{"id":26373,"date":"2007-09-16T09:02:00","date_gmt":"2007-09-16T09:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/16\/il-grido-della-coscienza-ferita-e-uninvocazione-al-reintegro-nellessere\/"},"modified":"2007-09-16T09:02:00","modified_gmt":"2007-09-16T09:02:00","slug":"il-grido-della-coscienza-ferita-e-uninvocazione-al-reintegro-nellessere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/16\/il-grido-della-coscienza-ferita-e-uninvocazione-al-reintegro-nellessere\/","title":{"rendered":"Il grido della coscienza ferita \u00e8 un&#8217;invocazione al reintegro nell&#8217;essere"},"content":{"rendered":"<p>Che cosa accade quando la coscienza riceve un <em>vulnus<\/em>, una ferita, che sconvolge il suo orizzonte esistenziale e sovverte il suo sistema valoriale? Intendiamo parlare di una ferita profonda, dolorosa, che arriva dritta al cuore pi\u00f9 riposto di essa e ne offusca, intorbidendolo, lo sguardo, s\u00ec da sprofondarla in una densa caligine che offusca i colori naturali delle cose, delle persone, delle situazioni; e il mondo intero, di colpo, pare mutato, pare diventato <em>un altro mondo.<\/em> Si \u00e8 verificato qualche cosa di traumatico, che appare irreparabile: <em>nulla \u00e8 pi\u00f9 come prima<\/em>, anche se la superficie delle cose si direbbe ancora la stessa di sempre.<\/p>\n<p>Si dir\u00e0 che la prima distinzione da fare, per comprendere il dramma della coscienza ferita e il significato delle strategie che essa mette in opera per cercare di medicarsi, \u00e8 tra la ferita che sia stata operata da un evento esterno, che ha agito dal di fuori contro di essa, e quella che, invece, \u00e8 la conseguenza di una cattiva azione da lei stessa compiuta su qualcun altro. E invece a noi pare che questa sia una distinzione secondaria, perch\u00e9 il rimorso del male fatto, dell&#8217;ordine morale infranto, della fiducia altrui tradita, non sono meno devastanti della sofferenza causata da un torto ricevuto, da una slealt\u00e0 subita, da una delusione di cui si \u00e8 stati vittime. Per certi aspetti, anzi, la consapevolezza della propria coscienza pulita attenua e addolcisce, in parte, il crudo dolore della ferita morale; mentre la chiara percezione del proprio venir meno alla lealt\u00e0, all&#8217;onore, ai doveri e agli impegni assunti nei confronti dell&#8217;altro rincrudiscono, e di molto, il disorientamento e il senso di impotente disperazione che sconvolge la vita della coscienza.<\/p>\n<p>No: la prima e pi\u00f9 importante distinzione da operare, per tentar di gettare un raggio di luce sull&#8217;oscuro dramma della coscienza ferita, non \u00e8 quella fra colpa e innocenza, ma quella fra volont\u00e0 e conoscenza. Se la coscienza ha visto fin dall&#8217;inizio e rettamente conosciuto quel che andava fatto, in una determinata situazione, ma la sua volont\u00e0 ha preso il sopravvento ad esclusivo vantaggio delle egoistiche ragioni dell&#8217;io, allora la ferita coscienziale \u00e8 il prodotto di un prevalere della volont\u00e0 sulla conoscenza, intesa, quest&#8217;ultima, come una sintesi di libert\u00e0 e di dovere in vista di un certo valore. Ad esempio, io posso vedere che il desiderio di autoaffermazione del mio ego entra in conflitto con il rispetto dovuto ad altri essenti, che vorrebbe piegare ai suoi fini e ridurre a meri strumenti della sua soddisfazione: e tuttavia posso dare il mio assenso all&#8217;azione ingiusta, perch\u00e9 la ricerca del &quot;mio&quot; bene mi fa disprezzare il diritto al bene altrui. Questa \u00e8 la cattiva azione scientemente perseguita e realizzata con ferma determinazione, calpestando apertamente la legge morale che pure mi era stato dato di conoscere.<\/p>\n<p>Altro \u00e8 il caso in cui, pur vedendo chiaramente quali sarebbero le conseguenze negative del mio agire egoistico e cercando, in conseguenza di ci\u00f2, di esercitare un controllo e un dominio sugli appetiti disordinati dell&#8217;ego, anzi &#8211; magari &#8211; sforzandomi di perseguire lealmente il bene altrui, vengo sopraffatto dalle tentazioni della mia umana debolezza e, mio malgrado, finisco per cedere agli allettamenti del mio piacere immediato ed egoistico. Nel primo caso si avr\u00e0 il male come prodotto di una volont\u00e0 distorta ed ipertrofica rispetto al conoscere; nel secondo caso avremo il male come effetto della debolezza del retto volere e della incoerenza del volere rispetto al conoscere.<\/p>\n<p>Dunque, per agire rettamente \u00e8 necessario vedere rettamente: vedere l&#8217;Essere come \u00e8 in se stesso, in modo veridico e non deformato; e, in secondo luogo, accordare la volont\u00e0 con la conoscenza, indirizzandola nel senso dell&#8217;azione etica cos\u00ec come la verit\u00e0 dell&#8217;Essere ce la indica, alla luce del valore. Ma cos&#8217;\u00e8 il valore? Potremmo definirlo come la pietra del paragone di ogni decisione che si presenta alla coscienza sotto forma di libera scelta. Il valore \u00e8 la percezione di un accordo profondo fra il nostro agire e il nostro sentire, nella prospettiva di una rete di relazioni fra gli essenti che non ammette squilibri e scompensi parziali senza che l&#8217;intero ordine esistenziale ne venga turbato. Non esiste valore dove non esiste libert\u00e0 di scelta: decidere, significa decidersi a favore di una data azione, alla luce di un determinato valore. Si tratta di un circolo virtuoso della coscienza: il valore illumina gli enti e rischiara le decisioni della coscienza; la libert\u00e0 \u00e8 lo strumento per la realizzazione di una determinata scelta; la retta azione morale riempie di senso la libert\u00e0 della coscienza e si trasforma a sua volta in valore, che a sua volta illumina gli enti e rischiara la coscienza; e cos\u00ec via. Si potrebbe perci\u00f2 affermare che il valore produce ancora valore, inesauribilmente, a patto che la coscienza sappia ispirare costantemente la sua azione a un progetto di fedelt\u00e0 all&#8217;Essere, giudice supremo e garante <em>super partes<\/em> di una retta impostazione dei rapporti fra i diversi essenti, fra una coscienza e l&#8217;altra.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 un punto molto importante del nostro ragionamento. Se l&#8217;azione etica si fonda sulla normativit\u00e0 dei valori, \u00e8 necessario che vi sia qualcosa capace di garantire la gerarchia dei valori, la loro corrispondenza reciproca, la loro stessa fondatezza ontologica. In altre parole, la fondazione dei valori richiama a un progetto di trascendenza, perch\u00e9 i valori non sono in grado di fondare da s\u00e9 stessi, ontologicamente, la loro assolutezza. Senza questo salto di qualit\u00e0 dal divenire all&#8217;essere e, quindi, senza questa fondazione metafisica dei valori, non si d\u00e0 Valore, dunque non si d\u00e0 Bene in senso assoluto. E sappiamo anche troppo &#8211; la storia ce lo insegna e ce lo ricorda continuamente &#8211; che lo scontro fra i valori finiti, fra il mio bene ed il tuo, rimanda a una guerra di tutti contro tutti il cui effetto \u00e8 l&#8217;eclisse della coscienza morale e lo scatenamento dei pi\u00f9 bassi istinti della coscienza, addirittura la distruzione dell&#8217;etica. Gli essenti non potrebbero perseguire il vero bene, se non vi fosse un Bene assoluto, un Bene senza alcun altro attributo o specificazione: un Bene che \u00e8 tale per tutti e per ciascuno e che \u00e8 in grado di imporsi con evidenza immediata, al di sopra del caos dei piccoli valori parziali scatenati gli uni contro gli altri.<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec all&#8217;intuizione che il sommo Bene, di necessit\u00e0, deve coincidere col Sacro: perch\u00e9 sacro \u00e8 solo il Bene assoluto, infinito, senza specificazioni ulteriori; il bene chiuso in s\u00e9 stesso, parziale e limitato, preclude la trascendenza e respinge la vita dell&#8217;io entro gli orizzonti del parziale e del relativo. Solo l&#8217;Essere \u00e8 apertura assoluta, dono infinito perenne e sovrabbondante: pur distribuendosi e irradiandosi su tutti gli enti, non diminuisce minimamente alla sorgente, ma sempre zampilla fresco e vivo come una fontana magica. Ed esso coincide necessariamente col Sacro, perch\u00e9 \u00e8 proprio del sacro il progetto di Amore assoluto e incondizionato che rischiara imparzialmente tutti gli enti e fonda, garantendoli, tutti i valori morali, evitando che possano in alcun modo sovrapporsi e smentirsi gli uni con gli altri, entrando in conflitto reciproco. Nel Sacro vi \u00e8 un di pi\u00f9 di amore imparziale e incondizionato che non si trova nel Bene chiuso in s\u00e9 stesso: una apertura coscienziale a trecentosessanta gradi, una larghezza e una infinita generosit\u00e0 e sollecitudine che previene la stessa domanda degli essenti.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 appunto il salto di qualit\u00e0 che, per effetto del Sacro, la vita della coscienza \u00e8 chiamata a compiere: trascendere i propri limiti ontologici, la propria pigrizia costituzionale, gli stessi schemi logici del Logos calcolante, per inebriarsi delle vastit\u00e0 sconfinate dell&#8217;Amore illimitato, onnipervasivo. Il Sacro comprende il Bene, ma lo trascende, lo supera e lo trasfigura: cos\u00ec come &#8211; osserva Kierkegaard in <em>Timore e tremore<\/em> &#8211; il gesto di fedelt\u00e0 totale a Dio di Abramo, allorch\u00e9 dice s\u00ec alla richiesta di sacrificargli il figlio Isacco, entra in contrasto con le categorie logiche dell&#8217;etica e crea un senso di vuoto, di assoluta solitudine, quasi di orrore in cui la coscienza, a un certo momento, si sente sul punto di sprofondare. \u00c8 qui che l&#8217;autonomia della coscienza ordinaria cede il passo alle theonomia della coscienza ispirata; e il soccorso della Grazia comunica all&#8217;uomo quello slancio, quell&#8217;ardore, quella vastit\u00e0 di comprensione che le consentono di oltrepassare lo <em>scandalo<\/em> dell&#8217;infrazione alla stessa etica (che \u00e8 storicamente determinata e non si appoggia sul Valore assoluto, ma su valori transeunti e parziali).<\/p>\n<p>Dicevamo del <em>vulnus<\/em>, della ferita. La coscienza ferita soffre e vaga qua e l\u00e0, con passo smarrito, in cerca di pace: cerca istintivamente di ristabilire l&#8217;equilibrio, di restituire senso al proprio orizzonte morale. La coscienza ferita \u00e8 un grido di disperazione e di aiuto che scuote la dimora dell&#8217;Essere e interroga tutti gli enti, nessuno dei quali pu\u00f2 dirsi totalmente estraneo e dire: \u00abSono forse il custode di mio fratello?\u00bb.<\/p>\n<p>E qui si danno due possibilit\u00e0: o la coscienza, bench\u00e9 ferita, riesce a mantenersi nella propria unit\u00e0 di volere e di conoscere e, per quanto sofferente, cerca di ritrovare, con tutte le sue forze, il bene perduto del legame intimo con l&#8217;Essere; oppure la ferita \u00e8 segno e occasione di una rottura irreparabile dell&#8217;unit\u00e0 coscienziale fra volere e conoscere, e determina il distacco definitivo dell&#8217;essente dall&#8217;Essere. Questa dinamica \u00e8 stata bene analizzata da Bernhard H\u00e4ring nel suo libro <em>Il sacro e il bene. Rapporti tra etica e religione<\/em> (tr. it. Brescia, Morcelliana, 1968), che cos\u00ec ne parla (pp. 75-77):<\/p>\n<p><em>&quot;Se la persona, nel suo intimo fondo, \u00e8 ancora amore, allora il dolore pu\u00f2 sciogliere il convulso irrigidimento della volont\u00e0, l&#8217;irretimento nell&#8217;amore di s\u00e9. Le forme della conoscenza, poggiandosi sul proprio amore originario, cercheranno la via verso la verit\u00e0, appena la verit\u00e0 divenuta sovrana di s\u00e9, si libera dalla propria usurpata tirannia. La forza conoscitiva dell&#8217;anima, in realt\u00e0, secondo la sua natura, va seguendo un amore, originario e inestinguibile, verso il vero e vero l&#8217;autentico e reale valore. Pu\u00f2 di nuovo intessere un dialogo con il valore che ha mancato. Ma bisogna notare bene che in ci\u00f2 si d\u00e0 qualche cosa di totalmente nuovo ,oltre il primo elementare dolore della cattiva coscienza, qualche cosa di nuovo perfino rispetto al desiderio di superare questo dolore e di ricomporre l&#8217;unit\u00e0 guastata dell&#8217;anima. \u00c8 un nuovo incontro con il valore. Il dolore, il senso sordo e rodente della lacerazione interiore ha cos\u00ec prodotto un nuovo movimento verso il valore, dall&#8217;intimo amore originario della persona. Questo movimento, certo, non \u00e8 ancora completo, non \u00e8 ancora tale a arrivare all&#8217;obbedienza al valore. Ma \u00e8 per\u00f2 gi\u00e0 una inclinazione germinata nel profondo della persona, un fenomeno morale positivo.&quot; (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p>Ma vi \u00e8 una seconda possibilit\u00e0, ben pi\u00f9 drammatica: quella in cui la persona, che forse gi\u00e0 da prima oscillava pericolosamente sul confine fra il vero amore e l&#8217;amor di s\u00e8, ossia tra amore e non-amore, reagisce al <em>vulnus,<\/em> alla ferita, intestardendosi nel percorrere sino in fondo la via del divorzio fra il volere e il conoscere, mettendo a tacere ogni scrupolo di coscienza e cercando di ritrovare l&#8217;equilibrio non nel salto di qualit\u00e0 verso un nuovo livello di valore, dopo l&#8217;esperienza della caduta e della sofferenza (non importa &#8211; secondo noi &#8211; se inferta o subita), bens\u00ec semplicemente riducendo al silenzio il grido di giustizia che sale, silenzioso, dalle profondit\u00e0 dell&#8217;anima; il grido di dolore e di soccorso verso l&#8217;Essere con cui \u00e8 stato reciso il legame originario. Cos\u00ec descrive H\u00e4ring questa seconda possibilit\u00e0:<\/p>\n<p><em>&quot;La volont\u00e0 \u00e8 profondamente irretita nell&#8217;orgoglio; vede il suo bene non pi\u00f9 nel servizio al valore incontrato, ma nel tener ferma la propria sovranit\u00e0. Il sentimento di intima lacerazione, il dolore del rimorso di coscienza \u00e8 per lei un ammonimento. Ne va della tua autonomia! Si scuoter\u00e0 ancor pi\u00f9 in convulsioni; si irrigidisce, tiranneggia la ragione, in modo che non possa pi\u00f9 venire ad un dialogo con il valore. Il tiranno della volont\u00e0, rattrappito in s\u00e9, o si sottrarr\u00e0 ad ogni apertura verso un richiamo dall&#8217;esterno o, dove non \u00e8 ancora presente questa completa chiusura ad ogni valore, si affermer\u00e0 contro l&#8217;io conoscente: Ho avuto dunque ragione! La ragione verr\u00e0 costretta ad accettare la volont\u00e0 perch\u00e9, alla fine, al posto del vero valore verr\u00e0 trasportato \u00abci\u00f2 che \u00e8 importante per me\u00bb. Questo atteggiamento di chiusura ammette naturalmente i pi\u00f9 vari gradi. Ed \u00e8 puramente un dato di fatto che dal rimorso di coscienza non nasce di necessit\u00e0 un nuovo movimento verso il valore e un nuovo dialogo, perch\u00e9 molto spesso ne pu\u00f2 seguire un&#8217;ancor pi\u00f9 profonda chiusura di contro al valore. La coscienza che rimorde, allora tacer\u00e0 poco a poco. Il sentimento dell&#8217;interna lacerazione svanir\u00e0. L&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;anima anzi \u00e8 gi\u00e0 ricostituita per il fatto che l&#8217;io conoscente rinuncia ad orientarsi verso il valore oggettivo. Al posto dell&#8217;interna lacerazione, \u00e8 subentrato il chiudersi dell&#8217;intera persona, con l&#8217;odio e l&#8217;inimicizia verso il valore. La conseguenza sar\u00e0 un pi\u00f9 o meno totale accecamento verso i valori pi\u00f9 alti, in conseguenza di un crescente interesse per i valori che hanno importanza per l&#8217;atteggiamento di orgoglio e di concupiscenza. Al posto dello strappo intimo, \u00e8 subentrata una barriera divisoria tra la persona e il mondo dei valori.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora, il dramma della coscienza contemporanea \u00e8 proprio questo: che l&#8217;oblio dell&#8217;Essere e il voltar le spalle alla Grazia e al Valore originario fa s\u00ec che la cosa pi\u00f9 importante appaia non gi\u00e0 ricostituire l&#8217;unit\u00e0 della coscienza sulla base di una redenzione dalla colpa e di un salto di qualit\u00e0 verso un pi\u00f9 organico legame con l&#8217;Essere, <em>proprio sulla base dell&#8217;esperienza della ferita e del dolore ad essa conseguente,<\/em> bens\u00ec ricostituire l&#8217;unit\u00e0 della coscienza <em>in qualunque modo<\/em>. E il modo pi\u00f9 facile \u00e8 proprio quello di mettere a tacere la conoscenza del valore, imbavagliare la consapevolezza dell&#8217;errore compiuto, puntando tutto sul reintegro della volont\u00e0 diretta alla restaurazione della piena autonomia dell&#8217;essente. Una siffatta autonomia, che misconosce la pedagogia della ferita e del dolore e che pretende di affermarsi al di sopra di ogni altro criterio di verit\u00e0, equivale, in realt\u00e0, a una forma di degradazione e di schiavit\u00f9 dell&#8217;essente. La vera libert\u00e0, infatti, nasce dalla consapevolezza dei doveri e dall&#8217;accordo fra la doverosit\u00e0 insita nella coscienza e la gerarchia dei valori che ispirano la scelta morale. Quando l&#8217;unit\u00e0 della coscienza si costruisce, o si ricostruisce, a spese di tale accodo e sulla base di un primato del volere indirizzato a &quot;ci\u00f2 che \u00e8 bene per me&quot; e non a &quot;ci\u00f2 che \u00e8 giusto in se stesso&quot;, allora ci troviamo di fronte a una coscienza stravolta, inautentica, inumana, in cui il grido dell&#8217;anima \u00e8 stato soffocato in nome di una autonomia che non \u00e8 se non la maschera di rispettabilit\u00e0 destinata a camuffare gli appetiti egoistici e disordinati dell&#8217;io. Si tratta di una condizione, probabilmente oggi assai diffusa, che ha in s\u00e9 una componente profondamente tragica, perch\u00e9 allontana e distrugge con le sue stesse mani ogni possibilit\u00e0 di imparare dal male, sia inferto che subito, e quindi ogni possibilit\u00e0 di redenzione.<\/p>\n<p>E che altro \u00e8 la coscienza privata di ogni possibilit\u00e0 di redenzione, se non una coscienza ossessionata e, alla lettera, <em>posseduta<\/em> dalle forze infere che albergano al fondo di essa? Per la psicologia moderna, e specialmente per la psichiatria, ci\u00f2 che conta \u00e8 ripristinare l&#8217;equilibrio della coscienza, <em>a partire dalla propria limitata visione di &quot;ci\u00f2 che \u00e8 bene per me&quot;.<\/em> Si tratta di un tragico equivoco, poich\u00e9 &quot;ci\u00f2 che \u00e8 bene per me&quot; esprime solo il livello pi\u00f9 basso e meschino della coscienza, quello pi\u00f9 egoico e autocentrato: e, adagiandosi in esso, a dispetto di un benessere superficiale e momentaneo, l&#8217;anima si avvia su di una strada senza ritorno, ove finir\u00e0 per smarrirsi e per infliggersi da s\u00e9 il peggiore castigo: l&#8217;oblio della sua vera natura, del suo destino, della sua meta. La meta dell&#8217;anima non \u00e8 il soddisfacimento dei suoi bisogni estemporanei, ma il ritorno alla dimora dell&#8217;Essere. Pertanto, finch\u00e9 il grido dell&#8217;anima ferita si leva nel buio della coscienza sofferente, vi \u00e8 ancora una possibilit\u00e0 di redenzione. Ma quando quel grido viene messo a tacere del tutto, l&#8217;anima \u00e8 perduta: si \u00e8 costruita l&#8217;Inferno da se stessa, l&#8217;Inferno che \u00e8 la separazione voluta, intenzionale dall&#8217;Essere &#8211; il tradimento della sua vera natura e della sua ultima meta.<\/p>\n<p>Guai all&#8217;anima ferita che ha smesso di gridare! Quel grido vuol dire che essa \u00e8 ancora viva, che ancora una parte di lei anela alle regioni superiori della Verit\u00e0, della Bont\u00e0, della Bellezza; al Sacro che tutte le comprende e, fondandole, le invera e le illumina della sua luce imperitura. Finch\u00e9 quel grido risuona dall&#8217;abisso dell&#8217;anima ferita, vi \u00e8 ancora una speranza di redenzione e la Grazia pu\u00f2 ancora esercitare su di essa la sua benefica azione di aiuto e di soccorso. Poi, sar\u00e0 troppo tardi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa accade quando la coscienza riceve un vulnus, una ferita, che sconvolge il suo orizzonte esistenziale e sovverte il suo sistema valoriale? 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