{"id":26178,"date":"2022-04-24T11:10:00","date_gmt":"2022-04-24T11:10:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/04\/24\/lessere-e-gli-esseri\/"},"modified":"2022-04-24T11:10:00","modified_gmt":"2022-04-24T11:10:00","slug":"lessere-e-gli-esseri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/04\/24\/lessere-e-gli-esseri\/","title":{"rendered":"L&#8217;essere e gli esseri"},"content":{"rendered":"<p>Le cose esistono: questa \u00e8 la constatazione fondamentale sulla quale si costruisce ogni altra conoscenza. Il principio di realt\u00e0 e il senso comune, ossia un sistema innato di certezze immediate e auto-evidenti, ci dicono che vi sono delle cose, degli enti, i quali si definiscono a seconda delle loro qualit\u00e0.<\/p>\n<p>Ecco allora che scopriamo come il verbo essere assume due possibili significati: da un lato l&#8217;esistenza, dall&#8217;altro le propriet\u00e0 di un certo ente. Ad esempio, la proposizione <em>questa \u00e8 una mela<\/em>, contiene sia l&#8217;affermazione che qualcosa c&#8217;\u00e8, vale a dire una mela, sia che questo qualcosa possiede alcune propriet\u00e0 che la definiscono: la forma, il colore, il peso, ecc. Vi sarebbe poi un terzo significato, quello d&#8217;identit\u00e0, come nella frase: <em>la mela \u00e8 il frutto del melo<\/em>, la quale asserisce che i frutti di quel certo albero sono le mele, e non altri; oppure nella frase <em>gli italiani sono gli abitanti dell&#8217;Italia,<\/em> la quale definisce il criterio per identificare gli abitanti di ciascun Paese. Ma questo terzo significato resta all&#8217;interno della definizione di una cosa, per cui non si presta ad alcun ulteriore ampliamento della conoscenza.<\/p>\n<p>Consideriamo perci\u00f2 pi\u00f9 da vicino i primi due significati. Primo, l&#8217;esistenza. Le cose sono, le cose esistono: non \u00e8 detto che debbano esistere solo nella forma materiale, ad esempio anche un sogno o una fantasticheria esistono, e il cavallo alato descritto dai poeti esiste cos\u00ec come esiste il cavallo reale, privo di ali, che pascola nel prato: ovviamente in un altro piano di realt\u00e0, ma pur sempre in una certa forma d&#8217;esistenza. Tutto ci\u00f2 che \u00e8, esiste: se non esistesse, non sarebbe; ma allora sarebbe non-essere, e il non-essere, parlando in maniera rigorosa, non \u00e8 nemmeno pensabile, perch\u00e9 il pensiero \u00e8 capace di pensare solo l&#8217;esistente, concreto o ideale che sia, attuale o possibile (potenziale), ma non il non-esistente, che per definizione \u00e8 impensabile e inintelligibile. Perci\u00f2 il pensiero \u00e8 sempre e comunque pensiero di ci\u00f2 che esiste, pensiero dell&#8217;essere; e le filosofie, come quella hegeliana, che pongono sul medesimo piano essere e non essere, delirano, perch\u00e9 accordano al non essere, che \u00e8 una mera impossibilit\u00e0 logica, una consistenza effettiva e quindi una qualche forma di esistenza, il che \u00e8 contraddittorio in se stesso. Se qualcosa non \u00e8, come \u00e8 possibile pensarla o predicare una qualsiasi propriet\u00e0 che la contraddistingua? Nulla si pu\u00f2 predicare del non-essere, che \u00e8 il nulla per definizione: poich\u00e9 il non-essere non \u00e8 qualcosa che si contrappone all&#8217;essere, ma \u00e8 semplicemente assenza di essere, dunque assenza di esistenza e di realt\u00e0. Abbiamo detto che l&#8217;essere \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8: il non essere dunque non \u00e8 ci\u00f2 che non \u00e8, non lo si pu\u00f2 definire in termini assertivi, ma solo in termini negativi. Non <em>\u00e8<\/em> qualcosa che non \u00e8, poich\u00e9 in tal caso sarebbe pur sempre qualcosa, e sia pure una carenza. Non esiste e pertanto non lo si pu\u00f2 definire come <em>ci\u00f2 che non esiste<\/em> (perch\u00e9 quel <em>ci\u00f2<\/em> sarebbe pur sempre un&#8217;affermazione positiva), bens\u00ec come assenza di essere e quindi come nulla, un buco vuoto e un limite del pensiero. Possiamo tuttavia dire che esso non \u00e8, adoperando il linguaggio comune, ma solamente a scopi pratici: purch\u00e9 non ci scordiamo mai che si tratta di una semplice convenzione e che in realt\u00e0 non stiamo parlando qualcosa, ma stiamo tentando di definire il nulla.<\/p>\n<p>In questo senso, il concetto di non-essere presenta delle analogie con il concetto di punto (con il <em>concetto<\/em>, non il punto che possiamo disegnare sul foglio a titolo di esercitazione geometrica, il quale ha pur sempre una certa estensione e dunque \u00e8 una realt\u00e0 concreta ed effettiva), poich\u00e9 anch&#8217;esso si pone sul limite estremo del pensiero, in quanto tenta di definire qualcosa che, propriamente parlando, non \u00e8: tanto \u00e8 vero che un segmento, linea definita dello spazio, pu\u00f2 essere a sua volta suddiviso in infiniti segmenti, il che mostra che i punti che lo intersecano sono infiniti e dunque non solo sono immateriali perch\u00e9 privi di estensione (bench\u00e9 definiscano una porzione di spazio, il quale <em>\u00e8<\/em> un&#8217;estensione), ma sono anche &quot;irreali&quot;, poich\u00e9 se un elemento fisico \u00e8 suddivisibile <em>all&#8217;infinito<\/em>, allora non appartiene al mondo dell&#8217;intelligibile, ma ad una realt\u00e0 della quale si pu\u00f2 aver nozione solo in maniera intuitiva e tale da sottrarsi a ogni proposizione definitoria. Ora, quando noi diciamo che una cosa \u00e8, la stiamo definendo: diciamo che una rosa \u00e8 rossa, che un fiore \u00e8 profumato, che un cubo ha sei facce, ecc. Ma se diciamo di qualcosa che \u00e8 al limite del pensiero, perch\u00e9 non lo si d\u00e0 in maniera definita o definibile, ma solo come concetto-limite, ossia come assenza o privazione dell&#8217;essere, allora \u00e8 chiaro che ci stiamo muovendo su un terreno diverso da quello del ragionamento discorsivo, il quale si basa su definizioni chiare e precise.<\/p>\n<p>\u00c8 interessante osservare che non solo il pensiero del non-essere, ma anche il pensiero dell&#8217;essere si colloca sul limite estremo dell&#8217;intelligibile. Infatti, come il non-essere sfugge a ogni determinazione e si sottrae a qualsiasi definizione, proprio perch\u00e9 non \u00e8 e quindi nulla si pu\u00f2 predicare in merito ad esso, analogamente anche il pensiero dell&#8217;essere in quanto tale, dell&#8217;essere in quanto essere, e non di questo o quel genere di essere (della rosa, del fiore, del dado, ecc.) si sottrae a qualunque determinazione e a qualunque predicato. Dell&#8217;essere in quanto essere non si pu\u00f2 dire che \u00e8 rosso o di qualsiasi altro colore; non si pu\u00f2 dire che \u00e8 duro o molle; n\u00e9 che \u00e8 profumato o inodore: insomma non si pu\u00f2 dire nulla, perch\u00e9 solo dell&#8217;essere predicativo si pu\u00f2 dire che possiede questa o quella propriet\u00e0. Si pu\u00f2 dire il colore della rosa o il profumo del fiore o il numero delle facce di un parallelepipedo: ma non si pu\u00f2 dire nulla, assolutamente nulla, dell&#8217;essere in s\u00e9. Ed eccoci al secondo significato di <em>essere<\/em>, cio\u00e8 l&#8217;esistenza. Quando diciamo che il fiore \u00e8, non che \u00e8 di questo o quel colore, non che ha o non ha un certo profumo, ma soltanto che \u00e8, intendiamo dire che esiste, ed \u00e8 il fatto di esistere che gli consente di avere determinate propriet\u00e0, le quali possono esser predicate. Questo ci fa capire che l&#8217;essere, inteso come l&#8217;esistere, non \u00e8 una modalit\u00e0 dell&#8217;esistente, ma il suo presupposto: se una cosa non esiste, non ha alcuna propriet\u00e0; se esiste, ha delle propriet\u00e0. Ad ogni modo \u00e8 il fatto di esistere che la rende soggetto di certe propriet\u00e0, e quindi fa s\u00ec che si possa determinare per ci\u00f2 che \u00e8, distinguendosi da ci\u00f2 che non \u00e8, ad esempio da altre cose, magari simili, che tuttavia possiedono differenti propriet\u00e0. \u00c8 per questo che si riconosce un cavallo in mezzo a un branco di mucche; ed \u00e8 per questo che si riconosce un cavallo bianco in mezzo a dei cavalli grigi o neri o pezzati.<\/p>\n<p>In altre parole, l&#8217;essere in quanto essere esiste, ma \u00e8 indeterminato, ed \u00e8 la sua indeterminatezza che gli consente di fornire il supporto ad ogni forma determinata dell&#8217;esistere. Ma ci\u00f2 che \u00e8 indeterminato \u00e8 un limite per il pensiero: dunque il pensiero dell&#8217;essere \u00e8 un pensiero-limite, cos\u00ec come lo \u00e8 quello del non-essere. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che stiamo parlando del <em>pensiero<\/em> dell&#8217;essere e del <em>pensiero<\/em> del non-essere, e non dell&#8217;essere e del non-essere in s\u00e9. \u00c8 la stessa cosa, o una cosa diversa? L&#8217;essere e il pensiero dell&#8217;essere sono identici o sono distinti? No, non \u00e8 la stessa cosa: sono due cose diverse. E lasciamo che i vari Kant e i vari Hegel affermino che la cosa in s\u00e9, e dunque l&#8217;essere, \u00e8 inconoscibile, e che il pensiero crea il mondo, quindi crea anche l&#8217;essere: sono solo sciocchezze. Il mondo esiste fuori di noi, anche se noi non lo pensiamo: il fatto che lo conosciamo attraverso la nostra mente non significa che \u00e8 un prodotto della nostra mente (questa sarebbe una tipica conclusione maggiore delle premesse). E dunque \u00e8 falso che l&#8217;essere sia sottomesso al pensiero e che sia determinabile dal pensiero (soggettivo): l&#8217;essere \u00e8 l&#8217;essere, cio\u00e8 la base e il fondamento di tutto l&#8217;esistente; se non ci fosse, nulla esisterebbe, neppure il pensiero. Se ne facciano una ragione gli idealisti e i loro degni continuatori logici, i soggettivisti (cartesiani o non cartesiani) e i solipsisti (esistenzialisti o meno). \u00c8 proprio perch\u00e9 l&#8217;essere esiste assolutamente, e dunque senza determinazioni, che le cose esistono e sono determinate; e proprio per questo il pensiero dell&#8217;essere non \u00e8 la stessa cosa dell&#8217;essere in s\u00e9. D&#8217;altra parte, in quanto indeterminato e indeterminabile, l&#8217;essere in quanto tale non \u00e8 neppure pensabile: si deve credere in esso per ragioni logiche e ontologiche, diciamo per sottrazione, poich\u00e9 la sua inesistenza renderebbe impossibile l&#8217;esistenza di tutto il resto. Per\u00f2 non si pu\u00f2 andare oltre: non si pu\u00f2 arrivare in alcun modo a determinare l&#8217;essere, a definirlo, a collocarlo entro il nostro orizzonte mentale. L&#8217;essere \u00e8 ci\u00f2 che eccede necessariamente il nostro pensiero e la nostra esperienza: \u00e8 come la luce, che rende visibili le cose all&#8217;occhio, ma non si vede in se stessa, se non in contrasto con la sua assenza (il buio), proprio come l&#8217;essere \u00e8 rivelato per sottrazione dal non-essere, bench\u00e9 il non-essere, a sua volta, proprio come il buio che \u00e8 assenza di luce, pu\u00f2 essere colto intuitivamente ma non discorsivamente. Prendiamone atto: la filosofia non pu\u00f2 spiegare tutto con il ragionamento logico e discorsivo: esiste un limite oltre il quale essa non pu\u00f2 andare se non mediante un&#8217;intuizione che non pu\u00f2 essere definita per mezzo delle regole del pensiero razionale. Il che non significa che si tratti di un salto nell&#8217;irrazionale, bens\u00ec della doverosa presa d&#8217;atto che la ragione logico-discorsiva pu\u00f2 farci conoscere e descrivere molte cose, ma non tutte: non la causa prima e la causa finale dell&#8217;esistente, che \u00e8 l&#8217;essere in quanto essere.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;essere in quanto essere, se non vogliamo risalire all&#8217;infinito nella catena delle sue manifestazioni e dunque delle sue cause, \u00e8 Dio. \u00c8 cos\u00ec che si risale dagli esseri, ovvero dagli enti, all&#8217;essere che origina ogni essere: l&#8217;Essere con la lettera maiuscola, che \u00e8 Dio; \u00e8 allora che tutto il quadro dell&#8217;universo, formato da elementi diversi e sovente discordanti, appare dotato di senso e di un fine. Notiamo infatti che quando si dice che una certa cosa \u00e8, in effetti si intendono due livelli di esistenza: uno assoluto e indifferenziato e uno relativo e differenziato. Cos\u00ec, ad esempio, se diciamo che in questa stanza c&#8217;\u00e8 un tavolo, da un lato intendiamo che esiste un tavolo, dall&#8217;altro che esiste proprio quel tavolo, con quella forma, quel colore, quelle dimensioni, ecc. La prima asserzione \u00e8 assoluta (relativamente parlando, perch\u00e9 di veramente assoluto c&#8217;\u00e8 solo l&#8217;Essere che \u00e8 Dio) e indeterminata, perch\u00e9 prescinde dalle caratteristiche specifiche del tavolo e lo coglie nella sua esistenza generica; la seconda \u00e8 relativa e determinata, perch\u00e9 lo coglie nelle sue qualit\u00e0 (primarie e secondarie: la distinzione di Locke fra queste e quelle \u00e8 semplicemente ridicola) e dunque nella sua essenza, in ci\u00f2 che lo fa essere proprio quel tavolo e nessun altro. Pertanto appare che qualsiasi cosa pu\u00f2 essere colta come esistente, e dunque essere in quanto essere, e al tempo stesso come ente, cio\u00e8 come esistente in un determinato tempo e luogo e con determinate qualit\u00e0. Molti problemi filosofici nascono dalla confusione di piani fra questi due significati del vocabolo essere, che talvolta \u00e8 adoperato in senso generale e talvolta come ente, ossia in senso particolare; e ci\u00f2 perch\u00e9 essere ed ente hanno la stessa radice semantica, nel primo caso si tratta di una forma infinitiva sostantivata e nel secondo di un participio del medesimo verbo. Quel che importa \u00e8 che l&#8217;essere non si pone solo come oggetto del pensiero, ma anche come soggetto: \u00e8 il Pensiero di Dio, la parola di Dio, il Logos, che rende possibile l&#8217;esistenza di tutte le cose.<\/p>\n<p>E tuttavia, domander\u00e0 qualche amico particolarmente esigente (ed \u00e8 una cosa buona essere esigenti in filosofia: bisogna puntare al massimo della conoscenza possibile!), come possiamo sapere che il pensiero dell&#8217;essere, cos\u00ec inteso, cio\u00e8 in senso aristotelico e tomista, non \u00e8 un pensiero &quot;vuoto&quot;, un pensiero del nulla, come invece sosteneva Hegel? Rispondiamo: solo pensando l&#8217;essere come essere &quot;pieno&quot;, ossia come ci\u00f2 che sostiene e rende possibile ogni forma di esistenza, troviamo la coincidenza di essere ed ente: l&#8217;essere con la sua indeterminatezza, ma perci\u00f2 appunto con la sua infinita potenzialit\u00e0, e l&#8217;ente come cosa determinata e perci\u00f2 come esistenza concreta e fattuale. Nell&#8217;essere cos\u00ec concepito, dunque, potenza e atto diventano una cosa sola, si fondono e si completano: il tavolo c&#8217;\u00e8 perch\u00e9 \u00e8 qui, con queste dimensioni, questa forma, questo colore; ma ha queste dimensioni, questa forma, questo colore ed \u00e8 presente in questa stanza per il semplice <em>fatto<\/em> che esiste, e <em>contra factum non valet argumentum<\/em>, \u00e8 inutile perder tempo con sofismi e fumisterie quando si tratta di prendere atto della realt\u00e0. Davanti alla realt\u00e0 noi ci dobbiamo inchinare: non siamo noi a crearla, essa esiste e abbraccia anche la nostra mente che s&#8217;interroga e il nostro inesausto bisogno di conoscere e di comprendere. Ha torto Cartesio quando afferma che il mondo esiste perch\u00e9 noi lo cogliamo nel nostro dubitare; e hanno ragione Aristotele e san Tommaso d&#8217;Aquino allorch\u00e9 affermano che il nostro conoscere non pu\u00f2 n\u00e9 deve essere soggettivistico, ma oggettivo, e quindi sfociare in una visione realistica del mondo.<\/p>\n<p>Ma noi come lo sappiamo che il mondo esiste, che la &quot;realt\u00e0&quot; esiste: vogliamo dire oggettivamente, e cio\u00e8 anche al di fuori della nostra mente? Lo sappiamo perch\u00e9, come insegnava Antonio Livi, tale certezza immediata fa parte del senso comune, ed \u00e8 il presupposto di ogni altro sapere e di ogni altro conoscere. C&#8217;\u00e8 un mondo, l\u00e0 fuori; ci sono degli io simili al nostro; ci sono dei movimenti e delle cause, che portano ad una causa prima; e c&#8217;\u00e8 una legge morale. Quando diciamo che le cose <em>ci sono<\/em> intendiamo dire che <em>esistono<\/em>, e proprio in quel determinato modo, il che vale anche per la nostra esistenza. Abbiamo un causa, abbiamo un fine: cogliere il reale qual esso \u00e8: cogliere l&#8217;Essere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le cose esistono: questa \u00e8 la constatazione fondamentale sulla quale si costruisce ogni altra conoscenza. 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