{"id":26536,"date":"2018-11-20T04:41:00","date_gmt":"2018-11-20T04:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/20\/la-razza-la-storia-gli-italiani\/"},"modified":"2018-11-20T04:41:00","modified_gmt":"2018-11-20T04:41:00","slug":"la-razza-la-storia-gli-italiani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/20\/la-razza-la-storia-gli-italiani\/","title":{"rendered":"La razza, la storia, gli italiani"},"content":{"rendered":"<p>Quale impatto hanno avuto, a livello etnico e culturale, le migrazioni dei popoli germanici, un tempo sbrigativamente chiamate &quot;invasioni barbariche&quot;, nell&#8217;Italia tardo-romana? E, pi\u00f9 in generale, quale \u00e8 il ruolo svolto dalla razza nelle vicende dei popoli, nelle fasi di ascesa e decadenza delle civilt\u00e0? La prima domanda \u00e8 di ordine pi\u00f9 marcatamente specialistico, e riguarda pi\u00f9 che altro gli storici; la seconda, molto pi\u00f9 spinosa, \u00e8 di portata vastissima, investe l&#8217;antropologia, la filosofia, la storia della cultura, e perfino la biologia e la genetica. La prima domanda se la sono posta gli studiosi da moltissimo tempo; anche il buon Manzoni si interrogava sulla portata e sul significato complessivo dei due secoli di dominazione longobarda in Italia. La seconda domanda \u00e8 considerata scottante, o decisamente scorretta, perch\u00e9 se la sono posta uomini come De Gobineau, o, &quot;peggio&quot;, come H. S. Chamberlain: ha a che fare con il razzismo del tardo XIX secolo e della prima met\u00e0 del XX, quindi chiunque la ponga viene guardato di traverso e qualunque cosa egli dica, qualunque dato egli porti a sostegno delle proprie affermazioni, si sentir\u00e0 sempre dire:\u00a0<em>Ma dove vuoi arrivare, con simili discorsi? Vuoi forse riproporre le dottrine sulla razza che hanno portato ai genocidi e alle pulizie etniche del 1900?<\/em>\u00a0Insomma \u00e8 un argomento tab\u00f9; e, se \u00e8 ancora concesso avere delle opinioni personali in proposito, l&#8217;importante \u00e8 che esse rimangano nell&#8217;ambito strettamente privato e non siano esposte pubblicamente. Oggi, per fare un esempio, pi\u00f9 nessun antropologo scriverebbe un libro, come il classico di Renato Biasutti, intitolato\u00a0<em>Razze e popoli della terra<\/em>. La sola parola &quot;razza&quot; fa saltare sulla sedia i custodi del politicamente corretto: no, non ci sono razze, non esistono razze umane; e, in ogni caso, anche se esistono, \u00e8 come se non esistessero, tale \u00e8 l&#8217;irrilevanza di esse come fattore di civilt\u00e0. Ora, che questo sia in contrasto non solo con la storia dei popoli, ma anche con il semplice buon senso e con ci\u00f2 che chiunque pu\u00f2 osservare nel proprio ambito di vita quotidiana, fa poca importanza: per la cultura odierna, che si pu\u00f2 definire come un vero e proprio totalitarismo democratico, non \u00e8 vero ci\u00f2 che \u00e8 vero, ma \u00e8 vero ci\u00f2 che si dice; e non tutto si pu\u00f2 dire, ma solo quello che il sistema giudica che sia dicibile. Non si pu\u00f2 dire, ad esempio, che \u00e8 improbabile che siamo morti sei milioni di ebrei durante la Seconda guerra mondiale, visto che non ce n&#8217;erano neppure tanti nell&#8217;intera Europa. E non si pu\u00f2 dire che la razza nera, o africana, ha contribuito pochissimo allo sviluppo della civilt\u00e0 umana, bench\u00e9 ci\u00f2 sia una evidenza storica. N\u00e9 si pu\u00f2 dire che tale razza, in generale, non brilli per dedizione al lavoro, anche se qualunque europeo che vive in Africa ve la potr\u00e0 confermare, compresi i meno sospettabili di essere razzisti, come i missionari cattolici: tutti vi diranno che, per fare il lavoro di un bianco, ci vogliono venti indigeni. Ma non lo si pu\u00f2 dire in sede pubblica, tanto meno in ambito culturale: sarebbe una forma imperdonabile di razzismo, proprio come discutere la cifra dei sei milioni di vittime ebree sarebbe considerata una forma di antisemitismo e, probabilmente, di nazismo, o di cripto-nazismo. Ed essendo il Discorso della modernit\u00e0 pressoch\u00e9 totalmente in mano alle forze progressiste (o apparentemente tali), le quali controllano la stampa, la televisione, il cinema, l&#8217;editoria, l&#8217;universit\u00e0 e la scuola, \u00e8 praticamente impossibile dire certe verit\u00e0, se risultano sgradite all&#8217;ideologia dominante. Per l&#8217;ideologia dominante, le razze non esistono; se esistono, sono &quot;uguali&quot;, nel senso che nessuna pu\u00f2 essere considerata progredita o arretrata in se stessa, ma solo in senso relativo; che anche gli uomini sono tutti &quot;uguali&quot;, nel senso che i cretini sono stati aboliti per legge, e restano solo gli intelligenti. Provate a parlare coi genitori di uno studente svogliato o immaturo: nove su dieci, non ammetteranno che gli scarsi risultati scolastici siano dovuti al fatto che in lui c&#8217;\u00e8 qualcosa che non va, ma cercheranno di addossarne la &quot;colpa&quot; sull&#8217;universo mondo, piuttosto che a lui.<\/p>\n<p>Possiamo anche immaginare che, spesso, si tende a negare l&#8217;evidenza per delle nobili ragioni: per esempio, ammettere che gli africani hanno dato uno scarso contributo alla storia della civilt\u00e0 potrebbe portare acqua al mulino di una politica di discriminazione, di sfruttamento, di brutalit\u00e0, come \u00e8 accaduto in passato, specie all&#8217;ombra del colonialismo (che, comunque, non fu solo brutto e cattivo, quindi non merita di essere condannato in blocco). Questa preoccupazione \u00e8 comprensibile, rispettabile e, al limite, perfino lodevole: ma non \u00e8 mai cosa intelligente negare i fatti per non disturbare l&#8217;ideologia, e sia pure una ideologia bene intenzionata. Si pu\u00f2 predicare l&#8217;uguaglianza degli uomini davanti a Dio e davanti alla legge, senza per\u00f2 offendere l&#8217;intelligenza e il buon senso affermando che sono uguali anche in fatto di capacit\u00e0, di virt\u00f9, di buona volont\u00e0. No: gli uomini non sono tutti uguali, o equivalenti, in questi ultimi ambiti; e non lo sono neppure le comunit\u00e0 umane, i popoli e le razze. Questo non equivale ad affermare la superiorit\u00e0 di una razza rispetto ad un&#8217;altra, se non nel senso, puramente oggettivo, in cui si pu\u00f2 dire che un atleta \u00e8 pi\u00f9 forte di un altro, che un lavoratore \u00e8 pi\u00f9 efficiente di un altro, che un padre o una madre di famiglia sono pi\u00f9 responsabili di altri. E non significa nemmeno teorizzare il dominio, lo sfruttamento o la schiavit\u00f9: non pi\u00f9 di quanto avvenga se si afferma che una famiglia, per funzionare bene, deve riconoscere l&#8217;autorit\u00e0 del capofamiglia (che pu\u00f2 anche essere una donna, o un fratello maggiore). N\u00e9 si dimentichi che avere maggiori capacit\u00e0 e possibilit\u00e0 implica non solo e non tanto maggiori diritti, ma soprattutto maggiori doveri: proprio come il capofamiglia, il quale, appunto per il fatto di essere tale, deve esser pronto a lottare e anche a sacrificarsi, se necessario, per proteggere gli altri. Se scoppia un incendio, noi ammiriamo il padre o la madre che si sacrificano per mettere in salvo i bambini pi\u00f9 piccoli, e che magari periscono tra le fiamme, dopo aver messo in salvo i loro figli. Chi \u00e8 pi\u00f9 forte, pi\u00f9 maturo, pi\u00f9 responsabile, ha anche maggiori doveri verso chi \u00e8 pi\u00f9 debole, pi\u00f9 immaturo e meno responsabile. Questo sarebbe razzismo, sarebbe autoritarismo? Non ci sembra davvero. D&#8217;altra parte, proprio perch\u00e9 i migliori sono gravati da maggiori responsabilit\u00e0, \u00e8 doveroso che gli altri siano rispettosi verso di essi: i figli, per esempio, devono rispettare, onorare e obbedire i loro genitori; non possono rivolgersi ad essi solo per avere qualcosa, devono anche riconoscere la loro autorit\u00e0. Diversamente, saremmo in presenza di un rapporto innaturale, squilibrato, disarmonico: una vera e propria forma di razzismo alla rovescia, dove il migliore \u00e8 schiacciato sotto il peso di doveri e responsabilit\u00e0 che incombono a lui solo, mentre gli altri hanno tutta la libert\u00e0 di questo mondo e non devono rispondere di nulla ad alcuno. Ebbene, lo stesso principio vale anche nei rapporti fra i popoli. Da alcuni decenni, gli esponenti della classe dirigente pretendono dagli italiani la massima disponibilit\u00e0 all&#8217;accoglienza di masse sempre pi\u00f9 numerose d&#8217;immigrati di altra razza, altra religione e altra civilt\u00e0, verso i quali mostrano la massima indulgenza, anche quando ripagano malissimo l&#8217;ospitalit\u00e0 ricevuta, si macchiano di gravi crimini, violano continuamente la legge. Comportamenti che agli italiani non sono concessi, n\u00e9 vengono perdonati, ad essi sono consentiti: vi sono magistrati che rimettono in libert\u00e0 lo straniero delinquente, anche dopo due o te fermi di polizia, e che arrivano a giustificare quei reati con lo stato di indigenza, circostanza che non \u00e8 mai un&#8217;attenuante quando si tratta di cittadini italiani. Questo \u00e8 un vero e proprio razzismo alla rovescia, un auto-razzismo; e i cittadini italiani vedono con sconcerto, amarezza e angoscia che tale politica dei due pesi e delle due misure viene apertamente predicata, e praticata, dai massimi esponenti dello Stato e della Chiesa; cosa, quest&#8217;ultima, non meno scandalosa, perch\u00e9 i cattolici si stanno chiedendo se sia un comandamento evangelico quello di trattare gli altri assai meglio di come si \u00e8 convenuto di trattare i propri simili, i propri connazionali e i propri correligionari.\u00a0<\/p>\n<p>Parlavamo del dibattito storiografico sulla reale portata delle migrazioni germaniche in Italia nei secoli della tarda antichit\u00e0 e dell&#8217;alto medioevo, diciamo dal IV al X secolo: dalle prime incursioni di Quadi e Marcomanni al di qua delle Alpi, allo stanziamento dei Normanni in Sicilia e nell&#8217;Italia meridionale. A ci\u00f2 si aggiunga, in subordine ma contestualmente, un ulteriore problema storiografico: quanto era sopravvissuto, nell&#8217;Italia romanizzata, delle antiche popolazioni, delle antiche strutture sociali e delle antiche culture pre-romane, e specialmente celtiche? In sede storiografica, \u00e8 corretto parlare dell&#8217;Italia del V secolo come della terra dei &quot;romani&quot;, o non \u00e8 forse vero che il ceppo celtico era sopravvissuto alla conquista romana ed era ancor vivo e vegeto, allorquando, dalle Alpi, si affacciarono i popoli germanici, i Visigoti, gli Ostrogoti, i Longobardi e infine i Franchi? Non \u00e8 forse vero che l&#8217;aristocrazia dell&#8217;Italia settentrionale, formatasi nell&#8217;alto medioevo, era quasi tutta di origine germanica; e che molte popolazioni erano celtiche, e tali rimasero anche dopo esseri convertite al cristianesimo e dopo aver fatto parte, per quattro secoli, dell&#8217;Impero di Roma? Lo studio dei toponimi, delle usanze, delle leggi, delle strutture familiari e sociali, lo conferma in larghissima misura. Ora, la domanda che ne deriva \u00e8 la seguente: se il popolo italiano \u00e8, come il francese (lo scriveva Ferdinando Gregorovius nella sua meravigliosa <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>) un popolo misto, profondamente &quot;rinnovato&quot; dalle invasioni germaniche, anche in senso propriamente biologico, oltre che spirituale, che giudizio possiamo dare dei suoi successivi sviluppi, della sua civilt\u00e0, per esempio del Rinascimento e della fioritura di geni incomparabili nelle arti, nella poesia, nella scienza, nella marineria, nel commercio, nella finanza, insomma in ogni ambito dell&#8217;attivit\u00e0 umana, materiale e intellettuale? Possiamo ammettere che un influsso ci sia stato e che, senza l&#8217;apporto del sangue germanico e senza la sopravvivenza del sangue celtico, probabilmente non vi sarebbero stati i Comuni, n\u00e9 l&#8217;Umanesimo, n\u00e9 il \u00a0Rinascimento, e neppure la Chiesa cattolica come noi la conosciamo, la quale \u00e8 stata, s\u00ec, una creazione sostanzialmente italiana, ma, proprio per questo, non una semplice ripresa dell&#8217;antico genio romano, ma una seconda giovinezza del popolo italiano, rinnovato dagli apporti, vecchi e nuovi, di quei popoli che romani non erano, n\u00e9 erano mai stati, n\u00e9 si erano totalmente assimilati alla cultura e alla civilt\u00e0 romana? La stessa parola &quot;rinascimento&quot; \u00e8 ingannevole: davvero fu una rinascita della romanit\u00e0 (o addirittura della grecit\u00e0) e non, invece, come appare infinitamente pi\u00f9 plausibile, una creazione originale del genio italiano, vivificato dagli apporti che gli erano venuti proprio dagli elementi meno romanizzati presenti in esso? Questa domanda, del resto, \u00e8 lecita perfino nell&#8217;et\u00e0 aurea della cultura latina, l &#8216;et\u00e0 di Cesare e Augusto. Virgilio, per esempio, fu un genio romano o un genio &quot;padano&quot;? Nelle opere del poeta di Mantova si respirano i valori tipici della romanit\u00e0, vi \u00e8 un riflesso del modo di pensare e di sentire autenticamente romano, o vi \u00e8 qualcosa di nuovo e di diverso, qualcosa che ha a che fare con la cultura indigena dell&#8217;Italia settentrionale? E se \u00e8 lecito porsi questa domanda per Virgilio e per l&#8217;epoca della piena romanit\u00e0, come non sar\u00e0 lecito porsela per i secoli seguenti, per i mille e duemila anni successivi? San Tommaso d&#8217;Aquino, Dante, Colombo, Leonardo, sono davvero dei geni &quot;romani&quot;, o non sono piuttosto dei geni pienamente italiani, ma &quot;italiani&quot; nel senso anzidetto: non figli della pura e semplice prosecuzione della civilt\u00e0 romana e del popolo romano (che si era pressoch\u00e9 estinto fin dai primi secoli dell&#8217;era volgare, sommerso sotto il peso dei popoli orientali da esso conquistati), ma espressione di una realt\u00e0 nuova, di una civilt\u00e0 nuova, e, diciamolo pure, di una nuova razza?<\/p>\n<p>Il libro di Gualtiero Ciola,\u00a0<em>Noi, Celt e Longobardi<\/em> (1987), \u00e8 caduto come un sasso nello stagno della cultura italiana politicamente corretta; ma, proprio per questo, non ha sollevato spruzzi, non ha scomodato ranocchi e non ha turbato per nulla la vita della palude: \u00e8 stato &quot;assorbito&quot; con un muro di silenzio e d&#8217;indifferenza, e i grossi nomi hanno fatto finta di non averlo neppure notato. Non si \u00e8 acceso un dibattito: chi voleva capire il discorso dell&#8217;Autore, in realt\u00e0 lo aveva gi\u00e0 capito da s\u00e9; e chi non voleva, n\u00e9 vuol capirlo, non lo capir\u00e0 mai, neppure se glielo spiegassero in tutte le lingue del mondo. Un po&#8217; perch\u00e9 Ciola non \u00e8 uno studioso proveniente dal mondo accademico, un po&#8217; perch\u00e9 le sue tesi sono estremamente eterodosse, la cosa migliore che hanno creduto di fare, nei suoi confronti, gli esponenti dell&#8217;<em>establishment<\/em>, \u00e8 stata quella d&#8217;ignorarlo. Perch\u00e9 abbassarsi a discutere le tesi di uno sconosciuto? E perch\u00e9 dare risonanza a un pensiero radicalmente diverso da quello oggi dominante? Ma cosa dice, in sostanza, Gualitero Ciola? Primo, che gli italiani sono pi\u00f9 celti che romani, o almeno quelli del Nord; secondo, che la loro eredit\u00e0 genetica si \u00e8 arricchita di parecchio sangue germanico; terzo, che gli ibridi, cio\u00e8 i meticci, svolgono spesso una funzione di progresso, ossia migliorano le caratteristiche delle razze di origine. Sono tesi proprio cos\u00ec estreme, cos\u00ec &quot;razziste&quot;? A noi non pare. Anche se Ciola, a un certo punto, non solo \u00e8 parso dover assurgere al ruolo di ideologo della Lega Nord, per poi orientarsi verso la Comunit\u00e0 Odinista, il cui improbabile scopo \u00e8 far rivivere il culto pagano di Odino, le questioni da lui poste sul tappeto permangono. Gli ibridi, per esempio: nel caso delle migrazioni germaniche in Italia, essi diedero buoni frutti: ardimento, senso della famiglia, valore della libert\u00e0 vennero da essi e non tanto dall&#8217;eredit\u00e0 romana. Ma oggi? Quali valori e qualit\u00e0 possono venire agli italiani da milioni di falsi profughi africani? Quale vantaggio avrebbe la nostra societ\u00e0, accogliendoli? Perch\u00e9 dovrebbe farlo?<\/p>../../../../n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quale impatto hanno avuto, a livello etnico e culturale, le migrazioni dei popoli germanici, un tempo sbrigativamente chiamate &quot;invasioni barbariche&quot;, nell&#8217;Italia tardo-romana? 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