{"id":26211,"date":"2008-02-04T02:14:00","date_gmt":"2008-02-04T02:14:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/04\/un-film-al-giorno-lisola-delle-svedesi-di-silvio-amadio-1969\/"},"modified":"2008-02-04T02:14:00","modified_gmt":"2008-02-04T02:14:00","slug":"un-film-al-giorno-lisola-delle-svedesi-di-silvio-amadio-1969","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/04\/un-film-al-giorno-lisola-delle-svedesi-di-silvio-amadio-1969\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abL&#8217;isola delle svedesi\u00bb di Silvio Amadio (1969)"},"content":{"rendered":"<p>La ragazza in bikini sta fuggendo affannosamente, trascinandosi sulle dune di sabbia; si intuisce che dev&#8217;essere inciampata nella frenesia di allontanarsi e che sta cercando di rimettersi in equilibrio; i lunghi capelli in disordine, mossi dal vento, le disegnano una maschera sul visto, una maschera in cui sono dipinti il terrore, l&#8217;angoscia, la disperazione. Come nella battaglia omerica in riva allo Scamandro, quando tutti i Troiani fuggono davanti alla spada implacabile di Achille, cos\u00ec la ragazza ha dipinta in viso una feroce volont\u00e0 di vivere ma, al tempo sesso, la consapevolezza di non avere pi\u00f9 alcuna via di scampo; di essere inesorabilmente condannata e di avere i minuti contati. Il suo corpo abbronzato, dalle belle forme, pare pietrificato nello spasmo dell&#8217;agonia, come una Niobide morente; nei suoi occhi, che s&#8217;intravedono appena tra le ciocche scomposte dei capelli castani, brilla l&#8217;ultima luce di una brama di salvezza destinata a spegnersi.<\/p>\n<p>Alle sue spalle, in distanza, un&#8217;altra ragazza, anch&#8217;essa in costume da bagno, si staglia in cima a una duna; ritta e sicura, coi capelli al vento, brandisce nella destra una carabina. Si capisce che sta dando la caccia all&#8217;altra; si intuisce che \u00e8 tremendamente decisa a farla finta, che non le dar\u00e0 tregua e che non desister\u00e0 fino a quando non avr\u00e0 ucciso la fuggitiva. Non si sa perch\u00e9 nutra un odio cos\u00ec implacabile nei suoi confronti; ma un odio cos\u00ec grande, cos\u00ec spietato, pu\u00f2 nascere solo da un sentimento altrettanto grande che poi, per qualche ragione, si \u00e8 orribilmente deformato, capovolgendosi nel suo contrario. Pertanto non \u00e8 difficile dedurre che le due ragazze, un tempo, devono essere state unite da un legame torbido e, tuttavia, estremamente intenso; che devono essersi amate.<\/p>\n<p>Infine un sole al tramonto, enorme, che richiama alla mente una macchia di sangue, fa da sfondo alla scena drammatica, splendendo infuocato su un paesaggio deserto e quasi allucinato; un sole che arde ma non riscalda, che non d\u00e0 una sensazione di calore, bens\u00ec di una freddezza quasi metallica, disumana.<\/p>\n<p>\u00c8 la locandina, originale e piuttosto ben concepita, di un film di Silvio Amadio uscito nelle sale cinematografiche nel 1969: <em>L&#8217;isola delle svedesi.<\/em> Dopo essere stato trattenuto qualche giorno presso la censura ministeriale, riappare tagliato di alcune scene e ridotto a una durata di 84 minuti, in omaggio al comune senso del pudore.<\/p>\n<p>Il <em>cast<\/em> \u00e8 assai ridotto, dato che la trama ricorda pi\u00f9 un dramma teatrale che un lungometraggio per il grande schermo; sono infatti i prolungati esterni, girati in una splendida isola del Mediterraneo, la Maddalena, a conferirgli la struttura tradizionale del film. Gli interpreti sono Catherine Diamant (che impersona il ruolo di Manuela) ed Eva Green (che interpreta Eleonora), le quali, da sole, reggono quasi tutto il film; e poi Wolfgang Hillinger e Nino Seguirini. Le musiche, non prive di fascino, sono di Roberto Pregadio; la fotografia \u00e8 di Aristide Massaccesi.<\/p>\n<p>Se abbiamo scelto di partire da questo film di serie b, che la critica d&#8217;autore ha bollato, in genere, come scadente prodotto erotico, \u00e8 perch\u00e9 riteniamo che il cinema &quot;minore&quot;, sia italiano che straniero, non sempre sia cos\u00ec male come lo descrivono i nostri superciliosi critici cinematografici; quelli, per intenderci, che attribuiscono quattro o cinque stelle a pellicole intellettualoidi e pretenziose, purch\u00e9 girate da qualche pezzo grosso e spocchioso; e scartano senza piet\u00e0 quelle dei registi &quot;minori&quot;.<\/p>\n<p>Talvolta questa cinematografia di serie b presenta alcuni pregi formali, ad esempio l&#8217;ambientazione e la qualit\u00e0 delle immagini, che, pur non compensando del tutto dei prodotti per altri versi confezionati alla bell&#8217;e meglio, magari ammiccando ai gusti pi\u00f9 banali del pubblico, salvano per\u00f2 il film, almeno parzialmente; altre volte sono l&#8217;originalit\u00e0 del soggetto, o la bravura di alcuni interpreti, o l&#8217;efficacia della sceneggiatura, ad emergere e ad innalzarsi al di sopra del resto; oppure l&#8217;ambientazione \u00e8 intrigante quanto basta per creare una sottile atmosfera, che prende lo spettatore e lo avvince allo schermo, anche se la trama \u00e8 elementare e la psicologia dei personaggi delineata in maniera approssimativa e frettolosa.<\/p>\n<p>In ogni caso, non si dovrebbe fare di tutta l&#8217;erba un fascio e gettare all&#8217;inferno <em>tutta<\/em> la produzione dei registi cosiddetti minori; proprio come un modestissimo albergo a due stelle che, magari, \u00e8 riscattato da alcuni particolari: la genuinit\u00e0 della cucina, la simpatia del personale, la bellezza non sofisticata del paesaggio che si gode dai balconi.<\/p>\n<p>I critici cinematografici sono affetti, in genere, dallo stesso vizio di fondo di quelli letterari ed artistici: quello di emettere giudizi, per inguaribile snobismo e per una forma di ossequio verso i nomi famosi dell&#8217;<em>establishment<\/em> culturale, che sono molto lontani da quelli di un pubblico mediamente educato. Per decenni ci hanno raccontato che Moravia era un grande scrittore e Guttuso il <em>non plus ultra<\/em> della pittura; salvo poi ammettere, quando ormai lo hanno compreso anche i pi\u00f9 ostinati, che le cose stavano un po&#8217; diversamente; e, a quel punto, eccoli ben fissi e inquadrati, esclamare: \u00abContrordine, compagni!\u00bb, e via di corsa dietro a un nuovo conformismo.<\/p>\n<p>Fino alla prossima figuraccia.<\/p>\n<p>Stavamo dicendo che la vicenda de <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em> \u00e8 estremamente semplice e che la storia si potrebbe ridurre a un atto unico teatrale, una sorta di commedia erotico-turistica ove una spiaggia e un grande sole mediterraneo, come quello che domina la locandina del film, potrebbe sostituire da un <em>poster<\/em> appeso al muro le gite in motoscafo delle due protagoniste, il vento che scompiglia loro i capelli, il mare che si frange sulle spiagge solitarie di una natura pressoch\u00e9 incontaminata (tale era ancora, ma per poco, nei mitici anni Sessanta).<\/p>\n<p>Manuela ha avuto un grosso litigio con il suo fidanzato e parte, arrabbiata e confusa, per un&#8217;isola della Sardegna, ospite nella villa della sua amica Eleonora, che vive sola e l&#8217;ha inviata a passare un po&#8217; di tempo con lei.<\/p>\n<p>Nell&#8217;atmosfera sensuale di una natura panica, che ricorda il <em>Meriggio<\/em> di D&#8217;Annunzio, tra le due donne l&#8217;amicizia si trasforma rapidamente in un sentimento pi\u00f9 intenso, verso un&#8217;attrazione proibita che \u00e8 innanzitutto quella dei sensi. Eleonora, che ha gi\u00e0 osservato l&#8217;amica fare il bagno, nuda, di notte, ed \u00e8 fortemente attratta dalla sua bellezza, offre a Manuela quella comprensione e quella ammirazione incondizionata di cui sembra aver bisogno, per curare le ferite dalle quali \u00e8 reduce. E cos\u00ec, senza pi\u00f9 fingere, le due giovani donne scivolano l&#8217;una nelle braccia dell&#8217;altra, in un amore ormai esplicito, che ricorda la naturalezza della poesia di Sandro Penna e l&#8217;estasi senza memoria e senza rimorsi della poetessa Ren\u00e9e Vivien (cfr. il nostro saggio <em>Cenere e polvere negli amori impossibili di Ren\u00e9e Vivien<\/em>).<\/p>\n<p>Tutta questa parte del film, che giunge sino a pochi minuti dalla fine, ha un andamento narrativo volutamente lento (qualcuno ha detto: &quot;sonnacchioso&quot;) e si attarda voluttuosamente, come un fiume pigro che si perde in mille rivoli, in bilico fra il godimento delle splendide bellezze del mare, del cielo, delle rocce, e quelle non meno suggestive delle due protagoniste, che si muovono con sensuale abbandono in una sorta di languido sogno a occhi aperti, spesso indossando non molto di pi\u00f9 della loro freschezza e giovinezza.<\/p>\n<p>Nonostante l&#8217;atmosfera da serra esotica, quasi fuori del tempo, in cui si svolge fin qui la vicenda, non si pu\u00f2 dire che il regista abbia volutamente ignorato la realt\u00e0 del &quot;mondo di fuori&quot; e voltato le spalle ai problemi dell&#8217;attualit\u00e0. Anche se le due protagoniste vivono i loro turbamenti in una spensierata atmosfera di vacanza e di abbandono, dalla radio accesa giunge la voce del radiogiornale che parla dello stillicidio quotidiano di vite nella guerra del Vietnam e dei disordini operai e studenteschi del 1968.<\/p>\n<p>Anche se solo abbozzato, dunque, il contrasto fra la &quot;vita vera&quot; e l&#8217;evasione sentimentale delle due donne \u00e8 presente nel film; che poi \u00e8 il contrasto fra la categoria del <em>pubblico<\/em> e quella del <em>privato<\/em>, tanto caro a quella stagione sociale, politica e culturale. Ma, ovviamente, si tratta solo di un accenno, e forse non del tutto sincero, perch\u00e9 non svolge alcun ruolo nell&#8217;intreccio della vicenda; un semplice omaggio, si direbbe, alla moda corrente.<\/p>\n<p>Ben altro rilievo e ben altro significato hanno le notizie che vengono dalla televisione nel pur claustrofobico <em>Ondata di calore<\/em> di Nelo Risi, sempre del 1969, interamente sorretto dall&#8217;intensa interpretazione di una Jean Seberg che si aggira senza pace per le stanze di una appartamento ad aria condizionata, ermeticamente chiuso, nel deserto del Marocco. Ma Nelo Risi \u00e8 un regista di tutt&#8217;altra stoffa; e Jean Seberg \u00e8 talmente brava, da tenere in piedi un film quasi da sola, senza un solo sbadiglio da parte dello spettatore.<\/p>\n<p>Ma torniamo all&#8217;<em>Isola delle svedesi.<\/em><\/p>\n<p>All&#8217;improvviso, dopo le raffinate carezze e i languidi sospiri, la storia prende un ritmo drammatico e corre verso un finale che, secondo il Mereghetti, &quot;fa a pugni con il resto&quot;, anche se il critico e giornalista milanese ammette che, in senso puramente tecnico, &quot;\u00e8 piuttosto ben girato&quot;. Un finale <em>thrilling<\/em>, che riscuote bruscamente lo spettatore, ormai dimentico di tensioni e problemi e felicemente smemorato, un po&#8217; come i compagni di Ulisse smarriti nel torpore, sulle rive senza tempo dei Lotofagi.<\/p>\n<p>L&#8217;idillio fra le due donne \u00e8 interrotto dall&#8217;arrivo del fidanzato di Manuela, venuto per fare la pace con la sua donna e per riportarsela a casa. La presenza dell&#8217;uomo amato risveglia in Manuela un sentimento che, per rabbia, aveva cercato di soffocare in se stessa e la coppia, riconciliata, si prepara ad andarsene. Ma Eleonora, ormai completamente presa dal sentimento per l&#8217;amica, che l&#8217;ha tratta dalla sua solitudine, non \u00e8 affatto disposta a vederla partire: pazza di gelosia, imbracciata una carabina e uccide il ragazzo sotto gli occhi di lei.<\/p>\n<p>Ma la tragedia non si ferma qui. Sconvolta per la morte del suo fidanzato, Manuela non pensa che a vendicarlo. Le ore felici passate insieme ad Eleonora, stese al sole sulla spiaggia; le conturbanti emozioni che le hanno spinte verso il desiderio reciproco e verso l&#8217;amore: tutto \u00e8 svanito, tutto \u00e8 cancellato. Non resta che un cieco furore e un implacabile desiderio di vendetta. Siamo giunti alla stretta finale: quella della locandina, dalla quale eravamo partiti.<\/p>\n<p>L&#8217;epilogo \u00e8 spietato: per mezzo della stessa carabina che \u00e8 servita a Eleonora per uccidere il ragazzo, ora sar\u00e0 lei a perdere la vita, cadendo sotto i colpi dell&#8217;amica.<\/p>\n<p>I pregi del film? Non molti, e tuttavia nemmeno disprezzabili: la fotografia <em>en plen air<\/em> di una natura libera e gioiosa; le musiche, non prive di suggestione, di Pregadio; l&#8217;atmosfera tersa e rarefatta, che ricorda qua e l\u00e0, se non la grande poesia di Saffo, almeno <em>I canti di Bilitide<\/em> di Pierre Lo\u00fcys; la violenza spietata, ma narrativamente anti-convenzionale, dell&#8217;imprevisto finale.<\/p>\n<p>I difetti li abbiamo gi\u00e0 suggeriti, ma in pratica si riducono a uno solo: la pretesa di reggere un film di un&#8217;ora e mezza quasi unicamente sulla bellezza dei luoghi e su quella delle protagoniste. Poteva essere, se non altro, un dramma psicologico fatto di trasalimenti pi\u00f9 suggeriti che esibiti, lasciando qualche cosa di pi\u00f9 all&#8217;immaginazione dello spettatore e qualche cosa di meno ai suoi istinti <em>voyeuristici<\/em>. Invece il dramma arriva solo nel finale, come un corpo estraneo, ed \u00e8 determinato da circostanze puramente esteriori.<\/p>\n<p>Da sempre, nella letteratura e nel teatro prima ancora che nel cinema, l&#8217;isola si presenta come uno spazio geografico che diviene facilmente un luogo dell&#8217;anima e si presta particolarmente alla messa in scena di tensioni e conflitti, sia in chiave di liberazione naturalistica dai ritmi opprimenti della &quot;cultura&quot;, sia in chiave di scontro di opposti desideri e aspettative, con esiti drammatici. Basti citare, per questa seconda categoria, il fortunato romanzo di Henri Crouzat <em>L&#8217;isola in capo al mondo<\/em>, portato sul grande schermo, nel 1959, da Edmond T. Gr\u00e9ville, nel cui <em>cast<\/em> compariva una giovane e splendida Rossana Podest\u00e0 (ce ne siamo gi\u00e0 occupati nel saggio <em>Henri Crouzat e \u00abL&#8217;isola in capo al mondo\u00bb<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Nelle mani di un regista meno originale, o semplicemente pi\u00f9 interessato agli effetti che alla qualit\u00e0, anche l&#8217;isola finisce per diventare un vuoto stereotipo; e il lungo indugiare della cinepresa sui paesaggi incontaminati, anzich\u00e9 delineare la cornice di un paesaggio interiore, finisce per divenire sfoggio decorativo fine a s\u00e9 stesso, perdendo di vista l&#8217;essenziale. Certo, \u00e8 facile lasciarsi prendere la mano dallo splendore di una natura fresca e viva; ma \u00e8 appunto l\u00ec che si vede la tempra del regista: un esperto cavaliere, che non dovrebbe mai lasciar andare le redini sul collo della propria cavalcatura.<\/p>\n<p>La regola numero del cinema, infatti, \u00e8 che lo spettatore pu\u00f2 anche cedere, qualche volta, alla tentazione di dormicchiare; ma il regista no. Lui deve stare sempre ben desto; e, come un direttore d&#8217;orchestra che si rispetti, deve stare attento che non si mettano a dormicchiare nemmeno gli altri, a cominciare dagli attori.<\/p>\n<p>Per il pubblico, quei novanta o cento minuti di spettacolo possono anche essere una semplice evasione dalla vita vera e, magari, perfino dall&#8217;intelligenza e dal buon gusto. Per il regista, al contrario, sono il senso della sua professione e, se la parola non suona troppo grossa (e se il cinema \u00e8 la <em>decima Musa<\/em>), della sua vocazione artistica.<\/p>\n<p>Altro che dormire.<\/p>\n<p>Cerchiamo di tirare le somme.<\/p>\n<p>Silvio Amadio non \u00e8 stato un grosso regista e, come uno scrittore di <em>best sellers<\/em> all&#8217;ingrosso, troppo spesso ha indugiato nella ricerca del successo di botteghino, piuttosto che in quella della qualit\u00e0 cinematografica.<\/p>\n<p>E tuttavia, se si vuol essere giusti, tra i film da lui diretti, non tutti meritano l&#8217;oblio pressoch\u00e9 totale in cui sono caduti. Qualche volta non sarebbe male far rivedere al pubblico questo genere di film &quot;minori&quot;, se non altro come documento storico di un gusto e di un&#8217;epoca &#8211; i &quot;favolosi&quot; anni Sessanta -, almeno in televisione e non in orari impossibili (per la cronaca, <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em> \u00e8 andata in onda in prima visione, su Retequattro, alle 3,15 del 7 settembre 2006, in una versione notevolmente &quot;tagliata&quot;).<\/p>\n<p>Amadio aveva esordito nel 1959 con il genere di guerra, firmando <em>Lupi nell&#8217;abisso<\/em>: storia di un sommergibile in avaria e dell&#8217;amletico dilemma del suo comandante, che pu\u00f2 permettere di salvarsi a uno solo dei suoi uomini. Poi si era cimentato, l&#8217;uno dopo l&#8217;altro, in generi diversi: dall&#8217;avventura, alla mitologia, al poliziesco.<\/p>\n<p>Con <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em> inizia la sua conversione verso il genere erotico (e il <em>Dizionario Bolaffi del cinema italiano<\/em> ha aggiunto, ma esagerando: &quot;pornografico&quot;). Anche se \u00e8 scivolato, pi\u00f9 di una volta, verso una maniera volgarotta, per carezzare le corde pi\u00f9 facili di un pubblico poco esigente, \u00e8 necessario riconoscere alcuni pregi a una parte almeno della sua copiosa produzione.<\/p>\n<p>Il suo incontro fatale, dal punto di vista professionale, \u00e8 stato quello con l&#8217;esordiente lolita nostrana Gloria Guida, sulla cui sensualit\u00e0, artisticamente non molto raffinata, ha costruito alcune pellicole che gli ha hanno dato certamente soddisfazioni commerciali, imprigionandolo per\u00f2 sempre di pi\u00f9 in una stanca ripetizione di motivi manierati. Dopo <em>La minorenne,<\/em> del 1975, sempre con la Guida ha girato altri due film nel 1976, <em>Quella et\u00e0 maliziosa<\/em> e <em>Peccati di giovent\u00f9<\/em>, che ricordano molto, sia per l&#8217;ambientazione che per le situazioni (specialmente l&#8217;ultimo), <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em>; e poi altri, sempre pi\u00f9 scopertamente di cassetta e sempre pi\u00f9 prevedibili e scontati, a tutto scapito del buon gusto.<\/p>\n<p>Peccato, perch\u00e9 alcuni pregi formali dei suoi primi film lasciavano sperare qualche cosa di meglio, nel seguito della sua carriera.<\/p>\n<p>Vale la pena ricordare che nel 1968 era uscito, in Francia, <em>Les biches<\/em> di Claude Chabrol, interpretato da Jean-Luis Trintignant, St\u00e9phane Audran e Jacquelin Sassard: una storia che ricorda molto quella de <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em>, tanto da far pensare che Amadio vi si sia ispirato.<\/p>\n<p>\u00c8 poi da rilevare che in quello stesso 1969 un altro regista italiano &quot;minore&quot;, Giuliano Biagetti, girava su un&#8217;altra isola del Mediterraneo, con tanto sole, tanto mare e con tre splendide attrici in costume da bagno (tra le quali Hayd\u00e9e Politoff e Beba Loncar), il film <em>Interrabang<\/em> che, per i ritmi lentissimi e per la repentina catastrofe finale, ricorda molto <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em>; con la sola differenza che in quest&#8217;ultimo prevale l&#8217;elemento psicologico e drammatico, in quello l&#8217;elemento &quot;giallo&quot;. L&#8217;anno prima Biagetti aveva girato una trasposizione cinematografica del romanzo di Dacia Maraini <em>L&#8217;et\u00e0 del malessere<\/em>, sempre avvalendosi dell&#8217;interpretazione della giovanissima, e luminosa, Politoff; la quale aveva avuto la fortuna, nel 1966, di essere chiamata da un regista del calibro di Eric Rohmer a interpretare uno dei suoi &quot;racconti morali&quot;: <em>La collezionista<\/em> (per poi scomparire, prematuramente, all&#8217;inizio degli anni Settanta).<\/p>\n<p>Se la carriera di Amadio, dopo il 1969, ha preso una china in discesa, quella delle due protagoniste de <em>L&#8217;isola delle svedesi<\/em> non \u00e8 decollata affatto; cosa piuttosto curiosa, in quel contesto (e non solo in quello), dove un successo di scandalo era in genere sufficiente ad aprire ulteriori prospettive, specie a delle giovani attrici disposte a esibirsi senza troppi veli.<\/p>\n<p>Ritroviamo solo Catherine Diamant, nel 1974, nel mediocre giallo di Stelvio Massi <em>Cinque donne per l&#8217;assassino<\/em>, accanto a un Albertazzi che ha visto giorni assai migliori (dice Mereghetti, impietosamente: &quot;a chiappa libera&quot;); e non nel ruolo di attrice protagonista. Poi basta, altri film importanti non ne ha fatti.<\/p>\n<p>Di Eva Green, dopo quell&#8217;esordio folgorane, si perdono quasi subito le tracce.<\/p>\n<p>Peccato anche per loro: erano giovani e belle; e, se le avesse notate un regista di altra pasta, forse sarebbe riuscito a farne qualcosa.<\/p>\n<p>Arrivati alla conclusione, potremmo infine domandarci che cosa c&#8217;entrino le svedesi in questa storiaccia di trasgressione, gelosia e cieca violenza.<\/p>\n<p>Non c&#8217;entrano nulla. Ma la sola parla &quot;Svezia&quot;, in quegli anni (vedi il libro di Enrico Altavilla, <em>Svezia: inferno e paradiso<\/em>), era sufficiente a far accendere la lampadina dell&#8217;Eros in un pubblico italiano che, di giorno, voleva sentir parlare dei buoni sentimenti; ma che, la notte, sognava appunto la trasgressione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La ragazza in bikini sta fuggendo affannosamente, trascinandosi sulle dune di sabbia; si intuisce che dev&#8217;essere inciampata nella frenesia di allontanarsi e che sta cercando di<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[92],"class_list":["post-26211","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26211","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26211"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26211\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26211"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26211"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26211"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}