkij, messa sul letto di Procuste della dialettica marxista, non &quot;falsificabile&quot; secondo la nota formula di Karl Popper, e quindi, nella sua vera essenza, tutt&#8217;altro che dialettica &#8211; almeno se la dialettica indica un movimento <em>reale<\/em> dello spirito e non una formuletta verbale del tipo tesi-antitesi-sintesi (e forse la radice di questo intimo stravolgimento della dialettica risiede in Hegel prima ancora che in Marx, che l&#8217;ha semplicemente copiata da Hegel). Dall&#8217;altro lato, il concetto della &quot;logica intrinseca&quot; dei fatti presuppone l&#8217;asoluta razionalt\u00e0 della storia e l&#8217;esclusione da essa del concetto stesso di &quot;caso&quot; (<em>&quot;Tutto ci\u00f2 che \u00e8 razionale \u00e8 reale, tutto ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale&quot;<\/em> dicono gli idealisti malati di storicismo, come Hegel e Croce; e lo ripetono con loro, invero curiosamente, quelli che dovrebbero essere i loro acerrimi avversari, ovvero i materialisti storici).<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 negare, nelle vicende di intere societ\u00e0, una componente osservabile ogni giorno e ogni ora nella vita individuale? Sono note le tesi con cui, generalmente, si crede di dare una risposta all&#8217;idea di casualit\u00e0. Si sostiene che ci\u00f2 che comunemente viene definito &quot;caso&quot; altro non \u00e8, in effetti, che la manifestazione di una tale preponderanza di elementi in un senso, da rendere inevitabile lo spostamento della bilancia da quel lato. Secondo questo sottile ragionamento, niente \u00e8 nel caso, ma tutto rientra nel corso <em>naturale<\/em> degli eventi; ci\u00f2 che si suol definire &quot;caso&quot; indica soltanto una sorpresa da parte dell&#8217;osservatore esterno, sorpresa ingiustificata in quanto originata da un difetto dell&#8217;osservazione.<\/p>\n<p>Sfortunatamente, lo storico impegnato nel proprio lavoro non ha a che fare con sillogismi e sofistiche elucubrazioni, ove restando nel regno delle parole \u00e8 dato spiegare tutto senza comprendere mai nulla, ma con l&#8217;azione e reazione incessante di uomini, passioni, forze sociali ed economiche: un mondo estremamente concreto, ove occorrono delle spiegazioni concrete.<\/p>\n<p>Prendiamo, a titolo di esempio, la morte dell&#8217;imperatore Giuliano, che pose fine ad un tempo alla grande partita di Roma con la Persia sassanide, e alla riscossa del paganesimo sul piano religioso interno dell&#8217;Impero Romano. Quel fatto non pu\u00f2, a rigore, definirsi interamente dovuto al caso, perch\u00e9 quando un sovrano prende parte personalmente ad una importante azione bellica, la sua morte in battaglia rientra certamente nel numero delle possibilit\u00e0 effettive. Tuttavia esistono varie cirocstanze che permettono di considerarla abbastanza casuale. Se, nella giornata del 26 giugno 363, il caldo sulla pianura mesopotamica non fosse stato eccezionale, l&#8217;imperatore non si sarebbe tolta la corazza e il giavellotto nemico non l&#8217;avrebbe mortalmente colpito. Se fosse stato meno impetuoso, non avrebbe esposto la propria persona a dei rischi eccessivi, soccorrendo personalmente la retroguardia del suo esercito assalita dai Persiani; n\u00e9 avrebbe cercato di estrarre con le proprie mani l&#8217;arma infittasi nel suo fianco, provocando un&#8217;emorragia che gli fu fatale.<\/p>\n<p>Ora, siamo perfettamente d&#8217;accordo nel riconoscere che, se la sua morte fu sufficiente a determinare il tracollo finale del paganesimo, nonch\u00e9 la fine dell&#8217;antico sogno romano di conquistare la Persia, ci\u00f2 significa soltanto che l&#8217;energia eccezionale, ma isolata, di un uomo solo era nell&#8217;impossibilit\u00e0 di mutare il corso degli eventi. Volendo limitare la nostra attenzione al solo problema religioso, possiamo tranquillamente affermare che la forza vitale del paganesimo era da tempo in via di esuarimento e che l&#8217;avvento al trono di Giuliano fu per esso una riscossa temporanea ed effimera, condizionata in partenza dalla vicenda personale di quel sovrano. La sua morte permise la continuazione di un processo naturale che il suo breve regno aveva perturbato, senza alcuna possibilit\u00e0 di poterne mutare il corso in maniera durevole. Tuttavia c&#8217;\u00e8 un insegnamento profondo, che lo storico non dovrebbe trascurare, dal momento che la sua disciplina \u00e8 fatta assai spesso di simili accidenti. Giuliano mor\u00ec in battaglia il 26 giugno 363 perch\u00e9 un insieme di circostanze aveva concorso a produrre quel risultato; e il paganesimo riprese la sua mesta parabola discendente perch\u00e9 le sue possibilit\u00e0 di resistenza al cristianesimo erano legate all&#8217;esile filo della vita di Giuliano. (Tralasciamo qui, per comodit\u00e0 di ragionamento, l&#8217;ipotesi &#8211; affacciata gi\u00e0 dai contemporanei &#8211; che Giuliano non sia stato colpito accidentalmente da un cavaliere persiano, ma intenzionalmente da un soldato romano di religione cristiana, che vedeva in lui un nemico e un persecutore; questo ci porterebbe troppo lontano, e cio\u00e8 al dubbio che molto di ci\u00f2 che noi crediamo di sapere \u00e8 in realt\u00e0 totalmente falso.) Tutto questo appare molto ragionevole e molto logico: purtroppo, per\u00f2, non spiega nulla.<\/p>\n<p>Lo storico, che opera sul terreno dell&#8217;umano e dell&#8217;accidentale, deve guardarsi dal pericolo di attribuire una razionalit\u00e0 fittizia a ciascun evento del passato. Nella storia vi sono certamente delle componenti razionali, ossia analizzabili razionalmente e logicamente connesse le une con le altre; ma verso che cosa la sospinga il gioco incessante di azioni e reazioni, questo non lo sappiamo. E tuttavia non bisogna dimenticare che questo movimento \u00e8 continuamente interrotto e spezzato da una serie di circostanze fortuite, cio\u00e8 non necessarie.<\/p>\n<p>Di nuovo, per non complicare eccessivamente il nostro ragionamento, sorvoliamo sulla possibilit\u00e0, che talune filosofie invece ammettono, che ogni singolo evento, dal pi\u00f9 grande al pi\u00f9 piccolo, faccia parte di un disegno complessivo intelligente e armonioso, insomma provvidenziale, che noi non possiamo scorgere perch\u00e9 immersi nella contingenza: in una tale prospettiva, &quot;caso&quot; sarebbe ci\u00f2 che noi non riusciamo a cogliere nei suoi legami necessari con tutti gli altri eventi. \u00c8, questa, una visione olistica e trascendente della storia, che pu\u00f2 apparire &quot;strana&quot; a una modernit\u00e0 malata di riduzionismo e di immanentismo: e, infatti, strana non parve affatto, ad esempio, nel Medioevo, e cos\u00ec pure nell&#8217;ambito di molte civilt\u00e0 tradizionali. Ma ci rendiamo conto che una tale prospettiva implicherebbe uno sconvolgimento radicale del modo oggi quasi universalmente accetato, almeno in Occidente, sia di &quot;fare&quot; storia, sia di studiarla e comprenderla. Infatti, e questo \u00e8 solo un esempio di quel che intendiamo dire, se un piano provvidenziale pervade la storia, nulla vieta di pensare che gli esseri umani non nascono a caso, ma scelgono di nascere &#8211; secondo modalit\u00e0 a noi inaccessibili &#8211; da certi genitori piuttosto che da altri; ma questo fa a pugni con la radicata convinzione che i figli non esistono prima dei loro genitori, cos\u00ec come i triangoli non esistono prima dei punti e delle linee. Altre filosofie, orientali specialmente, non si scandalizzerebbero affatto &#8211; invece &#8211; per un tale, apparente paradosso. Ma in questa sede ci acontentiamo di aver fatto solo un cenno fuggevole a tale questione, e torniamo, come si suol dire, coi piedi per terra.<\/p>\n<p>Parlavamo della morte dell&#8217;imperatore Giuliano (soprannominato dalla storiografia cristiana, con evidente intento denigratorio, <em>l&#8217;Apostata<\/em>). Che il paganesimo, nell&#8217;Impero Romano della seconda met\u00e0 del IV secolo, fosse ormai condannato, e che la sua ripresa temporanea fosse vincolata alla <em>conditio sine qua<\/em> della sopravvivenza di Giuliano, questo \u00e8 l&#8217;elemento razionalmente determinabile nel flusso del divenire storico. Che Giuliano dovesse morire il 26 giugno 363, nel corso di un&#8217;azione di retroguardia e nel bel mezzo della campagna persiana, questo \u00e8 l&#8217;elemento &quot;casuale&quot; o &quot;irrazionale&quot; della storia, non prevedibile e non determinabile <em>a priori<\/em>; non soggetto ad alcuna legge di necessit\u00e0 causale.<\/p>\n<p>Non \u00e8 tuttavia compito dello storico fare la storia con i &quot;se&quot;, e ipotizzare il diverso corso degli eventi qualora Giuliano fosse morto prima, o dopo; vincitore della Persia, o aperto persecutore del cristianesimo. Ma \u00e8 un suo preciso dovere prendere atto che non tutto, nella storia, risponde ciecamente al&#8217;idea di una &quot;legge intrinseca&quot;; o meglio, che non esiste una &quot;legge intrinseca&quot; inderogabilmente preordinata. Certo, egli non deve divagare, fantasticando che Alessandro Magno avrebbe potuto <em>non<\/em> morire a soli 33 anni, ma molti anni dopo; oppure prima, magari combattendo sulle rive del Granico (ci\u00f2 che realmente evit\u00f2 per un soffio). Deve per\u00f2 esser sempre consapevole che in un mondo dominato dall&#8217;accidentale e dal fortuito, \u00e8 utopistico porre una razionalit\u00e0 preordinata che ispiri ogni singolo fatto del divenire storico. Se la storia fosse estrinsecazione di una legge razionale preordinata; o se, per meglio dire, ciascun evento avesse una sua propria &quot;logica intrinseca&quot;, tutto in essa sarebbe coerente e lineare, e volendo rappresentare ci\u00f2 graficamente, sarebbe possibile farlo con una linea retta in continua progressione. La linea della storia \u00e8 invece una spezzata, e i punti di &quot;frattura&quot; sono appunto determinati dal fattore casuale, fortuito, irrazionale di essa.<\/p>\n<p>Tra parentesi, osserviamo che la visione lineare della storia (che \u00e8 di origine cristiana; presso gli antichi era invece diffusa quella ciclica, cos\u00ec come presso i popoli dell&#8217;India) implica una concezione <em>evolutiva<\/em> di essa. Presuppone, cio\u00e8, che il corso degli eventi umani proceda per accumulo successivo di esperienze, immaginate come sempre pi\u00f9 &quot;giuste&quot; e razionali; di qui l&#8217;ingenuo sentimento di superiorit\u00e0 dei moderni verso gli antichi, considerati come meno evoluti, ossia come &quot;primitivi&quot;. Ma primitivi rispetto a che cosa? Rispetto a un ideale metastorico di razionalit\u00e0 e perfezione, cui noi &#8211; che procediamo, appunto, sul cumulo di errori e tentativi dei nostri predecessori, gradualmente ci staremmo avvicianando. Lasciamo perdere, in questa sede, quanto vi sia di giustificato e quanto di arbitrario e narcisistico in tale pretesa contrapposizione fra antichi e moderni (dubitiamo, per fare solo un esempio, che i moderni saprebbero costruire qualcosa di altrettanto perfetto e durevole come le Piramidi di Giza); e sorvoliamo parimenti sull&#8217;ovvia conclusione che i moderni <em>attuali<\/em> non sono che goffi primitivi a paragone di coloro che verranno, come a noi, oggi, appaiono i cosiddetti &quot;antichi&quot;. No: quel che ci preme far osservare \u00e8 che qualsiasi concezione evolutiva della storia reca in s\u00e9 stessa le premesse della propria confutazione. Perch\u00e9 delle due, l&#8217;una: o l&#8217;evoluzione avr\u00e0 un termine, e allora assisteremo alla <em>fine della storia<\/em>; oppure non l&#8217;avr\u00e0, e allora finir\u00e0 per assomigliare in maniera imbarazzante a una <em>marcia sul posto<\/em>; o, se si preferisce, a un procedere contro senso su di un tappeto scorrevole.<\/p>\n<p>Della prima posizione esiste una versione religiosa, il giudizio finale cui faraanno seguito (per i giusti) una terra nuova e un cielo nuovo; e una versione laica, quella profetizzata &#8211; ad esempio &#8211; da Francis Fukujama che individua nel trionfo definitivo del capitalismo, appunto, la &quot;fine della storia&quot; (cio\u00e8 la soppressione radicale dell&#8217;elemento dialettico, nel XIX e XX secolo rappresentato dal modello economico-sociale comunista).<\/p>\n<p>Tuttavia, se ogni concezione evolutiva \u00e8 necessariamente anche una concezione dialettica (i &quot;tentativi&quot; inesperti degli antichi, cui &quot;rispondono&quot; quelli appropriati dei moderni: <em>challenge and response<\/em>, diceva Toynbee), non possiamo fare a meno di chiederci come mai, a un dato momento, la dialettica scomparir\u00e0 e rimarr\u00e0 solo una versione della storia: &quot;il migliore dei mondi possibili&quot;, finalmente libero da tensioni e contrasti. \u00c8 qui che Hegel e Marx vengono sorpresi in patente contraddizione con le loro premesse: non si pu\u00f2 sostenere che la dialettica \u00e8 l&#8217;anima della storia, e poi lasciar intendere che la &quot;sintesi&quot; finale esaurir\u00e0 definitivamente la dialettica stessa. A meno che non si ipotizzi una ripresa continua della triade tesi-antitesi-sintesi, incessante, eterna: che per\u00f2 toglierebbe senso e direzione allo stesso movimento &#8211; come or ora abbiam detto &#8211; e, in pi\u00f9, sposterebbe <em>ad infinitum<\/em> il problema del suo superamento. Da un punto di vista filosofico, spostare indefinitamente il significato ultimo di un qualunque movimento dello spirito \u00e8 sempre un segno di debolezza concettuale, somiglia a quel negoziante che espone sulla vetrina del proprio negozio il famoso cartello &quot;Oggi non si fa credito, domani s\u00ec&quot;, e lo mostra tutti i giorni ai clienti che si presentano speranzosi di acquistare le sue merci, appunto, a credito. Una eterna promessa, una eterna impotenza.<\/p>\n<p>L&#8217;esame del concetto di casualit\u00e0 \u00e8 necessaria introduzione a quello, molto pi\u00f9 complesso e mal definibile, di causalit\u00e0. Qualsiasi discorso sulla causalit\u00e0 presuppone delle convinzioni in merito al difficile problema del determinismo, e la nostra personale opinione \u00e8 che l&#8217;&quot;intuizione&quot; emotiva di cui abbiamo gi\u00e0 parlato, valga in questo campo a decidere una presa di posizione pi\u00f9 di qualsiasi argomento strettamente razionale. Si \u00e8 o non si \u00e8 deterministi per ragioni emotive, che la riflessione filosofica pu\u00f2 corroborae e approfondire; ma difficilmente essa pu\u00f2 prevalere su un sentimento cos\u00ec istintivo e prepotente. La fiducia o la sfiducia nella libert\u00e0 dell&#8217;uomo \u00e8 una passione naturale che nasce dal profondo del sentimento e non dal freddo ragionamento, tanto pi\u00f9 che nessun ragionamento si svolge in piena autonomia dalla sfera emotiva; ma sempre le nostre tendenze profonde lo conducono, in definitiva, l\u00e0 dove il nostro intimo inconsciamente <em>sente.<\/em><\/p>\n<p>Perci\u00f2 non riteniamo opportuno affrontare con zelo accademico una questione che cos\u00ec poco ci sembra aver a che fare con i diritti della riflessione pura. Deterministi e antideterministi possono portare entrambi una quantit\u00e0 di esemplificazioni concrete e di ragionamenti in sostegno delle proprie teorie, e dubitiamo che i risultati di un loro confronto sistematico potrebbero ripagarci della pazienza e del lungo tempo richiesti da un simile lavoro. Ma anche se lo storico, in questo caso particolare, pu\u00f2 ritenersi dispensato da una giustificazione filosofica delle proprie convinzioni, egli nondimeno deve possedere gli strumenti e la mentalit\u00e0 per affrontare sul terreno concreto dalla ricerca il problema della causalit\u00e0<\/p>\n<p>Il concetto di concatenazione causale nella storia \u00e8, per sua natura, ambiguo e suscettibile di dar luogo a gravi fraintendimenti. Alcuni storici pongono con enfasi l&#8217;accento sulla concezione di un processo degli eventi umani scandito dal rapporto di &quot;causa&quot; ed &quot;effetto&quot;. Tuttavia, il nudo e semplice concetto di &quot;causa ed effetto&quot; presuppone la sua applicazione ad una materia sostanzialmente statica e inerte, priva di vita propria, e quindi si pu\u00f2 applicare schematicamente alla storiografica solo da parte di quanti sostengono la sua &quot;scientificit\u00e0&quot;. Se la storia fosse soltanto azione e reazione di forze ben definite e chiaramente riconoscibili, svolgentesi meccanicamente, ben poco la distinguerebbe dalla fisica o dalla chimica. Chi, invece, ritiene che la storiografia si occupi del particolare e del molteplice, in cui \u00e8 bens\u00ec possibile distinguere, per grandi linee, dei movimenti, ma non gi\u00e0 delle &quot;leggi&quot;; e ove \u00e8 sempre presente e operante il fattore &quot;caso&quot;, si ribeller\u00e0 alla pedissequa applicazione del concetto &quot;causale&quot;.<\/p>\n<p>Intendiamoci: l&#8217;interesse per la connessione causale degli eventi \u00e8 un aspetto fondamentale della ricerca storica, anzi l&#8217;aspetto fondamentale, poich\u00e9 da esso prendono vita e movimento le forze astratte di una ricostruzione altrimenti meramente statica; e, attraverso il gioco della dialettica interna a ciascun evento, si pu\u00f2 gettare un raggio di luce sulle sue singole e concrete manifestazioni. Ma occorrono molto equilibrio e circospezione per non lasciarsi trascinare troppo oltre dalla forza d&#8217;interzia di un aspetto cos\u00ec importante della ricostruzione storica.<\/p>\n<p>Da un punto di vista alquanto teorico, non c&#8217;\u00e8 fatto che non sia rigidamente determinato; e, se la sua manifestazione pu\u00f2 dare l&#8217;impressione, <em>a posteriori<\/em>, che altre soluzioni sarebbero state ugualmente possibili, ci\u00f2 \u00e8 dovuto in realt\u00e0 a un errore di prospettiva. La realt\u00e0 \u00e8 che in favore di <em>quella<\/em> soluzione, che si \u00e8 poi concretamente realizzata, stava un peso preponderante di circostanze, tale da renderla inevitabile. Ma un tale punto di vista, come abbiamo gi\u00e0 accennato, rischia di &quot;meccanizzare&quot; eccessivamente la storiografia, escludendo da un lato il ruolo della casualit\u00e0, e restringendo, dall&#8217;altro, il campo della prospettiva della ricostruzione storica. Nel campo concreto del divenire storico, le difficolt\u00e0 e gli ostacoli incontrati da ciascun fenomeno per venire alla luce costituiscono non solo le reazioni da esso direttamente provocate (ad esempio, la presa di coscienza della classe operaia contro l&#8217;imposizione del sistema di fabbrica), ma rappresentano anche le &quot;potenzialit\u00e0&quot; delle altre soluzioni a quella data situazione, non abbastanza forti da imporsi, ma capaci di far sentire egualmente il proprio peso in forma puramente &quot;negativa&quot;.<\/p>\n<p>Cerchiamo di chiarire questo punto con un esempio. Le rivoluzioni russe scoppiarono nel 1917 (la prima nel febbraio, la seconda nell&#8217;ottobre). Compito dello storico non \u00e8 baloccarsi con ipotesi sulla possibilit\u00e0 che esse avrebbero potuto scoppiare nel 1916, o nel 1918. Tuttavia, un esame circostanziato della loro genesi riveler\u00e0 che, se esistevano cause sufficienti per la loro manifestazione nel 1917, tuttavia molti aspetti degli eventi successivi rivelano come vi fossero in esse delle energie non ancora perfettamente &quot;mature&quot;. Le resistenze, le incertezze, le confusioni che le accompagnarono e le seguirono rivelano che i tempi erano s\u00ec (evidentemente) maturi perch\u00e9 esse scoppiassero, ma che un insieme di circostanze reali, anche se non &quot;competitive&quot; con la soluzione effettivamente manifestatasi, tendeva a renderle possibili gi\u00e0 nel 1916, e &#8211; per un altro verso &#8211; a posticiparle fino al 1918.<\/p>\n<p>Concetto sommamente antistorico \u00e8 quello del &quot;se&quot;. Ma nell&#8217;atto concreto del singolo accadimento fenomenico, le &quot;soluzioni&quot; possibili nella storia formano una gamma ben pi\u00f9 ampia di quelle prevedibili nelle scienze fisiche o in quelle naturali. La variet\u00e0 e la complessit\u00e0 del mondo storico, le sue incongruenze e, in effetti, anche il suo fascino, derivano appunto dal fatto che l&#8217;elemento &quot;spitituale&quot; di esso, tipico della natura umana in contrapposizione al mondi fisico, \u00e8 caratterizzato da un&#8217;estrema imprevedibilit\u00e0 (o, se si preferisce, <em>impredicibilit\u00e0<\/em>) di reazioni e soluzioni. Non sar\u00e0 mai possibile predire un fenomeno storico (tranne che nella sua imminenza) perch\u00e9, nonostante un esame accurato delle forze in gioco, il calcolo delle probabilit\u00e0 e quanto una lunga serie di esperienze sembrano suggerire, nessuna ipotesi storica raggiunger\u00e0 mai il grado di certezza e la forza di una legge fisica. \u00c8 per tale motivo che abbiamo a suo tempo criticato come eccessivamente schematica una certa impostazione filosofica del problema storico (quella di David Hume, per intenderci), secondo la quale le reazioni umane saebbero costanti a parit\u00e0 di condizioni.<\/p>\n<p>L&#8217;idea di una &quot;legge intrinseca&quot; a ciascun avvenimento storico, e quella della diretta connessione causale di ciascun evento, sono entrambe legate &#8211; pi\u00f9 o meno consapevolmente &#8211; alla riflessione sui <em>grandi fatti<\/em> della storia: quelli che sono venuti alla luce attraverso un profondo processo di progressiva determinazione e che hanno impresso una svolta nella storia del genere umano, o almeno di una rilevante parte di esso. Trotzkij, quando scriveva quelle pagine, pensava alla Rivoluzione francese del 1789 e a quelle russe del 1917, e giudicava queste ultime (specialmente la seconda, quella di ottobre) dal punto di vista, alquanto rassicurante e soddisfatto, di chi ha recitato una parte di primo piano in quegli eventi: <em>dalla parte della storia<\/em>, cio\u00e8 dalla parte di chi ha avuto successo. Osserviamo, tra parentesi, che in base a un tale punto di vista &quot;la storia ha sempre ragione&quot; e che a vincere \u00e8 sempre il progresso (come in effetti pensava Marx: il sistema borghese sconfisse il sistema feudale, perch\u00e9 &quot;progressivo&quot; rispetto ad esso). Cosa assai consolante, appunto, per chi ha vinto. Quanto ai perdenti, non resta che gettarli nel cestino della storia, in mezzo alla carta straccia di ci\u00f2 che, essendo &quot;regressivo&quot;, non merita altro destino che quello di scomparire, e con vergogna.<\/p>\n<p>A parte ogni altra considerazione, dobbiamo per\u00f2 osservare che ben pochi fatti storici sembrano presentare quel grado di &quot;intrinseca necessit\u00e0&quot; che sembra caratterizzare la Grande Rivoluzione dell&#8217;89, o quelle russe del &#8217;17. (A essere pignoli e a non dare nulla per scontato, perfino su quei &quot;grandi eventi&quot; si potrebbe avanzare il dubbio della loro assoluta inevitabilit\u00e0: e questo vale specialmente perla Rivoluzione russa dell&#8217;ottobre, che forse non fu una rivoiluzione ma un colpo di stato, in cui gli stessi bolscevichi, alla sua vigilia, non credevano affatto; e che permise poi a storici come Trotzkij di sentenziare di &quot;logiche intrinseche&quot; alla storia, assaporando il piacere di sentirsi fra coloro cui &quot;la storia ha dato ragione&quot;).<\/p>\n<p>Facciamo alcuni esempi, limitandoci ad eventi storici &quot;minori&quot;. Due noti studiosi americani hanno definito la guerra anglo-americana del 1812-15 &quot;<em>futile e inutile, che avrebbe potuto essere evitata con un po&#8217; pi\u00f9 di immaginazione da una parte, e con idee pi\u00f9 larghe<\/em> <em>dall&#8217;altra<\/em>&quot; (Morison-Commager, <em>Storia degli Stati Uniti d&#8217;America<\/em>, Firenze, 1974, vol. 1, p. 594). La stessa cosa si potrebbe dire, e forse con maggior ragione, della guerra ispano-peruviana del 1866, o della guerra del Chaco del 1932-35 fra la Bolivia e il Paraguay. Il Toynbee ha definito l&#8217;aggressione italiana contro l&#8217;Abissinia, nel 1935, &quot;<em>malvagit\u00e0 deliberata di un individuo [Mussolini, evidentemente]<\/em>&quot; (non dice per\u00f2, pudicamente, come si dovrebbe definire la guerra dell&#8217;oppio contro la Cina o il bombardamento di Dresda nel 1945, da parte dei suoi compatrioti; ma questo \u00e8 un altro discorso). Naturalmente, anche una guerra &quot;futile ed inutile&quot; non \u00e8 priva di ragioni: pi\u00f9 spiccatamente sentimentali nel caso del conflitto tra Per\u00f9 e Spagna: il sogno donchisciottesco di riconquistare il &quot;gioiello&quot; del perduto impero coloniale, mescolato, peraltro, con un interesse economico molto concreto per i depositi guaniferi delle isole Chinchas; pi\u00f9 spiccatamente materiali nel caso del conflitto fra Bolivia e Paraguay nel 1932: i supposti giacimenti petroliferi del Chaco, adocchiati dalle compagnie di estrazione straniere, bench\u00e8 rivestite con gli abiti pi\u00f9 rispettabili di un ardente patriottismo da entrambi i contendenti.<\/p>\n<p>Sembra per\u00f2 innegabile che, nell&#8217;un caso e nell&#8217;altro, non esistevano affatto delle &quot;ragioni&quot; che avrebbero, comunque, condotto irreversibilmente alla guerra. I motivi economici erano in realt\u00e0 insufficienti, quelli nazionalistici vaghi e privi di una forte tradizione (come lo erano, invece, in Europa). In definitiva, l&#8217;irresponsabilit\u00e0 di alcuni individui (come il presidente boliviano Daniel Salamanca) sembra aver gettato il peso decisivo sul piatto della bilancia a favore di una guerra che, di per s\u00e9, non sembrava necessaria n\u00e9 tanto meno inevitabile. Un esame pi\u00f9 approfondito rivelerebbe molti fattori poco appariscenti, ma reali, che ebbero senza dubbio il loro peso nel determinare quella piega degli avvenimenti: ad esempio, l&#8217;infermit\u00e0 fisica di Salamanca pu\u00f2 aver contribuito, per compensazione, alla sua brama di &quot;rivincita&quot; contro il Paraguay; cos\u00ec come pot\u00e8 giocare un ruolo la presenza, casuale appunto, di un esperto militare tedesco in Bolivia &#8211; un certo capitano Kuntz -, alimentando l&#8217;illusione di una vittoriosa <em>Blitzkrieg<\/em> da parte del governo di La Paz. E tuttavia non muterebbe, crediamo, la diagnosi che quei conflitti non furono affatto &quot;inevitabili&quot; .<\/p>\n<p>Lo storicio dei &quot;grandi avvenimemti&quot;, ad esempio della prima guerra mondiale, deve in genere affrontare un problema di natura ben diversa. Nel suo caso, affermare che la guerra fu scatenata dall&#8217;irresponsabilit\u00e0 &quot;criminale&quot; di Guglielmo II; o che un po&#8217; di buona volont\u00e0 da parte di una dozzina di statisti e diplomatici europei, nel luglio del 1914, avrebbe potuto scongiurare il disastro, suonerebbero come altrettante assurdit\u00e0. Egli sa bene che la &quot;buona volont\u00e0&quot; di alcuni statisti avrebbe tutt&#8217;al pi\u00f9 potuto rinviare la guerra, com&#8217;era gi\u00e0 accaduto nel 1908 (crisi internazionale per l&#8217;annessione austriaca della Bosnia-Erzegovina), non gi\u00e0 elin\u00ecminare le profonde cause di attrito; e che l&#8217;irresponsabilit\u00e0 di Guglielmo II, seppure \u00e8 un dato reale, non avrebbe significato molto in s\u00e9 stessa, mentre assurge a grande importanza il fatto che essa fu approvata e sostenuta da una buona parte dei 66 milioni di abitanti della Germania d&#8217;allora.<\/p>\n<p>Cos\u00ec pure, l&#8217;occhio esercitato dello storico sa cogliere le differenze tra la morte &quot;accidentale&quot; dell&#8217;imperatore Giuliano nel 363, e quella dell&#8217;arciduca Francesco Ferdinando, a Sarajevo, nel 1914: che non fu pi\u00f9 accidentale, quest&#8217;ultima, di quanto potrebbe esserlo l&#8217;incendio provocato da una sigaretta gettata in un fienile. Illogico sarebbe attendersi che un incendio non divampi nel fienile, se vi si getta una sigaretta accesa; illogico (se non qualcosa di peggio) fu, da parte delle supreme autorit\u00e0 austro-ungariche, non attendersi che una visita dell&#8217;arciduca &quot;panslavo&quot; nella Bosnia da poco annessa, al termine delle manovre militari di due corpi d&#8217;armata al confine serbo, nonch\u00e9 una visita a Sarajevo proprio il giorno della festa nazionale serba, non avrebbe provocato qualche violenta reazione. Questo solo per considerare gli aspetti di pubblico dominio della vicenda, allora come oggi, e che lo storico del 1914 avrebbe potuto rilevare quasi altrettanto lucidamente di uno dei nostri giorni; e per tacere i velati &quot;avvertimenti&quot; comunicati a Vienna dall&#8217;ambasciatore serbo <em>prima<\/em> della tragedia, nonch\u00e9 le insufficienti misure di sicurezza disposte a Sarajevo dal governatore Potiorek. Se anche l&#8217;arciduca fosse sfuggito alla pistola di Princip, la citt\u00e0 brulicava di altri congiurati pronti a entrare in azione &#8211; come del resto era gi\u00e0 avvenuto, lasciando miracolosamente indenne la vittima designata, poche ore prima del suo assassinio).<\/p>\n<p>Invece lo storico del 1932, crediamo, non avrebbe affatto potuto dire se le pressioni diplomatiche sotterranee di alcune grandi potenze, l&#8217;ambizione frustrata del presidente boliviano Daniel Salamanca e, forse, anche gli oscuri maneggi degli Stati maggiori francese e germanico, avrebbero avuto realmente la forza di trascinare l&#8217;una contro l&#8217;altra la Boliviae il Paraguay, in una guerra &quot;montata&quot;, non intimamnente sentita da nessuno, e soprattutto non necessaria. Il tutto per dei giacimenti di petrolio che non si sapeva esattamente se vi fossero e quanto valessero, e per il desiderio delle potenze europee di &quot;sperimentare&quot; armi e tecniche di guerra in una prova generale che si sarebbe rivelata ingannevole: l&#8217;esercito boliviano, istruito dai Tedeschi, fu alla fine sconfitto da quello paraguayano sostenuto dai Francesi; ma nel 1940 l&#8217;esercito tedesco pieg\u00f2 quello francese in sole quattro settimane.<\/p>\n<p>Queste osservazioni, lo ripetiamo ancora una volta, non sono in alcun modo un suggerimento ad assecondare la futile tentazione di fare la storia con i &quot;se&quot;, n\u00e9 tanto meno con il gratuito senno del poi. Ma vogliamo sottolineare che esiste un aspetto ambiguo e scarsamente esplorato della ricerca storiografica, che spesso, quando va in cerca di &quot;cause&quot; o &quot;moventi&quot;, s&#8217;imbatte invece in &quot;casi&quot; e &quot;accidenti&quot;. Abbiamo gi\u00e0 visto come anche il caso si possa considerare, in definitiva, un fattore causalmente determinato, ma lo \u00e8 a breve scadenza e non possiede quel grado di prevedibilit\u00e0 che caratterizza i fatti non accidentalmente determinati.<\/p>\n<p>Detto ci\u00f2, compito dello storico \u00e8 essenzialmente quello di rivolgere la propria attenzione, sul terreno concreto della ricerca, ai &quot;modi&quot; particolari in cui si esplica il divenire storico. Non il &quot;perch\u00e9&quot; delle cose lo impegna sul piano teorico, ma il &quot;come&quot; su quello strettamente concreto. La vera ragione di una riflessione approfondita sull&#8217;aspetto irrazionale della storia e della ricostruzione storiografica consiste in una maggiore consapevolezza, da parte dello storico, sia dei propri limiti (oggettivi), sia della disciplina stessa. La coscienza di un&#8217;eterna presenza della componente casuale della storia, infatti, non sarebbe di alcuna utilit\u00e0 se si risolvesse in uno sterile rimpianto per le certezze che non potremo mai avere.<\/p>\n<p><em>&quot;La storiografia che indugia a deplorare che certi eventi, e sia pure catastrofici, si siano prodotti, invece di concentrarsi nel compito di lumeggiare come si sono prodotti, ha il difetto di contrapporre, implicitamente o esplicitamente, dei &#8216;se&#8217;, delle ipotesi su quel che sarebbe potuto accadere &#8216;se&#8217;&#8230; , a quel che \u00e8 accaduto.&quot;<\/em> (Leo Valiani, <em>La dissoluzione dell&#8217;Austria-Ungheria<\/em>, Milano, 1966, p. 412).<\/p>\n<p>Insomma, lo storico deve cercar di evitare i due estremi della pretesa scientificit\u00e0 e dello scetticismo assoluto. Certo, considerando quali e quanti siano gli ostacoli che gli sbarrano la strada di una ricostruzione veritiera, o quantomeno attendibile, del passato, la tentazione dello scoraggiamento potr\u00e0 essere, talvolta, grande. Si dice che uno storico inglese del XVII secolo bruci\u00f2 il manoscritto di una sua storia universale, dopo aver constatato coi suoi occhi come veniva riferito in maniere diversissime un banale episodio, accaduto proprio sotto i suoi occhi. Tuttavia, lo storico deve vincere la tentazione di abbandonarsi al pessimismo radicale, e proseguire coraggiosamente le sue ricerche, pur nella consapevolezza dei limiti insormontabili cui andr\u00e0 incontro. \u00c8 noto che lo scoraggiamento \u00e8 un cattivo consigliere, in quanto induce a sottovalutare le possibilit\u00e0 favorevoli, riducendo ulteriormente i margini di un possibile esito positivo. Ben lo sanno, da Clausewitz in poi, i teorici dell&#8217;arte militare; infatti, una delle massime fondamentali della strategia insegna che<\/p>\n<p><em>&quot;In guerra a nulla serve rimpiangere il materiale che manca, perch\u00e9 tale stato d&#8217;animo induce a trascurare i mezzi di cui si dispone, e la cui utilizzazione potrebbe, pur tuttavia, condurre a qualche buon risultato.&quot;<\/em> (Neumann, <em>Il &#8216;Goeben&#8217; e il &#8216;Breslau&#8217; nella guerra mondiale<\/em>, Milano, 1933, p. 112).<\/p>\n<p>E non solo in guerra, vogliamo aggiungere, ma in ogni circostanza della vita di ciascun individuo, e quindi anche nella ricerca storiografica. Ma in ogni questione esistono sempre due punti di vista, quello &quot;costruttivo&quot; e quello &quot;negativo&quot;, che usano per lo stesso problema due pesi e due misure differenti. I sostenitori a oltranza della scientificit\u00e0 della storiografia, e molti di quelli che la professano velatamente, pongono l&#8217;accento su quello &quot;costruttivo&quot;, sottovalutamdo e minimizzando problemi di una gravit\u00e0 estrema; e, spesso, peccano di ingiustificato ottimismo. I negatori della storiografia intesa come conoscenza dell&#8217;<em>essenza<\/em> del passato, si arrestano invece scoraggiati davanti a quelle difficolt\u00e0 che gli altri ignorano, e sottolineano essenzialmente il momento &quot;negativo&quot;.<\/p>\n<p>Ma sul concetto di &quot;ottimismo&quot; e su quello di &quot;pessimismo&quot; in storiografia, torneremo in un apposito capitolo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;L&#8217;avvento della scienza moderna coincide con la soppressione di trib\u00f9 non occidentali da parte di invasori occidentali. 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