{"id":26566,"date":"2015-09-19T05:38:00","date_gmt":"2015-09-19T05:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/09\/19\/la-scoperta-antartica-di-hui-te-rangi-ora-una-epopea-polinesiana-sulla-rotta-del-polo-sud\/"},"modified":"2015-09-19T05:38:00","modified_gmt":"2015-09-19T05:38:00","slug":"la-scoperta-antartica-di-hui-te-rangi-ora-una-epopea-polinesiana-sulla-rotta-del-polo-sud","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/09\/19\/la-scoperta-antartica-di-hui-te-rangi-ora-una-epopea-polinesiana-sulla-rotta-del-polo-sud\/","title":{"rendered":"La scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora una epopea polinesiana sulla rotta del Polo Sud"},"content":{"rendered":"<p><em>(Articolo pubblicato sul volume 2, giugno 1988, de &quot;Il Polo&quot;, rivista trimestrale dell&#8217;Istituto Geografico Polare Silvio Zavatti&quot;, pp. 12-37).<\/em><\/p>\n<p>INTRODUZIONE.<\/p>\n<p>In questa monografia si tenta di ricostruire uno dei capitoli pi\u00f9 affascinanti e meno conosciuti della storia delle esplorazioni geografiche: il viaggio che il navigatore polinesiano Hui-Te-Rangi-Ora avrebbe compiuto da 1.200 a 1.400 anni fa, spingendosi da Rarotonga, nelle Isole Cook, fino alle soglie del continente antartico.<\/p>\n<p>Diciamo &quot;avrebbe&quot; compiuto perch\u00e9 l&#8217;impresa \u00e8 narrata dalla tradizione orale di quell&#8217;isola e nessun elemento di prova <em>tangibile<\/em> potr\u00e0 essere addotto per confermarla.. Siamo dunque nel campo delle ipotesi. Esistono per\u00f2 delle ragioni positive &#8211; che in queste pagine cercheremo di illustrare &#8211; per considerare le tradizioni di Rarotonga con la massima seriet\u00e0. Anzi, dopo aver vagliato attentamente la questione, siamo giunti alla conclusione che il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora fu certamente possibile, pur rivestendo carattere di assoluta eccezionalit\u00e0 rispetto agli altri grandi viaggi polinesiani, tutti effettuati nei caldi mari tropicali del Pacifico. E oltre che possibile, forse addirittura probabile: ma su ci\u00f2 giudicher\u00e0 il lettore.<\/p>\n<p>Certo \u00e8 che l&#8217;epopea marinara di Hui-Te-Rangi-Ora e dei suoi ardimentosi compagni, i cui nomi sono caduti nell&#8217;obl\u00eco, rivoluziona tutte le nostre certezze sulla storia dell&#8217;esplorazione antartica.<\/p>\n<p>Secondo la cronologia universalmente accettata dagli studiosi occidentali, l&#8217;Antartide fu avvistata per la prima volta nel 1820 dall&#8217;inglese E. Bransfield (1), mentre il primo sbarco sulla terraferma ebbe luogo solo nel 1895 ad opera del capitano norvegese L. Kristensen (Zavatti, 1974). Il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora si colloca invece nel VII od VIII secolo dell&#8217;era volgare; e anche se il navigatore polinesiano non pot\u00e9 avvistare il continente australe, perch\u00e9 fermato dalla barriera di ghiaccio, la sua impresa ci riporta indietro di almeno mille anni rispetto alle prime spedizioni antartiche di Bouvet de Lozier, Kerguelen-Tr\u00e9marec e Cook. (2) Gi\u00e0 solo per questi raffronti essa pu\u00f2 sembrare incredibile: ma bisogna tener conto che i Polinesiani, percorrendo la sterminata distesa del Pacifico fino all&#8217;isola di Pasqua e, molto probabilmente, fino alle coste americane (Buck, 1961), si rivelarono i pi\u00f9 valorosi navigatori d&#8217;ogni tempo, al punto da far impallidire le imprese dei Vichinghi e dei Fenici. Questi ultimi furono essenzialmente dei navigatori costieri: quelli furono signori delle immensit\u00e0 oceaniche.<\/p>\n<p>Anche per la storia dell&#8217;Antartide, del resto, siamo in realt\u00e0 ben lungi dal possedere un quadro esauriente e privo d&#8217;interrogativi. Sappiamo che in lontane epoche geologiche quel continente, per la diversa posizione del Polo, godette di un clima temperato e perfino sub-tropicale (Wegener, 1976). Oggi per\u00f2 si \u00e8 accertato che la fine di quelle condizioni climatiche sopraggiunse molto pi\u00f9 tardi di quanto un tempo si credeva, addirittura alle soglie del&#8217;epoca storica. La spedizione antartica italiana del 1976, guidata da Renato Cepparo, ha scoperto nell&#8217;isola di King George (Shetland Australi) una foresta fossile che ancora 12.000 anni or sono ricopriva quelle terre ora desolate (AA. VV., 1884) Teoricamente, dunque, non solo le piante superiori, ma anche l&#8217;uomo &#8211; proveniente dal non lontano Sud America &#8211; avrebbe potuto stabilirsi nell&#8217;Antartide, prima che la morsa dei ghiacci si stringesse definitivamente. (3)<\/p>\n<p>Prove concrete, per ora, non ve ne sono: tuttavia il capitano C. A. Larsen rinvenne sull&#8217;isola Seymour, nel 1893, 50 palle di argilla poggiate su colonnine della stessa materia e disse che &quot;esse avevano tutta l&#8217;apparenza di essere state fatte da mani umane&quot;. (Caras, 1964, p. 17) Che dire, poi, della cosiddetta carta di Piri Reis, raffigurante le coste antartiche come dovevano apparie 5.000 anni fa, non solo libere dai ghiacci, ma anche pullulanti di navi? (Caras, 1964).<\/p>\n<p>L&#8217;impresa nautica di Hui-Te-Rangi-Ora non costituisce, dunque, un enigma isolato; essa \u00e8 uno dei molti misteri che avvolgono il pi\u00f9 misterioso dei continenti, l&#8217;Antartide. La ricostruzione che ne abbiamo tentata in queste pagine \u00e8 scientifica, poich\u00e9, fatto salvo il carattere ipotetico di essa, si basa su elementi verificabili, quali la direzione dei venti e delle correnti marine, il corso del Sole alle alte latitudini australi, l&#8217;esame rigoroso degli elementi contenuti nelle tradizioni di Rarotonga. E tuttavia il quadro che ne risulta pare uscito da un poema epico dell&#8217;antichit\u00e0, n\u00e9 potrebbe essere diversamente, visto che le modeste peregrinazioni di Ulisse nel Mediterraneo, o addirittura, come pare, originariamente nel Ponto Eusino (Mar Nero) (Pareti, 1959), hanno offerto materia al meraviglioso poema omerico. Qui abbiamo infatti a che fare con un viaggio d&#8217;alto mare di 7.000 chilometri ed oltre, nel mezzo di una natura ben altrimenti grandiosa e selvaggia.<\/p>\n<p>Sul viaggio antartico del navigatore polinesiano non esiste, a quanto ci risulta, una bibliografia specifica. I pochi studiosi occidentali che se ne sono occasionalmente occupati non hanno sottoposto ad attenta analisi il materiale orale di Rarotonga. In Italia, poi, anche a causa del limitato sviluippo degli studi etnologici in genere, il nome di Hui- Te-Rangi-Ora, \u00e8 ai pi\u00f9 perfettamente sconosciuto.<\/p>\n<p>Questa monografia- che, pur nella sua brevit\u00e0, costituisce il risultato di molti anni di ricerche &#8211; vuole quindi colmare una lacuna. Non solo: vuole far presente al lettore occidentale che la storia delle esplorazioni geografiche non fu monopolio degli Europei. Se i libri affermano questo, ci\u00f2 \u00e8 dovuto al fatto che il libro non \u00e8 un veicolo imparziale della cultura, ma \u00e8 il veicolo della cultura occidentale. Esistono altre culture ed esistono altri veicoli culturali, come, ad esempio, i racconti orali dei vecchi di Rarotonga. Ed esistettero molti altri Ulisse, anche se non ci fu un Omero a cantarne &#8211; ma soprattutto a scriverne &#8211; le imprese.<\/p>\n<p>LA SCOPERTA ANTARTICA DI HUI-TE-RANGI-ORA.<\/p>\n<p>Una concezione angusta e presuntuosa del sapere ha indotto per secoli gli Europei a sopravvalutare il proprio apporto alla civilt\u00e0 mondiale e a disconoscere o ignorare il contributo degli altri popoli, specialmente di quelli a cultura etnologica (i cosiddetti &quot;primitivi&quot;). Nella storia delle esplorazioni geografiche la prospettiva &quot;eurocentrica&quot; ha fatto s\u00ec che &quot;scoperta&quot; e &quot;scoperta da parte degli Europei&quot; divenissero sinonimi.<\/p>\n<p>Nel caso della scoperta del continente americano, per esempio, la discussione sulla priorit\u00e0 si limita a Colombo, ai Vichinghi, e, magari, ai Fenici (Finzi, 1979); nessuno per\u00f2 ha mai posto in dubbio che l&#8217;unica possibile forma di scoperta dell&#8217;America sia stata quella proveniente da Est, attraverso l&#8217;Atlantico. Eppure nel 499 d. C. pare che un monaco buddhista di nome Hui-Sien abbia raggiunto la costa canadese del Pacifico, partendo dalla Cina, a bordo di una fragile giunca (De La Ronci\u00e8re, 1958). Lo proverebbero alcune monete della dinastia Tai, rinvenute nel 1876 pressoVancouver, nonch\u00e9 le informazioni raccolte nel 1761 da uno studioso francese &#8211; il De Guignes &#8211; sulla base degli archivi cinesi (Zavatti, 1967).<\/p>\n<p>Perch\u00e9, dunque, la scoperta dell&#8217;America \u00e8 considerata tale solo se fatta dai popoli del Vecchio Continente, mentre perde ogni interesse se effettuata partendo da Ovest, cio\u00e8 dall&#8217;Asia? E si potrebbero cirtare molti altri casi del genere.<\/p>\n<p>Vogliamo ora occuparci di un capitolo tra i pi\u00f9 affascinanti e tra i meno conosciuti della storia delle esplorazioni: del viaggio compiuto intorno al VII o all&#8217;VIII secolo da un navigatore polinesiano, Hui-te-Rangi-Ora, fino alle solitudini antartiche. Viaggio che purtroppo &#8211; diciamolo subito &#8211; non sar\u00e0 forse mai possibile provare con assoluta certezza; e che tuttavia, se riconosciuto come verosimile o addirittura comre probabile, non potr\u00e0 non rivoluzionare le nostre idee sulla storia delle esplorazioni antartiche.<\/p>\n<p>La nostra indagine prende le mosse da un&#8217;isoletta posta nell&#8217;arcipelago polinesiano delle Cook: Rarotonga. I suoi abitanti sono, nella vasta area dell&#8217;Oceano Pacifico, quelli che vantano le pi\u00f9 antiche genealogie (insieme a gli isolani delle Hawaii e a quelli delle Isole Marchesi. In tutta la Polinesia &#8211; e con la sola eccezione dell&#8217;isola di Pasqua (4), la scrittura era ignota prima dell&#8217;arrivo degli Europei, e tutte le storie relative alle antiche migrazioni degli antenati erano affidate al ricordo e alla trasmissione orale. Il computo del tempo era fatto adoperando le generazioni come unit\u00e0 di misura. Si capisce, quindi, come una datazione precisa risulti oggi, specie per gli avvenimenti pi\u00f9 remoti, piuttosto difficile: di qui le differenze di cronologia, a volte notevoli, cui pervengono gli etnologi studiando il medesimo evento.<\/p>\n<p>La tradizione orale di Rarotonga narra del viaggio compiuto da un navigatore di nome Hui-Te-Rangi-Ora (5), &#8211; o, secondo un&#8217;altra grafia, &#8216;Ui-te-rangiora -, il quale salp\u00f2 in direzione Sud al comando della piroga <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em>. (6) La data del viaggio, per le ragioni viste poc&#8217;anzi, \u00e8 incerta: probabilmente va collocata fra il VII e l&#8217;VIII secolo. (7)<\/p>\n<p>A quell&#8217;epoca molti arcipelaghi orientali e settentrionali della Polinesia non erano ancora abitati perch\u00e9 sconosciuti. Le isole Tonga e le Samoa, per esempio, erano popolate almeno dal 500 a. C., ma Tahiti non venne scoperta che verso il 200 d. C., e le Hawaii accolsero il primo insediamento umano solo nel 1.004, come indica il radiocarbonio (Emory, 1964).<\/p>\n<p>I viaggi d&#8217;alto mare, in cerca di nuove sedi per la eccedente popolazione polinesiana, ersano dunque nella loro epoca aurea. Al contrario, quando gli Europei penetrarono in forze nel sud Pacifico, essi non erano pi\u00f9 che un pallido ricordo. I Polinesiani si erano sedentarizzati: perfino dei valorosi marinai come i Maori avevano abbandonato del tutto la navigazione d&#8217;altura, e le basi economiche della loro societ\u00e0 si erano spostate dalla pesca all&#8217;agricoltura. (8)<\/p>\n<p>Il celebre etnologo Peter Buck, figlio di un neozelandese britannico e di una principessa maori (il suo nome indigeno era Te Rangi Hiroa), visit\u00f2 Rarotonga nel 1909 (per tornare poi alle Isole Cook vent&#8217;anni dopo) e pot\u00e8 raccogliere dalla viva voce degli anziani il racconto relativo a quel viaggio stupefacente. Egli stesso, per\u00f2, dovette constatare che nelle genealogie di Rarotonga comparivano taluni elementi di origine dubbia, probabilmente interpolati dopo l&#8217;arrivo degli Europei. Ci\u00f2 significa che il materiale storico offerto dalle tradizioni orali deve essere vagliato con attenzione e non pu\u00f2 venire accolto <em>in toto<\/em> acriticamente.<\/p>\n<p>Nel caso che ci interessa, d&#8217;altra parte, non si vede in base a quale criterio sia possibile metterne in dubbio la sostanziale autenticit\u00e0. Quale ragione potevano avere gli anziani di Rarotonga per inventare un fatto cos\u00ec fuori del comune e, come vedremo, cos\u00ec preciso, pur nella descrizione di particolari assolutamente estranei alla loro sfera abituale d&#8217;esperienza? Vennero forse influenzati da qualche racconto dei balenieri o dei cacciatori di foche, che nel XIX secolo frequentavano intensamente gli arcipelaghi polinesiani, facendone le basi di partenza per le loro battute di pesca verso il lontano Sud?<\/p>\n<p>\u00c8 possibile, naturalmente. Tuttavia, \u00e8 lecito mettere in dubbio un fatto storico in base a una teoria non meno indimostrabile del fatto medesimo?<\/p>\n<p>Citeremo a questo proposito il parere di uno dei massimi esperti di questioni polari, ed esploratore polare egli stesso, purtroppo recentemente scomparso: Silvio Zavatti.<\/p>\n<p>Nell&#8217;ormai lontano 1975, in risposta al quesito postogli da chi vi sta ora parlando circa il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora, egli scriveva testualmente: &quot;Mi dispiace di non poterle dare indicazioni pi\u00f9 ampie sul viaggiatore polinesiano. Non esistono naturalmente lavori <em>storici<\/em>, ma soltanto leggende di quel popolo nelle quali si ricorda quel viaggio. Il dubbio espresso nel quadro cronologico (9) \u00e8 dato dal fatto che \u00e8 un po&#8217; incredibile che con una piroga dell&#8217;epoca sia stato possibile un tale viaggio. <em>Ma non \u00e8 neppure da escludere!<\/em>&quot; (10)<\/p>\n<p>Ma esaminiamo da vicino gli elementi principali contenuti nel racconto relativo al viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora. Essi si riducono a sei:<\/p>\n<p>1)  la traversata del mare detto Tai-rua-keko, e l&#8217;avvistamento degli scogli che sorgono da esso;<\/p>\n<p>2)  i &quot;lunghi capelli&quot; fluttuanti sulla superficie delle onde;<\/p>\n<p>3)  il mare trasformato in una vastissima distesa di <em>pia<\/em>, quasi una specie di schiuma bianca;<\/p>\n<p>4)  l&#8217;animale misterioso capace di tuffarsi nelle profondit\u00e0 oceaniche;<\/p>\n<p>5)  l&#8217;arrivo in una regione buia, non pi\u00f9 illuminata dal Sole, e infine:<\/p>\n<p>6)  il mare costellato di ripidi scogli bianchi, dalle pareti nude e totalmente prive di vegetazione.<\/p>\n<p>Tutti gli altri elementi utili alla ricostruzione del viaggio debbono essere dedotti da questi: a cominciare dal fatto che la &quot;scoperta&quot; di Hui-Te-Rangi-Ora non and\u00f2 perduta e che la sua piroga fece felicemente ritorno in patria, raddoppiando la gi\u00e0 lunghissima distanza di oceano aperto percorsa nel viaggio di andata.<\/p>\n<p>Questi sei tratti salienti della tradizione orale non appaiono di troppo difficile interpretazione.<\/p>\n<p>I &quot;lunghi capelli fluttuanti&quot; furono evidentemente delle masse pi\u00f9 o meno estese di alghe brune alla deriva sul mare. Esse sono caratteristiche delle acque fredde, e ci\u00f2 spiega il fatto che nessuno a bordo della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> le avesse mai vedute prima, nelle acque familiari delle isole Cook.<\/p>\n<p>La vasta distesa di <em>pia<\/em> o <em>arrowroot<\/em> &#8211; una pianta alimentare ricca di amido, il cui nome scientifico \u00e8 <em>Tacca pinnatifida<\/em> (Biasutti, 1941, p. 20) &#8211; era il mare ghiacciato della banchisa o di qualche <em>icefield.<\/em> (11)<\/p>\n<p>L&#8217;animale capace di tuffarsi nelle acque profonde doveva essere il leone marino (12), o l&#8217;elefante di mare (<em>Mirounga leonina<\/em>), oppure il leopardo di mare (<em>Hyarurga leptonix<\/em>): semprech\u00e8, naturalmente, non si trattasse di un pinguino. Tutte queste specie sono assenti nelle acque calde, tropicali delle Isole Cook; mancava dunque ai navigatori polinesiani la possibilit\u00e0 di descrivere il misterioso animale pi\u00f9 dettagliatamente. Per essi gli abitanti del mare erono, ovviamente, solo i pesci (includendo in questo termine anche i cetacei e i delfini): il concetto di mammifero pinnipede non rientrava in alcuna realt\u00e0 loro nota.<\/p>\n<p>Quanto al &quot;luogo oscuro&quot;, nel quale non si scorgeva il disco del Sole, si tratta chiaramente della lunga notte antartica. E gli alti scogli bianchi e privi di vegetazione non possono esser stati che degli <em>icebergs<\/em> del Mare di Ross, alla deriva verso il settentrione.<\/p>\n<p>Abbiamo lasciato per ultima la questione relativa al punto 1, cio\u00e8 alla traversata del mare Tai-rua-koko e all&#8217;avvistamento, in esso, di alcuni scogli. La questione non \u00e8 secondaria. Se vogliamo cercar di ricostruire la probabile rotta seguita dalla piroga polinesiana, dobbiamo cercare di identificare quegli scogli. Tale identificazione \u00e8 necessaria per stabilire il meridiano seguito dalla <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> nella sua rotta verso il Sud. Per la latitudine raggiunta prenderemo invece in esame i punti 3, 5 e 6.<\/p>\n<p>Circa il mare chiamato Tai-rua-koko dalle tradizioni degli indigeni di Rarotonga, Peter Buck ritiene di poterlo identificare, invero genericamente, come &quot;il mare a Sud di Rapa&quot; (Buck, 1961). Rapa sarebbe Rapa Iti, la pi\u00f9 meridionale delle Isole Australi o Tubuai (Massajoli, 1965), che a loro volta costituiscono l&#8217;arcipelago pi\u00f9 meridionale della Polinesia.<\/p>\n<p>Probabilmente il Buck usa la parola &quot;Sud&quot;, in senso piuttostro lato, poich\u00e9 Rapa \u00e8 piuttosto a Sud-est di Rarotonga: precisamente, a 144\u00b0 di longitudine Ovest e 27\u00b038&#8242; di latitudine Sud, mentre Rarotonga \u00e8 sfiorata dal 160\u00b0 meridiano di longitudine Ovest e dal 21\u00b0 parallelo di latitudine Sud circa.<\/p>\n<p>Se dunque Hui-te-Rangi-Ora volse la prora direttamente verso Sud, non pass\u00f2 per &quot;il mare a Sud di Rapa&quot;, bens\u00ec per il mare a Ovest e Sud-ovest di Rapa. Questa sembra essere appunto l&#8217;ipotesi avanzata da un altro eminente studioso anglosassone, Elsdon Best.<\/p>\n<p>Nel 1918 il Best realizz\u00f2, a conclusione di una serie di studi sugli antichi navigatori polinesiani, una carta dei viaggi d&#8217;esplorazione nell&#8217;Oceano Pacifico prima dell&#8217;arrivo degli Europei. Compilata per la Geographical Society di New York, essa venne pubblicata dalla <em>Geographical Review<\/em> per illustrare un dotto articolo intitolato <em>Polynesian navigators<\/em>. (Best, 1918) In essa \u00e8 raffigurata la rotta ipotetica della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em>, che da Rarotonga punta in linea retta verso Sud-Sudest, oltrepassando il 50\u00b0 parallelo di latitudine Sud all&#8217;incirca all&#8217;incrocio col 156\u00b0 meridiano di longitudine Ovest.<\/p>\n<p>Proprio qui, tuttavia, sorgono le prime gravi difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>Attraversando il mare Tai-rua-koko il nostro navigatore e i suoi compagni videro emergere dall&#8217;acqua alcuni scogli: questo dice la tradizione relativa al suo viaggio. Ora, se noi prendiamo in esame una carta dell&#8217;Oceano Pacifico, constatiamo subito che a Sud delle Isole Cook (e anche delle Tubuai) non vi sono che due gruppi di scogli in tutta la vasta distesa del mare: gli Haymet Reef (approssimativamente a 160\u00b0 di longitudine Ovest e a 26\u00b0 di latitudine Sud), quasi sullo stesso meridiano di Rarotonga, e il &quot;festone&quot; Wachussett Shoal-R\u00e9cif Ernest Legouv\u00e9- Maria Theresa Reef (13), che si estende a circa 151\u00b0 di longitudine Ovest e fra i 32\u00b0 e i 37\u00b0 di latitudine Sud. (14)<\/p>\n<p>Si tratta di scogliere coralline a fior d&#8217;acqua, assai pericolose per la navigazione, smarrite a centinaia e centinaia di chilometri dalla pi\u00f9 vicina terra emersa. Se davvero il fragile scafo di tronco d&#8217;albero della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> si trov\u00f2 a passarvi nel mezzo, dovette correre un grave rischio: i banchi di corallo semisommersi sarebbero stati in grado di tagliarlo come una lama di coltello che si affondi nel burro. Non \u00e8 strano, quindi, che le memorie del viaggio non si siano scordate di tramandare il particolare degli scogli.<\/p>\n<p>Ma quale dei due distinti gruppi di frangenti, tra loro lontanissimi, sfior\u00f2 la piroga di Hui-Te-Rangi-Ora: quelli occidentali o quelli sud-orientali? \u00c8 importante cercare di stabilirlo, se vogliamo ricostruire, sia pure approssimativamente, la rotta di quell&#8217;antico viaggio oceanico. Nessun&#8217;altra isola, nessun altro punto di riferimento stabile potrebbe venirci in aiuto, per la semplice ragione che fra quelle scogliere e il lontanissimo continente di ghiaccio non v&#8217;\u00e8 nulla all&#8217;infuori del mare.<\/p>\n<p>Lo studio delle correnti marine e dei venti in quella zona dell&#8217;Oceano Pacifico mostra che giusto all&#8217;altezza di Rarotonga la Corrente Equatoriale del Sud compie una conversione in direzione Sud-est, scende all&#8217;incirca lungo il 160\u00b0 meridiano di longitudine Ovest e devia di altri dieci gradi verso Levante, passando al di sopra del 150\u00b0 parallelo. (15).<\/p>\n<p>Ci\u00f2 significa che una imbarcazione a vela, uscendo dal porto di Avarua, sulla costa settentrionale di Rarotonga, e doppiando l&#8217;isola in direzione Sud, viene sospinta a Sud-est (16) e passa dapprima accanto agli Haymet Rocks, indi sfila attraverso il &quot;pettine&quot; costituito dall&#8217;allineamento: Secche Wachussett- Scogli Ernest Legouv\u00e9- Scogli Maria Teresa.<\/p>\n<p>Quali di questi ultimi Hui-te-Rangi-Ora abbia avvistato esattamente, \u00e8 impossibile precisare; ma l&#8217;importante \u00e8 aver ricostruito questa prima parte della rotta della <em>Te-Ivi-o-Atea.<\/em><\/p>\n<p>Subito dopo, scampato al pericolo dei frangenti, il navigatore polinesiano dovette affrontare la parte forse pi\u00f9 dura della sua traversata: i &quot;quaranta ruggenti&quot;.<\/p>\n<p>Con questo nome \u00e8 nota ai marinai di tutto il mondo quella fascia di mare eternamente tempestoso che corre lungo il quarantesimo parallelo di latitudine Sud (Dumas, s. d.). I venti dell&#8217;Ovest spazzano tali latitudini con violenza, poich\u00e9 nessuna terra emersa ne frena la corsa per migliaia e migliaia di chilometri (Cole, 1962). Le onde possono qui raggiungere altezze enormi. Navigatori a vela dei nostri giorni affermano che nel Pacifico meridionale hanno veduto le onde pi\u00f9 alte del mondo (Guzzwell, 1971).<\/p>\n<p>Quanto alte, esattamente? Non sempre si pu\u00f2 dare credito ai racconti dei marinai relativi a queste montagne d&#8217;acqua, poich\u00e9 sovente essi sono influenzati da fattori psicologici ed emotivi. Tuttavia, se studiosi come l&#8217;Almagi\u00e0 affermano che &#8211; in linea generale &#8211; onde oceaniche dell&#8217;altezza di 15 metri devono essere considerate del tutto eccezionali (Almagi\u00e0, 1961), osservazioni scientificamente precise hanno dimostrato l&#8217;esistenza di onde alte 22 metri e, probabilmente, anche di pi\u00f9. (Carrington, 1971)<\/p>\n<p>Lungo i &quot;quaranta ruggenti&quot; del Pacifico, poi, \u00e8 stato osservato che un veliero in mezzo alla tempesta non pu\u00f2 considerarsi al sicuro nemmeno se manovrato con somma perizia, perch\u00e9 anche le onde che lo investono di poppa &#8211; e non solo quelle di traverso &#8211; sono in grado di disalberarlo ed inondarlo d&#8217;acqua. (Guzzwell, 1971)<\/p>\n<p>Possiamo tentare di immaginarci come la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> abbia paurosamente rollato e beccheggiato su quei giganteschi cavalloni, che la sollevavano come un fuscello. Si trattava quasi certamente di una piroga doppia, costituita da due scafi legati tra loro e uniti da una piattaforma, del tipo comunemente adoperato dai polinesiani per aumentare la stabilit\u00e0 delle loro imbarcazioni durante le lunghe traversate in mare aperto. Aveva un albero (con una vela); forse anche due o perfino tre, se era del tipo pi\u00f9 grande. Certamente i carpentieri di Rarotonga ne avevano rialzato i bordi con assi di riparo contro le ondate, e uguale protezione avevano predisposto per gli spazi prodiero e poppiero, ove si teneva acceso il fuoco per tutta la durata del viaggio.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 verosimile che nella traversata dei &quot;quaranta ruggenti&quot; tutte queste precauzioni non siano state sufficienti: l&#8217;acqua avr\u00e0 inzuppato la sabbia su cui era acceso il fuoco, spegnendolo; il fondo dei due canotti sar\u00e0 stato allagato, al punto da costringere tutto il numeroso equipaggio ad aggottare freneticamente con le s\u00e0ssole e con qualunque altro recipiente disponibile Ma la bella prora in legno scolpito riusc\u00ec alfine a superare la zona critica, e dai &quot;quaranta ruggenti&quot; scivol\u00f2 verso i &quot;cinquanta ululanti&quot;, relativamente meno burrascosi.<\/p>\n<p>A questo punto la piroga di Hui-Te-Rangi-Ora, che doveva trovarsi &#8212; molto approssimativamente &#8212; a circa 140\u00b0 di longitudine Ovest e oltre i 40\u00b0 di latitudine Sud, si vide afferrata dalla cosiddetta Corrente Antartica, il cui flusso (come quello dei venti prevalenti) corre su un ampio fronte verso Est, proveniente dalle Isole Bounty e degli Antipodi.<\/p>\n<p>La situazione, a bordo, non doveva essere facile. Da quando avevano perso di vista la vetta vulcanica della loro bella isola (17), i marinai di Rarotonga non avevano pi\u00f9 avvistato terra da settimane. Col fuoco spento era venuta meno la possibilit\u00e0 di consumare dei pasti caldi, mentre &#8211; al contrario &#8211; la temperatura dell&#8217;aria e dell&#8217;acqua si faceva sempre pi\u00f9 fredda. Abituati al clima tropicale delle Isole Cook, essi soffrivano il freddo e non disponevano, come pi\u00f9 tardi i loro consanguinei Maori della Nuova Zelanda e Moriori delle Isole Chatham &#8211; terre ancora sconosciute (18) -, delle calde vesti in fibra di lino con le quali ripararsi. Probabilmente indossavano vesti in fibra di <em>aute<\/em>, del tutto inadatte a proteggerli dalle rigide temperature subantartiche. Forse, Hui-Te-rangi-Ora e i capi subalterni avranno avuto mantelli cerimoniali di pelle di cane rivestiti di piume che, rivoltati all&#8217;interno, offrivano una certa difesa; nella Nuova Zelanda essi sono in uso ancor oggi. (19)<\/p>\n<p>Ma, nel complesso, l&#8217;equipaggio soffriva molto per il costante abbassamento della temperatura.<\/p>\n<p>Verso dove stavano andando? Anche ammesso che disponessero di scorte alimentari in abbondanza, non saranno stati presi dall&#8217;inquietudine e dallo scoraggiamento, vedendo che si faceva sempre pi\u00f9 tenue la speranza di avvistare una terra ospitale? Se erano partiti, com&#8217;\u00e8 probabile, per cercare nuove isole da colonizzare, il grigio mare tempestoso e i giganteschi <em>icebergs<\/em> alla deriva (20), che ora incominciavano ad apparire, li avranno convinti che lo scopo iniziale del viaggio doveva considerarsi fallito. E che avranno detto le donne, che cosa i bambini imbarcati sulla grande piroga, dato che si trattava pur sempre di una spedizione di colonizzatori e non di semplici &quot;esploratori&quot;? Noi sappiamo bene, dal diario di bordo di Cristoforo Colombo, che cosa significa navigare nell&#8217;ignoto per giorni e settimane, senza mai indizio di terra, stretti dall&#8217;angoscia di perdersi nelle immensit\u00e0 dell&#8217;oceano, senza pi\u00f9 la certezza del ritorno a casa.<\/p>../../../../n_3Cp>Perch\u00e9, dunque, non tornarono indietro? Molto probabilmente furono le correnti e, forse, le tempeste a spingerli avanti. Inoltre, i venti a quella latitudine sono moltoi incostanti &#8211; bench\u00e8 in generale prevalgano quelli da Ponente &#8211; sicch\u00e8 la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> pu\u00f2 essere stata trascinata a zig-zag, suo malgrado, sempre pi\u00f9 a Sud. Fin dove si spinse la piroga di quei coraggiosi Polinesiani? Per rispondere a questa domanda, bisogna che ci rifacciamo specialmente ai punti 3, 5 e 6 della tradizione relativa al viaggio.<\/p>\n<p>Dal punto 6, risulta che Hui-Te-Rangi-Ora e i suoi compagni avvistarono degli <em>icebergs<\/em>. Questo \u00e8 per\u00f2 un dato troppo vago, poich\u00e9 il limite equatoriale dei ghiacci galleggianti (d&#8217;altronde variabile anche di molto, dalla stagione estiva a quella invernale, da un anno all&#8217;altro) non \u00e8 facilmente definibile. Certo \u00e8 che mentre a Sud della Nuova Zelanda solo in casi eccezionali gli <em>icebergs<\/em> superano &#8211; e di poco &#8211; i 50\u00b0 di latitudine Sud, ad Est dell&#8217;arcipelago si spingono fino alla latitudine di Christchurch, cio\u00e8 a circa 43\u00b0 di latitudine Sud.<\/p>\n<p>Ora, che Hui-te-Rangi-Ora abbia oltrepassato, e di molto, questa latitudine, \u00e8 provato da quel che dice la tradizione circa il mare simile ad una distesa di <em>pia.<\/em> Se poi la piroga del nostro navigatore giunse fino alla banchisa (21), allora \u00e8 fuori di dubbio che essa, in qualche modo, super\u00f2 la Corrente Antartica, tagliandola obliquamente, per spingersi fino alle alte latitudini. La banchisa (che solo nelle regioni artiche prende il nome di <em>pack<\/em>), nei mesi di febbraio-marzo non si spinge, in media, oltre il Circolo Polare Antartico (22), mentre in agosto-settembre, all&#8217;epoca &#8211; cio\u00e8 &#8211; della sua massima avanzata, nella zona chea noi qui interessa, risale anche oltre il 60\u00b0 parallelo di latitudine Sud. (23)<\/p>\n<p>Sarebbe logico pensare che la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> abbia salpato l&#8217;ancora da Rarotonga nella stagione estiva dell&#8217;emisfero australe (settembre- marzo), bench\u00e9 nelle isole Cook, a soli 20 gradi dall&#8217;Equatore, i nostri navigatori non dovessero avere un concetto chiarissimo delle variazioni climatiche stagionali, almeno in termini di escursione termica. (24) Vedremo invece pi\u00f9 avanti che il viaggio fu intrapreso, pi\u00f9 probabilmente, nel periodo invernale, cio\u00e8 dopo il mese di marzo. (25)<\/p>\n<p>Il primo dato certo che possediamo \u00e8 che la piroga di Hui-Te-Rangi-Ora si spinse, in ogni caso, al di l\u00e0 del 55\u00b0 parallelo di latitudine Sud.Questa certezza ci deriva dal fatto che nel racconto del viaggio, tramandato a Rarotonga, si dice che la piroga, a un certo punto, raggiunse una regione avvolta dall&#8217;oscurit\u00e0. E questa \u00e8 la prova che scese abbastanza a Sud da vedere la notte polare.<\/p>\n<p>Osserviamo lo schizzo relativo al corso del Sole, nei vari periodi dell&#8217;anno, all&#8217;isola Macquarie, nel gruppo omonimo (illustrazione a pag. 22 dell&#8217;articolo originale). Questa isola subantartica emerge a circa 1.000 chilometri dalla punta meridionale della Nuova Zelanda e a 1.600 dalla Tasmania: la sua posizione astronomica \u00e8 54\u00b040&#8242; di latitudine Sud e 159\u00b045&#8242; di longitudine Est. (27) Come risulta dallo schizzo, in nessun giorno dell&#8217;anno il Sole scende al di sotto dell&#8217;orizzonte per 24 ore consecutive: anche nella giornata pi\u00f9 corta, il 21 giugno (il nostro solstizio d&#8217;estate, corrispondente nell&#8217;emisfero Sud al solstizio d&#8217;inverno), esso descrive un sia pur breve arco di alcune ore di luce. Ne consegue che il nostro navigatore, per giungere a non vedere pi\u00f9 il levar del Sole, dovette spingersi nettamente oltre il parallelo dell&#8217;isola Macquarie. Fino a dove?<\/p>\n<p>Nella notte estiva australe la luce del Sole non scompare mai del tutto. Infatti, quando si vive oltre i circoli polari la transizione fra il giorno continuo e la notte continua \u00e8 graduale. E lo stesso chiarore diuffuso caratterizza la lunga notte dell&#8217;estate boreale, fin presso il Polo Nord. (28)<\/p>\n<p>Dobbiamo perci\u00f2, forzatamente, porre la seguente alternativa: o il viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora ebbe luogo in estate, e allora, per penetrare nella notte antartica, egli dovette toccare latitudini incredibilmente alte, ossia ben oltre il Circolo Polare. Oppure il viaggio ebbe luogo d&#8217; inverno (periodo da marzo a settembre), e allora i navigatori polinesiani poterono ammirare la notte polare anche trovandosi assai pi\u00f9 a Nord: forse poco oltre il 60\u00b0 parallelo.<\/p>\n<p>Noi propendiamo per la seconda ipotesi. Troppi ordini di fattori si oppongono all&#8217;idea che la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> sia potuta penetrare fin dentro il Mare di Ross, sbarrato &#8211; anche nella stagione estiva &#8211; da una vastissima banchisa, e disseminato di enormi <em>icebergs<\/em> tabulari. \u00c8 pi\u00f9 probabile che essa non sia scesa molto al di sotto del 60\u00b0 parallelo, al massimo fin presso il Circolo Polare; e l\u00ec, per poter vedere la notte antartica, doveva essere inverno.<\/p>\n<p>Ricordando quanto s&#8217;\u00e8 detto circa il permanere del Sole tutto l&#8217;anno sopra l&#8217;orizzonte fino al 54\u00b0 parallelo, dobbiamo dunque ammettere che Hui-Te-Rangi-Ora dovette avanzare fino a un punto imprecisato compreso fra i 55\u00b0 ed i 66\u00b0 di latitudine Sud. (29) Sia pure con qualche difficolt\u00e0, la sua piroga pot\u00e8 trovare il mare ancor libero dai ghiacci a quella latitudine, poich\u00e9 la banchisa non supera mai di molto il Circolo Polare, anche nel pieno dell&#8217; inverno antartico.<\/p>\n<p>Possiamo facilmente immaginare i sentimenti di quegli uomini smarriti nelle fredde solitudini polari. Il gelo crescente ogni giorno; il numero e le dimensioni degli <em>icebergs<\/em>, che aumentavano quanto pi\u00f9 essi scendevano a Sud; la scomparsa del Sole sotto l&#8217;orizzonte, dovevano averli molto scossi. Da quando avevano lasciato Rarotonga, non meno di un mese innanzi (30), nessuna terra era apparsa alla loro vista: solo scogli e <em>icebergs.<\/em> Dovevano sentirsi ormai fuori del mondo, perduti, pi\u00f9 che Ulisse e i suoi compagni dopo il passaggio delle Colonne d&#8217;Ercole e il &quot;folle volo&quot; verso il Polo Australe. (31)<\/p>\n<p>Pech\u00e8 dunque avevano continuato a spingersi sempre pi\u00f9 innanzi? \u00c8 possibile che per molti giorni siano stati in bal\u00eca dei venti ciclonici di Ponente, perdendo il controllo dell&#8217;imbarcazione.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, bisogna tenere presente che i Polinesiani, come del resto tutti i navigatori dell&#8217;antichit\u00e0, non avevano alcuna idea della sfericit\u00e0 della Terra. Gli uomini della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> potevano anche sperare che quel bacino di acque gelide e tempestose avrebbe avuto termine; che, superata la zona degli <em>icebergs<\/em>, avrebbero trovato nuovamente mare libero e riveduto il Sole. Fu soltanto con il trascorrere dei giorni e con il peggiorare delle condizioni atmosferiche che essi finirono per rendersi conto della realt\u00e0. Dopo la scomparsa del Sole, i loro unici punti di riferimento erano le stelle, e in particolare la Croce del Sud, che brillava sempre pi\u00f9 alta, guidandoli verso orizzonti sconfinati.<\/p>\n<p>Ma se entravano in un banco di nebbia o se il cielo si rannuvolava, anche le costellazioni sparivano e aumentava il pericolo di urtare contro qualche <em>iceberg<\/em>, o di smarrire definitivamente la rotta. Il problema pi\u00f9 grave, per\u00f2, doveva essere costituito indubbiamente dal freddo. Come resistere ai gelidi venti e alle temperature sempre pi\u00f9 rigide, abituati com&#8217;erano all&#8217;eterna primavera della loro dolce isola tropicale?<\/p>\n<p>&quot;Difficile immaginare che, cos\u00ec succintamente vestiti come sono di solito, naviganti polinesiani possano spingersi fra ghiacci e <em>icebergs<\/em>&quot;, scrive il Buck (Buck, 19621, p. 124); e, come vedremo, questo \u00e8 il principale elemento in base al quale l&#8217;etnologo anglo-maori pone in dubbio la storicit\u00e0 del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora.<\/p>\n<p>Naturalmente questo argomento cade, sol che si immagini la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> trascinata, almeno nell&#8217; ultimo tratto, <em>contro<\/em> la volont\u00e0 dell&#8217;equipaggio, ed in bal\u00eca dei venti. Resta da vedere come pot\u00e8 il suo equipaggio tollerare le temperature antartiche, non solo da un punto di vista psicologico ma innanzitutto fisico.<\/p>\n<p>\u00c8 possibile, anzi \u00e8 probabile, che non pochi Polinesiani siano periti a causa del gelo. Quegli ardimentosi navigatori, che non temevano l&#8217;immensit\u00e0 del mare e che sfidavano su fragili imbarcazioni le onde pi\u00f9 alte del mondo, erano indifesi e inermi davanti a un nemico del tutto sconosciuto: il freddo. (32)<\/p>\n<p>La piroga di Hui-Te-Rangi-Ora era salpata in cerca di nuove terre da colonizzare e dunque, come si \u00e8 detto, trasportava certamente anche donne e bambini. Senza dubbio furono costoro a pagare il pi\u00f9 alto tributo ai rigori spietati del clima polare.<\/p>\n<p>Tuttavia la piroga riusc\u00ec alfine a fare ritorno in patria, e ci\u00f2 significa che una buona parte dell&#8217;equipaggio sopravvisse al gelo dell&#8217;Antartico. Possiamo affermarlo con sicurezza poich\u00e9, se una moderna nave a vapore pu\u00f2 compiere una crociera anche lunga con pochissimi uomini d&#8217;equipaggio, essendo gran parte delle manovre automatizzate, una grande piroga polinesiana richiedeva la presenza di decine di uomini per la manovra delle pagaie e delle vele. Nei viaggi d&#8217;alto mare, anche per le spedizioni di guerra, le imbarcazioni polinesiane ospitavano fino a 200 rematori &#8211; ed eventualmente 30 o 40 guerrieri &#8211; con ampie scorte di viveri freschi, animali domestici (maiali, cani, pollame), semi e tuberi di piante commestibili.<\/p>\n<p>Certo, per difendersi dal freddo, gli uomini e le donne della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> saranno ricorsi a ogni espediente. Forse, per prima cosa, uccisero i cani che avevano a bordo, per confezionare dei pellicciotti con la loro pelle &#8211; e senza sprecarne di certo la carne, dato che la bassa temperatura esigeva una dieta calorica, diversa da quella largamente vegetariana cui i Polinesiani erano abituati (33). (Zavatti, 1965) Ma un tale espediente non poteva bastare, ed essi rivolsero la loro attenzione a quel misterioso &quot;animale tuffatore&quot; che scorgevano di tanto in tanto affiorare vicino alla piroga, o crogiolarsi al Sole sul bordo degli <em>icebergs.<\/em> L&#8217;uccisione di una sola otaria significava una calda pelliccia per alcuni, e carne e grasso per tutti.<\/p>\n<p>Si consideri, del resto, che i popoli &quot;canoeros&quot; della Terra del Fuoco, a una latitudine di 54\u00b0-55\u00b0, prima del contatto con i bianchi si difendevano dal freddo con due semplici pelli di foca. (34) Anche se \u00e8 pur vero che essi erano avvezzia quel clima, al punto che le loro donne si tuffavano nude nell&#8217;acqua gelida per raccogliere mitili e ricci di mare, mentre i Polinesiani non lo erano affatto.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, in qualche modo, confezionando pellicce di cane, di otaria e di foca (35), o dandosi il turno nella capanna di poppa intorno al fuoco, se era rimasto acceso, i compagni di Hui-Te-Rangi-Ora, pur con qualche perdita, sopravvissero al freddo.<\/p>\n<p>Ma un giorno, finalmente, essi si trovarono la strada definitivamente sbarrata dalla banchisa. Gli <em>icebergs<\/em>, come gi\u00e0 i densi banchi di alghe, potevano essere evitati dalla perizia del timoniere, ossia dall&#8217;uomo che impugnava la pagaia di governo, perch\u00e9 non avevano timone. (36) Ma davanti a quella spettacolare barriera candida e compatta, simile a schiuma, era impossibile proseguire. Forse la costeggiarono per un tratto, alla ricerca di un passaggio; e forse, per il momento, lo trovarono: ma alla fine decisero che non era ragionevole tentare pi\u00f9 a lungo la fortuna, e furono saggi.<\/p>\n<p>Con tutta probabilit\u00e0, dunque, essi non avvistarono la terraferma dell&#8217;Antartide. Il limite medio della banchisa nel Mare di Ross, infatti, alla longitudine che qui ci interessa (fra i 130\u00b0 e i 140\u00b0 Ovest circa) dista da 300 a 600 chilometri dalla terraferma (Hobbs Coast). (37) Quindi, anche se presso quel punto della costa antartica si ergono delle montagne notevoli (3.498 metri nei Monti Hal Flood, un centinaio di chilometri all&#8217;interno), nemmeno in una giornata limpidissima &#8211; e invece era notte! &#8211; i nostri esploratori avrebbero potuto scorgerle, specialmente dal basso punto d&#8217; osservbazione offerto dalla loro piroga.<\/p>\n<p>Del resto, il silenzio del racconto tradizionale su una circostanza cos\u00ec importante non pu\u00f2 che suonare come una conferma, indiretta ma sicura, che essi non poterono avvistare l&#8217;Antartide vera e propria.<\/p>\n<p>Anche per questo motivo dobbiamo escludere che si potranno, un giorno, trovare delle testimonianze <em>materiali<\/em> di quel viaggio, come invece avvenne nel caso delle monete cinesi per la gi\u00e0 ricordata navigazione di Hui-Sien. I Polinesiani, del resto, non conoscevano la fusione dei metalli e quindi, se pure fossero sbarcati, non avrebbero potuto in alcun caso abbandonare degli oggetti di materiale durevole.<\/p>\n<p>Un alone di mistero, tale da accendere la fantasia di poeti e romanzieri, circonder\u00e0 dunque per sempre quell&#8217;antica spedizione.<\/p>\n<p>Il viaggio di ritorno della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> restitu\u00ec quel coraggioso equuipaggio, giorno dopo giorno, al mondo conosciuto.<\/p>\n<p>Assistiti da una notevole fortuna, i nostri audaci esploratori evitarono le tempeste o le superarono vittoriosamente, finch\u00e8 videro riapparire il Sole sull&#8217;orizzonte e farsi pi\u00f9 radi, poco a poco, i bianchissimi isolotti di galleggianti, talvolta protesi verso l&#8217;alto come fantastiche montagne marine, che all&#8217;alba e al tramonto si accendevano di colori iridescenti e che rivelavano, da vicino, fenditure e gallerie fantastiche e impensabili. Forse, accostandone uno e sbarcandovi, avranno inuito trattarsi di acqua ghiacciata; forse ne avranno profittato per raccogliere alcuni preziosi blocchi e rinnovare con essi la scarsa e maleodorante riserva d&#8217;acqua dolce, che le piogge non bastavano a ricostituire.<\/p>\n<p>La temperatura tornava a farsi gradatamente pi\u00f9 tiepida, il mare da grigio riacquistava la sua familiare colorazione verde-azzurrina, e le costellazioni, di notte, brillavano rassicuranti nelle ben note posizioni. Nessuna terraferma venne mai avvistata fino alle Isole Cook, anche se la rotta della piroga dovette discostarsi sensibilmente da quella del viaggio di andata, per il semplice fatto che nessuna isola interrompe quella immensa distesa d&#8217;acqua per migliaia di chilometri.<\/p>\n<p>Finalmente, dopo una navigazione di circa 16.000 chilometri fra andata e ritorno, durata &#8211; crediamo &#8211; non meno di tre mesi (39), Hui-Te-Rangi-Ora e i suoi compagni tornarono in vista del monte Te Munga, nella loro vecchia isola di Rarotonga. Vi giunsero stremati dalle privazioni, dopo una navigazione senza scalo, tranne forse all&#8217;isola di Mangaia, ormai sulla soglia &#8211; si pu\u00f2 dire &#8211; di casa. E certo, dopo la gioia esaltante della certezza d&#8217;essere salvi, il loro pensiero torn\u00f2 con mestizia ai compagni morti per il freddo, la fame e lo scorbuto, la cui tomba anonima era quel grigio e burrascoso mare che si perdeva nella notte del lontano Sud.<\/p>\n<p>Abbiamo accennato al fatto che l&#8217;intera spedizione era salpata, probabilmente, per la sovrappopolazione delle isole polinesiane allora conosciute. Peter Buck, tuttavia, oltre a mettere in dubbio che dei Polinesiani scarsamente vestiti abbiano potuto tollerare i rigori del clima antartico, si pronuncia contro la storicit\u00e0 del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora sulla base di una considerazione psicologica. Infatti, a suo giudizio, dei naviganti polinesiani mai seguirebbero a lungo una rotta su dei mari freddi e grigi. (Buck, 1961)<\/p>\n<p>Evidentemente, per\u00f2, l&#8217;una e l&#8217;altra obiezione cadono, sol che si ammetta che Hui-Te-Rangi-Ora, salpato alla ricerca di nuove terre da colonizzare, sia poi stato trascinato dai venti e dalle burrasche su una rotta che si sarebbe guardato bene dal seguire volontariamente. (Zavatti, 1975) Quindi, la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> si trov\u00f2 sospinta assai pi\u00f9 lontano di quanto il suo comandante e il suo equipaggio avessero mai immaginato o desiderato, e la scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora va collocata fra le numerose scoperte geografiche <em>casuali<\/em> dell&#8217;antichit\u00e0 e del Medioevo.<\/p>\n<p>Dal punto di vista degli scopi iniziali, dunque, nonostante il felice ritorno della piroga con una buona parte del suo equipaggio, la spedizione era stata un fallimento totale. Su una distesa di migliaia e migliaia di chilometri d&#8217;oceano, la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em> non aveva avvistato nemmeno il pi\u00f9 piccolo lembo di terra. (40)<\/p>\n<p>E tuttavia, sotto un altro punto di vista, non si poteva dire che quel viaggio avventurosissimo non fosse servito a nulla. Aveva, se non altro, dimostrato l&#8217;inesistenza di terre abitabili, anzi semplicemente di terre, fino al lontanissimo &quot;mare di <em>pia<\/em>&quot;, fino cio\u00e8 al Circolo Polare Antartico. Molto prima di James Cook, Hui-Te-Rangi-Ora aveva potuto constatare con i propri occhi che, se anche una vasta terra esisteva a Sud della banchisa, essa doveva essere del tutto inabitabile. Come, pi\u00f9 tardi, il grande navigatore inglese, avr\u00e0 potuto spiegare ai compatrioti rimasti a Rarotonga: &quot;Se qualcuno avr\u00e0 l&#8217;ardire di spingersi oltre&#8230; [a dove ci simo spinti noi]&#8230; oso affermare che il mondo non ne deriverebbe alcun beneficio.&quot; (Sullivan, s. d.) Cos\u00ec come, rispondendo alle critiche che certo non gli saranno state risparmiate, socraticamente avr\u00e0 potuto dire che &quot;una vita senza ricerca non \u00e8 degna d&#8217;essere vissuta&quot;. (Bowra, 1962, p. 145)<\/p>\n<p>La tradizione di Rarotonga dice tuttavia che qualcuno, a distanza di tre secoli e mezzo, rimase pi\u00f9 affascinato che scoraggiato dal racconto di quel viaggio, e volle ripeterlo. Fu quanto tent\u00f2 un navigatore di nome Te Ara-tanga-nuku, gi\u00e0 scopritore di varie isole e famoso nella sua patria come esploratore. (Buck, 1961) Ma questo secondo viaggio verso l&#8217;Antartide, cos\u00ec come il suo protagonista, hanno realmente l&#8217;aria di appartenere a un racconto di pura fantasia: e in ci\u00f2 concordiamo, questa volta, con l&#8217;opinione del Buck.<\/p>\n<p>Hui-Te-Rangi-Ora, dunque, non aveva scoperto nuove sedi per il suo popolo. Poteva vantare per\u00f2 l&#8217;orgoglio di aver condotto a termine un viaggio d&#8217;esplorazione ai limiti delle possibilit\u00e0 umane. E l&#8217; intera comunit\u00e0 di Rarotonga ebbe chiara coscienza della eccezionalit\u00e0 dell&#8217;impresa, consacrando il nome del navigatore e quello della sua imbarcazione alla memoria delle generazioni future.<\/p>\n<p>&quot;Come l&#8217;arcobaleno abbraccia gli orizzonti &#8211; dice il canto relativo a quel viaggio &#8211; cos\u00ec la canoa di Hui-Te-Rangi-Ora solca i mari che fra essi si stendono:&quot; (Buck, 1961, p. 107).<\/p>\n<h1>NOTE<\/h1>\n<p>1)  Precisamente, il 30 gennaio 1820: cos\u00ec almeno sosteneva il ricorso britannico alla Corte Internazionale di Giustizia del 1955 (diretto contro le pretese antartiche del Cile e dell&#8217;Argentina). Ma anche gli Statunitensi (per merito di N. B. Palmer) e i Russi (con T. F. von Bellingshausen) reclamarono l&#8217;onore di aver avvistato per primi l&#8217;Antartide (SULLIVAN, s. d., pp. 28-32).<\/p>\n<p>2)  Bouvet scopr\u00ec l&#8217;isola che da lui prese il nome nel 1739; Kerguelen avvist\u00f2 l&#8217;arcipelago omonimo nel 1772; Cook, infine, esplor\u00f2 i mari antartici in varie riprese, fra il 1772 e il 1776.<\/p>\n<p>3)  Anche la presenza dell&#8217;uomo nel Sud America, del resto, arretra di millenni dopo la recente scoperta, in un sito del Brasile (1984), di utensili scheggiati dall&#8217;uomo e risalenti &#8212; pare &#8212; a 43 mila anni fa.<\/p>\n<p>4)  Ma anche gli antichi abitanti dell&#8217;Isola di Pasqua possedevano, pi\u00f9 che una vera e propria scrittura, un sistema di pittografia mnemonica a canone bustrofedico (cio\u00e8 a lettura a righe alternate, da sinistraa destra e da destra a sinistra), conservata su &quot;legni di informazione&quot; detti <em>kohau rongo rongo.<\/em> Essi sono a tutt&#8217;oggi indecifrati, perch\u00e9 gli ultimi isolani in grado, forse, di interpretarli vennero uccisi o dispersi da negrieri peruviani nel 1862 (METRAUX, 1971) (HEYERDAHL, 1971) (SERPIERI, 1973).<\/p>\n<p>5)  Conosciamo i nomi di molti navigatori polinesiani dell&#8217;epoca dei grandi viaggi di scoperta e di popolamento delle isole del Pacifico, e non \u00e8 facile distinguere quelli storici da quelli mitici. Le tradizioni polinesiane narrano di Toi, che navig\u00f2 30 generazioni fa dalle Isole della Societ\u00e0 a Tutuila, a Rarotonga, alle Isole Chatham, alla Nuova Zelanda; di Uenga, che da Savaii, nelle Samoa, tocc\u00f2 successivamente Vavau, Tongareva, Rimatara, Rurutu, Tubuai e infine Fakaau nelle Paumotu e Thaiti, donde volse la prua verso la sua patria. Sappiamo anche di Tanghihia, Whiro, Tutapu Maru e infine di Te Ara-tanga-nuku, del quale riparleremo: quest&#8217;ultimo almeno \u00e8 da considerarsi leggendario.<\/p>\n<p>6)  Tutte le piroghe polinesiane d&#8217;alto mare venivano battezzate al momento del varo, essendo l&#8217;intera opera di costruzione permeata di significati e riti religiosi. Nel caso dei Maori della Nuova Zelanda i nomi leggendari delle loro imbarcazioni &#8212; <em>Arawa, Aotea, Matatua, Horotua, Tainui, Takitimu<\/em> e <em>Tokomaru<\/em>&#8211; son rimasti a designare le singole trib\u00f9 e i loro diritti di possesso delle terre (AMODIO ROBERTAZZI, 1967-71, vol. XII, p. 418).<\/p>\n<p>7)  Lo studioso E. Best calcola in trent&#8217;anni il corso di una generazione. Egli non tenta una datazione del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora, ma colloca quello di Tui, gi\u00e0 ricordato, verso il 1.100 d. C. Infatti, 30 generazioni fa (30&#215;30=900), e cio\u00e8 la data del 1.100, risulta sottraendo 900 anni alla data odierna. D&#8217;altra parte, negli ultimi cento anni le generazioni polinesiane devono essere calcolate in tempi pi\u00f9 brevi (da 20 a 25 anni), poich\u00e9 i missionari europei e statunitensi, condannando la frequente pratica dei rapporti sessuali prematrimoniali, hanno fatto abbassare l&#8217;et\u00e0 media dei matrimoni (FURNAS, 1959, p. 364). Bisognerebbe quindi vedere se le attuali tradizioni relative agli antichi viaggi fanno riferimento al &quot;vecchio&quot; o al &quot;nuovo&quot; corso delle generazioni.<\/p>\n<p>8)  Ancora nel XIX secolo i Maori della Nuova Zelanda frequentavano le Isole Auckland, situate a circa 1.500 km. a Sud-ovest dell&#8217;Isola Meridionale (e classificate perci\u00f2 dai geografi tra gli arcipelaghi subantartici). Ma per sferrare il loro tragico attacco contro i Moriori delle Isole Chatham, a 836 km. a Est di Christchurch, nel 1835 ( terminato in un massacro generale e in un grande festino cannibalesco), i Maori si servirono di un veliero europeo. E la stessa cosa fece il profeta Te Kooti per tornare dalle Chatham, ove era stato confinato dagli Inglesi, alla Nuova Zelanda, nel 1868 (LANTERNARI, 1977).<\/p>\n<p>9)  A pagina 320 del suo <em>Dizionario degli Esploratori e delle scoperte geografiche<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1967.<\/p>\n<p>10) Lettera autografa di Silvio Zavatti all&#8217;autore del presente lavoro del 4 marzo 1975. La sottolineatura \u00e8 del prof. Zavatti.<\/p>\n<p>11) La distinzione tra <em>icefield<\/em> o campo di ghiaccio, e banchisa, \u00e8 netta. Il primo termine sta ad indicare una superficie di ghiaccio marino con un diametro di almeno 8 chilometri, che pu\u00f2 formarsi, quindi, anche in alto mare. La banchisa \u00e8 invece una vastissima distesa di ghiaccio galleggiante saldata alla costa. \u00c8 possibile che Hui-Te-Rangi-Ora abbia visto entrambi i fenomeni: il primo nel corso della navigazione verso Sud, il secondo allorch\u00e9 si trov\u00f2 la strada sbarrata nel Mare di Ross e dovette tornare indietro.<\/p>\n<p>12) L&#8217;ipotesi \u00e8 di PETER BUCK (Buck, 1961, p. 122). Se era davvero un leone marino (nome designante alcune specie di Otaridi) doveva trattarsi di una otaria di Auckland (<em>Phocarctios hookeri<\/em>) o di una otaria australiana (<em>Zalophus cinereus<\/em>) (SMOLIK, 1982, p. 33).<\/p>\n<p>13) <em>Shoal<\/em>= bassofondo. <em>R\u00e9cif<\/em> (franc.) e <em>Reef<\/em> (ingl.)= scogliera, banco corallino.<\/p>\n<p>14) Si consiglia il lettore di seguire la nostra ricostruzione sulla carta di un buon atlante geografico, per esempio l&#8217;<em>Atlante Internazionale del Touring Club Italiano<\/em>, Milano, 1968, tavv. 165-166 e 167-168.<\/p>\n<p>15) Cfr. una carta delle correnti oceaniche nell&#8217;Oceano Pacifico, per esempio la n. 19 del <em>World Atlas<\/em> della <em>Encyclopedia Britannica<\/em>, 1963: <em>Drainage Regions &amp; Ocean Currents.<\/em><\/p>\n<p>16) Avarua, pur essendo un villaggio, \u00e8 il centro principale di Rarotonga (superficie dell&#8217;isola 67,1 chilometri quadrati, popolazione 9.477 abitanti nel 1981) e il capoluogo delle Isole Cook, Territorio neozelandese liberamente associato e dotato di autonomia interna. Di esse, solo al Gruppo Meridionale spetta, a rigor di termini, il nome di Isole Cook. La nostra supposizione che Hui-Te-Rangi-Ora sia salpato da Avarua \u00e8, naturalmente, ipotetica.<\/p>\n<p>17) L&#8217;isola di Rarotonga \u00e8, con le altre delle Cook meridionali, di origine vulcanica, ed \u00e8 circondata da una barriera corallina. La massima elevazione \u00e8 il monte Te Munga, nella sezione interna, che raggiunge i 652 metri sul livello del mare.<\/p>\n<p>18) I Maori che popolarono la Nuova Zelanda provenivano appunto dalle Isole Cook o dalle Isole della Societ\u00e0 (pi\u00f9 difficilmente dalle Hawaii) e le loro ondate migratorie si collocano fra il IX secolo d. C. e il XIV. Le Isole Chatham furono scoperte 30 generazioni fa da Toi, un navigatore proveniente dalle Isole della Societ\u00e0, e popolate dai Moriori &#8212; secondo le loro stesse tradizioni &#8212; con due successive migrazioni, l&#8217;ultima circa 27 generazioni fa. Sia la Nuova Zelanda che le Chatham erano precedentemente abitate da popolazioni di tipo australo-melanesiano, delle quali ben poco sappiamo, e che scomparvero in fretta all&#8217;arrivo dei colonizzatori polinesiani.<\/p>\n<p>19) Cfr. <em>Atlante<\/em>, vol. II, <em>Serie Oro<\/em>, Novara, De Agostini, 1960, pp. 225.<\/p>\n<p>20) L&#8217;<em>iceberg<\/em> pi\u00f9 grande che si conosca fu avvistato nel Pacifico meridionale nel 1956 e aveva una superficie stimata di circa 30.000 chilometri quadrati, dunque risultava pi\u00f9 grande della Sicilia. Era lungo 330 chilometri e largo 100 (ZAVATTI, 1978, p. 33).<\/p>\n<p>21) Cfr. <em>supra<\/em>, nota nr. 11.<\/p>\n<p>22) Posto, come \u00e8 noto, a 66\u00b0 e 33&#8242; di latitudine Sud.<\/p>\n<p>23) Cfr. le cartine contenute nell&#8217;enciclopedia <em>Il mare<\/em>, Novara, De Agostini, 1971, vol. 2, pp. 96-97.<\/p>\n<p>24) A Rarotonga, come in tutte le Isole Cook, la stagione pi\u00f9 fresca \u00e8 quella che va da maggio a ottobre. Comunque all&#8217;epoca di Hui-Te-Rangi-Ora i navigatori polinesiani non conoscevano che le rotte della zona tropicale: n\u00e9 le Hawaii, n\u00e9 la Nuova Zelanda erano loro note. Di conseguenza le forti escursioni stagionali dovevano esser loro sconosciute.<\/p>\n<p>25) Oltre alla latitudine, naturalmente, le escursioni stagionali dipendono dalle caratteristiche geografiche generali di una data regione. L&#8217;Autore di queste pagine ha constatato, per esempio, una sensibile escursione termica fra l&#8217;inverno e l&#8217;estate a Brasilia (15\u00b0 di latitudine Sud circa, ma a 1.000 metri sul livello del mare) ed una meno marcata a Rio de Janeiro (23\u00b0 di latitudine Sud, aperta per\u00f2 all&#8217;influenza mitigatrice dell&#8217;Atlantico meridionale). Nel caso delle piccole isole dell&#8217;Oceania \u00e8 il mare l&#8217;elemento decisivo del clima, e nella fascia tropicale vi sono deboli escursioni da isola a isola. Ci\u00f2 risulta chiaro dal seguente specchietto, che mette a confronto valori termici minimi e massimi dell&#8217;anno in alcune di esse (dall&#8217;enciclopedia geografica <em>Il Milione<\/em>, cit., vol. XII):<\/p>\n<p>Tahiti Rarotonga Apia<\/p>\n<p>Temperatura minima 17 24 media 24,9<\/p>\n<p>Temperatura massima 35 24 media 26,2<\/p>\n<p>Precipitazioni 1.135 2.130 2.800<\/p>\n<p>(La temperature sono in gradi centigradi; le precipitazioni annue in millimetri).<\/p>\n<p>26) Lo schizzo \u00e8 tratto da RENATO BIASUTTI, <em>Il paesaggio terrestre<\/em>, Torino, U.T.E.T., 1962, p. 470.<\/p>\n<p>27) L&#8217;Isola Macquarie \u00e8, dal punto di vista della biogeografia, una fra le pi\u00f9 interessanti terre subantartiche: vi si trova, fra l&#8217;altro &#8212; nonostante la latitudine relativamente elevata &#8212; un parrocchetto, tipico dei climi subtropicali, che convive, invero curiosamente, con l&#8217;elefante marino (<em>Macrorhinus marinus<\/em>), proprio del clima polare. Nel nostro emisfero, la latitudine di Macquarie corrisponderebbe appena a quella di Belfast, Kiel o Danzica: ma nell&#8217;emisfero Sud le condizioni climatiche generali sono prematuramente rigide. La temperatura media dell&#8217;Isola Macquarie \u00e8 di poco superiore ai 4\u00b0 C e le precipitazioni si aggirano sui 1.300 millimetri annui (LAMENDOLA, 1986).<\/p>\n<p>28) La notte polare ha una durata di circa 41 giorni alla latitudine di 68\u00b0 Nord, di 64 giorni a 75\u00b0, di 134 giorni a 80\u00b0. Un altro fenomeno impressionante, che certo dovette colpire profondamente Hui-Te-Rangi-Ora e i suoi compagni, \u00e8 quello dell&#8217;aurora polare. Essa \u00e8 gi\u00e0 in parte visibile dalla latitudine dell&#8217;Isola Stewart, immediatamente a sud della Nuova Zelanda (a 47\u00b0 di latitudine Sud e 170\u00b0 di longitudine Est), tanto \u00e8 vero che in lingua maori quell&#8217;isola viene chiamata Rakiura, ossia &quot;la terra dai cieli fiammeggianti&quot;.<\/p>\n<p>29) Cfr. la nostra ricostruzione ipotetica della rotta della <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em>, su <em>Il Polo<\/em>, 1988, cit., p. 18.<\/p>\n<p>30) Il Buck ha calcolato che una piroga polinesiana, con vento favorevole, fosse capace di coprire sette miglia all&#8217;ora, s\u00ec da poter viaggiare dalle Isole Marchesi alla costa occidentale americana in tre settimane o poco pi\u00f9 (BUCK, 1961, p. 328). Sono valutazioni forse troppo ottimistiche; comunque bisogna tener presente che nel viaggio (non provato) dalle Marchesi alla costa del Per\u00f9, una imbarcazione a vela avrebbe goduto costantemente di venti favorevoli (non cos\u00ec al ritorno), mentre la <em>Te-Ivi-o-Atea<\/em>dovette lottare duramente per aprirsi il passo attraverso la Corrente Antartica. Certo, nel far ci\u00f2 la sua corsa fu rallentata, e non di poco, e il suo equipaggio dovette pagaiare sino allo stremo delle forze per superare i forti venti occidentali. Cos\u00ec, anche se la traversata da Rarotonga al 60\u00b0 parallelo \u00e8 pi\u00f9 breve di quella dalle Marchesi al Sud America (non di molto per\u00f2, considerata la deviazione imposta dalla Corrente Sud-Equatoriale verso gli Haymet Rocks e gli scogli Ernest Legouv\u00e9-Maria Theresa), Hui-Te-Rangi-Ora non pot\u00e8 giungere verso il 60\u00b0 parallelo prima di un mese, forse anche cinque o sei settimane.<\/p>\n<p>31) DANTE, <em>Inferno<\/em>, XXVI, 125.<\/p>\n<p>32) In tutta la Polinesia vi \u00e8 un solo luogo ove sia possibile vedere la neve: l&#8217;isola di Hawaii, con le due altissime vette vulcaniche del Mauna Kea (4.205 metri) e del Mauna Loa (4.170 metri). E, come abbiamo visto, all&#8217;epoca di Hui-Te-Rangi-Ora le Isole Hawaii non erano ancora state scoperte. N\u00e9 era stata scoperta la Nuova Zelanda, con le sue Alpi e i suoi ghiacciai. Il terzo luogo dell&#8217;Oceania in cui \u00e8 visibile la neve per utto l&#8217;anno \u00e8 la grandiosa catena interna della Nuova Guinea, culminante a quasi 5.000 s.l.m. e visibile solo eccezionalmente dalla costa, tanto che la notizia parve incredibile ai viaggiatori e naturalisti europei fin verso il XIX secolo.<\/p>\n<p>33) Il cacciatore eschimese, per esempio, prima di affrontare una giornata di marcia sulla neve, beve una minestra bollente di sangue di foca e poi una certa dose di olio di foca (ZAVATTI, 1965, p. 443).<\/p>\n<p>34) Tanto gli Alakaluf che gli Yahgan sono oggi definitivamente estinti (DE AGOSTINI, 1949).<\/p>\n<p>35) I Moriori delle Isole Chatham, che vivevano in un arcipelago dal clima oceanico decisamente fresco (a 44\u00b0 di latitudine Sud), si coprivano appunto con pelli di foca, oltre che con tessuti di lino intrecciato (cfr. <em>Encyclopedia Britannica<\/em>, 1964, vol. 15, p. 804).<\/p>\n<p>36) Sulle imbarcazioni polinesiane non esisteva il timone.<\/p>\n<p>37) Naturalmente la banchisa antartica, come quella artica, dovette subire &#8212; anche in tempi storici &#8212; fasi di avanzata e di arretramento. &quot;Il ritiro dei ghiacciai, un millennio addietro, permise ai Vichinghi la colonizzazione delle coste groenlandesi&quot; (VERCELLI, 1951, p. 601). E fu il ritorno di una &quot;piccola \u00e8ra glaciale&quot;, dopo il 1.200, a provocare il dramma degli insediamenti vichinghi in Groenlandia (JONES, 1966). Sulle vicende dell&#8217;emisfero australe, per\u00f2, poco sappiamo al riguardo (COX, HEALY, MOORE, 1977).<\/p>\n<p>38) L&#8217;impresa di Hui-Te-Rangi-Ora \u00e8 liberamente rievocata dall&#8217;Autore di questa monografia nel primo racconto di una recente raccolta. Cfr. FRANCESCO LAMENDOLA, <em>La bambina dei sogni e altri racconti<\/em>. Poggibonsi, Lalli ed., 1984.<\/p>\n<p>39) Tali distanze possono a tutta prima lasciare sconcertati, ma &#8212; come si \u00e8 visto &#8212; traversate di 7.000 chilometri furono certamente compiute da quei Polinesiani che raggiunsero le coste del Sud America. L&#8217;eccezionalit\u00e0 del viaggio di Hui-Te-Rangi-Ora consiste nel fatto che nessuna sosta ristoratrice sulla terraferma fu possibile fra la rotta di andata e quella di ritorno. Per fare un confronto con le navigazioni dei Vichinghi sull&#8217;Atlantico, si consideri che una fonte islandese antica assegna un tempo di 7 giorni per la traversata dalla Norvegia all&#8217;Islanda, 4 giorni dall&#8217;Islanda alla Groenlandia, 5 giorni dall&#8217;Islanda all&#8217;Irlanda; esisteva anche una rotta senza scalo direttamente dalla Norvegia alla Groenlandia. Cfr. <em>Enciclopedia Europea<\/em>, vol. 11, p. 884.<\/p>\n<p>40) Ricordiamo, a puro titolo di completezza scientifica, che nel XIX secolo e perfino all&#8217;inizio del XX si vociferava, in Europa, di isole pi\u00f9 o meno estese in questa parte del globo: l&#8217;Isola Emerald (Smeraldo), a Sud della Nuova Zelanda; l&#8217;Isola Nimrod, pi\u00f9 a Est, in pieno Oceano Pacifico australe; e l&#8217;Isola Dougherty, a 60\u00b0 di latitudine Sud e a 120\u00b0 di longitudine Ovest: tutte avvistate pi\u00f9 volte, prima di sparire misteriosamente e non venire mai pi\u00f9 ritrovate (THEVENIN, 1960). Alcuni studiosi moderni negano che esse siano mai esistite, come GEORGE DEACON (1984), recensito da SILVIO ZAVATTI ne <em>Il Polo<\/em>, marzo 1985.<\/p>\n<h1>BIBLIOGRAFIA<\/h1>\n<p>A.A.V.V., 1984, <em>Il nuovo libro Garzanti della geografia<\/em>, Garzanti, Milano, vol. 3.<\/p>\n<p>ALMAGIA_25E2_2580_2599, R., _3Cem>Fondamenti di geografia generale<\/em>, Cremonese, Roma, vol. 1.<\/p>\n<p>AMODIO ROBERTAZZI, C,, 1967-71, <em>Nuova Zelanda: la storia,<\/em> in enc. <em>Il Milione<\/em>, De Agostini, Novara, vol. XII.<\/p>\n<p>BEST, E., 1918, <em>Map showing the routes of entry and some recorded voyages of the Polynesians in the Pacific Ocean,<\/em> in <em>The Geographic Review,<\/em> vol. V, nr. 3.<\/p>\n<p>BIASUTTI, R., 1941, <em>Le razze e i popoli della Terra<\/em>, U.T.E.T., Torino, vol. III.<\/p>\n<p>BOWRA, M., 1962, <em>La letteratura greca<\/em>, Garzanti, Milano.<\/p>\n<p>BUCK, P., 1961, <em>I Vichinghi d&#8217;Oriente. 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In questa monografia si tenta di<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30183,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[63],"tags":[92],"class_list":["post-26566","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-antica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-antica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26566","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26566"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26566\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30183"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26566"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26566"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26566"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}