{"id":26202,"date":"2015-12-01T04:54:00","date_gmt":"2015-12-01T04:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/12\/01\/linferno-e-per-i-galantuomini\/"},"modified":"2015-12-01T04:54:00","modified_gmt":"2015-12-01T04:54:00","slug":"linferno-e-per-i-galantuomini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/12\/01\/linferno-e-per-i-galantuomini\/","title":{"rendered":"L&#8217;inferno \u00e8 per i galantuomini?"},"content":{"rendered":"<p>Posto che l&#8217;Inferno certamente esiste, checch\u00e9 ne pensino i teologi buonisti e i credenti di manica larga, i quali pensano l&#8217;Assoluto con il metro della loro umana piccolezza, rimane un altro &quot;inferno&quot; da comprendere, che sfida il nostro immediato senso di giustizia: il male quotidiano in cui si trovano immersi, gi\u00e0 in vita, i galantuomini, che ne soffrono doppiamente, perch\u00e9 lo vedono e vorrebbero porvi rimedio; oppure se ne ritengono responsabili, e non riescono a darsi pace.<\/p>\n<p>Questa la riflessione svolta in proposito da Guido Capitolo, che fu docente di filosofia e poi preside del Liceo Scientifico \u00abGiovanni Marinelli\u00bb di Udine, del quale abbiamo gi\u00e0 parlato altra volta (cfr. il nostro articolo: \u00ab\u00c8 giusto che il vento, per vivificare le grandi foreste, spazzi via migliaia di umili poponi?\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17\/10\/2012), nel suo saggio intitolato appunto \u00abL&#8217;inferno \u00e8 per i galantuomini\u00bb (da: \u00abScritti inediti\u00bb, nel volume \u00abQuarant&#8217;anni del Liceo Scientifico &quot;Giovanni Marinelli&quot;, 1923-1963\u00bb, Udine, Del Bianco Editore, 1963, pp. 119-22):<\/p>\n<p><em>\u00abMi meraviglia che in un&#8217;epoca crudele come la nostra, che \u00e8 l&#8217;epoca dei campi di sterminio e dei bombardamenti a tappeto, ci siano tante negazioni dell&#8217;inferno.<\/em><\/p>\n<p><em>Giovanni Papini l&#8217;ammette, ma ne preconizza la chiusura, con la redenzione finale del Diavolo.<\/em><\/p>\n<p><em>Ugo Spirito, invece, nella &quot;Vita come amore&quot; e in &quot;Significato del nostro tempo&quot; \u00e8 disposto tutt&#8217;al pi\u00f9 a concedere il purgatorio, ma non l&#8217;inferno, che annulla la rivoluzione anti-intellettualistica del Cristianesimo, quale era stata espressa nel sublime precetto evangelico &quot;non giudicare&quot;, che equivale a &quot;non condannare&quot; e ad &quot;amare&quot;. Ma a un certo puto l&#8217;amore infinito di Dio si ferma e resta implacabile il giudizio contro il peccatore, che entra per l&#8217;eternit\u00e0 nel regno del male e diventa tutto peccato: l&#8217;amore per una creatura \u00e8 cessato e al suo posto \u00e8 subentrato l&#8217;odio inestinguibile, annullando cos\u00ec l&#8217;istanza fondamentale del Cristianesimo.<\/em><\/p>\n<p><em>Aldo Capitini in &quot;Religione aperta&quot; cita con raccapriccio una pittura dell&#8217;et\u00e0 pagana di Delfi, nella quale si vedeva l&#8217;oltretomba, con la raffigurazione di un padre che strozzava il figlio, da cui era stato maltrattato in vita. La concezione dell&#8217;inferno \u00e8 per lui una offesa a Dio perch\u00e9 \u00e8 quella del padre che, sia pure per giustizia, diventa carnefice e torturatore. Egli polemizza con S. Tommaso d&#8217;Aquino, di cui cita un passo preciso della &quot;Summa Theologica&quot;, quella in cui viene descritta la gioia con cui i beat del paradiso guardano la sofferenza dei dannati, perch\u00e9 cos\u00ec vedono realizzata la giustizia divina.<\/em><\/p>\n<p><em>La negazione dell&#8217;inferno \u00e8 ricorrente nella storia del pensiero, dai padri della Chiesa Orientale Origene e Gregorio Nisseno a Giordano Bruno, che se la vide comparire tra i capi di accusa del suo tragico processo. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Ma ci\u00f2 che una volta era un episodio del pensiero, pare che oggi voglia diventare una regola, non solo tra gli uomini di cultura, ma anche, ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 impressionante, tra i profani, ai quali, quando si accenna all&#8217;inferno, spesso scrollano le spalle, come se si parlasse di qualcosa d&#8217;inaudito. Credete a me, che amo intrattenermi con loro e riesco a cogliere, specialmente in momenti di distrazione, il loro segreto pensiero! E s\u00ec che molte volte si tratta di uomini che si dicono sinceri praticanti!<\/em><\/p>\n<p><em>Sar\u00e0 cuore indurito, che pi\u00f9 non avverte il male? Oppure cattiva coscienza, che vorrebbe non credere ci\u00f2 che paventa?<\/em><\/p>\n<p><em>Pare che siano passati i tempi in cui il Savonarola e Padre Segneri sgomentavano dal pulpito le folle, con la descrizione delle atroci torture dell&#8217;inferno, e producevano nelle anime il pi\u00f9 sincero ravvedimento!<\/em><\/p>\n<p><em>Eppure, indipendentemente dal piano teologico, c&#8217;\u00e8 un inferno che ciascuno di noi pu\u00f2 esperimentare quotidianamente. \u00c8 la vita stessa, che \u00e8 una tragedia quando si sente come impeto morale, a cui non siamo mai del tutto preparati e che ci costa continue cadute e deviazioni, che avvertiamo, non quando siamo impegnati nell&#8217;azione, che spesso ci trascina e ci costringe, ma quando contempliamo con occhio critico il nostro passato. Allora vengono a galla gli istinti che non abbiamo del tutto compresi, le passioni che non siamo riusciti interamente a respingere e l&#8217;azione ci sta di fronte con la nuova realt\u00e0 che ha creato in noi, in cui emerge ci\u00f2 che in noi non credevamo che fosse. Quasi non ci riconosciamo in ci\u00f2 che abbiamo fatto e la coscienza ci rimorde e ci ammonisce di essere pi\u00f9 vigili nel futuro, salvo a ricadere nella medesima dolorosa esperienza perch\u00e9 nuova \u00e8 la situazione ed invincibile \u00e8 la legge morale, che mai non si attua se non in contrasto con un male onnipresente, che nessuna volont\u00e0 buona riuscir\u00e0 a sgominare del tutto.<\/em><\/p>\n<p><em>Doloroso \u00e8 il senso della vita in coloro che pensano perch\u00e9 alto e stridente \u00e8 sempre il contrasto tra l&#8217;ideale che s&#8217;insegue e la realt\u00e0 che si raggiunge, tra l&#8217;infinito a cui tendiamo e il finito in cui ci muoviamo. Senso doloroso che da una parte rende vano il sogno di una felicit\u00e0 che sia una calma e dolce contemplazione, come quella di un arcobaleno sul lago, e dall&#8217;altra parte renda ingiustificata la disperazione, perch\u00e9 \u00e8 proprio quel dolore ed \u00e8 quel continuo rimorso di non essere ci\u00f2 che dovremmo essere che ci sospingono e determinano la nostra vera realt\u00e0 umana, che regredisce verso la matta bestialitade proprio quando non ha pi\u00f9 rimorsi ed \u00e8 contenta di se stessa, in una opaca beatitudine, che \u00e8 la negazione dell&#8217;inferno dei galantuomini.<\/em><\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 che pi\u00f9 spaventa negli uomini che chiamiamo malvagi non \u00e8 tanto il male che fanno, e che in fondo forse male non \u00e8, quanto il senso di sicurezza con cui agiscono e la soddisfazione che provano nel gustare il loro essere, in cui sono murati, senza uno spiraglio di luce e di aria.<\/em><\/p>\n<p><em>C&#8217;\u00e8 tutta una letteratura morale che descrive con foschi colori la triste vita dell&#8217;uomo ingiusto, che s&#8217;immagina affannosa e insopportabile, turbata dal veleno dei rimorsi, che rendono le notti insonni, i giorni interminabili e l&#8217;appressamento della morte fosco e disperato.<\/em><\/p>\n<p><em>In realt\u00e0, se insorgesse il rimorso, le notti fossero insonni e i giorni tristi e interminabili, interverrebbe la luce della coscienza e non saremmo pi\u00f9 in presenza dell&#8217;uomo malvagio, che invece dorme tranquillamente e pare che faccia anzi sogni dorati, trascorre in letizia i suoi giorni e forse solo in punto di morte pensa alla sua anima, non per un reale pentimento, ma perch\u00e9 \u00e8 meglio non correre rischi.<\/em><\/p>\n<p><em>Chi ha l&#8217;anima turbata e trascorre le notti insonni \u00e8 di solito il virtuoso e non il vizioso: l&#8217;inferno, almeno in questa vita, \u00e8 per i galantuomini!<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 nella sfera delle mie conoscenze un tale che \u00e8 capace di tutto, di qualsiasi basso raggiro, e che non vede altro che il suo io gonfio e smisurato, del quale \u00e8 in perpetua adorazione. Da costui ho sentito dire che \u00e8 felice perch\u00e9 \u00e8 in istato di Grazia.<\/em><\/p>\n<p><em>Del resto Jago, il basso calunniatore che determina la rovina della dolce Desdemona, quando \u00e8 scoperto nei suoi tristi raggiri, non ha un fremito umano e ad Otello che gli chiede perch\u00e9 gli abbia cos\u00ec allacciato l&#8217;anima ed il corpo, non sa rispondere altro: &quot;Non mi chiedete nulla. Quel che sapete, basta; da questo istante non parler\u00f2 pi\u00f9&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Evidentemente l&#8217;inferno, almeno in questa vita, \u00e8 per i galantuomini.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Questo brano di prosa \u00e8 uscito dalla penna e sgorgato dal cuore di un uomo pensoso, nobilmente assorto in uno dei massimi problemi dell&#8217;etica: il fatto che le persone oneste, limpide, disinteressate e benevole, soffrono non soltanto per il male che la vita, inevitabilmente, infligge a ciascuno, e che i pi\u00f9 sensibili avvertono pi\u00f9 di chiunque altro; ma pi\u00f9 ancora perch\u00e9 la loro coscienza esigente, imperiosa, assetata di assoluto, rimprovera loro tutto quel che non hanno saputo fare per evitare il male, o per ridurne le conseguenze, o per salvare gli altri da esso. Insomma, i galantuomini soffrono sempre due volte pi\u00f9 degli altri: perch\u00e9 si caricano di pesi insopportabili, i pesi degli altri, delle altui omissioni, degli altri egoismi, ma li sentono come una responsabilit\u00e0 loro, si crucciano per non essere stati all&#8217;altezza della situazione, per non aver scongiurato quel male che, forse &#8212; secondo loro &#8212; era evitabile; per non aver fatto tutto quanto era in loro potere. \u00abEl mi parea da se stesso rimorso: \/ o dignitosa coscienza e netta, \/ come t&#8217;\u00e8 picciol fallo amaro morso!\u00bb, dice Dante, parlando di Virgilio, nel III canto del \u00abPurgatorio\u00bb. E questo, osserva Capitolo, mentre l&#8217;uomo malvagio dorme tranquillamente e si direbbe che faccia sonni beati<\/p>\n<p>Qui, apparentemente, vi \u00e8 un&#8217;ingiustizia: proprio coloro i quali si angustiano per il male commesso, per quanto piccolo, sono quelli che pi\u00f9 soffrono, o magari sono i soli che soffrono, i tormenti del rimorso; mentre gli altri, coloro i quali fanno il male con la massima naturalezza, anzi, ci provano gusto, poi se ne dimenticano prontamente e vivono in perfetta letizia, a meno che siano inchiodati alle loro responsabilit\u00e0 da qualche circostanza esterna. Si direbbe che i conti non tornino: non viene rispettato quel che ci aspetteremmo a livello di giustizia distributiva. Anche Pirandello se n&#8217;era accorto e ne tratta specificamente in uno dei suoi drammi forse meno conosciuti, ma pi\u00f9 interessanti e meno gratuitamente intellettualistici o paradossali: \u00abNon si sa come\u00bb, del 1934 (cfr., in proposito, il nostro articolo: \u00abNon si sa come?\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08\/03\/2012).<\/p>\n<p>Ma \u00e8 proprio cos\u00ec? Tanto per cominciare, troppo spesso ci s&#8217;immagina la giustizia come una entit\u00e0 che viene (o non viene) da fuori, e scende sugli uomini come una sorta di <em>deus ex machina<\/em>; mentre sarebbe pi\u00f9 giusto pensarla come il riflesso delle nostre stesse azioni, come la risultante di tutte le nostre azioni, e non solo delle pi\u00f9 recenti. Le azioni morali non invecchiano mai, anche se noi tendiamo a dimenticarle: se noi nascondiamo un ordigno sotto la sabbia del sentiero, e poi ce ne dimentichiamo, non importa quanti anni siano passati, il male che ne deriva agli altri sar\u00e0 inevitabile; noi potremo addirittura essere gi\u00e0 morti, ma quel male accadr\u00e0, prima o dopo, e la nostra colpa non andr\u00e0 mai in prescrizione: nemmeno la morte ha un tale potere. In qualche modo, noi saremo chiamati a rispondere di quel che abbiamo (o non abbiamo) fatto: ma sar\u00e0 il tribunale della nostra stessa coscienza a decidere la sentenza e a stabilire l&#8217;eventuale pena. E la nostra coscienza non si annienta con la morte. Che la morte sia l&#8217;ultima parola sul mistero della vita e su quello della storia (dove i malvagi, cos\u00ec spesso, paiono trionfare), questa \u00e8 una filosofia da disperati: e non fa meraviglia che essa produca, ancora e sempre, disperazione e amari rimpianti.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 darsi che il galantuomo, come dice Capitolo, sia troppo severo ed esigente con la propria coscienza: ebbene, un tale eccesso di severit\u00e0 \u00e8 il risultato di uno squilibrio, di una disarmonia che ha la stessa radice della cattiva azione: la superbia. Quando ci crediamo onnipotenti, tendiamo a caricarci di responsabilit\u00e0 eccessive e diventiamo ingiusti con noi stessi; ma questo non accade se noi siamo persuasi della nostra finitezza, del nostro limite, della nostra condizione creaturale. Niente e nessuno pu\u00f2 pretendere dalla creatura pi\u00f9 che la semplice buona volont\u00e0: <em>ad impossibilia, nemo tenetur<\/em>. Ed \u00e8 proprio la chiara consapevolezza del nostro limite umano che ci conduce sulla soglia di una ulteriore, e molto pi\u00f9 luminosa, consapevolezza: ossia che, deboli e impotenti come creature, possiamo diventare quasi onnipotenti facendoci docili strumenti di una Forza ben pi\u00f9 grande di noi e di un Amore ben pi\u00f9 perfetto del nostro.<\/p>\n<p>Ecco: questo manca, talvolta, alle persone pi\u00f9 sensibili, scrupolose e benevole. Essere benevoli non basta: bisogna essere buoni. Ma nessuno \u00e8 veramente buono; l&#8217;unico modo per superare l&#8217;eredit\u00e0 del peccato di Adamo, \u00e8 scegliere l&#8217;opposto di quel che egli scelse: ossia di non voler fare da soli, ma di affidarsi a Chi tutto sa e a Chi tutto pu\u00f2. Essere sensibili e scrupolosi \u00e8 un inferno, se non si accompagna all&#8217;essere buoni; e per essere buoni, bisogna sapersi fare piccoli e umili, lasciar andare l&#8217;ego, spogliarsi del proprio senso di onnipotenza, magari bene intenzionato, ma, comunque, fallace e foriero di sofferenze e confusioni: bisogna affidarsi a Dio. Con Lui, diventiamo tutto; senza di Lui, siamo niente. Questo, forse, era il passaggio che mancava al ragionamento di Guido Capitolo, cos\u00ec convincente nella prima parte, laddove depreca il buonismo superficiale di tanti sedicenti cristiani; ma cos\u00ec poco persuasivo nella seconda, dove pare che l&#8217;inferno nella vita terrena sia il &quot;premio&quot; concesso, beffardamente, agli uomini buoni. No di certo: l&#8217;inferno sulla terra \u00e8 riservato non ai buoni, ma ai bene intenzionati che non sanno farsi abbastanza piccoli da accettare il mistero del male e da lasciar fare qualche cosa anche a Dio, dopotutto. Perch\u00e9 chi pretende di capire tutto, e di risolvere il mistero del male, pecca certamente di superbia, e s&#8217;immagina di essere diventato da creatura, Creatore: sicch\u00e9 riceve, da s\u00e9 stesso, la ricompensa del proprio peccato, sotto forma di un soffrire tanto continuo, quanto inutile. Di sofferenza, al mondo, ce n&#8217;\u00e8 abbastanza. Ma c&#8217;\u00e8 anche dell&#8217;altro: l&#8217;infinita consolazione di sapere e sentire che siamo chiamati alla Vita, e non alla morte&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Posto che l&#8217;Inferno certamente esiste, checch\u00e9 ne pensino i teologi buonisti e i credenti di manica larga, i quali pensano l&#8217;Assoluto con il metro della loro<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30170,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[69],"tags":[246],"class_list":["post-26202","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-morale-e-spiritualita","tag-satana"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-morale-e-spiritualita.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26202","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26202"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26202\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30170"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26202"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26202"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26202"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}