{"id":26413,"date":"2022-06-18T04:07:00","date_gmt":"2022-06-18T04:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/18\/la-felicita-e-unattivita-dellanima-conforme-a-virtu\/"},"modified":"2022-06-18T04:07:00","modified_gmt":"2022-06-18T04:07:00","slug":"la-felicita-e-unattivita-dellanima-conforme-a-virtu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/18\/la-felicita-e-unattivita-dellanima-conforme-a-virtu\/","title":{"rendered":"La felicit\u00e0 \u00e8 un&#8217;attivit\u00e0 dell&#8217;anima conforme a virt\u00f9"},"content":{"rendered":"<p>Tutti desiderano la felicit\u00e0: questo \u00e8 un fatto, e corrisponde ad un istinto naturale. Ma per averla, bisogna sapere in che cosa essa consiste. E allora, che cos&#8217;\u00e8 propriamente la felicit\u00e0? Se non si sa rispondere a questa domanda, si \u00e8 simili a colui che vuole ardentemente una certa cosa, ma non sa che cosa. Va da s\u00e9 che non la trover\u00e0 mai: e dovr\u00e0 ringraziare solamente se stesso, non potr\u00e0 dare la colpa a qualcun altro.<\/p>\n<p>Dunque: che cos&#8217;\u00e8 la felicit\u00e0? A tutti, o quasi tutti, verrebbe spontaneo rispondere che \u00e8 un certo stato dell&#8217;essere, una condizione esistenziale libera da ansie preoccupazioni, e cos\u00ec via. Ma un filosofo vero, il quale ha meritato, nel corso dei secoli, di essere chiamato IL filosofo per antonomasia &#8212; Aristotele &#8212; non si \u00e8 fermato alle apparenze; ha guardato oltre, e ha visto che la felicit\u00e0 non \u00e8 uno stato di quiete, e neppure uno stato in senso generale, ma proprio l&#8217;opposto di uno stato, vale a dire un&#8217;ATTIVIT\u00c0. Come mai? Egli parte da una constatazione: gli uomini sono felici quando s&#8217;impegnano con successo in una certa attivit\u00e0 e lo sono maggiormente quanto pi\u00f9 svolgono tale attivit\u00e0 non in vista d&#8217;un fine ulteriore, ossia come un mezzo, ad esempio come un viaggiatore che sopporta le fatiche e i fastidi del viaggio per arrivare alla meta, bens\u00ec per se stessa, per la soddisfazione e l&#8217;appagamento che ne ricavano in maniera del tutto disinteressata: ad esempio come lo scultore che scolpisce la statua sotto la spinta di una forza interiore che lo rende felice nell&#8217;atto di creare. Va da s\u00e9 che parliamo del vero artista, il quale crea per il gusto di creare, e non di un mercenario che crea in vista del guadagno che si propone di ricavare, e che magari si piega alle richieste pi\u00f9 capricciose del committente, anche al prezzo di sacrificare la propria idea e il proprio senso estetico, perch\u00e9 il suo fine non \u00e8 la gioia di creare qualcosa con le proprie mani, ma di ottenere il maggior guadagno possibile.<\/p>\n<p>Ora, l&#8217;attivit\u00e0 \u00e8 la caratteristica di tutti gli esseri viventi: dire essere vivente \u00e8 come dire essere in attivit\u00e0, in movimento. Ma ogni specie ha un&#8217;attivit\u00e0 che le \u00e8 propria. Quella della pianta consiste nel crescere, nutrirsi e riprodursi; la stessa cosa si pu\u00f2 dire dell&#8217;animale, con la differenza che l&#8217;animale \u00e8 soggetto di sensazioni, passioni e desideri e quindi \u00e8 consapevole della propria attivit\u00e0, mentre la pianta \u00e8 inconsapevole e i suoi atti non derivano da un&#8217;azione volontaria, e sia pure istintiva, ma da una forza interna di accrescimento e di riproduzione, che muove la pianta e la trasforma da seme in individuo adulto, poi la sorregge nelle funzioni vitali, che non \u00e8 volontaria perch\u00e9 non \u00e8 cosciente, ma segue una legge naturale immutabile. E l&#8217;uomo? Anche l&#8217;uomo, ovviamente, deve crescere, nutrirsi e riprodursi (con buona pace degli ambientalisti radicali dei nostri giorni che si fanno sterilizzare o aderiscono a folli e macabre associazioni come il VHEMT (Movimento per l&#8217;estinzione umana volontaria); ma non si limita a questo. Se lo facesse, abdicherebbe al proprio statuto ontologico e sceglierebbe di essere qualcosa di meno di ci\u00f2 che \u00e8, un essere umano. La pianta \u00e8 dotata di anima vegetativa, l&#8217;animale di anima sensitiva; l&#8217;uomo, e solo l&#8217;uomo, possiede un&#8217;anima razionale: dunque l&#8217;attivit\u00e0 specifica dell&#8217;uomo non pu\u00f2 che essere di tipo razionale. \u00c8 proprio dell&#8217;uomo pensare, riflettere sulla realt\u00e0 e agire in base ad un progetto, a un&#8217;idea, a un fine consapevolmente eletto e ritenuto degno dei suoi sforzi; un fine che vada oltre la pura e semplice sopravvivenza.<\/p>\n<p>E non basta ancora. Per essere veramente umana, un&#8217;azione deve essere anche conforme a virt\u00f9, cio\u00e8 diretta al bene oggettivo e non solamente ad un qualche bene soggettivo e pi\u00f9 o meno transitorio, pi\u00f9 o meno effimero. Infatti la virt\u00f9 \u00e8 premio a se stessa: non la si pratica per ottenere qualcos&#8217;altro, anzi la si pratica anche nei casi in cui ci\u00f2 equivale a crearsi dei grossi fastidi, ad esempio rifiutando di prestare la propria collaborazione a un progetto malvagio, fosse pure dietro richiesta di un amico, e dunque rompendo un&#8217;amicizia o attirandosi l&#8217;ostilit\u00e0 di un nemico che, fino a quel momento non era tale, anzi era una persona amica.<\/p>\n<p>Facciamo un passo indietro. L&#8217;anima umana, secondo Aristotele, non \u00e8 totalmente diversa da quella degli altri esseri viventi; comprende ci\u00f2 che vi \u00e8 in essi, pi\u00f9 qualcos&#8217;altro, che \u00e8 specificamente umano. Pertanto nell&#8217;anima umana vi \u00e8 una parte vegetativa, che presiede all&#8217;accrescimento e alla riproduzione; una parte sensitiva, che attiene alle passioni e ai desideri; e infine una pare razionale, che consiste nell&#8217;esercizio della ragione. Pertanto la felicit\u00e0, <em>eudaimonia<\/em>, si raggiunge solo realizzando ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 perfetto nella propria natura. La pianta sar\u00e0 &quot;felice&quot; quando, trovato il terreno e il clima adatto, e coltivata con sapienza e intelligenza dal giardiniere, cresce vigorosa e fruttifera ed \u00e8 in grado di riprodursi. L&#8217;animale sar\u00e0 &quot;felice&quot; quando, oltre a disporre della sicurezza di potersi nutrire e dissetare e di tutto ci\u00f2 che \u00e8 necessario alla sua vita, compresa la possibilit\u00e0 di riposarsi, e infine la facolt\u00e0 di riprodursi, potr\u00e0 esplicare le sue doti naturali, ad esempio, per il cavallo, la libert\u00e0 di correre, per il cane quella di andare a caccia, per l&#8217;uccello quella di spiccare il volo dal nido; sar\u00e0 infelice se non potr\u00e0 farlo, ad esempio perch\u00e9 viene rinchiuso in una stalla, o una gabbia, e non possa pi\u00f9 muoversi e agire liberamente, ma debba sottostare al volere di un altro e condurre un&#8217;esistenza innaturale.<\/p>\n<p>Per l&#8217;uomo, essere felice vorr\u00e0 dire dispiegare al massimo grado la sua facolt\u00e0 specifica, che \u00e8 la ragione: la qual cosa \u00e8 una forma di attivit\u00e0, e ci aiuta a comprendere perch\u00e9 la felicit\u00e0 sia un&#8217;attivit\u00e0 e non uno stato di quiete. L&#8217;uomo, dunque, \u00e8 felice quando pu\u00f2 vivere da uomo, non occasionalmente, ma sempre: quando cio\u00e8 pu\u00f2 vivere da creatura razionale. E abbiamo visto che ci\u00f2 significa, in pratica, esercitare la ragione conforme a virt\u00f9, ossia in maniera libera e disinteressata. Aristotele distingue due tipi di virt\u00f9, etiche e dianoetiche: le prime sono proprie dell&#8217;anima sensitiva, le seconde invece dell&#8217;anima razionale. Il coraggio ad esempio \u00e8 una virt\u00f9 etica, perch\u00e9 anche di un cavallo, o di un leone, o di un cinghiale, si pu\u00f2 dire che \u00e8 coraggioso, cio\u00e8 che affronta il pericolo senza fuggire; perfino un uccellino pu\u00f2 esserlo, quando affronta il serpente per difendere il suo nido minacciato. Le virt\u00f9 etiche sono il coraggio, la temperanza, la liberalit\u00e0, la magnificenza, la magnanimit\u00e0 e la mansuetudine: esse derivano dall&#8217;abitudine a sottomettere gli istinti per mezzo della ragione. Ad esempio il coraggio si pu\u00f2 acquisire, o sviluppare, imparando a dominare l&#8217;istinto della paura e pensando a ci\u00f2 che si vuole proteggere o al valore morale che si vuole affermare e testimoniare. Le virt\u00f9 dianoetiche sono quelle proprie esclusivamente dell&#8217;uomo e non hanno il corrispettivo nell&#8217;animale: a loro volta si suddividono in virt\u00f9 &quot;scientifiche&quot; e &quot;calcolative&quot;. Le prime si manifestano nella sapienza, nella scienza e nell&#8217;intelletto; le seconde nell&#8217;arte e nella saggezza.<\/p>\n<p>Arriviamo pertanto alla conclusione che per essere felice, l&#8217;uomo deve dispiegare l&#8217;attivit\u00e0 della propria anima secondo virt\u00f9, e non una volta ogni tanto, ma abitualmente, cos\u00ec da fare di quell&#8217;attivit\u00e0 la sua ragione di vita e la sua occupazione permanente.<\/p>\n<p>Scrive dunque Aristotele nell&#8217;<em>Etica Nicomachea<\/em> (A, 7; K, 6 e 7; da Aristotele<em>, Opere<\/em>, a cura di G. Giannantoni, Bari, Laterza, 1973):<\/p>\n<p><em>Tuttavia, se pur il dire che la felicit\u00e0 \u00e8 il sommo bene sembra qualcosa di ormai concordato, tuttavia si sente il bisogno che sia ancor detto qualcosa di pi\u00f9 preciso intorno alla sua natura. Potremo riuscirci rapidamente, se esamineremo l&#8217;opera dell&#8217;uomo. Come infatti per il flautista, il costruttore di statue, ogni artigiano e insomma chiunque ha un lavoro e un&#8217;attivit\u00e0, sembra che il bene e la perfezione risiedano nella sua opera, cos\u00ec potrebbe sembrare anche per l&#8217;uomo, se pur esiste qualche opera a lui propria. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>E quale sarebbe dunque questa? Non gi\u00e0 il vivere, giacch\u00e9 questo \u00e8 comune anche alle piante, mentre invece si ricerca qualcosa che gli sia proprio. Bisogna dunque escludere la nutrizione e la crescita. Seguirebbe la sensazione, ma anche questa appare esser comune al cavallo, al bue e a ogni animale. Resta dunque una vita attiva propria di un essere razionale.[&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Se dunque \u00e8 cos\u00ec, allora il bene proprio dell&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;attivit\u00e0 dell&#8217;anima secondo virt\u00f9, e se molteplici sono le virt\u00f9, secondo la migliore e la pi\u00f9 perfetta. E ci\u00f2 vale anche per una vita completa. Infatti una sola rondine non fa primavera, n\u00e9 un solo giorno; cos\u00ec neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicit\u00e0. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>&#8230; essa [la virt\u00f9] non \u00e8 una disposizione: in tal caso infatti essa si troverebbe anche in chi dormisse tutta la vita, vivendo cos\u00ec una vita puramente vegetativa e in chi subisse le pi\u00f9 grandi disgrazie. Se dunque questo non pu\u00f2 ammettersi, bens\u00ec piuttosto dobbiamo porre la felicit\u00e0 in un&#8217;attivit\u00e0, come s&#8217;\u00e8 detto precedentemente, e se delle attivit\u00e0 alcune sono necessarie ed eleggibili in vista d&#8217;altro, altre invece sono scelte per se stesse, \u00e8 evidente che bisogna porre la felicit\u00e0 tra le attivit\u00e0 scelte per esse stesse e non tra quelle scelte in vista di un altro; infatti la felicit\u00e0 non \u00e8 manchevole di null&#8217;altro, bens\u00ec \u00e8 autosufficiente. Sono eleggibili per se stesse quelle attivit\u00e0 dalle quali non ci si attende altro all&#8217;infuori dell&#8217;attivit\u00e0 stessa. Tali sembrano essere le azioni conformi a virt\u00f9; infatti il compiere cose belle e virtuose \u00e8 proprio delle azioni eleggibili per se stesse. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Se dunque la felicit\u00e0 \u00e8 un&#8217;attivit\u00e0 conforme a virt\u00f9, logicamente essa sar\u00e0 conforme alla virt\u00f9 superiore; e questa sar\u00e0 la virt\u00f9 della parte migliore dell&#8217;anima. Sia dunque essa l&#8217;intelletto oppure qualcosa d&#8217;altro, che per natura appaia capace di comandare e guidare e avere nozioni delle cose belle e divine o perch\u00e9 esso stesso divino o perch\u00e9 \u00e8 la parte pi\u00f9 divina di ci\u00f2 che \u00e8 in noi, comunque la felicit\u00e0 perfetta sar\u00e0 l&#8217;attivit\u00e0 di questa parte, conforme alla virt\u00f9 che le \u00e8 propria. Che essa sia l&#8217;attivit\u00e0 contemplativa, \u00e8 stato detto.<\/em><\/p>\n<p>Questo stato di perfezione e di appagamento totale dell&#8217;anima culmina nella ricerca e nella contemplazione (attenzione: anche la contemplazione \u00e8 un&#8217;attivit\u00e0, e non uno stato di quiete!) del Bene Supremo, ossia di quel bene che non si esaurisce, non delude, non deve essere ricercato sempre di nuovo. Tale bene superiore a ogni altro \u00e8 quello che si ricerca assolutamente per se stesso e non per ottenere qualcosa grazie ad esso.<\/p>\n<p>Infatti osserva ancora Aristotele nell&#8217;<em>Etica Nichomachea<\/em> (I, 7, 1097 a-b):<\/p>\n<p><em>Noi diciamo dunque che \u00e8 pi\u00f9 perfetto il fine che si persegue di per se stesso che non quello che si persegue per un altro motivo e che ci\u00f2 che non \u00e8 scelto mai in vista d&#8217;altro \u00e8 pi\u00f9 perfetto dei beni scelti contemporaneamente per se stessi e per queste altre cose, e insomma il bene perfetto \u00e8 ci\u00f2 che deve esser sempre scelto di per s\u00e9 e mai per qualcosa d&#8217;altro. Tali caratteristiche sembra presentare soprattutto la felicit\u00e0; infatti noi la desideriamo sempre di per se stessa e mai per qualche altro fine; mentre invece l&#8217;onore e il piacere e la ragione e ogni altra virt\u00f9 li perseguiamo bens\u00ec di per se stessi (infatti se anch&#8217;essi dovessero esser privi di ulteriori effetti, noi desidereremmo ugualmente ciascuno di essi), tuttavia li scegliamo anche in vista della felicit\u00e0, immaginando di poter esser felici attraverso questi mezzi.<\/em><\/p>\n<p>Questo il pensiero di Aristotele, un filosofo pagano che fonda la propria ricerca sulla ragione naturale.<\/p>\n<p>Nella prospettiva cristiana, il massimo filosofo che ha tratto il medesimo argomento \u00e8 san Tommaso d&#8217;Aquino, che in molte cose si rif\u00e0 ad Aristotele. E qui emerge la radicale differenza fra la concezione della vita pagana e quella cristiana. Per san Tommaso, come scrive nella <em>Summa Theologiae<\/em>, la vera e perfetta felicit\u00e0 si realizza solo nell&#8217;aldil\u00e0, quando l&#8217;anima potr\u00e0 contemplare Dio assolutamente e senza alcun residuo d&#8217;interesse o d&#8217;impedimento materiale. Nella vita terrena, scrive san Tommaso, nessuno \u00e8 totalmente esente ed immune dal male, dunque nessuno pu\u00f2 essere perfettamente felice. La piena felicit\u00e0 non \u00e8 di questo mondo, ma di quell&#8217;altro. Una simile conclusione pu\u00f2 sembrare pessimistica: ma, se ben si riflette, \u00e8 la conclusione di Aristotele a peccare d&#8217;ingiustificato ottimismo. I beni terreni, per definizione, sono limitati imperfetti; ma la felicit\u00e0 cui aspira l&#8217;anima umana \u00e8 piena e perfetta. E allora \u00e8 chiaro che nessuna felicit\u00e0 adeguata viene concessa all&#8217;uomo nel corso della vita terrena, ma solo qualche anticipazione, pi\u00f9 o meno fuggevole, di quella che \u00e8 presente nella dimensione dell&#8217;assoluto, nella vita dopo la morte. Si dice che san Tommaso, qualche mese prima di morire, abbia avuto una visione straordinaria, dopo la quale non volle pi\u00f9 scrivere nulla, nella quale Dio gli diceva: <em>Bene scripsisti, Thoma, de me;\u00a0quam ergo mercedem accipies?<\/em> Ed egli rispose: <em>Non aliam nisi te, Domine.\u00a0<\/em>Cos\u00ec \u00e8. Dio essendo Sommo Bene, non esiste felicit\u00e0 pi\u00f9 grande del contemplarlo. Cosa che avviene nell&#8217;altra vita, non in questa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tutti desiderano la felicit\u00e0: questo \u00e8 un fatto, e corrisponde ad un istinto naturale. Ma per averla, bisogna sapere in che cosa essa consiste. 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