{"id":26576,"date":"2017-07-16T10:43:00","date_gmt":"2017-07-16T10:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/07\/16\/la-sofferenza-dellinnocente-e-scandalo-per-il-mondo-mistero-di-grazia-per-il-cristiano\/"},"modified":"2017-07-16T10:43:00","modified_gmt":"2017-07-16T10:43:00","slug":"la-sofferenza-dellinnocente-e-scandalo-per-il-mondo-mistero-di-grazia-per-il-cristiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/07\/16\/la-sofferenza-dellinnocente-e-scandalo-per-il-mondo-mistero-di-grazia-per-il-cristiano\/","title":{"rendered":"La sofferenza dell\u2019innocente \u00e8 scandalo per il mondo, mistero di grazia per il cristiano"},"content":{"rendered":"<p>La sofferenza degli innocenti! Ci pu\u00f2 essere uno scandalo pi\u00f9 grande di questo? Da sempre, il fatto che le creature innocenti debbano soffrire per le colpe altrui, per la malvagit\u00e0 altrui, \u00e8 parso lo scandalo supremo alle anime esigenti e generose, ma superbe, che pretendono di capire anche ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 grande della mente umana. Infatti, se a soffrire fossero solo i colpevoli, la cosa non farebbe scandalo, sarebbe accettata, e la mente non vi troverebbe nulla che contraddica il comune senso della giustizia. Ma la sofferenza di una persona buona; ma la sofferenza di un bambino, di una bambina! Che male possono aver fatto, per meritarsi un simile castigo? Inutile dire che coloro i quali si pongono, sdegnati, simili interrogativi, e poi, con i pugni stretti, ne domandano conto a Dio, mettendo anche questo sul conto della sua mancata Provvidenza, non sono neppure attraversati dal sospetto che la sofferenza, dopotutto, potrebbe anche non essere quel che sembra: potrebbe anche non essere un castigo, ma una grazia; e, soprattutto, potrebbe produrre qualcosa di assai diverso da quel che immaginano loro: non rabbia, dolore e frustrazione, ma un profondo senso di pace, una maggiore confidenza in Dio, un abbandono totale alla sua volont\u00e0. Specialmente se la sofferenza non \u00e8 vissuta e subita passivamente, ma accettata con piena consapevolezza; di pi\u00f9: se essa, come accade nella vita dei santi, \u00e8 addirittura ricercata, come mezzo di unione con Dio e purificazione spirituale, e come strumento di bene per il prossimo.<\/p>\n<p>Ci piace riportare queste riflessioni di una persona che, della sofferenza, se ne intendeva parecchio: la mistica francese Marthe Robin, figlia di modesti contadini della Dr\u00f4me (1902-1981), che trascorse gran parte della sua vita al buio, completamente paralizzata e tormentata da tremendi dolori, senza poter dormire, n\u00e9 mangiare, n\u00e9 bere, ma sostentandosi &#8212; smentita solenne di quel che la scienza crede di sapere circa l&#8217;organismo umano, inteso come realt\u00e0 meramente biologica &#8211; con la santa Comunione, e che per anni e ed anni, trafitta dalle stigmate, ogni venerd\u00ec rivisse la Passione del Signore Ges\u00f9 Cristo; e se ne intendeva perch\u00e9, come padre Pio da Pietrelcina, aveva deciso di offrire se stessa come vittima per le anime abbandonate e in pericolo di dannarsi, dal momento che nessuno \u00e8 disposto a sacrificarsi per amor loro (pubblicata originariamente su &quot;L&#8217;Alouette&quot;, febbraio 1983, p. 7; cit. in: Jean-Jacques Antier, <em>Marthe Robin. Il viaggio &quot;immobile&quot;<\/em>, prefazione di Jean Guitton; titolo originale: Marthe Robin. <em>Le voyage immobile<\/em>, Paris, Librairie Acad\u00e9mique Perrin, 1991; traduzione dal francese di Rita Manzi Torti, Cinisello Balsamo, Milano, Edizioni Paoline, 1993, pp. 356-358):<\/p>\n<p><em>Il cuore dell&#8217;uomo si misura dall&#8217;accoglienza fatta alla sofferenza, perch\u00e9 questa \u00e8 in lui l&#8217;impronta di Uno diverso da lui. Anche quando esce da noi per entrare col suo pungiglione penetrante nella coscienza, \u00e8 sempre malgrado il desiderio spontaneo e lo slancio primitivo del pieno volere. Per quanto prevista, per quanto ci si offra ai suoi colpi rassegnati n anticipo, per quanto si possa essere avidi, innamorati del suo fascino austero e vivificante, non per questo resta meno estranea e importuna, \u00e8 sempre diversa da come la si aspetta e attendendola, anche chi la affronta energicamente, la desidera e l&#8217;ama, non pu\u00f2 impedirsi, nello stesso tempo, di tremare al suo arrivo. Essa uccide qualcosa di noi per mettervi qualcosa che non siamo noi.<\/em><\/p>\n<p><em>Ed ecco perch\u00e9 ci rivela questo scandalo della nostra libert\u00e0 e della nostra ragione: non siamo quello che vogliano, e per volere tutto quello che siamo, tutto quello che dobbiamo essere, bisogna che comprendiamo, che accettiamo la sua lezione e i suoi benefici. Cos\u00ec la sofferenza \u00e8 in noi come un seme divino, come il chicco di grano che deve morire prima di germogliare, \u00e8 la base necessaria a un&#8217;opera pi\u00f9 piena. Chi non ha sofferto per una cosa, non la conosce, n\u00e9 l&#8217;ama.<\/em><\/p>\n<p><em>Il senso del dolore \u00e8 di rivelarci quello che sfugge alla conoscenza e alla volont\u00e0 egoistica, \u00e8 di essere la via dell&#8217;amore effettivo, perch\u00e9 ci stacca da noi e dalle nostre tendenze umane per farci incontrare i nostri fratelli e donarci a tutti. Esso non raggiunge il suo effetto divino in noi, senza un concorso attivo e libero da parte nostra. \u00c8 una prova, perch\u00e9 costringe le segrete facolt\u00e0 della volont\u00e0 a manifestarsi. Rompendo l&#8217;equilibrio della vita indifferente, ci mette in grado di optare tra il sentimento egoistico, che ci porta a ripiegarci su noi stesi escludendo ogni intrusione, e questa bont\u00e0 che si apre alla tristezza fecondatrice e ai germi che portano ai grandi periodi della prova.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma la sofferenza non \u00e8 solo una prova, \u00e8 prima di tutto e soprattutto un grande gesto d&#8217;amore, un rinnovamento per la vita interiore, un incoraggiamento per l&#8217;azione, perch\u00e9 raggiunge e fa scattare le nostre pi\u00f9 intime risorse e ci ricorda il fine al quale dobbiamo tendere, impedendoci di acclimatarci in questo mondo, dove ci lascia come in un malessere incurabile. Cos&#8217;\u00e8 infatti acclimatarsi, se non trovare il proprio equilibrio nell&#8217;ambiente ristretto in cui si vive fuori da casa propria? E on si finir\u00e0 di ripetere: dove ci troviamo, stiamo male. \u00c8 bene rendersene conto, e sarebbe peggio non soffrirne pi\u00f9, come se l&#8217;equilibrio fosse trovato e il problema gi\u00e0 risolto.<\/em><\/p>\n<p><em>Senza dubbio, ci si adatta bene alla calma di una vita mediocre. Ma di fronte a un dolore reale, le belle teorie sono vane o assurde. Dal momento in cui ci si avvicina, si prova qualcosa di vivo e di doloroso, le teorie sono vuote, i pensieri restano inefficaci. La sofferenza \u00e8 il nuovo, lo sconosciuto, il divino, l&#8217;infinito che penetra la vita come una spada rivelatrice, svelandoci i desideri divini di Cristo in ciascuno di noi.<\/em><\/p>\n<p><em>Ges\u00f9 ci insegna a guardare pi\u00f9 in alto, pi\u00f9 lontano, soprattutto con pi\u00f9 amore, ci\u00f2 che il linguaggio umano chiama dolore e sofferenza, ma che in realt\u00e0 \u00e8 solo la condizione suprema di un&#8217;eternit\u00e0 di felicit\u00e0 e d&#8217;amore nel cielo.<\/em><\/p>\n<p>Due sono i concetti centrali, in questo ragionamento, che urtano profondamente la sensibilit\u00e0 dei cattolici progressisti e neomodernisti, i quali oggi fanno il bello e il cattivo tempo nella Chiesa e che hanno perfino la pretesa di riscrivere la dottrina a loro uso e consumo, magari per condonare tutti i vizi e per derubricare i peccati, oltre che per farli sentire bene accetti nella societ\u00e0 edonista e neopagana in cui viviamo: tanto \u00e8 vero che non perdono occasione di farsi invitare da illustri personaggi nemici della Chiesa, nei salotti e anche in televisione, n\u00e9 arrossiscono nel ricevere lodi e complimenti per il loro modo &quot;anticonformista&quot; d&#8217;essere cristiani: lodi ed applausi che dovrebbero rivelar loro chiaramente, se non fossero del tutto ottenebrati dalla vanit\u00e0 e dal narcisismo, quanto si sono, in realt\u00e0, allontanati dal Vangelo e fino a che punto lo stanno rinnegando e tradendo, con la pretesa di averlo &quot;aggiornato&quot; e messo al passo con i tempi.<\/p>\n<p>Il primo concetto \u00e8 che la sofferenza svolge appunto la funzione di ricordarci che questo mondo, questa condizione terrena, questo corpo che possediamo, non sono la nostra destinazione finale, ma un passaggio transitorio, diciamo pure un esilio: di impedirci, cio\u00e8, di attaccarci troppo alle cose di quaggi\u00f9, di sentirci un po&#8217; troppo &quot;di casa&quot; in luogo che non \u00e8 la nostra vera dimora, ma solo un passaggio temporaneo, in vista del ritorno alla nostra patria celeste. Non che sia male godere, legittimamente, delle cose buone che incontriamo nella nostra vita; il male non \u00e8 questo, ma quello di attaccarci ad esse, di sopravvalutarle, di assolutizzarle, e, cos\u00ec facendo, di smarrirci nella dimensione immanente, e scordarci per che cosa siamo stati chiamati all&#8217;esistenza, quale sia la nostra meta, quale lo scopo e la ragione della nostra vita. Laddove sentirsi di casa in questo mondo \u00e8 precisamente la molla fondamentale del modernismo e del progressismo, i quali vorrebbero un cristianesimo a misura di questo mondo, dal quale viene rimosso tutto ci\u00f2 che d\u00e0 scandalo alla ragione &#8212; a cominciare dal mistero della sofferenza &#8212; e coltivare, invece, tutto ci\u00f2 che, con il pretesto del Vangelo, alimenta il nostro attaccamento al mondo, per esempio una &quot;sete di giustizia&quot; che finisce per appartenere tutta a questo mondo, sia nei metodi che nelle prospettive, facendoci scordare la che la vera Giustizia non \u00e8 di questo mondo, per il semplice fatto che nulla, del Regno di Dio, \u00e8 di questo mondo, ma tutto \u00e8 di lass\u00f9, e l\u00ec soltanto trover\u00e0 il suo pieno ed effettivo compimento. Questo non significa cadere nella rassegnazione, nel fatalismo e nella passivit\u00e0. Il cristiano lotta <em>anche<\/em> per la giustizia in questo mondo, ma sapendo che non la raggiunger\u00e0 mai; cos\u00ec come non vedr\u00e0 mai realizzati il vero, il bene, il bello. E ci\u00f2 perch\u00e9 il cristiano non dimentica mai il <em>vulnus<\/em>, la ferita originaria del Peccato originale, che rende l&#8217;uomo impotente a fare il bene, quand&#8217;anche lo volesse (e lo vuole raramente), anzi, impotente a fare la pi\u00f9 piccola cosa buona senza l&#8217;aiuto di Dio. <em>Chi rimane in me e io in lui, quegli porta molto frutto: perch\u00e9, da soli, voi non potete fare niente<\/em>, ammonisce Ges\u00f9 nella similitudine della vite e dei tralci.<\/p>\n<p>Viceversa, distaccandoci dalle cose di quaggi\u00f9, la sofferenza ci riporta in noi stessi, ci obbliga ad un supplemento di riflessione e d&#8217;impegno per comprendere il senso della nostra vita; riduce, per cos\u00ec dire, il problema dell&#8217;esistenza all&#8217;essenziale. Senza fronzoli, senza abbellimenti posticci, senza finzioni di alcun genere: la realt\u00e0 nuda e cruda. O la vita \u00e8 una cosa assurda, e allora, quando vi irrompe la sofferenza, la miglior cosa sarebbe rifiutarla, suicidandosi; oppure essa ha un significato che trascende le apparenze, una logica che non \u00e8 quella umana, una sapienza che non appartiene a questo mondo. Marthe Robin, inchiodata definitivamente a un letto di dolore dall&#8217;et\u00e0 di vent&#8217;anni, si trova davanti a questa drammatica alternativa: e deve fare una scelta. Non si deve credere che sia stata una scelta facile: per un certo tempo, comprensibilmente, umanamente, ella si \u00e8 ribellata, ha cercato di allontanare da s\u00e9 il calice del dolore: come tutti, avrebbe voluto un po&#8217; di felicit\u00e0 in questa vita, ancora tanto giovane e piena di speranze. Per gradi, \u00e8 giunta dapprima all&#8217;accettazione, poi alla offerta piena e volontaria di s\u00e9: ha compreso che la sofferenza, se donata a Dio con animo lieto, \u00e8 un tesoro prezioso che controbilancia il male volontariamente commesso, e che pu\u00f2 essere di aiuto per le anime vacillanti, in pericolo di perdersi. Ha compreso, cio\u00e8, che la sofferenza offerta lietamente a Dio \u00e8 un atto di amore: il pi\u00f9 grande che si possa fare in questa vita. <em>Nessuno ha un amore pi\u00f9 grande di colui che d\u00e0 la vita per i suoi amici<\/em>, aveva detto ancora Ges\u00f9 ai suoi discepoli, nel momento solenne dell&#8217;Ultima Cena.<\/p>\n<p>E qui si passa al secondo concetto che fa scandalo per la mentalit\u00e0 moderna: ossia che la sofferenza fa parte della pedagogia di Dio per attirare gli uomini verso di Lui, dove si trova il loro vero bene e, perci\u00f2, anche la vera felicit\u00e0. Ma come! Dio, dunque, ci manda la sofferenza, e ce la manda come segno di speciale predilezione? Ce la manda come via necessaria per giungere fino a Lui, come strumento indispensabile di purificazione e chiarificazione interiori? Eppure, ci hanno detto e ripetuto che Dio \u00e8 amorevole, paterno, misericordioso: e quale padre infligge deliberatamente la sofferenza ai propri figli? Qui c&#8217;\u00e8 un equivoco da dissipare. La sofferenza, Dio non la manda deliberatamente e quasi sadicamente, per godere del nostro annaspare fra le sue spire; no di certo. La sofferenza \u00e8 parte della vita terrena; e colui che la accetta, che la vive come un&#8217;esperienza preziosa, che la offre a Dio in riparazione del male e per il bene delle anime, si comporta, verso di essa, nella maniera pi\u00f9 nobile e alta, nella maniera pi\u00f9 matura e consapevole. Colui che cerca continuamente di sfuggirla, di evitarla, di scansarla, di eluderla, magari scaricandola sugli altri (e quante volte lo facciamo, ogni santo giorno, magari nelle piccole cose, o in quelle che noi riteniamo tali, e che forse non lo sono!), la vive in maniera puerile, immatura, inconsapevole. L&#8217;uno assume su di s\u00e9 la sofferenza per estrarre tutti i tesori nascosti che essa contiene; l&#8217;altro, allontanandola da s\u00e9, si priva anche di quei tesori, o meglio, si priva perfino della possibilit\u00e0 di capire che, in essa, vi sono dei tesori. Il primo si sta preparando per la vita vera, per la vita eterna; il secondo, come un eterno bambino, si attacca a questa vita che passa, a questo corpo che invecchia, a queste cose che deludono e lasciano l&#8217;amaro in bocca, presto o tardi: tutte, anche le pi\u00f9 dolci, o quelle che, sul momento, sembravano le pi\u00f9 dolci.<\/p>\n<p>Ges\u00f9 Cristo, una volta, ebbe ad esclamare: <em>Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perch\u00e9 hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. S\u00ec, o Padre, perch\u00e9 cos\u00ec \u00e8 piaciuto a Te!<\/em> (<em>Matteo<\/em>, 11, 25-26). Ebbene: Marthe Robin era una semplice contadina, nata e cresciuta in un piccolo paese del Sud della Francia; non sapeva di greco e di latino, non aveva letto Cicerone, n\u00e9 meditato sul pensiero di Aristotele. Per\u00f2 aveva capito molto, moltissimo: aveva compreso l&#8217;essenziale. E fior di filosofi, come Jean Guitton, venivano nella stanza buia e sostavano al suo capezzale, per ricevere un po&#8217; della luce che da lei si sprigionava&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La sofferenza degli innocenti! Ci pu\u00f2 essere uno scandalo pi\u00f9 grande di questo? 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