{"id":26484,"date":"2020-10-14T06:25:00","date_gmt":"2020-10-14T06:25:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/10\/14\/la-natura-e-incompleta-le-manca-qualcosa\/"},"modified":"2020-10-14T06:25:00","modified_gmt":"2020-10-14T06:25:00","slug":"la-natura-e-incompleta-le-manca-qualcosa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/10\/14\/la-natura-e-incompleta-le-manca-qualcosa\/","title":{"rendered":"La natura \u00e8 incompleta? Le manca qualcosa?"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo parlato recentemente delle tesi dell&#8217;antropologo Terence W. Deacon, il quale, riflettendo su quale sia il significato di ogni cosa, ha constatato un&#8217;assenza invece di una presenza; di una mancanza che rivela, per via negativa, quell&#8217;elemento essenziale che fa di ogni cosa ci\u00f2 che \u00e8, ovvero la sua intima essenza. Scrive Terence W. Deacon a conclusine del suo grosso libro <em>Natura incompleta. Come la mente \u00e8 emersa dalla materia<\/em> (titolo originale: <em>Incomplete Nature How Mind Emerged from Matter<\/em>, Norton &amp; Company Inc., New York, 2012; traduzione dall&#8217;inglese di Alfredo Tutino, Roma, Le Scienze, 2012, pp. 613-14; 619-20):<\/p>\n<p><em>Le leggi della fisica restano indiscusse. Il mio senso di essere un agente senziente ed efficace nel mondo, di essere in grado di cambiare le cose in modi che somigliano ai fini che immagino, di riconoscere la bellezza quando sento un notturno di Chopin o di sentire la tragedia di far parte di un&#8217;umanit\u00e0 incapace di rinnegare un modo di vita che sta distruggendo il suo stesso futuro; tutte queste cose non sono cambiate. Ma a proposito di queste esperienze ora so qualcosa dio diverso. So qualcosa di pi\u00f9, e ne consegue che sono qualcosa di meno. Le mie esperienze sono intese in modo diverso, non pi\u00f9 come sembravamo essere un tempo. Questo &quot;io&#8217;&quot; da cui parto, e dalla cui prospettiva l&#8217;intero mondo fisico spesso sembra estraneo, adesso appare in una luce diversa. Il mio io non \u00e8 pi\u00f9 lo stesso. Da un lato, ho in qualche modo perduto la solidit\u00e0 che un tempo davo per scontata, il mio &quot;me&quot; come corpo fisico non \u00e8 pi\u00f9 altrettanto sicuro, ma d&#8217;altro canto la mia incertezza sul mio posto nel mondo, il posto di significato e valore nello schema delle cose, sembra farsi pi\u00f9 sicuro nel momento in cui i rendo conto che forse sono pi\u00f9 vicino a essere il foro nel mozzo della ruota che non il bordo della ruota stessa. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;universo \u00e8 davvero pi\u00f9 vasto di quel che possiamo vedere, e toccare, e manipolare con le nostre mani o i nostri ciclotroni. Qui c&#8217;\u00e8 qualcosa di pi\u00f9 delle cose. C&#8217;\u00e8 il modo in cui le cose sono organizzate e collegate ad altre cose. E c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 di quel che \u00e8 attuale. C&#8217;\u00e8 quel che potrebbe essere, quel che \u00e8 possibile e quel che \u00e8 impossibile. Se i fisici quantistici possono imparare a star bene in mezzo alle conseguenze causali materiali della sovrapposizione di stati alternativi ancora non realizzati della materia, non dovrebbe essere un salto troppo grande quello di cominciare ad accettare la sovrapposizione di presente e assente nelle nostre funzioni, significato, esperienze e valori.<\/em><\/p>\n<p><em>Nel titolo di un suo libro recente, Stuart Kaufmann identifica quel che manca alla nostra attuale visione metafisica del mondo, limitata da tanti paraocchi. Con tutto il potere e la conoscenza che ci ha fatto ottenere, questo modo cos\u00ec efficace di concepire il mondo non ci \u00e8 servito in alcun modo a sentirci &quot;a casa nell&#8217;universo&quot;. Proprio mentre ci davano il dominio di tante parte del mondo fisico intorno e dentro di noi, i nostri strumenti scientifici ci hanno allo stesso tempo alienato da questi stessi regni. \u00c8 tempo di ritrovare la strada di casa.<\/em><\/p>\n<p>Questo \u00e8 quasi un grido di dolore nei confronti di una visione della scienza che ha allontanato e alienato l&#8217;uomo da se stesso e dal mondo, invece di avvicinarlo e di farlo sentire a suo agio, nonostante il dominio <em>materiale<\/em> che gli ha assicurato sulle cose. Spingersi pi\u00f9 oltre, considerate le premesse materialiste e immanentiste della scienza moderna, non \u00e8 possibile; anzi, bisogna riconoscere che scienziati come Deacon si sono gi\u00e0 spinti al di l\u00e0 delle premesse e che si sono esposti pi\u00f9 di quanto la maggior parte dei loro colleghi e delle facolt\u00e0 universitarie siano disposti a tollerare, sia pure in via d&#8217;ipotesi meramente teorica. Che cosa dice, in sostanza, Deacon? Che nella materia non c&#8217;\u00e8 tutto; che le cose non rivelano tutto allo sguardo della scienza moderna; e che la parte nascosta, invisibile, assente, rinvia a una dimensione ulteriore, che non \u00e8 solo quella prevista, e ammessa, dalla fisica classica. E questo qualcosa di ulteriore, che poi si rivela in sostanza come assenza e non come presenza, rimanda, secondo lui, non alle cose in s\u00e9, non alle cose come ci si mostrano, ma alla loro organizzazione intima e alla relazioni che le legano le une alle altre. Il che, per\u00f2, significa restare pur sempre entro l&#8217;orizzonte della fisica, della materia, della scienza moderna. Un passo ulteriore effettivo sembra essere compiuto quando Deacon ammette che per capire il reale bisogna tener conto non solo della realt\u00e0 effettuale, ma anche di quella potenziale; che oltre a ci\u00f2 che \u00e8, bisogna considerare anche ci\u00f2 che potrebbe essere, ci\u00f2 che \u00e8 stato ma non \u00e8 pi\u00f9, e ci\u00f2 che non \u00e8 ancora. Benissimo. Egli poi osa un passo ancor pi\u00f9 audace, ed include nel conteggio totale del reale non solo il possibile, ma anche l&#8217;impossibile. Qui, veramente, si vede la debolezza del suo pensiero, perch\u00e9 l&#8217;impossibilit\u00e0, come l&#8217;assenza, non sono cose, n\u00e9 qualit\u00e0 di cose, e neppure possono contribuire a far delle cose ci\u00f2 che sono, perch\u00e9 si tratta di concetti astratti, ai quali non corrisponde nulla di reale. Dire che oltre al treno delle 17,30 bisogna considerare anche il treno delle 17,50, che non esiste e non c&#8217;\u00e8 mai stato, ma che potrebbe esistere, e che forse esister\u00e0 nel futuro, somiglia pi\u00f9 a un gioco della fantasia o a un romanzo di fantascienza che a un pensiero positivo. \u00c8 apprezzabile tuttavia lo sforzo che qui viene fatto per uscire dal vicolo cieco di uno scientismo di matrice positivista, secondo il quale il mondo \u00e8 fatto solo di cose, di cose misurabili e quantificabili, e dalla somma meramente aritmetica delle loro relazioni. Che ci sia dell&#8217;altro, che ci possa essere dell&#8217;altro, \u00e8 un&#8217;ipotesi che fa onore a uno scienziato moderno, ma che lascia il tempo che trova e si ferma l\u00ec fin dove \u00e8 giunta, per mancanza di una spinta ulteriore. E nessuna spinta ulteriore le potr\u00e0 mai venire, finch\u00e9 si resta ingabbiati nella prigione della scienza moderna, che pretende di dare un nome e una funzione a tutte le cose, ma si rifiuta di considerarne il senso e il valore. In altre parole, questo tentativo di spingersi oltre il materialismo pi\u00f9 gretto \u00e8 eccessivo e inaccettabile per la prospettiva della scienza moderna, ma decisamente troppo timido e insufficiente per la spiegazione ulteriore, complessiva del reale, che \u00e8, \u00e8 sempre stata e sempre sar\u00e0, quella che scaturisce da una prospettiva metafisica. Platone diceva che \u00e8 filosofo colui che sa vedere il tutto e no solo le parti e chi non lo sa fare, non lo \u00e8. Analogamente potremmo dire che per vedere il tutto bisogna avere uno sguardo metafisico; e che per avere uno sguardo metafisico bisogna essere aperti all&#8217;invisibile, al trascendente, al finalismo e quindi al senso e allo scopo. Bisogna comprendere che le cose non vengono dal nulla, n\u00e9 vanno verso il nulla; che tutto fa parte d&#8217;un insieme armonioso, interconnesso, organico; che la natura, pertanto, non pu\u00f2 essere compresa solo con gli strumenti delle scienze naturali, ma solo assumendo una prospettiva pi\u00f9 alta, un punto di vista superiore. Questo, per gli scienziati, equivale a un inaccettabile salto nel vuoto, ma ad essi appare tale solo perch\u00e9 hanno commesso il peccato originale di assolutizzare la loro forma di conoscenza: quella matematica. Gli oggetti della natura non sono fatti solo di cerchi, triangoli e altre figure geometriche, come sosteneva Galilei; sono fatti di moltissime altre cose; e la loro essenza non risiede in loro, ma nello scopo per cui esistono e nel fine verso cui sono diretti. E poich\u00e9 gli scienziati moderni non vogliono sentir parlare di fini e di scopi, restano fatalmente esclusi da una comprensione complessiva del reale, e invano si dibattono fra il dogma fondamentale del meccanicismo e l&#8217;insoddisfazione che alcuni di essi provano davanti all&#8217;incapacit\u00e0 che esso dimostra di offrire una vera spiegazione del fatto che le cose esistono, e che esistono nel modo preciso in cui esistono.<\/p>\n<p>La natura, dunque, per questi scienziati insoddisfatti, \u00e8, o meglio sarebbe, incompleta, perch\u00e9 rivela un&#8217;assenza al fondo delle cose, pi\u00f9 che una presenza, quale elemento ultimo di significato. Ma \u00e8 proprio vero che la natura \u00e8 incompleta? \u00c8 incompleta solo se la si considera dal punto di vista della scienza moderna, materialista e meccanicista: allora s\u00ec, essa d\u00e0 l&#8217;impressione, beninteso a chi voglia spingere lo sguardo pi\u00f9 a fondo nelle cose, di un che di assente, di mancante. Ma se la si considera dal punto di vista della metafisica, allora appare chiaro che non \u00e8 la natura ad essere incompleta, ma lo sguardo con cui la osservano gli scienziati moderni (e sottolineiamo moderni, perch\u00e9 altro era lo sguardo degli scienziati prima del Rinascimento). La natura, quanto a se stessa, \u00e8 completa, nei limiti in cui pu\u00f2 esserlo una realt\u00e0 in perpetuo movimento e in perenne trasformazione; ma anche una realt\u00e0 armoniosa, sapientemente organizzata e perci\u00f2 perfetta, nel senso in cui si dice che \u00e8 perfetta quella cosa che presenta realizzata al meglio la propria (ci si perdoni il gioco di parole) natura. E tuttavia, osserver\u00e0 qualcuno, come si pu\u00f2 dire &quot;perfetta&quot; una realt\u00e0 nella quale il male svolge una parte cos\u00ec grande? Gli animali costretti, per sopravvivere, a divorarsi gli uni con gli altri; uomini torturati da disturbi mentali che arrivano fino al delitto e al suicidio; malattie dolorose e incurabili che colpiscono anche i bambini innocenti: come si pu\u00f2 affermare che la natura \u00e8 perfetta? Eppure lo \u00e8: non riguardo allo stato dei singoli individui, ma riguardo alla realt\u00e0 complessiva che essa esprime e al fine cui tende: perpetuarsi e continuare a esistere, trasformandosi. Non \u00e8 perfetta nel senso che non fallisce mai, ma nel senso che dispone di strategie e di modi di esistenza che funzionano nel migliore dei modi possibili rispetto alle condizioni date, che sono il risultato delle loro interazioni. La vita di una stella o una galassia e quella di un leone o un moscerino rispondono tutte al medesimo principio: garantire la continuit\u00e0, in successione, degli individui, delle specie, dei sistemi pi\u00f9 complessi e pi\u00f9 longevi, da quelli che vivono poche ore a quelli che durano milioni di anni. Tuttavia il male esiste, eccome, nel mondo della natura: ed \u00e8 una ben magra consolazione dire che il concetto di male presuppone un giudizio di valore, mentre nel mondo della natura non vi sono valori, ma solo fatti e situazioni atti o meno alla sopravvivenza. Perch\u00e9 la gazzella che muore di sete ne deserto, a causa di una prolungata siccit\u00e0, soffre, comunque si chiami quella sofferenza: sia che la si consideri una forma di male, sia che la consideri un elemento necessario nel complesso delle forze naturali; e anche se la sua carcassa offrir\u00e0 un lauto pasto ai piccoli animali e ai microrganismi che si cibano di residui organici, e per i quali quell&#8217;evento si potrebbe considerare senza dubbio come una forma di &quot;bene&quot;.<\/p>\n<p>E allora? E allora bisogna per forza di cose riconoscere che la natura, pur essendo a suo modo perfetta, e quindi tutt&#8217;altro che incompleta, \u00e8 per\u00f2 incompleta qualora la si consideri come il principio e la fine di tutto, ossia come una realt\u00e0 che &quot;copre&quot; tutto lo spazio dell&#8217;esistente. Nella prospettiva cristiana la natura, per quanto bella e armoniosa, \u00e8 per\u00f2 creata, dunque infinitamente meno perfetta del Creatore; inoltre \u00e8 &quot;ferita&quot; dalle conseguenze del Peccato originale. Era buona nella sua condizione originaria, appena sorta dal disegno sapiente e amorevole del Creatore; ma poi \u00e8 successo qualcosa, un episodio oscuro, una ribellione della sua parte intelligente, ossia l&#8217;essere umano, che ha rifiutato di adorare Dio e ha preteso di farsi simile a Lui, e con ci\u00f2 ha corrotto ogni ente e gettato una distanza abissale fra le creature ed il Creatore, che solo l&#8217;Amore Infinito poteva colmare, col mistero dell&#8217;Incarnazione. Le conseguenze di quel Peccato per\u00f2 rimangono, e resteranno sino alla fine della storia e del mondo stesso, nella condizione materiale nella quale siamo immersi e che ci sembra la sola reale, mentre \u00e8 la pi\u00f9 bassa e la meno armoniosa. Al di sopra di essa, infatti, vi \u00e8 la condizione spirituale, propria dell&#8217;uomo moralmente evoluto e redento dalla Grazia; al di sopra di questo, la condizione angelica, propria dei Puri Spiriti buoni, creati da Dio senza alcun concorso di materia; indi la Realt\u00e0 ultima e vera, la Realt\u00e0 divina, Causa e Principio di tutto, increata, auto sussistente, luminosa, meravigliosa e assolutamente perfetta, mentre per le altre dimensioni bisogna sempre parlare di perfezione relativa. Verso di essa tutto ci\u00f2 che esiste \u00e8 irresistibilmente attratto, come la rondine \u00e8 attratta dal nido e come l&#8217;amore \u00e8 attratto dal bene, perch\u00e9 ogni cosa tende al bene e al vero e per resistere al bene e al vero od opporsi ad essi \u00e8 necessario uno sforzo, un impulso innaturale della volont\u00e0 deviata, una vera e propria ribellione contro l&#8217;ordine universale, che al vero \u00e8 uniformata e dall&#8217;amore riceve impulso e calore. Ma come si pu\u00f2 capire tutti ci\u00f2, se si nega l&#8217;esistenza di Dio, relegandola fra le superstizioni del passato, e si rifiuta il mistero ineffabile, ma salvifico, dell&#8217;Incarnazione e quello della Redenzione? Ed ecco spiegato come mai la scienza moderna, nonostante i suoi apparenti successi nel regno della quantit\u00e0, come direbbe Gu\u00e9non, si \u00e8 preclusa un orizzonte di senso, e non sa spiegare perch\u00e9 le cose esistono, n\u00e9 si capacita del fatto che nelle cose vi sia una misteriosa assenza che sembra tradire l&#8217;esistenza di qualcos&#8217;altro. Questo <em>qualcos&#8217;altro<\/em> la scienza moderna non lo sa, n\u00e9 lo vuol riconoscere: gli farebbe ombra. La scienza moderna, cartesiana e meccanicista, nasce dalla superbia: \u00e8 una replica dell&#8217;atto di orgoglio luciferino con cui i primi uomini si ribellarono all&#8217;offerta d&#8217;amore di Dio. Il quale Dio <em>si nasconde ai sapienti e agl&#8217;intelligenti e si rivela ai piccoli<\/em> (<em>Mt<\/em> 11,25), perch\u00e9 cos\u00ec \u00e8 piaciuto a Lui&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo parlato recentemente delle tesi dell&#8217;antropologo Terence W. 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