{"id":26347,"date":"2019-01-15T07:15:00","date_gmt":"2019-01-15T07:15:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/15\/la-casa-sullabisso-e-la-nostra\/"},"modified":"2019-01-15T07:15:00","modified_gmt":"2019-01-15T07:15:00","slug":"la-casa-sullabisso-e-la-nostra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/15\/la-casa-sullabisso-e-la-nostra\/","title":{"rendered":"La casa sull&#8217;abisso? \u00c8 la nostra"},"content":{"rendered":"<p>Il 1908 \u00e8 un anno che vede addensarsi sempre pi\u00f9 minacciose le nubi sopra l&#8217;Europa. Appena tre anni prima c&#8217;\u00e8 stata la prima crisi marocchina, con il pericolo di un confronto militare tra la Francia e la Germania; ora la rivoluzione dei Giovani Turchi vede la marcia delle truppe ribelli su Istanbul e, poco dopo, la grave crisi diplomatica determinata dall&#8217;annessione austriaca della Bosnia-Erzegovina, le province ex ottomane che l&#8217;Austria-Ungheria aveva occupato fin dal 1878, ma che erano rimaste, giuridicamente, in una posizione indefinita. Oltre ad inasprire l&#8217;antagonismo fra la Serbia, alle cui spalle c&#8217;\u00e8 la Russia, e l&#8217;Austria, l&#8217;annessione indebolisce ulteriormente l&#8217;Impero ottomano e indirettamente favorisce le mire italiane sulla Libia e quelle di Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia su quel che resta della Turchia europea. \u00c8 in quell&#8217;anno, carico di foschi presagi per la civilt\u00e0 europea &#8212; mancano solo sei anni allo scoppio della Prima guerra mondiale &#8212; che viene dato alle stampe un libro destinato a diventare un classico nella letteratura del fantastico e del terrore: <em>La casa sull&#8217;abisso<\/em> (<em>The House in the Borderland<\/em>) dello scrittore inglese William Hope Hodgson (1877-1918), che nella guerra mondiale, arruolatosi volontario nonostante la non giovane et\u00e0, avrebbe poi trovato la morte, in una trincea francese. Il romanzo presenta qualche debito nei confronti di un altro classico del genere, <em>La caduta della Casa Usher<\/em> (<em>The Fall of the House of Usher<\/em>) dell&#8217;americano Edgar Allan Poe, un racconto apparso nel 1839 e considerato un piccolo capolavoro nel suo genere; ma Hodgson, che possiede un solido mestiere e una sua concezione del terrore in letteratura, pur non avendo le doti artistiche e la grandiosa visionariet\u00e0 del maestro americano, gli imprime un suo andamento personale e del tutto originale. Il romanzo inizia con il ritrovamento di un manoscritto, presso le rovine di una casa ora quasi del tutto scomparsa, in una regione selvaggia posta all&#8217;estremit\u00e0 sud-occidentale dell&#8217;Irlanda. Due giovani, che hanno scelto la solitudine per concedersi una vacanza a contatto con la natura, dedicandosi alla pesca d&#8217;acqua dolce, un giorno, seguendo il corso di un fiume che improvvisamente scompare, inghiottito nella terra, giungono in una macchia che sembra un antico giardino rinselvatichito, per affacciarsi sull&#8217;orlo di una voragine circolare dalle dimensioni impressionanti, al fondo della quale l&#8217;acqua riemerge e defluisce rimbombando e creando alti spruzzi e suggestivi arcobaleni. Molti elementi concorrono a dare a quel luogo un&#8217;atmosfera inquietante e quasi spettrale; i due giovani intuiscono, scavalcando un muricciolo di pietra, che un tempo esisteva una casa su un lastrone di roccia che si prolunga proprio sull&#8217;abisso, praticamente nel vuoto, ma della quale non resta pi\u00f9 nulla; quindi tornano al loro accampamento, portando con s\u00e9 il manoscritto. Scoprono cos\u00ec che si tratta del diario di un uomo piuttosto anziano, il quale, parecchi anni prima, desiderando ritirarsi a vita appartata, si era stabilito nella casa ora scomparsa, con la sola compagnia del suo fedele cane e di una sorella; un contadino veniva una volta al mese a portare loro le provviste, e questo era l&#8217;unico legame con il mondo esterno. La vita solitaria di quell&#8217;uomo aveva subito un cambiamento a partire da un giorno in cui si era reso conto che altre presenze, altri misteriosi abitanti popolavano la zona, senza dubbio risalendo dal fondo dell&#8217;abisso; abitanti spaventosi e semiumani che avevano tentato di penetrare in casa, con intenzioni decisamente ostili, e che erano stati respinti a fatica, a suon di fucilate. Un giorno, poi, leggendo un libro, l&#8217;uomo si era sentito rapire in una dimensione dell&#8217;altrove e si era reso conto che il tempo aveva subito un&#8217;accelerazione incredibile, e che gli anni, i secoli, i millenni e i milioni e i miliardi di anni si stavano succedendo a ritmo vertiginoso, lasciandolo muto ed esterrefatto testimone.<\/p>\n<p>Ecco come i due giovani, Berreggnog e Tonnison, nell&#8217;estate del 1877, rinvengono il manoscritto presso i ruderi sul ciglio della voragine (da: W. H. Hodgson, <em>La casa sull&#8217;abisso<\/em>, traduzione di Gianni Pilo, Roma, Gruppo Editoriale Newton, 1994, pp. 11-13):<\/p>\n<p><em>Ci avventurammo su quello sprone di roccia, e confesso che guardando da quella posizione vertiginosa le ignote profondit\u00e0 spalancate sotto di noi, l&#8217;abisso da cui si alzava l&#8217;incessante rombo della cascata, e la nuvola di vapore, provai un senso di indicibile terrore.<\/em><\/p>\n<p><em>Raggiunto il rudere, ai piedi del quale c&#8217;era un considerevole ammasso di pietre e altri detriti, constatammo che doveva trattarsi di un frammento del muro esterno di una grossa costruzione. Ma come si trovasse in quella posizione, veramente non riuscivo a capirlo. Dov&#8217;era il resto della casa, o castello che fosse? Passai dall&#8217;altro lato del muro e, di qui, raggiunsi il ciglio del baratro, mentre Tonnison rimaneva a frugare tra le pietre e i detriti. Osservai bene il terreno, presso il ciglio dell&#8217;abisso, per vedere se vi fossero altre tracce dell&#8217;edificio al quale il frammento di rudere doveva essere appartenuto. Ma, nonostante il pi\u00f9 attento esame, non trovai nessun elemento che indicasse la passata esistenza di un edificio in quel punto, il che aument\u00f2 il mio stupore.<\/em><\/p>\n<p><em>D&#8217;un tratto sentii Tonnison che mi chiamava con voce concitata, e senza indugio mi affrettai lungo lo sperone di roccia, verso il rudere. Dapprima ebbi timore che fosse ferito; poi pensai che doveva aver trovato qualcosa. Raggiunsi il muro sgretolato e lo scavalcai di nuovo. Dall&#8217;altra parte vidi Tonnison chino in una specie di cunicolo tra le macerie. Stava ripulendo dalla terra qualcosa: un libro, spiegazzato e malconcio. Quando arrivai me lo porse, dicendomi di tenerlo mentre lui proseguiva le sue ricerche. Prima di metterlo via, lo sfogliai rapidamente e notai che era ricoperto da una scrittura nitida e antiquata, perfettamente leggibile fuorch\u00e9 nella parte centrale, dove le pagine erano gualcite e ammuffite come se il libro fosse rimasto aperto in quel punto, tra le macerie del cunicolo. Seppi poi da Tonnison che cos\u00ec, infatti, lo aveva trovato.<\/em><\/p>\n<p><em>Messo il volume nello zaino, aiutai Tonnison nella ricerca fra i detriti. Per pi\u00f9 di un&#8217;ora lavorammo incessantemente, rivoltando pietre e assi scheggiate, ma trovammo soltanto qualche frammento d&#8217;un vecchio tavolo, o forse d&#8217;una scrivania. Abbandonammo dunque le nostre ricerche e tornammo, lungo lo sperone di roccia, alla sicurezza della terra ferma.<\/em><\/p>\n<p><em>Poi facemmo tutto il giro dell&#8217;enorme abisso, constatando che aveva la forma di un circolo quasi perfetto, la cui simmetria era rotta unicamente dallo sperone di roccia sul quale sorgeva il rudere.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;abisso, come osserv\u00f2 Tonnison, aveva tutta l&#8217;aria di un gigantesco pozzo o voragine che scendesse diritto nelle viscere della terra. Ci soffermammo ancora a guardarci attorno; e, notando uno spiazzo aperto a nord del baratro, ci avviammo in quella direzione. Qui, a qualche centinaio di metri dall&#8217;apertura di quell&#8217;immensa voragine si apriva un lago silenzioso e immobile, fuorch\u00e9 in un punto, dove l&#8217;acqua ribolliva e gorgogliava incessantemente. Ora, lontani dal fragore della cascata, potevamo parlare senza sgolarci, e chiesi a Tonnison che cosa pensasse di quello strano luogo. Gli dissi che non mi piaceva e che avevo una gran fretta di andarmene.<\/em><\/p>\n<p><em>Annu\u00ec brevemente, e lanci\u00f2 un&#8217;occhiata furtiva alla boscaglia, dietro di noi. Gli chiesi se avesse visto o udito qualcosa. Non rispose; rimase immobile, come in ascolto, e anch&#8217;io tacqui.<\/em><\/p>\n<p><em>D&#8217;improvviso, parl\u00f2. &#8211; Ascolta! &#8212; disse bruscamente. Lo guardai, poi rivolsi gli occhi sugli alberi e i cespugli, trattenendo involontariamente il fiato. Trascorse cos\u00ec un minuto, in un silenzio teso; non udivo nulla, e stavo per dirlo a Tonnison, quando, proprio in quel momento, udii giungere, dal folto alla nostra sinistra, uno strano suono lamentoso&#8230; Parve fluttuare tra gli alberi, e si ud\u00ec un fruscio di foglie smosse; poi, silenzio. Tonnison mi pos\u00f2 una mano sulla spalla. &#8212; Andiamo &#8212; disse in fretta, e cominci\u00f2 ad avviarsi, cauto, verso un punto dove la boscaglia che ci circondava sembrava pi\u00f9 rada. Mentre lo seguivo, mi accorsi improvvisamente che il sole era calato e che c&#8217;era, nell&#8217;aria, una sensazione pungente di freddo.<\/em><\/p>\n<p><em>Tonnison non aggiunse altro, ma prosegu\u00ec in fretta. Ora eravamo nel folto degli alberi, e io mi guardavo attorno con apprensione; ma non vedevo altro che rami, tronchi immobili e cespugli aggrovigliati. Proseguimmo ancora, e nessun rumore ruppe il silenzio, fuorch\u00e9, ogni tanto, lo scricchiolio di un ramo spezzato sotto i nostri piedi. Pure, nonostante il silenzio, avevo l&#8217;orribile sensazione che non fossimo soli; e camminavo cos\u00ec vicino a Tonnison che un paio di volte lo feci addirittura inciampare; ma non protest\u00f2. Un minuto, un altro, e finalmente eccoci fuori della boscaglia, nel nudo paesaggio roccioso. Soltanto allora riuscii a scuotermi di dosso la paura che mi attanagliava nel bosco.<\/em><\/p>\n<p>Non \u00e8 il caso di fare l&#8217;intero riassunto e si svelare la conclusione del romanzo; ci basta aver delineato la situazione iniziale. In piena <em>belle \u00e9poque<\/em>, dunque, in un&#8217;Europa che coltiva la fiducia positivistica nel progresso, uno scrittore immagina che le certezze scientifiche degli uomini moderni poggino sul nulla e che anche le cose pi\u00f9 solide e apparentemente durevoli, una vecchia casa di campagna, un grande spuntone di roccia proteso su una sorgente, lo stesso confine fra ci\u00f2 che sembra possibile e ci\u00f2 che non lo \u00e8, fra la ragione e il delirio, fra la sicurezza della civilt\u00e0 tecnologica e le paure pi\u00f9 ancestrali che albergano al fondo dell&#8217;animo umano sin dalla notte dei tempi, tutto questo sia messo in crisi da un momento all&#8217;altro e che vada in frantumi, sostituendo all&#8217;immagine di un mondo ordinato e razionale quella di un caos imprevedibile e feroce, capace di sovrastare e travolgere tutto. Ebbene, non \u00e8 poi tanto difficile leggere fra le righe di questo classico della moderna letteratura gotica un riflesso, e forse una premonizione, della condizione complessiva della civilt\u00e0, o della anti-civilt\u00e0, di cui siamo gli abitanti. Anche noi abbiamo costruito una dimora sul ciglio dell&#8217;abisso: perch\u00e9? Eravamo attratti dalla precariet\u00e0, dall&#8217;instabilit\u00e0, dal pericolo? C&#8217;\u00e8 una parte di noi che subisce il fascino della vertigine? La casa sull&#8217;abisso pu\u00f2 essere letta come una metafora: e come di essa non restano che pochi ruderi sul ciglio della cascata, che cosa rester\u00e0 della nostra, fra qualche decennio? Le creature mostruose, dalla faccia suina, che il vecchio abitante della casa vedeva la notte, e dalle quali era seriamente minacciato, non sono forse i mostri che noi stessi evochiamo da un altro abisso, quello di una tecnologia disumana e di una scienza sempre pi\u00f9 fuori controllo, alimentate dal nostro folle sogno faustiano di dominio sulla natura e sulle cose, di potenza e di perenne giovinezza?<\/p>\n<p>A ben considerare, per\u00f2, forse queste non sono le domande giuste da porci. Quando ci domandiamo se non siamo stati folli a costruire la nostra civilt\u00e0 sull&#8217;abisso, l&#8217;abisso del nulla, del nichilismo ammantato di edonismo, per ci\u00f2 stesso ci mettiamo sul banco dei colpevoli, o perlomeno degli accusati; ma questa \u00e8 una versione parziale di quanto \u00e8 accaduto. La verit\u00e0 \u00e8 che noi in questa casa ci siamo nati, perch\u00e9 essa esisteva prima di noi ed \u00e8 stata costruita da qualcun altro. Molto prima di noi, i nostri progenitori hanno deciso di costruire la casa della loro civilt\u00e0 sul nulla, sul vuoto dei valori, sulla <em>hybris<\/em> della ragione spregiudicata e sul rifiuto consapevole del vero Dio, sostituendolo con gli d\u00e8i del falso progresso, dell&#8217;utilitarismo e del consumismo. La nostra colpa, se cos\u00ec vogliamo chiamarla, non \u00e8 stata quella di aver costruito la casa, ma di non esserci resi conto che il progetto di essa \u00e8 folle, e che viverci rappresenta un continuo azzardo. Se l&#8217;abitante di una casa non sa interpretare le lesioni sulle pareti, se non sa comprendere che cosa esse significano, per esempio che i muri portanti sono fragili o che il terreno su cui sorge l&#8217;edificio \u00e8 franoso, <em>quella<\/em> \u00e8 la sua colpa, e non altro: perch\u00e9 la casa non l&#8217;ha costruita lui, ma l&#8217;ha ereditata dai suoi genitori, o dai suoi nonni o dai suoi bisnonni. Cos\u00ec \u00e8 stato per la casa della modernit\u00e0. Noi ci siamo nati, ci siamo trovati ad abitarla: non l&#8217;abbiamo voluta, non l&#8217;abbiamo scelta; anzi, per molti aspetti l&#8217;abbiamo subita. Tuttavia abbiamo finito per adattarci ad essa, al punto tale da non voler vedere i segnali allarmanti, da non riflettere sulla precariet\u00e0 delle fondamenta d&#8217;una casa costruita sul bordo estremo di un abisso: l&#8217;abisso del nichilismo. Insomma abbiamo contratto la stessa malattia dei costruttori, e quindi portiamo la nostra parte di responsabilit\u00e0: se avessimo voluto, avremmo potuto accorgerci che la nostra casa poggiava sul nulla e che quindi \u00e8 pericoloso seguitare a starci dentro; e ci saremmo dati da fare per costruirne un&#8217;altra, con delle solide fondamenta, su un terreno pi\u00f9 sicuro. Resta la domanda su cosa abbia tanto attratto i costruttori, e cosa continui ad esercitare un fascino cos\u00ec grande anche su di noi: se non lo capiremo, non troveremo neanche la forza per andarcene e metterci cos\u00ec al sicuro, ma soprattutto per mettere al sicuro le prossime generazioni. La nostra opinione \u00e8 che l&#8217;elemento principale che continua a sedurci sia la <em>comodit\u00e0<\/em>. Siamo seduti sul niente e potremmo precipitare nell&#8217;abisso da un istante all&#8217;altro, ma \u00e8 cos\u00ec comodo l&#8217;ambiente che ci siamo creati intorno! Tutte le abitudini della modernit\u00e0, dalla dipendenza dalla tecnologia informatica al culto dell&#8217;apparenza, cio\u00e8 alla dipendenza dai canoni estetici e dalla moda delle cose firmate: quanti di noi saprebbero farne a meno? Inutile negarlo: siamo schiavi di lusso i quali per nulla al mondo rinuncerebbero alle loro catene dorate. Come diceva Heidegger, ormai solo un Dio ci pu\u00f2 salvare&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 1908 \u00e8 un anno che vede addensarsi sempre pi\u00f9 minacciose le nubi sopra l&#8217;Europa. 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