{"id":26237,"date":"2006-05-18T11:30:00","date_gmt":"2006-05-18T11:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/05\/18\/lunita-dellessere-una-metafisica-per-la-vita\/"},"modified":"2006-05-18T11:30:00","modified_gmt":"2006-05-18T11:30:00","slug":"lunita-dellessere-una-metafisica-per-la-vita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/05\/18\/lunita-dellessere-una-metafisica-per-la-vita\/","title":{"rendered":"L&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;essere: una metafisica per la vita"},"content":{"rendered":"<p><em>Viene qui riportata la Seconda Parte del libro &quot;L&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Essere&quot; di F. Lamendola, editore Lalli, Poggibonsi (Siena), 1985, pagg. 69-98.. Il volume \u00e8 da tempo esaurito; chi fosse eventualmente interessato pu\u00f2 mettersi in contatto con l&#8217;Associazione Eco-Filosofica.<\/em><\/p>\n<p><strong>L&#8217;IDEA DUALISTA E&#8217; INSOSTENIBILE.<\/strong><\/p>\n<p>Il dualismo di spirito e materia, di infinito e finito implica una situazione di dolore esistenziale. L&#8217;uomo si trova precariamente sospeso fra la terra e il cielo, anelante verso orizzonti di libert\u00e0 infinita e, al tempo stesso, gravato dalla materia nella servit\u00f9 umiliante della limitatezza e dell&#8217;insufficienza.<\/p>\n<p>La filosofia indiana ha preso le mosse da questo travaglio, da questa sofferenza per postulare la non-esistenza reale del dualismo, e per indagare le vie che portano alla liberazione, ossia alla ricostituzione dell&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Essere. Ma la concezione monistica del reale non sarebbe che un pio desiderio, se fosse originata solamente dal desiderio consolatorio d&#8217;immaginare una esistenza non lacerata fra due opposti princ\u00ecpi. \u00c8 veramente troppo poco, per sostenere l&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Essere, dire che la vita \u00e8 dolore e che quindi <em>deve<\/em> esistere una realt\u00e0 extra-fenomenica ove il dolore cessa. Sappiamo bene che anche nella filosofia occidentale classica, l&#8217;argomerntazione privativa era tenuta in gran conto: il mondo \u00e8 finito, <em>dunque<\/em> dev&#8217;esservi un principio infinito; il mondo \u00e8 disordine, <em>dunque<\/em> deve esistere un ordine supremo&#8230; Ma oggi, fortunatamente, non si \u00e8 pi\u00f9 tanto sicuri della bont\u00e0 d&#8217;una simile dialettica. O meglio, la sua validit\u00e0 resta sostanzialmente accettabile nell&#8217;ambito del finito: se io ho sete, vuol dire che l&#8217;acqua esiste; se giudico una cosa piccola, vuol dire che possiedo la nozione del grande, per quanto relativa. Ma nella sfera dell&#8217;infinito?<\/p>\n<p>Continuando il paragone test\u00e8 fatto: per esistere, la vita ha bisogno di luce, di calore, di acqua innanzitutto; ma si potr\u00e0 dedurne che la vita, nell&#8217;universo, deve piegarsi alle nostre presuntuose leggi di formichine cosmiche? Non possono darsi altre infinite forme di vita, diverse da quella che noi conosciamo, e indipendenti dal bisogno di luce, calore e umidit\u00e0 che noi abbiamo? Non si tratta di giocare agl&#8217;indovinelli con ipotesi gratuite di vita aliena; si tratta di conservare un minimo di umilt\u00e0 speculativa. Che cosa \u00e8 pi\u00f9 ridicolo: l&#8217;idea di un essere extraterrestre che non abbia necessit\u00e0 di luce, calore e acqua, oppure un Dio che <em>debba<\/em> per forza pensare in termini matematici (preferibilmente di geometria euclidea), come pretendeva Galilei e, con lui, come pretende tutto il moderno pensiero scientista?<\/p>\n<p>Dunque, possiamo tranquillamente escludere che la sofferenza esistenziale implicita nel dualismo sia di per s\u00e9 stessa una argomentazione metafisica contro il dualismo. Non lasciamoci sopraffare dall&#8217;ansia di redenzione e lasciamo cadere l&#8217;argomentazione classica della filosofia indiana. Vi sono altre vie per arrivare a una negazione metafisica del dualismo. In sostanza, possiamo concentrare la nostra attenzione su due ordini di ragionamento: quello logico e quello etico. Logico: il dualismo \u00e8 dispersione, dunque negazione della economia: pertanto, esso \u00e8 anche illogico.<\/p>\n<p>Osserviamo in primo luogo la natura: essa \u00e8 regolata dal principio del massimo risultato con il minimo dispendio d&#8217;energie. All&#8217;origine del cristallo &#8211; la forma pi\u00f9 alta raggiunta dall&#8217;evoluzione del regno minerale &#8211; vi sono dei processi chimici in cui nulla \u00e8 di troppo, reiterato, inutile, ma tutto \u00e8 dosato con sapiente semplicit\u00e0. La stessa cosa si osserva ai due vertici delle piramidi evolutive vegetale ed animale: le fanerogame angiosperme e l&#8217;ordine dei mammiferi. In tutti questi casi, la natura ha raggiunto i risultati pi\u00f9 complessi impiegando il minimo indispensabile di materia ed energia. E la stessa cosa si pu\u00f2 osservare anche alla base del processo evolutivo, cos\u00ec come lungo un qualsiasi stadio intermedio di esso. Quando due forme viventi giungono a un determinato scopo seguendo due strade differenti, \u00e8 fatale che una di esse &#8211; quella pi\u00f9 dispendiosa e complessa &#8211; venga gradualmente sopraffatta ed eliminata da quella pi\u00f9 semplice. La natura si sbarazza del sovrappi\u00f9. Lo struzzo che si procura il cibo con la velocit\u00e0 e la potenza delle sue zampe di uccello corridore non ha pi\u00f9 bisogno delle ali: e le ali si rattrappiscono, cominciano a scomparire. Il formichiere sud-americano, che non ha praticamente avversari nella lotta per la sopravvivenza, partorisce un solo piccolo: di pi\u00f9 non vi sarebbe bisogno. Immaginarsi un uccello al tempo stesso volatore e corridore, o un qualsiasi animale al tempo stesso competitivo e prolifico, significherebbe attribuire alla natura una linea di tendenza anti-economica e perci\u00f2 dispendiosa e illogica.<\/p>\n<p>Ma non solo nel campo della natura le cose vanno cos\u00ec, questo avviene anche nel campo dello spirito. Chi di noi, potendo razionalizzare la propria attivit\u00e0, sceglie deliberatamente una via pi\u00f9 complessa per raggiungere il proprio fine? Chi, potendo ottenere il proprio scopo con dieci, vorr\u00e0 adoperare venti? Anche quando ci discostiamo dalla soluzione pi\u00f9 semplice, lo facciamo sempre in vista di uno scopo ulteriore, complesso, senza mai intenzionalmente sovraccaricarci di una fatica inutile e illogica. Ebbene, inutile e illogico \u00e8 un Essere duale: inutile e illogica una dispersione reale, ontologica, tra materia e spirito, tra finito e infinito. Non v&#8217;\u00e8 alcuna ragione per la quale entrambi i termini debbano esistere effettivamente: uno \u00e8 pi\u00f9 che sufficiente. Come le zampe sono sufficienti allo struzzo senza pi\u00f9 bisogno delle ali, come un solo piccolo \u00e8 sufficiente alla riproduzione del formichiere. Immaginare diversamente significa andare contro l&#8217;economia e contro la logica. E poich\u00e9, dei due princ\u00ecpi, deve prevalere lo spirituale sul materiale (perch\u00e9 lo spirituale pu\u00f2 includere il materiale, o l&#8217;illusione del materiale, ma non potr\u00e0 mai accadere il contrario), allora sar\u00e0 la materia a dover essere concepita come non necessaria, dunque anti-economica ed illogica, rispetto all&#8217;Essere.<\/p>\n<p>\u00c8 inevitabile che la nostra concezione debba risentire del nostro antropomorfismo speculativo. Noi ci immaginiamo Dio come perfetto, dunque scartiamo l&#8217;idea che da lui possa originarsi qualche cosa d&#8217;inutile e d&#8217;illogico. Ma non \u00e8 l&#8217;antropomorfismo che abbiamo rifiutato prima, nell&#8217;argomentazione privativa. Razionalmente parlando, l&#8217;Essere pu\u00f2 anche essere dolore &#8211; come lo \u00e8 la vita &#8211; e quindi potrebbe anche essere duale. Ma ci\u00f2 che non possiamo pensare dell&#8217;Essere, \u00e8 che esso sia illogico pi\u00f9 di quanto lo sia la vita. In altre parole: \u00e8 assurdo concepire Dio come meno saggio dell&#8217;apparato riproduttore d&#8217;un formichiere, per il semplice fatto che la materia non pu\u00f2 possedere una logica intrinseca superiore a quella dello spirito. Diciamo subito che questa affermazione non \u00e8 dimostrabile: essa fa leva sul sentimento pi\u00f9 profondo della nostra intelligenza, e basta. Questo sentimento ci suggerisce che lo spirituale contiene il materiale e non viceversa, e che perci\u00f2 lo spirituale sar\u00e0 sempre pi\u00f9 economico e pi\u00f9 logico del materiale. Potr\u00e0 magari (e questa \u00e8 l&#8217;estrema soglia cui possa spingersi il pensiero) esserlo in misura uguale; ma di meno, questo non lo pu\u00f2 concepire.<\/p>\n<p>Il secondo ordine di ragionamento a favore del monismo e contro ogni forma di dualismo \u00e8 invece, come dicemmo, quello etico. Abbiamo sostenuto che la dispersione \u00e8 inutile e illogica, e sommamente inutile ed illogica lo sarebbe, riferita all&#8217;Essere. Ora aggiungiamo che sarebbe anche immorale. Perch\u00e9? Immaginiamo un essere umano che compia deliberatamente qualche cosa di dispersivo: ad esempio che, volendo procurarsi del ghiaccio, non lo vada a prendere nella ghiacciaia, che pure possiede, ma che attenda per mesi e mesi l&#8217;arrivo dell&#8217;inverno, onde staccare una lastra di ghiaccio dalla fontana del suo giardino. Di lui si potr\u00e0 dire che ha seguito una strada inutile ed illogica per arrivare allo scopo che si era prefissato. Ma ora, invece, immaginiamoci un essere umano che stia per annegare nelle acque di un lago profondo, e un altro essere umano che, sulla riva, invece di porgere una mano al disgraziato e trarlo a s\u00e9 &#8211; cosa che potrebbe fare senz&#8217;altro e senza alcun pericolo &#8211; gli dica invece con tutta calma di non preoccuparsi, perch\u00e9 andr\u00e0 in cerca di un telefono e avvertir\u00e0 le guardie forestali. Cosa dovremo dire di questo secondo essere umano: che ha agito in modio inutile e illogico? Anche, forse; ma soprattutto che ha agito in modo irresponsabile e, quindi, immorale. Gli sarebbe bastato allungare una mano per salvare una vita umana, e lo ha evitato deliberatamente.<\/p>\n<p>Infine, spostiamo la nostra riflessione su Dio. La vita quaggi\u00f9 nel mondo non \u00e8 uno scherzo, come lo \u00e8 avere o no del ghiaccio per gustare pi\u00f9 dolcemente un bicchiere di una bevanda forte. Al contrario, \u00e8 questione di vita o di morte ogni giorno, ogni ora. Ogni giorno, ogni ora migliaia e milioni d&#8217;individui &#8211; umani e non umani &#8211; nascono, soffrono, si ammalano e muoiono. Il principio di questa vita cos\u00ec affascinante, ma anche cos\u00ec drammatica, non pu\u00f2 essere dispersivo, perch\u00e9 ci\u00f2 sarebbe non solo inutile ed illogico, ma benanco sommamente immorale. L&#8217;uomo pu\u00f2 permettersi, in certe situazioni, di sprecare il proprio tempo e la propria intelligenza: Dio no, mai. Un Dio ozioso poteva immaginarselo l&#8217;irriverente mitologia greca (e gi\u00e0 Platone condannava l&#8217;immagine delle divinit\u00e0 che presentano i poemi omerici), ma esso ripugna cos\u00ec tanto al nostro pi\u00f9 profondo sentire, che solo quando siamo maggiormente gravati dal fardello del dolore ci sfugge l&#8217;esclamazione, che noi stessi avvertiamo essere irrazionale: &quot;Dio ci ha dimenticati!&quot;. E proprio questa \u00e8 la conferma indiretta &#8211; sicura quanto lo \u00e8 l&#8217;istinto &#8211; che la presenza infinitamente attenta e infinitamente potente di lui viene sentita costantemente nella nostra vita, sia che vi intervenga direttamente, sia che, pur tutto conoscendo e tutto potendo, non lo faccia. Eppure Dio, si dir\u00e0, ha dei suoi fini da realizzare attraverso di noi. Certamente: ma forse che per realizzare un qualunque suo fine per mezzo nostro, ha egli bisogno d&#8217;una sostanza materiale indipendente, che esista in s\u00e9 e per s\u00e9, e che si ponga fuori di noi e fuori di lui? Pensare questo, significa pensare da bambini.<\/p>\n<p><strong>TRE PORTE CHIUSE, TRE PORTE APERTE.<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;Essere che noi immaginiamo, dunque, \u00e8 l&#8217;essere non duale, l&#8217;Uno &#8211; cui solo spetta, anche sul piano logico, l&#8217;appellativo pieno di Essere; e codesto Uno lo concepiamo, per le ragioni anzidette, di natura puramente spirituale.<\/p>\n<p>Eliminata la materia, resta evidentemente da chiarire il rapporto che esiste fra l&#8217;essenza dell&#8217;Uno e la sua manifestazione; ossia, in parole povere, tra lo Spirito Infinito e gli spiriti finiti, tra Dio e le menti individuali. Non porter\u00e0, questa distinzione, a una reintroduzione inconfessata del dualismo?<\/p>\n<p>Prima di affrontare tale delicata questione, attorno alla quale ruota l&#8217;essenza stessa del monismo, riteniamo sia necessario sgombrare il campo da tre illusioni capitali della conoscenza: lo spazio, il tempo, il principio di causa ed effetto. Esse sono come tre porte chiuse, che si negano alla nostra comprensione e ci fuorviano con idee ingannevoli e illusorie. Spazio, tempo e principio di causalit\u00e0 sono i tre pilastri del realismo e, in genere, di ogni concezione materialistica della realt\u00e0, e imprigionano la mente in una strada senza uscita. Una volta negata la realt\u00e0 indipendente della materia (per le ragioni logiche ed etiche anzidette), come necessaria conseguenza anche quei tre pilastri devono esserre gettati nella polvere. Finch\u00e8 continuiamo a ragionare dell&#8217;Essere, stando all&#8217;interno dei concetti di spazio, tempo e causalit\u00e0, continueremo a bussare a tre porte chiuse, illudendoci che prima o poi ci verranno aperte &#8211; o, magari, di averne gi\u00e0 varcata la soglia. Ma non \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n<p>Tentare di concepire l&#8217;Essere, significa sforzarsi di entrare nella <em>sua<\/em> logica, e desistere, una buona volta, dal ridicolo tentativo di imporgli la nostra. Il tempo in cui filosofi come Hegel comandavano a bacchetta alla metafisica e ne disvelavano dall&#8217;esterno il meccanismo, e perfino i suoi piccoli trucchi (&quot;l&#8217;astuzia della Ragione&quot;!), \u00e8 finito per sempre. Ma ora ecco che, subito, ci si leva contro l&#8217;obiezione: &quot;Come possiamo tentar di entrare nella logica dell&#8217;Essere, noi che inevitabilmente siamo condannati a pensare tutto il reale con i meccanismi conoscitivi propri della nostra?&quot;<\/p>\n<p>Ebbene: che cosa fa l&#8217;esploratore tenace, che si trovi chiusa la porta? \u00c8 una porta grande e massiccia, antica come il mondo; non pu\u00f2 certamente pensare di abbatterla a spallate. Cosa far\u00e0 allora? Se \u00e8 un borioso imbroglione, si metter\u00e0 a congetturare su quel che potrebbe esserci al di l\u00e0, e poi andr\u00e0 in giro a gridare ai quattro venti d&#8217;averla oltrepassata, magnificando la sua &quot;scoperta&quot; sensazionale. Ma se \u00e8 un ricercatore serio e dotato d&#8217;immaginazione, comincer\u00e0 invece a tastare ogni angolo del portone, alla ricerca di un punto debole nella poderosa struttura, di un insperato passaggio.<\/p>\n<p>Chi non ha mai visto quei grandi portoni delle antiche case signorili, o anche quelli di certe case di campagna, grandi abbastanza da lasciar passare carri agricoli o carrozze, ma che hanno al loro interno una porta che viene normalmente adoperata per il passaggio delle singole persone? Ebbene, forse &#8211; tastando attentamente &#8211; il nostro esploratore potr\u00e0 appunto scoprire una porticina del genere, non chusa ma solamente accostata, nella vasta superficie del massiccio portone a due battenti. Quel che vogliamo dire \u00e8 che, forse, la logica per passare nel piano dell&#8217;Essere, e uscire dal modo di pensare tipico del nostro, esiste ed \u00e8 proprio l\u00e0 dove non si pensa affatto di cercarla: all&#8217;interno della <em>nostra<\/em> logica. Ma non in un punto qualsiasi, come diceva quel maestro Zen, secondo il quale tutto il cosmo \u00e8 contenuto in un granello di sabbia: la porticina non \u00e8 grande quanto l&#8217;antichissimo portone, pertanto non \u00e8 indifferente il punto che si sceglie per scoprirla. Dove cercare, allora; come localizzare codesto punto? Esattamente nel piano d&#8217;intersezione tra le due realt\u00e0 qualitativamente, e non quantitativamente diverse: Dio, Spirito Infinito, e noi, spiriti finiti.<\/p>\n<p>L&#8217;origine del nostro errore consiste nel fatto che, ingannato dalla supposta esistenza ontologica, reale, dello spazio, del tempo e del principio di causalit\u00e0, finiamo per ragionare dell&#8217;Essere in termin i quantitativi. Cos\u00ec, noi siamo soliti immaginarci l&#8217;infinito come uno spazio esteso illimitatamente; l&#8217;eterno, come una durata di tempo che si prolunga per sempre; la causa e l&#8217;effetto, come due termini separati e distinti. L&#8217;origine di ci\u00f2 risiede nel fatto che il pensiero, per sua natura, pensa per immagini; di conseguenza, materializza l&#8217;infinito come uno spazio moltiplicato all&#8217;ennesima potenza; temporalizza l&#8217;eterno come un tempo elevato, anch&#8217;esso, all&#8217;ennesima potenza; e spezza e duplica l&#8217;atto puro, raffigurandoselo come un questo e un quello, un prima e un poi. Noi dunque dovremmo, per prima cosa, sopprimere la falsa immaginazione del pensiero, che d\u00e0 origine a codeste illusioni. Non che potremo mai pervenire nella sfera del pensiero totalmente astratto: questo \u00e8 impossibile nella nostra presente condizione, e sar\u00e0 &#8211; piuttosto &#8211; il risultato della nostra riunificazione finale con l&#8217;Essere. Dovremo invece tenerci in bilico fra pensiero immaginativo e pensiero astratto, seguendo il piano d&#8217;intersezione fra le due realt\u00e0, o meglio fra i due piani dell&#8217;unica realt\u00e0. E qual \u00e8 codesto piano d&#8217;intersezione? Esiste un piano in cui il finito tocca, per cos\u00ec dire, l&#8217;infinito; in cui il temporale tocca l&#8217;eterno; in cui la causae l&#8217;effetto ci si manifestano quali realmente sono, atto puro unico e indivisibile? Esiste, e ora tenteremo di rappresentarlo. In codesto piano le tre porte chiuse dello spazio, del tempo e del principio di causalit\u00e0 ci svelano, all&#8217;interno di s\u00e9 medesime, tre porticine socchiuse, che introducono nel piano dell&#8217;Essere puro. Queste tre porte aperte sono, rispettivamente, il punto, l&#8217;istante e l&#8217;intuizione.<\/p>\n<p>Il punto esprime l&#8217;idea che ci permette di superare la concezione inadeguata dell&#8217;infinito come estensione senza limiti. In effetti, l&#8217;infinito non \u00e8 spazio interminabile: ci\u00f2 sarebbe un&#8217;idea ancora quantitativa dell&#8217;Essere. Al contrario, l&#8217;infinito \u00e8 assenza totale, assoluta di spazio. Il punto simboleggia bene questo concetto. Infatti esso \u00e8, da un lato, rappresentabile alla immaginazione, poich\u00e9 si trova localizzato nello spazio; ma al tempo stesso rinvia al pensiero astratto, dal momento che \u00e8, a ben guardare, inafferrabile, e dunque gi\u00e0 trascende la realt\u00e0 spaziale. Il punto \u00e8 inesteso: ci\u00f2 significa che esso \u00e8 rappresentabile materialmente solo a prezzo di una astrazione, di una convenzione simbolica. Possiamo porlo in una certa parte di un foglio bianco, ma in realt\u00e0 quel che abbiamo raffigurato non \u00e8 il punto vero e proprio, bens\u00ec una sua rappresentazione convenzionale. Essa non <em>\u00e8<\/em> il punto in se stesso, pi\u00f9 di quanto il piccolo disegno di due spade incrociate non localizzi, su un atlante storico, la realt\u00e0 concreta di una determinata battaglia, per esempio la dodicesima battaglia dell&#8217;Isonzo, ossia quell&#8217;evennto concreto accaduto il 24 ottobre del 1917 in quella precisa localit\u00e0 delle Alpi Giulie, e in nessun altro tempo e luogo. Il punto, dunque, \u00e8 un simbolo; ma in che modo esso pu\u00f2 costituire una porta aperta sulla esatta comprensione del concetto d&#8217;infinito? Nel modo che \u00e8 proprio della geometria, ossia costruendo le figure. Le figure sono spazializzate, costruite cio\u00e8 per mezzo di punti infiniti; eppure i singoli punti non hanno estensione! Ecco il piano d&#8217;intersezione tra finito e infinito, tra apparenza ed Essere: con un piede il punto \u00e8 ancora al di qua, \u00e8 spazio misurabile e quantificabile, perch\u00e9 da esso prendono origine le forme estese; ma con l&#8217;altro piede \u00e8 gi\u00e0 al di l\u00e0, \u00e8 nella sfera dell&#8217;inesperibile e dell&#8217;inesprimibile: chi pu\u00f2 misurare, chi pu\u00f2 localizzare ci\u00f2 che non ha estensione? Ebbene, il punto \u00e8 lo spiraglio che l&#8217;esperienza fenomenica apre sulla realt\u00e0 incommensurabile dell&#8217;infinito: incommensurabile non perch\u00e9 sia impossibile misurare ci\u00f2 che non finisce mai, ma perch\u00e9 \u00e8 impossibile misurare ci\u00f2 che non ha affatto estensione. L&#8217;infinito non \u00e8 uno spazio &quot;troppo grande&quot; che potremmo riuscire a quantificare il giorno in cui disponessimo di strumenti di misurazione adeguati, ossia anch&#8217;essi infiniti; no: \u00e8 assenza radicale di spazio, \u00e8 realt\u00e0 &quot;altra&quot;, inimmaginabile alla luce della nostra esperienza, basata sui tre illusori pilastri del mondo fenomenico. Il punto, quindi, non va interpretato come un ponte sull&#8217;infinito, che partendo dal finito, cio\u00e8 dallo spazio, passetto dopo passetto si possa prolungare illimitatamente: questa \u00e8 l&#8217;idea della geometria, ma la geometria \u00e8 pur sempre all&#8217;interno della illusione tridimensionale. Il punto, al contrario, deve essere pensato come uno spiraglio attraverso il quale sia possibile compiere un salto qualitativo senza ritorno, un po&#8217; come &#8211; secondo la teoria dei &quot;buchi neri&quot; &#8211; esiste una soglia oltre la quale si viene risucchiati entro una dimensione totalmente nuova e diversa. Il punto, dunque, \u00e8 una finestrella inquietante, ma preziosa, aperta sull&#8217;infinito mistero dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Un ragionamento del tutto analogo deve essere fatto a proposito dell&#8217;istante. L&#8217;eterno non \u00e8 durata interminabile del tempo, bens\u00ec assenza totale e assoluta di tempo, e l&#8217;istante \u00e8 la porticina dischiusa su di esso, come il punto lo \u00e8 nei confronti dell&#8217;infinito. Per comprendere come ci\u00f2 sia possibile, occorre considerare l&#8217;istante contemporaneamente sul piano del temporale e su quello dell&#8217;eterno (esso \u00e8 infatti il piano d&#8217;intersezione fra le due realt\u00e0), cos\u00ec come abbiamo considerato il punto al tempo stesso sul piano dello spazio e su quello dell&#8217;infinito. \u00c8 chiaro che Zenone di Elea barava al gioco quando sosteneva l&#8217;impossibilit\u00e0 spazio-temporale del movimento (coi due celebri esempi del veloce Achille che mai avrebbe potuto raggiungere la tartaruga, e della freccia che mai avrebbe potuto raggiungere il bersaglio), poich\u00e9 considerava il punto-istante ora sul piano materiale, ora &#8211; e separatamente &#8211; su quello metafisico. Non cos\u00ec, ma insieme: solo allora essi si riveleranno uno spiraglio aperto sull&#8217;Essere, e fecondo di risultati. Che cosa \u00e8 l&#8217;istante? Dal punto di vista del temporale esso \u00e8 durata, e sia pure durata infinitamente breve: e che sia durata, lo dimostra il fatto che il tempo medesimo \u00e8 la risultante di una serie infinita d&#8217;istanti, cos\u00ec come lo spazio \u00e8 la risultante di una serie infinita di punti. Ma considerato dal punto di vista dell&#8217;eterno, l&#8217;istante non \u00e8 nulla. Non ha durata, cos\u00ec come il punto, dal punto di vista dell&#8217;infinito, non ha estensione. Chi infatti potr\u00e0 dire dell&#8217;istante: &quot;Eccoti, ti ho preso&quot;? Non si fa in tempo a dirlo ch&#8217;esso \u00e8 gi\u00e0 passato, sfumato, cancellato; e pi\u00f9 si tenta di afferrarlo, e pi\u00f9 ci sfugge, cos\u00ec come pi\u00f9 si stringe in pugno la sabbia, e pi\u00f9 in fretta essa fugge inarrestabile tra le dita. Dell&#8217;istante possiamo dire quel che diceva Agostino del presente in generale: che, pur essendo la realt\u00e0 fondamentale del tempo (a differenza del passato, che non \u00e8 pi\u00f9, e del futuro, che non \u00e8 ancora), esso medesimo non ha consistenza cronologica, ma soltanto metafisica.<\/p>\n<p>Dunque, utilizzando questa porticina aperta sull&#8217;Essere, noi arriviamo a capire che l&#8217;eterno non \u00e8 in alcun modo durata che si prolunga senza limiti di tempo, ma, al contrario, che \u00e8 assenza radicale di tempo. Quando la nostra immaginazione avr\u00e0 realizzato il salto nel pensiero astratto (non per\u00f2 in forma completa, perch\u00e9 questo \u00e8 impossibile fin tanto che si \u00e8 immersi nel <em>continuum<\/em> spazio-temporale), e avr\u00e0 inteso l&#8217;eterno a questo modo &#8211; che esce da tutti gli schemi della conoscenza fenomenica &#8211; allora anche il mistero della prescienza divina cesser\u00e0 di apparirci come un mistero. Pensare che la prescienza di Dio sia un attentato alla nostra libert\u00e0 di volizione significa tornare a separare i due piani, come nel caso della freccia di Zenone. Significa immaginare che nell&#8217;eterno presente di Dio sia gi\u00e0 realizzato ci\u00f2 che poi, nel tempo, l&#8217;uomo finir\u00e0 per compiere. Ma se il tempo, in s\u00e9 e per s\u00e9, non esiste; se \u00e8 solo un&#8217;illusione autoperpetuantesi, mentre di reale vi sono che l&#8217;infinito e l&#8217;eterno: allora risulter\u00e0 chiaro che anche le singole volizioni individuali sono, fuori del tempo, eternamente presenti alla mente di Dio, e pertanto n\u00e9 Dio le determina anticipatamente, n\u00e9 esse possono successivamente modificare la sua previsione. Gran parte dell&#8217;equivoco, in effetti, trae origine dalla inadeguatezza del linguaggio umano: quando parliamo di &quot;prescienza&quot; o di &quot;previsione&quot;, quel prefisso per eccellenza, &quot;pre&quot;, automaticamente ci fuorvia, facendoci immaginare che vi siano un prima e un poi. Cos\u00ec accade &#8211; o meglio, cos\u00ec sembra che accada &#8211; ragionando all&#8217;interno del tempo, ossia all&#8217;interno dell&#8217;illusione: ma la realt\u00e0 assoluta \u00e8 fuori di esso, nell&#8217;eterno, e questo non pu\u00f2 essere modificato dal tempo pi\u00f9 di quanto le ombre cinesi possano modificare la superficie dello schermo su cui vengono proiettate.<\/p>\n<p>Per disperdere la terza, grande illusione del mondo fenomenico, il principio di causa ed effetto, occorre seguire un ragionamento in parte diverso. Spazio e tempo, cos\u00ec come infinito ed eterno, sono delle entit\u00e0, dei dati, mentre la causa e l&#8217;effetto configurano un movimento, ossia un atto. La celebre critica di Hume al principio di causa ed effetto, basata sul concetto di abitudine, si riduce &#8211; a ben guardare &#8211; a un misero senno del poi: essa rimane all&#8217;interno del fenomeno, e all&#8217;interno del fenomeno non \u00e8 che un cavillo dire che B non \u00e8 l&#8217;effetto di A, ma \u00e8 semplicemente ci\u00f2 che viene dopo di A. Anche in questo caso, noi dobbiamoo cercare un punto che sia in bilico tra le due sfere, quella del divenire e quella del permanente, perch\u00e9 solo cos\u00ec verr\u00e0 schiusa la porta che dal fenomeno conduce all&#8217;Essere. Questo punto sospeso nel vuoto deve essere ricercato con particolare prudenza: si fa cos\u00ec presto a trovare qualcosa ove sembra che la causa e l&#8217;effetto coincidano, ma soltanto nel regno delle parole. Se, per esempio, diciamo che questo punto \u00e8 la morte, perch\u00e9 essa causa la fine della vita, tanto quanto la fine della vita causa la morte, noi abbiamo costruito un ingegnoso gioco di parole, ma non abbiamo aperto alcuna porta. E potremmo fare molti altri esempi di questo tipo.<\/p>\n<p>Forse, dopo averli analizzati tutti, ci troveremmo d&#8217;accordo sul fatto che in una sola situazione si dar\u00e0 un caso di perfetta coincidenza, materiale e metafisica al tempo stesso, di causa e di effetto: e questo caso sar\u00e0 quello dell&#8217;intuizione. Nell&#8217;intuizione, la pretesa concatenazione causale si spezza, grazie al fatto che essa intuizione \u00e8 l&#8217;equivalente del punto nella dialettica spazio-infinito, e dell&#8217;istante nella dialettica tempo-eternit\u00e0. L&#8217;intuizione \u00e8, per cos\u00ec dire, inestesa e atemporale, pur essendo il termine fondamentale del pensiero. Infatti non si pu\u00f2 dire che l&#8217;intuizione sia la causa della conoscenza, pi\u00f9 di quanto si possa dire che ne \u00e8 l&#8217;effetto, ossia che la conoscenza \u00e8 causa dell&#8217;intuizione. Platone, considerando come il pensiero vada alla ricerca di un qualcosa che in parte gi\u00e0 conosce (altrimenti girerebbe a vuoto), ma non del tutto, perch\u00e9 in tal caso sarebbe gi\u00e0 pago di s\u00e9, invocava la teoria della reminiscenza. Ma intuire non \u00e8 ricordare: e noi possiamo quantomeno sospettare che lo schiavo ignorante del <em>Menone<\/em> platonico, poteva risolvere un difficile problema di geometria non perch\u00e9 ricordasse una sapienza esistenziale anteriore, ma semplicemente perch\u00e9 intuiva quella verit\u00e0 che &#8211; secondo le regole del sapere concettuale &#8211; avrebbe dovuto ignorare.<\/p>\n<p>Ora, il principio di causa ed effetto si basa sulla distinzione fra il prima e il poi: \u00e8 chiaro che se tale distinzione vien meno, anche il principio di causalit\u00e0 dovr\u00e0 cadere. Nella intuizione, che non ha durata perch\u00e9 coincide con l&#8217;istante, diviene appunto impossibile distinguere la causa dall&#8217;effetto. Nessuno pu\u00f2 precisare se io so risolvere il problema di geometria perch\u00e9 ne intuisco la soluzione, oppure se ne intuisco la soluzione perch\u00e9 lo so risolvere. Qui non \u00e8 un mero gioco di parole, come nell&#8217;esempio fatto prima, della morte. \u00c8 pura impossibilit\u00e0 del pensiero di stabilire una sequenza cronologica e, di conseguenza, un nesso causale. Solo se non si sa che cosa viene prima e che cosa dopo, non si \u00e8 pi\u00f9 in grado di distinguere la causa dall&#8217;effetto.<\/p>\n<p>Possiamo cercar di visualizzare questo concetto con una immagine concreta, quella di una &quot;volata&quot; ciclistica. Immaginiamo due corridori che piombino sul traguardo contemporaneamente, tanto da non potersi in alcun modo stabilire una classifica; ma immaginiamo che vi piombino non gi\u00e0 dalla stessa direzione, bens\u00ec provenienti da due direzioni opposte. In questo caso, le loro ruote taglieranno s\u00ec la linea bianca nel medesimo istante, ma ci\u00f2 verr\u00e0 annullato &#8211; come in una sequenza caleidoscopica &#8211; nell&#8217;istante immediatamente successivo. Se fossero partiti dal medesimo punto e fossero arrivati sul traguardo con pari velocit\u00e0, avrebbero proceduto appaiati anche dopo aver tagliato la linera bianca; mentre, nel nostro caso, se ne allontaneranno in direzioni opposte, in progressione geometrica.<\/p>\n<p>La coincidenza di causa ed effetto che si realizza nell&#8217;intuizione \u00e8 qualche cosa di simile. L&#8217;intuizione \u00e8 come un balen\u00eco istantaneo; subito dopo, il ragionamento e l&#8217;attuazione pratica piglieranno ciascuno due strade diverse, obbedendo a tempi diversi; ma intanto l&#8217;intuizione sar\u00e0 passata per sempre, non torner\u00e0 mai pi\u00f9 una seconda volta. In termini puramente metafisici, la coincidenza della causa e dell&#8217;effetto si realizza solo in Dio, come voleva il filosofo indiano Vallabha, l&#8217;ultimo grande pensatore del Vedanta (si confronti il precedente articolo su &quot;L&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Essere&quot;). In questo senso, noi possiamo dire che il mondo del fenomeno (la natura) e il mondo che si rappresenta il fenomeno (noi, spiriti finiti) altro non sono che una intuizione di Dio.<\/p>\n<p><strong>ORIGINE DELLA ILLUSIONE FENOMENICA.<\/strong><\/p>\n<p>Prima di andare avanti, vogliamo ribadire che le tre &quot;porte aperte&quot; possono essere utili alla conoscenza, a patto che non le identifichiamo senz&#8217;altro con ci\u00f2 che sta oltre di esse, cio\u00e8 con l&#8217;Essere. Ricordiamo che il punto, l&#8217;istante e l&#8217;intuizione sono realt\u00e0 per cos\u00ec dire sospese nel vuoto tra il piano del finito, della durata, del nesso causale, e quello dell&#8217;Assoluto. Di conseguenza, qualitativa e non quantitativa \u00e8 la differenza che passa tra il punto e lo spazio, ma anche tra il punto e l&#8217;infinito; tra l&#8217;istante ed il tempo, ma anche tra l&#8217;istante e l&#8217;eterno; tra l&#8217;intuizione e la causa, ma anche tra l&#8217;intuizione e l&#8217;atto puro. Dimenticare ci\u00f2, anche solo per un attimo, significa andare incontro ai pi\u00f9 gravi fraintendimenti. Attraverso il punto, l&#8217;istante e l&#8217;intuizione noi possiamo avere appena un piccolissimo lampo dell&#8217;Essere in s\u00e9 e per s\u00e9; una intuizione fugace, non una conoscenza. Pu\u00f2 darsi che l&#8217;intuizione sia, per usare la gentile espressione di Hegel, in polemica con Schelling, &quot;un colpo di pistola&quot; nel ragionamento filosofico; ma \u00e8 meglio correre il rischio di sparare un colpo di pistola contro le pretese del pensiero astratto, che quello di costruire una nuova torre di Babele, dalla quale pretendere di giudicare fin nei minimi dettagli ci\u00f2 che Dio \u00e8, e ci\u00f2 che deve fare se vuol rispettare la nostra filosofia.<\/p>\n<p>Cos\u00ec pure, quando diciamo che nell&#8217; Essere la causa e l&#8217;effetto coincidono nell&#8217;atto puro, \u00e8 chiaro che diciamo tutto e non diciamo niente, perch\u00e9 il nostro pensiero \u00e8 strutturato in modo tale da non poter concepire un effetto senza causa, e viceversa. E la stessa insoddisfazione concettuale rimane inevitabilmente in noi, dopo che abbiamo definito l&#8217;infinto come assenza totale di spazio, e l&#8217;eterno come assenza totale di tempo. Ci\u00f2 dipende da un duplice ordine di fattori. Il primo, cui abbiamo gi\u00e0 accennato, \u00e8 che il pensiero sempre pensa per immagini, e dunque all&#8217;interno della triplice illusione fenomenica, per cui \u00e8 costituzionalmente incapace di liberarsi da essa, se non mediante un salto nel pensiero puramente astratto, ossia un salto nel buio. Il secondo \u00e8 di natura non gnoseologica, ma ontologica. Noi abbiamo gi\u00e0 messo in dubbio la necessit\u00e0 che l&#8217;Essere in s\u00e9 debba sentirsi obbligato a rispettare le regole del mondo fenomenico, solo perch\u00e9 ci\u00f2 appagherebbe la nostra presunzione speculativa (cfr. pag. 1 di questa seconda parte). Di conseguenza, nulla ci assicura che tra Dio e mondo fenomenico esista necessariamente un rapporto causale. Noi pensiamo cos\u00ec, perch\u00e9 la nostra mente non pu\u00f2 evitare di pensare in termini di causa ed effetto; cos\u00ec come non pu\u00f2 impedirsi di attribuire valore reale allo spazio e al tempo. Ma dal momento che, fuori del fenomeno, il nesso causale non ha consistenza metafisica, propriamente parlando Dio \u00e8 al di l\u00e0 del principio di causa ed effetto, e quindi potrebbe esserlo benissimo anche il suo rapporto con il fenomeno. Ma qui ci fermiamo, perch\u00e9 su questa via il pensiero non pu\u00f2 andare oltre.<\/p>\n<p>Facciamo ora il punto della situazione. Avendo postulato un monismo spiritualista come condizione dell&#8217;Essere (o Dio, o Spirito Infinito, o l&#8217;Uno, o l&#8217;Assoluto, come indifferentemente lo abbiamo chiamato), il problema gnoseologico capitale rimane il seguente: donde ha origine l&#8217;illusione del mondo fenomenico, che cade sotto i nostri sensi? Questo, a sua volta, rinvia al problema ontologico. Un monismo assoluto esige che tutto parta da Dio e tutto a Dio ritorni; dunque, come si spiega il nostro illusorio avvertirci distinti da Lui? E questa illusione (problema etico) va intesa in senso assoluto o relativo? Perch\u00e9 se va intesa in senso assoluto, rispunta il dualismo di finito e infinito; se in senso relativo, quanto esattamente noi individui siamo liberi di fronte a Dio? Rimane spazio per la nostra responsabilit\u00e0 morale individuale?<\/p>\n<p>Prima di affrontare direttamente tali questioni, una premessa. Noi non crediamo di avere la risposta pronta per dei problemi che superano, per la loro stessa natura, la sfera del pensiero finito, ossia del pensiero immaginativo, per travalicare in quella del pensiero puro. Di Dio, solo Dio ha vera conoscenza; ogni filosofia che sostenga il contrario finisce per mettersi nel ridicolo. Hegel, per esempio, sosteneva che la Rivelazione, essendo rappresentazione per immagini dell&#8217;Idea, \u00e8 un gradino inferiore rispetto alla filosofia, che dell&#8217;Idea ha un concetto puro: come dire che la Rivelazione \u00e8 stata storicamente necessaria per le menti inferiori, mentre il &quot;vero&quot; filosofo non ha bisogno di simboli fanciulleschi per innalzarsi fino al Logos in s\u00e9 e per s\u00e9. Queste mirabolanti rodomontate ci ricordano da vicino la favola della volpe che, non riuscendo in alcun modo ad afferrare i grappoli d&#8217;uva posti troppo in alto per lei, si consola dicendo a s\u00e9 stessa che l&#8217;uva, in fondo, non \u00e8 ancora matura. Un filosofo che affermi di conoscere Dio pi\u00f9 di quanto Dio abbia voluto farci conoscere di s\u00e9 assomiglia a un sedicente guaritore che promette di risanare il malato prima ancora di averlo visto.<\/p>\n<p>Da parte nostra, intendiamo avvicinarci con estrema umilt\u00e0 ai massimi problemi della conoscenza e dell&#8217;Essere. Inoltre,dobbiamo tener conto del fatto che, da Platone in poi, il pensiero occidentale (per non dire di quello orientale) ha sempre pensato, fin sulle soglie della <em>modernit\u00e0<\/em>, che il supremo mistero dell&#8217;Essere non fosse attingibile con la sola ragione strumentale, ma che fosse necessario, per avvicinarvisi, ascoltare la voce della divinit\u00e0. Essa parla agli umani in un linguaggio che non \u00e8 fatto solamente (come pensava Galilei) di triangoli, cerchi ed altri enti matematici, ma che fa appello a tutte le potenzialit\u00e0 conoscitive della natura umana, e si rivela sovente attraverso il mito. Il mito non \u00e8 favola, come hanno creduto gli antropologi positivisti, bens\u00ec trasmissione di verit\u00e0 profonde, inesprimibili con il Logos calcolante, e si serve di un linguaggio simbolico. Ora il simbolo non \u00e8 semplicemente un modo figurato di esprimere contenuti ardui e difficili. \u00c8 un canale fra il mondo umano e il sovrumano, fra le realt\u00e0 sacre e le profane. Perci\u00f2 il simbolo &#8211; nel mito, ma anche nel rito religioso, nell&#8217;architettura sacra, nel pensiero magico e alchemico, e cos\u00ec via &#8211; non svolge solo la funzione di codice, ma anche quella di <em>anello di congiunzione<\/em> fra diversi piani di realt\u00e0 ed \u00e8 perci\u00f2 un elemento insostituibile e fondante delle verit\u00e0 stesse cui vuole alludere. Non lo si pu\u00f2 tradurre, perch\u00e9 il suo significato trascende la dimensione materiale, esperibile dai cinque sensi; \u00e8 una finestra spalancata sull&#8217;Assoluto. Nessuna meraviglia, quindi, se d&#8217;ora in avanti faremo frequenti riferimenti alla Rivelazione (cristiana, perch\u00e9 essa \u00e8 parte della storia spirituale dell&#8217;Occidente; ma senza disconoscere il valore di altre Scritture e di altri annunzi religiosi). \u00c8 un errore pensare che la filosofia, giunta alle soglie delle verit\u00e0 ultime, possa prescindere dalla Rivelazione del sacro. Gi\u00e0 nel <em>Fedone<\/em>, per citare un esempio famoso, noi vediamo che uno dei massimi pensatori dell&#8217;antichit\u00e0 non esita a ricorrere alla dimensione del sacro e a quella del mito; e nel <em>Simposio<\/em>, parlando della misteriosa Diotima, pare che Socrate voglia gettare un ponte fra conoscenza umana e conoscenza divina, riconciliando la scienza con le verit\u00e0 ultraterrene. Lo sforzo della mente umana verso Dio \u00e8 un nobile sforzo, tuttavia \u00e8 bene che sia messo in guardia contro il pericolo di rimanere accecato dall&#8217;orgoglio. Se infatti esso, esaltato per i traguardi raggiunti, finisse per ritenersi autosufficiente nel tentativo di raggiungere la Verit\u00e0, perderebbe il senso del limite e cadrebbe nella <em>hybris<\/em>, nella dismisura. La mente umana non \u00e8 autosufficiente: per questo eternamente chiede, con Pilato: &quot;Che cos&#8217;\u00e8 la verit\u00e0?&quot;. Tanto andava precisato, prima di proseguire.<\/p>\n<p>Diciamo ora subito, con tutta onest\u00e0, che noi non siamo in grado di comprendere come avvenga che l&#8217;Essere trae fuori da s\u00e9 le menti individuali, senza perci\u00f2 cessare di essere Uno, e al tempo stesso senza privarle della loro libert\u00e0 morale. Certo, ci potremmo rifugiare nella concezione aristotelica del Motore Immobile, e dire che Dio \u00e8 la causa finale del mondo, senza esserne per questo la causa materiale; che, insomma, si limita ad attrarre verso la sua pienezza un mondo gi\u00e0 bello e fatto; magari ci potessimo accontentare di simili risposte! Il problema dell&#8217;origine del mondo fenomenico, e sia pure di un mondo illusorio, rispunterebbe daccapo, soltanto spostandosi un po&#8217; pi\u00f9 a monte. Un Dio che sia solo causa finale ma non causa efficiente, come quello concepito da Aristotele, \u00e8 un Dio a mezzo servizio. D&#8217;altra pasrte, sostenere che Dio \u00e8 bens\u00ec causa efficiente del mondo, ma non causa materiale, come fece il filosofo indiano Madhva (cfr. la parte prima di questo lavoro), significa spiegare tutto solo a parole. Noi pure pensiamo che Dio sia la causa efficiente del mondo, ma non la sua causa materiale, sia pure per delle ragioni molto diverse da quelle sostenute da Madhva, e cio\u00e8 per il semplice fatto che non esiste alcun mondo materiale; ma come ci\u00f2 possa avvenire, \u00e8 e rimane un mistero. Una causa efficiente che non sia anche, per ci\u00f2 stesso, causa materiale, impone la seguente alternativa: 1) \u00e8 causa illusionante, ossia produce soltanto l&#8217;illusione della materia, illusione di cui sono oggetto le menti individuali; 2) rinvia indefinitamente il quesito circa l&#8217;origine della materia, o anche soltanto della illusione di essa. \u00c8 chiaro che noi propendiamo per la prima soluzione, sottolineando che la creazione del mondo fenomenico vien chiamata &quot;illusionante&quot;solo rispetto alle menti finite, che non la intendono alla retta maniera e le attribuiscono uno spessore materiale che non possiede; tanto pi\u00f9 che il concetto di causa non si applica all&#8217;Assoluto (di cui, a rigore, nulla potremmo dire, perch\u00e9, come dice l&#8217;antica saggezza cinese, &quot;il tao di cui si pu\u00f2 parlare, non \u00e8 il vero Tao&quot;). Ma, in definitiva: chi sono codeste menti individuali; perch\u00e9 Dio le ha create; e perch\u00e9 ha creato in esse un mondo fenomenico fittizio? Eccoci giunti ai nodi cruciali della questione.<\/p>\n<p>Alla prima di tali domande, purtroppo, dobbiamo riconoscere che non sappiamo rispondere. Certamente il divenire, implicito nel concetto di creazione, sarebbe un forte argomento contro l&#8217;unit\u00e0 e la semplicit\u00e0 dell&#8217;Essere, se immaginassimo la creazione come un fatto materiale; ma anche trattandosi di una creazione spirituale (e dunque fuori del tempo, nell&#8217;&quot;occhio dell&#8217;eterno&quot;), la cosa non \u00e8 affatto chiara (cfr. quanto detto nella prima parte a proposito della filosofia di Sankara e del concetto di <em>maya<\/em>). Infatti le menti individuali, che sono l&#8217;oggetto della creazione, sono bens\u00ec di natura spirituale, e tuttavia hanno il carattere della finitezza, ch\u00e8 altrimentinon sarebbero creature. Se hanno il carattere della finitezza sono anche, per un verso, nel tempo; ma l&#8217;Essere che le ha create \u00e8 fuori del tempo, poich\u00e9 abbiam visto che l&#8217;eternit\u00e0 \u00e8 assenza totale di tempo (cfr. p.7-8). Come pu\u00f2 allora l&#8217;eterno dare origine al tempo, e sia pure all&#8217;illusione del tempo, rimanendo identico a s\u00e9 stesso, e cio\u00e8 eterno? Non lo sappiamo, cos\u00ec come non sappiamo quale sia la consistenza ontologica degli spiriti finiti. Possiamo per\u00f2 avanzare almeno una ipotesi. A tal fine dobbiamo richiamare alla mente quel che dicemmo a suo tempo circa il punto, l&#8217;istante e l&#8217;intuizione come piani d&#8217;intersezione fra due realt\u00e0 qualitativamente diverse, quella del contingente e quella dell&#8217;Assoluto.<\/p>\n<p>Gli spiriti finiti (che abbiamo chiamato anche menti individuali) costituiscono, per cos\u00ec dire, il piano d&#8217;intersezione fra l&#8217;illusoriet\u00e0 del mondo fenomenico e la pienezza ontologica dell&#8217;Essere. Vi \u00e8 un abisso, un salto qualitativo fra la mente individuale e il mondo fenomenico; ma vi \u00e8 un abisso anche fra essa e lo Spirito Infinito. Perch\u00e8 se da un lato, come dicono le Scritture, Dio fece l&#8217;uomo a sua immagine e somiglianza, dall&#8217;altro lato tale somiglianza va intesa unicamente nel senso spirituale. Ora, la differenza che intercorre tra lo Spirito Infinito e gli spiriti finiti non \u00e8 meramente quantitativa, quasi che si trattasse di un medesimo genere di sostanza; \u00e8 invece qualitativa, come lo \u00e8 quella che passa tra gli spiruiti finiti e la materia. E poich\u00e9 la materia \u00e8 illusione, ne consegue che le menti individuali sono per un verso non-essere, illusione (di s\u00e9 stesse), per l&#8217;altro partecipano, in maniera misteriosa, alla pienezza dell&#8217;Essere. Questo modo di vedere si avvicina a quello di Bhaskara (cfr. la prima parte di questo lavoro), il quale sosteneva che il mondo fenomenico (ma nel nostro caso, le menti individuali) \u00e8 e al tempo stesso non \u00e8 una sola cosa col <em>Brahaman<\/em>, l&#8217;Essere: lo \u00e8 dal punto di vista dell&#8217;Assoluto, non lo \u00e8 pi\u00f9 dal punto di vista del relativo. Ma Bhaskara sosteneva pure che, fin tanto che perdura l&#8217;illusione fenomenica, essa non \u00e8 illusione, ma realt\u00e0. Per noi, al contrario, l&#8217;illusione \u00e8 illusione &#8211; sempre, comunque la si consideri -; perch\u00e9 dire che l&#8217;illusione \u00e8 tale nella sfera dell&#8217;Assoluto ma realt\u00e0 in quella del relativo, significa ammettere che essa, comunque, rimane di fatto illusione. Infatti il soggetto dell&#8217;illusione, la mente individuale, \u00e8 in parte di natura finita, in parte infinita (essendo tutt&#8217;uno con Dio), dunque \u00e8 in parte essa stessa illusione, e in parte realt\u00e0 assoluta. Bhaskara spostava invece il legame determinatezza-indeterminatezza direttamente nel Soggetto puro, nell&#8217;Essere; ma qui c&#8217;\u00e8 qualcosa che non va, e che suona falso al pensiero. Perch\u00e9 se l&#8217;Essere \u00e8 il fondamento del reale (e lo \u00e8 certamente, come dice la sua etimologia), allora esso \u00e8 pura indeterminatezza senza traccia di determinatezza reale (potr\u00e0 esservi, invece, una determinatezza apparente, relativa cio\u00e8 al suo manifestarsi alle menti individuali). Che cosa \u00e8, infatti, la determinatezza? \u00c8 il manifestarsi del soggetto in oggetto, lo sdoppiamento coscienziale per mezzo del quale l&#8217;Essere assume una forma precisa. Ma ci\u00f2 \u00e8 impossibile all&#8217;essere in quanto tale, poich\u00e9 l&#8217;Essere \u00e8 Atto puro. Inoltre, lo sdoppiamento coscienziale (la nascita della dialettica soggetto-oggetto) introduce la comparsa del dualismo, e se il dualismo \u00e8 impossibile nella dimensione ontologica (non in quella dell&#8217;illusoriet\u00e0, evidentemente) , esso \u00e8 inconcepibile nell&#8217;Essere, perch\u00e9 l&#8217;Essere \u00e8 l&#8217;Uno.<\/p>\n<p>Certo, la teoria di Bhaskara \u00e8 affascinante, e inoltre ha il vantaggio di offrire una eccellente spiegazione teorica del rapporto intercorrente fra l&#8217;essere e il fenomeno. Infatti, se l&#8217;Essere \u00e8 sia determinato che indeterminato, riesce agevole spiegare tanto la nascita del fenomeno, quanto il suo annullamento finale nella riunificazione con l&#8217;Essere; e, soprattutto, si riesce a spiegare come in tutto questo processo l&#8217;Essere rimanga inalterato e perfettamente identico a s\u00e9 stesso. Invero, c&#8217;\u00e8 una ingegnosit\u00e0 meravigliosa in tutto questo. Ma non sar\u00e0 un gioco di parole, un castello di carte? Proviamo a ragionare. Se la determinatezza \u00e8 la manifestazione oggettiva, e si realizza mediante lo sdoppiamento coscienziale, essa coincide in ultima istanza, ontologicamente, con il non-essere. Infatti, la manifestazione oggettiva \u00e8 rappresentata dal fenomeno, e il fenomeno &#8212; illusorio e transitorio, quindi impermanente &#8212; \u00e8 non-essere. Ora, come pu\u00f2 l&#8217;Essere contenere il non-essere? Eppure, quando Bhaskara afferma che l&#8217;Essere \u00e8 sia la determinatezza che l&#8217;indeterminatezza, dice in sostanza che esso \u00e8, e che, contemporaneamente, non \u00e8. Questo va bene, appunto, per spiegare la dialettica dell&#8217;Essere con il fenomeno, ma in una seconda fase (metafisica, non cronologica); per intanto, come si pu\u00f2 dire l&#8217;ontologicamente reale ha in s\u00e9 anche il principio della irrealt\u00e0? Per quanto seducente possa apparire, sulle prime, la teoria di Bhaskara, bisogna infine ammettere che essa termina in un vicolo cieco, che non porta in alcuna direzione. Da questa parte, non si approder\u00e0 mai a nulla.<\/p>\n<p>Torniamo invece al soggetto della conoscenza illusoria, cio\u00e8 alla mente individuale. Ad essa s\u00ec che conviene il connubio determinato-indeterminato, Essere-non essere. E precisamente, essa \u00e8 non-essere in quanto soggetto del fenomeno, Essere in quanto, a sua volta, oggetto dell&#8217;Atto puro, Dio. Ma come avviene che l&#8217;Essere si determini nelle menti individuali, senza perci\u00f2 stesso determinarsi quanto a s\u00e9 stesso, senza manifestazione fenomenica, senza sdoppiamento coscienziale: questo \u00e8 un mistero, e non ci vergognamo di riconoscerlo. \u00c8 meglio chiamar le cose con il loro nome, piuttosto che pretendere di spiegar tutto con delle vuote parole che soddisfano la nostra vanit\u00e0, ma non il nostro intelletto. Per l&#8217;intelletto, dire che l&#8217;Essere \u00e8 determinato e indeterminato, dire che \u00e8 e non \u00e8, significa formulare delle proposizioni letteralmente prive di significato concettuale. Perch\u00e9 bisogna che l&#8217;Essere sia l&#8217;opposto del fenomeno, e non che abbia in s\u00e9 stesso <em>anche<\/em> il fenomeno: altrimenti, donde nascerebbe questo fenomeno originario? No: il fenomeno nasce dall&#8217;Essere, e non \u00e8 ontologicamente compresente in questo. Se lo fosse, vorrebbe dire che l&#8217;Essere non \u00e8 tale.<\/p>\n<p>Riassumendo, vi sono come tre piani gnoseologici: quello dell&#8217;effetto, che \u00e8 il mondo fenomenico; quello di coincidenza della causa e dell&#8217;effetto, che si realizza nell&#8217;intuizione delle menti individuali e che non \u00e8 propriamente un piano, ma una intersezione di piani diversi di realt\u00e0; e quello della Causa assoluta, dell&#8217;Atto puro: Dio. Ma, dal punto di vista ontologico, la realt\u00e0 \u00e8 unica, e coincide con quella dell&#8217;Essere, che \u00e8 <em>causa sui<\/em>. Quanto alle menti individuali, esse nel fenomeno conoscitivo sono vittime di una doppia illusione: A) che esista un mondo fenomenico in s\u00e9 e per s\u00e9; B) che esse medesime siano qualche cosa di distinto dall&#8217;Essere. La prima illusione \u00e8 dovuta al fatto che Dio pensa il mondo fenomenico nelle menti individuali, all&#8217;interno di esse, e dunque senza reale concorso di alcuna sostanza materiale. La seconda illusione poggia su un dato reale: la creazione; ma su di essa non siamo in grado di dire nulla. Di codesta separazione coscienziale tra noi, soggetti finiti, e Dio, Soggetto Infinito, possiamo dire soltanto che \u00e8 certamente illusoria sul piano dell&#8217;Assoluto, perch\u00e9 niente \u00e8 fuori dell&#8217;Essere, cio\u00e8 fuori di Dio medesimo; ma, in certo qual modo, reale sul piano del relativo, poich\u00e9 &#8212; misteriosamente &#8212; noi siamo gi\u00e0 in Dio, senza tuttavia coincidere perfettamente con la sua essenza. Se noi coincidessimo con Dio, la nostra libert\u00e0 morale ne risulterebbe annientata, ed anche il nostro attuale porci tali problemi non sarebbe neppure pensabile.<\/p>\n<p>Nel Vangelo di Giovanni, si ribadisce pi\u00f9 volte il concetto che noi siamo in Dio, pur continuando ad essere noi stessi, dunque continuando a dover compiere quotidianamente la nostra libera scelta morale. Egli ha detto, ad esempio: &quot;Rimanete nel mio amore&quot; (Giov., XV, 9), e non: &quot;Venite nel mio amore&quot;, significando che noi siamo gi\u00e0 in lui, e che tutto quanto egli ci chiede \u00e8 di non allontanarcene. Ora, se possiamo allontanarci da lui, vuol dire che siamo liberi; e siamo liberi perch\u00e9 siamo in lui, pur essendo altra cosa da lui. E alla domanda di Filippo, Ges\u00f9 ha risposto in maniera ancora pi\u00f9 esplicita: &quot;Chi ha visto me, ha visto il Padre&quot; (id., XIV, 9). La Rivelazione afferma che essere in Cristo, anzi <em>rimanere<\/em> in Cristo come i tralci sono legati alla vite, significa essere e rimanere in Dio stesso. D&#8217;altra parte, rimanere in lui significa appunto compiere una libera scelta. Cos\u00ec, se \u00e8 vero che tutte le menti individuali sono gi\u00e0 presenti fin dall&#8217;inizio nella mente di Dio, \u00e8 pur vero che per rimanervi debbono affrontare un <em>aut-aut<\/em>. Questa \u00e8 la dinamica del rapporto tra Spirito Infinito e spiriti finiti, senza la quale tutto sarebbe ridotto a una immobilit\u00e0 mortificante.<\/p>\n<p>Se la concezione aristotelica di Dio \u00e8 fondamentalmente agnostica, quella cristiana provoca invece ad una scelta radicale. Essere in Dio e <em>rimanere<\/em> in lui non sono, automaticamente, la medesima cosa. Vi \u00e8 un punto del quarto Vangelo, in cui ci\u00f2 viene affermato in modo chiarissimo: &quot;Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perch\u00e9 tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch&#8217;essi una cosa sola, perch\u00e8 il mondo creda che tu mi hai mandato.&quot; (gv., XVII, 20-21). Da ci\u00f2 risulta che rifiutare il rapporto con Dio significa, per le menti individuali, precipitare nel non-essere, dissolversi nel nulla. &quot;Io sono la vite, voi i tralci.; chi rimane in me ed io in lui, questi porta molto frutto. Perch\u00e9 senza di me non potete fare niente.Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.&quot;(Gv., XV, 5-6.<\/p>\n<p><strong>SIGNIFICATO DELLA ILLUSIONE FENOMENICA.<\/strong><\/p>\n<p>Ci si domander\u00e0 certamente quale sia lo scopo, quale il significato della illusione fenomenica in cui cadono le menti individuali. Se infatti la materia non esiste, perch\u00e9 Dio avrebbe voluto creare in noi l&#8217;illusione di un mondo materiale, sussitente al di fuori di noi? E se la nostra distinzione ontologica nei suoi confronti \u00e8 soltanto relativa, perch\u00e9 ha voluto che la percepissimo come assoluta? La risposta a queste due domande \u00e8 unica, e lui solo ne ha esatta conoscenza. Quanto a noi, senza pretendere certamente di entrare nel vivo dei suoi disegni, avanzeremo l&#8217;ipotesi che si tratti di una risposta di ordine morale. In altri termini, tanto la percezione illusoria del mondo materiale, quanto la percezione semi-illusoria della nostra indipendenza ontologica da Dio, avrebbero lo scopo di metterci al banco di prova della responsabilit\u00e0 etica.<\/p>\n<p>Se ci\u00f2 \u00e8 vero, ne consegue che l&#8217;illusione di un mondo materiale cessa di assumere l&#8217;aspetto alquanto sgradevole di un capriccioso inganno divino a danno delle menti individuali (qualcosa, magari, come l&#8217;incantesuimo di Oberon nei confronti di Titania nel shakespeariano <em>Sogno di una notte di mezza estate<\/em>). Un tale Dio ingannatore, infatti, assomiglierebbe un po&#8217;troppo al d\u00e8mone maligno ipotizzato dalla gnoseologia cartesiana (cfr. la prima parte del presente lavoro). Non avrebbe, dal punto di vista (e sia pur limitato) delle menti individuali, l&#8217;aspetto dell&#8217;artefice di una costruzione sapiente e generosa, volta a porre le condizioni esistenziali atte a suscitare il nostro risveglio morale. Perch\u00e9 noi, essendo fin dall&#8217;inizio all&#8217;interno dell&#8217;amore di Dio (&quot;rimanete nel mio amore&quot;!), siamo in certo qual senso come addormentati alla luce dell&#8217;eticit\u00e0. \u00c8 solo con la libera scelta di rimanere nel suo amore che avviene il nostro risveglio morale. Ora, per rendere possibile tale risveglio, sono necessarie appunto queste due condizioni: A), che vi sia un mondo fenomenico entro il quale dispiegare la nostra azione (n\u00e9 importa che tale mondo fenomenico sia propriamente illusorio, e quindi illusoria la nostra azione su di esso); B), che il nostro rapporto con Dio non sia sentito come vincolante &#8211; quindi ontologicamente non duale &#8211; ma, al contrario, come indipendente e duale. E anche in questo caso, non importa che tale dualit\u00e0 sia illusoria in senso assoluto, cio\u00e8 ontologico; importa che sia effettiva nella sfera del relativo, e che quindi lasci impregiudicata la nostra scelta morale.<\/p>\n<p>Il fatto che l&#8217;azione delle menti individuali sul mondo fenomenico sia illusoria (cos\u00ec come illusoria, in senso assoluto, \u00e8 la loro indipendenza da Dio) non deve generare equivoci. Quel che conta in senso assoluto, e cio\u00e8 allo sguardo di Dio, \u00e8 che noi facciamo la nostra scelta morale come se essa avesse realmente il potere di agire sul mondo fenomenico, come se essa avesse realmente il potere di essere svincolata da lui. Infatti quel che conta non \u00e8 l&#8217;azione (che sar\u00e0 illusoria, essendo illusorio l&#8217;oggetto verso cui \u00e8 diretta), ma <em>l&#8217;intenzione<\/em> che sta all&#8217;origine dell&#8217;azione &#8211; e cio\u00e8, lo ripetiamo, la responsabilit\u00e0 morale individuale.<\/p>\n<p>Tenteremo di chiarire questo fondamentale concetto servendoci di un esempio concreto. Se io ho una pistola che credo carica in pugno, e premo il grilletto con l&#8217;intenzione deliberata di uccidere un altro essere umano, ovviamente non potr\u00f2 ucciderlo in senso materiale (infatti la pistola \u00e8 scarica): tuttavia, moralmente, l&#8217;ho voluto uccidere, e di fatto ho compiuto un omicidio entro la mia coscienza. Il fatto che l&#8217;omicidio non sia stato consumato materialmente \u00e8 irrilevante, poich\u00e9 \u00e8 dipeso da circostanze totalmente estranee alla mia volont\u00e0, che era volont\u00e0 di uccidere. L&#8217;esempio diverr\u00e0 ancora pi\u00f9 chiaro quando avremo riflettuto che in effetti, non essendovi un mondo materiale in s\u00e9 e per s\u00e9, non esiste n\u00e9 pistola, n\u00e9 persona fisica di colui che la impugna, n\u00e9 di colui che se la vede puntare contro. Cosa rimane, allora? Rimane la pura e semplice scelta morale, in questo caso la mia volont\u00e0 di uccidere. Nella sfera puramente spirituale, infatti, non v&#8217;\u00e8 pistola scarica che, all&#8217;ultimo momento, possa rendere impossibile l&#8217;omicidio, ma solo una pistola carica: quella della mia mente, quella della mia volont\u00e0. Le leggi umane faranno distinzione tra pistola carica e pistola scarica, tra omicidio consumato e omicidio unicamente desiderato; nel nostro caso, esse parleranno di &quot;tentato omicidio&quot;, e applicheranno una pena meno severa di quella riservata all&#8217;omicidio materiale. Ma la legge di Dio, crediamo, ragioner\u00e0 altrimenti. Davanti al suo sguardo non v&#8217;\u00e8 alcun elemento materiale che possa confondere la situazione, nessuna pistola che avrebbe dovuto essere carica e invece era scarica: l&#8217;omicidio voluto \u00e8, sempre e comunque, omicidio consumato. Quello che conta, insomma, \u00e8 l&#8217;intenzionalit\u00e0 della coscienza.<\/p>\n<p>&quot;Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gi\u00e0 commesso adulterio con lei nel suo cuore&quot;, dice Ges\u00f9 a un certo punto (Mt., V, 27-28). Egli non dice: &quot;E&#8217; come se avesse commesso adulterio&quot;; ma dice: &quot;Ha gi\u00e0 commesso adulterio&quot;! E non dice nemmeno: &quot;chiunque guarda una donna per averla&quot;; ma dice: &quot;chiunque guarda una donna per desiderarla&quot;! L&#8217;intenzione buona o cattiva, ai suoi occhi, \u00e8 sufficiente; l&#8217;occasione materiale di realizzarla \u00e8, per lui, irrilevante. Abbiamo detto che l&#8217;intenzione \u00e8 sufficiente anche nel caso della scelta buona, cio\u00e8 in accordo con la legge morale. Ascoltiamo ancora la viva voce di Ges\u00f9 a proposito dell&#8217;obolo della vedova nel Tempio: &quot;In verit\u00e0 vi dico: questa vedova, povera, ha messo pi\u00f9 di tutti&quot; (Lc., XX, 3). Eppure la donna aveva gettato nel tesoro del Tempio soltanto due spiccioli, mentre i ricchi vi avevano gettato offerte ben pi\u00f9 consistenti. E tuttavia, torniamo a rileggere il passo del Vangelo: scopriremo che Ges\u00f9 non dice: &quot;questa vedova, povera, \u00e8 <em>come se<\/em> avesse messo pi\u00f9 di tutti&quot;; ma dice chiaro e tondo: &quot;questa vedova, povera, <em>ha messo<\/em> pi\u00f9 di tutti&quot;.<\/p>\n<p>Ci premeva sottolineare questo punto, perch\u00e9 dal concetto della illusoriet\u00e0 del mondo materiale non si sia tentati di trarre la comoda conclusione che anche il male ed il bene compiuti all&#8217;interno di codesta illusione sono, essi pure, illusori. No: caduto il velo del fenomeno, l&#8217;unica cosa che resta \u00e8 proprio la responsabilit\u00e0 morale: ed essa \u00e8 realta, non illusione!<\/p>\n<p>Ascoltiamo ancora le parole del Vangelo. Preanunciando il giudizio finale, Ges\u00f9 dice &quot;a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti dal padre mio&#8230; perch\u00e9 io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, , ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi&quot; (Mt., XXV, 34-36). Che cosa significa questo? I buoni glie lo chiederanno, dicendo: &quot;Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?&quot; (id., 37-39). E Ges\u00f9 allora spiega, con le parole che user\u00e0 il Padre: &quot;In verit\u00e0 vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi fratelli pi\u00f9 piccoli, l&#8217;avete fatta a me.&quot; (id., 40). Attenzione: Ges\u00f9 non dice: &quot;E&#8217; come se l&#8217;aveste fatta a me&quot;, ma dice: &quot;L&#8217;avete fatta a me&quot;. \u00c8 terribile questa chiarezza di Ges\u00f9, come lo \u00e8 quando dice di coloro che staranno alla sinistra: &quot;Non l&#8217;avete fatto a me&quot; (id, 45). L&#8217;intenzione dunque, agli occhi di Dio, ci giudica; l&#8217;intenzione buona o cattiva, non i suoi effetti pratici (che sono comunque, a nostro avviso, illusori). Su questo punto, Cristo non avrebbe potuto essere pi\u00f9 chiaro. Fare il bene o fare il male \u00e8 illusione sul piano del fenomeno, ma \u00e8 realt\u00e0 nel piano della coscienza. Ed \u00e8 su questo piano che le nostre scelte ci renderanno testimonianza davanti all&#8217;Assoluto: per il bene e per il male.<\/p>\n<p>Da quanto abbiamo detto, \u00e8 chiaro che il male non ha consistenza ontologica vera e propria: in quanto allontanamento da Dio (rifiuto di rimanere nel suo amore), esso \u00e8 propriamente non-essere, privazione radicale dell&#8217;Essere. Ma in quanto le menti individuali sono metafisicamente sospese tra l&#8217;Essere e il fenomeno, dunque tra l&#8217;Essere e il non-essere, il male ha un suo peso all&#8217;interno del mondo fenomenico. A questo punto, l&#8217;obiezione pi\u00f9 ovvia e immediata alla nostra teoria, dovrebbe essere la seguente: &quot;Come va che noi sentiamo nella nostra vita il bene ed il male (ma soprattutto il male!) come terribilmente reali?&quot;. La vita all&#8217;interno del fenomeno &#8211; si dir\u00e0 &#8211; \u00e8 illusione, e va bene; ma intanto, non \u00e8 forse vero che noi gioiamo e soffriamo, come se non lo fosse?&quot;. E proprio questo \u00e8 il punto: come se non lo fosse, ma in realt\u00e0 lo \u00e8. Infatti se io, nel sogno, vengo inseguito e azzannato da una tigre, provo terrore e sofferenza. Nondimeno, al risveglio, constato che non mi \u00e8 accaduto, in realt\u00e0, proprio niente. E la stessa cosa avviene nella nostra vita quotidiana, che crediamo fatta di realt\u00e0 materiale, mentre in essa non vi \u00e8 che l&#8217;illusione del fenomeno e la sola realt\u00e0 della nostra coscienza etica.<\/p>\n<p>Dal momento che io sono, profondamente anche se erroneamente, convinto che questo corpo di carne e sangue esista e sia mio &#8211; molto pi\u00f9 mio, ad esempio, dei vestiti che indosso, o della casa che abito &#8211; avviene che se la tigre mi azzanna <em>veramente<\/em> (intendiamo dire non nel sogno), provo terrore e sofferenza. Ma \u00e8 un <em>credere<\/em> di soffrire, proprio come lo era nel sogno; e un <em>credere<\/em> di morire. &quot;Eh no &#8211; dir\u00e0 qualcuno a questo punto -, vada per il credere di soffrire; ma morire, si muore davvero! Non \u00e8 una sensazione soggettiva. Non possono testimoniare tutti gli altri, se una persona \u00e8 viva o mota?&quot;. Ahim\u00e9, non lo possono; perch\u00e9 tutto quel che possono dire <em>tutti gli altri<\/em> (cio\u00e8, le altre menti individuali) \u00e8 che io sono stato ucciso da una tigre. Ma del mio mondo coscienziale, essi ne sanno tanto quanto prima. In realt\u00e0, nulla ne sapevano <em>prima<\/em>, perch\u00e9 le menti individuali riproducono, ciascuna per proprio conto, la creazione fenomenica la cui origine \u00e8 dall&#8217;Essere, e sono quindi &#8211; le une verso le altre &#8211; come altrettante monadi senza porte e senza finestre, per dirla con Leibniz; o come altrettanti universi formati, per dirla con Spengler. Di conseguenza, gli altri non sapevano nulla del mio mondo coscienziale prima che la tigre mi assalisse, e nulla ne sapranno dopo che essa mi avr\u00e0, secondo la loro (e mia) illusione, ucciso. Illusione perch\u00e9 non v&#8217;\u00e8 materia: dunque n\u00e9 tigre, n\u00e9 corpo, n\u00e9 occhi con i quali osservare, dall&#8217;esterno, la scena: lo spirito, infatti, non pu\u00f2 essere ucciso. Ma perch\u00e9 affermiamo che le singole menti individuali sono reciprocamente isolate e che ricreano &#8211; con la mediazione della mente divina &#8211; il mondo fenomenico, l&#8217;una indipendentemente dall&#8217;altra?<\/p>\n<p>Proviamo a considerare la cosa. Il dato di base, dal quale non \u00e8 possibile prescindere, \u00e8 la differenziazione strutturale, non eliminabile, dei singoli spiriti finiti. Negare questo dato, significa sostenere che non v&#8217;\u00e8 alcuna differenza costituzionale fra un essere e l&#8217;altro, fra la mente di un infelice ritardato e quella di Leonardo da Vinci. Quel che a Dio importa, per\u00f2, non \u00e8 il grado di perfezione contingente delle singole menti individuali &#8211; che non dipende da esse &#8211; ma l&#8217;uso che ciascuna, concretamente, ne fa. La parabola dei talenti sottolinea l&#8217;importanza dell&#8217;impegno morale individuale, a dispetto della distribuzione diseguale dei talenti operata dal padrone (cfr. Mt., XXV, 14-30). Il fatto che la punizione ricada proprio sul servitore che aveva ricevuto un unico talento, vuole ammonirci che tale diseguale distribuzione non pu\u00f2 essere invocata come scusante per l&#8217;inerzia morale da parte di alcuno, nemmeno da chi \u00e8 stato oggettivamente meno favorito. Ancora una volta, quel che conta &#8211; al cospetto di Diuo &#8211; \u00e8 l&#8217;intenzione. Ora, se le menti individuali sono strutturate in maniera diversificata tra loro, la creazione del mondo fenomenico che Dio compie all&#8217;interno di esse, dovr\u00e0 necessariamente riprodursi sotto forma di modificazione soggettiva. Impropriamente, potremmo dire che si tratta di una <em>ri-creazione<\/em> del fenomeno da parte del singolo soggetto, ossia della singola mente individuale, volendo con ci\u00f2 significare che il suo ruolo non \u00e8 esclusivamente passivo, ma anche &#8211; in parte &#8211; attivo. \u00c8 passivo nella misura in cui, effettivamente, <em>riceve<\/em> dalla mente divina la creazione del mondo fenomenico; \u00e8 attivo nella misura in cui lo <em>recepisce<\/em> all&#8217;interno della propria struttura, particolare e irripetibile, e tende ad agire su di esso, modificandolo, a partire da tale struttura.<\/p>\n<p>La realt\u00e0, dunque, \u00e8 che le singole menti individuali non percepiscono una &quot;realt\u00e0 esterna&quot; uguale per tutte e alla stessa maniera, bens\u00ec che si rappresentano, e in una certa misura si creano, tanti mondi fenomenici quante sono esse menti individuali. Se noi avessimo una coscienza sufficientemente chiara di codesto fatto, potremmo almeno cercar di lavorare per ovviare agli inconvenienti pi\u00f9 gravi che produce nella sfera della prassi. Ma, in generale, siamo fermamente convinti che esista, al di fuori di noi &quot;spettatori soggettivi&quot;, un mondo in s\u00e9 e per s\u00e9, dato una volta per tutte e dunque identico per ciascuno di noi. Crediamo, cio\u00e8, che le differenze nella nostra percezione del mondo esterno dipendano in parte dalla nostra diversa collocazione, gli uni rispetto agli altri, nella sfera spazio-temporale; e in parte dal fatto che i nostri organi percettivi e le nostre coscienze, che unificano i dati da essi fornitici, sono simili ma non perfettamente identici; ma non dubitiamo che la realt\u00e0 esterna sia unica e indipendente, insomma &quot;oggettiva&quot;. A causa di questa convinzione, le difficolt\u00e0 aumentano: \u00e8 come se credessimo che le nostre difficolt\u00e0 di comunicazione dipendano semplicemente da un fatto contingente (ad esempio, linguistico) e non da un fatto strutturale (da una diversa concezione del mondo).<\/p>\n<p>Quando due menti individuali parlano di codesto &quot;mondo&quot;, ossia del fenomeno, sono pertanto convinte di designare una realt\u00e0 oggettiva, recepita come tale da entrambe; mentre, in realt\u00e0, parlano &#8211; senza avvedersene &#8211; non gi\u00e0 dello stesso mondo, ma di due mondi completamente diversi. &quot;Non ti riconosco pi\u00f9&quot;, esclama la moglie delusa al marito, in un matrimonio che si sta sfasciando; e lui, come chi sia stato defraudato di qualche cosa: &quot;Non sei pi\u00f9 quella di prima&quot;. Questo \u00e8 un esempio abbastanza tipico, e speriamo possa servire a chiarire quel che stiamo dicendo. La realt\u00e0 \u00e8 che nessuna mente individuale conosce l&#8217;altra (se la conoscenza \u00e8 un fatto, per cos\u00ec dire, oggettivabile); viceversa, pu\u00f2 <em>ri-crearla<\/em> per mezzo del coinvolgimento affettivo. E questo avviene nei due sensi, dell&#8217;amore e dell&#8217;odio. In entrambi i casi la mente individuale getta, per cos\u00ec dire, un ponte in direzione delle altre menti individuali &#8211; normalmente inaccessibili -, dipingendosele con colori molto luminosi o molto scuri, a seconda del grado di empatia o di avversione. I due coniugi dell&#8217;esempio precedente <em>credevano<\/em> di conoscersi, ma in realt\u00e0 non si erano mai conosciuti, perch\u00e9 mai una mente finita pu\u00f2 conoscere un&#8217;altra mente finita (ed \u00e8 perfino dubbio che possa arrivare a conoscere veramente s\u00e9 stessa). Si erano, bens\u00ec, creati l&#8217;immagine l&#8217;uno dell&#8217;altra, in virt\u00f9 dell&#8217;amore; poi, venuto meno l&#8217;amore, anche la creazione \u00e8 venuta meno, ed essi si sono scoperti reciprocamente per quello che in realt\u00e0 erano: due perfetti estranei.<\/p>\n<p>Invero, <em>conoscere<\/em> il prossimo \u00e8 impossibile, perch\u00e9 noi non sappiamo nulla del suo mondo; possiamo, per\u00f2, ri-crearlo per mezzo dell&#8217;amore (o dell&#8217;odio, che \u00e8 semplicemente amore capovolto, cio\u00e8 amore frustrato e inconsapevole). Questo, ci sembra, \u00e8 il significato dell&#8217;esortazione di Ges\u00f9, che non fa appello alla ragione e alla nostra capacit\u00e0 di comprendere solo per via razionale: &quot;Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni con gli altri: come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri&quot; (Gv., XIII, 34). La sola possibile forma di conoscenza, dunque, \u00e8 l&#8217;amore, bench\u00e8 si tratti pi\u00f9 di una vera creazione che di una semplice conoscenza (e anche l&#8217;odio: amore e odio sono i sentimenti che pi\u00f9 ci avvicinano a cogliere l&#8217;intima realt\u00e0 dell&#8217;<em>altro<\/em>, presentandocelo per\u00f2, come si disse, con opposte lenti deformanti). Il fatto che una persona sia oggetto di tante forme di conoscenza quante sono le persone con cui entra in contatto (diceva Pirandello: &quot;uno, nessuno e centomila&quot;) dimostra che non v&#8217;\u00e8 conoscenza possibile e oggettiva tra le diverse menti individuali. E il fatto che quella medesima persona, indifferente a tutte le altre, possa diventare la somma di tutte le beatitudini (o il concentrato di tutti i rancori) per un&#8217; altra ed una sola altra, dimostra che l&#8217;amore (e, paradossalmente, l&#8217;odio) pu\u00f2 compiere il &quot;salto&quot; dall&#8217;una all&#8217;altra, oltrepassando le insufficienze della conoscenza grazie a quella forma di intuizione che \u00e8 l&#8217;amore (o l&#8217;odio). L&#8217;amore infatti \u00e8 superiore al pensiero, perch\u00e9 esso pu\u00f2 comprendere anche il pensiero, ma il pensiero non potr\u00e0 mai comprendere in s\u00e9 stesso anche l&#8217;amore. Il pensiero \u00e8 una forma di conoscenza &quot;fredda&quot;, l&#8217;amore \u00e8 una forma di conoscenza &quot;calda&quot; (come lo \u00e8 l&#8217;odio). Il pericolo, d&#8217;altra parte, \u00e8 che tale conoscenza &quot;calda&quot;, essendo &#8211; come si \u00e8 detto &#8211; piuttosto una forma di nuova creazione dell&#8217;oggetto (una creazione di secondo grado; quella di primo grado \u00e8 il pensiero dell&#8217;oggetto creato dallo Spirito Infinito nei singoli spiriti finiti), finisca per creare pi\u00f9 equivoci e malintesi della pura e semplice non-conoscenza. La peggior delusione che pu\u00f2 darsi, nel rapporto fra due menti individuali, \u00e8 quella della scoperta che l&#8217;altra non corrisponde affatto all&#8217;immagine che ci si era creati all&#8217;inizio; essa genera una specie di sofferenza assai pi\u00f9 grande della pura e semplice incomprensione fra due menti che non riescono a comprendersi, e quindi a conoscersi, fin dall&#8217;inizio).<\/p>\n<p>L&#8217;amore, dunque, \u00e8 una forma di creazione; ed \u00e8 di tanto superiore alla conoscenza, quanto l&#8217;intuizione lo \u00e8 rispetto al nesso causale. E cos\u00ec come vi sono tre piani della conoscenza (uno solo dei quali reale), il fenomeno, la mente individuale l&#8217;Essere, cos\u00ec vi sono tre forme della intuizione. L&#8217;intuizione del fenomeno \u00e8 quella che si realizza nei confronti della materia e culmina nella creazione estetica, la quale mira a realizzare il massimo valore che la materia offra: la bellezza. La seconda forma d&#8217;intuizione \u00e8 quella reciproca fra le menti individuali, che culmina nell&#8217;amore disinteressato; essa tende a concretizzare il massimo valore di cui gli spiriti finiti siano capaci: la bont\u00e0. La terza ed ultima forma d&#8217;intuizione, la pi\u00f9 alta, \u00e8 quella che ci mette in rapporto a Dio. La sua categoria fondamentale \u00e8 la verit\u00e0, ma essa comprende pure le altre due sintesi: la bont\u00e0 e la bellezza; cos\u00ec come l&#8217;intuizione della seconda forma &#8211; la bont\u00e0 &#8211; comprende anche la prima: la bellezza.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 ben vero che fra le tre diverse forme d&#8217;intuizione v&#8217;\u00e8 un salto, come voleva Kierkegaard, ma occorre subito aggiungere che se il loro rapporto di subordinazione reciproca viene rettamente inteso, esse possono costituire l&#8217;una il trampolino nei confronti della successiva, fino all&#8217;ultima: ove, per misteriosi canali, Dio opera in noi la riconciliazione finale fra le loro apparenti contraddizioni. Non sappiamo come ci\u00f2 avvenga: ma siamo ben certi che verit\u00e0, bont\u00e0 e bellezza &#8211; come pensava Jakob Burckhardt &#8211; sono sorelle inseparabili, e che dunque ci\u00f2 che ora, in esse, ci appare contrastante, non ha valore sul piano dell&#8217;Assoluto. Forse, l&#8217;errore nasce allorch\u00e8 noi attribuiamo un valore autonomo ed autosufficiene alle prime due forme d&#8217;intuizione, bellezza e bont\u00e0. La bellezza, considerata in s\u00e9 e per s\u00e9, libera da ogni legame dialettico con la verit\u00e0 e la bont\u00e0, non pu\u00f2 che condurre all&#8217;idolatria della materia, cio\u00e8 a una forma degradante di schiavit\u00f9. Ma quando il rapporto reciproco fra di esse viene compreso, cadono gli elementi di confusione, e ogni cosa riacquista i suoi autentici contorni. Allora apparir\u00e0 evidente, per esempio, che la vera bellezza non \u00e8 separabile dalla bont\u00e0, n\u00e9 quest&#8217;ultima dalla verit\u00e0; e ritroveremo nella bellezza il suo significato pi\u00f9 pieno, e nella bont\u00e0 la sua dimensione pi\u00f9 vera e profonda.<\/p>\n<p>La realizzazione completa dell&#8217;ultimo stadio, l&#8217;intuizione del nostro intimo rapporto con Dio, non \u00e8 cosa per\u00f2 di questo mondo. Spiriti grandi, quasi sovrumani, hanno potuto &#8211; al massimo &#8211; sfiorarla fugacemente. Ma ci\u00f2 che per ora pu\u00f2 realizzarsi solo come balen\u00eco istantaneo della coscienza, a suo tempo sar\u00e0 gioia perfetta: la fine di un sogno e la riunificazione ineffabile col Tutto.<\/p>\n<p><strong>CONCLUSIONE.<\/strong><\/p>\n<p>Ma non congediamoci cos\u00ec dal fenomeno, quasi con un senso di amara prigionia. Non calunniamo la vita, come fece Platone quando disse che il corpo \u00e8 la tomba dell&#8217;anima, o come fece e fa la filosofia indiana, quando lamenta che il mondo \u00e8 dolore senza fine. La realt\u00e0 fenomenica \u00e8 creata nelle nostre menti da Dio: e, anche se i suoi disegni ultimi ci restano imperscrutabili, non malediciamo la sua creazione! Poich\u00e9 viene da lui, deve essere buona; e se \u00e8 un&#8217;illusione, \u00e8 illusione a fin di bene, non crudele inganno. Ricordiamo che la materia ci allontana dall&#8217;Essere solo se noi, per colpevole idolatria, la innalziamo al grado dell&#8217;autosufficienza. Come gi\u00e0 ben sapeva la religiosit\u00e0 medioevale, amare la creatura \u00e8 male solo se dimentichiamo il rapporto necessario che la lega al creatore. Ma in quanto egli l&#8217;ha creata, non pu\u00f2 essere che un bene.<\/p>\n<p>Invero, vi sono una bellezza e un&#8217;armonia meravigliose nella materia, se considerata nel suo giusti rapporto con il Tutto. Vi sono dei tesori tali in essa, dalla timida primula che si affaccia all&#8217;ombra dei fossi di marzo, su su fino alla v\u00f2lta immensa del cielo azzurro, che solo la sbadatezza dell&#8217;abitudine ci impedisce di tornare a gioirne con sorpresa sempre nuova. L&#8217;abitudine e un pusillanime bisogno di vittimismo hanno chiuso i nostri occhi alla bellezza, hanno indurito come pietra i nostri cuori. Ma Dio disse. &quot;Dar\u00f2 a voi un cuore nuovo, e porr\u00f2 in voi uno spirito nuovo; toglier\u00f2 il cuore di pietra dal vostro corpo e vi dar\u00f2 un cuore di carne&quot; (Ez., XXXVI, 26). Ed \u00e8 veramente tempo di riappropriarci del nostro cuore di carne. Un cuore di carne, che sente; non un cuore di pietra.<\/p>\n<p>A tutti coloro che calunniano la vita, siano essi filosofi o uomini della strada, vogliamo far vedere il mondo cos\u00ec come lo sapeva vedere una fanciulla sofferente, che una rara e crudele malattia ha portato via con s\u00e9 all&#8217;alba della vita: &quot;<em>Oh che bellissime nuvole si affacciano alla finestra! Vengono a salutarmi e a farmi festa perch\u00e9 oggi sto bene, oggi respiro respiro respiro respiro, ed \u00e8 meraviglioso!<\/em>&quot; (dal <em>Diario di una bambina<\/em>, Cittadella, 1981, p. 17).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Viene qui riportata la Seconda Parte del libro &quot;L&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Essere&quot; di F. Lamendola, editore Lalli, Poggibonsi (Siena), 1985, pagg. 69-98.. 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