{"id":26266,"date":"2017-05-23T07:24:00","date_gmt":"2017-05-23T07:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/23\/luomo-e-un-impossibile-che-deve-realizzarsi\/"},"modified":"2017-05-23T07:24:00","modified_gmt":"2017-05-23T07:24:00","slug":"luomo-e-un-impossibile-che-deve-realizzarsi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/23\/luomo-e-un-impossibile-che-deve-realizzarsi\/","title":{"rendered":"L&#8217;uomo \u00e8 un &#8220;impossibile&#8221; che deve realizzarsi"},"content":{"rendered":"<p>Considerato nella sua fondamentale dinamica interiore, l&#8217;uomo ci appare, da qualunque lato lo consideriamo, come una creatura strana, contraddittoria, &quot;impossibile&quot;. Non ha una natura determinata, \u00e8 un essere in divenire, pu\u00f2 diventare qualsiasi cosa, pu\u00f2 spaziare fra possibilit\u00e0 radicalmente diverse, con una libert\u00e0 che, a quanto ne sappiamo, non \u00e8 consentita ad alcun altro vivente. La pianta o l&#8217;animale non possono rinunciare ad essere ci\u00f2 che sono, non possono abdicare alla loro condizione; l&#8217;uomo, s\u00ec: pu\u00f2 farsi meno che uomo, pu\u00f2 farsi bestia o addirittura demone. D&#8217;altra parte, egli pu\u00f2 anche innalzarsi molto al di sopra dei suoi simili e, apparentemente, a ci\u00f2 che la sua stessa natura parrebbe consentirgli. In teoria, dovrebbe morire di fame o di sete, se non beve e non mangia per qualche giorno; in pratica, sappiamo di alcune grandi mistiche che hanno vissuto per moltissimi anni senza mangiare, n\u00e9 bere (Teresa Neumann, Marthe Robin). Potremmo fare tanti altri esempi di superamento del proprio limite: non solo in senso biologico, ma anche psichico e spirituale. Maria de Agreda, una mistica spagnola del XVII secolo, ha convertito al cristianesimo gli indiani dell&#8217;odierno Texas senza aver mai lasciato le mura del proprio convento, in Europa: ci\u00f2 dimostra che nemmeno lo spazio \u00e8 una barriera insuperabile per certi uomini, o donne, eccezionali. Dunque, l&#8217;uomo non ha una &quot;natura&quot; definita. Ha degli istinti, questo s\u00ec: ma sono proprio del tutto naturali, come quelli degli altri animali? Difficile crederlo, perch\u00e9, cos\u00ec come lo conosciamo, cio\u00e8 nelle societ\u00e0 pi\u00f9 o meno civili, l&#8217;uomo non somiglia affatto agli altri animali. Egli pu\u00f2 restare all&#8217;interno d&#8217;un angusto perimetro esistenziale, oppure pu\u00f2 slanciarsi verso le vastit\u00e0 immense che sono al di fuori; pu\u00f2 degradarsi o trascendersi, toccare gi abissi della perdizione o le vette della santificazione: e, pur fra mille difficolt\u00e0, resta il padrone della propria evoluzione (o della propria involuzione), e dipende da lui, da lui come singolo individuo, come essere personale, unico e irripetibile, imprimere questa o quella direzione alla propria esistenza.<\/p>\n<p>Il fatto di non avere una natura ben definita rende l&#8217;uomo la pi\u00f9 fragile e la pi\u00f9 forte di tutte le creature viventi. La pi\u00f9 fragile, perch\u00e9 i suoi impulsi ed istinti lo pongono sovente in contraddizione con le sue convinzioni e i suoi valori, e accendono in lui un angosciante, irrisolvibile senso di colpa; questo pu\u00f2 innescare una spirale depressiva, che pu\u00f2 spingerlo fino alla disperazione e al suicidio, cosa che negli animali si verifica sempre e solo a livello di gruppo, e, a quel che ci \u00e8 dato di sapere, solo per poche specie, quando le condizioni esterne si sono fatte intollerabili e una ulteriore riproduzione causerebbe un male assolutamente certo per la nuova generazione, se vedesse la luce. In generale, la disperazione non sembra faccia parte delle possibilit\u00e0 dell&#8217;animale che vive in natura: la si osserva in certi animali selvaggi che vengono allevati in cattivit\u00e0, ossia che sono costretti, assai bruscamente, a vivere in maniera artificiale, contro la loro natura.<\/p>\n<p>Ma che cosa caratterizza la condizione umana, in maniera essenziale? Uno degli elementi fondamentali, forse quello pi\u00f9 importane di tutti, \u00e8 la costane tensione verso una meta generale: la felicit\u00e0. Tutti gli uomini, fin dal principio della loro esistenza, aspirano ad essere felici: se, per caso, qualcuno non condivide questa aspirazione, possiamo affermare con certezza che si tratta di una rara anomalia, anzi, di una vera e propria patologia, perch\u00e9 l&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;essere che insegue la felicit\u00e0. E poco importa che lo sappia o non lo sappia, in termini lucidamente razionali: di fatto, non c&#8217;\u00e8 uomo sano che non desideri essere felice e che non tenda istintivamente verso di essa, e che non si ritragga prontamente di fronte al suo contrario, l&#8217;infelicit\u00e0.<\/p>\n<p>Il problema, naturalmente, \u00e8 capire in che cosa consista la felicit\u00e0, dove risieda, e quali siano i mezzi idonei a raggiungerla, o, se si preferisce, a realizzarla in se stessi. \u00c8 certo, infatti, e comunemente accettato, che essa non risieda in qualche cosa di esterno all&#8217;uomo, ma nella sua stessa interiorit\u00e0: propriamente parlando, non \u00e8 una\u00a0<em>cosa<\/em>, ma uno\u00a0<em>stato<\/em>, una condizione dell&#8217;essere. Perci\u00f2, per esprimersi in maniera esatta, non si dovrebbe chiedere a una persona se abbia trovato, o meno, la felicit\u00e0 nella sua vita, ma se abbia trovato la felicit\u00e0 di essere, ossia se abbia fatto l&#8217;esperienza di vivere la felicit\u00e0 in se stesso.<\/p>\n<p>Ha scritto il filosofo Jul\u00edan Mar\u00edas nel suo libro\u00a0<em>La felicit\u00e0 umana. Un impossibile necessario<\/em>\u00a0(titolo originale:\u00a0<em>La felicidad humana<\/em>, Madrid, Alianza Editorial, 1987; traduzione dallo spagnolo Grazia e Luigi Ferrero de G. V., Cinisello Balsamo, Milano, Edizioni Paoline, 1990, pp. 24-27):<\/p>\n<p><em>Quasi tutti riconoscono che la felicit\u00e0 non esiste in questo mondo, che in definitiva risulta impossibile; tuttavia l&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;essere che ha bisogno di essere felice. Questa \u00e8 la situazione e questo \u00e8 il problema che affrontiamo: bisogna prendere il toro per le corna \u00a0e vedere dove ci porta.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;uomo, nonostante tutto, non rinuncia ad essere felice. La differenza tra la vita animale e la vita umana \u00e8 decisiva. \u00a0Non sembra che si possa dire dell&#8217;animale che \u00e8 felice o infelice; ma se le condizioni oggettive della sua vita gli sono favorevoli ha una vita piacevole, sembra soddisfatto. L&#8217;animale domestico \u00e8 pi\u00f9 complesso, perch\u00e9 in lui si \u00e8 operata, in maggiore o minor grado, un&#8217;assimilazione all&#8217;uomo; la sua condizione animale \u00e8 turbata dall&#8217;intervento dell&#8217;uomo, soprattutto quando esiste un&#8217;&quot;amicizia&quot; con l&#8217;uomo. Nell&#8217;animale domestico che ci si limita a usare o sfruttare (vacche, capre, pecore, maiali, galline, muli, asini ecc.) l&#8217;assimilazione all&#8217;uomo \u00e8 minima. Il problema si pone con i cosiddetti &quot;animali da compagnia&quot; (cani, gatti ecc.). Un rapporto analogo si pu\u00f2 avere con il cavallo da sella, il mulo o l&#8217;asino. Con questo tipo di animale si ha rapporto molto interessante &#8211; e inquietante &#8211; che turba la condizione animale nel suo stato di purezza; questo animale si &quot;contagia&quot; d&#8217;umanit\u00e0, partecipa in modo strano alla vita umana alla quale \u00e8 associato.<\/em><\/p>\n<p><em>Con questa riserva l&#8217;animale, se le cose gli sono favorevoli, \u00e8 contento e basta. L&#8217;uomo no: \u00e8 quasi sempre scontento. Ogni tipo di uomo (anzi, ogni singolo uomo) ha bisogno di cose molto diverse per essere felice; inoltre, intende diversamente l&#8217;essere felice. Sentirsi o no felici dipende dall&#8217;epoca, dal paese, dal tipo umano, dal caso individuale e dalle singole fasi della vita. Il tema della felicit\u00e0 presenta difficolt\u00e0 intrinseche molto serie.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;uomo, in verit\u00e0, non ha una natura, e parlare di &quot;natura umana&quot; \u00e8 molto equivoco. L&#8217;animale s\u00ec ha una natura, cio\u00e8 un repertorio di comportamenti che vengono dalla sua condizione genetica e che possiamo descrivere: il dizionario descrive ci\u00f2 che \u00e8 fisicamente un animale e il suo particolare tipo di comportamento; ma per l&#8217;uomo non \u00e8 cos\u00ec. Se ci dicono che non facciamo una vita &quot;naturale&quot;, dobbiamo riconoscere che \u00e8 vero; abitiamo in case, mangiamo pietanze cucinate, beviamo bibite artificiali, fumiamo, viaggiamo in veicoli meccanici, leggiamo giornali e libri, parliamo per telefono, guardiamo la televisione, assistiamo a conferenze; niente di ci\u00f2 \u00e8 naturale. Ma se qualcuno ci persuadesse da domani a condurre una vita naturale, che faremmo? Che cos&#8217;\u00e8 naturale?Abitare in caverne oppure sugli alberi? Cacciare, pescare? Mangiare erbe o frutti selvatici? Ci\u00f2 che l&#8217;uomo fa non deriva da una natura: deve sceglierlo, immaginarlo e poi tentare di realizzarlo, con esito positivo mo negativo.<\/em><\/p>\n<p><em>La felicit\u00e0 non \u00e8 dunque una condizione &quot;naturale&quot;, perch\u00e9 non abbiamo una vita v&quot;naturale&quot; n\u00e9 sappiamo quale potrebbe essere; capiamo che una vita \u00e8 felice quando possiamo dire che \u00e8 la migliore possibile, la migliore a cui si pu\u00f2 aspirare. Orbene, questo \u00e8 un carattere formale e non ci illumina molto: che cos&#8217;\u00e8 il meglio, che cosa si intende, in ciascun caso, per &quot;meglio&quot;? Se questo concetto non si riempie di contenuto non \u00e8 altro che una formula vuota.<\/em>_3C/p>\n<p><em>Potremmo tentare di avvicinarci maggiormente al problema e dire che la felicit\u00e0 consiste nel godere e possedere la realt\u00e0. Ma che cos&#8217;\u00e8 la realt\u00e0? Ci sono molte cose reali, ne siamo attorniato, ma solo &quot;la&quot; realt\u00e0? \u00e8 difficile determinare ci\u00f2 che le cose reali hanno di realt\u00e0. Non \u00e8 chiaro neppure il significato del verbo &quot;possedere&quot;. Posiamo pensare che si tratti della percezione: vedere, udire, toccare sono forme di possesso, toccare soprattutto; ma si tratta di un possesso di &quot;cose&quot;; il mondo \u00e8 posseduto dallo sguardo; mangiare \u00e8 un&#8217;altra forma di possesso, come lo sono l&#8217;unione sessuale e la conoscenza. Si pu\u00f2 anche intendere l&#8217;identificazione di chi possiede con la cosa posseduta; ma per quanto concerne il possesso della propria realt\u00e0? In che grado posseggo me stesso? Questa formula &#8211; godimento e possesso della realt\u00e0 &#8211; non \u00e8 pi\u00f9 una formula astratta, ci accosta alla felicit\u00e0 in concreto, ma non c&#8217;illumina a sufficienza.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00e8 per questo che la scontentezza \u00e8 propria dell&#8217;uomo, il quale potrebbe essere definito l&#8217;animale scontento. E di tale scontentezza bisogna chiedersi il perch\u00e9 in modo pi\u00f9 preciso. La risposta pi\u00f9 probabile sarebbe: perch\u00e9 le cose vanno male (in Spagna lo si pensa sempre, senza alcuna esitazione). Questo, in fondo, serve da consolazione, poich\u00e9 pensiamo che se le cose andassero bene saremmo contenti. Ci\u00f2 che \u00e8 grave \u00e8 il fatto che quando le cose vanno bene, perlomeno in linea generale, ci accorgiamo che nonostante tutto non siamo contenti; cogliamo, cio\u00e8, l&#8217;aspetto imperfetto, precario, deplorevole della vita, e non sappiamo a che cosa o a chi darne la colpa, perch\u00e9 le cose &quot;vanno bene&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Esiste quindi una contraddizione: una scontentezza inevitabile, inesorabile e, insieme, l&#8217;assoluta necessit\u00e0 d essere felice, poich\u00e9 non vi rinunciamo, non vi possiamo rinunciare. Tutto ci\u00f2 sembra indicare che l&#8217;uomo \u00e8 &quot;impossibile&quot;, e in effetti \u00e8 cos\u00ec. L&#8217;essere uomo consiste nel tentare di essere ci\u00f2 che non si pu\u00f2 essere, ed \u00e8 questo che chiamiamo, con un verbo stupendo, &quot;vivere&quot;. Questa parola non ha lo stesso significato quando viene applicata alla pianta, all&#8217;animale o all&#8217;uomo. Vi \u00e8 una contraddizione interna nella condizione stessa dell&#8217;uomo: egli si muove nell&#8217;ambito della contentezza, ma la sua propriet\u00e0 \u00e8 inevitabilmente la scontentezza.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Concordiamo su molte cose; tuttavia, quel che non viene qui messo sufficientemente in evidenza \u00e8 che, se una natura umana non esiste &#8211; perch\u00e9 sarebbe una contraddizione in termini, l&#8217;uomo non essendo che in parte una creatura naturale -, ne consegue che nemmeno l&#8217;istinto della felicit\u00e0 \u00e8 un istinto nel vero senso del termine, non \u00e8 un qualcosa di naturale. Infatti, a quel che possiamo vedere, gli animali non lo possiedono: gli animali non cercano la felicit\u00e0, non ne sentono n\u00e9 il desiderio, n\u00e9 la mancanza; sempre con la debita eccezione degli animali domestici da compagnia, specialmente il cane, per i quali valgono le osservazioni giustamente fatte dall&#8217;Autore sopra citato. In un certo senso, il bisogno di felicit\u00e0 proprio dell&#8217;uomo \u00e8 la testimonianza di una nevrosi, di un contrasto insanabile fra l&#8217;istinto animale, che si accontenterebbe di avere il ventre sazio e una sufficiente dose di sonno per riposare, e il bisogno proprio di una creatura spirituale, che \u00e8, appunto, il bisogno di conoscere la felicit\u00e0 e vivere in essa.<\/p>\n<p>Ora, se il bisogno di felicit\u00e0 non \u00e8 un istinto naturale, dobbiamo dedurne che la felicit\u00e0 non pu\u00f2 e non deve essere considerata come una meta verso cui tendere, ma, al contrario, come il premio che ci viene dato per una vita ben spesa. Il grande errore di prospettiva, che tanti commettono, \u00e8 quello di pensare che, se tutti noi tendiamo alla felicit\u00e0, deve trattarsi di una tendenza naturale, e, quindi, di una meta in se stessa, rispetto alla quale si tratta solo d&#8217;indovinare quale sia la strada giusta. Invece, la nostra personale osservazione del fenomeno &quot;vita&quot; e la nostra riflessione sul tema della felicit\u00e0 ci hanno condotti, entrambe, allo stesso risultato: che la felicit\u00e0 non pu\u00f2 essere trovata se viene posta come una meta da raggiungere, perch\u00e9, infatti, essa non \u00e8 una meta, ma \u00e8 lo stato dell&#8217;anima che ha realizzato la propria chiamata, ossia che ha vissuto la vita cos\u00ec come doveva essere vissuta. In altre parole, la felicit\u00e0 non si concede ai voluttuosi che la cercano come un fine in se stessa, ma \u00e8 la condizione interiore di chi ha orientato la propria vita nella giusta maniera, che \u00e8 quella dell&#8217;amore di Dio, di s\u00e9 e del prossimo, e, con ci\u00f2 stesso, si \u00e8 gradualmente sbarazzato del fardello gravoso dell&#8217;ego, che vive di passioni violente e indomabili, specialmente di rabbia, invidia, paura e brama disordinata di possesso. Ecco, dunque, perch\u00e9 l&#8217;uomo \u00e8 una &quot;impossibilit\u00e0&quot;: perch\u00e9 la felicit\u00e0 piena e incondizionata cui tende, non \u00e8 realizzabile nella vita terrena, caratterizzata dalla dimensione materiale dello spazio e del tempo, ma solo quando l&#8217;anima si sar\u00e0 liberata del fardello del corpo fisico, e avr\u00e0 indossato il corpo glorioso, trasfigurato, fatto di pura luce. L&#8217;uomo, in quanto uomo, \u00e8 una creatura contraddittoria e &quot;impossibile&quot;, che non giunger\u00e0 mai a realizzare pienamente se stesso, perch\u00e9 &quot;uomo&quot;, come si \u00e8 visto, \u00e8 una parola che non designa una natura, ma una possibilit\u00e0; e l&#8217;uomo, gravato dal corpo, \u00e8 pur sempre una creatura finita, mentre le sue possibilit\u00e0 sono infinite. Come potr\u00e0 uscire da questa contraddizione e realizzare veramente, pienamente, se stesso? In una sola maniera: liberandosi dall&#8217;ego e aprendosi all&#8217;Essere, dal quale ha avuto origine il suo esistere&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Considerato nella sua fondamentale dinamica interiore, l&#8217;uomo ci appare, da qualunque lato lo consideriamo, come una creatura strana, contraddittoria, &quot;impossibile&quot;. 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