{"id":26171,"date":"2022-09-11T11:57:00","date_gmt":"2022-09-11T11:57:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/09\/11\/lesercizio-della-sofferenza-forma-per-leternita\/"},"modified":"2022-09-11T11:57:00","modified_gmt":"2022-09-11T11:57:00","slug":"lesercizio-della-sofferenza-forma-per-leternita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/09\/11\/lesercizio-della-sofferenza-forma-per-leternita\/","title":{"rendered":"L&#8217;esercizio della sofferenza forma per l&#8217;eternit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>S\u00f8ren Kierkegaard non voleva essere considerato un filosofo e, da parte sua, non si riteneva un filosofo, ma uno scrittore religioso o edificante; del resto, detestava i filosofi e specialmente i professori di filosofia. In realt\u00e0 \u00e8 stato non solo un filosofo, ma un grande filosofo: uno dei pi\u00f9 acuti e originali del XX secolo, se non dell&#8217;intera modernit\u00e0: in libri come le <em>Briciole di filosofia<\/em> e la <em>Postilla conclusiva non scientifica<\/em> ha mostrato di essere forse l&#8217;unico, da Cartesio a oggi, capace di misurarsi con l&#8217;assoluto e con l&#8217;eterno, riprendendo la grande tradizione metafisica che era stata, ed \u00e8, abbandonata: per\u00f2 dal punto di vista, tutto moderno, del singolo e cio\u00e8 dell&#8217;individuale; e qui sta la sua originalit\u00e0. A Kierkegaard non interessano i sistemi: li conosce, ma li scarta; nessuno meglio di lui conosce e ha compreso le trame sottili della dialettica hegeliana, e arriva ad affermare, senza alcuna vanteria, che se ci sono dei punti nei quali Hegel non \u00e8 stato chiaro, \u00e8 perch\u00e9 lui stesso non ha saputo sviluppare coerentemente il proprio ragionamento. Kierkegaard, dunque, si confronta coi filosofi contemporanei; si \u00e8 anche recato a Berlino e ha ascoltato le lezioni dell&#8217;ultimo Schelling: ma ne ha imparato ben poco. Ed \u00e8 tornato nella sua Copenaghen a riprendere il filo mai interrotto delle sue meditazioni, l&#8217;incessante dialogo con se stesso e con Dio, che forma la trama costante della sua vita interiore.<\/p>\n<p>A lui non interessano le filosofie che parlano del generale e dell&#8217;universale: vuol sapere cosa deve fare il singolo, qui, adesso, della propria vita; vuol sapere se la vita ha un significato preciso per me, per te, per lui, e non per l&#8217;uomo in generale, che \u00e8 solo un&#8217;astrazione. E la risposta cui giunge \u00e8 che il singolo pu\u00f2 e deve decidere della propria vita, e deve decidere davanti all&#8217;eternit\u00e0 e per l&#8217;eternit\u00e0: nell&#8217;istante, ma per l&#8217;eternit\u00e0, un po&#8217; come il punto, che non ha estensione, \u00e8 la base per tutta la geometria, cio\u00e8 per innumerevoli linee, figure, superfic e volumi. E come pu\u00f2 l&#8217;uomo, creatura della contingenza, decidere per l&#8217;eterno? Certo non da solo, non con le sue sole forze: ha bisogno di Dio, che gli viene incontro e lo attende come un Padre amorevole. Ma l&#8217;uomo ha la tremenda responsabilit\u00e0 di decidere che uso fare della propria libert\u00e0: pu\u00f2 dire di s\u00ec e pu\u00f2 dire di no. Ma il s\u00ec alla chiamata di Dio \u00e8 un s\u00ec pronunciato per l&#8217;eternit\u00e0, come del resto anche il no: impegna per sempre, e impegna totalmente. Di qui il rigore del cristianesimo di Kierkegaard, la sua insofferenza per i cristiani tiepidi (lui li chiama i cristiani <em>fino a un certo punto<\/em>), i quali si creano il loro posticino caldo all&#8217;interno del mondo, magari come vescovi, come predicatori, come modelli di &quot;vero&quot; cristianesimo. No: chiunque si fa una cuccia nel mondo, non ha inteso la terribile seriet\u00e0 del cristianesimo: non ha compreso che Ges\u00f9 vuole ogni singolo uomo tutto per S\u00e9, senza compromessi o mezze misure.<\/p>\n<p>E come si fa ad arrivare a Cristo; come si fa a sapere qual \u00e8 la Sua volont\u00e0, qual \u00e8 la Sua chiamata? Qui viene la parte pi\u00f9 ostica, pi\u00f9 dura del messaggio di Kierkegaard agli uomini del suo tempo, ai cristiani di ogni tempo: la strada ci viene indicata da un fattore inequivocabile: la sofferenza. Non si pu\u00f2 essere cristiani senza soffrire. Ma attenzione: si pu\u00f2 soffrire senza essere veri cristiani, o senza esserlo affatto. Tutti gli uomini sono esposti alla sofferenza: tutti, nessuno escluso. Ma ci\u00f2 che all&#8217;uomo lontano dalla grazia appare come un non senso, come una beffa atroce, una delusione immeritata, per colui che cerca la grazia di Dio appare come una luce che brilla nel buio. Soffrire \u00e8 crescere e maturare agli occhi di Dio: sviluppare la capacit\u00e0 di vedere e distinguere ci\u00f2 che \u00e8 secondario da ci\u00f2 che \u00e8 essenziale. Non solo: soffrire offre la possibilit\u00e0 di offrire a Dio la propria sofferenza, sotto la forma del completo abbandono alla Sua volont\u00e0. Lui, e Lui solo, sa perch\u00e9 soffriamo; noi, no; noi, se potessimo, fuggiremmo lontano dal calice amaro &#8212; perfino Ges\u00f9 Cristo, nell&#8217;orto degli ulivi, \u00e8 stato sfiorato da una simile tentazione. Ma se ci si abbandona alla volont\u00e0 di Dio, con piena fiducia e intima adesione alla Sua volont\u00e0, allora ecco che la sofferenza agisce in noi come un lievito: fa cadere la parte inferiore, la parte egoista, la parte superficiale, e fa sbocciare la parte pi\u00f9 nobile, la parte generosa, la parte realmente capace di amare. Solo chi ha sofferto capisce cos&#8217;\u00e8 l&#8217;amore; solo la sofferenza ci mostra la strada che conduce a Dio e all&#8217;amore del prossimo. Nessuno che non l&#8217;abbia vissuta con pieno e consapevole abbandono pu\u00f2 dire di aver fatto l&#8217;esperienza decisiva: l&#8217;esperienza di farsi come molle cera nelle mani di Dio, di dire di s\u00ec alla Sua volont\u00e0. Rifiutare la sofferenza, cercare di evitarla, inquietarsi contro di essa e magari contro Dio, significa ribellarsi al Suo volere; accettarla pienamente, accettarla con fede, significa mettersi a disposizione del disegno divino.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 Dio ha un disegno, un disegno per ciascuno di noi e non per l&#8217;umanit\u00e0 in astratto: un disegno preciso, formulato dall&#8217;eternit\u00e0: quello di chiamarci a s\u00e9, di darci la pace che viene solamente dalla Sua vicinanza, e soprattutto di <em>formarci<\/em>, di darci una forma, che \u00e8 una forma per l&#8217;eternit\u00e0, alla quale siamo comunque chiamati; mentre senza di Lui siamo indefiniti, incompleti, inconsistenti, disarmonici, assurdi. L&#8217;uomo, senza la grazia, \u00e8 inquieto: sente che gli manca qualcosa per essere appagato, ma non sa bene cosa: si guarda attorno e non vede che cose effimere, nessuna delle quali gli promette il riposo al quale egli aspira. Tutta la cosiddetta civilt\u00e0 moderna non \u00e8 che una corsa affannosa e inquieta, che va errando qua e l\u00e0; una corsa cieca, insensata, perch\u00e9 non si rivolge mai nella direzione giusta. L&#8217;uomo scambia il finito per la meta, e ogni volta si ritrae deluso, con un amaro sapore in bocca, e ogni volta ricomincia a correre e a cercare, come in un cerchio stregato, finch\u00e9 la grazia di Dio non rompe l&#8217;incantesimo maligno e lo restituisce a se stesso. Ci\u00f2 avviene non per via intellettuale, ma precisamente attraverso la sofferenza: \u00e8 allora, nell&#8217;esperienza del soffrire e del morire a se stessa e alle proprie ambizioni terrene, che l&#8217;anima ha l&#8217;occasione di ridestarsi e vedere finalmente, con chiarezza, ci\u00f2 che le manca e di cui ha bisogno, e ci\u00f2 di cui non ha bisogno, anche se per tanto tempo non ha fatto che inseguirlo e dargli un&#8217;importanza sproporzionata.<\/p>\n<p>Scrive S\u00f8ren Kierkegaard nel 1847 in una pagina tanto meravigliosa quanto poco nota al grande pubblico (da: S. Kierkegaard<em>, Il Vangelo dei sofferenti<\/em>; cit. in Marguerite Grimaut, <em>Kierkegaard par lui-m\u00eame<\/em>, Paris, SEuil, trad. di Clementina Smet, Torino, Societ\u00e0 Editrice Internazionale, 1974, pp. 105-106):<\/p>\n<p><em>Se un uomo soffre e vuol imparare dai suoi mali, E RIESCE A ISTRUIRSI DA SOLO E ATTRAVERSO IL SUO RAPPORTO CON DIO, EGLI SI FORMA PER L&#8217;ETERNIT\u00c0. Le sofferenze possono insegnarci come il mondo ci inganna e tradisce e molte altre cose simili, ma questa sapienza non \u00e8 propriamente il loro insegnamento. No; come il fanciullo deve essere svezzato per non esser pi\u00f9 tutt&#8217;uno, per cos\u00ec dire, con la madre, cos\u00ec in senso pi\u00f9 profondo l&#8217;uomo deve attraverso la sofferenza esser svezzato dal mondo e dalle cose di questo mondo, deve smettere di attaccarvisi e di inquietarsene per imparare per l&#8217;eternit\u00e0. Per questo l&#8217;esercizio della sofferenza \u00e8 una morte lenta, fatta delle tranquille ore di una lunga agonia: a quella scuola si \u00e8 sempre tranquilli per tutto il tempo; l&#8217;attenzione non \u00e8 dispersa fra le numerose materie in programma, perch\u00e9 vi si \u00e8 istruiti sulla sola cosa necessaria; l&#8217;attenzione non \u00e8 neppure disturbata dai compagni, infatti l&#8217;allievo \u00e8 solo con Dio. L&#8217;insegnamento non \u00e8 discutibile per le qualit\u00e0 del maestro, \u00e8 Dio che lo impartisce e insegna una cosa sola: l&#8217;obbedienza. Essa non pu\u00f2 essere appresa senza la sofferenza, che ne \u00e8 garante proprio perch\u00e9 indica che ci si rimette a Dio, senza disporre di noi stessi; ma chi impara ad obbedire impara tutto. Diciamo abitualmente che bisogna imparare ad ubbidire per saper comandare, ed \u00e8 vero; tuttavia ci si istruisce ad una cosa ancor pi\u00f9 bella: imparando ad ubbidire nell&#8217;esercizio della sofferenza, impariamo a rispettare la volont\u00e0 di Dio. In fondo a cosa si riduce ogni verit\u00e0 eterna se non alla volont\u00e0 di Dio, quale altro legame e concordia ci pu\u00f2 essere fra il temporale e l&#8217;eterno, se non il fatto che Dio si serve di noi e noi gli permettiamo di usarci! Dove s&#8217;imparano queste cose se non nell&#8217;esercizio della sofferenza, quando il bambino \u00e8 svezzato e si fa morire a poco a poco il suo amor proprio, quando, abbattuti dalla sofferenza, si comincia a imparare che il potere \u00e8 nelle meni di Dio, finch\u00e9 nella gioia dell&#8217;obbedienza ci si sottomette alla sua Volont\u00e0! Tutto quel che l&#8217;uomo sa dell&#8217;eterno \u00e8 essenzialmente contenuto nell&#8217;espressione: Dio vuole; quel che s&#8217;impara in pi\u00f9 riguarda il MODO con cui Dio ha voluto, vuole, vorr\u00e0. Nel linguaggio dell&#8217;ubbidienza, questa verit\u00e0 eterna si esprime cos\u00ec: non ostacolare la volont\u00e0 di Dio. \u00c8 sempre la stessa formula, eccetto il s\u00ec dell&#8217;ubbidienza pieno di umilt\u00e0 e di fiducia, che conferma che noi ci rimettiamo a Dio. Se il timore di Dio \u00e8 l&#8217;inizio della saggezza, il tirocinio dell&#8217;obbedienza ne \u00e8 il compimento; vi si cresce in saggezza, formandosi per l&#8217;eternit\u00e0. Se per caso, reso docile dalla sofferenza, tu ti sei sottomesso con un&#8217;obbedienza perfetta, assoluta, allora tu hai anche colto in te la presenza dell&#8217;eterno, tu hai trovato la pace e la quiete terna, perch\u00e9 l\u00e0 dov&#8217;\u00e8 l&#8217;eterno, vi \u00e8 anche la quiete, e l&#8217;inquietudine \u00e8 la dove non c&#8217;\u00e8 l&#8217;eterno. C&#8217;\u00e8 nel mondo l&#8217;inquietudine, soprattutto nell&#8217;anima dell&#8217;uomo, quando l&#8217;eterno non vi regna ed egli \u00e8 &quot;sazio&quot; solamente &quot;d&#8217;inquietudine&quot; (Giobbe, VII,4). Ma se, col pretesto di scacciarla, le distrazioni la fanno aumentare, le sofferenze invece la bandiscono, mentre apparentemente dovrebbero accrescerla. La gravit\u00e0 austera della sofferenza \u00e8 prima di tutto simile a una punizione che accresce l&#8217;inquietudine, ma se colui che offre vuol imparare, egli si forma allora per l&#8217;eternit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>INFATTI TROVARE LA QUIETE, \u00c8 ESSER FORMATI PER L&#8217;ETERNIT\u00c0. C&#8217;\u00e8 essenzialmente un solo modo d&#8217;agire per trovare la pace, permettere che Dio disponga di tutto; quel che si impara in pi\u00f9 riguarda il MODO in cui Dio ha voluto disporre. Il pensiero della redenzione per l&#8217;anima pentita implica la pace; ma essa non pu\u00f2 trovarla in quel pensiero d&#8217;eternit\u00e0 se non si fonda innanzitutto su quello dell&#8217;obbedienza, per cui Dio dispone di ogni cosa; la redenzione \u00e8 proprio la decisione, presa da Dio per salvare l&#8217;uomo. Il fatto che sia stata resa piena riparazione al peccato, implica la pace per l&#8217;anima pentita, che tuttavia , che tuttavia non pu\u00f2 trovarla se non si basa sull&#8217;idea eterna di non ostacolare l&#8217;Assoluta Volont\u00e0 Divina; infatti la piena riparazione \u00e8 proprio la decisione presa da Dio dall&#8217;eternit\u00e0. Che Dio voglia coglierti in grazia, \u00e8 un&#8217;idea che d\u00e0 la pace, ma tu non puoi qui trovarla se non ti basi sull&#8217;Assoluta Volont\u00e0 Divina. Altrimenti la grazia di Dio diviene merito tuo, mentre \u00e8 Dio a darti la volont\u00e0 e l&#8217;azione, la capacit\u00e0 di crescere e di perfezionarti, e proprio quello di cui sei incapace, che non fa altro che rattristare lo spirito e ritardarne lo sviluppo. La fede e l&#8217;ubbidienza della fede nelle sofferenze favoriscono la crescita, infatti tutto il lavoro della fede tende a eliminare il particolare e l&#8217;egoistico, affinch\u00e9 Dio possa veramente intervenire, trovandoti disponibile. Soffrendo di pi\u00f9 e imparando nello stesso tempo dai nostri mali, eliminiamo, estirpiamo l&#8217;egoismo, per lasciar posto all&#8217;obbedienza, divenuta il terreno fertile, in cui l&#8217;eterno pu\u00f2 affondare le sue radici. Tu non puoi impadronirti dell&#8217;eterno, ma soltanto assimilarlo; tu non puoi assimilare ci\u00f2 che ti \u00e8 proprio, ma soltanto quel che \u00e8 di un altro. Tu non puoi appropriartene in modo lecito, se egli non te lo vuol dare; ma se egli lo vuole, l&#8217;assimilazione \u00e8 allora il lavoro della vita interiore; riguardo a Dio e all&#8217;eterno, l&#8217;assimilazione \u00e8 l&#8217;ubbidienza, in cui c&#8217;\u00e8 la pace. Nell&#8217;eterno vi \u00e8 la pace, tale \u00e8 l&#8217;eterna verit\u00e0; ma l&#8217;eterno non pu\u00f2 fondarsi altro che sull&#8217;obbedienza, e questa l&#8217;eterna verit\u00e0 che ti riguarda.<\/em><\/p>\n<p>Timor di Dio; umilt\u00e0; abbandono; fede; pentimento; riparazione; verit\u00e0; eternit\u00e0; pace. Sono le parole chiave del cristianesimo di Kierkegaard: che non \u00e8 una disposizione intellettuale o spirituale, ma un conversione, una decisione, un atto, un esercizio, nel senso tecnico della parola: un continuo esercitarsi su qualcosa che tende per sua natura alla perfezione, pur sapendo che la perfezione non \u00e8 di questo mondo e che in questo mondo si pu\u00f2 solo tentare di avvicinarsi ad essa, pur restandone ben lontani. <em>Esercizio di cristianesimo<\/em>, dunque, ma esercizio totale, rigoroso, virile: esercizio che assorbe tutta l&#8217;esistenza, tutta la coscienza, tutti i pensieri, tutta la volont\u00e0. Il cristiano non vuole pi\u00f9 nulla, se non ci\u00f2 che piace a Dio; non tende pi\u00f9 a nulla, perch\u00e9 lascia fare a Dio; non spera pi\u00f9 nulla (in questo mondo), perch\u00e9 si \u00e8 messo interamente nelle mani di Dio. Sono, quelle, le parole che non sentiamo pi\u00f9 in chiesa, che non si sentono pi\u00f9 al catechismo, che non si sentono pi\u00f9 nei seminari e nelle facolt\u00e0 teologiche. \u00c8 assai pi\u00f9 &quot;cattolico&quot; il luterano Kierkegaard, del resto in rotta dichiarata con la Chiesa protestante (al punto di rifiutare la Comunione sul letto di morte, che un pastore era venuto ad offrirgli), di tanti sedicenti cattolici.<\/p>\n<p>Kierkegaard ha sentito in profondit\u00e0 il dramma angoscioso della solitudine dell&#8217;uomo smarrito in una societ\u00e0 senza pi\u00f9 la grazia divina, in una societ\u00e0 che onora Cristo solo formalmente, ma in realt\u00e0 segue i propri capricci e il proprio tornaconto: ha pesato tutte le &quot;conquiste&quot; del mondo moderno, la scienza, la filosofia, la tecnica, l&#8217;economia, e le ha trovate scarse, scarsissime, quasi senza peso; mentre ha visto e compreso che una cosa soltanto pu\u00f2 dare la pace, la pace vera e non la pace effimera e illusoria di questo mondo, che \u00e8 solo un inganno o una breve tregua in mezzo alle tempeste: il rimettersi a Dio con la fiducia totale del figlio pentito e ravveduto. E ha anche visto che l&#8217;uomo, nella sua fondamentale miseria (altro che il progresso degli illuministi; altro che la libert\u00e0 e la giustizia dei liberali e dei democratici!) non \u00e8 capace di tanto: ma per fortuna \u00e8 Dio stesso che lo soccorre e gli viene incontro. Perci\u00f2 all&#8217;uomo resta sola da dire un <em>s\u00ec<\/em> o un <em>no<\/em>, e dirlo per sempre: con tutte le conseguenze che ne derivano. \u00c8 l\u00ec, in quel punto, cio\u00e8 sulla soglia dell&#8217;eternit\u00e0, al confine estremo fra il tempo e l&#8217;eterno, il finito e l&#8217;infinito, che si gioca la partita decisiva della esistenza umana. \u00c8 l\u00ec che si chiarisce se \u00e8 stata solo un errore, una corsa senza senso, una inutile ricorsa di quel bene che sempre sfugge ed \u00e8 sempre un passo pi\u00f9 avanti di noi, o se trova la sua meta, il suo significato e la sua pace.<\/p>\n<p>Come ha osserva Michele Federico Sciacca nel presentare <em>Il concetto dell&#8217;angoscia<\/em>, ma, in effetti, a ricapitolazione di tutto l&#8217;itinerario kierkegaardiano,<\/p>\n<p><em>&#8230; chi non \u00e8 morto alla grazia di Dio, rinuncia alla pretesa di voler comprendere razionalmente se stesso e Dio (pretesa implicante la tentazione di poter rovesciare su Dio l&#8217;origine della libert\u00e0 e del peccato), e attraverso la lenta corrosione di tutte le cose finite, giunge nuovamente alla Provvidenza, con un atto di fede, dove \u00e8 riposo e pace.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>S\u00f8ren Kierkegaard non voleva essere considerato un filosofo e, da parte sua, non si riteneva un filosofo, ma uno scrittore religioso o edificante; del resto, detestava<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30158,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[39],"tags":[117,141,153,232,253],"class_list":["post-26171","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-filosofie-moderne","tag-dio","tag-filosofia","tag-georg-wilhelm-friedrich-hegel","tag-renato-cartesio","tag-soren-kierkegaard"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-filosofie-moderne.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26171","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26171"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26171\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30158"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26171"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26171"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26171"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}