{"id":26524,"date":"2021-01-03T09:38:00","date_gmt":"2021-01-03T09:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2021\/01\/03\/la-pretesa-umana-fondamentale-e-falsa-e-ingiusta\/"},"modified":"2021-01-03T09:38:00","modified_gmt":"2021-01-03T09:38:00","slug":"la-pretesa-umana-fondamentale-e-falsa-e-ingiusta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2021\/01\/03\/la-pretesa-umana-fondamentale-e-falsa-e-ingiusta\/","title":{"rendered":"La pretesa umana fondamentale \u00e8 falsa e ingiusta"},"content":{"rendered":"<p>Ciascuno di noi porta, impressa nella propria psiche, l&#8217;aspettativa di essere amato, anzi in un certo senso il dirotto di essere amato. Ciascuno di noi pensa &#8212; ma <em>pensare<\/em> \u00e8 un verbo troppo forte, perch\u00e9 si tratta di una disposizione istintiva &#8212; di essere amabile e perci\u00f2 ritiene giusto e naturale che gli altri lo amino e lo gratifichino nella sua aspettativa di trovare accoglienza, comprensione, affetto, secondo la misura non del suo valore, ma del suo desiderio. Perfino le persone meno dotate di autostima, quelle che abitualmente si tengono in disparte per non essere umiliate dalla vita, hanno una simile aspettativa, bench\u00e9 facciano di tutto per reprimerla e nasconderla anche a se stesse. Tutti, belli e brutti, giovani e vecchi, stupidi e intelligenti, hanno in fondo al cuore tale aspettativa: non di dare, ma di ricevere amore; e quanti sanno che il senso della vita \u00e8 l&#8217;esatto contrario, cio\u00e8 che si viene al mondo per amare e non per essere amati, ci arrivano dopo un lungo e faticoso cammino, mentre la condizione naturale degli esseri umani consiste nel credersi amabili per se stessi, indipendentemente da quel che si \u00e8 e da quanto si vale. Anche quelli che non si sentono degni di essere amati, lo <em>pensano<\/em>, ma non lo <em>credono<\/em>: il loro sentire profondo va nella direzione contraria, nella direzione di tutti gli altri, vale a dire nell&#8217;aspettativa di ricevere amore. Inutile dire che ci\u00f2 porta poi, nel corso della vita, a una lunga serie di amarezze e delusioni; e non si creda che i meno delusi siano quelli che, giudicando dall&#8217;esterno, avrebbero meno ragioni di lamentarsi. Succede, al contrario, che proprio quanti hanno avuto molti amori, e sono stati molto desiderati, e abbiano ricevuto assai pi\u00f9 di quel che hanno dato, proprio costoro sono di frequente i pi\u00f9 disillusi, i pi\u00f9 cinici, perch\u00e9 hanno toccato con mano che altro \u00e8 il desiderio, altra la realt\u00e0; una cosa \u00e8 l&#8217;aspettativa dell&#8217;amore, e un&#8217;altra \u00e8 la realt\u00e0 dell&#8217;amore nell&#8217;esperienza concreta.<\/p>\n<p>Sul piano filosofico, l&#8217;aspettativa di essere amati, vissuta come un diritto fondamentale della persona, \u00e8 precisamente ci\u00f2 che pone gli esseri umani su un piano di esistenza fallace, irragionevole e ingiusto. Che cosa diremmo di un individuo che nutra la convinzione di aver diritto alla ricchezza, indipendentemente dai suoi meriti, dal suo lavoro, dalla sue capacit\u00e0, se non che costui \u00e8 un paranoico? La vita non riconosce alcun diritto <em>a priori<\/em>; ogni eventuale diritto va conquistato con il sudore della fronte, e conservato a prezzo di continui sacrifici. Perci\u00f2 la pretesa di essere amabili \u00e8, a ben guardare, una vera e propria aberrazione psichica. Ora, il fatto che tale aberrazione sia connaturata agli esseri umani e che non riguardi questa o quella persona, ma tutte, significa una cosa sola: che c&#8217;\u00e8 qualcosa di sbagliato nella natura umana, non in se stessa, che anzi \u00e8 fatta a immagine di Dio, ma come conseguenza del peccato originale.<\/p>\n<p>Osservava a questo proposito Blaise Pascal, nei suoi <em>Pensieri<\/em>, con la spietata consequenzialit\u00e0 che gli \u00e8 propria (<em>Framment<\/em>i, a cura di E. Balmas, Milano, Rizzoli, 1983, vol. 1, n. 421-477, p. 425):<\/p>\n<p><em>\u00c8 falso che siamo degni che gli altri ci amino. \u00c8 ingiusto che lo vogliamo. Se nascessimo ragionevoli e indifferenti, e capaci di conoscere noi e gli altri, non daremmo affatto questa inclinazione alla nostra volont\u00e0. Nasciamo tuttavia con essa, nasciamo dunque ingiusti.<\/em><\/p>\n<p><em>Poich\u00e9 ogni cosa tende a s\u00e9: ci\u00f2 \u00e8 contro ogni ordine.<\/em><\/p>\n<p><em>Bisogna tendere al generale, e l&#8217;inclinazione verso se stessi \u00e8 l&#8217;inizio di ogni disordine, n guerra, in politica, in economia, nel corpo singolo dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p><em>La volont\u00e0 \u00e8 dunque depravata. Se i membri delle comunit\u00e0 naturali e civili tendono al bene del corpo, le comunit\u00e0 stesse devono tendere ad un altro corpo pi\u00f9 generale di cui sono membri. Si deve dunque tende al generale. Nasciamo dunque ingiusti e depravati.<\/em><\/p>\n<p>Uno dei comportamenti pi\u00f9 caratteristici in questo senso, che bene illustra il concetto ora espresso, \u00e8 quello di coloro, specialmente fra i bambini, i quali rompono bruscamente un&#8217;amicizia che pareva solidissima per rivolgere tutto il loro affetto a un nuovo amico o una nuova amica, facendo oggetto non solo di esclusione ma anche di pettegolezzi di tipo derisorio il precedente amico o la precedente amica, e proprio con il nuovo arrivato\/a, quasi per evidenziare la beffa del capovolgimento inaspettato. Nei bambini tale comportamento \u00e8 pi\u00f9 frequente e pi\u00f9 evidente, quasi da manuale, perch\u00e9 essi non fanno nulla per dissimularlo o attenuarlo, anzi tendono a esasperarlo; negli adulti lo si osserva pi\u00f9 facilmente nelle donne, specie fra le ragazze giovani e in particolare le studentesse. Nei collegi, oggi meno frequentati di un tempo, esso era motivo di veri e propri drammi sentimentali e non di rado era all&#8217;origine perfino di tentativi di suicidio. Non bisogna vedere in ci\u00f2, necessariamente, la spia di un&#8217;omosessualit\u00e0 pi\u00f9 o meno esplicita; l&#8217;elemento essenziale di tali repentini capovolgimenti d&#8217;amicizia e non \u00e8 l&#8217;eros, ma l&#8217;esclusione dell&#8217;altro. \u00c8 come se, piantando in asso l&#8217;amico o l&#8217;amica carissimi, e sostituendoli da un giorno all&#8217;altro con un nuovo amico\/a del cuore, si volesse far vedere agli altri il proprio potere, e al tempo steso gratificarsi con l&#8217;inebriante senso di onnipotenza che ne deriva. <em>Io posso spezzarti il cuore in qualsiasi momento, e tu non puoi farci niente; posso farti impazzire di delusione e di gelosia, e tormentarti con lo spettacolo della mia nuova felicit\u00e0 con l&#8217;amico\/a che ti ha sostituito: e tu non hai alcuna carta in mano per reagire, non mi puoi ferire, non mi puoi toccare, sei costretto alla pi\u00f9 totale impotenza, devi subire tutto quel che mi piacer\u00e0 d&#8217;infliggerti, per tutto il tempo che lo vorr\u00f2<\/em>. Questo \u00e8 il messaggio, inespresso a parole, di tali comportamenti, e l&#8217;intenzione che rivela \u00e8 un misto di sadismo e delirio di onnipotenza: infatti, cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 esaltante, di pi\u00f9 intenso, che esercitare il massimo dell&#8217;oltraggio e della sofferenza su chi sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa, a subire qualsiasi umiliazione, pur di rientrare nelle nostre grazie?<\/p>\n<p>Da un punto di vista morale, \u00e8 impossibile non cogliere il sostrato profondamente malvagio, addirittura demoniaco, che anima la psiche di quanti indulgono a un simile comportamento; e il fatto che si tratti frequentemente di bambini non inficia per nulla la nostra affermazione. \u00c8 profondamente sbagliato vedere nell&#8217;infanzia una et\u00e0 dell&#8217;innocenza, e nel bambino una sorta di creatura angelica, costituzionalmente incapace di fare o anche solo di concepire il male. Tutto al contrario: il bambino, ancor privo di freni inibitori, e l&#8217;adolescente, dominato dal bisogno di potenziare la propria autostima anche attraverso gesti clamorosi e provocatori, sono i soggetti ideali nei quali osservare un meccanismo psicologico che \u00e8 proprio dell&#8217;uomo in generale, anche se l&#8217;adulto, rivestito di una patina di buone maniere e precetti morali, tende ad auto-inibirsi, o almeno a non esporsi troppo alle critiche e al biasimo che gli verrebbero da un modo d&#8217;agire eccessivamente spregiudicato. Dal punto di vista cristiano, poi, in tali comportamenti si pu\u00f2 osservare e quasi toccar con mano le conseguenze del Peccato originale, che ci rendono ingiusti in quanto praticamente incapaci di vivere con il senso della giustizia, pur avendo gli strumenti per capire cosa \u00e8 giusto e cosa \u00e8 giusto e cosa non lo \u00e8. La giustizia infatti consiste nel dare a ciascuno ci\u00f2 che gli spetta, secondo i suoi meriti; mentre qui vediamo all&#8217;opera un deliberato e intenzionale capovolgimento della giustizia, dato che l&#8217;amico o l&#8217;amica abbandonati non hanno fatto nulla per meritare una punizione, e del resto non c&#8217;\u00e8 nulla che potrebbero fare per riconquistare il cuore dell&#8217;amato. Per questo abbiamo detto che in questo meccanismo psicologico, peraltro assai frequente, traspare un che di demoniaco: \u00e8 evidente in esso il compiacimento di fare il male per il male, il gusto e la soddisfazione di fare qualcosa d&#8217;ingiusto e di crudele e di stare poi a vedere gli effetti dolorosi del proprio arbitrario comportamento. Sarebbe difficile sopravvalutare il danno che deriva alla psiche, specie infantile o adolescenziale, di un cos\u00ec repentino abbandono, condito con la salsa piccante del tradimento. Nn ci si limita a dire: <em>Ecco, io ti pianto in asso, ti volto le spalle, non voglio pi\u00f9 saperne di te, anche se non mi hai fatto nulla di male, anzi so che faresti qualsiasi cosa pur di compiacermi<\/em>; ma \u00e8 come se si dicesse: <em>Non solo ti pianto, ma ti ho gi\u00e0 sostituito: il posto che occupavi tu nel mio cuore, adesso lo occupa qualcun altro:<\/em> <em>e non ti risparmio il supplizio di costringerti ad assistere allo spettacolo della nostra felicit\u00e0, mia e sua<\/em>. \u00c8 una cosa di una cattiveria tremenda, quasi insuperabile: si direbbe che da essa traspaia il sorriso del Diavolo in persona (<em>di\u00e1bolos<\/em>, colui che divide).<\/p>\n<p>Questo concetto pu\u00f2 essere ben chiarito mediante un esempio, che in questo caso ci viene offerto da un ricordo della notissima saggista americana Nancy Friday, contenuto nel libro <em>Mia madre, me stessa<\/em> (titolo originale: <em>My Mother\/Myself<\/em>, 1977; traduzione di Silvia Levi, Milano, Mondadori, 1980, p. 193):<\/p>\n<p><em>Quando avevo nove anni, andai a un campeggio privato, in una bella casa colonica su un&#8217;isola coperta di muschio spagnolo. Mi capit\u00f2 per la prima volta di soffrire di nostalgia, di impetigine [un&#8217;infezione batterica che si manifesta con la comparsa di vescicole sulla pelle; nota nostra] e di abbandono da parte di una delle mie migliori amiche. Il suo nome era Topsy e veniva da Atlanta. Dormivamo insieme, mangiavamo insieme, ci tuffavamo insieme mano nella mano dal trampolino sul grande pontile di quercia; stringemmo il patto di fare ogni cosa insieme, e in particolare essere sempre una per l&#8217;altra la migliore amica. Un giorno arriv\u00f2 una madre e lasci\u00f2 la sua bambina alla grande casa. Fu messa nella nostra stanza. Topsy e io la sbirciammo durante il pranzo, escludendola in modo evidente con le nostre risatine sciocche, come escludevamo tutti dal nostro mondo segreto. All&#8217;ora di cena ero io quella tagliata fuori. Bisbigliavano quando mi guardavano, condividendo segreti che pareva avessero condiviso per anni. La loro amicizia era nata dall&#8217;intensit\u00e0 della mia esclusione. Quella notte io giacqui nel mio letto cantando a me stessa \u00abAvanti, soldati cristiani\u00bb per impedirmi di piangere. La testa mi doleva, mentre cercavo di capire cosa avessi fatto.<\/em><\/p>\n<p>La cosa che lascia pi\u00f9 pensosi, in questo tipo di comportamenti, che sono frequentissimi e che proprio nell&#8217;et\u00e0 infantile mostrano la loro natura originaria, istintiva, che non \u00e8 frutto di circostanze esterne, ma di un orientamento specifico della natura umana, non \u00e8 tanto il voltafaccia sentimentale in se stesso, per quanto brusco e crudele, e la velocissima sostituzione della persona amata con un&#8217;altra, apparsa magari il giorno prima; ma il suo presupposto logico e psicologico, che investe la natura stesa dell&#8217;amicizia. A quanto pare, e i casi da noi evidenziati ne sono la conferma proprio per la loro natura &quot;estrema&quot;, non si d\u00e0 vera amicizia senza complicit\u00e0; e che altro \u00e8 la complicit\u00e0, se non l&#8217;esclusione deliberata, e in un certo senso ostentata, nei confronti degli altri? Stringendo un forte legame con un amico, o un&#8217;amica, si vuole al tempo stesso mandare un messaggio a tutti gli altri: \u00abGuardate che io e lui, o lei, siamo in intimit\u00e0 completa, ci diciamo tutto, condividiamo tutto; mentre voi sarete esclusi per sempre, non vi diremo mai nulla, non vi sorrideremo mai allo stesso modo in cui sorridiamo fra noi; di pi\u00f9: la nostra amicizia \u00e8 cos\u00ec forte e cos\u00ec esclusiva proprio perch\u00e9 presuppone la vostra esclusione, il fatto che voi siate all&#8217;esterno e che nulla ce ne importa di voi, vi consideriamo dei perfetti estranei, vi tratteremo sempre da estranei, neppure un briciolo del calore che esiste fra noi sar\u00e0 condiviso con nessun altro, mai. E non perch\u00e9, semplicemente, vogliamo tenerlo tutto per noi, ma perch\u00e9 non ve ne daremmo se anche ne avessimo in sovrabbondanza: \u00e8 proprio il fatto che voi siate l\u00e0 fuori, esclusi, al freddo, a conferire questa deliziosa sensazione d&#8217;intimit\u00e0 nell&#8217;amicizia che esiste fra noi due\u00bb. Lucrezio scriveva che \u00e8 dolce, quando il mare \u00e8 in tempesta, stare al sicuro sulla riva e osservare il travaglio di quelli che rischiano di fare naufragio: non per un sadico compiacimento della minaccia che incombe su loro, ma per il senso di sicurezza che, per contrasto, si prova standosene al sicuro. Ebbene, potremmo anche dire che il presupposto della complicit\u00e0 con un altro essere umano \u00e8 simile, ma pi\u00f9 maligno della situazione descritta da Lucrezio: perch\u00e9 la complicit\u00e0 esiste proprio in quanto esiste l&#8217;esclusione dell&#8217;altro, e lo spettacolo dell&#8217;altro che \u00e8 escluso, e che annaspa l\u00e0 fuori, lontano dal nostro calore, tanto pi\u00f9 se prima era lui (o lei) il nostro grande ed &quot;eterno&quot; amico, \u00e8 uno spettacolo che rinsalda la complicit\u00e0 e conferisce all&#8217;amicizia quel gusto piccante che le viene dalla oscura coscienza di fare una cosa proibita, una cosa non bella. Ma cosa \u00e8 bello e cosa \u00e8 brutto, in senso morale, se gli uomini sono per natura ingiusti, ossia se pretendono ci\u00f2 cui non hanno diritto? E che dire di una felicit\u00e0 che si ottiene ad esclusione dell&#8217;altro, godendo della sua esclusione e facendone un elemento di ebbrezza per sentirsi potenti? Solo Dio ci pu\u00f2 salvare da quell&#8217;inferno che \u00e8 il cerchio stregato dell&#8217;io. Solo Lui ci pu\u00f2 insegnare a dire <em>Tu<\/em> e a fare la sua santa Volont\u00e0, non la nostra, sempre egoica, mutevole, capricciosa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ciascuno di noi porta, impressa nella propria psiche, l&#8217;aspettativa di essere amato, anzi in un certo senso il dirotto di essere amato. 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