{"id":26188,"date":"2006-04-30T04:39:00","date_gmt":"2006-04-30T04:39:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/04\/30\/limperatore-giuliano-331-363\/"},"modified":"2006-04-30T04:39:00","modified_gmt":"2006-04-30T04:39:00","slug":"limperatore-giuliano-331-363","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/04\/30\/limperatore-giuliano-331-363\/","title":{"rendered":"L&#8217;imperatore Giuliano (331-363)"},"content":{"rendered":"<p><em>In questo saggio si traccia un ritratto dell&#8217;imperatore romano Flavio Claudio Giuliano, che la tradizione cattolica ha bollato con l&#8217;epiteto di &quot;apostata&quot; per aver abiurato la religione cristiana, nella quale era stato forzatamente cresciuto, e per aver tentato di ripristinare il culto pagano. Nato nel 331, fronteggi\u00f2 in Gallia un&#8217;invasione di popoli germanici, dal 356 al 359, per conto dell&#8217;imperatore Costanzo II, figlio di Costantino il Grande. Nel corso di tale campagna riusc\u00ec a infliggere una sconfitta decisiva agli Alamanni, nel 357, a Strasburgo, liberando tutte le province romane fino al Reno e pacificandole con una saggia azione di governo. Divenuto imperatore nel 351, alla morte improvvisa di Costanzo II (che evit\u00f2 all&#8217;Impero la sciagura di una nuova guerra civile), mor\u00ec a sua volta nel corso di una invasione della Persia sassanide, dopo essersi spinto fin sotto le mura di Ctesifonte, la capitale nemica. Fu anche filosofo e insigne scrittore, le cui opere sono state conservate e si possono raccogliere in due gruppi: i &quot;Discorsi&quot; e le &quot;Lettere&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Al fine di non dilatare eccessivamente la nostra ricerca, ci limiteremo qui a considerare gli ultimi due anni di vita di Giuliano, durante i quali fu unico sovrano dell&#8217;Impero Romano, escludendo quindi gli anni in cui fu Cesare per le province galliche, nei quali aveva dato prova di insospettate doti di stratega e condottiero d&#8217;eserciti.<\/em><\/p>\n<p><em>Inoltre, concentreremo la nostra attenzione sulla sua politica religiosa e, poi, sulla campagna militare contro i Persiani; quest&#8217;ultima, infatti, era nei suoi progetti funzionale alla prima e, se fosse tornato a Roma vittorioso, \u00e8 certo che avrebbe cercato di suggellare i suoi sforzi volti alla restaurazione del paganesimo, varando una legislazione ancor pi\u00f9 accentuatamente anticristiana e promuovendo in tutto e per tutto un ritorno dello Stato agli antichi culti.<\/em><\/p>\n<p><strong>SOMMARIO.<\/strong><\/p>\n<p>I.  <em>La personalit\u00f2 di Giuliano nella storiografia.<\/em><\/p>\n<p>II. <em>Le fonti.<\/em><\/p>\n<p>III. <em>Ingresso di Giuliano a Costantinopoli.<\/em><\/p>\n<p>IV. <em>Suoi primi provvedimenti.<\/em><\/p>\n<p>V.  <em>Sua riforma della corte.<\/em><\/p>\n<p>VI. <em>Amministra la giustizia.<\/em><\/p>\n<p>VII. <em>Promuove la ripresa del paganesimo.<\/em><\/p>\n<p>VIII. <em>Sua politica verso la Chiesa.<\/em><\/p>\n<p>IX. <em>Il paganesimo in Occidente e in Oriente.<\/em><\/p>\n<p>X.  <em>Politica interna ed estera.<\/em><\/p>\n<p>XI. <em>Giuliano lascia Costantinopoli per Antiochia.<\/em><\/p>\n<p>XII. <em>L&#8217;ambiente cristiano.<\/em><\/p>\n<p>XIII. <em>Politica anticristiana di Giuliano.<\/em><\/p>\n<p>XIV. <em>Linciaggio del vescovo Giorgio ad Alessandria d&#8217;Egitto.<\/em><\/p>\n<p>XV. <em>Giuliano irriso dagli abitanti di Antiochia,<\/em><\/p>\n<p>XVI. <em>Suo contegno durante il soggiorno in citt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>XVII. <em>Il &quot;Misopogon&quot;.<\/em><\/p>\n<p>XVIII. <em>Riapre il tempio di Apollo a Dafne.<\/em><\/p>\n<p>XIX. <em>Fa chiudere, dopo l&#8217;incendio di esso, la basilica cristiana.<\/em><\/p>\n<p>XX. <em>Prepara la guerra contro la Persia,<\/em><\/p>\n<p>XXI. <em>Proposte di pace di Sciaphur a Giuliano.<\/em><\/p>\n<p>XXII. <em>Giuliano le respinge.<\/em><\/p>\n<p>XXIII. <em>Cerca invano di far ricostruire il Tempio di Gerusalemme.<\/em><\/p>\n<p>XXIV. <em>Raduna la flotta e l&#8217;esercito sull&#8217;Eufrate.<\/em><\/p>\n<p>XXV. <em>D\u00e0 disposizioni al re d&#8217;Armenia e riceve ambasciatori saraceni.<\/em><\/p>\n<p>XXVI. <em>Distacca una parte dell&#8217;esercito e la affida a Procopio e Sebastiano.<\/em><\/p>\n<p>XXVII. <em>Sue manifestazioni di superstizione.<\/em><\/p>\n<p>XXVIII. <em>Tiene un discorso all&#8217;esercito a Cercusio.<\/em><\/p>\n<p>XXIX. <em>Raggiunge Doura-Europos.<\/em><\/p>\n<p>XXX. <em>Conquista la fortezza persiana di Anatha.<\/em><\/p>\n<p>XXXI. <em>Supera, senza prenderle, le fortezze di Thilutha ed Achiacala.<\/em><\/p>\n<p>XXXII. <em>Le fatiche della marcia in Mesopotamia.<\/em><\/p>\n<p>XXXIII. <em>Massacro di alcune donne a Diacira, evacuata dagli abitanti.<\/em><\/p>\n<p>XXXIV. <em>Raggiunge le citt\u00e0 di Osogardana e Macepracta.<\/em><\/p>\n<p>XXXV. <em>Prime scaramucce col nemico.<\/em><\/p>\n<p>XXXVI. <em>Incertezza sulle intenzioni di Sciaphur.<\/em><\/p>\n<p>XXXVII. <em>L&#8217;esercito supera il fiume Naarmalcha combattendo.<\/em><\/p>\n<p>XXXVIII. <em>Conquista la citt\u00e0 di Pirisabora.<\/em><\/p>\n<p>XXXIX. <em>Prende d&#8217;assalto l&#8217;acropoli e la conquista dopo dura lotta.<\/em><\/p>\n<p>XL. <em>Durissima battaglia e conquista di Maiozamalcha.<\/em><\/p>\n<p>XLI. <em>L&#8217;esercito romano si accampa presso Seleucia.<\/em><\/p>\n<p>XLII. <em>Orrori romani e persiani a Seleucia.<\/em><\/p>\n<p>XLIII. <em>Ulteriore avanzata e vittoriosa battaglia davanti a Ctesifonte.<\/em><\/p>\n<p>XLIV. <em>Piani di Giuliano e consiglio di guerra.<\/em><\/p>\n<p>XLV. <em>Conversione lungo il Tigri e autodistruzione della flotta romana.<\/em><\/p>\n<p>XLVI. <em>Passaggio del fiume Duro.<\/em><\/p>\n<p>XLVII. <em>Nuovo consiglio di guerra nel campo romano.<\/em><\/p>\n<p>XLVIII. <em>La nuova marcia verso nord \u00e8 una ritirata.<\/em><\/p>\n<p>XLIX. <em>Viene avvistato un esercito in marcia.<\/em><\/p>\n<p>L.  <em>Continue scaramucce con la cavalleria persiana.<\/em><\/p>\n<p>LI. <em>Battaglia di Maranga e vittoria romana.<\/em><\/p>\n<p>LII. <em>L&#8217;esercito romano soffre la fame.<\/em><\/p>\n<p>LIII. <em>Grande battaglia fra Tummara e Sumera; Giuliano \u00e8 mortalmente ferito.<\/em><\/p>\n<p>LIV. <em>Vittoria romana e morte di Giuliano.<\/em><\/p>\n<p>LV. <em>Valutazione complessiva della sua personalit\u00e0 e della sua opera.<\/em><\/p>\n<p>I.<\/p>\n<p>Per tutta l&#8217;et\u00e0 moderna la figura dell&#8217;imperatore Giuliano ha esercitato un fascino particolare su quasi tutti gli storici dell&#8217;ultimo periodo di Roma antica. Egli venne esaltato dalla storiografia illuminista in misura direttamente proporzionale alle calunnie malevole con le quali la storiografia cristiana del suo tempo lo present\u00f2 ai posteri. In et\u00e0 romantica, egli divenne oggetto di una riflessione pi\u00f9 sfumata e problematica, quasi un caso emblematico delle contraddizioni e della conflittualit\u00e0 interna dell&#8217;uomo di ogni tempo. \u00c8 noto che Henrik Ibsen ne fu in giovent\u00f9 talmente affascinato, da comporre un lunghissimo dramma in dieci atti &#8211; nel 1873, in Germania -, <em>Kaiser og Galilaer<\/em> (ossia <em>Cesare e Galileo<\/em>), non privo di felici intuizioni psicologiche, e che fu l&#8217;ultima delle sue opere a carattere romantico.<\/p>\n<p>N\u00e9 la storiografia contemporanea ha saputo riguardarlo con una maggiore obiettivit\u00e0, cadendo non di rado in esagerazioni ed equivoci piuttosto vistosi. Leggendo le pagine, ad esempio &#8211; peraltro pregevolissime e veramente affascinanti &#8211; di Corrado Barbagallo, si finisce quasi per dubitare se l&#8217;imperatore Giuliano fu un uomo o un dio. Egli scrive, tra l&#8217;altro, che il governo di Giuliano &quot;fu un ritorno all&#8217;Impero illuminato, alla felice et\u00e0 di Augusto, di Traiano, di Marco Aurelio&quot;; caduto, si direbbe, come un angelo dalle ali spezzate, nello squallore semibarbarico del IV secolo, autentica et\u00e0 del ferro. In un certo senso, par di poter concludere, egli scomparve cos\u00ec presto, senza lasciar tracce durevoli della sua opera, perch\u00e9 il secolo era troppo barbaro, troppo indegno di lui&#8230;<\/p>\n<p>Senonch\u00e8, nella storia (e non occorre chiamare in causa la Storia con la &quot;S&quot; maiuscola, alla quale noi non crediamo) simili ritorni non esistono e non possono esistere. Dire che l&#8217;impero di Giuliano fu un ritorno agli Antonini \u00e8 una enormit\u00e0, pi\u00f9 o meno come lo sarebbe affermare che l&#8217;Impero germanico di Guglielmo II fu un ritorno a quello di Ottone il Grande. La storia non passa mai invano, non si ferma e non ritorna; per usare l&#8217;espressione di Eraclito, &quot;non ci si pu\u00f2 mai bagnare due volte nella stessa acqua&quot;.<\/p>\n<p>Non c\u00e8 dubbio che, nella esaltazione di Giuliano operata da storici come il Barbagallo, la reazione agli ingiusti giudizi degli storici cristiani antichi ha avuto il suo peso. Ma \u00e8 anche chiaro che per questa strada non si va lontano. Nonostante la scottante attualit\u00e0 di taluni problemi posti dalla figura e dall&#8217;opera dell&#8217;imperatore Giuliano, oggi, a distanza di tanti secoli e di tante critiche di segno opposto, dovrebbe esser giunto il momento della valutazione serena e sgombra di polemiche preconcette. Si scoprir\u00e0 allora che il &quot;caso&quot; di Giuliano, quantunque complesso e indubbiamente affascinante, \u00e8 stato gonfiato dalle diatribe a un grado tale, da creargli intorno una sorta di alone leggendario, che pu\u00f2 e deve essere dissipato da uno sforzo di conoscenza libera da pregiudizi.<\/p>\n<p>II.<\/p>\n<p>Della personalit\u00e0 di Giuliano, dei suoi studi filosofici, delle sue iniziazioni ai Misteri, dei suoi vagheggiamenti del passato, del suo carattere integerrimo e della sua acuta intelligenza, molto \u00e8 stato detto. La sua infelice e solitaria giovinezza, vissuta sotto la spada di Damocle di un ordine imperiale che avrebbe potuto mandarlo a morte in qualsiasi momento, com&#8217;era accaduto a suo fratello; la sua nominaa Cesare da parte di Costanzo II, l&#8217;ultimo figlio di Costantino il Grande sopravvissuto alle tremende guerre civili scoppiate alla morte del padre; le sue strepitose vittorie in Gallia, che gli permisero di ricacciare l&#8217;invasione germanica quando ormai tutti i i suoi generali sembravano disperare del successo; la proclamazione ad Augusto da parte delle truppe, i preparativi per la guerra civile e la morte improvvisa di Costanzo, di ritorno dal teatro di operazioni persiano, che gli aveva spalancato senza colpo ferire le porte di Costantinopoli, lasciandolo unico padrone di tutto l&#8217;immenso Impero&#8230; Tutto questo sembra pi\u00f9 creazione di un romanziere che storia realmente accaduta, e da sempre ha esercitato un fascino profondo sui suoi biografi e sugli storici della tarda antichit\u00e0.<\/p>\n<p>Giuliano imperatore, per\u00f2, non fu meno straordinario di Giuliano Cesare, e a ragione il Gibbon si domandava con stupore se era mai possibile credere che soli diciotto mesi separino l&#8217;inizio del suo regno dalla morte improvvisa sul campo di battaglia, in Mesopotamia.<\/p>\n<p>Noi abbiamo comunque la fortuna di disporre, per il regno di Giuliano in generale e per la sua personalit\u00e0 di uomo in particolare, dell&#8217;opera di uno storico contemporaneo veramente d&#8217;eccezione: un greco di Antiochia che a Roma impar\u00f2 il latino e che in lingua latina scrisse le sue <em>Historiae<\/em> in trentun libri &#8211; Ammiano Marcellino, ufficiale di artiglieria nelle campagne contro la Persia, prima sotto Costanzo II e poi sotto lo stesso Giuliano. Egli spicca di gran lunga, nel panorama della storiografia del tardo Impero, per la sua imparzialit\u00e0 e serenit\u00e0 di giudizio, che appaiono due volte eccezionali: per i tempi e per l&#8217;uomo. Per i tempi che &#8211; come \u00e8 noto &#8211; a causa soprattutto di controversie religiose, erano tutt&#8217;altro che propizi alla serenit\u00e0 della valutazione storica; per l&#8217;uomo, perch\u00e9 Ammiano, oltre ad essere un contemporaneo di Giuliano e un ufficiale del suo esercito (era nato ad Antiochia verso il 330 e mor\u00ec a Roma circa l&#8217;anno 400), ne fu anche un sincero ammiratore. Che il pagano Ammiano non si sia lasciato prender la mano dall&#8217;esaltazione del suo idolo; che il fanatismo religioso allora imperversante abbia cos\u00ec poco offuscato il suo giudizio, tanto da consentirgli una nobile equanimit\u00e0 verso i cristiani e addirittura una critica severa di alcune azioni di Giuliano: tutto ci\u00f2 deve ritenersi veramente straordinario. \u00c8 strano che con una simile fonte a disposizione si sia continuato, anche in tempi recentissimi, a romanzare, nel bene o nel male, la figura di questo imperatore.<\/p>\n<p>Un&#8217; utile fonte di rincalzo \u00e8 costituita da Zosimo (secolo V), storico greco del quale poco o nulla sappiamo, se non che ebbe facolt\u00e0 critiche non solo infinitamente inferiori a quelle di Ammiano, ma decisamente mediocri in senso assoluto. Anche Zosimo, come Ammiano, fu un pagano; ma pi\u00f9 acrimonioso, pi\u00f9 invelenito nei confronti dei cristiani e ben lontano dalla generosa e intelligente imparzialit\u00e0 del suo predecessore. Il suo racconto risente di una certa piattezza e ci illumina pi\u00f9 sui fatti, che sulle loro cause ed origini. Per\u00f2, siccome in molti luoghi ci offre delle informazioni parallele a quelle di Ammiano, ma discordanti nei particolari, si pu\u00f2 dedurre che quest&#8217;ultimo sia stato solo una delle fonti di Zosimo, che pu\u00f2 dunque essere utilizzato come una utile fonte supplementare.<\/p>\n<p>III.<\/p>\n<p>Il giovane imperatore Giuliano, appena trentunenne, aveva fatto il suo ingresso trionfale a Costantinopoli l&#8217;11 dicembre del 361, poco dopo aver appreso che suo cugino Costanzo, legittimo Augusto, era morto improvvisamente a Mobsucrene, in Cilicia, per una malattia. Dovette essere uno spettacolo indimenticabile, quello del popolo di Costantinopoli, uomini e donne, giovani e vecchi (<em>aetas omnis et sexus<\/em>. Amm., XXII, 2, 4), che accorreva a vedere quel giovane straordinario, dall&#8217;aspetto comune, anzi modesto, di non alta statura, del quale si raccontavano a gara le cose pi\u00f9 entusiasmanti, lo splendore delle vittorie, la fermezza e al tempo stesso mitezza del governo, la velocit\u00e0 straordinaria nelle marce guerresche.<\/p>\n<p>A Giuliano, poi &#8211; cosa che non era da poco &#8211; una sorte benevola risparmiava l&#8217;ingresso nella capitale d&#8217;Oriente nelle vesti odiose del fratricida. A tutti era noto come fosse avvenuta la sua acclamazione ad Augusto, in Gallia, per iniziativa delle truppe e non per sua manifesta istigazione; come anzi, secondo si diceva, in un primo tempo fosse stato riluttante ad accettare, e avesse tentato di resistere. Cos\u00ec pure, la circostanza che aveva posto fine ai giorni di Costanzo in quel villaggio dimenticato, laggi\u00f9 nella lontana Cilicia, aveva risparmiato al mondo romano non solamente gli orrori di una nuova guerra civile, ma altres\u00ec lo spettacolo della lotta fratricida tra due cugini, uno dei quali &#8211; che il destino aveva riservato alla sovranit\u00e0 esclusiva &#8211; era debitore all&#8217;altro del titolo di Cesare e del governo dell&#8217;occidente. Giuliano non dovette levare un dito contro il proprio antico benefattore, mente agli occhi dell&#8217;opinione pubblica &#8211; cos\u00ec superstiziosa e suggestionabile &#8211; la scomparsa repentina di Costanzo dovette far l&#8217;impressione di una specie di giudizio divino, che seguendo le sue vie imperscrutabili tagliava il nodo spinoso delle contese umane.<\/p>\n<p>IV.<\/p>\n<p>La magnifica onest\u00e0 morale di Ammiano, per\u00f2, ci informa che Giuliano, fin dalle sue prime azioni di governo, dimostr\u00f2 chiaramente a tutti di non essere un dio. Al termine di una guerra civile, e sia pure pressoch\u00e8 incruenta come quella test\u00e8 conclusa, era nel normale ordine delle cose che il vincitore si abbandonasse alle rappresaglie nei confronti dei partigiani dello sconfitto. Pure, dalla saggezza e dalla clemenza di Giuliano, il filosofo austero, il salvatore delle citt\u00e0 galliche, ci si aspettava qualche cosa di pi\u00f9 della solita macabra parentesi di sangue. Giustizia vuole si riconosca che alcune delle persone da lui condannate meritavano una punizione esemplare, ed essa era invocata a gran voce dalla stessa popolazione. Giuliano non si astenne per\u00f2 dal confondere la sua causa privata con quella dello Stato e cerc\u00f2 di perseguitare perfino quei funzionari che avevano avuto qualche parte, e sia pure alla lontana, nella morte di suo fratello Gallo. Quanto ad Apodemio, agente del servizio segreto, e a Paolo, segretario di Stato, le loro malefatte esigevano una punizione, ma il rogo, cui furono condannati vivi, non pu\u00f2 non gettare una luce sinistra sui tempi, sulla societ\u00e0 e sul governo che di tali sistemi facevano tranquillamente uso.<\/p>\n<p>Di peggio fece Giuliano quando permise che il <em>comes largitionum<\/em>, Ursulo, venisse ucciso dopo il suo ingresso a Costantinopoli. Quella morte fu una doppia ingiustizia perch\u00e9 Ursulo era stato uno dei pochi a favorire Giuliano durante il suo governo nelle Gallie, e sotto la sua responsabilit\u00e0 aveva consentito l&#8217;invio al giovane Cesare di quei mezzi finanziari, dei quali la gelosia di Costanzo lo aveva lasciato privo. Dopo la sua morte, Giuliano tent\u00f2 giustificarsi dicendo che Ursulo era stato ucciso dai soldati senza che egli avesse impartito alcun ordine, ma ci\u00f2 poteva essere soltanto o una confessione d&#8217;impotenza, o una scaltra simulazione. Quando poi si aggiunga che a presiedere questi processi contro i vecchi partigiani di Costanzo si trovava Arbizione, personaggio di ben nota doppiezza e mancanza di scrupoli &#8211; il quale, oltretutto, aveva costituita una diretta minaccia alla vita stessa di Giuliano &#8211; si avr\u00e0 un quadro completo dei primi errori in cui l&#8217;imperatore, trascinato dalla sua irruenza giovanile e dalla sua inesperienza, si lasci\u00f2 indurre a dispetto delle sue molte virt\u00f9.<\/p>\n<p>V.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 meritorio fu il comportamento di Giuliano allorch\u00e8 prese possesso del palazzo imperiale di Costantinopoli ed ebbe agio di toccar con mano la babilonica, incredibile folla di personaggi equivoci e corrotti, di parassiti, di barbieri, di eunuchi, che col\u00e0 prosperavano come tafani molesti e succhiavano quantit\u00e0 inverosimili di denaro dalle casse dello Stato. Ovunque volgesse lo sguardo, Giuliano poteva vedere il lusso barbarico, la moltitudine dei clienti, degli inservienti, degli arruffoni, lo spreco materiale e il cattivo esempio morale, dei quali il suo predecessore s&#8217;era circondato. Quella vista era intollerabile per il sobrio filosofo, abituato a un tenore di vita disadorno e quasi spartano, a una operosit\u00e0 non ostentata, all&#8217;amore per lo studio solitario e al disprezzo dei piaceri, cos\u00ec come delle ricchezze. Perci\u00f2 la sua reazione sdegnata fu quella di cacciare immediatamente dalla corte tutti gli eunuchi, i cuochi e i barbieri, senza distinzione alcuna, senza voler separare l&#8217;onesto dal corrotto, n\u00e9 prestare ascolto a chicchessia. Anche in ci\u00f2 Giuliano diede prova di fermezza e di virile austerit\u00e0, ma anche di una certa qual intransigenza e di uno spirito eccessivamente rigido, dimenticando che la maggiore virt\u00f9 di un sovrano, dopo l&#8217;onest\u00e0 e la fermezza, \u00e8 certamente la duttilit\u00e0 e, con essa, la capacit\u00e0 di distinguere nelle varie situazioni.<\/p>\n<p>Giuliano aveva lungamente studiato la filosofia, ma il suo carattere &#8211; bench\u00e8 temprato da uno stile di vita addirittura ascetico &#8211; non aveva perduto quell&#8217;ardore tipico della giovent\u00f9, specialmente, poi, di chi in giovent\u00f9 \u00e8 stato lungamente condannato a dissimulare e a soffrire in silenzio, pena la vita, come aveva dovuto fare lui sotto Costanzo. Si mostr\u00f2 insomma uomo d&#8217;assalto pi\u00f9 che pondrerato e ragionevole amministratore, il che non avrebbe tardato a deludere molti dei suoi sudditi e perfino alcuni dei suoi amici e sostenitori. Nel caso della cacciata dei parassiti dal palazzo imperiale, non possiamo negare che il provvedimento di Giuliano nasceva da una sentita esigenza interiore di decoro e di moralit\u00e0, e che la corruzione e gli sprechi invalsi sotto i governo di Costantino e dei suoi figli erano stati tali, che lo sdegno del giovane sovrano desta &#8211; se non altro &#8211; la nostra simpatia. Bisogna anche tener presente, tuttavia, che l&#8217;apparato di corte voluto dai suoi predecessori era in linea con la divinizzazione del sovrano sul modello delle monarchie orientali, cui Diocleziano, in particolare, aveva impresso una svolta decisiva; e Giuliano, atteggiandosi a <em>princeps<\/em> augusteo, andava contro le fondamenta ideologiche del proprio stesso potere.<\/p>\n<p>Un solo episodio per illuminare tutto un mondo. Giuliano aveva fatto chiamare un barbiere per tagliarsd i capelli. Venne un uomo vestito cos\u00ec sontuosamente, da parere un alto funzionario pi\u00f9 che un semplice barbiere. L&#8217;imperatore sbott\u00f2: &#8211; <em>Non ho fatto venire un procuratore del fisco, ma un barbiere!<\/em>&#8211; (Amm., XXII,5, 9). Poi volle informarsi di quale fosse la paga di quell&#8217;uomo sotto Costanzo: gli fu risposto che percepiva quotidianamente venti razioni di frumento, altrettante di foraggio per gli animali, un grosso stipendio annuo e, in pi\u00f9, delle remunerazioni speciali per le prestazioni straordinarie. Questa era divenuta la corte di Costantinopoli sotto la dinastia di Costantino.<\/p>\n<p>VI.<\/p>\n<p>Tutto preso dal suo sogno di restaurare gli antichi costumi e le buone, vecchie abitudini dell&#8217;Impero di un tempo, Giuliano adott\u00f2 la consuetudine di recarsi personalmente nella curia per amministrarvi la giustizia, come un principe di antica data. Egli voleva indubbiamente ricostituire il senso della legalit\u00e0 e dell&#8217;efficienza del potere imperiale agli occhi del popolo, dopo il rilassamento e la confusione imperanti sotto il regno di Costanzo. Al tempo stesso, desiderava stringere rapporti amichevoli col Senato di Costantinopoli, citt\u00e0 cristiana per eccellenza, in vista dell&#8217;avvio della sua politica religiosa a favore dei culti pagani, che certamente gli avrebbe suscitato contro molti risentimenti e molte critiche. Nell&#8217;esercizio delle funzioni giudiziarie, Giuliano diede prova di un notevole attaccamento alla tradizione e alla correttezza formale, tanto da rasentare l&#8217;ostentazione. Basti dire che, una volta, giunse al punto di infliggersi un&#8217; ammenda da s\u00e9 medesimo, quando seppe di aver svolto, inavvertitamente, le funzioni di un altro magistrato.<\/p>\n<p>Non sappiamo fino a che punto tutto ci\u00f2 imopessionasse il Senato di Costantinopoli. Giuliano agiva rettamente, ma dava un po&#8217; l&#8217; impressione di voler recitare a freddo la parte di Traiano, l&#8217;<em>optimus princeps<\/em>, nei confronti del Senato romano della fine del I e dell&#8217;inizio del II secolo. Dimenticava che troppo tempo era passato da allora, e che, oltretutto, il Senato di Costantinopoli non era quello di Roma. A Roma la sua linea di condotta avrebbe sortito certo buoni risultati, perch\u00e8, a dispetto dei tempi, la citt\u00e0 del Tevere vantava un&#8217;antica tradizione di indipendenza alla quale i suoi patrizi erano molto attaccati. Ma Costantinopoli era una citt\u00e0 vergine di tradizioni repubblicane, anzi vergine di tradizioni in senso assoluto, ed era stata creata da Costantino come gemma della sua autocratica corona e come una novella Zenobia da ostentare, carica di catene d&#8217;oro, nel trionfo del suo dispotismo orientalizzante. I senatori della Nuova Roma sul Bosforo non rimpiangevano alcuna libert\u00e0, perch\u00e9 non l&#8217;avevano mai conosciuta; per loro, cristianissimi, la persona del cristiano imperatore era sacra e intoccabile; solo che Giuliano non era cristiano&#8230; Insomma, anche da questo lato la politica di Giuliano doveva apparire a dir poco utopistica, preoccupata pi\u00f9 di correr dietro ai sogni e alle chimere di un passato esaltante, ma ormai estraneo, piuttosto che di tener conto dei dati della situazione reale.<\/p>\n<p>Se qualche singolo episodio pu\u00f2 gettare una luce illuminante sul carattere e sulla personalit\u00e0 di un uomo, non sar\u00e0 inutile ricordare un fatto accaduto in Senato, e non sfuggito, come al solito, all&#8217;acutissimo senso critico di Ammiano (cfr: XXII, 7, 3). L&#8217;imperatore stava amministrando, come sua abitudine, la giustizia nell&#8217;aula del Senato; quand&#8217;ecco giungergli la notizia che era arrivato il filosofo Massimo, del quale egli aveva grandissima stima. Allora, certo con grande stupore di tutti i senatori, e corse ad abbracciare Massimo, baciandolo e poi riportandolo seco nell&#8217;aula del Senato. Ammiano dice che in quella occasione Giuliano avrebbe meritato la mordace osservazione di Cicerone, che vi sono dei filosofi i quali scrivono interi trattati sul disprezzo della celebrit\u00e0 e degli elogi degli uomini, ma poi, sul frontespizio di quegli stessi trattati, vogliono che appaia a caratteri cubitali il loro nome perch\u00e9 tutti possano notarlo a prima vista.<\/p>\n<p>VII.<\/p>\n<p>Fu subito dopo il suo ingresso trionfale a Costantinopoli che Giuliano, mettendo da parte ogni indugio, s&#8217;indusse a render pubblico il suo culto verso le antiche divinit\u00e0, che fino ad allora aveva dissimulato o quantomeno evitato di pubblicizzare eccessivamente. Durante il suo governo in Gallia nelle funzioni di Cesare, egli non si era voluto esporre in materia religiosa, per non compromettere la sua popolarit\u00e0; anzi, dopo la sua proclamazione ad Augusto, durante una festivit\u00e0 cristiana egli si era unito nella preghiera ai cristiani di Vienne per raccogliere simpatie anche da quella parte, in vista del duello finale con Costanzo.<\/p>\n<p>Adesso, per\u00f2, scomparso Costanzo e riunificato l&#8217;Impero nelle sue sole mani, egli non ritenne di esitare pi\u00f9 a lungo e diede libera manifestazione alla sua devozione pagana, suscitando, com&#8217;era naturale, sorpresa, stupore e sdegno tra la popolazione costantinopolitana, quasi totalmente cristiana, e specialmente tra i monaci, il clero e la parte pi\u00f9 intransigente e rigorista della chiesa. Ma la religione degli d\u00e8i antichi era formalmente proscritta, a causa degli editti e delle disposizioni in materia di suo zio Costantino il Grande e di suo cugino Costanzo II, onde, per prima cosa, Giuliano ordin\u00f2 in maniera esplicita la riapertura dei templi gi\u00e0 chiusi, l&#8217;immolazione di vittime e il ristabilimento dei culti antichi, su un piede di perfetta parit\u00e0 con la religione cristiana.<\/p>\n<p>Osservatore intelligente della realt\u00e0 circostante, bench\u00e9 non di rado ottenebrato dal proprio idealismo fanatico, Giuliano non tard\u00f2 a individuare nella disciplinata articolazione del clero cristiano una delle maggiori ragioni della superiorit\u00e0 organizzativa e propagandistica del cristianesimo sui vecchi culti. Di conseguenza, rivolse grandi sforzi all&#8217;instaurazione di un clero pagano regolare, modellato su quello cristiano, che provvedesse in maniera continuativa, non empirica n\u00e9 saltuaria, a mantener viva la fiamma della religiosit\u00e0 pagana. Questo doveva certamente essere un primo passo per restituire una maggior competitivit\u00e0 agli antichi culti nei confronti del cristianesimo, che tanti progressi aveva fatto con l&#8217;organizzazione mirabile della sua chiesa<\/p>\n<p>Era anche, per\u00f2, una confessione di debolezza, poich\u00e9 una religione, o un insieme di religioni, che cerchi di reggersi con gli editti e con le riforme organizzative, confessa in partenza il proprio intimo fallimento e la necessit\u00e0 di ricominciare tutto daccapo. Ma il paganesimo antico era troppo vecchio e stanco per poter riprendere con nuovo vigore l&#8217;aspra battaglia. Fin da allora si venne delineando il carattere tragico della riscossa religiosa del tardo paganesimo sotto il breve regno dii Giuliano, determinato dalla circostanza di dipendere in misura decisiva dalla personale esistenza e dalla iniziativa inesausta di un singolo uomo. In termini di moderna medicina si potrebbe dire che che il paganesimo era tenuto in vita mediante una sorta di accanimento terapeutico. E quando la mano che controllava le varie apparecchiature venne meno, senza aver avuto il tempo di consolidare l&#8217;opera, anche il respiro della religione pagana cesser\u00e0 per sempre.<\/p>\n<p>VIII.<\/p>\n<p>Nessuno potrebbe negare la nobilt\u00e0 teorica dei provvedimenti religiosi di Giuliano. Egli affermava il principio della piena libert\u00e0 di coscienza per tutti i sudditi, non solo per quelli di una certa religione, ma per tutti coloro che adoravano in forme diverse la divinit\u00e0. In linea teorica (e sottolineiamo teorica), le leggi emanate da Giuliano nell&#8217;inverno del 361-362 si ponevano in poeretta coerenza e armonia con gli editti di galerio del 311 e di Costantinoil grande del 313. Anche nel cosiddetto &quot;editto di Milano&quot;, il primo imperatore cristiano aveva rivendicato per ogni uomo il diritto alla libert\u00e0 interiore in materia religiosa, principio nobilissimo che ben presto egli stesso aveva calpestato. Apparentemente, dunque, i provvedimenti di Giuliano non miravano che a ristabilire la giustizia, contestando la posizione di predominio che il culto cristiano si era arrogato, col favore degli imperatori, nei confronti di tutte le altre fedi religiose.<\/p>\n<p>In pratica, tuttavia, ciascuno poteva vedere come una posizione, e sia pure arbitraria, conquistata da una singola religione sulle sue rivali nell&#8217;ambito di una data societ\u00e0, non poteva esser rimessa in discussione se non allo scopo non dichiarata di scalzarla dal suo predominio e infine, se possibile, dalla vita stessa dello Stato. Poich\u00e9 Giuliano doveva fare i conti con una religione che aveva avuto il tempo di organizzarsi saldamente all&#8217;interno dell&#8217;Impero e di estendere le sue ramificazioni in tutti i settori della vita civile, e che era seguita, se non dalla maggioranza, certo dalla parte pi\u00f9 attiva e intraprendente della popolazione, sulle prime non os\u00f2 lasciar trasparire le sue intenzioni ultime, e si compiacque di atteggiarsi a campione di una encomiabile, ma astratta ed equivoca, libert\u00e0 universale.<\/p>\n<p>Giocando su questo equivoco fondamentale, di voler ristabilire la parit\u00e0 dei vari culti, mentre segretamente mirava a scalzare le posizioni guadagnate dal cristianesimo, Giuliano fin dagli esordi del suo regno comp\u00ec un altro passo importante. Fece convocare a palazzo diversi vescovi orientali delle opposte sette e fazioni, insieme ai loro seguaci, e li invit\u00f2 alla moderazione, al rispetto di tutti i culti, alla piena libert\u00e0 e indipendenza di ciascuna fede religiosa. Parole certamente nobili, ma non ispirate da sincero interesse, bens\u00ec da un calcolo segreto ben preciso. In un tempo in cui ariani e cattolici niceni, manichei e donatisti si consideravano non gi\u00e0 come membri dissenzienti di una medesima famiglia, ma come nemici irreconciliabili che sentono e agiscono di conseguenza, un tale invito da parte dell&#8217;imperatore non poteva avere che uno scopo: quello di indebolire la forza della religione cristiana e della chiesa, favorendo il rafforzarsi delle varie eresie e creando ulteriori dissensi nel campo dei seguaci di Cristo. &quot;<em>Divide et impera<\/em>&quot; era l&#8217;antico motto della politica espansionista romana, sia di et\u00e0 repubblicana, che imperiale: ora Giuliano cercava di applicarla in campo religioso, nella sua battaglia a favore della rinascita dei culti antichi.<\/p>\n<p>Ma era una battaglia di retorguardia, senza alcuna prospettiva concreta, e le belle parole di cui si adornava non potevano nascondere ad alcuno i segreti fini perseguiti dall&#8217;imperatore.<\/p>\n<p>IX.<\/p>\n<p>La situazione di Giuliano era resa ancor pi\u00f9 intricata ed irta di difficolt\u00e0 dalla peculiare situazione religiosa e politica delle due differenti <em>partes<\/em> dell&#8217;Impero Romano alla met\u00e0 del IV secolo.<\/p>\n<p>Il centro politico era ormai, almeno a partire dall&#8217;et\u00e0 di Diocleziano, in Oriente, prima a Nicomedia e poi, dopo Costantino il Grande, a Costantinopoli. Ma la popolazione pi\u00f9 cristianizzata dell&#8217;Impero era quella di lingua greca, cio\u00e8 la orientale; e Giuliano, di conseguenza, doveva al tempo stesso risiedere in Oriente per motivi politici, e condurre la sua battaglia religiosa su un terreno ostile, perch\u00e9 a larga maggioranza cristianizzato. Ben diversa sarebbe stata la situazione se Giuliano avesse potuto, ad esempio, porre in Roma la sua sede: col\u00e0 un Senato orgoglioso, ancora in larga misura pagano, avrebbe sostenuto efficacemente i suoi sforzi e appoggiato in maniera concreta la sua politica. A Roma il paganesimo non era mai morto, le vicende connesse alla polemica sull&#8217;Altare della Vittoria lo provano ad usura. Meglio ancora, dal punto di vista di Giuliano, in Roma esisteva tuttora un vivo risentimento nei confronti di Costanzo, sia perch\u00e8 questi aveva disdegnato di risiedere nella citt\u00e0 tiberina, sia perch\u00e8 aveva fatto asportare, appunto &#8211; fatto allora inaudito -l&#8217;Altare della Vittoria dall&#8217;aula del Senato. Era quello, dunque, il terreno ideale per raccogliere una cos\u00ec ricca eredit\u00e0 di risentimenti e insofferenze, e mettersi arditamente alla testa della reazione senatoria , spiegando le bandiere del paganesimo antico.<\/p>\n<p>In Costantinopoli, invece, Giuliano si trovava lontano dai suoi potenziali sostenitori, in una citt\u00e0 interamente cristiana ove l&#8217;unica possibilit\u00e0 di manovra era costituita dalle rivalit\u00e0 tra ariani e niceni; ma dove sia il Senato, sia il popolo, sia il personale burocratico e amministrativo e quello di corte, guardavano con diffidenza o con aperta ostiulit\u00e0 i tentativi di riportare in auge i culti del paganesimo ormai al tramonto.<\/p>\n<p>Questo idealista attardato, la cui adolescenza era trascorsa tra i sogni del passato e le scuole filosofiche e misteriche della Grecia e dell&#8217;Asia Minore ellenizzata, quando poi era stato nominato Cesare in Gallia, ossia in terre assai decentrate rispetto ai luoghi della sua formazione spirituale, &quot;semibarbariche&quot;, aveva goduto di un seguito popolare immenso ed entusiastico e di un appoggio incondizionato da parte dell&#8217;elemento militare. Specie dopo le prime, inattese e folgoranti vittorie sugli Alemanni, egli era apparso come il campione della romanit\u00e0 contro il germanesimo dilagante, della civilt\u00e0 greco-romana contro la barbarie.<\/p>\n<p>Invece, dopo la morte di Costanzo e la riunificazione dell&#8217;Impero nelle sue mani, proprio l\u00ec, nel cuore della civilt\u00e0 classica ed ellenistica &#8211; a Costantinopoli prima, ad Antiochia poi &#8211; Giuliano sembra come sperduto e abbandonato a s\u00e9 stesso; soffre e si logora in un ambiente estraneo, ostile, troppo profondamente cristianizzato per comprendere o anche solo tollerare la sua crociata religiosa. Proprio col\u00e0, nella patria della sapienza greca, dei culti orientali, il filosofo neoplatonico si trova smarrito come un pesce fuor d&#8217;acqua, criticato, irriso, insultato: lui, che aveva conosciuto i trionfi nelle selve germaniche, intristisce e quasi soffoca nelle megalopoli orientali greco-asiatiche, teoricamente sua patria ideale.<\/p>\n<p>Il popolo non lo capisce, non lo ama; i preti gli montano contro le folle, i monaci lo maledicono come un novello Diocleziano, come l&#8217;Anticristo annunciato dalle scritture. Essi dimenticano sin troppo in fretta le violenze patite, anche in campo religioso, dall&#8217;ariano Costanzo: la deposizione dei vescovi, le ingerenze, le minacce, gli esilii. Davanti a quest&#8217;ultimo rigurgito di vitalit\u00e0 pagana non vedono, non vogliono vedere altro che la &quot;persecuzione&quot;, il ritorno alla arroganza dei predecessori di Costantino, la minaccia intollerabile alle posizioni conquistate e date ormai per acquisite anche in via legislativa. E cos\u00ec, rapidamente, irrimediabilmente, l&#8217;atmosfera di Costantinopoli (e poi di Antiochia) per lui si avvelena, comincia a diventare irrespirabile, e un muro d&#8217; incomprensione e di amarezza cala fatalmente tra il sovrano idealistae ostinato e i suoi sudditi fanatizzati e intolleranti.<\/p>\n<p>X.<\/p>\n<p>Giuliano certamente si rendeva conto di tutto ci\u00f2, del terreno sfavorevole sul quale si trovava a lottare, della debolezza della sua posizione; ma non poteva fare altrimenti. Da Diocleziano in poi, cio\u00e8 da da circa ottant&#8217;anni, un imperatore romano non poteva che risiedere in Oriente; da Costantino in poi, cio\u00e8 da una quarantina d&#8217;anni, non poteva che risiedere a Costantinopoli. Anzi, sempre pi\u00f9 la minaccia sassanide, alla quale Giuliano carezzava l&#8217;idea di rispondere con una vigorosa campagna, a maggior ragione lo attirava lontano verso Oriente, verso la culla dell&#8217;ellenismo: Antiochia, la Siria; e pi\u00f9 oltre ancora: la Mesopotamia, la Persia; sempre pi\u00f9 il baricentro dello Stato romano si spostava irrevocabilmente verso l&#8217;Asia mai latinizzata, e solo in superficie ellenizzata.<\/p>\n<p>Solo la Gallia conservava di Giuliano un commosso, vivido ricordo. In Italia la guerra civile fra lui e Costanzo II era stata quasi incruenta, per la fuga subitanea degli ufficiali di Costanzo davanti all&#8217;impetuoso e inatteso attacco delle legioni galliche. L&#8217;unico importante fatto d&#8217;armi, che vale la pena di ricordare, era stata la resistenza di Aquileia,la ricca e orgogliosa citt\u00e0 che gi\u00e0 aveva sbattuto le porte in faccia a Massimino il Trace, che aveva fermato i Quadi e i Marcomanni; che cercher\u00e0 di fermare, nel v secolo, prima i Goti, poi gli Unni e che pagher\u00e0, per questo, il prezzo terribile della distruzione pressoch\u00e8 totale.<\/p>\n<p>Le cose si erano svolte in questo modo. Quando l&#8217;esercito di Giuliano, avanzando velocissimo lungo il Danubio, si era impadronito di Sirmium, durante la marcia verso Costantinopoli, due legioni di Costanzo vi erano rimaste sorprese e si erano arrese, venendo fatte prigioniere. Dai Balcani erano state ricondotte indietro, per ragioni di scicurezza, fino in Italia; ma qui, col consenso della popolazione di Aquileia, si erano ribellate agli ufficiali di Giuliano, erano entrate in citt\u00e0 e avevano ripreso le armi in difesa della causa del loro sovrano.<\/p>\n<p>Ne era seguito un assedio aspro e difficile; le mura erano robuste, e i difensori erano risoluti a lottare sino all&#8217;estremo delle forze. Le cose erano arrivate a un punto tale che gli assedianti, incapaci di venire a capo di questo imprevisto <em>bellum aquileiense<\/em>, si erano ormai rassegnati a prender la citt\u00e0 per sete, interrompendo le condutture e rinunciando a ulteriori assalti. Ma proprio allora era giunta anche in Italia la notizia della morte improvvisa di Costanzo II in Asia, e del riconoscimento di Giuliano quale Augusto da parte delle province e degli eserciti della <em>pars Orientis.<\/em>Gli abitanti di Aquileia e le due legioni che vi si erano asserragliate, sapute tali nuove, disperando della salvezza si risolsero alla resa ed aprirono le porte. I principali istigatori della rivolta cittadina furono briuciati vivi, secondo l&#8217;atroce costume del tempo, mentre tutti gli altri non avevano sub\u00ecto pi\u00f9 gravi conseguenze per quanto avevano fatto.<\/p>\n<p>Questo episodio aveva dimostrato, se non altro, che non in tutte le province dell&#8217;ImperoLa Giuliano era stato accolto come un liberatore; e che Costanzo, pur con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni, aveva goduto di un grado di consenso abbastanza elevato. Se questo era vero per l&#8217;Italia, la regione pi\u00f9 pagana dell&#8217;Impero nel IV secolo (essendo la culla del paganesimo romano), tanto pi\u00f9 doveva esserlo per le cristianissime province orientali. La realt\u00e0 \u00e8 che Giuliano, fuori della gallia e, forse, fuori di Roma, era un estraneo o, peggio, un sovvertitore dell&#8217;ordine ormai consolidato dalla dinastia di Costantino. Anche per questo egli aveva <em>bisogno<\/em> della guerra persiana.<\/p>\n<p>Indipendentemente dalle ragioni militari di quella campagna, che non erano n\u00e9 poche, n\u00e9 lievi, Giuliano aveva bisogno di una grande guerra &#8211; e di una guerra vittoriosa &#8211; contro la Persia, per motivi politici. Nell&#8217;Oriente cristiano, ossia nella tana del leone, lui, l&#8217;imperatore pagano, l&#8217;animatore della riscossa pagana, non poteva sperare di mantenersi se non al prezzo di uno sfolgorante successo militare. Solo cos\u00ec, schiacciando la secolare minaccia persiana; annettendo, se possibile, le satrapie sassanidi, e realizzando in tal modo l&#8217;antico disegno di Alessandro Magno e il sogno di Giulio Cesare, egli &#8211; cos\u00ec pensava &#8211; avrebbe potuto in qualche modo giustificare le sue ambizioni di restaurazione religiosa, galvanizzare gli ambienti pagani della Siria, della Mesopotamia, dell&#8217;Egitto; tacitare, almeno in parte, le critiche della popolazione cristiana &#8211; e prepararsi, al ritorno dalla guerra vittoriosa, ad infliggere il colpo di grazia al culto del Galileo.<\/p>\n<p>Questo era il sogno inconfessato di Giuliano; e bisogna aggiungere che la sua notevole vanit\u00e0 e la sua enorme superstizione , cos\u00ec come lo inducevano a compiere continui sacrifici ed esami aruspicini, sembravano incoraggiarlo con i loro equivoci responsi a considerarsi pi\u00f9 che un uomo, quasi una divinit\u00e0, cui nessun progetto poteva andare deluso, nessuna speranza apparire troppo ambiziosa. Tale il pericoloso stato d&#8217;animo con cui Giuliano si accingeva ad affrontare la difficile campagna persiana, e l&#8217;ancor pi\u00f9 difficile campagna anticristiana.<\/p>\n<p>XI.<\/p>\n<p>Le necessit\u00e0 della prossima guerra persiana e l&#8217;ambiente ostile creatogli intorno dalla chiesa costantinopolitana indussero Giuliano a non indugiare pi\u00f9 del necessario nella capitale sulle rive del Bosforo, ma ad affrettare la partenza per l&#8217;Asia ed il futuro teatro di operazioni. Valicata la Propontide (Mar di Marmara) egli si diresse, per via di terra, verso l&#8217;interno dell&#8217;Asia Minore, passando per Nicomedia ed Ancyra (l&#8217;odierna Ankara, capitale della Turchia).<\/p>\n<p>Di questo suo viaggio, del contegno verso gli abitanti, dell&#8217;amministrazione della giustizia, degli aiuti finanziari alle citt\u00e0 bisognose, delle folle che gli correvano incontro per vederlo e per appellarsi al suo tribunale, Ammiano ci racconta cose impressionanti. In quelle pagine, per\u00f2, dobbiamo riconoscere che l&#8217;abituale senso critico dello storico pagano sembra essersi un po&#8217; affievolito, e che egli abbia finito per attribuire alle popolazioni dell&#8217;Asia Minore &#8211; della Bitinia, della Gallogrecia (Galatia), della Cilicia &#8211; i suoi propri sentimenti d&#8217;ammirazione nei confronti dell&#8217;imperatore, pi\u00f9 che attenersi a una realt\u00e0 di fatto che non poteva essere altrettanto rosea.<\/p>\n<p>Gli abitantoi dell&#8217;interno dell&#8217;Asia Minore, sia Greci, sia Galati, sia indigeni, erano ormai da molti anni, in larghissima misura, convertiti al cristianesimo. Erano ben quelle le province, quelle le citt\u00e0 che avevano visto l&#8217;apostolato indefesso, il peregrinare instancabile di Paolo e dei suoi aiutanti, pochi anni dopo la morte di Ges\u00f9 Cristo sulla croce (&quot;cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno &#8211; aveva affermato con orgoglio, parlando di quei suoi viaggi apostolici -; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato una notte e un giorno nell&#8217;abisso&quot;: Cor., 11, 24-25). Sulla costa, e specialmente su quella egea, le resistenze pagane erano pi\u00f9 forti. Cos\u00ec come, a suo tempo, gli orafi di Efeso avevano suscitato un tumulto contro Paolo, cacciandolo dalla loro citt\u00e0 consacrata alla dea Artemide, anche adesso vi si manteneva una non indifferente comunit\u00e0 fedele ai vecchi culti, che guardava con ostilit\u00e0 o con aperto disprezzo la religione venuta di Galilea e diffusasi ovunque per mari e per terre. Ma nell&#8217;interno il cristianesimo era forte, forse pi\u00f9 forte che in qualsiasi altra provincia dell&#8217;Impero; e non \u00e8 credibile che la marcia dell&#8217;apostata Giuliano vi sia stata accolta esclusivamente da entusiastiche acclamazioni. Certo cos\u00ec sar\u00e0 stato a Nicomedia, che, ridotta in rovina dalle sciagure successive del terremoto e dell&#8217;incendio, ottenne da lui generosi aiuti economici; ma la stessa cosa non pot\u00e8 verificarsi ovunque.<\/p>\n<p>Dopo aver valicato i passi del Tauro ed avere poi imboccato la famosa &quot;via del mare&quot;, Giuliano giunse ad Antiochia, non sappiamo esattamente quando, risoluto a farne la sua base di operazioni per la guerra imminente. Taluni storici contemporanei (tra i quali Mario Attilio Levi) hanno supposto che l&#8217;imperatore dovette arrivare nella capitale della Siria al principio del 362; il che ridurrebbe la sua sosta a Costantinopoli a una faccenda di pochi giorni. Ma se Ammiano tace sulla questione, Zosimo esplicitamente afferma che Giuliano comp\u00ec a Costantinopoli &quot;una sosta di dieci mesi&quot; (III, 2, 3); il che, considerato che il suo ingresso in citt\u00e0 era avvenuto l&#8217;11 dicembre del 361, indicherebbe nel mese di settembre del 362 la data della partenza. Se ammettiamo che il viaggio attraverso l&#8217;Asia Minore dovette richiedere non meno di un mese (poich\u00e9 non fu una marcia militare a tappe forzate, ma un vero itinerario pubblico di visite ufficiali), si sarebbe portati a concludere che l&#8217;imperatore non pot\u00e8 raggiungere Antiochia, nel migliore dei casi, prima dell&#8217;ottobre inoltrato. Se poi si considera che la campagna persiana ebbe inizio nel marzo successivo, potr\u00e0 sorgere qualche perplessit\u00e0 sul fatto che in meno di cinque mesi Giuliano abbia potuto mettere in moto la complessa macchina militare romana in Asia. Tuttavia bisogna considerare che i preparativi per la guerra, ad Antiochia e in tutta la Siria e province limitrofe, quasi certamente erano iniziati assai prima che egli muovesse di persona da Costantinopoli verso la citt\u00e0 sulle rive dell&#8217;Oronte, il che eliminerebbe ogni difficolt\u00e0 cronologica.<\/p>\n<p>Viceversa, se ammettiamo che ai primi del 362 Giuliano era gi\u00e0 ad Antiochia, molti fatti difficilmente spiegabili verrebbero a disturbare la nostra ricostruzione. Primo, si dovrebbe immaginare che Giuliano ebbe il tempo di compiere tutto quel che si \u00e8 detto a Costantinopoli, nel giro di pochi giorni o, al massimo, settimane. Secondo, che non avvert\u00ec minimamente l&#8217;inopportunit\u00e0 &#8211; cosa piuttosto strana &#8211; di fermarsi cos\u00ec poco nella capitale dell&#8217;Impero, tra una popolazione che lo conosceva poco, che cominciava a diffidare di lui, che ricordava con una certa nostalgia Costantino e suo figlio Costanzo; e in mezzo alla quale egli, dunque, avrebbe dovuto preoccuparsi di rafforzare la propria posizione. Terzo, che nel cuore dell&#8217;inverno si mise in viaggio per la lontana Antiochia, che affront\u00f2 i rigori dell&#8217;altopiano anatolico e le nevi nei passi del Tauro, con una marcia necessariamente lenta e faticosa, pur sapendo benissimo che nessuna seria azione contro la Persia avrebbe potuto essere intrapresa prima della primavera.<\/p>\n<p>XII.<\/p>\n<p>Ci vien detto che Giuliano, entrando in Antiochia, fu accolto dal popolo &quot;con pubbliche preghiere, come se fosse un dio&quot; (Amm., XXII, 9, 14), o, quanto meno, &quot;benevolmente&quot; (Zos., III, 2, 4). Anche qui pu\u00f2 esservi traccia di parzialit\u00e0 da parte dei due storici pagani, dai quali siamo costretti a dipendere pressoch\u00e8 interamente &#8211; tanto pi\u00f9 che lo stesso Ammiano, subito dopo, in un passo piuttosto oscuro, accenna a delle urla e a dei lugubri lamenti, che accolsero inopinatamente l&#8217;ingresso in citt\u00e0 dell&#8217;imperatore. (id., 9, 15). Forse quel passo conserva, sia pure confusamente, il ricordo delle manifestazioni ostili dei cittadini cristiani di Antiochia, gi\u00e0 prevenuti dai fatti di Costantinopoli sulla attitudine religiosa del nuovo sovrano.<\/p>\n<p>Fin dai tempi dell&#8217;infelice spedizione di Crasso contro i Parti e della disastrosa battaglia di Carre, la citt\u00e0 sull&#8217;Oronte costituiva la base di partenza per ogni operazione offensiva romana in direzione dell&#8217;Eufrate. Essa era divenuta, nel II e nel III secolo, la &quot;capitale della guerra&quot;, quella guerra accanita e quasi ininterrotta che si era svolta fra le monarchie romana e quella partica prima, la sassanide poi, da pi\u00f9 di quattro secoli.<\/p>\n<p>Per Antiochia, il momento pi\u00f9 drammatico era arrivato in quel fatale anno 257, allorquando la citt\u00e0 era stata presa e devastata dai Persiani, e la popolazione tradotta schiava al di l\u00e0 dell&#8217;Eufrate dai momentanei vincitori. L&#8217;attacco, si ricordava ancora con sgomento e raccapriccio, era stato talmente fulmineo e inaspettato, che aveva sorpreso la maggior parte degli abitanti mentre assistevano, come di consueto, a una rappresentazione nel teatro cittadino. Si raccontava che una donna, l&#8217;attrice che svolgeva il ruolo di protagonista nella rappresentazione, ad un tratto aveva interrotto la recita per esclamare: &#8211; Se non sto sognando, quelli sono i Persiani che arrivano -. A quelle parole, il popolo si era precipitato urlando in tutte le direzioni, mentre gi\u00e0 le frecce infallibili degli arcieri sassanidi piovevano, dall&#8217;alto di una rupe vicina, nell&#8217;interno del teatro.<\/p>\n<p>Da Antiochia, dunque, come i suoi vittoriosi predecessori &#8211; Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, , Giuliano intendeva raccogliere i mezzi umani e finanziarii, per potersi mettere in movimento verso oriente con un esercito abbastanza consistente. Senonch\u00e8 Antiochia, forse ancor pi\u00f9 di Costantinopoli, era citt\u00e0 a grandissima maggioranza cristiana, e di un cristianesimo che faceva dell&#8217;intolleranza religiosa il suo maggior vanto, e della faziosit\u00e0 civile motivo di orgoglio. Non \u00e8 certo esagerato affermare che gli abitanti di Antiochia, notoriamente litigiosi e irrequieti quanto quelli di Alessandria, avevano ricevuto, nella maggior parte dei casi, il messaggio cristiano pi\u00f9 come una vernice di comodo conformismo, che come una fede interiore sinceramente sentita. Possiamo quindi immaginarci l&#8217;artmosfera tesa e quasi esplosiva che si venne stabilendo in citt\u00e0 poco dopo l&#8217;arrivo di un imperatore che celebrava continuamente, in forma ostentata, numerosissimi sacririfici sulle are pagane, e che conduceva una attiva politica di lin\u00ecmitazione del predominio cristiano, sia nell&#8217;ambito cittadino, sia a livello generale dello Stato.<\/p>\n<p>XIII.<\/p>\n<p>Giuliano stesso, poi, non perse tempo nel peggiorare questo gi\u00e0 preoccupante stato di cose. Con un provvedimento che lo stesso Ammiano non esita a definire <em>inclemens<\/em>, che va forse inteso, qui, nel significato estremo di &quot;inumano&quot;, egli stabil\u00ec che tutti gli insegnanti di grammatica e di retorica compissero una pubblica sottoscizione dei culti pagani, e imbocc\u00f2 per la prima volta, in tal modo, la via dell&#8217;aperta persecuzione religiosa. Tutto questo ebbe il solo efetto di produrre una massiccia migrazione di insegnanti cristiani dalla professione attiva alla vita privata, poich\u00e9 ben pochi furono quelli che accettarono di rinnegare la propria fede pur di continuare a insegnare, se pure ve ne furono. Ma nel complesso il vantaggio materiale conseguito dal partito pagano, allontanando dalle scuole i r\u00e8tori e i grammatici di fede cristiana, fu ampiamente superato dalle conseguenze negative del fatto. Agli occhi dell&#8217;opinione pubblica e anche di molti uomini di cultura, il provvedimento fu <em>obruendum perenni silentio<\/em> (Amm., XXII, 2, 7), &quot;degno di essere sepolto sotto un eterno silenzio&quot;. Paolo Orosio, poi, ci conferma che quasi tutti gli insegnanti cristiani delle arti liberali preferirono rinunciare all&#8217;ufficio piuttosto che alla propria fede, e presentarono in massa le dimissioni (<em>Hist.,<\/em> VII, 30, 3).<\/p>\n<p>\u00c8 vero che, per la mentalit\u00e0 romana, Stato e religione erano termini inseparabili &#8211; non nel senso, tutto moderno, del cosiddetto &quot;fondamentalismo&quot;- che la societ\u00e0 civile si dovesse sottomettere alla legge religiosa; bens\u00ec in quello che <em>anche<\/em> la religione era una manifestazione diretta della vita civile, per cui non era cosa possibile, ad esempio, onorare la patria senza onorare la divinit\u00e0. Il punto era che la religione maggioritaria, ormai, si avviava ad essere la cristiana, e che quindi era assurdo escludere dalla vita civile i suoi seguaci. Costantino, da questo puunto di vista, aveva in un certo senso tratto le conseguenze di un calcolo molto semplice: se il mondo romano si avviava a diventare cristiano, era logico che il cristianesimo, e non pi\u00f9 il paganesimo, avrebbe dovuto esser posto a fondamento della vita civile dello Stato. Insomma, aveva semplicemente rovesciato la politica di Diocleziano: l&#8217;Impero, per sopravvivere, doveva identificarsi sempre piu con una grande religione di salvezza (per Diocleziano, quella del <em>Sol Invictus<\/em>) e fare con essa un tutt&#8217;uno, s\u00ec da trarne nuova linfa vitale<\/p>\n<p>Alle ragioni di malcontento di ordine religioso della popolazione antiochena, poi, vennero ad aggiungersi quelle di ordine economico. Deciso a non commettere l&#8217;errore di mettersi in campagna con forze inadeguate, Giuliano ricorse a una politica tributaria estremamente severa, dalla quale si attendeva l&#8217;accumulo di mezzi finanziari imponenti, proporzionati all&#8217;entit\u00e0 dei disegni politici e militari che intendeva perseguire. Ma ci\u00f2, naturalmente, dovette provocare un ulteriore malcontento da parte dell&#8217;irrequieta e sempre mutevole plebe siriaca, finendo col distruggere quell&#8217;immagine di sovrano paterno e sollecito, spregiatore delle delazioni e amante sopra ogni cosa della legalit\u00e0 e della giustizia, che si era conquistato durante il suo viaggio attraverso l&#8217;interno dell&#8217;Asia Minore.<\/p>\n<p>Anche in questo, si direbbe che vi sia stata una distonia di fondo tra il modo di vedere di Giuliano, e quello degli Antiocheni. Per l&#8217;imperatore, secondo una concezione politica pi\u00f9 &quot;repubblicana&quot; che imperiale, era ovvio che, se si voleva allontanare la minaccia persiana, tutti dovevano contribuire, o arruolandosi, o sottoponendosi a un tributo finanziario: ci\u00f2 era nell&#8217;interesse della popolazione, non si trattava di una spesa improduttiva. Ma per gli Antiocheni &#8211; gli stessi che si godevano gli spettacoli teatrali quando gi\u00e0 i barbari erano penetrati nella loro metropoli -, il punto di vista era ben differente. Essi avevano dimenticato in fretta la tragedia del 257, e ormai, del resto, era passato pi\u00f9 di un secolo. Abituati alle mollezze di una vita spensierata e sensuale, nulla era pi\u00f9 lontano da loro che il pensiero di un comune interesse con lo Stato nella difesa dei confini. La sicurezza di cui godevano era illusoria, ma non se ne rendevano conto. I Persiani erano lontani, e gli Antiocheni non se ne davano alcun pensiero; mentre l&#8217;imperatore pagano ed esoso sembrava piovuto loro da un altro mondo, per vessarli e maltrattarli, allegando pretesti inconsistenti all&#8217;aumento inopinato della pressione fiscale.<\/p>\n<p>XIV.<\/p>\n<p>Un altro grave episodio, nei primi giorni dell&#8217;impero di Giuliano, era venuto a turbare la vita pubblica, dimostrando fino a qual grado di tensione intollerabile stessero salendo i contrasti religiosi.<\/p>\n<p>Il 24 dicembre del 361 il popolaccio di Alessandria, inferocito, aveva assalito, malmenato e ucciso il vescovo Giorgio, indi ne aveva bruciato il cadavere sulla riva del mare e ne aveva disperso le ceneri al vento. L&#8217;antefatto, o meglio gli antefatti, di questo gravissimo episodio, andavano cercati meno nell&#8217;ostilit\u00e0 fra la popolazione cristiana e quella pagana di Alessandria, che non nel carattere stesso dell&#8217;ucciso e negli aspetto assai poco edificanti del suo governo. Originario della Cappadocia, questo vescovo offre un esempio significativo di cosa potesse divenire l&#8217;istituto episcopale nel IV secolo dell&#8217;\u00e8ra cristiana. Giorgio era forse pi\u00f9 detestato dai cristiani della sua diocesi che dagli stessi pagani. Seguace dell&#8217;arianesimo puro, non aveva esitato a occupare, nel 357, la sede di Alessandria ancor fresca del ricordo di una personalit\u00e0 gigantesca come quella di Atanasio, che la persecuzione di Costanzo aveva costretto a fuggire nel deserto; e aveva fatto disperdere a mano armata i suoi seguaci<\/p>\n<p>A questi esordi, gi\u00e0 di per s\u00e9 odiosi, Giorgio aveva presto aggiunto tutta una serie intollerabile di abusi, scandali e perfidie. Personaggio mondano nel senso peggiore della parola, il vescovo di Alessandria si era mostrato sollecito sopra ogni altra cosa di fare il delatore presso Costanzo di supposti congiurati, al fine di accaparrarsi i monopoli pi\u00f9 redditizi della regione, e di intrigare col potere politico ai danni del popolo che era stato affidato alle sue cure spirituali. Questo stato di cose aveva finito col provocare, nell&#8217;agosto del 368, una sommossa generale, a sguito della quale l&#8217;indegno vescovo era stato cacciato dalla citt\u00e0 a furor di popolo.<\/p>\n<p>Gregorio, per\u00f2, non aveva disarmato neanche allora. Indossando, con sfrontatezza inaudita, le vesti del perseguitato e quasi del martire, era corso a rifugiarsi dal suo imperiale burattinaio, cio\u00e8 da Costanzo, aveva cos\u00ec potuto partecipare al Concilio di Seleucia, e infine, a forza di maneggi e di spergiuri, era riuscito a rientrare nella sua vecchia sede episcopale di Alessandria. I suoi metodi non erano per\u00f2 cambiati, poich\u00e9 nulla gli avevano insegnato le sue recenti vicissitudini, se non in fatto di onest\u00e0, almeno di rispetto delle apparenze. \u00c8 certo che solo il sostegno delle pubbliche autorit\u00e0, all&#8217;uopo istruite dall&#8217;imperatore ariano, era valso ad impedire una nuova rivolta &#8211; come apparve chiaro poco pi\u00f9 tardi, allorch\u00e8 il popolo, alla notizia della morte repentina di Costanzo, non aveva indugiato oltre nel dare sfogo ai suoi sentimenti di odio lungamente represso.<\/p>\n<p>La situazione dell&#8217;ordine pubblico in Alessandria, verso la fine del 361, era divenuta ancor pi\u00f9 incandescente dopo che il nuovo governo di Giuliano, accogliendo le indignate rimostranze della popolazione, aveva fatto condannare a morte e giustiziare l&#8217;ex <em>dux<\/em> dell&#8217;Egitto, Artemio. Quella esecuzione, non che ristabilire un minimo rispetto per la legalit\u00e0, aveva inebriato ulteriormente la faziosa plebe alessandrina, convincendo gli elementi pi\u00f9 esagitati che la giustizia era ormai nelle loro mani e che non aveva pi\u00f9 bisogno, per esprimersi, di seguire le vie legali. Il vescovo Giorgio non aveva fatto che gettare benzina sul fuoco con i suoi modi arroganti e con le sue sconcertanti affermazioni, tra cui quella &#8211; se possiamo prestarvi fede &#8211; che avrebbe desiderato veder demolito il bellissimo tempio del Genio di Alessandria.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, quando &#8211; il 24 dicembre &#8211; egli stava assaporando una sensazione di potenza pari soltanto alla sua cecit\u00e0 e impudenza, il popolo, come ad un segnale convenuto, lo aveva aggredito, poi linciato, e infine &#8211; come si \u00e8 detto &#8211; ne aveva arso il cadavere, allo scopo dichiarato che i cristiani potessero, in seguito, trasformare la sua sepoltura in un luogo di pellegrinaggio. Il fatto che la popolazione cristiana di Alessandria non aveva mosso un dito in sua difesa, pur essendo pi\u00f9 numerosa e, nel complesso, pi\u00f9 agguerrita di quella pagana, si pu\u00f2 spiegare in una sola maniera: col fatto che essa non si dolse minimamente della sorte del vescovo, se pure non prese parte attiva al suo linciaggio. Ammiano, esplicitamente, afferma che tutti, senza differenza di confessione religiosa, erano mossi da un odio implacabile verso Giorgio e i suoi amici (altri due personaggi di un certo grado trovarono la morte nel tumulto), e che per questo motivo il vescovo non aveva trovato alcuno disposto a prenderne le difese, neppure tra i cristiani (cfr. XXII, 11, 3-10).<\/p>\n<p>Giulaino, da parte sua, non si mostr\u00f2 troppo sollecito di punire i responsabili del crimine. Ci viene detto che s&#8217;indign\u00f2, che s&#8217;infuri\u00f2, che avrebbe voluto punire severamente gli autori dell&#8217;assassinio; per\u00f2, in pratica, non fece nulla. I suoi consiglieri lo dissuasero dal dare prova di un&#8217;eccessiva severit\u00e0; forse gli prospettarono la possibilit\u00e0 che una inopportuna durezza provocasse un&#8217;aperta rivolta del popolo di Alessandria, com&#8217;era gi\u00e0 accaduto durante i regni di Claudio, di Traiano, di Diocleziano. N\u00e9 doveva sorridergli la prospettiva di mettersi in tali difficolt\u00e0, alla vigilia della spedizione persiana, al solo scopo di vendicare un vescovo corrotto e detestato della religione che lui stesso aborriva. In conclusione, egli se la cav\u00f2 con delle parole severe, ma in fondo patetiche nella loro impotenza: minacci\u00f2 le pi\u00f9 rigorose punizioni, se fatti del genere si fossero ripetuti. Per conto suo, poi, Giuliano volle farsi mandare la biblioteca del vescovo, nella quale aveva proficuamente studiato durante la sua solitaria giovinezza. Dopodich\u00e8, sul vescovo Giorgio, sulle sue turpi azioni e sulla sua morte ignominiosa cal\u00f2 per sempre il sipario.<\/p>\n<p>XVI.<\/p>\n<p>Se tale era l&#8217;atmosfera di Alessandria, quella di Antiochia si avviava lungo una china non meno preoccupante. \u00c8 penoso e anche triste seguire il lento stillicidio delle energie di Giuliano nella metropoli seleucide, il suo contrasto insanabile con i cittadini, le sdegnate reazioni con le quali cercava invano di difendere la sua dignit\u00e0 personale e il proprio credo religioso dalla gragnuola delle critiche e delle derisioni che d&#8217;ogni parte l&#8217;arguta plebaglia levantina gli faceva piovere sul capo. In una simile lotta, l&#8217;imperatore colto, intelligente, sensibile, non poteva che avere la peggio; e cos\u00ec puntualmente accadde, anche se egli aveva dalla sua parte, in definitiva, la forza, e talvolta s&#8217;indusse ad abusarne gravemente.<\/p>\n<p>Tutto era cominciato con qualche scherzo, con dei motti irriverenti all&#8217;indirizzo della sua persona, ai suoi modi di fare; motti ai quali lo stesso imperatore sembrava dare esca con il suo comportamento. Gli Antiocheni &#8211; gi\u00e0 irritati, come si \u00e8 detto, sia per motivi religiosi che economici &#8211; rimasero offesi del palese disprezzo che Giuliano mostrava per gli spettacoli teatrali, che per essi costituivano, a quanto pare, non solo lo svago preferito ma quasi la principale ragione stessa di vita.<\/p>\n<p>Certi storici moderni, assuefatti a non riconoscere spessore reale alle situazioni storiche se non in presenza di fatti quantitativamente soppesabili e misurabili, sogliono irridere questo tipo di argomenti, nei quali essi vedono poco pi\u00f9 che delle insipide favolette. Prendiamo il caso del Carevale di Rio de Janeiro (che, mentre stiamo scrivendo, si \u00e8 da poco concluso con un bilancio di oltre 120 morti), e proviamo ad immaginare che cosa succederebbe, nel contesto della sconvolgente realt\u00e0 economica e sociale del Brasile odierno, se le autorit\u00e0 commettessero l&#8217;errore imperdonabile di volerlo ostacolare o, addirittura, proibire. Adesso torniamo alla Antiochia del IV secolo dopo Cristo. Affermare che il teatro era tutto per i suoi abitanti \u00e8 come affermare che il Carnevale \u00e8 tutto per quelli di Rio: cio\u00e8 una verit\u00e0 talmente evidente da esser quasi banale. Solo che mentre le miserie, le frustrazioni, i mille drammi quotidiani vengono sublimati, nel caso del Carnevale di Rio, in vista di un&#8217;unica festa annuale, nella quale essi esplodono sotto la falsa apparenza di una generica &quot;gioia di vivere&quot; e spensieratezza tropicale, nella societ\u00e0 tardo-antica un tal genere di alienazione esistenziale (come direbbe il Lefebvre della <em>Critica della vita quotidiana<\/em>) era, per cos\u00ec dire, istituzionalizzato e reso quotidiano.<\/p>\n<p>Le terme, ove con una monetina chiunque, anche i pi\u00f9 poveri, poteva entrare e trascorrere quasi tutto il giorno nuotando, conversando, facendo ginnastica, leggendo, passeggiando con gli amici, erano l&#8217;aspetto pi\u00f9 vistoso &#8211; ma non certo il solo &#8211; di un tale stato di cose, che il potere, mano a mano che discendeva la china del dispotismo e del paternalismo tardo-imperiale, ovviamente favoriva in tutti i modi. Le distribuzioni gratuite alle plebi cittadine di pane, carne e olio ne erano un altro, come pure gli spettacoli del teatro, le corse dei cavalli, i ludi gladiatorii, le pubbliche lotterie, e via dicendo. Se tale era lo stato di cose nella stessa Roma, \u00e8 facile immaginare quale doveva essere nelle antiche cittadelle dell&#8217;ellenismo: Antiochia, Alessandria, Rodi; citt\u00e0 commercialmente vive ma, dal punto di vista spirituale, decadenti in ogni senso, tranne che in ambito urbanistico e demografico; citt\u00e0 sulle quali gravava il retaggio di una civilt\u00e0 gi\u00e0 troppo matura all&#8217;epoca della loro fondazione, e che quindi, in certo qual modo, non erano state mai veramente giovani, veramente vive.<\/p>\n<p>A che punto di follia potessero giungere i loro abitanti, per i giochi del circo o per le corse all&#8217; ippodromo, lo si vedr\u00e0 a Tessalonica, nel 390, quando il popolo insorger\u00e0 e far\u00e0 a pezzi per le vie il comandante militare, che aveva osato imprigionare un auriga oltremodo popolare tra i tifosi, macchiatosi di reati comuni. Oppure nella stessa Roma, dove papa Leone Magno, non molti anni dopo il sacco di Alarico e subito dopo quello di Genserico, doveva lamentare l&#8217;inguaribile sete di divertimenti del popolo, che nemmeno le pi\u00f9 gravi calamit\u00e0 pubbliche e private riuscivano a smorzare. Paole analoghe troveremo nel <em>De Civitate Dei<\/em> di Agostino, l&#8217;indomani del sacco di Alarico del 410. &quot;<em>O mentes amentes &#8211;<\/em> scriver\u00e0 in quell&#8217;occasione il vescovo d&#8217;Ippona &#8211; <em>, quis est hic tantus furor, ut, plangentibus orientalibus populis exitium vestrum, vos theatra quaereretis, intraretis, impleretis, et multo insaniora, quam antea, faceretis?<\/em>&quot; (De Civ. Dei, I, 33).<\/p>\n<p>XVI.<\/p>\n<p>Giuliano non si faceva vedere nei teatri di Antiochia. Disertava in genere le pubbliche feste e, quando vi si recava, non rimaneva mai l&#8217; intera giornata. Questo era pi\u00f9 che sufficiente per attirargli il risentimento degli abitanti, non meno della sua politica anticristiana o dell&#8217;aumento degli oneri fiscali per la preparazione della guerra persiana. Essi avevano l&#8217;impressione che l&#8217;imperatore li disprezzasse, mostrando di ignorare deliberatamente i loro svaghi preferiti. Non \u00e8 un caso che la tradizione narri come la citt\u00e0, durante il regno di Gallieno, fosse conquistata e rovinata dai Persiani mentre il popolo era accalcato nel teatro, come abbiamo poc&#8217;anzi ricordato. Il teatro, ad Antiochia, era tutto, come lo era l&#8217;ippodromo a Costantinopoli o il circo nella citt\u00e0 di Roma.<\/p>\n<p>Al popolo poco importava che Giuliano dedicasse alle cure dello stato e della giustizia tutte le ore del giorno, e allo studio della filosofia quelle della notte; che fosse casto e morigerato in ogni circostanza, pubblica e privata, in una delle citt\u00e0 pi\u00f9 corrotte del suo Impero; anzi, tutto ci\u00f2 suonava come un rimprovero indiretto e quasi come un&#8217;offesa per gli Antiocheni. Solo in una circostanza Giuliano non era restio a farsi vedere in pubblico, fuori dell&#8217;amministrazione della giustizia: per il culto degli d\u00e8i antichi. Egli immolava in continuazione un numero stupefacente di vittime, sia per ravvivare la languente religione antica, sia per propiziarsi la guerra contro i Persiani. Ammiano ci dice che, in certe occasioni, egli arrivava a sacrificare fino a cento capi di bestiame, e che l&#8217; imperatore amava indossare con ostentazione le bende sacerdotali, e celebrare di persona i sacri riti.<\/p>\n<p>Lo spettacolo di questo filosofo barbuto, drappeggiato nelle vesti di sacerdote, che spargeva fiumi di sangue fumante sulle are pagane, agli occhi del popolo cristiano di Antiochia ricordava pi\u00f9 quella di uno strambo macellaio, che quella di un imperatore e di un credente. A ci\u00f2 si aggiungano la superstizione e la credulit\u00e0 di Giuliano, che aliment\u00f2 una vera febbre della scienza aruspicina in Antiochia e nei paraggi. Da ogni parte accorrevano veri e falsi aruspici di tutte le stirpi, di tutti i culti; dappertutto si scrutavano i visceri, si osservavano gli astri, si andava a caccia di oracoli e di predizioni. Giuliano alimentava apertamente questa febbre morbosa dell&#8217;irrazionale. A Roma, su sua richiesta, si consultarono perfino gli antichissimi Libri Sibillini, da tanto tempo negletti. Nessun titolo speciale era richiesto per quanti volevano dedicarsi all&#8217;aruspicina: chiunque, sacerdote o lestofante, poteva praticarla, e l&#8217;imperatore per primo ne dava l&#8217;esempio.<\/p>\n<p>Insomma, se le sue abitudini sobrie e severe di filosofo davano fastidio al senso estetico e alla sensualit\u00e0 del popolino, le sue ostentazioni religiose e le sue aberrazioni superstiziose scandalizzavano e provocavano l&#8217;ironia e lo scherno. Il suo aspetto incolto, la sua barba &quot;da filosofo&quot;, la sua non alta statura, il suo modo di camminare, tutto divent\u00f2 motivo di canzonatura e di derisione. Erano voci sussurrate, naturalmente, ma non tanto basse che Giuliano non le udisse, e non ne soffrisse intimamente.<\/p>\n<p>XVIII.<\/p>\n<p>Per un po&#8217; l&#8217;imperatore finse di non badare ai motteggi degli Antiocheni, e si sforz\u00f2 di mostrarsi impassibile. Ma dentro il suo animo andava gonfiando la bile; questo idealista, questo puro, questo sognatore incorruttibile era troppo indifeso di fronte ai lazzi volgari di un antagonista inafferrabile e a lui di tanto inferiore &#8211; il volgo ignorante &#8211; e le frecciate dirette verso la sua persona e i suoi costumi raggiungevano implacabilmente il segno. Giuliano cerc\u00f2 di comprimersi la ferita, per non dare ad alcuno la soddisfazione di mostrarsi adirato, ma il silenzio che impediva lo sfogo del suo risentimento fin\u00ec ben presto per divenirgli insopportabile. Allora decise di lasciar erompere tutta la sua amarezza e scrisse, di getto, un&#8217;operetta arguta e mordace, il <em>Misopogon,<\/em> in cui ironicamente si scusava con gli abitanti di Antiochia per aver concesso loro tanti benefizi, che evidentemente non avevano meritato. Il <em>Misopogon<\/em> (letteralmente: &quot;l&#8217;odiatore della barba&quot;) \u00e8 un documento dell&#8217;arguzia sottile del suo autore, ma anche della sua sensibilit\u00e0 ferita e della saccenteria un po&#8217; libresca, com&#8217;\u00e8 naturale per un uomo che sui libri abbia trascorso una tetra e solitaria giovinezza.<\/p>\n<p>&quot;<em>Ora io, di lodarmi, anche volendo ad ogni costo, non avrei alcun motivo<\/em> &#8211; scrive Giuliano con falsa modestia &#8211; <em>di vituperarmi, mille. E, prima di tutto, cominciando dall&#8217;aspetto. Al quale, sebbene gi\u00e0 da natura non fosse nient&#8217;affatto bello n\u00e9 leggiadro n\u00e9 seducente, ho io, per rusticit\u00e0 e dispetto, applicato questo folto barbone, quasi volendolo punire, non d&#8217;altra colpa certo che del non essere nato bello. Mangiare avidamente e bere d&#8217;un fiato non mi \u00e8 permesso, perch\u00e9 debbo guardarmi di non inghiottire, per inavvertenza, insieme coi cibi anche i peli. Quanto a baciare e ad essere baciato, di ci\u00f2 ancora meno io mi curo, sebbene dicano che la barba abbia fra gli altri anche questo incomodo, che non permette di mescere a labbra lisce labbra monde, che sono perci\u00f2, forse, &quot;pi\u00f9 dolci&quot;, come scrisse colui che ha composto col favore di Pan e di Calliope poesie su Dafni<\/em> [cio\u00e8 Teocrito]<em>. Ma voi dite che di questa mia barba si dovrebbero intrecciare cordami. Ed io sono disposto, purch\u00e8 voi abbiate la forza di strapparla e la sua durezza non faccia male &quot;alle vostre inusate e morbidette mani&quot;<\/em> (Odyss., XXII, 151).<\/p>\n<p><em>&quot;Ma qui non creda gi\u00e0 alcuno che a me faccia rabbia la beffa. Sono io a porgerne l&#8217;occasione, portando come i caproni il mento, mentre, credo, potrei renderlo liscio e nudo come l&#8217;hanno i pi\u00f9 avvenenti ragazzi e le femmine tutte, nelle quali l&#8217;amabilit\u00e0 \u00e8 dono di natura. Voi, anche in vecchiaia, emulando i figliuoli e le donzelle vostre, per raffinatezza di vita o, chiss\u00e0, per gentilezza di costumi, lo fate liscio liscio con cura, dissimulando la vostra virilit\u00e0 o, forse, dimostrandola dalla fronte e non, come noi, dalle mascelle.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; Senonch\u00e9, a me non basta la lunghezza della barba; anche al capo s&#8217;estende il disordine, e raramente mi taglio i capelli e le unghie, e le dita per lo pi\u00f9 ho nere d&#8217;inchiostro. Volete anche sentire qualcosa di pi\u00f9 intimo? Ho il petto irto e villoso, come i leoni, che pure sono re delle belve, n\u00e9 mai l&#8217;ho lisciato, per rusticit\u00e0 e per grettezza, N\u00e9 liscia e morbida ho resa alcuna altra parte del corpo. Se infine avessi anche qualche porro od escrescenza, come Cicerone, vi esporrei anche quella. Ma per ora non c&#8217;\u00e8&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>E avanti sullo stesso tono, che da brioso finisce per diventare terribilmente monotono, per pagine e pagine. Come se Giuliano volesse dire: &quot;Chiamatemi pure rozzo, io sono virile; voi, un branco di effeminati.&quot; E magari avr\u00e0 pure avuto ragione; lo sbaglio, ci si passi il termine, \u00e8 stato quello di scendere ad un tal livello di polemica.<\/p>\n<p>Molto meglio avevano retto i lazzi e frizzi del popolo, e dei loro stessi soldati, i duci dell&#8217;et\u00e0 antica. Si pensi a Giulio Cesare, che non batt\u00e8 ciglio quando i suoi legionari, durante la parata del suo trionfo, con brutale franchezza lo avevano motteggiato con questi versi:<\/p>\n<p><em>&quot;Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem:<\/em><\/p>\n<p><em>Ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias,<\/em><\/p>\n<p><em>Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem&quot;,<\/em><\/p>\n<p>come riferisce Svetonio (<em>Caes.,<\/em> XLIX), mentre sfilava sul cocchio; anzi, pu\u00f2 darsi che abbia perfino sorriso.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 qualcosa di ipersensibile in Giuliano, qualcosa che lo identifica come appartenente a un altro genere di umanit\u00e0 da quello di Cesare, ma anche di Adriano, Marco Aurelio e Gallieno (tutti e tre, questi ultimi, come lui imperatori filosofi). Una ombrosa suscettibilit\u00e0, una incapacit\u00e0 di accettare lo scherzo, e sia pure pesante, ma pur sempre tipico della societ\u00e0 romana e, ancor pi\u00f9, di quella ellenistica, che gli derivano da una duplice radice. In primo luogo, dalla concezione semidivina della monarchia, ereditata da Costantino e da Costanzo (ci vien detto che quest&#8217;ultimo, anche se di modesta statura, abbass\u00f2 il capo quando sfil\u00f2 sotto l&#8217;arco di trionfo in Roma, quasi che la sua maest\u00e0 stentasse a passare sotto la volta di pietra); in secondo luogo, da un neoplatonismo che non ama lo scherzo perch\u00e9 prende la vita, in ogni suo aspetto, terribilmente sul serio: e in ci\u00f2 si distacca dall&#8217;anima pi\u00f9 autentica della civilt\u00e0 antica.<\/p>\n<p>Una volta tanto, \u00e8 Zosimo a dimostrare su questi fatti maggior intelligenza di Ammiano, sia nel delineare in pochi tratti decisi la situazione venutasi a creare, sia nell&#8217;esporre le cause di essa.&quot;Ma gli abitanti [di Antiochia ] &#8211; egli scrive &#8211; , che per natura erano amanti degli spettacoli e dediti al lusso pi\u00f9 che ad attivit\u00e0 serie, non apprezzarono, ovviamente, la saggezza e la misura con cui l&#8217;imperatore si comportava in ogni situazione: Giuliano non frequentava i teatri e compariva poco in pubblico come spettatore, e neppure tutto il giorno&#8230;&quot; (<em>Storia Nuova,<\/em> III, 2, 4). Egli per\u00f2 soggiunge che, dopo la pubblicazione del <em>Misopogon<\/em>, gli Antiocheni &quot;si pentirono dei propri errori&quot;, cosa della quale, francamente, sembra lecito dubitare; e che l&#8217;imperatore si riappacific\u00f2 con essi, concedendo anzi delle facilitazioni burocratiche ai membri del governo locale.<\/p>\n<p>XVIII.<\/p>\n<p>Ma la situazione di tensione tra l&#8217;Augusto e gli abitanti cristiani di Antiochia era destinata ad aggravarsi ben oltre questi modesti e, in fondo, risibili incidenti.<\/p>\n<p>Fin dai primi tempi del suo soggiorno nella metropoli seleucide, Giuliano aveva voluto recarsi a visitare l&#8217;oracolo di Apollo a Dafne, sobborgo di Antiochia, uno dei pi\u00f9 famosi e imponenti santuari della paganit\u00e0. Era stato costruito da Antioco Epifane, il sovrano passato alla storia per le sue stranezze e per le sue crudelt\u00e0, il cui nome campeggia sullo sfondo dei due Libri dei Maccabei, e la cui fine terribile \u00e8 ricordata in una pagina tra le pi\u00f9 potenti e drammatiche dell&#8217;Antico Testamento (e che forn\u00ec a Lattanzio, nel suo <em>De mortibus persecutorum<\/em>, il modello per la celebre descrizione della malattia mortale di Galerio, persecutore dei cristiani).<\/p>\n<p>All&#8217;interno del tempio di Dafne vi era una famosa statua di Apollo, costruita sul modello di quella &#8211; celeberrima &#8211; di Zeus ad Olimpia: una delle &quot;sette meraviglie&quot; dell&#8217;antichit\u00e0, e di dimensioni non meno straordinarie. Senonch\u00e8, per combattere il culto pagano che ancora fioriva intorno a questo santuario &#8211; che rappresentava per Antiochia pi\u00f9 o meno quello che era stato il tempio di Artemide per la citt\u00e0 di Efeso (distrutto da i S\u00e0rmati alla met\u00e0 del III secolo, sotto il regno di Gallieno) &#8211; proprio il defunto fratello di Giuliano, Gallo, al tempo in cui svolgeva la funzione di Cesare in Oriente, aveva fatto porre le tombe di alcuni martiri cristiani, tra le quali quella, famosa, di san Babila. Il tempio era stato chiuso, ma neanche dopo gli editti di Giuliano a Costantinopoli sulla universale libert\u00e0 religiosa, esso era stato pi\u00f9 riaperto. Giuliano ne attribu\u00ec la causa al fatto che le ossa dei martiri cristiani contaminavano il luogo e provocavano lo sdegno della divinit\u00e0, e non esit\u00f2 a ordinarne la rimozione e il trasferimento in altra localit\u00e0. Ci\u00f2 fu fatto, e il tempio, gi\u00e0 chiuso da Costanzo II, venne aperto, restaurato, e il culto di Apollo ripristinato.<\/p>\n<p>L&#8217;imperatore era molto fiero di ci\u00f2 e pensava di aver compiuto un&#8217;azione degna della sua piet\u00e0 religiosa verso i culti antichi (si pensi alla <em>pietas<\/em> dell&#8217;eroe romano Enea, contapposta da Virgilio al puro ardore guerriero dell&#8217;eroe omerico, che spesso degenera nella <em>hybris<\/em> e diventa sfida sacrilega agli stessi d\u00e8i, come nell&#8217; <em>aristeia<\/em> di Diomede, nel canto V dell&#8217; <em>Iliade<\/em>, che scaglia la lancia, ferendolo, persino contro Ares). Ma il suo gesto, in effetti, oltre che ingiusto era stato impolitico, e aveva causato grande indignazione negli ambienti cristiani di Antiochia e della regione circostante.<\/p>\n<p>La mentalit\u00e0 moderna pu\u00f2 anche sorridere o trovare incomprensibile che la presenza del cimitero cristiano risultasse cos\u00ec ostica ai pagani, e che la traslazione delle salme cristiane ad opera dei pagani, riuscisse tanto odiosa ai devoti cristiani. Ma proviamo ad immaginare che cosa succederebbe, oggi, a Gerusalemme, se il governo israeliano ponesse le mani, sia pure senza abbatterla, sulla Moschea di Omar, o se i Palestinesi chiedessero di rimuovere uno solo dei blocchi di pietra che formano il Muro del Pianto, sulla spianata ove sorgeva il Tempio del popolo ebraico. Non si scherza con i sentimenti dei fedeli di un culto consolidato, specialmente da parte dei seguaci di un culto concorrente; sotto questo rispetto, non vi sono stati cambiamenti di mentalit\u00e0 negli ultimi 2.000 anni, se non in superficie (e a volte nemmeno l\u00ec). La vicenda dei <em>Versetti satanici<\/em> dello scrittore anglo-indiano Salman Rushdie, e tante altre dello stesso genere, stanno l\u00ec a dimostrarlo.<\/p>\n<p>XIX.<\/p>\n<p>Le cose stavano dunque a questo punto quando la situazione precipit\u00f2 improvvisamente, forse a causa di un semplice accidente, forse &#8211; come \u00e8 pure possibile &#8211; a causa del clima di tensione creatosi in citt\u00e0 dopo la profanazione delle tombe dei martiri cristiani nel sobborgo di Dafne.<\/p>\n<p>Il 22 ottobre del 362 un incendio furioso distrusse completamente il tempio di Apollo, insieme alla statua del dio e a tutti i tesori d&#8217;arte che vi si trovavano. Sulla natura di quell&#8217;incendio sarebbe ozioso attardarsi troppo in congetture, dal momento che l&#8217;inchiesta, certo subito ordinata dall&#8217;imperatore, non dovette approdare ad alcuna conclusione positiva. \u00c8 ben vero che Giuliano fu irremovibile nel concludere che la colpa era stata dei cristiani; e forse aveva ragione. Ma se l&#8217;inchiesta avesse portato in luce delle responsabilit\u00e0 precise, le nostre fonti non avrebbero mancato di informarci in proposito, tanto pi\u00f9 che esse &#8211; come sappiamo &#8211; erano in linea generale favorevoli a Giuliano, e quindi certamente non interessate a mettere in cattiva luce il suo operato.<\/p>\n<p>Ammiano ci riferisce esplicitamente che l&#8217;imperatore ordin\u00f2 l&#8217;apertura di un&#8217;inchiesta particolarmente severa. \u00c8 difficle intendere queste parole, se non nel senso che la magistratura ebbe mano libera di agire per vie anche extra-legali; insomma che ebbe la netta e fondata impressione che Giuliano avrebbe gradito, e premiato, la &quot;scoperta&quot; di una origine dolosa dell&#8217;incendio. Se non che, tale origine dolosa, evidentemente, non pot\u00e8 mai essere provata; e Ammiano, con la sua solita onest\u00e0, non pu\u00f2 che riferire come l&#8217;imperatore &quot;sospettasse&quot; (\u00e8 il verbo preciso che adopera) che la responsabilit\u00e0 dell&#8217;incendio fosse dei cristiani. Dunque sospettava soltanto; non si era trovata nemmeno una prova.<\/p>\n<p>Giuliano, comunque, probabilmente era nel giusto quando sospettava dei cristiani, o meglio dell&#8217;atmosfera di tensione e d&#8217;intolleranza che si era creata negli ultimi tempi in Antiochia; e che lui stesso &#8211; che ne fosse cosciente o no &#8211; aveva contribuito a creare. Ma la sua reazione fu un misto di rabbia e di cieca impotenza. Persuaso che i responsabili della distruzione del tempio d&#8217;Apollo fossero i cristiani, volle rispondere facendo chiudere, a mano armata, la chiesa cattedrale di Antiochia., ossia la chiesa vescovile di una grande citt\u00e0 a larga maggioranza cristiana, tra le maggiori dell&#8217;Impero. \u00c8 facile immaginare quale sato d&#8217;animo provocasse fra la popolazione codesta misura, cos\u00ec come \u00e8 facile immaginare l&#8217;altissima barriera d&#8217;incomprensione, e addirittura di odio, che dovette innalzarsi tra la maggioranza cristiana e la minoranza pagana di Antiochia. La prima poteva ormai parlare, e con pieno diritto, di una aperta persecuzione da parte dell&#8217;imperatore: egli aveva allontanato dalla professione i maestri di grammatica e di retorica appartenenti alla fede cristiana; aveva fatto esumare e trasportare lontano le ossa dei martiri cristiani; aveva lanciato l&#8217;accusa, non provata, contro l&#8217;intera comunit\u00e0 cristiana, di essere incendiaria (e la memoria non poteva non tornare all&#8217;analoga accusa rivolta ai cristiani per l&#8217;incendio di Roma al tempo di Nerone: Tacito, <em>Annales<\/em>, XV, 44) che aveva segnato l&#8217;inizio delle persecuzoni cruente). Infine, per punirla di un supposto delitto, che dopotutto poteva anche non essere mai stato, aveva decretato arbitrariamente la chiusura del massimo tempio di Cristo.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che le comunit\u00e0 cristiane dell&#8217;Asia, dell&#8217;Egitto e di tutto l&#8217;Impero si stavano rendendo conto che le intenzioni dell&#8217;imperatore andavano ben oltre la semplice restaurazione dei culti pagani. La sua crociata per la libert\u00e0 di tutte le fedi si rivelava ora per quello che era: un semplice paravento, una mossa tattica per creare delle basi favorevoli in vista di una battaglia frontale, violenta, anche sanguinosa se necessario, contro la religione cristiana. Tutto questo, nella situazione in cui versava l&#8217;Impero nella seconda met\u00e0 del secolo IV, non avrebbe potuto avvenire se non alla condizione di far risalire indietro, verso la foce, il corso stesso della storia.<\/p>\n<p>XX. Bench\u00e9 angustiato da questa situazione intollerabile di tensione e di diffidenza fra s\u00e9 e i propri sudditi, Giuliano mandava avanti alacremente i preparativi per la guerra contro la Persia.<\/p>\n<p>Mentre ancora si trovava in Costantinopoli, egli gi\u00e0 aveva ricevuto gli ambasciatori di diversi popoli e regni pi\u00f9 o meno lontani, ai quali era arrivata la fama delle sue imprese e del suo valore. Poi vennero anche gli ambasciatori del re sassanide Sciaphur II, il vecchio avversario di Costanzo, l&#8217;uomo che aveva osato sfidare Costantino il Grande. Egli non voleva pi\u00f9 la guerra: le gravissime perdite subite per la conquista di un paio di piazzeforti romane in Mesopotamia lo avevano convinto della vanit\u00e0 dei suoi sforzi offensivi. Gi\u00e0 nella stagione precedente egli aveva avuto ragione di temere una decisiva disfatta, poich\u00e9 gli era giunta notizia che Costanzo andava raccogliendo grandi forze per muovere contro di lui.<\/p>\n<p>Dobbiamo, a questo punto, ricapitolare brevemente la situazione esistente alla frontiera romano-persiana. In precedenza Sciaphur, profittando delle molteplici difficolt\u00e0 in cui versava Costanzo in Occidente, aveva assediato, conquistato e distrutto la fortezza gloriosa di Amida (donde era riuscitoa salvarsi, compiendo una fuga avventurosa, lo storico Ammiano Marcellino), indi Nisibi e, infine, la stessa Singara, chiave di volta della difesa romana nella regione. Le legioni romane di guarnigione in quelle piazzeforti, insieme alla popolazione civile, erano state deportate nelle province persiane al di l\u00e0 dell&#8217;Eufrate.<\/p>\n<p>Che tali successi fossero stati conseguiti dalle armate sassanidi pi\u00f9 per merito delle contemporanee minacce all&#8217;Impero Romano sul Reno e sul Danubio, che da una effettiva superiorit\u00e0 della sua macchina bellica nei confronti di quella romana, era apparso chiaro non appena Costanzo era stato in grado di raccogliere sulla frontiera<\/p>\n<p>orientale un esercito dalla forza adeguata. Subito le operazioni militari avevano preso una piega opposta, e la guerra era rifluita verso Oriente.<\/p>\n<p>Costanzo in persona aveva guidato la controffensiva, dopo che la fortezza romana di Virta aveva respinto, con le sole proprie forze, l&#8217;assedio di Sciaphur. Indi l&#8217;imperatore romano aveva assalito vigorosamente la fortezza persiana di Bezabde, impiegandovi gli ultimi ritrovati della scienza poliorcetica dell&#8217;epoca, compreso un ariete di proporzioni gigantesche, sul quale i tecnici e i soldati romani facevano grande affidamento per abbattere le poderose mura della citt\u00e0. L&#8217;assedio, ciononostante, era fallito; e, del resto, le drammatiche notizie provenienti dalla Gallia, ove Giuliano era stato acclamato Augusto dalle truppe, avevano indotto Costanzo a non insistere oltre nei suoi tentativi. Perci\u00f2 era tornato indietro fino ad Antiochia, di dove, concluso il matrimonio con Faustina, aveva iniziato la sua marcia contro il rivale d&#8217;Occidente, che si sarebbe bruscamente conclusa nel villaggio cilicio di Mobsucrene. Tutto questo, per\u00f2, non senza avere prima stretto alleanza con i regni dell&#8217;Armenia e dell&#8217;Iberia, per mezzo dei quali contava di minacciare l&#8217;Impero Persiano e di immobilizzarne le forze, cos\u00ec come con gli Alamanni aveva cercato di trattenere Giuliano, senza riuscirci, nella difesa della linea del Reno.<\/p>\n<p>Rimaneva per\u00f2 un fatto, incontestabile, al di l\u00e0 delle facili critiche e della facile ironia degli avversari di Costanzo: era stato sufficiente che il leone romano muovesse alcuni passi in direzione dell&#8217;avversario, perch\u00e9 quest&#8217;ultimo mollasse la presa e arretrasse, abbandonando quasi subito ogni ambizione di conquista e mettendosi completamente sulla difensiva. I Persiani potevano infatti esser considerati un avversario temibile dai Romani solo a condizione che altre circostanze, interne ed esterne, tenessero altrove immobilizzato il meglio delle loro forze. Le legioni della Siria erano, notoriamente, le pi\u00f9 molli, inefficienti e indisciplinate dell&#8217;esercito romano. In pratica, a partire dalla morte di Costantino il Grande, il compito gigantesco di sbarrare la frontiera orientale alle armi sassanidi era ricaduto sulle sole guarnigioni delle eroiche fortezze del confine mesopotamico. Se queste sole, esigue forze erano state in grado di trattenere cos\u00ec a lungo e tenacemente l&#8217;intera armata del Re dei re; se una semplice puntata offensiva dell&#8217; imperatore romano era valsa a far retrocedere in fretta e furia le armate persiane, umiliando il sogno di Sciaphur di annettere ai suoi dominii Edessa e Antiochia, Palmira e Carre, tanto pi\u00f9 le notizie dei grandiosi preparativi di Giuliano dovettero preoccupare e atterrire l&#8217;orgoglioso monarca sassanide.<\/p>\n<p>XXI.<\/p>\n<p>Tale era, ed era sempre stato, il reale rapporto di forze tra Romani e Persiani sulla frontiera dell&#8217;Eufrate superiore, come tutte le precedenti guerre romano-partiche e romano-sassanidi avevano abbondantemente dimostrato. Gli imperatori romani avevano preso e saccheggiato Ctesifonte, la capitale d&#8217;inverno dei re persiani, per ben quattro volte: sotto Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo e Caro. Con Giuliano, arriveranno a un soffio dal ripetere l&#8217;impresa. I Persiani &#8211; dal canto loro &#8211; erano giunti al massimo, e una volta sola, a prendere Antiochia, per sgomberarla subito dopo: essi erano pi\u00f9 dei saccheggiatori che dei conquistatori, e razziavano le province romane che sapevano di non poter conservare. Ma era sufficiente una controffensiva, anche condotta con forze limitate, da parte dei Romani, specialmente delle bellicose legioni galliche e germaniche, per indurli il pi\u00f9 delle volte a una precipitosa ritirata. Del resto, la superiorit\u00e0 tecnica dei Persiani sui Romani dipendeva in maniera quasi esclusiva dal fatto che mentre i primi possedevano, per lunga tradizione, una eccellente cavalleria nobiliare, magnificamente adatta a manovrare sugli ampi spazi semidesertici della Mesopotamia, i secondi non l&#8217;avevano mai avuta. Perci\u00f2 i Romani avevano sempre cercato di concludere alleanze militari con gli Stati-cuscinetto minori, dall&#8217;Armenia all&#8217;Iberia, dall&#8217;Albania alla Oshroene, che disponevano, se non altro, di una cavalleria pesante addestrata sul modello di quella iranica.<\/p>\n<p>Sciaphur, dunque, cerc\u00f2 di stornare dal proprio capo la minaccia di una guerra a fondo da parte dei Romani, che aveva sino allora tormentato con assalti continui pi\u00f9 molesti di una spina nel fianco, e che l&#8217;Impero, sotto Costanzo, era stato impossibilitato a fronteggiare adeguatamente. Ma Giuliano era un tipo di avversario assai diverso da suo cugino. Tutto quello che sentiva dire sul nuovo imperatore dei Romani, ispirava al Gran Re sentimenti di apprensione e di paura. I barbari del Reno e del Danubio erano stati sanguinosamente disfatti e ricacciati, e ora sul mondo romano regnava un unico sovrano, libero di concentrare contro di lui il nerbo delle legioni, e deciso &#8211; a quel che pareva &#8211; pi\u00f9 di quanto non lo fosse mai stato Costanzo, ad impartirgli una solenne e durevole lezione.<\/p>\n<p>Da questi timori erano scaturiti i concreti tentativi di accomodamento con l&#8217;avversario del giorno prima, le offerte di pace che tradivano pi\u00f9 la debolezza che non il buon volere del monarca sassanide. Egli, che fino a pochi mesi prima aveva orgogliosamente trattato con Costanzo e aveva dichiarato con insolenza di non volersi fermare se non dopo aver bagnato gli zoccoli del suo cavallo nelle acque del Mediterraneo, del Nilo e dei Dardanelli, anzi addirittura dello Strimone, in Tracia (l&#8217;antichissimo confine europeo dei territori appartenuti a Dario il Grande), si umiliava adesso a rabbonire lo sdegno di Giuliano, rinunciando alle sue sconfinate rivendicazioni verso Occidente. Non parlava pi\u00f9, ora, di voler restaurare in tutta la sua grandezza l&#8217;Impero Achemenide, non osava pi\u00f9 rivolgere a Giuliano le frasi insolenti e oltraggiose che aveva adoperato con Costanzo, profittando del fatto che quest&#8217;ultimo era, altrove, gi\u00e0 sin troppo assorbito da molteplici impegni politico-militari. Arrogante con un nemico in difficolt\u00e0, arrendevole con un avversario forte e deciso: questa fu, ancora una volta, la politica della corte sassanide nell&#8217;inverno del 361-362.<\/p>\n<p>XXII.<\/p>\n<p>Giuliano aveva ora nelle sue mani i destini della pace e della guerra; come un antico console dell&#8217;et\u00e0 repubblicana, poteva decidere se punire le passate insolenze del vicino, o accettare soddisfatto le sue ragionevoli proposte di pace. Certo, erano passati i tempi in cui &#8211; come narra Tito Livio &#8211; bastava che un magistrato della Repubblica tracciasse un cerchio in terra attorno a un potente sovrano seleucide, per imporgli di desistere da ogni atto di ostilit\u00e0 non gi\u00e0 contro Rooma, ma contro gli amici stessi di Roma. Eppure la forza di quest&#8217;ultima doveva essere considerata ancora formidabile, se dei semplici preparativi di guerra bastavano, di per s\u00e9, a indurre a miti consigli un re come Sciaphur.<\/p>\n<p>Ma Giuliano non ebbe esitazioni neppure per un istante. Neppure per un istante prest\u00f2 fede alla sincerit\u00e0 di quelle profferte, neppure per un istante esit\u00f2 davanti al partito da prendere. Le proposte di pace vennero respinte con insolenza pari a quella con cui Sciaphur aveva a suo tempo trattato con Costanzo, mentre i preparativi militari venivano intensificati. Come un tempo Crasso, Giuliano pot\u00e8 rispondere ai messi persiani qualcosa come: &quot;Avrete la mia risposta quando sar\u00f2 entro le mura di Ctesifonte!&quot;,<\/p>\n<p>In questi preparativi trascorse tutto l&#8217;inverno, durante il quale, come si \u00e8 detto, Giuliano fu amareggiato dai continui incidenti con la popolazione cristiana di Antiochia. Giuliano avrebbe potuto, a buon diritto, presentarsi nelle vesti di vendicatore delle passate sofferenze della citt\u00e0, oltre che dell&#8217;orgoglio romano troppo a lungo umiliato. Ma pare che, nell&#8217;imminenza della partenza, egli si abbandonasse a inopportune affermazioni sulla sorte che avrebbe riservato al clero cristiano, una volta di ritorno dalla guerra orientale.<\/p>\n<p>Tutti capivano che non si sarebbe trattato, come con Costanzo, di una semplice controffensiva &quot;di contenimento&quot;; che questa volta si sarebbe fatto sul serio, che si sarebbe punato direttamente al cuore dell&#8217;impero avversario. Per\u00f2 si capiva anche che l&#8217;imperatore si accingeva a quella guerra, mosso da considerazioni non soltanto puramente militari; che gli allori persiani, da lui tanto ardentemente agognati, avrebbero dovuto costituire il necessario preambolo per la guerra interna contro la religione cristiana; che, insomma, un Giuliano vincitore dei Sassanidi sarebbe stato assai pi\u00f9 indesiderabile e pericoloso, per la parte cristiana della popolazione non solo siriaca, ma di tutto l&#8217;Impero, di un Giuliano sconfittoe umiliato.<\/p>\n<p>Tutto questo conferiva una dimensione non poco ambigua all&#8217;atteggiamento degli abitanti di Antiochia (non possiamo dire dell&#8217;opinione pubblica, perch\u00e9 l&#8217;opinione pubblica \u00e8 una categoria sociologica tutta moderna, che presuppone un diverso rapporto fra Stato e cittadini da un lato, fra cittadini e mezzi d&#8217;informazione, dall&#8217;altro). Pareva, in un certo senso, che l&#8217;Augusto si accingesse ad una guerra privata, per fini suoi particolari, che non erano quelli dello Stato e che si sarebbero ritorti contro la maggioranza della popolazione della Siria e, forse, dell&#8217;Impero. Insomma i cristiani, o una buona parte di essi, in Antiochia e fuori di essa, intuivano di avere tutto da guadagnare da una sconfitta di Giuliano, e tutto da perdere da un suo trionfo. La consapevolezza di un tale stato di cose non contribuiva certo ad addolcire lo stato d&#8217;animo dell&#8217;imperatore nei confronti dei suoi sudditi cristiani. Come a Marco Aurelio, come a Decio, come a Diocleziano, essi dovevano apparirgli pi\u00f9 che mai come dei nemici pervicaci dello Stato, piuttosto che come suoi cittadini, interessati alla sua difesa come chiunque altro.<\/p>\n<p>XXIII.<\/p>\n<p>Alla fine dell&#8217;inverno i preparativi militari potevano dirsi ultimati. Una cospicua armata di circa 100.000 uomini, e una grandiosa flotta fluviale per il vettovagliamento e le operazioni lungo l&#8217;Eufrate, erano state laboriosamente raccolte, non senza gravi contribuzioni delle province e un notevole sforzo finanziario da parte del governo.<\/p>\n<p>Prima della sua partenza, un ultimo incidente venne ad aumentare la tensione religiosa nelle province orientali dell&#8217;Impero. Giuliano aveva voluto mandare alcuni suoi ufficiali a Gerusalemme, affinch\u00e8 provvedessero alla ricostruzione del famoso Tempio ebraico, distrutto dalle legioni di Tito al termine del celebre assedio, nel 70 dopo Cristo. Le istruzioni erano di provvedere alla riedificazione del Tempio nel pi\u00f9 breve tempo possibile e, soprattutto, dando ai lavori la massima pubblicit\u00e0, sia in Gerusalemme che fuori. Gli scopi che Giuliano si riprometteva da una tale impresa erano abbastanza chiari.<\/p>\n<p>In primo luogo, desiderava guadagnarsi le simpatie degli Ebrei, gi\u00e0 duramente repressi da Vespasiano, da Traiano, da Adriano (e anche dallo stesso Gallo, il fratello di Giuliano, al tempo in cui era stato Cesare per l&#8217;Oriente, che aveva soffocato con grande spargimento di sangue una rivolta in Galilea); o, almeno, avere la loro benevola neutralit\u00e0 nel conflitto imminente. Le cronache storiche rammentavano, infatti, che proprio una rivolta degli Ebrei sparsi nelle province romane orientali aveva costretto il grande Traiano a rinunciare all&#8217;annessione definitiva di tutta la Mesopotamia e la Babilonia, gi\u00e0 conquistate ai Persiani, insieme all&#8217;Arabia Petrea. Dunque, per poter volgere tutte le forze disponibili contro l&#8217;Oriente, era necessario non doversi guardare le spalle dalle numerose e, potenzialmente, pericolose colonie giudaiche sparse da Cirene e Alessandria d&#8217;Egitto, fino a Tarso e all&#8217;isola di Cipro, passando per Damasco e la stessa Antiochia.<\/p>\n<p>In secondo luogo, Giuliano intendeva dimostrare l&#8217;infondatezza della profezia cristiana (&quot;non rester\u00e0 pietra su pietra&quot;), secondo la quale il Tempio del popolo ebraico non sarebbe mai pi\u00f9 risorto dalla sua rovina. Non si pu\u00f2 negare che, se Giuliano fosse riuscito nella sua impresa, avrebbe certamente ottenuto il risultato di confondere e, forse, scandalizzare un buon numero di cristiani, almeno tra quelli pi\u00f9 superficialmente convertiti e tra i meno preparati sul piano dottrinale e spirituale. Non bisogna dimenticare, a questo proposito, le diffuse tendenze alla superstizione e la grande credulit\u00e0 negli oracoli e nelle profezie, caratteristiche del mondo antico in genere, e di quello tardo-antico in particolare. Oltre al fatto che lo stesso imperatore credeva agli oracoli, si direbbe, fanaticamente, la tecnica di &quot;guerra psicologica&quot; da lui tentata con la riedificazione del Tempio giudaico aveva dei precedenti nella storia antica, e avrebbe avuto notevoli sviluppi successivamente, sia da parte pagana che da parte cristiana.<\/p>\n<p>Noi sappiamo, ad esempio, che quando &#8211; durante il regno di Teodosio il Grande &#8211; il vescovo di Alessandria d&#8217;Egitto abbatt\u00e8 di sua mano la grande statua di Serapide nel tempio omonimo, il fatto che il dio, contrariamente alle credenze e alle aspettative, non seppe vendicarsi, provoc\u00f2 molta impressione nella comunit\u00e0 pagana e un gran numero di conversioni al cristianesimo. \u00c8 la stessa &quot;tecnica&quot;, del resto, sperimentata con successo dai missionari cristiani, nei secoli passati, nei confronti dei popoli cosiddetti primitivi: abbattere i simboli religiosi degli stregoni, lanciare apertamente la sfida al loro potere, e sfruttare il successo &#8211; non senza qualche rischio- della loro manifesta impotenza, per battezzare le comunit\u00e0 scioccate e confuse (vedi, ad esempio, il libro <em>21 ans chez les Papous<\/em> di Andr\u00e9 Dupeyrat, ambientato nella selvaggia Nuova Guinea nella prima met\u00e0 del 1900).<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, il tentativo di Giuliano a Gerusalemme, oltre a quel tanto di discutibile che aveva in s\u00e9 stesso (e forse non solo per la nostra sensibilit\u00e0 moderna, ma anche per quella di allora) nel voler dare battagllia a un profeta vissuto tre secoli innanzi, presentava dei risvolti a dir poco sconcertanti sul piano politico. Pur di dimostrare la falsit\u00e0 della profezia di Ges\u00f9 il Galileo, infatti, Giuliano non si peritava di cercare l&#8217;amicizia e la gratitudine del popolo che pi\u00f9 di ogni altro, prima e dopo Ges\u00f9, aveva combattuto non solo la romanit\u00e0., ma il paganesimo tutto, e che per questa ragione era sempre stato riguardato con la massima diffidenza e con il massimo disprezzo dai Greci e dai Romani. Un popolo che si era ripetutamente e sanguinosamente ribellato, e che aveva sub\u00ecto, per questo, la terribile punizione della distruzione di Gerusalemme e del bando perpetuo, sotto pena di morte (al tempo di Adriano, dopo la rivolta di Bar Kochba) dalla citt\u00e0 santa della sua religione; nonch\u00e9 dell&#8217;insulto terribile di vedervi edificato, in luogo del Tempio, un edificio dedicato a Zeus, il re degli d\u00e8i pagani, mentre l&#8217;intera citt\u00e0 veniva riedificata col nome di Aelia Capitolina.<\/p>\n<p>Questa lunga tradizione di ostilit\u00e0 e diffidenza era sconfessata, ora, da Giuliano, il quale si spinse anche oltre, scrivendo un&#8217;opera, <em>Contro i Galilei<\/em> (ossia contro i cristiani), nella quale non lesinava gli elogi verso il popolo ebraico, per essersi mantenuto tenacemente fedele al credo dei propri antenati; quella &quot;ostinazione pervicacissima&quot;, appunto, che tanto aveva suscitato l&#8217;incredulo sdegno di Vespasiano, Traiano, Adriano.<\/p>\n<p>Che Giuliano cercasse ora l&#8217;amicizia di quel popolo, che professava una religione per la quale era abominio il culto di Zeus, di Apollo, della Gran Madre, insomma tutto quello che per l&#8217;Augusto era sacro e infallibile; che passasse sopra alle precise disposizioni sulla citt\u00e0 santa del giudaismo emanate dai suoi predecessori, al solo scopo di mostrare disprezzo verso i cristiani e avere l&#8217;alleanza dei loro nemici; che in tutto questo non vedesse la precariet\u00e0 di un calcolo politico quanto meno azzardato (cercare l&#8217;amicizia dei Giudei contro i cristiani, come Costanzo aveva cercato l&#8217;amicizia dei cristiani contro i pagani e degli ariani contro i cattolici), \u00e8 cosa che non pu\u00f2 non destare, anche a distanza di tanto tempo, stupore e perplessit\u00e0. Giuliano, uomo molto intelligente e straordinariamente c\u00f2lto, a motivo della sua avversione al cristianesimo stava scivolando, nondimeno, nelle contraddizioni proprie ad ogni fanatismo. Il ridicolo, potenzialmente contenuto nella sua politica filo-giudaica, poi, non tard\u00f2 a rovinargli addosso.<\/p>\n<p>A dispetto di tutti gli sforzi del governatore della provincia di Giudea e di quelli dell&#8217;ex viceprefetto della Britannia, Alipio, mandato apposta da Antiochia, i lavori per la ricostruzione del Tempio gerosolimitano non facevano alcun progresso, anzi si pu\u00f2 dire che non cominciarono neppure. Mentre gli operai stavano scavando tra le fondamenta del distrutto edificio, delle fiamme, levatesi dalle viscere della terra (forse dei <em>geysers<\/em>, eruzioni d&#8217;acqua bollente) ostacolarono a pi\u00f9 riprese i lavori, bruciarono alcuni operai, e infine costrinsero gli ufficiali di Giuliano ad abbandonare l&#8217;impresa. Poich\u00e9, per\u00f2, essa era stata pubblicizzata al massimo, coll&#8217;intento di ridicolizzare le profezie cristiane, ora il ridicolo ricadeva sul capo di Giuliano, ponendolo nel pi\u00f9 grave imbarazzo. Per salvare la faccia dell&#8217;imperatore, si disse che i lavori non erano stati abbandonati, ma soltanto sospesi temporaneamente. Presto, per\u00f2, con la fine prematura di Giuliano, sarebbero stati abbandonati definitivanente, e il sogno di far rivivere il Tempio di Salomone e di Erode il Grande sarebbe sceso per sempre nella tomba.<\/p>\n<p>Ma qui non si trattava pi\u00f9 solo (il che sarebbe stato ancora cosa da poco) del ridicolo): si era voluto giocare con la superstizione delle masse, e quella superstizione dava ora torto a chi aveva creduto di potersene servire impunemente. Da sempre, nel mondo antico, tra i Greci come tra i Romani, la morte per fulmine, o, in genere, per fuoco, era considerata una morte tutt&#8217;altro che naturale. Si immaginava che solo i pi\u00f9 scellerati peccatori la subissero, direttamente per mano della divint\u00e0; tanto che la <em>sagitta<\/em> era divenuta, nella mitologia classica, l&#8217;arma specifica di cui si serviva Zeus, e il suo principale attributo regale. La morte dell&#8217;imperatore Caro, in Mesopotamia, nel 283 dopo Cristo, quando la sua tenda era stata colpita &#8211; come fu detto &#8211; dalla folgore, era stata immediatamente interpretata come un castigo da parte degli d\u00e8i, e ci\u00f2 aveva favorito le mene del prefetto del pretorio, Apro, che probabilmente era stato il suo assassino. Ecco ora, nel caso della mancata riedificazione del Tempio di Gerusalemme, che la profezia di Ges\u00f9 appariva, non che smentita, rafforzata dall&#8217;interruzione forzata dei lavori intrapresi con tanta baldanza, mentre nella morte di alcuni operai bruciati vivi si vide, inevitabilmente, una precisa punizione divina, provocata dallo sdegno dell&#8217;onnipotente dio dei cristiani contro i sacrileghi ordini di Giuliano.<\/p>\n<p>Forse vi fu davvero chi, come ai piedi del Golgota in quel pomeriggio di tre secoli prima &#8211; in cui pareva che il tempo, ai piedi della croce, si fosse fermato &#8211; non pot\u00e8 trattenersi dall&#8217;esclamare: &quot;Veramente quest&#8217;uomo era il figlio di dio!&quot;.<\/p>\n<p>XXIV.<\/p>\n<p>La partenza di Giuliano da Antiochia, il 5 marzo del 363, fu triste e accompagnata dai pi\u00f9 mesti presagi per il futuro. Egli, tutto preso dalla sua febbre superstiziosa, aveva moltiplicato senza posa gli olocausti e le consultazioni degli indovini, ottenendo &#8211; a quel che pare &#8211; responsi poco favorevoli alla guerra che stava per intraprendere.<\/p>\n<p>Da ultimo, al momento di uscire dalla citt\u00e0, il popolo gli si fece attorno, augurandogli fortuna nella sua impresa, invitandolo a una maggior clemenza in futuro, e cercando servilmente di farsi perdonare i motteggi e le frecciate che avevano avvelenato il soggiorno di Giuliano in Antiochia. Ma questi, punto dal doloroso ricordo di quei mesi penosi, traformatisi a poco a poco in un tormento per il filosofo e il sacerdote pagano, non seppe reprimere il proprio risentimento. Rispose, gi\u00e0 sul punto di uscir da Antiochia, che mai pi\u00f9 essi lo avrebbero rivisto; che anzi per il ritorno non sarebbe passato di l\u00ec, ma che gi\u00e0 aveva dato disposizioni perch\u00e9 gli fosse preparato il soggiorno a Tarso, in Cilicia: tutto allo scopo dichiarato di non rivedere mai pi\u00f9 i suoi mordaci persecutori. Poi se ne and\u00f2 lungo la strada di Beroe (Aleppo), preceduto dal grosso dell&#8217;esercito.<\/p>\n<p>Cinque giorni dopo era a Ierapoli; quindi, con rapida marcia, raggiunse e super\u00f2 l&#8217;Eufrate, dove aveva dato appuntamento alla flotta. Questa giunse poco dopo e offr\u00ec ai presenti e all&#8217;imperatore uno spettacolo veramente imponente: centinaia e centinaia d&#8217;imbarcazioni coprivano letteralmente la superficie del grande fiume, e le loro bianche vele erano innumerevoli come un gigantesco stormo di gabbiani. Su quel ponte artificiale l&#8217;intero esercito pot\u00e8 transitare; e Giuliano, orgoglioso, dovette pensare che solo il passaggio di Serse attraverso l&#8217;Ellesponto aveva presentato un colpo d&#8217;occhio paragonabile a questo, per la superba visione di forza che offriva allo sguardo.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 accordo, fra gli storici antichi, circa la precisa consistenza di questa flotta fluviale, anche se le cifre che essi forniscono non discordano tra loro in misura esagerata. Secondo Ammiano, essa era composta da 1.000 navi onerarie di vario tipo, adibite al trasporto dei viveri e dell&#8217;equipaggiamento, pi\u00f9 cinquanta navi da guerra e cinquanta navi destinate alla costruzione dei ponti mobili sul fiume, per consentire un rapido passaggio dell&#8217;esercito, in qualsiasi momento, da una riva all&#8217;altra. Secondo Zosimo, vi erano 600 navi di legno e 500 di pelle, e &quot;moltissime&quot; altre adibite al trasporto di materiale vario, nonch\u00e9 50 da guerra e altrettante col materiale da ponte (in questo particolare, Zosimo concorda perfettamente con Ammiano, anzi \u00e8 possibile che abbia da lui ricavato tali informazioni). Infine c&#8217;\u00e8 da dire che talune di queste navi trasportavano le pesantissime e temibili macchine da guerra, necessarie per l&#8217;investimento delle fortezze mesopotamiche; scorpioni, arieti scorrevoli, baliste da posizione: tutti strumenti che Ammiano Marcellino, esperto ufficiale d&#8217;artiglieria, descrive con minuzia in alcune pagine di grande interesse. La flotta era comandata dal tribuno Costanziano e dal <em>comes<\/em> Lucilliano.<\/p>\n<p>Si tenga ben presente che, nella campagna in corso, la flotta sarebbe stata di grandissima utilit\u00e0 per il trasporto del materiale e delle vettovaglie attraverso una vastissima plaga desertica o semi-desertica, ma ad una condizione: che la marcia procedesse sempre a valle, cio\u00e8 in direzione Sud. Tutte le campagne romane in Mesopotamia seguivano necessariamente questa via, dall&#8217;alto corso dell&#8217;Eufrate verso la foce; poich\u00e9 i pi\u00f9 vicini obiettivi persiani di maggiore importanza, Seleucia e Ctesifonte, si trovavano a valle del punto in cui la pista da Carre a Callinicum raggiungeva la sponda sinistra dell&#8217;Eufrate. Di l\u00ec era sceso il grande Traiano, duecentocinquant&#8217;anni prima; di l\u00ec erano scesi Marco Aurelio e Lucio Vero e, pi\u00f9 tardi, Settimio Severo.<\/p>\n<p>Ma se il destino, per una ragione qualunque o a causa di un cambiamento improvviso nei piani strategici, avesse richiesto una conversione delle legioni verso il settentrione, ecco che inevitabilmente l&#8217;enorme flotta romana si sarebbe trasformata in un terribile inciampo, in un intollerabile fattore d&#8217;imbarazzo. Essa avrebbe dovuto, infatti, risalire l&#8217;ampia corrente dell&#8217;Eufrate, e ci\u00f2 avrebbe necessariamente immobilizzato una gran parte dell&#8217;esercito per il suo rimorchio a mezzo di funi, dato che gli equipaggi della flotta sarebbero stati insufficienti alla bisogna. E se tale marcia avesse richiesto rapidit\u00e0 e segretezza, o se avesse dovuto svolgersi in presenza del nemico, e specialmente della sua veloce e inafferrabile cavalleria, si pu\u00f2 facilmente immaginare quali gravissime conseguenze avrebbe riservato tale situazione all&#8217;esercito romano in marcia.<\/p>\n<p>XXV.<\/p>\n<p>Ancor prima di raggiungere la flotta, tra Ierapoli e Batna, Giuliano aveva informato il re arsacide dell&#8217;Armenia, tradizionale alleato di Roma contro il potente vicino persiano, di tenersi pronto per la campagna e, in particolare, di allestire un buon nerbo di cavalleria, pari a quella avversaria per efficienza, e di cui i Romani erano praticamente sprovvisti. Per\u00f2 Giuliano, in cuor suo, non faceva molto affidamento su alcun alleato. Egli intendeva portare la guerra lungo il fiume, verso il cuore dell&#8217;Impero Sassanide, alla ricerca del principale esercito nemico e di una rapida soluzione sul campo di battaglia. Perci\u00f2 la cooperazione dell&#8217;Armenia, quand&#8217;anche fosse stata sollecita e vigorosa &#8211; come, per lunga tradizione ed esperienza, non era da attendersi &#8211; sarebbe stata soltanto una pedina secondaria nella grande partita della guerra mesopotanica.<\/p>\n<p>Quest&#8217; ultima, secondo i piani di Giuliano, avrebbe dovuto concludersi sull&#8217; Eufrate, o forse sul Tigri, in qualche punto tra Doura-Europos, Seleucia e Ctesifonte, qualora il nemico avesse accettato la battaglia campale; oppure senz&#8217; altro nell&#8217; assedio della capitale persiana, le cui mura, si sperava, non avrebbero offertu una maggiore resistenza che ai tempi dell&#8217;imperatore Caro.<\/p>\n<p>Piu&#8217; tardi, mentre la flotta giungeva all&#8217;appuntamento con l&#8217;esercito, Giuliano, circondato da quello spettacolo esaltante di forza e di potenza, fu raggiunto da alcuni ambasciatori saraceni, che gli offrirono una corona d&#8217;oro e promisero il loro aiuto nella guerra imminente contro la Persia. Chi avesse veduto quegli uomini abbronzati gettarsi come supplici ai piedi dell&#8217;imperatore, e adorarlo servilmente come il padre e signore della loro gente e del mondo intero, difficilmente avrebbe potuto trattenere un sorriso d&#8217;ironia e di disprezzo. Gli orgogliosi legionari del Reno e del Danubio guardavano dall&#8217;alto in basso quei figli del deserto, che da sempre avevano fama di essere, dopo gli Ebrei, la peggior razza dell&#8217;orbe conosciuto: infida, sleale, dedita alla razzia di professione, mutevole e incostante come il soffio del vento. Senza di loro, nessuna carovana poteva attraversare l&#8217;inferno del deserto mesopotamico, recando in Occidente i prodotti preziosi della Persia, dell&#8217;India, delle lontane isole dell&#8217;Oceano meridionale. Ma erano sempre loro che costituivano il maggior pericolo per quelle stesse carovane, e che vivevano di brigantaggio- si pu\u00f2 dire &#8211; almeno quanto della loro magra pastorizia.<\/p>\n<p>Epuure erano proprio quei malfidi Saraceni, nei cui sguardi brillava sempre una luce ambigua, fieri e servili al tempo stesso, coperti di polvere e di stracci, che avevano saputo difendere nei secoli la loro indipendenza sia dai Romani che dai Persiani, lottando con astuzia e ferocia incredibili. Erano loro che avevano infranto, sotto le mura di Hatra, gli assalti furiosi delle legioni di Traiano, davanti alle quali perfino quelle di Ctesifonte avevano dovuto cedere.<\/p>\n<p>Giuliano, che &#8211; come si \u00e8 detto &#8211; era deciso a non riporre fallaci speranze in alcun aiuto esterno, ma intendeva basarsi unicamente sulle sue forze, non tratt\u00f2 male quegli ambasciatori, e anzi fece mostra di apprezzare la loro abilit\u00e0 nella guerriglia, che avrebbe potuto facilitare la marcia romana. Ma certo in cuor suo non faceva gran conto di quel modestissimo aiuto, e diffidava, a ragione, delle loro promesse e ostentate adulazioni, ben sapendo che per quei beduini schierarsi dalla parte del pi\u00f9 forte era un&#8217;abitudine inveterata; e che li avrebbe avuti per amici solo fino a quando fosse stato in grado di dominare gli eventi. Essi venivano a sottomettersi spontaneamente, ma a che scopo? Nessuno li aveva chiamati; che significato attribuire a quelle offerte di alleanza, a quelle pompose e un po&#8217; ridicole forme di adorazione, che vellicavano (\u00e8 vero) l&#8217;orgoglio smisurato di Giuliano?<\/p>\n<p>Chi avesse riflettuto su questi fatti, e assistito alla scena inconsueta di quei Saraceni prostrati in adorazione di un lontano imperatore, del quale certo non desideravano realmente la signoria, ben difficilmente avrebbe potuto immaginare che i loro pronipoti, usciti come nuvole di cavallette dal deserto infuocato come per opera di un prodigio, avrebbero un giorno dilagato per province ed imperi, spazzando via la Persia e conquistando quasi tutta la parte orientale dell&#8217;Impero Romano.. E si sarebbero spinti ancora pi\u00f9 in l\u00e0, a Occidente fino allo stretto di Gibilterra, a Oriente fino ai confini dell&#8217;India e della Cina, costruendo in pochi decenni l&#8217;impero pi\u00f9 grande che la storia avesse mai veduto &#8211; nel nome di un unico dio che essi avrebbero chiamato Allah, e del suo profeta di nome Muhammed.<\/p>\n<p>XXVI.<\/p>\n<p>A Carre giunse la notizia che la cavalleria persiana aveva compiuto fin l\u00ec presso una audace puntata esplorativa, saccheggiando la regione al suo passaggio. Questa notizia allarm\u00f2 vivamente Giuliano, bench\u00e8 non fosse da credere che dietro quei cavalieri vi fosse realmente il grosso della cavalleria sassanide.<\/p>\n<p>Il fatto, in realt\u00e0, era grave non tanto per lo smacco morale che i Romani rischiavano di subire agli occhi delle popolazioni locali. Che qualche cavaliere nemico potesse devastare il territorio sotto gli occhi di un grande esercito in pieno assetto di guerra, era un fatto increscioso, ma in definitiva faceva parte delle stranezze della guerra e non doveva meravigliare pi\u00f9 di tanto. Quel che era grave, era che il nemico si fosse potuto spingere fino a ridosso delle legioni senza essere individuato a tempo. Per questa volta si era limitato a incendiare qualche casa, per poi subito ritirarsi donde era arrivato; ma se avesse ripetuto in forze il tentativo, magari impadronendosi dei magazzini romani alle spalle dell&#8217;esercito? Le fortezze e le cittadine della regione superiore dell&#8217;Eufrate &#8211; Edessa, Samosata, Carre &#8211; certamente sarebbero state in grado di difendersi da una semplice scorreria di cavalleggeri; ma se dietro ad essi fosse avanzato l&#8217;esercito persiano, con le macchine da guerra che gi\u00e0 avevano provocato la rovina di Amida, di Bezabde, di Singara?<\/p>\n<p>Non si potevano correre simili rischi. Scendere lungo l&#8217;Eufrate, allontanandosi sempre pi\u00f9 dalle proprie basi di partenza, con la minaccia di una manovra avvolgente del nemico sul fianco e sul tergo, non era cosa saggia n\u00e9 prudente. Perci\u00f2, in mancanza di una adeguata copertura di cavalleria, capace di reggere il confronto con quella sassanide, c&#8217;era una sola cosa da fare: distaccare una parte dell&#8217;esercito sull&#8217;alto Eufrate, spingerla avanti verso il Tigri, con funzione al tempo stesso esplorante ed offensiva; e rastrellare cos\u00ec la regione in direzione della Corduena, assicurando una efficace protezione alle linee di rifornimento delle legioni avanzanti su Ctesifonte. Questa apparve a Giuliano l&#8217;unica soluzione prudente.<\/p>\n<p>Le forze che l&#8217;imperatore destin\u00f2 a tale compito furono cospicue, dal che si deduce come, nella sua concezione strategica, esse non avrebbero dovuto svolgere una funzione puramente esplorativa, ma essere in gradi di reggere l&#8217;urto, se necessario, anche da sole con un grosso esercito nemico. Secondo Ammiano (XXIII, 3, 4) furono distaccati 30.000 soldati, secondo Zosimo 18.000 fanti pesanti (III, 12, 5); 20.000 uomini, infine, secondo Libanio, il r\u00e8tore antiocheno amico di Giuliano, la nostra terza fonte importante su questi avvenimenti (Orazione XVIII, 214). A capo di questo corpo d&#8217;armata Giuliano pose due uomini di sua fiducia: Procopio, gi\u00e0 <em>notarius<\/em> nel 358, suo lontano parente; e Sebastiano, che era stato <em>dux<\/em> dell&#8217;Egitto nel 356-58. I due comandanti avevano, per espresso volere dell&#8217;imperatore, pari dignit\u00e0 e pari autorevolezza; ma corse voce &#8211; non siu sa bene da parte di chi, non si bene quanto fondata &#8211; che in realt\u00e0 l&#8217;imperatore, oppresso (come \u00e8 noto) dall&#8217;esito sfavorevole di molti responsi, avesse consigliato Procopio, se lui fosse morto durante la campagna, di impadronirsi del supremo potere. Di una designazione ufficiale di Procopio a suo eventuale successore non sembra si possa parlare, diversamente non avrebbe potuto non giungerci qualche attestazione esplicita.<\/p>\n<p>Il compito di questo esercito, per il momento, sarebbe stato quello di proteggere il fianco avanzante dell&#8217;armata principale, quella di Giuliano, e di non spingersi, pertanto, al di l\u00e8 del Tigri. Ma in seguito, col procedere dell&#8217;avanzata lungo il fiume, Procopio e Sebastiano avrebbero dovuto cercar di ricongiungersi con le forze del re dell&#8217;Armenia; avanzare, insieme a loro, attraverso la Corduena e la Moxoena, indi compiere un&#8217;ampia conversione e scendere verso Sud-est, verso l&#8217;Assiria, dove si sarebbe ristabilito il contatto con l&#8217;armata principale.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 facile vedere che in questa concezione strategica vi erano troppi elementi di ambiguit\u00e0 e di approssimazione, perch\u00e9 potesse dare positivi risultati. Il corpo d&#8217;armata di Procopio e Sebastiano era troppo forte per svolgere un ruolo esplorativo, ma non abbastanza per affrontare l&#8217;eventualit\u00e0 di uno scontro aperto con l&#8217;esercito principale di Sciaphur. Povero di cavalleria, avrebbe faticato anch&#8217;esso a sorvegliare da lontano le mosse del nemico, e facilmente avrebbe perduto il contatto con Giuliano, trovandosi cos\u00ec impossibilitato a coordinare con esso le operazioni future. Avrebbe dovuto avanzare praticamente alla cieca, in una regione accidentata e poco conosciuta, basandosi su una problematica cooperazione con gli Armeni, la cui esatta posizione non era affatto chiara.<\/p>\n<p>Per finire, l&#8217;aver nominato due condottieri di pari grado non era certo l&#8217;ideale per assicurare la necessaria unit\u00e0 nell&#8217;azione di comando. Sempre, nella storia militare, il doppio comando ha prodotto risultati negativi: da Canne (216 a. C.), ove i due consoli L. Emilio Paolo e M. Terenzio Varrone condussero l&#8217;esercito romano al peggior disastro da esso mai subito, alla Battaglia del Solstizio (giugno 1918), ove il mancato coordinamento fra le armate dei generali Conrad von Hotzendorf sull&#8217;Altipiano di Asiago e sul Grappa, e Boroevic sul corso medio e inferiore del Piave, condusse l&#8217;Austria-Ungheria alla sconfitta decisiva nella prima guerra mondiale e ne affrett\u00f2 il processo di dissoluzione.<\/p>\n<p>XXVII.<\/p>\n<p>La credulit\u00e0 e la superstizione di Giuliano non perdevano occasione per fornire le pi\u00f9 improbabili interpretazioni dei vari incidenti accaduti all&#8217;esercito durante la marcia. Alcuni episodi erano chiaramente di cattivo augurio: come quando, a Ierapoli (cio\u00e8 poco dopo la partenza da Antiiochia) un portico era crollato vicino a lui e aveva seppellito, uccidendoli, cinquanta soldati, provocando inoltre un grandissimo numero di feriti. Ma Giuliano trovava sempre il modo di rivolgere a suo favore fatti che ben difficlmente si prestavano a una interpretazione ottimistica.<\/p>\n<p>Un giorno stava cavalcando tra Carre e Davana, in sella a un cavallo che portava, significativamente, il nome di Babilonio. D&#8217;improvviso il destriero era stato colto da atroci dolori e, come impazzito, s&#8217;era rovesciato sotto di lui, spargendo tutt&#8217;intorno le ricche bardature e le pietre preziose delle quali era adorno. Giuliano non aveva esitato allora ad affermare, tra le servili acclamazioni dei presenti,che quello era chiaramente un presagio favorevole mandato dagli d\u00e8i, giacch\u00e8 Babilonia (ossia la monarchia sassanide, del resto la citt\u00e0 di Babilonia era ormai da gran tempo andata in rovina) sarebbe stramazzata ai suoi piedi, come aveva fatto il cavallo, abbandonando nelle mani dei Romani tutte le sue ricchezze.<\/p>\n<p>Tale era lo strano miscuglio di saggezza e credulit\u00e0, di filosofia e superstizione che si agitava nell&#8217;animo inquieto di quest&#8217;uomo dalla personalit\u00e0 affascinante ed enigmatica, che nemmeno i suoi collaboratori pi\u00f9 stretti erano in grado di capire veramente &#8211; e che, infatti, alla sua morte non lasci\u00f2 alcuno in grado di proseguirne l&#8217;opera.<\/p>\n<p>XVIII.<\/p>\n<p>Il 27 marzo Giuliano era a Call\u00ecnico, poderosa citt\u00e0 fortificata alla confluenza dell&#8217;Eufrate col Belias, un affluente di sinistra. Era il giorno in cui, a Roma, si svolgevano le solenni cerimonie in onore della Magna Mater, e l&#8217;imperatore trascorse una giornata estatica, pi\u00f9 che mai convinto del buon esito della spedizione.<\/p>\n<p>&quot;<em>Chi \u00e8, dunque, la Madre degli d\u00e8i?<\/em> &#8211; scrive Giuliano nel suo &quot;Inno alla Madre degli d\u00e8i&quot; &#8211; <em>La sorgente degli d\u00e8i dotati d&#8217;intelletto e creatori, che governano gli d\u00e8i visibili, la dea che ha generato col grande Zeus e con lui coabita; quella potente d\u00e8a che \u00e8 venuta all&#8217;esistenza dopo e in compagnia del grande creatore; la dominatrice di tutta la vita; la causa prima di tutta la generazione; quella che tutte le cose che sono state fatte compie nel modo pi\u00f9 facile, partorisce senza dolore e unita al padre opera tutto ci\u00f2 che esiste. Essa \u00e8 la Vergine senza madre, che ha il suo trono accanto a Zeus ed \u00e8 realmente la Madre di tutti gli d\u00e8i. In quanto ha accolto in s\u00e9 le cause di tutti gli d\u00e8i intelligibili sovramondani, \u00e8 diventata sorgente degli d\u00e8i dotati d&#8217;intelletto. Questa dea che \u00e8 una cosa sola con la Provvidenza, concep\u00ec per Attis un amore non commisto a passione. Perch\u00e9 non soltanto le forme congiunte con la materia, ma in grado superiore anche le cause di queste, volontariamente stanno al suo volere e al suo pensiero. Il mito vuol significare che essa, in quanto provvidenza che conserva tutto ci\u00f2 che \u00e8 soggetto alla nascita e alla distruzione, ama la causa creatrice e produttrice di esse e le impone di procreare preferibilmente nel mondo intelligibile ed esige che a lei sia rivolta e con lei coabiti: pretende che non si mescoli con alcun altro essere se non con lei, in guisa che questa causa creativa nello stesso tempo persegua la creazione di ci\u00f2 che \u00e8 uniforme, e insieme eviti d&#8217;inclinare verso il mondo materiale. Per di pi\u00f9 volle che questa causa guardasse a lei, che \u00e8 sorgente degli d\u00e8i creatori, senza lasciarsi trascinare in basso e allettare alla generazione.<\/em>&quot;<\/p>\n<p>E prosegue, strappando al riposo notturno ancora qualche momento di mistico trasporto, con queste parole che mostrano chiaramente la matrice neoplatonica ed emanatistica della sua concezione del divino: &quot;<em>Che cosa ci resta ancora da dire? Tanto pi\u00f9 che ci fu concesso il breve spazio d&#8217; una notte per mettere insieme queste pagine, senza tirare il fiato, senza previa lettura n\u00e9 meditazione sull&#8217;argomento, ma non pensavamo di parlarne, prima che ci avvenisse di chiedere le tavolette per scrivere. Della mia affermazione sia testimone la dea. Ma come dicevo, che cosa ci resta da dire? Inneggiare alla dea insieme ad Atena e a Dioniso, dei quali la legge ha pure collocato le feste nel periodo di queste celebrazioni. Vedo l&#8217;affinit\u00e0 di Atena con la Madre degli d\u00e8i in virt\u00f9 della somiglianza della loro funzione provvidenziale inerente alla sostanza di entrambe le dee. Riconosco anche la divina attivit\u00e0 creatrice di Dioniso , che il grande Dioniso ricevette dall&#8217; uniforme e perenne principio vitale che \u00e8 nel grande Zeus, dal quale ha proceduto; egli la distribuisce a tutti gli esseri visibili, perch\u00e8 governa e domina tutta la divina attivit\u00e0 creatrice. Anche Hermes Epafrodito dobbiamo accanto a questi celebrare nell&#8217;inno: cos\u00ec si chiama questo dio dagli iniziati, che dicono d&#8217;accendere le faci al sapiente Attis. Chi \u00e8 cos\u00ec grosso di mente da non comprendere che coi nomi di Hermes e di Afrodite si fa appello a tutte le cause della generazione universale, in quanto che esse dovunque e perfettamente contengono ci\u00f2 che in special modo \u00e8 proprio del Logos?<\/em>&quot;<\/p>\n<p>Per concludere, con un entusiasmo religioso che lo riempie di stupefatta ammirazione per la potenza e perfezione del Logos divino, ma anche con un oscuro presagio quasi di morte imminente, come si evince dalle sue ultime, commosse parole:<\/p>\n<p>&quot;<em>O Madre degli d\u00e8i e degli uomini, che condividi il seggio e il trono col grande Zeus, o fonte degli d\u00e8i dotati d&#8217;intelletto; tu che procedi insieme con le immacolate sostanze degli d\u00e8i intelligibili e da essi tutti la causa prima comune hai ricevuto e la trasmetti agli d\u00e8i dotati d&#8217;intelletto, o dea generatrice di vita; tu che sei il consiglio e la provvidenza, o creatrice delle nostre anime; tu che hai preso ad amare il grande Dioniso e hai salvato Attis quando fu esposto, e l&#8217;hai di nuovo risollevato, quando sprofond\u00f2 nell&#8217;antro della terra; tu che agli d\u00e8i dotati d&#8217;intelletto sei guida a tutti i benefici, e di tutto ricolmi il mondo visibile e in tutte le cose, e a tutti fai la grazia del bene: a tutti gli uomini dona la felicit\u00e0, il cui capo supremo \u00e8 la conoscenza degli d\u00e8i; al popolo romano insieme concedi d&#8217;allontanare da s\u00e9 la peste dell&#8217;empiet\u00e0. Che il destino felice che per mezzo di esso regge le sorti dell&#8217;Impero, l&#8217;accompagni per molte migliaia d&#8217;anni! A me, quale frutto della mia devozione per te, concedi di possedere la verit\u00e0 nella dottrina degli d\u00e8i, la perfezione nella teurgia; in tutte le opere cui mi accingo nel campo politico e militare, donami virt\u00f9 e insieme buona fortuna, e la fine della mia vita possa essere senza dolore e gloriosa, con la buona speranza, o d\u00e8i, di salire fino a voi!<\/em>&quot;<\/p>\n<p>La marcia riprese lungo le rive del gran fiume in un clima di generale ottimismo. Ai primi d&#8217;aprile le legioni erano gi\u00e0 a Cercusio, ultima grande fortezza romana di confine, protesa tra l&#8217;Eufrate e l&#8217;Abora, come una sentinella avanzata verso l&#8217;estrema frontiera romana d&#8217;Oriente. I poderosi lavori di restauro e di rafforzamento eseguiti, circa settant&#8217;anni prima, per volont\u00e0 di Diocleziano, erano ovunque evidenti, poich\u00e9 quella sperduta piazzaforte era stata trasformata in un nido d&#8217;aquila veramente inespugnabile. Col\u00e0 Giuliano, dopo aver varcato il fiume Abora e aver distrutto, dietro di s\u00e9, i ponti, tenne un discorso fremente all&#8217;esercito schierato, ricordando come gi\u00e0 in passato, pi\u00f9 volte, le legioni di Roma avessero disfatto il medesimo avversario; la distruzione dei ponti alle loro spalle, del resto, era un argomento pi\u00f9 efficace di qualunque discorso. I soldati parvero entusiasti delle parole rivolte loro dall&#8217;imperratore, e lo acclamarono lungamente.<\/p>\n<p>La marcia procedeva ormai con particolare prudenza, essendo giunto l&#8217;esercito in prossimit\u00e0 del territorio nemico. La fanteria marciava sulla destra, a ridosso della sponda del fiume; la cavalleria (quel poco di cavalleria che i Romani avevano potuto mettere insieme) procedeva sulla sinistra, a protezione dell&#8217;esercito, sorvegliando l&#8217;aperta pianura. In mezzo procedevano le salmerie, i carri col materiale da guerra e tutti i servizi logistici. La flotta, dal canto suo, per esplicita disposizione dell&#8217;imperatore, non si allontanava mai fuori di vista; ma anche nei punti pi\u00f9 tortuosi del fiume, dove il campo visivo era pi\u00f9 limitato, procedeva accosto all&#8217;armata.<\/p>\n<p>XXIX.<\/p>\n<p>Pochi giorni dopo erano a Doura-Europos, un tempo grande e ricca citt\u00e0, ora completamente abbandonata. Vi erano (e vi sono ancor oggi) tracce del passato splendore, nei templi delle varie religioni orientali, in particolare nella sinagoga ebraica, decorata con magnifici affreschi di scene bibliche, dipinte con vivaci colori e con un gusto vivamente espressionistico. Era uno spettacolo mesto e solenne, ma nel complesso insopportabilmente triste, quello dell&#8217;antica citt\u00e0 vuota di abitanti e popolata ormai solo dalle erbacce, dalle fiere e dal vento del deserto.<\/p>\n<p>Doura-Europos era stata fondata dai Seleucidi verso il 300 avanti Cristo ed era poi entrata a far parte del Regno Partico. I Romani l&#8217;avevano conquistata nel 165, durante la guerra perisana di Marco Aurelio e Lucio Vero, e l&#8217;avevano conservata per molto tempo. In quel periodo essa era rimasta aperta ai forti influssi culturali ed artistici del vicino mondo iranico, e aveva conosciuto una fase di notevole splendore culturale e di benessere economico. Ma verso il 257 i Sassanidi l&#8217;avevano presa e distrutta (era l&#8217;anno del saccheggio di Antiochia), e da allora essa si era trasformata in una spettrale citt\u00e0 morta. Ora essa si drizzava come un fantasma silenzioso nella terra di nessuno, a met\u00e0 strada fra l&#8217;ultimo forte romano di Cercusio ed il primo persiano di Anatha. Teoricamente si trovava gi\u00e0 in territorio sassanide, a dispetto del fatto che l\u00ec vicino, presso Zaitha, vi fosse la tomba di un imperatore romano.<\/p>\n<p>Giuliano vi giunse con l&#8217;esercito poco dopo, e sost\u00f2 in commossa meditazione. Era la tomba dell&#8217;imperatore Gordiano III, il giovane sovrano che aveva guidato la riscossa romana in Oriente, culminata nella grande vittoria di Resaina sui Persiani, per poi cadere assassinato da mano ignota nel pieno dell&#8217;avazata, l&#8217;anno 244 dopo Cristo. Furono compiuti scrupolosamente i sacrifici presso i resti mortali di Gordiano, che era stato a suo tempo divinizzato, bench\u00e9 gli auspici continuassero ad essere sfavorevoli a Giuliano. In particolare gli aruspici etruschi, i pi\u00f9 stimati del suo seguito, lo avevano sconsigliato di proseguire la campagna, e una lettera addirittura disperata gli era arrivata dal prefetto delle Gallie. Ma a tutti quesi avvertimenti, stranamente, l&#8217;imperatore &#8211; pur cos\u00ec superstizioso &#8211; non volle dar credito.<\/p>\n<p>XXX.<\/p>\n<p>I soldati dovettero esser lieti di abbandonare quelle rovine semicoperte dalla sabbia, nel cui interno sembrava ancora indugiare una misteriosa vita inafferrabile. La citt\u00e0 spettarle di Doura e il sepolcro di Gordiano III erano troppo impregnate di ricordi del passato; tutto, per cos\u00ec, dire, era ancor vivo e palpitante di una vita che sembrava non essersene andata del tutto, rifiutando l&#8217;inesorabile legge della corruzione. L\u00ec nei pressi erano stati avvistati grandi branchi di cervi; gli arcieri ne avevano abbattuti molti, e altri ne avevano uccisi i marinai a colpi di remo, mentre le bestie nuotavano nel fiume, del tutto ignare della minaccia. Anche questo comportamento appariva piuttosto strano e aveva lasciato non poco perplessi i legionari.<\/p>\n<p>Quattro giorni dopo l&#8217;armata era giunta finalmente in vista di Anatha, la prima fortezza nemica; la prima di una lunga serie disseminata lungo il medio corso del fiume, a sbarrare gli approcci della lontana e fastosa Ctesifonte, capitale d&#8217;inverno dei monarchi partici e sassanidi.<\/p>\n<p>La fortezza era costruita su un&#8217;isola in mezzo al fiume, in posizione veramente formidabile, e non era pensabile di poter proseguire la marcia lasciandosi alle spalle un simile ostacolo. Anatha doveva cadere; Giuliano, per\u00f2, prima di tentare un sanguinoso e difficile assedio, volle tentare se non fosse possibile venire a capo della fortezza con mezzi incruenti,<\/p>\n<p>Egli conduceva seco nella sua marcia, come gi\u00e0 Costantino suo zio, e come suo cugino Costanzo, il principe persiano Ormisda, che dopo tanti anni d&#8217;esilio e di speranze deluse, ardeva dalla febbre di cingere, a Ctesifonte, quella corona che Sciaphur II gli aveva indegnamente usurpata. Fu proprio grazie all&#8217;abilit\u00e0 diplomatica di Ormisda che Puseo, comandante della fortezza, dopo un abboccamento coi Romani s&#8217;indusse a non rischiare una severa punizione per una resistenza che appariva condannata in partenza, e, fatte aprire le porte di Anatha, consegn\u00f2 la fortezza ai Romani. Ci vien riferito che in quella occasione Giuliano, da esperto dell&#8217;arte militare quale ormai egli era divenuto, per sgomentare i nemici aveva fatto riscorso al sofisticato stratagemma di far schierarre le legioni a ranghi distanziati, in modo da coprire tutta la pianura con la loro massa e dar l&#8217;impressione di un esercito innumerevole come la sabbia del mare. Ottenuta che ebbe la resa della piazza, Giuliano si comport\u00f2 con saggezza e moderazione. La citt\u00e0 venne data alle fiamme, ma la guarnigione e le famiglie dei soldati persiani furono scortarte indietro, in territorio romano, dove avrebbero potuto vivere in pace e senza molestie. Puseo, da parte sua, fu premiato pi\u00f9 tardi con un alto comando militare in Egitto e con il titolo di tribuno.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, senza colpo ferire, il primo puntello della complessa e formidabile rete difensiva sassanide era stato rimosso con una facilit\u00e0 che andava oltre le pi\u00f9 ottimistiche speranze. Nessuno aveva sperato di poter ottenere un risultato tanto importante, con cos\u00ec poca fastica.<\/p>\n<p>XXXI.<\/p>\n<p>La marcia, dopo la presa di Anatha, procedette abbastanza speditamente, nonostante una tempesta di sabbia (simile a quella che blocc\u00f2 per un giorno l&#8217;avanzata dei mezzi corazati statunitensi su Baghdad, nel 2003), e una piena improvvisa del fiume, che provoc\u00f2 l&#8217;affondammento di alcune navi.<\/p>\n<p>La successiva fortezza che i Romani incontrarono era Thilutha, costruita, come Anatha, su di un&#8217;isola in mezzo al fiume, in posizione dominante e apparentemente imprendibile. Giuliano, a quel che parre, non tent\u00f2 nemmeno l&#8217;assalto, ma &#8211; incoraggiato dalla recente esperienza &#8211; cerc\u00f2 di persuadere la guarnigione ad arrendersi senza combattere. Il comandante di Thilutha, per\u00f2, doveva essere un uomo di stoffa ben diversa da quello di Anatha. Pur non mostrando il volto delle armi e non opponendosi al passaggio dell&#8217;esercito romano, rifiut\u00f2 di consegnare la piazza e lasci\u00f2 intendere che avrebbe potuto farlo, forse, in seguito. Infatti nessuno avrebbe potuto biasimarelo se, una volta caduta Ctesifonte e costretto Sciaphur alla pace, anch&#8217;egli, rimasto isolato da ogni parte, si fosse arreso; mentre farlo adesso sarebbe stato vergognoso e poco sicuro. I re sassanidi non esitavano a vendicarsi sulle famiglie dei generali pavidi o traditori. Giuliano, allora, rinunci\u00f2 a piegare l&#8217;ostacolo e, come preso dalla febbre di avvicinarsi il pi\u00f9 in fretta possibile alla sua m\u00e8ta, senza indugiare davanti a obiettivi secondari, riprese l&#8217;avanzata verso mezzogiorno. A Tulutha avrebbe pensato in seguito; del resto, il destino della cittadella era strettamente legato al seguito della campagna: se Ctesifonte fosse caduta, anch&#8217;essa si sarebbe arresa.<\/p>\n<p>Poco pi\u00f9 avanti i Romani incontrarono la fortezza di Achiacala, che, come la precedente, rifiut\u00f2 di arrendersi, e la cui guarnigione assistette silenziosa, dall&#8217;alto delle mura, al passaggio delle legioni e della flotta nemica.<\/p>\n<p>XXXII.<\/p>\n<p>La marcia sulla sterminata pianura mesopotamica procedeva monotona, faticosa, inquietante. Del nemico non si vedeva neppur l&#8217;ombra. Il paesaggio era sterile e uniforme; solo di tratto in tratto delle vallette boscose, delle paludi limacciose interrompevano il piatto orizzonte della steppa assolata. Il caldo cominciava a farsi sentire sempre di pi\u00f9, e le legioni romane &#8211; specialmente quelle occidentali, avvezze ai rudi climi della Gallia Belgica, del Norico e della Pannonia, ne soffrivano molto. Di quando in quando veniva fatto qualche prigioniero isolato.<\/p>\n<p>Una volta gli ausiliari saraceni, predoni consumati nell&#8217;arte delle imboscate, catturarono alcuni cavalieri persiani, e Giuliano li lod\u00f2 calorosamente &#8211; pi\u00f9 che altro, forse, per tener desto l&#8217;entusiasmo e lo spirito marziale delle truppe. Tuttavia il morale incominciava a deteriorarsi quasi impercettibilmente. La disciplina era mantenuta nel campo con eccezionale severit\u00e0. Accadde che un responsabile degli approvigionamenti fu passato per le armi perch\u00e9 i viveri da lui promessi non erano giunti,nonostante le sue proteste di perfetta buona fede. Arrivarono, infatti, come aveva preannunziato, il giorno seguente.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che maggormente inquietava le truppe &#8211; pi\u00f9 della fatica, del caldo, delle mosche &#8211; era l&#8217;enigmatico comportamento del nemico. Di tanto in tanto, la cavalleria persiana si faceva vedere con atteggiamento provocatorio sull&#8217;opposta sponda del fiume, senza che si potesse far nulla per allontanarla. Poi volgeva le briglie quando voleva, e la sua scomparsa repentina non lasciava certo pi\u00f9 tranquillo l&#8217;animo dei legionari.<\/p>\n<p>Una volta un soldato roomano, senza aver ricevuto alcun ordine, di sua iniziativa attravers\u00f2 il fiume in presenza del nemico e, appena arrivato sull&#8217;altra sponda, fu ucciso. Ci\u00f2 avvenne sotto gli sguardi impotenti dei suoi commilitoni, che dovettero restarne vivamente impressionati. Probabilmente essi stavano pensando, non senza ragione, che stavano invadendo la Persia e ogni giorno allargavano il raggio della conquista, ma &#8211; in realt\u00e0 &#8211; non v&#8217;era sicurezza per alcuno fuori del breve tratto a portata delle loro frecce o dei limiti delle palizzate del campo.<\/p>\n<p>XXXIII.<\/p>\n<p>Tale stato d&#8217;animo di insicurezza e nervosismo ebbe modo di sfogarsi, pochi giorni dopo, in un episodio atroce.<\/p>\n<p>Dopo la partenza da Achiacala, l&#8217;esercito aveva incontrato un&#8217;altra piccola fortezza, trovandola vuota, perch\u00e9 i Persiani l&#8217;avevano evacuata spontaneamente. I Romani la diedero alle fiamme e proseguirono fino a Baraxmalcha, ove &#8211; a quanto sembra &#8211; l&#8217;esercito comp\u00ec una diversione e attravers\u00f2 l&#8217;Eufrate. Lungo la sponda destra, presso la quale i Romani avanzavano ora, s&#8217;imbatterono quasi subito nella citt\u00e0 di Diacira. Anch&#8217;essa fu trovata vuota: gli abitanti erano fuggiti precipitosamente verso il Mezzogiorno.<\/p>\n<p>Mentre vagabondavano per le strade deserte ed entravano nelle case abbandonate, frugando alla ricerca di qualcosa di valore da asportare, i legionari trovarono alcune donne inermi, che non avevano voluto o, forse, potuto seguire le proprie famiglie ed erano rimaste, forse per una certa qual forma di fatalismo e rassegnazione, nella loro citt\u00e0 natale. Sia Ammiano, sia Zosimo riferiscono puramente e semplicemente che i soldati &quot;le uccisero&quot;, senza aggiungere una sola parola di rammarico, o di biasimo, o almeno di spiegazione per un fatto cos\u00ec barbaro. Ammiano, anzi, mostra di interessarsi assai pi\u00f9 alle ricche scorte di frumento e di sale bianco, delle quali i legionari poterono impadronirsi nei magazzini di Diacira. E Ammiamo fu testimone oculare di quegli avvenimenti, come membro della spedizione, in qualit\u00e0 di ufficiale d&#8217;artiglieria.<\/p>\n<p>Solo il nervosisno e l&#8217;insicurezza possono spiegare, in parte, un fatto del genere, che disonor\u00f2 le armi di Giuliano e che non poteva trovare alcuna giustificazione di tipo militare. La citt\u00e0 non aveva opposto resistenza; anzi era stata addirittura sgomberata dagli abitanti. L&#8217;evacuazione doveva essere avvenuta in maniera cos\u00ec precipitosa, che i Persiani non avevano pensato a distruggere il grano e il sale che non avevano potuto portar via.<\/p>\n<p>Forse quelle donne non avevano fatto in tempo ad allontanarsi, perch\u00e9 il passaggio dell&#8217;Eufrate da parte dei Romani era avvenuto in maniera troppo rapida e imprevista; forse avevano rifiutato di fornire informazioni utili sui movimenti dell&#8217;esercito di Sciaphur, forse, infine &#8211; com&#8217;era prassi comune &#8211; erano state violentate, e poi uccise per non correre il rischio di essere puniti dai loro ufficiali. In ogni modo si tratt\u00f2 di un crimine vergognoso e ingiustificato, tanto pi\u00f9 che l&#8217;esercito romano &#8211; nonostante i tempi e nonostante l&#8217;eterno orrore della guerra &#8211; avevano fama, in genere, di essere molto disciplinato. \u00c8 chiaro, quindi, che la tensione degli animi doveva esser salita a un punto veramente preoccupante negli ultimi giorni.<\/p>\n<p>XXXIV.<\/p>\n<p>Dopo aver appiccato il fuoco all&#8217;infelice Diacira, l&#8217;esercito si rimise in marcia e attravers\u00f2 nuovamente il fiume, riprendendo l&#8217;avanzata sulla sponda sinistra. La citt\u00e0 di Ozogardana (Zaragardia) fu trovata, come Diacira, vuota di abitanti, i quali erano fuggiti terrorizzati davanti al sopraggiungere delle legioni. Erano, quelli, luoghi che da moltissimo tempo non vedevano pi\u00f9 gli orrori della guerra, e le popolazioni (un miscuglio di Semiti, Ebrei, Iranici e altre stirpi minori) si erano abituati a un&#8217;esistenza pacifica, per cui non erano animate da un forte spirito combattivo e preferivano fuggire alla sola notizia dell&#8217;approssimarsi dei nemici.<\/p>\n<p>A Ozogardana vi era un&#8217;alta tribuna di pietra, che portava il nome di &quot;Tribunale dell&#8217;imperatore Traiano&quot;. Ma ormai Traiano era passato di l\u00ec la bellezza di duecentocinquant&#8217;anni prima, e l&#8217;ultima volta che un esercito romano si era spinto fin laggi\u00f9 era stato nel lontano 283, quando l&#8217;imperatore Caro aveva preso e saccheggiato, incendiandole, Seleucia e Ctesifonte.Ora i soldati romani cominciavano a sentirsi veramente lontani da casa, un po&#8217; come i Diecimila greci assoldati da Ciro il Giovane, la cui marcia attraverso le stesse piste si era conclusa tragicamente nella battaglia di Cunassa, descritta superbamente nell&#8217; <em>Anabasi<\/em> di Senofonte.<\/p>\n<p>L&#8217;esercito sost\u00f2 a Ozogardana due giorni; poi, bruciatala &#8211; com&#8217;era ormai consuetudine &#8211; riprese la strada in direzione di Macepracta. Anche questa citt\u00e0 fu trovata vuota, e le sue mura un tempo imponenti, ma ora semidiroccate, parlavano di una potenza scomparsa da moltissimo tempo, come quella &#8211; e forse anche pi\u00f9 &#8211; di Doura-Europos.<\/p>\n<p>XXXV.<\/p>\n<p>In quest&#8217;ultima fase dell&#8217;avanzata, finalmente si ebbero segni del nemico e delle sue prossime intenzioni.. L&#8217;esercito romano era giunto adesso sul limitare della sezione centrale della Mesopotamia, ove una rete intricatissima di canali metteva in comunicazione il Tigri e l&#8217;Eufrate, l\u00e0 dove i loro corsi si avvicinavano maggiormente. Ctesifonte non era pi\u00f9 molto lontana, la campagna coltivata cominciava a prendere il luogo dell&#8217;arida steppa popolata solo dai cervi e dai leoni. Questo era il cuore della vasta regione che circondava la capitale, e non sarebbe stato difficile immaginare che il nemico, dopo avere indugiato per tutto quel tempo, avrebbe compiuto i pi\u00f9 strenui sforzi per impedire l&#8217;invasione di quella ricca provincia.<\/p>\n<p>Ancora durante la sosta ad Ozogardana, era avvenuto un incidente non troppo grave, pure abbastanza preoccupante. Il principe Ormisda era uscito dall&#8217;accampamento con un contingente di cavalleria, per compiere una ricognizione sull&#8217;altra riva del fiume. Senonch\u00e8, la profondit\u00e0 insospettata dell&#8217;acqua lo aveva trattenuto durante l&#8217;intera notte dall&#8217;effettuare il passaggio. Al mattino, quando stava per compiere il guado, si videro scintillare sulla riva opposta le lucenti armature d&#8217;oro e di bronzo dei Persiani. Per un puro caso, quindi, il principe non era caduto in una trappola mortale! Ma era stato davvero un caso? Oppure qualcuno aveva avuto modo di comunicare proditoriamente al nemico informazioni di tale importanza? L&#8217;ipotesi, bench\u00e8 a prima vista fantasiosa e quasi incredibile, era &#8211; a dir poco &#8211; inquietante, proprio perch\u00e9 possibile.<\/p>\n<p>I soldati romani, alla vista di quel nemico che da tanti giorni inseguivano vanamente nel caldo e nella polvere; che da tanti giorni fuggiva innanzi, rifiutamdo ostinatamente il combattimento, ma non desisteva mai dal tendere insidie e tranelli, furono soverchiati in quel punto da un&#8217;eccetazione furiosa. Al colmo dell&#8217;ira si gettarono in acqua e risalirono la sponda opposta sotto la pioggia di frecce degli arcieri persiani. Ma nulla pot\u00e8 trattenerli. Appena toccarono terra, si precipitarono come arieti sul nemicoe l&#8217;obbligarono a ripiegare.<\/p>\n<p>Questo episodio rianim\u00f2 il morale languente dell&#8217;esercito, ma al tempo stesso ammon\u00ec ciascuno che l&#8217;ora del cimento decisivo si stava avvicinando.<\/p>\n<p>XXXVI.<\/p>\n<p>Giuliano era perplesso: che stava facendo il re Sciaphur? Avrebbe continuato ancora a lungo, dopo tante parole insolenti usate verso suo cugino Costanzo, dopo tanta arroganza, ad abbandonare le proprie province alle fiamme e alla rovina? Non avrebbe dunque accettato battaglia fino all&#8217;ultimo?<\/p>\n<p>Le informazioni che giungevano al campo romano &#8211; invero confusamente &#8211; non erano troppo tranquillizzanti. Si vociferava che il Gran Re stesse raccogliendo, anzi stesse ormai concentrando, un grosso esercito, di gran lunga pi\u00f9 numeroso di quello romano, in qualche luogo imprecisato al di l\u00e0 del Tigri, mantenendosi, per ora, in posizione d&#8217;attesa. Al tempo stesso, si sapeva che il nemico non aveva alcuna intenzione di abbandonare Ctesifonte al suo destino, e che la sola guarnigione della capitale era pi\u00f9 numerosa di tutte le truppe di cui Giuliano poteva disporre.<\/p>\n<p>Non vi era da credere, purtroppo, che vi fosse molta esagerazione in tutte quelle notizie. Si sapeva che Sciaphur non era uomo da assistere inerte alla rovina del proprio regno: lo stesso Giuliano, respingendo sprezzantemente le sue offerte di pace, lo aveva spinto nella necessit\u00e0 di lottare per la vita o per la morte. Si sapeva anche che la nobilt\u00e0 persiana, incapace di sopportare la dura disciplina di una guerra prolunbgata, era estremamente temibile negli assalti improvvisi, nelle campagne brevi &#8211; specialmente per l&#8217;efficienza della sua cavalleria e dell&#8217;altra arma tipicamente orientale &#8211; gli elefanti da guerra. Non si faceva gran conto della fanteria, piuttosto mediocre e di molto inferiore alla romana.<\/p>\n<p>Ma, appunto perch\u00e8 insofferente di una disciplina prolungata in quella che oggi si chiamerebbe una guerra di logoramento, era verosimile che tale nobilt\u00e0 avrebbe imposto quanto prima a Sciaphur di tentare la sorte in campo aperto. Forse questi avrebbe preferito attendere, ben sapendo che quanto pi\u00f9 i Romani avanzavano, tanto pi\u00f9 si addentravano nella trappola, allontanandosi irrimediabilmente dalle proprie basi. Tutto giocava a suo favore: il tempo, la stagione, i luoghi; attendere era la strategia pi\u00f9 saggia che potesse adottare. Forse, congetturava Giuliano &#8211; e con lui, i suoi generali &#8211; Scaphur avrebbe lasciato perfino che le legioni avanzassero indisturbate sino a Ctesifonte, e che si avventurassero ad investirla. Non sarebbe stato quello il momento pi\u00f9 adatto per un attacco improvviso, a valanga, con la cavalleria e gli elefantim, sul tergo delle truppe romane impegnate contro le mura? Non avrebbe forse offerto l&#8217;opportunit\u00e0 di prendere i Romani tra due fuochi, come gi\u00e0 era toccato a Giulio Cesare sotto i bastioni di Alesia, e di distruggerli, profittando della loro lontananza dalle basi di partenza?<\/p>\n<p>Tali erano i preoccupati ragionamenti con cui Giuliano e i suoi strateghi cercavano d&#8217; indovinare il pensiero del nemico, nel momento in cui si stavano avvicinando alla regione di Ctesifonte.<\/p>\n<p>XXXVII.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 detto, il corso inferiore dell&#8217;Eufrate presentava tutta una serie di canali, in parte paludosi, che ne intersecavano la riva sinistra, alcuni dei quali arrivavano sino al Tigri e collegavano cos\u00ec i due maggiori corsi d&#8217;acqua della Mesopotamia. Uno di questi canali, chiamato Naarmalcha (che significa &quot;fiume dei re&quot;), collegava appunto il Tigri, all&#8217;altezza di Ctesifonte, con l&#8217;Eufrate, tra Macepracta e Pirisabora, L&#8217; esercito romano doveva quindi attraversarlo.<\/p>\n<p>Il materiale da ponte venne gettato con rapidit\u00e0 ed efficienza e le legioni, senza alcun inconveniente, raggiunsero la riva opposta. La cavalleria, anzich\u00e9 passare sui ponti, si spinse a guado attraverso il fiume, cercando di tagliarne obliquamente la corrente nel punto meno profondo. Ma ecco che subito il nemico, sempre presente nei momenti difficili, sempre terribilmente pronto a sfruttare ogni occasione favorevole, apparve sulla riva opposta e cominci\u00f2 a tempestare di frecce i Romani. Per poco non fu una catastrofe.<\/p>\n<p>I cavalieri romani, che indossavano le pesanti armature e tutto l&#8217; equipaggiamento da battaglia, rovesciandosi in acqua, perivano miseramente annegati tra i flutti. Come se non bastasse, la corrente del fiume, rivelatasi pi\u00f9 forte del previsto, aument\u00f2 lo scompiglio e trascin\u00f2 via inesorabile non pochi uomini. Dovunque era un annaspare affannoso di uomini e di animali, un lanciare imprecazioni e grida di soccorso, un piovere di frecce.<\/p>\n<p>La situazione fu salvata dall&#8217;arrivo delle truppe ausiliarie che, sotto la guida di Lucilliano e di Vittore, avevano gi\u00e0 attraversato il fiume e furono, quindi, in grado di piombare inaspettatamente alle spalle dei nemici, menandone strage. Solo una parte di essi pot\u00e8 salvarsi con la fuga, e cos\u00ec anche la cavalleria pot\u00e8 superare il Naarmalcha.<\/p>\n<p>A conclusione del drammatico scontro, Giuliano fece imbarcare sulle navi sia la fanteria che la cavalleria e ordin\u00f2 di riprendere la marcia, adesso non pii\u00f9 verso Sud, ma verso Sud-est, direttamente verso la capitale avversaria.<\/p>\n<p>Arrivarono cos\u00ec davanti alla citt\u00e0 fortificata di Pirisabora (Bersabora), costruita, al solito, in splendida posizione su di un&#8217;isola del fiume, cinta da un duplice ordine di robuste mura e sovrastata da un&#8217;acropoli che ne costituiva l&#8217; inespugnabile cittadella; fossati e palizzate completavano le opere difensive. Era veramente un osso duro, e Giuliano &#8211; come al solito &#8211; cerc\u00f2 dapprima d&#8217;indurre la guarnigione alla resa, per evitare di logorare le sue forze, quando gi\u00e0 la capitale nemica appariva a portata di mano. Ne ebbe un rifiuto,<\/p>\n<p>I cittadini e i soldati di Pirisabora, dopo aver chiesto di poter parlamnentare, dall&#8217;alto delle mura, con Ormisda, quando lo videro non seppero far di meglio che coprirlo d&#8217; insulti e sfogare a parole la loro ira e disperazione contro quello che chiamavano il traditore del suo popolo. Ma Giuliano non poteva rinunciare a conquistare Pirisabora, come aveva fatto con Thilutha ed Achiacala. Ctesifonte era ormai troppo vicina, e non era nemmeno pensabile di arrischiarsi ad assediare quest&#8217;ultima, con una simile minaccia ancora intatta alle proprie spalle. Occorreva prenderla, e al pi\u00f9 presto, affinch\u00e9 Sciaphur non avesse il tempo di completare la radunata e lo spiegamento dei suoi e non scegliesse quel momento per sferrare l&#8217;attacco. Per la stessa ragione i difensori, sapendo cos\u00ec vicino l&#8217;esercito persiano, si sentivano incoraggiati a resistere, certi che il grosso dell&#8217;esercito di Sciaphur sarebbe giunto quanto prima a liberarli.<\/p>\n<p>La lotta per il possesso di Pirisabora fu estremamente accanita, da una parte e dall&#8217;altra. I legionari romani avanzavano in formazione a testuggine, ossia (come \u00e8 documentato, tra l&#8217;altro, dai rilievi della Colonna Traiana) in formazione chiusa e proteggendosi scudo contro scudo, in modo da formare un&#8217;unica barriera semovente, sulla quale rimbalzavano i proiettili scagliati dall&#8217;alto delle mura. La guarnigione persiana era numerosa e combattiva e lott\u00f2 con ostinazione fino a quando, vedendo una torre angolare sfaldarsi sotto i colpi d&#8217;ariete, e sgomenta per i rapidi progressi dei terrapieni che gli attaccanti stavano accumulando sotto le mura, decise di abbandonare la citt\u00e0 e di ritirarsi sull&#8217;acropoli.<\/p>\n<p>Cos\u00ec i Romani superarono senza altre lotte le due cerchie di mura e irruppero nella citt\u00e0. Non per questo potevano dire di esser giunti pi\u00f9 vicini alla conclusione vittoriosa della battaglia. La cittadella di Pirisabora, similea un nido di aquile alto sul loro capo, presentava difficolt\u00e0 ancora pi\u00f9 gravi agli assalitori, in apparenza quasi insormontabili.<\/p>\n<p>XXXIX.<\/p>\n<p>La lotta riprese sotto le mura dell&#8217;acropoli con furia rinnovata. I Romani, con le loro poderose macchine da guerra, battevano i bastioni senza posa. Le balliste e le catapulte bersagliavano senza tregua i difensori. Ma questi ultimi si difendevano con vigore, scagliando ogni sorta di proiettili, comprese le pietre, sul capo degli attaccanti. I temibili archi persiani venivano scoccati con mira infallibile e le frecce colpivano i Romani con effetti quasi sempre mortali. Tutto l&#8217;insieme doveva avere gi\u00e0 l&#8217;aspetto di una tipica battaglia medioevale davanti a un castello, con le caratteristiche macchine d&#8217;assedio e perfino con la cavalleria catafratta, che era in effetti l&#8217;antenata diretta della cavalleria corazzata del Medioevo.<\/p>\n<p>Dopo due giorni di lotta, poich\u00e9 non veniva a capo di nulla, Giuliano decise di tentare il tutto per tutto. Sperando di trascinare i soldati con il proprio esempio, avanz\u00f2 protetto dagli scudi fin sotto le mura, poi con un salto fu presso la porta, e l\u00ec, circondato da pochi uomini, tent\u00f2 di far scavare il terreno ai due lati di essa. Dall&#8217;alto pioveva una gragnola di dardi talmente fitta e incessante, che l&#8217;imperatore si trov\u00f2 in gravissimo pericolo di vita. Vedendo la scena, altri soldati accorsero per proteggerlo sotto i loro scudi, e in questo modo Giuliano pot\u00e8 salvarsi dalle fatali conseguenze della sua stessa audacia. Quasi tutti i soldati che avevano preso parte all&#8217;azione riuscirono a ritirarsi indenni; l&#8217;imperatore, poi, miracolosamente non aveva riportato neppure un graffio!<\/p>\n<p>Ma egli non desistette. Fece costruire una grande torre quadrangolare di legno e di ferro, la cosiddetta <em>hel\u00e8polis<\/em>, parola greca che significa &quot;distruggitrice di citt\u00e0&quot; e la cui invenzione risaliva al famoso Demetrio Poliorcete, re di Macedonia. La torrre fu innalzata al di sopra delle mura dell&#8217;acropoli, poi accostata ad esse per mezzo di ruote, e di lass\u00f9 gli arcieri e i frombolieri romani poterono bersagliare con effetti tremendi i nemici che combattevano sugli spalti. Atterriti da quella macchina colossale, essi finalmente si sentirono perduti e supplicarono la resa, che fu tosto accordata. Cos\u00ec le porte dell&#8217;acropoli di Pirisabora vennero aperte, i magazzini &#8211; abbondantemente riforniti di grano e di armi &#8211; saccheggiati, mentre la citt\u00e0 bassa era gi\u00e0 stata data alle fiamme.<\/p>\n<p>In questo modo, l&#8217;ultima importante fortezza sassanide prima di Ctesifonte era caduta, come si tramanda, in due soli giorni nelle mani dell&#8217;esercito romano.<\/p>\n<p>XL.<\/p>\n<p>Da Pirisabora l&#8217;esercito avanz\u00f2 sino a Maiozamalcha, ultima citt\u00e0 persiana situata davanti alla capitale di Sciaphur. Anch&#8217;essa sembrava risoluta a resistere, certo incoraggiata dalla vicinanza dell&#8217;esercito del Re. Fu in quella circostanza che Giuliano, compiendo un giro d&#8217;ispezione intorno alla citt\u00e0, corse un nuovo e pi\u00f9 grave pericolo.<\/p>\n<p>Un gruppo di soldati persiani sbuc\u00f2 fuori all&#8217;improvviso e si gett\u00f2 sull&#8217;imperatore, che sembra precedesse di qualche passo i suoi uomini. Due persiani lo assalirono con le spade: egli par\u00f2 i colpi con lo scudo, colp\u00ec mortalmente uno dei due, mentre l&#8217;altro cadeva sotto i colpi dei legionari accorsi a precipizio. Giuliano era un soldato valoroso, ma un comandante troppo impulsivo. Per due volte in pochi giorni aveva rischiato la vita, e gli era andata bene entrambe. La terza volta gli sarebbe riuscita fatale.<\/p>\n<p>Si dovette predisporre l&#8217;esercito per un nuovo assedio. Il Surena, principale luogotenente del Gran Re, ne approfitt\u00f2 per tentare personalmente un attacco contro i cavalli dei Romani, mentre erano stati condotti al pascolo nei boschi di palme. La pronta reazione dei legionari lo volse in fuga, senza che si fosse quasi combattuto, come al solito, i Persiani evitavano lo scontro ad armi pari e preferivano eclissarsi, sfruttando la loro magnifica cavalleria e la perfetta conoscenza del terreno.<\/p>\n<p>Dal canto suo, Giuliano &#8211; mentre le truppe disponevano l&#8217;assedio di Maiozamalcha &#8211; fece spazzare la regione verso Ctesifonte dalla sua avanguardia. Gli fu riferito che le due ultime citt\u00e0 persiane, prima della capitale, erano state evacuate in tutta fretta dai loro abitanti terrorizzati. Alcuni dei fuggiaschi erano stati raggiunti e, avendo opposto resistenza, erano stati massacrati. La cavalleria romana pot\u00e8 quindi dedicarsi con tutta tranquillit\u00e0 a incendiare e devastare i campi gi\u00e0 biondegggianti di messi mature, mettere i villaggi a ferro e fuoco e saccheggiare tutto quanto le capit\u00f2 sotto mano.<\/p>\n<p>Uno dei principali luogotenenti dell&#8217;imperatore, Vittore, si spinse addirittura fin sotto le mura di Ctesifonte e torn\u00f2 indistrurbato all&#8217;accampamento, riferendo di non aver veduto anima viva sulla strada della capitale. Se l&#8217;esercito di Sciaphur era vicino, doveva essere occultato con perizia straordinaria; ma era pi\u00f9 probabile che si trovasse ancora lontano, al di l\u00e0 del Tigri. Tutto faceva pensare che i Persiani fossero rimasti sorpesi dalla rapidit\u00e0 dell&#8217;offensiva romana in quegli ultimi giorni e, in particolare, che non avessero creduto possibile una avanzata dei Romani fino a Ctesifonte, mentre erano tuttora impegnati nelle dure operazioni per la conquista di Maiozamalcha. Lo sgombero tardivo delle citt\u00e0 pi\u00f9 vicine alla capitale, i cui abitanti eano stati in parte sorpresi e catturati mentre fuggivano con le loro masserizie, stava chiaramente a dimostrarlo, e cos\u00ec pure la mancanza di uno schieramento difensivo a protezione di Ctesifonte.<\/p>\n<p>L&#8217;assedio di Maiozamalcha fu ostinato e terribile. Mai i legionari avevano dovuto combattere cos\u00ec furiosamente per aver ragione della resistenza dell&#8217;avversario. Sembrava che nemmeno le macchine da guerra pi\u00f9 poderose dovessero riuscire ad abbattere le mura di quella fortezza formidabile, costruita su alte rocce, in una posizione strategica fortissima. Fu necessario, perci\u00f2, ricorrere allo scavo di camminamenti sotterranei, onde cercar di penetrare nella citt\u00e0 dall&#8217;interno, con l&#8217;insidia (la stessa tecnica che tenteranno di adoperare i Francesi all&#8217;assedio di Torino, del 1706, durante la guerra di successione spagnola, e che verr\u00e0 frustrata dal sacrificio del soldato Pietro Micca).<\/p>\n<p>Cos\u00ec fu fatto. Dopo lunghi scavi, il passaggio era stato ultimato. Un assalto frontale contro le mura venne sferrato, allo scopo di attirare sugli spalti i difensori e distrarli dai rumori di quelli che praticavano l&#8217;uscita del camminamento. Quando finalmente i Romani si trovarono dentro la citt\u00e0, si scaten\u00f2 l&#8217;inferno. Gli attaccanti si riversarono dentro da ogni parte e si sfogarono con un massacro generale di tutte le sofferenze fino allora sopportate. Non vennero risparmiati n\u00e9 uomini, n\u00e9 donne, n\u00e9 giovani, n\u00e9 vecchi. Perfino quegli infelici che, disperando di aver salva la vita, s&#8217;erano precipitati gi\u00f9 dalle mura, vennero finiti con le spade dai legionari inferociti. Poi il fuoco venne appiccato alla citt\u00e0 che aveva osato resistere cos\u00ec ostinatamente alla marcia di Giuliano, e la bellezza e la forza di Maiozamalcha vennero distrutte per sempre.<\/p>\n<p>In tanta belluina ferocia, pi\u00f9 luminoso risplendette un atto di generosit\u00e0 dell&#8217;imperatore &#8211; che egli stesso, purtroppo, avrebbe, &#8211; qualche tempo dopo -cancellato. Il comandante della piazza, tale Nabdate, era stato scovato sull&#8217;acropoli insieme a un&#8217;ottantina di difensori asserragliati. Giuliano non permise che venisse ucciso, e, con il dono della vita, volle mostrare a quel valoroso il rispetto per l&#8217;eroismo sfortunato di un soldato rimasto fedele al suo re.<\/p>\n<p>XLI.<\/p>\n<p>Quando i Romani ripartirono da Maiozamalcha, pareva che case e strade &quot;non fossero addirittura mai esistite&quot;: cos\u00ec, significativamente, senz&#8217;altri commenti, si esprime Zosimo (III, 22, 7). Ctesifonte non distava ormai che novanta stadi.<\/p>\n<p>I legionari entrarono quindi nella famosa riserva di caccia del re Sciaphur, ove tra boschi e canneti vivevano in quantit\u00e0 enorme, come in un mitico Eden, cervi e leoni, orsi e cinghiali: bestie magnifiche e di straordinaria grandezza, gli orsi specialmente. I legionari li uccisero tutti con le frecce e i giavellotti: per loro, quella meraviglia della natura altro non era che una insperata riserva di carne fresca, con cui variare i loro monotoni pasti. Poi entrarono nella zona fittamente coltivata presso la capitale, ricca di vigneti, di campi di grano dalle messi mature, di boschi di cipresso. I Romani devastarono ogni cosa e incendiarono le messi, tranne quella parte che poterono trebbiare per soddisfare le loro necessit\u00e0.<\/p>\n<p>Giunto presso il Tigri all&#8217;altezza di Seleucia (chiamata anche Coche dai Persiani), l&#8217;esercito si ferm\u00f2 e l&#8217;imperatore ordin\u00f2 una sosta di due giorni. L&#8217;accampamento venne fortificato con ogni cura per prevenire possibili sorprese. S&#8217;intuiva continuamente la presenza del nemico vicinissimo, ma non se ne aveva ancora, tuttavia, la certezza. Giuliano era preoccupato. Perch\u00e9 il corpo d&#8217;armata di Procopio e Sebastiano non arrivava n\u00e9 dava sue notizie? Dove si trovava in quel momento? E Arsace, il fedele sovrano dell&#8217;Armenia, dov&#8217;era? Aveva raccolto, secondo le istruzioni comunicategli, la cavalleria? Analoga incertezza regnava sulle intenzioni del nemico. Ctesifonte era ormai a portata di mano; ma sarebbe stato saggio, sarebbe stato prudente avventurarsi ad investirla, senza prima aver gettato un po&#8217; di luce sulla posizione e sui piani del Gran Re? Cingere ora d&#8217;assedio la capitale, offrendo il fianco ad attacchi improvvisi, non era proprio quel che il nemico, sopra ogni altra cosa, avrebbe desiderato?<\/p>\n<p>Anche gli uomini erano perplessi. Nelle precedenti guerre persiane, esser giunti fino a Ctesifonte aveva significato la conclusione della campagna. Ora, invece, si poteva quasi dire che la guerra vera e propria non fosse nemmeno incominciata. I Romani avevano compiuto un&#8217;avanzata di circa 1.000 chilometri da Antiochia a Ctesifonte, avevano lottato duramente &#8211; specie nelle ultie giornate &#8211; per conquistare alcune munite fortezze; ma non avevano ancora combattuto la battaglia risolutiva. Il nemico l&#8217;aveva sempre rifiutata; e, senza dubbio, doveva avere le sue buone ragioni per agire cos\u00ec. Un po&#8217; come Napoleone, arrivato fino a Mosca nel 1812, Giuliano poteva contemplare perplesso l&#8217;infinito orizzonte della pianura mesopotamica, dietro e davanti a s\u00e9; le volute di fumo provocate dai campi incendiati, le cui messi distrutte gli precludevano un eventuale ritorno per la medesima via; il nemico all&#8217;erta e pronto ad attaccare, che si poteva immaginare pi\u00f9 che vedere sull&#8217;opposta sponda del Tigri. Sciaphur (come lo zar Alessandro di Russia) non si umiliava a supplicare la pace, la devastazione di tante sue province non lo aveva scosso.<\/p>\n<p>Per i Romani era chiaro che bisognava giungere a una soluzione di forza, il pi\u00f9 presto possibile. Il caldo aumentava, anche maggio era trascorso e il terribile giugno mesopotamico avrebbe potuto ben presto fiaccare le forze dei legionari. Vittore aveva riferito che le vie fino a Ctesifonte erano libere, anzi aveva potuto tranquillamente gettare i ponti sopra i numerosi corsi d&#8217;acqua, per spianare l&#8217;avanzata dell&#8217;esercito. Ma non era da temersi una trappola?<\/p>\n<p>XLII.<\/p>\n<p>Durante la sosta presso il Tigri, Giuliano volle spingersi fino a seleucia, completamente abbandonata, che nel 283 aveva sofferto una distruzione crudelissima da parte dell&#8217;imperatore Caro e che, da allora, non si era mai pi\u00f9 ripresa. Ancora uno spettacolo di rovine e di desolazione, ancora uno spesso silenzio di cattivo augurio tra i muri e le strade di una citt\u00e0 che era stata fremente di traffici e di vita. Davvero quella lunga, interminabile marcia verso il cuore dell&#8217;Asia pareva scandita con ossessionante regolarit\u00e0 dai segni della caducit\u00e0 delle umane grandezze. Non erano lieti i pensieri che ispiravano tutti quei <em>semirutarum urbium cadavera<\/em>, &quot;cadaveri di citt\u00e0 semidiroccate&quot;. A rendere ancora pi\u00f9 impressionante la scena dei ruderi di Seleucia, i Romani videro, in mezzo a tanta rovina, uno spettacolo orrendo. I parenti innocenti di Puseo, il comandante persiano che aveva consegnato senza lotta la citt\u00e0 fortificata di Pirisabora, erano stati impalati tra le case della citt\u00e0 e offrivano un tragico spettacolo, come di foresta umana pietrificata.<\/p>\n<p>Alla vista di tanta barbarie, Giuliano &#8211; come sopraffatto da un accesso di furore &#8211; volle aggiungere a quella persiana, la barbarie romana. Quel Nabdate, comandante di Maiozamalcha, cui pochi giorni prima aveva salvato la vita, a dispetto dei suoi stessi soldati, fu bruciato vivo tra le rovine della citt\u00e0 abbandonata dai suoi inumani carcerieri. Si disse che il Persiano, imbaldanzito dall&#8217;umanit\u00e0 del trattamento ricevuto, era giunto a un punto intollerabile di arroganza, insultando pi\u00f9 volte il principe Ormisda. Ma questo, dobbiamo confessarlo, appare pi\u00f9 un meschino tentativo di giustificazione <em>a posteriori<\/em> che una motivazione seria e credibile. Giuliano, che a Costantinopoli e ad Antiochia aveva saputo perdonare a tanti nemici che si erano trovati alla sua merc\u00e8, non seppe ora perdonare a un nemico che gi\u00e0 si trovava, indfeso, nelle sue mani.<\/p>\n<p>Ripresa la marcia, i Romani giunsero ad investire una fortezza del perimentro esterno della capitale, della quale la storia si \u00e8 dimenticata di riferirci il nome, forse Meinas Sabath\u00e0. Di nuovo, dovettero lottare duramente per piegarne la resistenza, e lo stesso Giuliano corse ancora pericolo di vita. Durante l&#8217;assedio i Persiani effettuarono un&#8217;improvvisa incursione e misero in rotta una coorte, prendendola del tutto alla sprovvista. Ma, alla fine, anche quest&#8217;ultimo ostacolo venne rimosso, la fortezza venne conquistata e bruciata, e l&#8217;avanzata pot\u00e8 riprendere.<\/p>\n<p>XLIII.<\/p>\n<p>Di Procopio e Sebastiano, per\u00f2, non si sapeva ancora nulla, come pure del re d&#8217;Armenia. Giuliano trov\u00f2 che il canale sboccante nel Tigri, presso Ctesifonte, gi\u00e0 utilizzato da Traiano e da Severo, era rimasto in parte interrato, e che i Persiani, per di pi\u00f9, l&#8217;avevano ostruito con pietre, per sbarrare la via all&#8217;invasione. Perci\u00f2 lo fece ripulire e quando gli ostacoli furono rimossi, la flotta romana di oltre 1.000 navi &#8211; spettacolo grandioso e solenne &#8211; usc\u00ec maestosamente nella corrente del gran fiume Tigri. Ormai la capitale sassanide pareva davvero a portata di mano. Un ultimo ostacolo restava ancora da superare, prima delle sue mura: un canale la cui opposta sponda era, certamente, presidiata dal nemico.<\/p>\n<p>Giuliano distacc\u00f2 una parte della flotta e un piccolo contingente di fanteria per impadronirsi dell&#8217;altra sponda del canale. L&#8217;operazione fu tentata di notte, col favore delle tenebre, ma per poco non si trasform\u00f2 in un disastro. I Persiani, che stavano alle viste, rovesciarono sulle navi una grandine micidiale di sassi e di frecce incendiarie, e forse le avrebbero completamente distrutte se Giuliano, avendo intuito quel che stava accadendo, non forse accorso con il resto della flotta. La riva opposta venne presa d&#8217;assalto con furore disperato dai legionari che risalivano nel buio sotto una pioggia di dardi. Ma, non appena furono in condizioni di raggrupparsi davanti al nemico, come al solito quest&#8217;ultimo non seppe resistere a un attacco deciso e venne respinto: cos\u00ec entrambe le sponde del canale poterono essere saldamente occupate. Ma i Persiani, che ormai combattevano per difendere la loro stessa capitale, questa volta non fuggirono come sempre avevano fatto, e poco dopo l&#8217;esercito romano dovette sostenere la prima vera battaglia dall&#8217;inizio della campagna. Anche in questo fatto, lo storico militare pu\u00f2 riscontrare una interessante analogia con la campagna napoleonica in Russia del 1812, allorch\u00e8 il generale Kutuzov &#8211; anche per le pressioni dell&#8217;ambiente di corte &#8211; si decise ad affrontare la <em>Grande Arm\u00e8e<\/em> sui campi di Borodin\u00f2, quasi alle porte di Mosca, in quella che fu una delle battaglie pi\u00f9\u00e0 dure e difficili mai sostenute da Napoleone, e che cost\u00f2 perdite enormi ad entrambi gli eserciti.<\/p>\n<p>La battaglia davanti a Ctesifonte dur\u00f2 &#8211; ci informa Zosimo &#8211; ben dodici ore consecutive, dalla mezzanotte fino al mezzogiorno successivo. I Persiani avevano schierato la loro meravigliosa cavalleria pesante, simile a un mare lucente di metallo. I cavalieri erano protetti da corazze formate da tante placche di ferro, i cavalli da robuste gualdrappe di cuoio. Le frecce dei Romani rimbalzavano sugli scudi persiani di vimini strettamente intrecciati, o vi si conficcavano senza provocare danni. Ma lo spettacolo pi\u00f9 spaventoso era quello offerto dagli elefanti indiani, bestioni terribili a vedersi, il cui solo odore atterriva i cavalli dei Romani, che non avevano mai dovuto affrontare nulla di simile. La battaglia fu combattuta con furiosa determinazione da una parte e dell&#8217;altra. Sembrava che i legionari dovessero letteralmente sparire sotto le nuvole di frecce degli arcieri sassanidi, soldati imbattibili nel combattimento a distanza. Tuttavia, istruiti dalle esperienze precedenti, essi si slanciarono di corsa verso il nemico, dove i dardi non potevano pi\u00f9 raggiungerli, e nel combattimento corpo a corpo riuscirono a strappare, dopo dura lotta, la vittoria. L&#8217;esercito del Gran Re cominci\u00f2 a cedere, dapprima lentamente, poi pi\u00f9 in feetta, sinch\u00e8 cedette di schianto e si disperse in una fuga precipitosa e disordinata.<\/p>\n<p>I Romani si lanciarono all&#8217;inseguimento con tale irresistibile trasporto, che senza quasi rendersene conto arrivarono fin sotto le mura della citt\u00e0 reale, la tanto agognata Ctesifonte. Solo allora vennero richiamati dal generale Vittore, che &#8211; ferito e impossibilitato a raggiungere i suoi uomini &#8211; temeva potessero rimane presi in una trappola mortale entro le mura della citt\u00e0, se il nemico avesse richiuso le porte.<\/p>\n<p>XLIV.<\/p>\n<p>Cos\u00ec si concluse la prima, vera battaglia tra Romani e Persiani. Quando questi ultimi si furono rifugiati nella capitale, i vincitori poterono dedicarsi allo spoglio dei cadaveri e si accorsero che soltanto una settantina di essi erano loro commilitoni, mentre ben 2.500 erano i morti lasciati sul terreno dal nemico. Solo nelle guerre tra soldati europei armati di polvere da sparo e popoli primitivi, in America, in Asia, in Africa, si si sarebbero contati &#8211; pi\u00f9 di dieci secoli dopo &#8211; simili rapporti in fatto di perdite.<\/p>\n<p>Tale esaltante successo non semplificava, invero, la situazione strategica dei Romani, i quali subito dopo la vittoria si trovarono alle prese con inquietanti difficolt\u00e0. Quando due esercirti si affrontano, l&#8217;uno lontano dalle proprie basi, nel cuore del territorio nemico, l&#8217;altro in casa propria, il vantaggio logistico e anche strategico \u00e8 sempre dalla parte del secondo, fino a quando esso non abbia sub\u00ecto il colpo decisivo &#8211; non importa quante perdite abbia sub\u00ecto, o quanti chilometri di territorio abbia dovuto abbandonare. Per un attimo si era profilata l&#8217;occasione di prender d&#8217;assalto Ctesifonte, ma essa era sfumata allorch\u00e8 Vittore aveva richiamato i soldati che gi\u00e0 premevano alle porte della citt\u00e0. Del resto, il generale aveva agito in base alle pi\u00f9 elementari considerazioni di prudenza tattica, perch\u00e9 un assalto improvviso e non studiato contro una piazzaforte tanto munita, anbbandonato al solo <em>furor<\/em> dei soldati e non studiato dal punto di vista strategico, avrebbe potuto trasformarsi in una catastrofe.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che esistevano anche dei rari casi che smentivano tale prudenza. Per esempio, durante la guerra civile tra Vespasiano e Vitellio, nel 69 d.C., il generale Antonio Primo aveva conquistato Cremona con un assalto alla disperata, senza l&#8217;ausilio delle macchine da guerra, e per giunta con l&#8217;esercito gi\u00e0 stremato da una vittoriosa, ma durissima battaglia campale. Semplicemente, aveva saputo tendere la volont\u00e0 di vittoria quel tanto che era bastato per gettare nello sconforto un nemico valoroso, ma altrettanto esausto e ormai in crisi di fiducia nei propri capi. D&#8217;altra parte, in casi del genere il margine d&#8217;incertezza che separa il successo dalla sconfitta totale \u00e8 straordinariamente esiguo; si gioca, letteralmente, sul filo del rasoio: la trascuratezza delle pi\u00f9 ovvie regole dell&#8217;arte militare non significa che l&#8217;audacia venga <em>sempre<\/em> premiata &#8211; anche se, per dirla col Machiavelli, &quot;la Fortuna \u00e8 femmina&quot;, e cede pi\u00f9 facilmente a chi \u00e8 capace di osare. Si tratta, per\u00f2 &#8211; ripetiamo &#8211; delle eccezioni che confermano la regola: non si pu\u00f2 dare l&#8217;assalto a una potente citt\u00e0 fortificata, se non con un minuzioso spiegamento dell&#8217;artiglieria e dopo aver messo l&#8217;esercito avversario in condizioni di non poter cadere sul rovescio delle truppe attaccanti, o sulle proprie linee di rifornimento.<\/p>\n<p>Dunque, per quel che \u00e8 possibile giudicare ora, bene fece Vittore a mandar l&#8217;ordine alle truppe di tornare indietro, anche se la presa di Ctesifointe era sembrata loro una possibilit\u00e0 reale e immediata. Per\u00f2, ora, si poneva un pressante interrogativo: che fare?<\/p>\n<p>La guarnigione di Ctesifonte era fortissima &#8211; pi\u00f9 numerosa, forse, dell&#8217;intero esercito romano. (Anche questo \u00e8 un fatto accaduto altre volte nella storia: la guarnigione della fortezza austro-ungarica di Przemysl, in Galizia, contava nell&#8217;assedio del 1914-15 ben 130.000 uomini agli ordini del generale Kusmanek, con 1.000 cannoni e 21.000 cavalli: ma dovette infine arrendersi, per fame, a un&#8217;armata russa meno numerosa, ma ben rifornita.) D&#8217;altra parte, l&#8217;esercito raccolto da Sciaphur nelle province interne del suo regno non era ancora arrivato, ma si sapeva, in compenso, che doveva essere vicino, forse vicinissimo.<\/p>\n<p>Ancor pi\u00f9 inquietante il fatto che Procopio e Sebastiano, come pure il re Arsace, continuavano a non dare notizie di s\u00e9. Una disgraziata lacuna nel testo di Ammiano Marcellino &#8211; che avrebbe potuto chiarire, come sembra, questo punto fondamentale &#8211; ci mette nel pi\u00f9 grave imbarazzo e ci costringe a oziose supposizioni sulle ragioni che trattennero, o deviarono, cos\u00ec inspiegabilmente la marcia del secondo esercito romano. Se esso fosse arrivato allora, come previsto, o se almeno si fosse trovato nelle vicinanze, forse l&#8217;intera campagna avrebbe potuto prendere un andamento assai diverso. Ma \u00e8 fatica sprecata quella di voler fare la storia con i &quot;se&quot;. D&#8217;altra parte, si potrebbe anche congetturare che, se Procopio e Sebastiano si fossero avventurati nel cuore dell&#8217;Assiria secondo i piani iniziali, Sciaphur avrebbe avuto tutto il tempo di affrontare separatamente il loro piccolo esercito e di distruggerlo, per poi rivolgersi contro romana principale. Perci\u00f2 male hanno speso i loro sforzi quegli storici che, volendo scagionare Giuliano da ogni sospetto d&#8217;incompetenza strategica, non solo hanno voluto presentare la sua ritirata come una mossa niente affatto dettata da circostanze sfavorevoli, e anzi addirittura geniale; ma hanno anche suggerito che l&#8217;imperatore, se le sue disposizioni fossero state rispettate ed eseguite fedelmente, non avrebbe mancato di concludere la campagna con un clamoroso successo.<\/p>\n<p>Nella conferenza dei suoi alti ufficiali, che Giuliano tenne la dimane della battaglia davanti a Ctesifonte, la situazione venne vagliata ponderatamente in tutti i suoi risvolti. Si convenne che intraprendere l&#8217;assedio della capitale sarebbe stato, in quel momento, troppo pericoloso: bisognava prima localizzare il grosso dell&#8217;esercito nemico. Perci\u00f2 il consiglio di guerra risolse di riprendere la marcia al di l\u00e0 del Tigri, ma non pi\u00f9 verso Sud, bens\u00ec verso Nord, alla ricerca dell&#8217;esercito di Sciaphur di cui tutti parlavano, ma che nessuno aveva ancora visto. Non si pensava di rinunciare alla ghiotta preda della capitale; si era certi che, trovato e sconfitto l&#8217;esercito principale del re, anche Ctesifonte sarebbe caduta come un frutto maturo. Ora, per\u00f2, bisognava avere il coraggio di respingere gli allettamenti di un attacco diretto contro la citt\u00e0, che pure sembrava a portata di mano e anche, psicologicamente, desiderabile, per seguire una strategia pi\u00f9 prudente e ponderata.<\/p>\n<p>XLV.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, arrivati sotto quelle mura che avevano sognato di assaltare fin da quando erano partiti da Antiochia, e durante tutti quei mesi di marcia spossante attraverso la Mesopotamia, i Romani volsero loro le spalle con sentimenti contrastanti e attraversarono il Tigri, piantando il campo in una localit\u00e0 chiamata Abuzath\u00e0. L\u00ec si riposarono con una sosta di cinque giorni, poi Giuliano rese noto alle truppe il suo nuovo piano strategico.<\/p>\n<p>Si trattava &#8211; disse &#8211; in buona sostanza, di risalire indietro sia alla ricerca dell&#8217;esercito principale di Sciaphur, sia di quello di Procopio e Sebastiano, che forse non era lontano. Dopo, si sarebbe potuto pensare a Ctesifonte. Presentata sotto questa luce, la situazione forse non apparve molto preoccupante alle truppe. Per\u00f2 bisognava fare i conti, e subito, con un problema di grandissima importanza: quello della flotta.<\/p>\n<p>Risalire il Tigri contro corrente, con una flotta di pi\u00f9 di 1.000 navi, non era possibile. N\u00e9, tantomeno, si poteva pensare di lasciarla indietro, esposta alla cattura da parte del nemico. Bruciarla, per\u00f2, significava non solo confessare un fallimento e privarsi di uno strumento poderoso per i futuri sviluppi della campagna, ma anche complicare i gi\u00e0 non lievi problemi di trasporto del materiale logistico e delle vettovaglie. In definitiva questa flotta non aveva svolto, finora, altro compito che quello di trasportare il materiale e costruire i ponti per l&#8217;esercito; non aveva svoltoi alcuna azione di guerra importante, tranne la conquista del canale nelle vicinanze di Ctesifonte. Ma anche la marcia lungo il Tigri, in direzione Nord, sarebbe stata intersecata da numerosi corsi d&#8217;acqua: per non dire di un eventuale ritorno a Sud, contro Ctesifonte, previsto in un secondo momento. In tali condizioni, bruciare la flotta appariva davvero un grosso sacrificio.<\/p>\n<p>Giuliano, per\u00f2, non era uomo da lasciarsi deviare dalla sua strada da simili considerazioni: per lui, la linea pi\u00f9 breve tra due punti era sempre una retta. Perci\u00f2 diede ordine di appiccare il fuoco alla flotta, senza rimpianti, ad eccezione di dodici battelli che avrebbero dovuto servire per il trasporto di una parte del materiale e, soprattutto, per la costruzione dei ponti sugli affluenti di sinistra del Tigri, che avrebbero incontrato lungo il percorso. Ci\u00f2 gli permise di evitare che una massa di ben 20.000 uomini rimanesse immobilizzata nel rimorchio della flotta contro corrente, com&#8217;era accaduto all&#8217; inizio della spedizione.<\/p>\n<p>Rimpianti, per\u00f2, ne ebbero i soldati, alla vista delle fiamme che si levavano alte, crepitando sopra le alberature e gli scafi delle navi. Un senso improvviso di terrore e di solitudine li sopraffece a quello spettacolo, che sembrava allonrtanarli enormemente, di colpo, dalle loro case. La flotta era stata un punto di riferimento importante, materiale e psicologico; la sua presenza aveva alimerntato un sentimento di sicurezza, tanto pi\u00f9 che non era piccolo il numero dei feriti e dei malati, che non potevano marciare con le proprie gambe. Che ne sarebbe stato di loro, laggi\u00f9, a pi\u00f9 di 1.000 chilometri da Antiochia, circondati dal nemico, nel mezzo dell&#8217;estate infuocata, con pochi viveri, ignari delle piste, abbandonati dalla patria, e adesso anche senza flotta?<\/p>\n<p>Affannosamente, disperatamente, ci si diede attorno per impedire l&#8217;irreparabile e per salvare le navi. Le fiamme gi\u00e0 si levavano sopra la flotta moritura, ancorata nelle pacifiche e indifferenti acque dell&#8217;ampio Tigri. Gli ufficiali si affannavano quae l\u00e0, gli uomini lottavano contro il fuoco con la furia della disperazione. In breve la scena si trasform\u00f2 in una caotica confusione ove una sola cosa appariva evidente: la follia, la contraddittoriet\u00e0 e l&#8217;irresolutezza degli ordini e dei contrordini, quando si trattava di cosa tanto grave e ne andava della vita dell&#8217;intero esercito.Pure, fu tutto inutile. Esausti, accaldati, smarriti, dopo ore di lotta impossibile contro le fiamme, i soldati dovettero rinunciare a un tentativo votato all&#8217;insuccesso, e rimasero sconsolati ad ammirare il grandioso e terribile spettacolo di oltre 1.000 navi che scomparivano totalmente divorate dal fuoco.<\/p>\n<p>Quando le ultime fiamme si estinsero, sulle acque del Tigri non rimanevano che le dodici navi, che fin dall&#8217;inizio erano state allontanate dalle altre per essere conservate, e che le scintille non avevano potuto raggiungere.<\/p>\n<p>XLVI.<\/p>\n<p>I Romani erano accampati in una regione eccezionalmente fertile e il grano, se non altro, non mancava loro, poich\u00e9 le messi biondeggianti si perdevano a vista d&#8217;occhio innanzi ai loro sguardi. Ma non appena ripresero la marcia verso il Nord, la situazione alimentare cominci\u00f2 a farsi grave. L&#8217;esercito proceceva piuttosto lentamente, le dodici navi superstiti viaggiavano trainate dai carri e non permettevano certo una grande velocit\u00e0. Pure, esse si rivelarono ben presto molto utili, perch\u00e9 consentirono all&#8217;esercito di passare su ponti il fiume Duro (Diyala, affluente del Tigri subito a Nord di Ctesifonte). Ma i Persiani adottarono la tattica della terra bruciata, ben decisi a impedire che l&#8217;esercito invasore potesse approvvigionarsi con le risorse del luogo. Il fuoco venne appiccato ai campi di grano, e ben presto la campagna assolata si trasform\u00f2 in uno spaventoso mare di fuoco.<\/p>\n<p>I Romani non solo non poterono pi\u00f9 raccogliere il grano, ma dovettero pure rimanere immobilizzati nel loro accampamento, in attesa che gli incendi si estinguessero. Il morale delle truppe non doveva essere molto alto. La mancata conquista di Ctesifonte, l&#8217;incendio della flotta, la calura insopportabile, gli insetti, la distruzione del frumento, le oscure prospettive per il futuro, nonch\u00e9 l&#8217;attitudine snervante del nemico: tutto ci\u00f2 prostrava gli animi e diffondeva una forte inquietudine.<\/p>\n<p>Talvolta i cavalieri persiani si spingevano in vista del campo, manovrando indisturbati sull&#8217;aperta pianura. Ora avanzavano in ordine chiuso, come volessero dare battaglia; ora sciamavano liberamente in tutte le direzioni, mostrando sprezzo per la vicinanza dei Romani. Era evidente che li volevano impressionare, e, al tempo stesso, volevano far credere che l&#8217;atteso esercito del Gran Re era, almeno in parte, gi\u00e0 arrivato. Quando le loro corazze metalliche rilucevano come le increspature dell&#8217;acqua sotto l&#8217;alto sole mesopotamico, un brivido d&#8217;incertezza e di timore correva per le membra dei legionari, costretti ad attendere l&#8217;attacco quando e dove il nemico lo avesse voluto.<\/p>\n<p>XLVII.<\/p>\n<p>Tale era la situazione dell&#8217;esercito romano, allorch\u00e8 Giuliano s&#8217;indusse a tenere un nuovo consiglio di guerra con i suoi alti ufficiali. Si trattava di vedere come giungere a una soluzione in condizioni favorevoli ed anche, o pi\u00f9 ancora, come trarsi fuori da quella difficile situazione.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 nessuno, ormai, osava parlare di un ritorno verso Sud, verso la citt\u00e0 regia di Ctesifonte che, inviolata, aveva sfidato l&#8217;attacco di un agguerrito esercito romano. Si trattava, piuttosto, di scegliere la strada pi\u00f9 favorevole per il ritorno. Giuliano, naturalmente, continuava a pensare che marciando verso il Nord, prima o poi si sarebbero imbattuti nell&#8217;esercito nemico e allora, forse, una sola grande battaglia avrebbe deciso una volta per tutte il loro destino e quello dell&#8217;intera campagna, tagliando il nodo delle lunghe inquietudini e delle tormentose incertezze. Ma intanto bisognava considerare quale via tenere per ritornare indietro, fuori della trappola in cui rischiavano di rimanere impigliati. Si propose la via dell&#8217;Assiria, in direzione -probabilmente &#8211; della pianura di Arbela. Altri consigliarono di tenersi pi\u00f9 a Oriente e di risalire il territorio nemico costeggiando le alte catene montuose dell&#8217;Altipiano Iranico (Monti Zagros), per evitare la calura opprimente del bassopiano e anche per potersi difendere, eventualmente, su un terreno non troppoo favorevole alla cavalleria pesante persiana. Ma non si concluse nulla, perch\u00e9 le ragioni si bilanciavano da una parte e dall&#8217;altra, e lo stesso imperatore &#8211; per la prima volta &#8211; appariva imbarazzato innanzi alla risoluzione da prendere.<\/p>\n<p>Un solo punto fermo venne raggiunto: quello di scartare l&#8217;idea, avanzata da alcuni, di tornare verso Cercusio lungo la via dell&#8217;Eufrate, ossia per la strada gi\u00e0 percorsa nella marcia di avvicinamento. Questo sia per ragioni climatiche (il caldo terribile e gli eserciti di insetti molesti, tanto peggiori nella steppa occidentale), sia per ragioni logistiche (l&#8217;impossibilit\u00e0 di vettovagliarsi su di un terreno che loro stessi avevano devastato). Infine il consiglio di guerra si sciolse con la magra deliberazione di chieder consiglio agli d\u00e8i. Anch&#8217;essi, per\u00f2, rifiutarono di compromettersi con una indicazione chiara e precisa.<\/p>\n<p>Allora, finalmente, si risolse di continuare la marcia verso la Corduena, con l&#8217;obiettivo di conquistare e distruggere, per intanto, la citt\u00e0 di Chiliocono, che certo non si attendeva un attacco da quella direzione. Inoltre questa linea di marcia presentava il vantaggio di avvicinarsi alla verosimile posizione dell&#8217;esercito di Procopio e Sebastiano, nonch\u00e9 dell&#8217;esercito del re d&#8217;Armenia., dei quali pi\u00f9 nulla si era saputo. In realt\u00e0 Procopio e Sebastiano erano ancora ben lontani, immobilizzati da difficolt\u00e0 che non conosciamo, e non riuscirono ad andare nemmeno al di l\u00e0 di Nisibis. Ma questo, nell&#8217;armata di Giuliano, nessuno poteva sospettarlo.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, il 16 giugno 363, le legioni si rimisero in marcia verso la Zabdicena, pi\u00f9 che mai agitate da timori e speranze contrastanti.<\/p>\n<p>XLVIII.<\/p>\n<p>A partire da questo momento, la marcia dell&#8217;esercito di Giuliano assumeva ormai decisamente, sebbene ci\u00f2 venisse nascosto alle truppe, l&#8217;aspetto e le caratteristiche di una vera ritirata. Non sono mancati gli storici, anche contemporanei, che &#8211; tutti presi dall&#8217;ammirazione per questo sovrano generoso &#8211; hanno voluto negare l&#8217;evidenza, e si sono affannati a tentar di dimostrare che non di ritirata, ma di geniale conversione strategica e di vittoriosa marcia incontro al nemico si deve piuttosto parlare. Minimizzando le gravissime difficolt\u00e0 in cui versava l&#8217;esercito romano, presentando come cosa da nulla la perdita della flotta, come vittoriosa una guerra in cui il principale esercito nemico non era stato sconfitto per il semplice fatto che non aveva ancora combattuto, essi hanno voluto presentarci l&#8217;immagine di un Giuliano perseguitato forse dalla sfortuna, ma tuttavia padrone della situazione e proteso alla ricerca di quell&#8217;ultima spinta risolutiva, che avrebbe mandato in frantumi la capacit\u00e0 di resistenza dell&#8217;Impero Sassanide.<\/p>\n<p>Tutto questo, per\u00f2, non ci sembra verosimile. Ammettere un tale quadro strategico, significa precludersi la possibilit\u00e0 di comprendere le vicende immediatamente successive alla morte di Giuliano, ove non si vede come e perch\u00e9 un esercito tanto vittorioso, tanto padrone del campo, avrebbe dovuto umiliarsi ad accettare una pace cos\u00ec sfavorevole e perfino vergognosa.<\/p>\n<p>La realt\u00e0 \u00e8 che la situazione dell&#8217;esercito romano, dopo il passaggio del Duro, se non disperata (ci\u00f2 che sarebbe eccessivo) si presentava, per\u00f2, come eccezionalmente grave. Esso aveva fallito entrambi i suoi obiettivi: la presa di Ctesifonte e la battaglia decisiva con il grosso dell&#8217; esercito nemico, in condizioni favorevoli (e cio\u00e8 durante la marcia di avvicinamento lungo l&#8217;Eufrate, quando il clima era pi\u00f9 mite, le truppe ancora relativamente fresche, e la flotta assicurava i necessari trasporti). Ora si trovava a vagare incerto quasi nel vuoto, senza viveri, senza navi, in vicinanza di un nemico che si sapeva pi\u00f9 numeroso, pi\u00f9 fresco perch\u00e9 ancora non provato dalla lotta e perch\u00e9 abituato al clima caldo, reso pi\u00f9 combattivo dalla devastazione della propria terra, e padrone di scegliere l&#8217;ora e il luogo dell&#8217;attacco. I Romani avevano vinto, sino allora, tutti i piccoli scontri, in cui s&#8217;erano trovati faccia a faccia coi Persiani; ma avevano perduto, si potrebbe dire, in partenza, la battaglia forse decisiva: quella contro il tempo. Essere arrivati sino a Ctesifonte e aver dovuto rinunciare ad attaccarla; non aver potuto misurarsi con l&#8217;armata di Sciaphur quando ancora disponevano della flotta: quella era stata la vera sconfitta.<\/p>\n<p>Certo, si deve riconoscere a Giuliano (e gi\u00e0 Ammiano l&#8217;aveva notato) il coraggio e la risolutezza di aver saputo mutare completamente i piani strategici nel bel mezzo della campagna. Quando Ctesifonte era stata alla portata delle sue armi, ed egli non l&#8217;aveva attaccata, andando invece alla ricerca del principale esercito nemico, aveva agito con notevole coraggio concettuale, disdegnando la soluzione strategica apparentemente pi\u00f9 facile e allettante, secondo la massima di von Clausewitz: che le guerre si vincono quando si \u00e8 distrutto il nemico e non quando si \u00e8 conquistata la sua capitale. Giuliano, dunque, come comandante supremo aveva mostrato doti di lucidit\u00e0, di tenacia e di prontezza nel rivedere i propri piani nel mezzo della campagna, cosa che non \u00e8 da tutti. (Un altro esempio, ma del pari sfortunato, \u00e8 dato &#8211; nella storia contemporanea &#8211; dal generale austriaco Conrad, che nella seconda battaglia di Leopoli contro i Russi, nel settembre del 1914, seppe mutare completamente lo schieramento e gli obiettivi delle sue quattro armate in Galizia Orientale, nella ricerca ostinata del successo, a dispetto della sorpresa strategica operata dal nemico alla sua ala destra). Tuttavia, un condottiero che ha il coraggio di riconoscere il proprio errore, e che cerca di reagirvi senza perdersi d&#8217;animo, non diviene solo per questo un gran condottiero.<\/p>\n<p>Dopo aver rinunciato alla conquista di Ctesifonte, Giuliano non stava pi\u00f9 avanzando; si stava ritirando. E non tanto per il fatto che le legioni tornavano verso il Nord, allontanandosi dai grandi obiettivi nemici, quanto per le condizioni oggettive nelle quali si erano venute a trovare. Giuliano, in Mesopotamia, apprese ci\u00f2 che Napoleone avrebbe appreso in Russia nel 1812: che non basta vincere alcune battaglie per vincere una guerra, e ancor meno conquistare il paese nemico. Bisogna ridurre all&#8217;impotenza l&#8217;esercito avversario, privarlo di ogni mezzo con cui proseguire la lotta; solo questo pu\u00f2 decidere l&#8217;esito di una campagna militare. Altrimenti si rischia di avanzare nel vuoto, allungando a dismisura le proprie linee di rifornimento e occupando un paese che non si potr\u00e0 conservare. Non si pu\u00f2 biasimare troppo Giuliano, che pure aveva avuta la giusta intuizione strategica nel primo consiglio di guerra dopo la battaglia sotto Ctesifonte, se poi fin\u00ec per incorrere in un abbaglio che sarebbe stato fatale anche a Napoleone, uno dei pi\u00f9 grandi geni militari della storia di tutti i tempi.<\/p>\n<p>Bisogna per\u00f2 aggiungere, per amore della verit\u00e0, che a Giuliano si era offerta un&#8217;occasione , che invano il grande c\u00f2rso avrebbe bramato con tutta l&#8217;anima, quando, dopo la presa di Mosca, aveva atteso inutilmente che lo zar Alessandro gli mandasse delle richieste di pace. Dopo la partenza da Ctesifonte, il Gran Re aveva inviato degli ambasciatori al campo romano per offrire la pace. Una lacuna nel testo di Ammiano e un inopportuno silenzio in quello di Zosimo, non ci permettono di avere alcun elemento certo sul tenore di quelle proposte. Possiamo solo azzardare l&#8217;ipotesi che, se Sciaphur si era risolto a un tale passo, quando l&#8217;esercito romano appariva ancora formidabile, aveva appena vinto una grande battaglia sotto le mura della capitale e rimaneva nei pressi, minacciandola, egli avr\u00e0 cercato di blandire i Romani con qualche concessione, come del resto aveva fatto nel 362, quando aveva sperato di dissuadere Giuliano dalla guerra. Se si fosse sentito sicuro di avere il nemico in pugno, l&#8217;orgogliosissimo monarca sassanide non avrebbe parlato di pace, se non forse come espediente tattico e psicologico per guadagnare tempo e trarre in inganno i Romani, illudendoli con il dar loro un senso di falsa sicurezza.<\/p>\n<p>In tutti i casi Giuliano, come gi\u00e0 aveva fatto quando si trovava ancora ad Antiochia, respinse quegli approcci, ancora convinto di poter risolvere la campagna con una vittoria decisiva sul campo &#8211; lo scopo che lo aveva condotto fin l\u00e0 &#8211; e non con elusivi trattati che avrebbero lasciato intatta la forza del nemico, e sempre esposta alla minaccia la frontiera romana orientale.<\/p>\n<p>XLIX.<\/p>\n<p>L&#8217;esercito romano si era quasi appena rimesso in marcia, quel primo mattino del 16 giugno, quando una nuvola di polvere apparve all&#8217;orizzonte sulla pianura sconfinata. Subito i soldati pensarono all&#8217;arrivo tanto atteso dei commilitoni dell&#8217;altro corpo d&#8217;armata, quello di Procopio e Sebastiano, del quale tanto si era parlato negli ultimi giorni, facendo mille vaghe congetture. Altri pensarono alla cavalleria del re d&#8217;Armenia. La nuvola si avvicinava e l&#8217;agitazione cresceva: adesso, sotto il sole, brillavano vividamente migliaia di armature, facendo tremare la vista ai Romani in trepidante attesa. Gli ufficiali, per\u00f2, erano inquieti. Non poteva trattarsi dell&#8217;esercito di Sciaphur, che finalmente veniva ad offrire battaglia? Un brivido d&#8217; inquietudine corse per le schiere in marcia. Si decise di essere prudenti e l&#8217;esercito venne condotto in una valle riparata, ove fu piantato l&#8217;accampamento.<\/p>\n<p>Per tutta la giornata un fitto polverone continu\u00f2 a rimaner sollevato sulla pianura, impedendo di distinguere chi fossero i nuovi arrivati. Venne la sera, e gli uomini dovettero coricarsi senza aver potuto chiarire il loro dubbio e liberarsi della loro preoccupazione. Ma nessuno poteva dormire. Nel campo avvolto dalla fresca oscurit\u00e0 della notte regnavano il timore e l&#8217;angoscia. Pochi parlavano a voce alta, ma si distinguevano le sagome degli insonni che vegliavano, assorti in gravi pensieri, e perci\u00f2 sembrava un irreale accampamento di spettri. Tutti pensavano ci\u00f2 che nessuno aveva il coraggio di dire a voce alta: che quello non poteva essere l&#8217;esercito di Procopio e Sebastiano, n\u00e9 quello di Arsace, perch\u00e9, altrimenti, certo dei messaggeri si sarbbero affrettati a portare la buona notizia. Se quello, dunque, era l&#8217;esercito persiano &#8211; ed era difficile dubitarne &#8211; si era forse alla vigilia della battaglia decisiva, attesa tanto a lungo che adesso la sola idea incuteva una paura incontrollabile negli animi. In questo modo trascorse la notte.<\/p>\n<p>L.<\/p>\n<p>All&#8217;alba ogni residuo di dubbio venne fugato dalla vista delle schiere numerose dei cavalieri persiani, le cui corazze di bronzo rilucevano sotto la vampa del sole. Non era per\u00f2 ancora tutto il grande esercito raccolto da Sciaphur, ma solo una parte di esso, a quel che pareva. Vinti i timori dell&#8217;incertezza che li avevano tormentati per tutta la notte, i Romani corsero alle armi e chiesero a gran voce di battersi. Avevano ritrovato di colpo tutto il loro coraggio, tanto che l&#8217;imperatore dovette trattenere la loro impazienza.<\/p>\n<p>La battaglia, non ingaggiata decisamente da nessuno dei due eserciti, inizi\u00f2 quasi per caso fra alcuni gruppi delle due avanguardie; poi divenne generale. La calura insopportabile rendeva ancora pi\u00f9 terribile la fatica della lotta, ma questa non dur\u00f2 troppo a lungo. Ancora una volta, premuti vigorosamente dall&#8217;impeto delle legioni, i Persiani si dimostrarono inferiori nel combattimento corpo a corpo e finirono per ripiegare.<\/p>\n<p>Ma le tribolazioni per i Romani non erano certo finite. Bench\u00e8 volti in ritirata, Persiani e Saraceni continuavano a mantenersi nei paraggi e a molestare la colonna avanzante con attacchi improvvisi e veloci ritirate. Cercavano di impadronirsi delle salmerie, come altre volte avevano cercato di catturare o disperdere i cavalli dei Romani; ma vennero respinti senza alcuna difficolt\u00e0. Questa situazione, per\u00f2, metteva a dura prova i nervi dei soldati.<\/p>\n<p>L&#8217;esercito romano sost\u00f2 per due giorni ad Hucumbra (Symbra), vettovagliandosi con ci\u00f2 che aveva potuto razziare nelle campagne circostanti. Il 20 giugno la marcia fu ripresa nella pianura assolata. D&#8217;un tratto, veloci come la folgore i Persiani piombarono sull&#8217;estrema retroguardia e la scompigliarono. Alcuni reparti fuggirono vergognosamente, abbandonando i loro ufficiali che si battevano da prodi. La situazione fu salvata dal pronto accorrere della cavalleria romana che, come al solito, volse in fuga gli attaccanti quasi senza lotta. L&#8217;episodio, per\u00f2, aveva vivamente impressionato l&#8217;esercito, specialmente la fuga di un gruppo di cavalieri, forse della <em>III Legio Italica<\/em>, che aveva depresso alquanto il morale di coloro che vi avevano assistito.<\/p>\n<p>Giuliano ben sapeva che in un esercito non esiste niente di peggio del panico che si propaga in modo irrazionale da un reparto all&#8217;altro, e pertanto volle infliggere una punizione esemplare. Il reparto che era fuggito davanti al nemico venne disciolto; le lance dei soldati vennero spezzate ed essi furono mandati a proseguire la marcia in mezzo alle salmerie, bollati da un marchio di codardia agli occhi di tutto l&#8217;esercito. Il loro comandante, che al contrario si era battuto coraggiosamente da solo, venne assegnato al comando di un altro reparto.<\/p>\n<p>LI.<\/p>\n<p>L&#8217;attacco alla retroguardia romana era avvenuto tra Danabe e Synca, lungo la riva del Tigri. Le due importanti citt\u00e0 commerciali di Nisbara e Nischanadalbe non poterono essere saccheggiate, perch\u00e9 i Persiani avevevano distrutto i ponti sul fiume davanti all&#8217;avanzata romana. Trascorse un&#8217;altra giornata senza speciali avvenimenti, e l&#8217;esercito arriv\u00f2 a Maranga (Maronsa). Quivi, all&#8217;alba del 21 o del 22, apparve finalmente lo spettacolo atteso e temuto, di una spaventosa bellezza: l&#8217;esercito del Gran Re schierato attraverso la pianura.<\/p>\n<p>La cavalleria catafratta dei Persiani era ferma immobile sotto i raggi del sole che facevano risplendere le corazze di bronzo.Queste erano cos\u00ec fitte e robuste che i cavalieri sembravano invulnerabili come statue di metallo: solo gli occhi e la bocca rimanevano scoperti sotto gli elmi e anche i cavalli, con le loro gualdrappe di cuoio, avevano un aspetto irreale e quasi soprannaturale. Accanto alla cavalleria stavano gli arcieri, i famosissimi arcieri persiani i cui dardi non fallivano mai il bersaglio e che essi sapevano scoccare con mirabile maestria anche in piena corsa e voltati all&#8217;indietro in arcione (donde l&#8217;espressione &quot;la freccia del Parto&quot; per indicare un misto di straordinaria abilit\u00e0 e di studiata perfidia nella simulazione della fuga, allo scopo di colpire poi l&#8217;inseguitore). E infine, spettacolo pi\u00f9 impressionante di tutto il resto, gli elefanti, la cui mole gigantesca sovrastava la linea dei cavalieri e il cui solo odore causava un vero terrore nei cavalli dei Romani. In prima fila si potevano scorgere numerosi nobili e satrapi, il famoso generale della cavalleria Merena, e persino due figli del Gran Re, Sciaphur.<\/p>\n<p>Il cozzo fra le due armate fu spaventoso. La cavalleria persiana, armata in parte con lunghe picche, in parte con gli archi, e sostenuta dagli elefanti, pareva una muraglia di ferro e di bronzo che avrebbe schiacciato ogni cosa innanzi a s\u00e9. Pure, combattendo con strenua energia, gettandosi con audacia temeraria nel mezzo del corpo a corpo, i Romani &#8211; dapprima lentamente, poi pi\u00f9 decisamente &#8211; fecero retrocedere quella muraglia e ne menarono strage. Al termine dell&#8217;epica lotta, un gran numero di Persiani e soltanto pochi Romani giacevano riversi nell&#8217;infuocata pianura, mentre i combattenti si ritiravano nei rispettivi accampamenti per riprendere le forze. Fu necessario concordare una tregua di tre giorni per il seppellimento di tutti quei cadaveri che, nell&#8217;afa opprimente dell&#8217;estate, ammorbavano l&#8217;aria e minacciavano lo scoppio di qualche epidemia.<\/p>\n<p>LII.<\/p>\n<p>L&#8217;esito della battaglia aveva notevolmente rinfrancato l&#8217;animo dei Romani, che avevano potuto toccare con mano &#8211; una volta di pi\u00f9 &#8211; la propria indiscutibile superiorit\u00e0 nella tecnica del combattimento ravvicinato. L&#8217;importante era non lasciarsi tenere a distanza sotto il tiro degli arcieri; solo cos\u00ec era stata possibile la tremenda disfatta di Crasso a Carre, pi\u00f9 di quattro secoli prima. Pure, neanche ora si poteva parlare di trionfo, e nemmeno di vittoria. Il nemico era tuttora l\u00ec, sicuro di avere il tempo e lo spazio dalla propria parte: mai scoraggiato dagli insuccessi; mai, in apparenza, scosso dall&#8217;entit\u00e0 delle perdite. I Romani avevano conquistato il campo: ma non avevano distrutto il nemico, e sapevano che non vi sarebbero mai riusciti, perch\u00e9 impossibilitati a sfruttare il successo mediante l&#8217;inseguimento della sua velocissima cavalleria. Cos\u00ec i Persiani, sebbene pi\u00f9 deboli nello scontro all&#8217;arma bianca, continuavano a giocare come il gatto col topo, logorando le forze e la resistenza nervosa dei loro avversari.<\/p>\n<p>Altre due circostanze si aggiunsero a deprimere gli animi dei legionari. La prima era che la flotta, o meglio la flottiglia di sole dodici navi (diciotto, secondo Zosimo), durante la battaglia era rimasta indietro ed era stata interamente catturata. Cos\u00ec, adesso i Romani non avevano pi\u00f9 neppure quei pochi battelli per costruire i ponti sui numerosi corsi d&#8217;acqua della regione. La seconda era che, esaurite le misere scorte individuali (da alcuni giorni, ciascuno si sostentava con quello che aveva potuto razziare e portar seco), l&#8217;intero esercito soffriva adesso una fame crudele, che si aggiungeva alle sofferenze provocate dal caldo, dagli insetti, dalle malattie. Seguirono alcuni giorni penosi, interminabili, durante i quali, seppelliti i propri morti, ai Romani rimase anche troppo tempo per riflettere sulla loro preoccupante situazione.<\/p>\n<p>Come se tutto ci\u00f2 non bastasse, Giuliano, dal canto suo, superstizioso com&#8217;era, continuava a far sacrifici e a ricevere sinistre premonizioni. Si disse perfino che una notte, mentre vegliava insonne nella sua tenda, come a Bruto prima della battaglia di Filippi, era apparso un fantasma, il Genio pubblico. L&#8217;imperatore, pur in mezzo a tante fatiche ed angosce, aveva ancora il tempo e la forza di dedicarsi, nel cuor della notte, allo studio della filosofia. Ma quando vide il Genio che si allontanava con aria sconsolata e scompariva nell&#8217;oscurit\u00e0, cominci\u00f2 a sentire imminente, per la prima volta, il compiersi del suo destino.<\/p>\n<p>LIII.<\/p>\n<p>La marcia fu ripresa il 26 giugno oltre Tummara, fra Symbra e Sumera, sempre lungo la riva sinistra del Tigri. Il morale delle truppe non doveva essere certo molto alto: sulla cima delle colline si vedevano i cavalieri persiani che, pur non osando tornare all&#8217;attacco, seguivano silenziosi come uccelli di malaugurio l&#8217;avanzata, o meglio la ritirata, dell&#8217;esercito romano.<\/p>\n<p>Verso mezzogiorno, nel colmo della calura, giunse improvvisa la notizia che la retroguardia era stata assalita con impeto alle spalle, e che si trovava in gravissimo pericolo. Non appena ne fu informato, l&#8217;imperatore &#8211; che per il gran caldo si era tolta l&#8217;armatura &#8211; si slanci\u00f2 al galoppo verso il luogo dell&#8217;attacco. Non vi era ancora arrivato, che un&#8217;altra, tragica notizia lo raggiunse: i Persiani avevano frattanto attaccato anche l&#8217;avanguardia. Giuliano correva di qua e di l\u00e0, dove si diceva che pi\u00f9 grave fosse la situazione, per rinfrancare con la sua presenza e con il suo esempio le truppe spaventate. Poco dopo, altra mazzata: i Persiani avevano assalito pure le legioni che marciavano al centro. L&#8217;assalto era divenuto generale, Sciaphur aveva deciso di giocare il tutto per tutto in quella giornata. I suoi cavalieri, i suoi arcieri, i suoi elefanti da guerra, tutto l&#8217;esercito era guidato personalmente da decine di satrapi, di nobili, di alti ufficiali.<\/p>\n<p>Nel pi\u00f9 folto della mischia un giavellotto, scagliato da mano ignota, colp\u00ec al fianco l&#8217;imperatore e s&#8217;infisse nel fegato. Giuliano, sempre a cavallo, istintivamente port\u00f2 le mani alla punta della lancia come per estrarla, ma il suo filo aguzzo gli recise i nervi delle dita. Sopraffatto dal dolore e dalla perdita di sangue, cadde da cavallo. Subito fu circondato dai suoi soldati, che lo raccolsero e lo riportarono nell&#8217;accampamento, dove i medici gli si prodigarono intorno. Ma una sola occhiata bast\u00f2 loro per comprendere che non c&#8217;era nulla da fare.<\/p>\n<p>LIV.<\/p>\n<p>Quando rinvenne, nella penombra della sua tenda, attorniato dai medici e dagli ufficiali, Giuliano poteva udire il sottofondo lontano della furiosa battaglia. L\u00e0 fuori, mentre lui non poteva vederle, le sue legioni stavano riportando una clamorosa vittoria: al termine dello scontro si sarebbero contati i cadaveri di 50 satrapi, molti generali &#8211; tra i quali Merena e Nohodare &#8211; e un numero grandissimo di soldati persiani.<\/p>\n<p>La prima reazione dell&#8217;imperatore, quando riprese i sensi, fu quella di uno spirito nobile e generoso: chiese le armi e il cavallo per poter ritornare a combattere. Ma il silenzio dei medici e l&#8217;espressione dei loro volti gli fece comprendere la verit\u00e0. Nessuno lo vide sgomentarsi o smarrire la sua abituale tranquillit\u00e0 d&#8217;animo: la sua unica preoccupazione fu per i suoi soldati che combattevano l\u00e0 fuori, senza di lui. Pronunci\u00f2 parole nobilissime, esprimendo la sua letizia perch\u00e9 presto si sarebbe ricongiunto agli d\u00e8i e al cielo stellato; consol\u00f2 perfino i presenti che piangevano al suo capezzale. Espresse la convinzione di aver sempre servito fedelmente lo Stato, n\u00e9 volle designare esplicitamente un successore, per evitare delle lotte fratricide nell&#8217;esercito. Chiese dei suoi amici, in particolare del <em>magister officiorum<\/em> Anatolio; gli dissero, con molta cautela, che era caduto nella battaglia. Poi distribu\u00ec il suo patrimonio privato fra pochi intimi e pianse sul destino di coloro che erano morti. Pi\u00f9 tardi, la leggenda gli avrebbe attribuito l&#8217;enfatica esclamazione: &quot;Tu hai vinto, Galileo!&quot;, che egli, con molta probabilit\u00e0, non pronunzi\u00f2 affatto. Espresse invece, fino all&#8217;ultimo, la sua fiduciosa certezza in un luminoso trapasso versi un mondo di luce, pi\u00f9 alto e pi\u00f9 felice di quello dei mortali.<\/p>\n<p>Giuliano mor\u00ec nella notte fra il 26 e il 27 giugno 363, all&#8217;et\u00e0 di trentadue anni, dopo meno di diciannove mesi di regno sull&#8217;Impero riunificato.<\/p>\n<p>LV.<\/p>\n<p>Il regno di Giuliano fu una parentesi nella storia dell&#8217;Impero Romano cristiano, che, inaugurato da Costantino il Grande, sarebbe culminato con Teodosio, che nel 390 far\u00e0 quello che nessuno prima di lui aveva osato fare: proibire i culti pagani in tutto l&#8217;Impero, chiudere o addirittura demolire i templi, comminare pene severissime per chiunque celebrasse sacrifici, sia in casa propria, sia in casa d&#8217;altri. La caratteristica religiosa del regno di Giuliano \u00e8 sottolineata da quel soprannome di &quot;apostata&quot;, che i cristiani prontamente gli elargirono e che ancor oggi gli studenti imparano ad abbinare alla sua figura, con quella particolare sfumatura di condanna e quasi di tacita esecrazione che sempre, nella storia, accompagna la memoria di chi ha perduto.<\/p>\n<p>\u00c8 stato detto e ripetuto che il programma di Giuliano era utopistico e oggi, col senno di poi, pu\u00f2 sembrare quasi una banalit\u00e0 insistere su questo aspetto del suo governo. Il fatto che la riscossa pagana da lui promossa non sopravvisse alla sua morte, dimostra che il paganesimo, alla met\u00e0 del secolo IV, aveva esaurito la sua funzione vitale e si limitava a sopravvivere.<\/p>\n<p>Quando si dice che Giuliano fu l&#8217;ultimo campione del paganesimo contro il cristianesimo, si rischia di favorire un equivoco. N\u00e9 il paganesimo, n\u00e9 lo stesso cristianesimo erano pi\u00f9 quelli delle origini. Il cristianesimo, dopo la predicazione del suo fondatore, la compilazione scritta del suo messaggio &#8211; pi\u00f9 o meno fedele, secondo i diversi punti di vista &#8211; e dopo l&#8217;et\u00e0 &quot;eroica&quot; delle persecuzioni, a partire dall&#8217;et\u00e0 costantiniana era diventato ben altra cosa a livello sociale. Spesso i suoi esponenti si segnalavano nelle forme pi\u00f9 discutibili e condannabili del monachesimo sedizioso e intollerante, delle lotte di potere senza esclusione di colpi (come all&#8217;epoca dei papi Damaso e Ursino, eletti contemporaneamente), delle faide di setta, della corruzione dell&#8217;alto clero, delle commistioni col potere politco.<\/p>\n<p>Quanto al paganesimo del IV secolo, esso non era pi\u00f9, ovviamente, quello dell&#8217; et\u00e0 repubblicana; non aveva quasi pi\u00f9 niente di romano, di &quot;classico&quot;. I pochi elementi greci che sopravvivevano nella ridda dei culti orientali, misterici, orgiastici, demonici, erano di natura prettamente salvifica ed escatologica ed avevano sub\u00ecto profondamente l&#8217;influsso della misteriosofia dell&#8217;Asia e dell&#8217;Egitto. La Magna Mater, Attis e Cibele occupavano, nella religiosit\u00e0 di Giuliano, un posto assai pi\u00f9 importante di Zeus e degli altri d\u00e8i dell&#8217;Olimpo. Nel caso di Giuliano, l&#8217;ampio sincretismo delle sue concezioni religiose era sorretto da una solida cultura filosofica neoplatonica, che gli permetteva di interpretare i numerosi d\u00e8i come altrettante emanazioni del Logos divino, cui tutto tende come verso le idee dell&#8217;Iperuranio platonico. Un po&#8217; come nel caso dell&#8217;induismo, si pu\u00f2 affermare che il paganesimo platonizzante del IV secolo tendesse alla concezione di un monoteismo mistico e razionalistico al tempo stesso, che dall&#8217;esterno, e specialmente agli avversari, poteva essere scambiato per un caotico politeismo. Ma anche molti suoi seguaci lo vivevano cos\u00ec, ossia tutti quelli che non possedevano una raffinata base filosofica, come la possedeva Giuliano. E in questo caso, vi sono pochi dubbi che il declinante paganesimo delle masse popolari avesse conservato un contenuto di spiritualit\u00e0 autentica e di interinseca eticit\u00e0 molto inferiori a quelle del cristianesimo. I pagani, per fare solo un esempio, non trovavano nulla di particolarmente disdicevole nel sadismo dei ludi circensi, in cui migliaia di gladiatori barbari, ancora nel tardo IV secolo, si massacravano l&#8217;un l&#8217;altro per lo spasso delle plebi romane. Se \u00e8 vero che Seneca aveva levato una voce di dissenso, era stato pi\u00f9 per motivi estetici e moralistici, quali la bruttezza dell&#8217;abbandonarsi alle passioni inferiori (da parte del pubblico) che per una profondas riprovazione etica. Ci vorr\u00e0 un imperatore cristiano, Onorio, figlio di Teodosio, per mettere al bando per sempre gli spettacoli dei gladiatori, nel 404.<\/p>\n<p>Sul piano della politica estera, Giuliano fu l&#8217;ultimo imperatore che concep\u00ec l&#8217;ambizioso disegno di Cesare e di Traiano, di farla finita una volta per tutte con l&#8217;Impero Persiano. Ma il boccone era pi\u00f9 grosso di quel che l&#8217;Impero potesse ormai digerire. Certo pecca di esagerazione Zosimo, quando scrive che Giuliano, quando mor\u00ec, &quot;aveva quasi interamente distrutto il regno persiano&quot; (III, 29, 1). Anche alla morte di Marco Aurelio, nel 180, dopo le guerre contro i Quadi e i Marcomanni, qualcuno pensava che i tempi fossero maturi per annettere all&#8217;Impero Romano una nuova provincia, che arrivasse fino al bastione lunato dei Carpazi. Ma se ci\u00f2 non avvenne, non fu solo per l&#8217;incapacit\u00e0 di Commodo; cos\u00ec come, nel caso della Persia del 363, il colpo finale non venne inferto solo per la vilt\u00e0 e il malvolere del nuovo imperatore, Gioviano. La realt\u00e0 \u00e8 che l&#8217;Impero Romano aveva esaurito da un pezzo la sua capacit\u00e0 espansiva, minato da mille fattori di debolezza: economici, sociali, politici e culturali.<\/p>\n<p>Giuliano era morto in battaglia, nel fiore dell&#8217;et\u00e0, risparmiando al mondo e a s\u00e9 stesso un errore. Il suo progetto, mai espresso apertamente, di far chiudere tutte le chiese cristiane al ritorno dalla guerra persiana, avrebbe precipitato l&#8217;Impero nella confusione e nella guerra civile. Si vocifer\u00f2 anche che il giavellotto che lo aveva colpito non fosse scagliato da mano persiana; Ammiano Marcellino riporta in due luoghi questa voce, riferendola con il beneficio d&#8217; inventario. Ma il solo fatto che essa abbia potuto nascere, fa capire a quali difficolt\u00e0 sarebbe andato incontro l&#8217;imperatore, se avesse avuto il tempo di dispiegare in pieno la sua politic anti-cristiana.<\/p>\n<p>Se, come condottiero, Giuliano fu certamente un valoroso, ma anche troppo impulsivo per essere un lucido stratega, come sovrano ebbe molte virt\u00f9, fra le quali spicca un altissimo senso della giustizia. Ma ebbe anche un grave difetto: la rigidit\u00e0 del carattere. Egli era inflessibile anche nell&#8217;esercizio della virt\u00f9, e dal momento che non si risparmiava mai n\u00e9 a palazzo, n\u00e9 in guerra, era portato a pretendere moltissimo anche dagli altri, e puniva le mancanze dei suoi funzionari con grande rigore. Per lui non c&#8217;erano sotterfugi, compromessi o vie di mezzo; non apprezzava il valore delle sfumature. Vien fatto di pensare che egli combatteva il fanatismo degli ambienti cristiani con un fanatismo di segno uguale e contrario. Poich\u00e8 era sincero e disinteressato, ma impulsivo e orgoglioso, si sdegnava con gli uomini, e talvolta con gli d\u00e8i, quando le cose non andavano per il verso da lui auspicato o quando le sue esortazioni non venivano accolte. D&#8217;altra parte, abbiamo gi\u00e0 ricordato il motivo di fondo del suo dramma storico: volle essere un principe augusteo in una realt\u00e0 profondamente cambiata rispetto ai primi tempi dell&#8217;Impero. Giuliano, in definitiva, fu un uomo della crisi e i suoi difetti, come le sue virt\u00f9, furono quelli di una societ\u00e0 in crisi, penosamente lacerata fra passato e futuro, fra tradizione e rivoluzione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questo saggio si traccia un ritratto dell&#8217;imperatore romano Flavio Claudio Giuliano, che la tradizione cattolica ha bollato con l&#8217;epiteto di &quot;apostata&quot; per aver abiurato la<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30183,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[63],"tags":[92],"class_list":["post-26188","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-antica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-antica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26188","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26188"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26188\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30183"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26188"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26188"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26188"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}