{"id":26441,"date":"2019-01-21T11:32:00","date_gmt":"2019-01-21T11:32:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/21\/la-grazia-piu-grande-e-amare-umilmente-se-stessi\/"},"modified":"2019-01-21T11:32:00","modified_gmt":"2019-01-21T11:32:00","slug":"la-grazia-piu-grande-e-amare-umilmente-se-stessi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/21\/la-grazia-piu-grande-e-amare-umilmente-se-stessi\/","title":{"rendered":"La grazia pi\u00f9 grande \u00e8 amare umilmente se stessi"},"content":{"rendered":"<p><em>La grazia pi\u00f9 grande \u00e8 amare umilmente se stessi.<\/em> Quando l&#8217;abbiamo letta, questa frase ci ha folgorati per la sua chiarezza e per la sua nuda, abbagliante verit\u00e0. \u00c8 di un grande scrittore del Novecento, Georges Bernanos, l&#8217;autore del <em>Diario di un curato di campagna<\/em>, uno dei pi\u00f9 bei romanzi dell&#8217;ultimo secolo, apparso nel 1936; dal libro il regista Robert Bresson ha poi tratto, nel 1951, il film omonimo, destinato a restare come un&#8217;opera magistrale nella storia del cinema, intensamente interpretato dall&#8217;attore belga Claude Laydu nella parte del protagonista, il giovane curato del paesino d&#8217;Ambricourt. \u00c8 significativo che di questo duplice capolavoro, della letteratura e del cinema, si parli oggi cos\u00ec poco, specie nell&#8217;ambito della cultura cattolica, che dovrebbe averlo caro quant&#8217;altri mai: sar\u00e0 forse perch\u00e9 la commovente figura del protagonista \u00e8 essenzialmente quella di un mistico, il quale si disinteressa delle necessit\u00e0 materiali dei suoi parrocchiani, ma \u00e8 pronto a dare se stesso, fino al sacrificio della vita, per salvare le loro anime e riconciliarle con Dio? Certo non \u00e8, questa figura, in linea con quella oggi delineata dalla neochiesa uscita dal Vaticano II, la cosiddetta <em>chiesa in uscita<\/em>: non ha nulla del prete di strada, n\u00e9 del prete operaio, n\u00e9 del prete modernista; non scusa n\u00e9 giustifica i vizi e non perdona i peccati insieme ai peccatori, ma dice pane al pane e vino al vino. Eppure, quanta struggente delicatezza, quanta eroica sollecitudine per le pecorelle del suo gregge, vi sono in lui! Non \u00e8 un prete qualsiasi, n\u00e9 un paladino dei diritti civili, n\u00e9 un campione dell&#8217;integrazione, dell&#8217;inclusione e via banalizzando, e neppure del discernimento; \u00e8 un prete tutto d&#8217;un pezzo, pur nella fragilit\u00e0 della sua costituzione fisica. Malato di cancro allo stomaco, quasi spezzato nel corpo, sa di avere pochi anni da vivere; eppure si getta nella sua missione sacerdotale con tutta l&#8217;anima, senza risparmio, senza riguardi, meno di tutti verso se stesso. Si considera solo un povero, misero strumento nelle mani della grazia del Signore; non ha altre ambizioni, n\u00e9 altri desideri, che quello di essere un buon operaio nella vigna di Ges\u00f9 Cristo, o almeno un operaio che non sfiguri troppo agli occhi della gente: e non perch\u00e9 tema il giudizio sulla sua persona, ma solo perch\u00e9 ha un altissimo concetto della missione spirituale della quale un sacerdote \u00e8 investito al momento della consacrazione.<\/p>\n<p>Riportiamo l&#8217;ultima pagina del diario del curato d&#8217;Ambricourt, che costituisce il celebre romanzo di Georges Bernanos <em>Diario di un curato di campagna<\/em> (titolo originale: <em>Journal d&#8217;un cur\u00e9 de campagne<\/em>, Paris, Librairie Plon, 1936; traduzione dal francese di Adriano Grande, Milano, Mondadori, 1946, 1975, pp.287-288):<\/p>\n<p><em>Ho detto il rosario, con la finestra aperta su un cortile che somiglia a un pozzo nero. Ma mi sembra che, sopra di me, l&#8217;angolo del muro rivolto a levante incominci a imbianchirsi.<\/em><\/p>\n<p><em>Mi sono ravvoltolato nella coperta e l&#8217;ho persino abbassata un po&#8217; sulla mia testa. Non ho freddo. Il mio dolore abituale non mi prova pi\u00f9, ma ho voglia di vomitare.<\/em><\/p>\n<p><em>Se lo potessi, uscirei da questa casa. Mi piacerebbe rifare attraverso le strade vuote, il cammino percorso ieri mattina. La mia visita al dottor Laville, le ore passate al caffeuccio della signora Duplouy, adesso non mi lasciano che un torbido ricordo, e non appena cerco di fissarvi lo spirito, d&#8217;evocarne i particolari precisi, provo una stanchezza straordinaria, insormontabile. Ci\u00f2 che in me ha sofferto, dunque, non \u00e8 pi\u00f9 non pu\u00f2 pi\u00f9 essere. Una parte della mia anima rimane insensibile, lo rester\u00e0 sino alla fine.<\/em><\/p>\n<p><em>Certo, rimpiango la mia debolezza davanti al dottor Laville. Dovrei aver vergogna, tuttavia, di non sentirne alcun rimorso; giacch\u00e9, infine, quale idea ho potuto dare d&#8217;un prete a quell&#8217;uomo, cos\u00ec risoluto, cos\u00ec fermo? Non importa! \u00c8 finita. Quella specie di diffidenza che avevo di me, della mia persona, si \u00e8 dissipata, credo, per sempre. Questa lotta \u00e8 giunta al suo termine. Non la capisco pi\u00f9. Sono riconciliato con me stesso, con questa povera spoglia.<\/em><\/p>\n<p><em>Odiarsi \u00e8 pi\u00f9 facile di quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente se stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Ges\u00f9 Cristo<\/em>&#8230;<\/p>\n<p>Potente riflessione, potentemente vera: tale da lasciar senza parole per la sua assoluta e quasi spietata esattezza: <em>se in noi fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente se stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Ges\u00f9 Cristo.<\/em> Si poteva dire di pi\u00f9, o meglio, con cos\u00ec poche parole? La grazia, per la maggior parte degli uomini, consiste nel dimenticare il proprio io, nel liberarsi del loro piccolo e meschino ego, radice di tutti i mali, perch\u00e9 sorgente di tutte le brame e le passioni disordinate, paura compresa. Si \u00e8 dominati dalla paura per la stessa ragione per cui si \u00e8 dominati da smodati desideri: una sopravvalutazione del proprio io, una preoccupazione patologica nei suoi confronti, ora di proteggerlo, ora di soddisfarlo. E la paura genera anche l&#8217;auto-disprezzo, che \u00e8 un amore patologico di s\u00e9, ma rovesciato nel suo contrario. In ultima analisi, quindi, \u00e8 l&#8217;orgoglio la molla perversa da cui partono i nostri pensieri e le nostre azioni che ci rendono prigionieri del nostro stesso io, e c&#8217;impediscono di rivolgere le nostre energie verso qualche fine pi\u00f9 alto, che trascenda la mera soddisfazione di bisogni immediati, veri o presunti e ci consenta di crescere: perch\u00e9 non esiste crescita interiore se non imparando a distaccarsi dalle passioni dell&#8217;io. Tuttavia, se fossimo capaci di spegnere in noi l&#8217;orgoglio, il vero demone che alimenta la nostra schiavit\u00f9, allora saremmo in condizione di poter ricevere la grazia pi\u00f9 grande di tutte, della quale solo gli spiriti pi\u00f9 generosi sono degni: imparare ad amare se stessi nel modo giusto, senza narcisismo, senza avidit\u00e0, senza gelosia, senza egoismo, senza meschinit\u00e0, senza nulla che ci separi da quanto di buono, di vero e di bello esiste al mondo: perch\u00e9 allora, e soltanto allora, saremmo in grado di dare senza aspettarsi di ricevere, di capire senza voler spiegare ogni cosa, di amare senza attaccamento e senza secondi fini.<\/p>\n<p>Straordinaria scoperta. Sia quando cerchiamo di sopravanzare, e magari di calpestare gli altri, i loro diritti, le loro legittime aspettative, e non esitiamo a ostacolarli, a denigrarli, a calunniarli, per fare spazio alle nostre smodate ambizioni; sia quando ci deprimiamo e ci umiliamo in maniera esagerata, patologica, per esempio quando cadiamo in depressione, l&#8217;origine di tali comportamenti \u00e8 la stessa: una assolutizzazione dell&#8217;io, una tirannide dell&#8217;io, il quale, se non pu\u00f2 essere il primo fra tutti, vuole almeno l&#8217;amara soddisfazione di sentirsi l&#8217;ultimo, il pi\u00f9 disgraziato, il pi\u00f9 infelice: ma non \u00e8 forse, anche questa, una maniera di essere primo, e sia pure alla rovescia? Per chi \u00e8 incapace di accettare un ruolo discreto, indossare la maglia nera \u00e8 meglio di niente, se non pu\u00f2 indossare la maglia rosa. L&#8217;importante, per colui che \u00e8 schiavo del proprio ego e delle sue passioni, \u00e8 non trovarsi nel mezzo; non confondersi con gli altri; non sparire alla vista, quella altrui e la propria. Finch\u00e9 si \u00e8 in testa, oppure anche in coda, tutti lo possono vedere, tutti possono dire: <em>Eccolo, \u00e8 lui, \u00e8 proprio lui!<\/em>; solo chi si adatta non occupare una posizione in vista, solo chi impara a vivere con discrezione, con sobriet\u00e0, camminando con passo leggero e parlando sottovoce, solo costui \u00e8 sulla strada giusta per liberarsi dal fardello dell&#8217;ego e per ricevere, in compenso, un bene infinitamente superiore a qualsiasi soddisfazione mondana: la luce della grazia divina. La grazia, infatti, non scende su di noi fino a quando vogliamo primeggiare, fino a quando camminiamo pestando forte i piedi, fino a quando parliamo a voce alta, innalzando il tono sino a gridare. No: la grazia \u00e8 per i piccoli, per i semplici, per i modesti, per gli umili e per i silenziosi. La grazia si rivela dove regnano il silenzio, la semplicit\u00e0 e il raccoglimento. In mezzo al frastuono, anche se ci fosse, non la si potrebbe udire, non si potrebbe vedere la sua luce abbagliante: sarebbe occultata dallo sfavillio appariscente, ma effimero, di mille piccole luci artificiali.<\/p>\n<p>Del resto ancora una volta, basta rimettersi al modello indicato dal solo Maestro pienamente e infallibilmente veritiero che sia mai stato sulla terra, Ges\u00f9 Cristo (<em>Luca<\/em>, 14, 7-11):<\/p>\n<p><em>Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola:\u00a0\u00abQuando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perch\u00e9 non ci sia un altro invitato pi\u00f9 ragguardevole di te\u00a0e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l&#8217;ultimo posto.\u00a0Invece quando sei invitato, va&#8217; a metterti all&#8217;ultimo posto, perch\u00e9 venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa pi\u00f9 avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.\u00a0Perch\u00e9 chiunque si esalta sar\u00e0 umiliato, e chi si umilia sar\u00e0 esaltato\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Ma perfino i cristiani, oggi, si sono completamente scordati di questa raccomandazione del loro Maestro; e proprio essi danno agli altri il pietoso esempio della smania di voler apparire, di ricevere l&#8217;approvazione altrui, di piacere al mondo. Non assistiamo forse, ormai tutti i giorni, allo spettacolo miserando di un irrefrenabile esibizionismo e di un deplorevole narcisismo da parte del clero, di cento e cento preti che, quando celebrano la santa Messa, invece di farsi piccoli e umili di fronte al Signore e al Mistero Eucaristico, gonfiano le penne come tanti pavoni, s&#8217;impancano a tribuni, tengono comizi, danno spettacolo di s\u00e9, cantano, suonano, ballano, con soddisfazione di alcuni, ma con sgomento, rammarico e amarezza di molti altri, e trascinano nel fango la loro veste, che non per tali esibizioni hanno un giorno indossata, giurando di servire un solo ed unico padrone e signore, Ges\u00f9 Cristo, e di morire alle passioni dell&#8217;io? E non vediamo vescovi e arcivescovi parlare e agire sempre sopra le righe, con proclami, con interviste, con gesti spettacolari, con slogan appariscenti, dei quali si gonfiano la bocca, come se la verit\u00e0 cristiana avesse bisogno di essere gridata e come se dipendesse e dall&#8217;eloquenza di coloro che l&#8217;annunziano? E non vediamo praticamente ogni giorno il sommo pastore, o colui che viene chiamato e considerato tale, riempire di s\u00e9 le cronache, incoraggiare il culto della sua persona, compiacersi degli applausi che riceve e dei sorrisi del mondo, e perfino da parte dei nemici dichiarati della Chiesa e del Vangelo; e frattanto rimproverare, commissariare, scomunicare quanti non capiscono quel che sta facendo, quanti vorrebbero restare fedeli alla Chiesa, ma quella vera, e al Vangelo, quello di sempre, quello di Ges\u00f9 Cristo? Di fatto, migliaia di sacerdoti e milioni di fedeli, oggi, soffrono pi\u00f9 o meno in silenzio; assistono a questo spettacolo terribile, lo vivono sulla loro pelle: una pastorale ingannevole, una liturgia aberrante, una dottrina che viene continuamente manipolata e stravolta, ora con una certa perfida astuzia, ora con plateale, arrogante sicumera, con baldanza, con sfacciataggine? Migliaia di preti e milioni di fedeli vedono e soffrono per tutto questo; si sentono ingannati, traditi, abbandonati, e non sanno che fare, dove andare, a chi rivolgersi per trovare conforto. Quale tremenda responsabilit\u00e0 grava sul capo dei cattivi pastori, dei pastori fedifraghi, i quali, per inseguire ci\u00f2 che piace al mondo, per ricevere il consenso e l&#8217;approvazione del mondo, hanno tradito Cristo e stanno disperdendo il gregge loro affidato! L&#8217;ira divina pesa su di loro: dovranno rendere conto del misfatto compiuto, e dal quale non paiono avere la bench\u00e9 minima intenzione di recedere, anzi, nel quale procedono ogni giorno con maggior tracotanza, arrivando al punto, come direbbe san Paolo, di gloriarsi per ci\u00f2 di cui dovrebbero provare vergogna!<\/p>\n<p>Bisogna imparare ad amare se stessi, dunque, ma nella maniera giusta; ad amarsi con purezza di cuore, con saggezza, con modestia, con misericordia, anche: perch\u00e9 la prima forma di misericordia che un cristiano \u00e8 chiamato a esercitare, \u00e8 quella nei confronti di se stesso. Chi vende la sua intelligenza, o la sua abilit\u00e0 professionale, o il suo corpo, la sua bellezza, la sua giovinezza, per raggiungere le mete del successo mondano, della ricchezza, del potere, non ama veramente se stesso, perch\u00e9 si prostituisce: e prostituirsi equivale a degradarsi, e degradarsi non \u00e8 <em>mai<\/em> un segno di amore per se stessi, ma di disprezzo. Amarsi con misericordia significa compatire le proprie miserie e cercare il meglio per se stessi, affidandosi alla guida di Colui che non erra, che non inganna, che non illude, che non gioca con le nostre debolezze. Cercare il meglio vuol dire puntare a sviluppare la propria parte migliore; vuol dire mettersi a disposizione della Chiamata, la quale \u00e8 sempre buona, perch\u00e9 viene dall&#8217;Alto; e chiudere gli orecchi e il cuore alle mille chiamate fasulle, agli ammiccamenti, alle sollecitazioni, alle seduzioni del mondo, che vorrebbero trascinarci nella spirale dell&#8217;io, delle brame, delle paure, della smania di avere e di apparire, dell&#8217;apprezzamento da parte degli altri, ma non sulla base della nostre migliori qualit\u00e0, bens\u00ec delle peggiori. Il cristiano sente e riconosce la Chiamata di Ges\u00f9 e non la confonde con altre voci, con altri inviti, che non vengono dall&#8217;Alto, ma dal basso. Insomma, bisogna imparare ad amarsi <em>umilmente<\/em>. E poich\u00e9 nessuno ne \u00e8 capace da se stesso, bisogna chiedere l&#8217;aiuto di Dio: perch\u00e9 \u00e8 una grazia, come lo \u00e8 ogni altra cosa&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La grazia pi\u00f9 grande \u00e8 amare umilmente se stessi. 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