{"id":26354,"date":"2009-05-08T09:15:00","date_gmt":"2009-05-08T09:15:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/05\/08\/un-film-al-giorno-la-ciociara-di-vittorio-de-sica-1960\/"},"modified":"2009-05-08T09:15:00","modified_gmt":"2009-05-08T09:15:00","slug":"un-film-al-giorno-la-ciociara-di-vittorio-de-sica-1960","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/05\/08\/un-film-al-giorno-la-ciociara-di-vittorio-de-sica-1960\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abLa ciociara\u00bb, di Vittorio De Sica (1960)"},"content":{"rendered":"<p>Dal romanzo di Alberto Moravia \u00abLa Ciociara\u00bb (Milano, Bompiani, 1957; 1986, pp. 259-262):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230;La chiesa riceveva luce da un grande finestrone al di sopra dell&#8217;ingresso che un tempo aveva avuto i vetri colorati. Adesso di questi vetri non rimanevano che alcuni frammenti aguzzi; adesso nella chiesa c&#8217;era giorno chiaro. Io mi accostai a quei due banchi superstiti, raddrizzai uno in modo che guardasse all&#8217;altare, ci posai lo scatolone e dissi a Rosetta: &quot;Ecco cos&#8217;\u00e8 la guerra: manco le chiese rispettano&quot;. Quindi sedetti e Rosetta sedette accanto a me.<\/p>\n<p>Provavo un sentimento strano, come di chi si trovi n un luogo sacro e tuttavia non ci abbia voglia di pregare. Rivolsi gli occhi al quadro antico della Madonna, storto, con la Madonna tutta patinata di nerofumo che, adesso, non guardava pi\u00f9 in basso, verso i banchi, ma verso il soffitto, di traverso, e pensai che se avessi voluto pregare avrei dovuto prima di tutto raddrizzare quell&#8217;immagine. Ma, forse, non avrei saputo pregare lo stesso; mi sentivo come intirizzita e non provavo niente ed ero sbalordita. Avevo sperato di ritrovare il paese dove ero nata e la gente tra cui ero cresciuta e, magari, anche i miei genitori e invece non avevo trovato che un guscio vuoto: tutti se ne erano andati, forse anche la Madonna, disgustata che la sua immagine fosse stata manomessa e lasciata cos\u00ec storta. Poi guardai Rosetta accanto a me e vidi che, invece, lei pregava, a mani giunte e a testa china, muovendo appena le labbra.. Dissi, allora, a bassa voce: &quot;Fai bene a pregare&#8230; prega anche per me&#8230; io non ci ho core&quot;.<\/p>\n<p>In quel momento udii non so che rumore di passi o di voci dalla parte dell&#8217;ingresso, mi voltai e, come in un lampo, vidi affacciarsi alla porta qualche cosa di bianco che subito scomparve. Mi parve di riconoscere, per\u00f2, uno di quei soldati stranieri che avevo visto sfilare poco prima sulla strada dentro gli autocarri; e, presa da subitanea inquietudine, mi alzai e dissi a Rosetta: &quot;Andiamocene&#8230; meglio che ce ne andiamo.&quot; Lei si alz\u00f2 subito, segnandosi: io l&#8217;aiutai a mettere lo scatolone sul capo, mi misi in testa il mio e quindi ci avviammo verso l&#8217;ingresso.<\/p>\n<p>Feci per spingere la porta che adesso era chiusa e mi trovai naso a naso con uno di quei soldati che sembrava un turco, tanto era scuro e butterato, col cappuccio rosso calati sugli occhi neri e brillanti e la persona avvolta nella mantellina scura, sopra il lenzuolo bianco. Lui mi mise una mano sul petto spingendomi dentro e dicendo qualche cosa che non capii; e, dietro di lui, vidi che ce n&#8217;erano degli altri ma non vidi quanti, perch\u00e9 lui adesso mi aveva acchiappata per un braccio e mi tirava dentro la chiesa, mentre quegli altri, tutti anche loro in lenzuolo bianco e cappuccio rosso, entravano d&#8217;impeto. Io gridai: &quot;Piano, che fate, siamo sfollate;&quot; e nello stesso tempo lasciai andare lo scatolone che reggevo sul capo e lo scatolone cadde a terra e sentii rotolare tutti i barattoli e poi cominciai a dibattermi contro di lui che, adesso, mi aveva preso per la vita e mi pesava addosso, il viso scuro e accanito contro il mio. Poi udii un urlo acuto, era Rosetta, e allora cercai con tutte le mie forze di liberarmi per correre in aiuto di Rosetta, ma lui mi teneva stretto e io mi dibattei invano perch\u00e9 lui era forte e con tutto che gli puntassi una mano sul mento, spingendogli indietro il viso, sentivo che lui mi trascinava all&#8217;indietro, verso un angolo in penombra della chiesa, a destra dell&#8217;ingresso. Allora gridai anch&#8217;io, con un urlo ancora pi\u00f9 acuto di quello di Rosetta, e credo che ci mettessi tutta la mia disperazione non soltanto per quello che mi stava succedendo in quel momento ma anche per tutto quello che mi era successo fin allora, dal giorno che avevo lasciato Roma. Ma lui, adesso, mi aveva acchiappato per i capelli, con una forza terribile, come se avesse voluto staccarmi la testa dal collo, e sempre mi spingeva all&#8217;indietro cos\u00ec che, alla fine, sentii che cadevo e caddi, infatti, a terra, insieme con lui. Adesso lui mi stava sopra, e io mi dibattevo con le mani e con le gambe; e lui sempre mi teneva fissa la testa a terra contro il pavimento, tirandomi i capelli con una mano; e intanto sentivo che con l&#8217;altra, andava alla veste e me la tirava su verso la pancia e poi mi andava tra le gambe; e tutto ad un tratto gridai di nuovo ma di dolore, perch\u00e9 lui mi aveva acchiappato per il pelo con la stessa forza con la quale mi tirava i capelli per tenermi ferma la testa. Io sentivo che le forze mi mancavano, quasi non potevo respirare; e lui, intanto, mi tirava forte il pelo e mi faceva male; e io, in un lampo, mi ricordai che gli uomini sono molto sensibili in quel posto e allora andai anch&#8217;io con la mano al ventre e incontrai la sua; e a lui, al contatto della mia mano, credendo forse , chiss\u00e0, che gli cedessi e volessi aiutarlo a prendere il suo piacere con me, subito allent\u00f2 la stretta cos\u00ec al pelo come ai capelli, e anche mi sorrise, di un sorriso orribile sopra i denti neri e rotti; e io, invece, stesi la mano di sotto , gli acchiappai i testicoli e glieli strinsi con quanta forza avevo. Lui allora diede un ruggito, mi riacchiapp\u00f2 per i capelli e mi batt\u00e9 la testa, a parte dietro, contro il pavimento con tale violenza che quasi quasi non provai alcun dolore ma svenni.<\/p>\n<p>Mi riebbi dopo non so quanto tempo, e mi accorsi che stavo distesa in un angolo in penombra della chiesa, che i soldati se ne erano andati e che c&#8217;era il silenzio. La testa mi doleva ma soltanto dietro, alla nuca; non avevo altro dolore e capii che quell&#8217;uomo terribile non era riuscito a fare quello che voleva perch\u00e9 io gli avevo dato quella strizzata e lui mi aveva battuto la testa e io eroi svenuta e si sa che \u00e8 difficile maneggiare una donna svenuta. Ma non mi aveva fatto niente anche perch\u00e9, come ricostruii in seguito, i compagni l&#8217;avevano chiamato per tener ferma Rosetta e lui mi aveva lasciato e ci era andato e si era sfogato come tutti gli altri su di lei., Purtroppo, per\u00f2, Rosetta non era svenuta, e tutto quello che era successo lei l&#8217;aveva veduto con i suoi occhi e sentito coni suoi sensi.<\/p>\n<p>Io, intanto, stavo distesa, quasi incapace di muovermi, quindi provai ad alzarmi e subito ebbi una fitta acuta alla nuca. Per\u00f2 mi feci forza, mi levai in piedi e guardai. Dapprima non vidi che il pavimento della chiesa sparso dei barattoli che erano ruzzolati gi\u00f9 dalle due scatole nel momento che eravamo state assalite; poi levai gli occhi e vidi Rosetta. L&#8217;avevano trascinata o lei era fuggita fin sotto l&#8217;altare, stava distesa, supina, con le vesti rialzate fin sopra la testa e non si vedeva, nuda dalla vita ai piedi. Le gambe erano rimaste aperte, come loro l&#8217;avevano lasciate, e si vedeva il ventre bianco come il marmo e il pelo biondo e ricciuto simile alla testina di un capretto e sulla parte interna delle cosce c&#8217;era del sangue e ce n&#8217;era anche sul pelo. Io pensai che fosse morta anche per via del sangue il quale, bench\u00e9 capissi che era il sangue della sua verginit\u00e0 massacrata, era pur sangue e suggeriva idee di morte. Mi avvicinai e chiamai &quot;Rosetta&quot;, a bassa voce, quasi disperando che lei mi rispondesse, e lei, infatti, non mi rispose n\u00e9 si mosse; e io fui convinta che fosse veramente morta e, sporgendomi alquanto, tirai gi\u00f9 la veste dal viso. Vidi allora che lei mi guardava con occhi spalancati, senza dir parola n\u00e9 muoversi, con uno sguardo che non le avevo mai visto, come di animale che sua stato preso in trappola e non pu\u00f2 muoversi e aspetta che il cacciatore gli dia l&#8217;ultimo colpo.<\/p>\n<p>Allora sedetti presso di lei, sotto l&#8217;altare, le passai un braccio sotto la vita, la sollevai un poco, me la presi contro di me e le dissi: &quot;Figlia d&#8217;oro&quot;, e non seppi dire altro perch\u00e9 adesso mi ero messa a piangere e le lacrime mi sgorgavano fitte fitte e io me le bevevo e sentivo che erano proprio amare, di tutta l&#8217;amarezza concentrata che avevo raccolto nella mia vita&#8230;\u00bb<\/p>\n<p>\u00c8 l&#8217;episodio pi\u00f9 famoso del romanzo di Moravia, dal quale Vittorio De Sica, con la sceneggiatura del geniale Cesare Zavattini, ha tratto uno dei film di maggiore successo della stagione neorealista e di tutto il cinema italiana del secondo dopoguerra.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un gran brano di prosa, come non lo \u00e8 l&#8217;intero romanzo; con quella popolana che parla e pensa come una intellettuale, usando espressioni ed immagini ricercate, che mai una donna del popolo avrebbe adoperato; per non parlare di quello svolazzo libertino nella descrizione dello stupro di Rosetta, dove la madre non trova di meglio che paragonare il pube della figlia violentata dai soldati marocchini al \u00abpelo biondo e ricciuto simile alla testina di un capretto\u00bb.<\/p>\n<p>Ora, la domanda \u00e8 se da un romanzo mediocre si possa trarre un film eccellente; e la risposta \u00e8 che ci\u00f2 dipende da come il regista utilizza la materia che gli viene offerta, da come riesce ad imprimervi il sigillo della propria bravura.<\/p>\n<p>Vittorio De Sica riesce indubbiamente a confezionare un film dignitoso e a tratti anche bello, senza per\u00f2 superare il limite intrinseco di questa operazione post-neorealista: voler fare di un&#8217;umile donna di Ciociaria una star hollywoodiana, mettendo insieme, per cos\u00ec dire, le ragioni dell&#8217;arte e quelle del botteghino: insomma, Dio e Mammona. Troppo costruito in funzione del divismo della Loren &#8211; che, infatti, vinse sia l&#8217;Oscar per la migliore interpretazione, sia l&#8217;analogo premio al festival di Cannes &#8211; il film trova il suo limite artistico nella scarsa credibilit\u00e0 di una figura femminile che, nonostante le generose concessioni della sceneggiatura e della stessa interprete a un gusto verista un po&#8217; forzato e artificiale, non riesce a persuadere interamente.<\/p>\n<p>Sofia Loren &#8211; che, quasi trent&#8217;anni dopo, ha ancora il coraggio di interpretare la stessa parte nel film televisivo in due puntate diretto da Dino Risi &#8211; \u00e8 brava, ma un po&#8217; troppo sopra le righe (come sempre, del resto), proprio in quello sforzo di apparire \u00abnaturale\u00bb che urta contro la sua funzione divistica, in base alla quale De Sica ha puntato tutte le sue carte.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 per suo conto portato all&#8217;enfasi e alla retorica, De Sica riesce meglio quando deve descrivere situazioni dai toni pi\u00f9 smorzati e pi\u00f9 ricchi di sottintesi; e, per lo stesso motivo, quando si trova a dirigere degli attori naturalmente sobri, come Lino Capolicchio e Dominique Sanda ne \u00abIl giardino dei Finzi-Contini\u00bb (cui abbiamo gi\u00e0 dedicato un articolo su questa stessa rubrica intitolata \u00abUn film al giorno\u00bb, sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Ma Giorgio Bassani \u00e8 uno scrittore che sa entrare nel mondo dei sentimenti e nelle tragedie della storia in punta di piedi, lasciandoci immaginare quel che non mostra e suggerendoci quel che non dice; insomma, uno scrittore discreto, che rifugge istintivamente dai pezzi forti di facile presa emotiva.<\/p>\n<p>Alberto Moravia non possiede questa finezza; il suo realismo, in genere velleitario e confuso (quando non indulge apertamente alla pornografia), \u00e8 giocato sui toni espliciti e, spesso, gridati; i suoi popolani e le sue popolane rispondo a un clich\u00e9 ideologico &#8211; quello che andava di moda in quegli anni, senza alcuna originalit\u00e0 -; il tutto all&#8217;interno di un paradigma rozzamente russoiano ispirato al mito del \u00abbuon selvaggio\u00bb, che qui \u00e8 il buon proletario, e che scivola di continuo nell&#8217;enfasi del falso primitivo, con effetti notevolmente \u00abkitsch\u00bb; mentre i borghesi sono tutti, manco a dirlo, decadenti, squallidi e ipocriti.<\/p>\n<p>Ora, partendo da una simile schematizzazione e &#8211; diciamolo pure &#8211; da una simile demagogia, neppure la genialit\u00e0 di Cesare Zavattini era in grado di riscattare un libro mediocre, trasformandolo in una sceneggiatura felice e in un film coerente e artisticamente riuscito. Si \u00e8 trattato di una operazione, non diremo interamente commerciale, ma certo pesantemente condizionata dall&#8217;intento di strizzare l&#8217;occhiolino, contemporaneamente, al successo di pubblico e al voto delle giurie internazionali, negli Stati Uniti d&#8217;America e in Francia.<\/p>\n<p>L&#8217;obiettivo \u00e8 stato centrato; ma il film che ne risulta non possiede anche una perfetta fisionomia artistica e una piena coerenza narrativa e formale; non si pu\u00f2 avere tutto, a questo mondo. Non che un bel film debba per forza dispiacere al pubblico o alle giurie internazionali, ci mancherebbe altro; ma ci sono limiti che non si possono varcare impunemente: limiti di rigore stilistico, di coesione sintattica, di coerenza narrativa.<\/p>\n<p>Ne \u00abLa ciociara\u00bb, ad esempio, vi \u00e8 &#8211; come ha notato Paolo Mereghetti, e questa volta siamo d&#8217;accordo con lui &#8211; un&#8217;alternanza non sempre felicemente risolta tra scene madri e parentesi bozzettistiche; come se il film (aggiungiamo noi) pretendesse di adoperare, a secondo delle convenienze, ora le vele per prendere il vento, ora il motore ausiliario, per bruciare i tempi del percorso. Ma questo non \u00e8 possibile: una regia rigorosa e coerente non gioca sul doppio binario: o punta sul bozzetto, oppure sul dramma (che non \u00e8 fatto necessariamente di scene madri, anche se il cinema neorealista vi faceva ricorso spesso e volentieri).<\/p>\n<p>Un altro limite intrinseco del film, dovuto appunto al suo essere pensato in funzione di un successo internazionale, \u00e8 la sua genericit\u00e0 descrittiva, cui appartiene un Jean-Paul Belmondo del tutto fuori parte nei panni di Michele, il giovane intellettuale comunista che ha trovato rifugio anche lui nella Ciociaria e di cui la protagonista s&#8217;innamora, ma che poi verr\u00e0 rastrellato e fucilato dai Tedeschi.<\/p>\n<p>Il film, infatti, \u00e8 una co-produzione italo-francese; e il cast \u00e8 internazionale, visto che anche il terzo personaggio principale, la tredicenne Rosetta, figlia della Ciociara, \u00e8 interpretata da Eleonora Brown (alla quale non fu neppure detto che doveva interpretare una scena di stupro, ma genericamente di violenza fisica, per non scioccare la giovanissima attrice).<\/p>\n<p>Ci sembra che Giorgio Cremonini sia andato al cuore del problema &#8211; che non \u00e8 solo de \u00abLa Ciociara\u00bb, ma di tutto il cinema di derivazione neorealista &#8211; con le sue concise, azzeccatissime riflessioni (in: \u00abStoria generale del cinema\u00bb, Orsa Maggiore Editrice, 1987, vol. 3, pp. 16-17):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230;Il successo, qualitativamente diverso, delle due opere [ossia \u00abLa grande guerra\u00bb di Monicelli e \u00abIl generale Della Rovere\u00bb di Rossellini, vincitori &quot;ex aequo&quot; del Leone d&#8217;Oro nel 1959] apre la strada ad un nuovo filone, quello del programmatico ritorno al passato. La storia d&#8217;Italia, in particolar quella dell&#8217;ultima guerra, viene ampiamente saccheggiata. Nel 1960 Comencini realizza &quot;Tutti a casa&quot;, spaccato tragicomici sull&#8217;otto settembre, d chiara impostazione qualunquista, non dissimilmente da &quot;Il carro armato dell&#8217;otto settembre&quot; di Gianni Puccini (1960). A questo fanno seguito &quot;Un giorno da leoni&quot; (1961) e &quot;Le quattro giornate di Napoli&quot; (1961) di nani Loy, due opere destinate a imperversare per anni nelle celebrazioni della resistenza grazie ai loro astuti elementi di spettacolarit\u00e0 ed al carattere oleografico dell&#8217;operazione: si sommano ora facili e grossolane battute di spirito, ora la suspense d&#8217;un qualsiasi film d&#8217;avventure, ora la retorica della celebrazione, ora la pluralit\u00e0 pseudocorale delle storie (quindi dei modelli d&#8217;identificazione), ora il recupero di un falso-popolare la cui matrice pi\u00f9 propria appare quella del fotoromanzo. In altri casi i risultati sono, se possibile, ancor pi\u00f9 volgari: si pensi allo squallido e farsesco qualunquismo de &quot;Il federale&quot; (1961) di Luciano Salce o de &quot;la marcia su Roma&quot; (1962) di Dino Risi.<\/p>\n<p>Questo &quot;ritorno al passato&quot; gode comunque di un trascurabile successo di pubblico. &quot;La ciociara&quot; (1960) di Vittorio E Sica segue negli incassi ai soli &quot;La dolce vita&quot; e &quot;Rocco e i suoi fratelli&quot; (successi ambiguamente favoriti dagli assurdi interventi censori) ed \u00e8 seguita a breve distanza da &quot;Tutti a casa&quot;. Ma anche il ritorno di De Sica \u00e8 deludente, non meno di quello di Rossellini: &quot;La ciociara&quot; ha senza dubbio momenti efficaci, che tutt&#8217;al pi\u00f9 per\u00f2 si rivolgono alle possibilit\u00e0 emozionali o lacrimevoli dello spettatore, ma il film potrebbe svolgersi in qualunque epoca e in qualunque paese che non cambierebbe nulla; non bastano a dargli credibilit\u00e0 gli improbabili discorsi di un impacciato Jean-Paul Belmondo, n\u00e9 tanto meno il rituale de &quot;la vita continua&quot; del finale.. Lo stesso accade al piatto e monotono &quot;Era notte a Roma&quot; (1960) di Roberto Rossellini, il cui unico interesse sembra confinarsi, pi\u00f9 che sul generico pacifismo di fondo, sulla difesa ad oltranza dell&#8217;operato del Vaticano durante l&#8217;occupazione tedesca.\u00bb<\/p>\n<p>Non era possibile dire di pi\u00f9, e meglio, in cos\u00ec breve spazio.<\/p>\n<p>In conclusione, ci sembra si possa dire che \u00abLa ciociara\u00bb, pur con alcuni indubbi pregi, tra i quali la suggestiva fotografia in bianco e nero, sia un \u00abmostro sacro\u00bb che andrebbe drasticamente ridimensionato: a cominciare dalla interpretazione della Loren, la quale, se non meraviglia che sia tanto piaciuta a una giuria di bocca buona, come quella americana dell&#8217;Oscar, \u00e8 per\u00f2 troppo enfatica e \u00abcostruita\u00bb per riuscire convincente e per dare espressione all&#8217;intimo dramma umano della protagonista.<\/p>\n<p>De Sica, insomma, scivola sulla stessa buccia di banana su cui era gi\u00e0 scivolato Moravia nella scrittura del romanzo: non si pu\u00f2 fare un&#8217;opera che sia, nello stesso tempo, ideologica e umanamente immediata e convincente; e meno ancora si pu\u00f2 fare un&#8217;opera che soddisfi sia le esigenze dell&#8217;arte, sia quelle di un pubblico qualunquista, in cerca di facili emozioni e di qualche epidermica lacrimuccia.<\/p>\n<p>Lo vieta la coerenza, lo impedisce la logica delle cose.<\/p>\n<p>Del resto, \u00e8 storia vecchia e vizio antico del cinema nostrano: quando scarseggiano le idee, si punta sull&#8217;emozione facile e sul divo o sulla diva pigliatutto. Ma non \u00e8 sempre oro quello che luccica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal romanzo di Alberto Moravia \u00abLa Ciociara\u00bb (Milano, Bompiani, 1957; 1986, pp. 259-262): \u00ab&#8230;La chiesa riceveva luce da un grande finestrone al di sopra dell&#8217;ingresso che<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[109,243],"class_list":["post-26354","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-chiesa-cattolica","tag-santa-vergine"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26354","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26354"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26354\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26354"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26354"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26354"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}