{"id":26357,"date":"2008-12-13T10:52:00","date_gmt":"2008-12-13T10:52:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/12\/13\/un-film-al-giorno-la-coda-del-diavolo-di-giorgio-treves-1987\/"},"modified":"2008-12-13T10:52:00","modified_gmt":"2008-12-13T10:52:00","slug":"un-film-al-giorno-la-coda-del-diavolo-di-giorgio-treves-1987","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/12\/13\/un-film-al-giorno-la-coda-del-diavolo-di-giorgio-treves-1987\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abLa coda del diavolo\u00bb, di Giorgio Treves (1987)"},"content":{"rendered":"<p>Quando usc\u00ec nelle sale cinematografiche il film dell&#8217;esordiente Giorgio Treves &#8211; era il 1987, poco pi\u00f9 di venti anni fa &#8211; l&#8217;opinione pubblica mondiale era sotto shock per il dilagare misterioso e apparentemente inarrestabile dell&#8217;A.I.D.S. (o, per dirla alla francese, e soprattutto all&#8217;italiana, della S.I.D.A.: \u00absindrome da immunodeficienza acquisita\u00bb).<\/p>\n<p>Perci\u00f2, nella storia del medico che s&#8217;innamora di una sua paziente, presunta malata di sifilide ma forse costretta ad entrare sana nel lazzaretto, non era certo difficile vedere una metafora della cosiddetta \u00abpeste del XX secolo\u00bb e, soprattutto, dei suoi effetti psicologici e sociali; e, bench\u00e9 l&#8217;opera prima di Treves sia una meditazione su un problema di carattere generale, quello del rapporto fra il potere repressivo e la malattia come fatto sociale, probabilmente essa venne letta un po&#8217; troppo in chiave di attualit\u00e0 storica.<\/p>\n<p>Solo cos\u00ec, crediamo, si spiega la rapidit\u00e0 con la quale questo interessante lungometraggio di oltre un&#8217;ora e mezza (96 minuti) \u00e8 stato archiviato dalla critica e dal pubblico, tanto da non essere pi\u00f9 riproposto &#8211; a quel che ci risulta &#8211; nemmeno sulle principali reti televisive, pur cos\u00ec prodighe di seconde, terze e quarte visioni di tanti film assai meno interessanti e originali.<\/p>\n<p>Siamo in un luogo imprecisato, un altopiano di montagna ove si parla il francese &#8211; che potrebbe essere la Savoia -, verso la fine del XV secolo.<\/p>\n<p>Un giovane medico di nome Robert Briand (l&#8217;attore Robin Renucci) dirige il piccola lazzaretto di St. Cl\u00e9ment, che ospita un gruppo di lebbrosi, con l&#8217;aiuto della svelta e intraprendente governante del luogo, Teresa, che \u00e8 anche sua amante (Piera Degli Esposti).<\/p>\n<p>Ma, come se non bastasse la lebbra, un nuovo flagello si annuncia all&#8217;orizzonte: la sifilide, il \u00abmal francese\u00bb, malattia che si trasmette attraverso il contatto sessuale e che, perci\u00f2, viene vista dalla cultura del tempo come il classico castigo divino nei confronti di coloro che si abbandonano alla sregolatezza e al peccato della lussuria. Le autorit\u00e0 e la chiesa, da cui il lazzaretto dipende, praticano una severa politica repressiva nei confronti dei questo nuovo genere di malati, in cui alla segregazione si accompagnano le frustate e i maltrattamenti, nonch\u00e9 la minaccia degli eterni castighi ultraterreni.<\/p>\n<p>Un giorno arriva a St. Cl\u00e9ment un gruppetto composto, appunto, da sei malati di sifilide, di entrambi i sessi. Tra essi c&#8217;\u00e8 una ragazza giovanissima dalla bellezza conturbante, Marie Blanche (l&#8217;esordiente attrice francese Isabelle Pasco, classe 1966, dunque appena ventenne), che attira subito l&#8217;attenzione di Robert e che, sottoposta ad esami, sembra essere in realt\u00e0 immune dal contagio. Il suo corpo, dalla bellezza statuaria, non presenta le caratteristiche piaghe della malattia venerea; le ragioni per le quali \u00e8 stata avviata al lazzaretto, insieme agli altri, sembrano essere principalmente la sua condizione di orfana e la pratica del vagabondaggio e della prostituzione occasionale. In altre parole, il suo ha le caratteristiche tipiche di un caso di marginalit\u00e0 sociale che diviene pregiudizio contro la \u00abdiversit\u00e0\u00bb e pretesto per la detenzione.<\/p>\n<p>Fra gli ospiti del lazzaretto e i nuovi arrivati, intanto, si instaura un clima di tensione e di forte diffidenza: i lebbrosi temono il contagio e costringono i sifilitici a vivere isolati, curiosa forma di segregazione nella segregazione.<\/p>\n<p>Robert subisce il fascino di Marie Blanche, giorno dopo giorno; e, dapprima, fa in modo di ottenerle qualche piccolo privilegio, come quello di coprirsi con un mantello e di usufruire di qualche minuto d&#8217;aria nel corso della giornata; poi, nonostante la crescente gelosia della sua amante, Teresa, finisce per gettarsi dietro le spalle il rapporto distaccato medico-paziente e per vivere in piena consapevolezza i propri sentimenti verso la bella sconosciuta, pur attanagliato da laceranti sensi di colpa.<\/p>\n<p>La presenza di Marie Blanche, comunque, ha provocato un ulteriore scompiglio anche fra i ricoverati. Uno di loro ha tentato di violentarla, ma \u00e8 stato ucciso dai suoi stessi compagni; mentre il ricoverato Laurent diffida tutti quanti dal ritentare un&#8217;impresa del genere.<\/p>\n<p>Robert \u00e8 sempre pi\u00f9 in crisi con se stesso: sente che la situazione gli sta sfuggendo di mano e, uomo del suo tempo, giunge ad autoflagellarsi, ma inutilmente, per cercare di liberarsi dalla fatale attrazione nei confronti di Marie Blanche. Tuttavia, n\u00e9 questi metodi drastici di autodisciplina, n\u00e9 la gelosia di Teresa, n\u00e9 &#8211; infine &#8211; la presenza di una fascinosa nobildonna, Eleonore (Carole Bouquet), che il marito tradito ha fatto rinchiudere come malata di sifilide, riescono a liberarlo dalla sua passione \u00abproibita\u00bb.<\/p>\n<p>Ci prova allora il padre del giovane medico, personaggio socialmente influente (Erland Josephson), il quale ha in progetto di far trasferire il figlio a Parigi per fargli assegnare un incarico pi\u00f9 prestigioso, e che tenta di distoglierlo dai suoi progetti di fuga, ammonendolo sulla gravit\u00e0 delle conseguenze cui potrebbe andare incontro.Ma tutto \u00e8 inutile.<\/p>\n<p>Robert, dopo molte difficolt\u00e0, \u00e8 riuscito a leggere l&#8217;incartamento giudiziario riguardante la sua amata e apprende che le disavventure di lei avevano avuto inizio da quando era stata fatta oggetto di attenzioni sessuali da parte di un personaggio che, ormai, \u00e8 precipitato nella follia e sopravvive come una specie di spettro. Aiutato da un altro medico, Robert compie ulteriori sforzi per accertarsi delle reali condizioni di salute di Marie Blanche, ma di nuovo gli esiti si rivelano negativi. Secondo tutte le evidenze, ella non \u00e8 affatto malata; tuttavia, non esiste alcuna speranza di farla dimettere dal lazzaretto, in quanto ormai \u00e8 bollata come malata contagiosa e, quindi, pericolosa per la comunit\u00e0 dei \u00absani\u00bb.<\/p>\n<p>A questo punto, a Robert non rimane altra via che quella di organizzare la fuga della sua paziente e anche la propria, poich\u00e9 non pu\u00f2 immaginare di separarsi da lei e ritiene di avere una responsabilit\u00e0 nei suoi confronti, dato che ella non saprebbe dove andare e come sopravvivere, senza rischiare di essere nuovamente presa e, forse, di subire un trattamento ancora pi\u00f9 duro.<\/p>\n<p>Parlando con la ragazza, in un primo tempo riesce a convincerla della necessit\u00e0 di tentare l&#8217;evasione, ma si scontra contro il muro di gomma della sua invincibile abulia, come se, in fondo, ella non credesse pi\u00f9 a un futuro di libert\u00e0 e si fosse rassegnata al proprio destino di creatura randagia e \u00abdiversa\u00bb. Prodigandosi nello sforzo di scuoterla e persuaderla ad andarsene, Robert la informa che quella notte lascer\u00e0 socchiusa la porta affinch\u00e9 lei possa fuggire, promettendole di raggiungerla in un secondo momento; e lei sembra acconsentire.<\/p>\n<p>Ma ecco che avviene l&#8217;imprevedibile. Ad approfittare della porta lasciata aperta non \u00e8 Marie Blanche, ma Laurent, il quale, dopo essere stato inseguito come una bestia feroce, paga con la vita il suo breve sogno di libert\u00e0. Questo contrattempo fa fallire il piano predisposto da Robert, che \u00e8 costretto ad attendere una nuova occasione.<\/p>\n<p>Non ci sar\u00e0, tuttavia, una seconda occasione; perch\u00e9, mentre si avvicina la Pasqua, durante la messa del Venerd\u00ec Santo la nobile Eleonore ha una crisi nervosa e si mette ad urlare contro tutti, sia i malati che i loro custodi (o, piuttosto, carcerieri), accusandoli di cieca crudelt\u00e0 e di ogni genere di vizi vergognosi. Lo scandalo che ne segue \u00e8 enorme: le autorit\u00e0 decidono di aprire un&#8217;inchiesta sulla conduzione del lebbrosario, ci\u00f2 che rende la posizione di Robert ormai insostenibile.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, prima che sia troppo tardi, il giovane medico parte in compagnia di Marie Blanche, ma non potr\u00e0 coronare il suo sogno d&#8217;amore: arrivato in citt\u00e0, si separa da lei, affidandola ad un medico suo amico, al quale chiede di prendersi cura della ragazza. Ora dovr\u00e0 affrontare le conseguenze del suo gesto e prepararsi a un destino incerto; ma allo spettatore non viene mostrata la conclusione della sua vicenda umana e professionale.<\/p>\n<p>\u00abLa coda del diavolo\u00bb \u00e8 un bel film e, pur non essendo un capolavoro, si impone come un&#8217;opera prima di tutto rispetto, sia per la maestria dell&#8217;ambientazione e per la perizia delle riprese, sontuose come una serie di dipinti barocchi, sia per l&#8217;efficacia della recitazione e la capacit\u00e0 del regista di tenere le fila di un cast di attori cosmopolita ed eterogeneo, composto sia di esordienti che di professionisti da tempo affermati.<\/p>\n<p>Il protagonista, Robert Briand, \u00e8 un personaggio complesso e contraddittorio, fragile e ansioso di verit\u00e0 come un novello Enea, nonch\u00e9 tormentato e nevrotico come un Torquato Tasso o un principe Amleto di Danimarca. L&#8217;attore Robin Renucci, che si era gi\u00e0 segnalato in film come \u00abInvito al viaggio\u00bb (Peter Del Monte, 1982), \u00abFort Saganne\u00bb (Alain Corneau, 1983) e \u00abPrestami il rossetto\u00bb (Diane Kurys, 1983), \u00e8 stato da qualcuno salutato come un nuovo G\u00e9rard Philipe; e, se il paragone \u00e8 un po&#8217; eccessivo, egli dimostra tuttavia di sapersi calare efficacemente nella parte del giovane medico dilaniato da opposti sentimenti e in profonda crisi interiore.<\/p>\n<p>E che dire della protagonista femminile, l&#8217;esordiente Isabelle Pasco, dalla avvenenza conturbante, resa ancor pi\u00f9 malandrina dalle rozze vesti del lebbrosario che \u00e8 costretta a indossare, le quali &#8211; invece di mortificarla &#8211; la esaltano, per contrasto, fino a renderla insostenibile? I suoi occhi chiari \u00abbucano\u00bb lo schermo con una forza tale &#8211; nonostante il ruolo abulico e rassegnato che ella deve interpretare -, che lo spettatore non potr\u00e0 pi\u00f9 dimenticarli.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda il contenuto, si nota &#8211; e alcuni critici lo hanno evidenziato anche pi\u00f9 del necessario &#8211; un certo schematismo ideologico, cui la sceneggiatura di Vincenzo Cerami (che ne avrebbe poi ricavato un romanzo) conferisce un peso forse eccessivo, rispetto alla naturalezza e alla spontaneit\u00e0 narrative.<\/p>\n<p>La tesi del regista, tipicamente neoilluminista, \u00e8 che la malattia, nelle mani di un potere repressivo, finisce per divenire capro espiatorio del sadismo e dell&#8217;ignoranza dell&#8217;intera societ\u00e0 (si pensi al conflitto, pur dentro il lazzaretto, fra lebbrosi e sifilitici) e per assumere, quindi, il significato di un marchio d&#8217;emarginazione per le categorie pi\u00f9 esposte: mendicanti, vagabondi, prostitute e ogni altro genere di \u00abirregolari\u00bb.<\/p>\n<p>Il Medioevo, quindi (ma il regista, palesemente, tiene un occhio rivolto alla societ\u00e0 dei nostri giorni), \u00e8 presentato qui, piuttosto banalmente, non solo come un&#8217;et\u00e0 di profonda superstizione, ma anche come un sistema sociale talmente basato sul valore della stabilit\u00e0 &#8211; anche in senso fisico -, da guardare con sospetto e avversione a tutti colori i quali, per una ragione o per l&#8217;altra, non si lasciano ancorare ad un luogo, a un mestiere, a una professione, in quanto elementi potenzialmente sovversivi &#8211; e peggio ancora se di sesso femminile.<\/p>\n<p>Tuttavia, anche se tale visione del Medioevo \u00e8 largamente di maniera &#8211; nel solco, del resto, della tradizione inaugurata dall&#8217;assai sopravvalutato \u00abIl nome della rosa\u00bb di Jean-Jacques Annaud, uscito nelle sale l&#8217;anno prima (e tratto dall&#8217;altrettanto sopravvalutato romanzo di Umberto Eco) -, bisogna dire che tale pregiudizio non assume, nell&#8217;opera prima di Giorgio Treves, toni pesanti e grossolani, come nel film di Annaud. E questo, dato il contesto in cui si svolge l&#8217;azione &#8211; un lazzaretto nell&#8217;epoca della \u00abcaccia alle streghe\u00bb -, non \u00e8 un merito da poco. La tentazione del &quot;grand-guignol&quot;, in un regista meno sorvegliato, sarebbe stata quasi irresistibile.<\/p>\n<p>Al contrario, vi \u00e8 nel film di Giorgio Treves una capacit\u00e0 di evocazione storica e una seriet\u00e0 di meditazione filosofica che riscatta tutti i difetti della sceneggiatura e dell&#8217;impianto ideologico e fa de \u00abLa coda del diavolo\u00bb un&#8217;opera che merita di essere vista; un&#8217;opera che, come dicevamo all&#8217;inizio, avrebbe meritato pi\u00f9 attenzione da parte della critica e del pubblico.<\/p>\n<p>Dopo questo esordio nella regia, Giorgio Treves, nato a New York nel 1945 e che era stato assistente alla produzione di Vittorio De Sica ne \u00abIl giardino dei Finzi-Contini\u00bb (di cui ci siamo occupati in un recente articolo) e assistente alla regia di Luchino Visconti in \u00abGruppo di famiglia in un interno\u00bb, ha aspettato ben tredici anni prima di tornare alla regia con un&#8217;altra co-produzione italo-francese, \u00abRosa e Cornelia\u00bb, del 2000: interessante storia di un&#8217;amicizia fra due donne di diversa estrazione sociale nella Venezia del XVIII secolo.<\/p>\n<p>Isabelle Pasco, dopo \u00abLa coda del diavolo\u00bb, si \u00e8 trovata la strada spianata per \u00absfondare\u00bb nel mondo del cinema: e, in effetti, ha interpretato una decina di film di livello medio e medio-basso. Tuttavia non \u00e8 diventata una nuova Carole Bouquet, forse perch\u00e9 non ha avuto la fortuna di essere diretta da un regista capace di sfruttarne al massimo le doti interpretative; mentre ne ha trovato qualcuno, come Alberto Simone in \u00abColpo di luna\u00bb, del 1995, che non ha resistito alla troppo facile tentazione di sfruttarne il bel corpo nudo quale banale espediente da cassetta.<\/p>\n<p>Peccato; se avesse trovato il suo Pigmalione, crediamo che questa ragazza francese dallo sguardo indimenticabile avrebbe potuto fare davvero molta strada.<\/p>\n<p>Passiamo ora brevemente in rassegna alcuni giudizi critici sul film.<\/p>\n<p>Cos\u00ec si esprime il critico cinematografico Tullio Kezich a proposito di questo film d&#8217;esordio di Giorgio Treves (in \u00abIl filmnovanta: cinque anni al cinema, 1986-1990\u00bb, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1990:<\/p>\n<p>\u00abLebbra, sifilide, AIDS: le pestilenze sono malattie reali o strumenti del potere per imporre regimi di repressione?\u00bb La problematica del soggetto di Vincenzo Cerami \u00e8 impaginata con rara eleganza nelle immagini di questo insolito film d&#8217;esordio, firmato da Giorgio Treves e gi\u00e0 premiato con il David di Donatello. In un contesto socio-topografico francese (ma anche lo stile \u00e8 di classica scuola parigina, ricorda &quot;L&#8217;amore e il diavolo&quot; di Carn\u00e9) assistiamo ai tormenti di un medico assatanato (Robin Renucci) che ha accolto nel lazzaretto di Saint-Cl\u00e9ment una giovane (Isabelle Pasco) probabilmente contagiata dalla sifilide.<\/p>\n<p>Siamo nelle Fiandre alla fine del XV secolo, la malattia \u00e8 nuova e pericolosa e molti pensano che si debba affrontarla con segregazioni, frustate e altre violenze sui presunti malati. Strega o innocente, la ragazza emerge dal gruppo dei prigionieri infetti con una sua ambigua quanto ineluttabile presenza. E nonostante i consigli di suo padre Erland Josephspon e le amorose minacce di Piera Degli Esposti governante rubacuori, che prevedono dure sanzioni da parte del clero offeso, il protagonista finisce per accettare la legge dell&#8217;amore fuggendo in coppia con la sua ammaliatrice contro ogni regola di prudenza sanitaria.<\/p>\n<p>Considerato da alcuni il nuovo G\u00e9rard Philipe, Renucci d\u00e0 adeguato rilievo a un personaggio in perpetua crisi. Ma il film, nella sua eloquente correttezza, ha qualcosa di algido che lo trasforma in un teorema senza passione.\u00bb<\/p>\n<p>Molto pi\u00f9 severo il giudizio di Paolo Mereghetti, un critico che va per la maggiore, ma col quale ci siamo trovati sovente in disaccordo per una certa sua tendenza radical-chic che demolisce con troppa facilit\u00e0 opere cinematografiche che hanno la sfortuna di non soddisfare interamente le sue aspettative esigenti e un po&#8217; prevenute sul piano ideologico (valga per tutte la totale incomprensione di un bel film con l&#8217;indiano \u00abFire\u00bb, del 1996, di Deepa Metha), pur se possiedono doti di freschezza e originalit\u00e0.<\/p>\n<p>Peraltro, vengono da lui evidenziati i pregi della regia e della recitazione; \u00e8 soprattutto la sceneggiatura ad essere messa sotto accusa, per un presunto eccesso di intellettualismo (da: &quot;Il Mereghetti. Dizionario dei film&quot;, Milano, Baldini &amp; Castoldi, 2003):<\/p>\n<p>\u00abNel Quindicesimo secolo, un giovane medico (Renucci) cura i sifilitici e s&#8217;innamora di una paziente. Cercher\u00e0 di farla fuggire, ma provocher\u00e0 un incidente e finir\u00e0 sotto inchiesta.<\/p>\n<p>Parabola medioevale sul potere repressivo, l&#8217;intolleranza e la trasgressione che nasconde anche (ma non troppo) un&#8217;allegoria sull&#8217;AIDS. Treves dirige con gusto pittorico e senso compositivo, avvalendosi di un cast di attori di diversa nazionalit\u00e0 una volta tanto ben assortito. Ma la sceneggiatura (di Vincenzo Cerami) concede troppo al giusto della metafora e toglie forza al film.\u00bb<\/p>\n<p>\u00abIl Morandini\u00bb, da parte sua, formula una valutazione nel complesso positiva, attribuendo alla pellicola di Giorgio Treves tre stelle (contro le due di Mereghetti) ma evidenziando anche il mancato successo di pubblico (Bologna, Zanichelli, 1999):<\/p>\n<p>\u00abIn un lazzaretto per lebbrosi, su un altopiano alpino (la Savoia?) arriva un gruppo di malati di sifilide. Il giovane medico che lo dirige \u00e8 attratto da una delle malate.<\/p>\n<p>Ricco di personaggi, sostenuto da un apparato figurativo di prim&#8217;ordine, lucido nell&#8217;indicare nel motore della vicenda il potere clericale e nella sifilide il corrispondente antico dell&#8217;Aids, questa interessante opera prima che ha cadenze un po&#8217; rigide di apologo illuminista, \u00e8 un film al quale si addice l&#8217;etichetta di europeo. Dalla sua sceneggiatura Vincenzo Cerami ha tratto il romanzo&quot;La lepre&quot; (1988). \u00bb<\/p>\n<p>Concludiamo dicendo che, nel contesto di un cinema italiano sempre pi\u00f9 asfittico e provinciale, nuovi registi come Giorgio Treves costituiscono una gradita e promettente eccezione: per merito loro, quando ci accingiamo alla visione di un film nostrano, abbiamo quasi l&#8217;impressione di essere in Europa (e non in una banale provincia levantina dell&#8217;impero americano).<\/p>\n<p>Vorremmo vedere pi\u00f9 spesso dei film come \u00abLa coda del diavolo\u00bb; che, pur non esenti da taluni difetti, costituiscono per\u00f2 una preziosa boccata d&#8217;aria fresca e meriterebbero dalle case produttrici il massimo incoraggiamento.<\/p>\n<p>O vogliamo continuare ad importare, pagandola a peso d&#8217;oro, l&#8217;eterna, inguardabile paccottiglia di Hollywood?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando usc\u00ec nelle sale cinematografiche il film dell&#8217;esordiente Giorgio Treves &#8211; era il 1987, poco pi\u00f9 di venti anni fa &#8211; l&#8217;opinione pubblica mondiale era sotto<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[92],"class_list":["post-26357","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26357","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26357"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26357\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26357"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26357"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26357"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}