{"id":26136,"date":"2019-07-23T03:21:00","date_gmt":"2019-07-23T03:21:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/07\/23\/lamore-piu-grande\/"},"modified":"2019-07-23T03:21:00","modified_gmt":"2019-07-23T03:21:00","slug":"lamore-piu-grande","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/07\/23\/lamore-piu-grande\/","title":{"rendered":"L&#8217;amore pi\u00f9 grande"},"content":{"rendered":"<p>Si pu\u00f2 amare una citt\u00e0, la propria citt\u00e0 natale, pi\u00f9 di una donna, pi\u00f9 di qualsiasi altra cosa al mondo?<\/p>\n<p>Crediamo di s\u00ec, per esperienza diretta e anche per testimonianza d&#8217;altri. Naturalmente ci siamo chiesti come sia possibile provare un sentimento cos\u00ec profondo e coinvolgente per un luogo che, dopotutto, \u00e8 fatto di pietre, mattoni, legno, tegole, marmo, metallo, alberi, canali, cubetti di porfido e ciottoli di fiume, insomma oggetti senz&#8217;anima, come si usa dire. E la risposta \u00e8 che quel luogo \u00e8 infintamene amabile non per le case e le strade in se stesse, ma per i ricordi e quindi per tonalit\u00e0 affettive ad esse legate, che sono, in grandissima parte, quelli delle persone care, i genitori innanzitutto, e specialmente la propria madre. Da quelle prima passeggiate infantili, tenuti per mano dalla mamma, nasce il legame affettivo con la citt\u00e0, coi palazzi, coi negozi, con le chiese, con i portoni, con i cortili, coi balconi di legno, con i giardinetti, con i campanili, con le rogge, coi ponticelli, con i cigni che si lasciano portare dalla corrente, con le statue, con le botteghe, con i cinema, con le bancarelle del mercato, con le venditrici di frutta e verdura, con i preti, con gli artigiani, con i baristi, con i fornai. E, naturalmente, con quella meraviglia infinita, con quel paradiso terrestre che sono le vetrine dei negozi di giocattoli, e specialmente con i soldatini in esposizione, di piombo, di terracotta, di plastica, di gomma, fatti in serie, dipinti a mano, a piedi e a cavallo, legionari romani e cavalieri medievali, giubbe blu e giubbe grigie &#8212; e perfino giubbe rosse, indiani e cow-boy (rispettivamente con le tende, il totem e la canoa, oppure con le diligenze tirate da due o da quattro cavalli), americani e giapponesi, inglesi e tedeschi. E poi gli odori: quello aromatico della bottega di caff\u00e8; quello dolcissimo del panificio; quello irresistibile della pasticceria (che delizia, le pastine de Carli!), quello indefinibilmente esotico (per un bambino capace di stupirsi, tutto invero \u00e8 esotico!) della vernice fresca; quello di benzina dell&#8217;autorimessa; quello fragrante del rosmarino, negli angoli verdi (di nuovo gli affetti familiari: benedetto l&#8217;arrosto col rosmarino che faceva la nonna!). E che dire del profumo del pane fresco, ancora caldo del forno, uscito dalle mani del nonno, il signor Francesco Aloi che aveva uno dei migliori panifici della citt\u00e0 vecchia? E poi l&#8217;odore di cera che si respirava in duomo, e l&#8217;odore d&#8217;incenso della sacrestia, quando, da bambini, si andava a servir Messa con l&#8217;abitino bianco da chierichetti, e poi si assisteva alla recita dei Vespri, nei caldissimi pomeriggi delle domeniche d&#8217;estate, quando tutta la citt\u00e0 boccheggiava e pareva abbandonata dai suoi abitanti. E l&#8217;odore di terra fresca portato dal vento dopo la pioggia, che faceva irrompere un&#8217;aria campestre fin nelle vie del centro, ai piedi del Castello, quasi a ricordare che, in Friuli, la campagna \u00e8 la regola e la citt\u00e0 \u00e8 solo l&#8217;eccezione, assai recente e appena tollerata, a condizione che non si monti la testa e non si sogni di divenir troppo grande?<\/p>\n<p>Abbiano trovato una straordinaria somiglianza di situazioni psicologiche con le nostre, leggendo, da adulti e non a loro primo apparire, le note di vita udinese del bravo giornalista Renzo Valente, cio\u00e8 moti anni dopo aver lasciato la nostra citt\u00e0, con un tale rammarico nel cuore da aver poi voluto ritornarci sempre pi\u00f9 raramente, a alla fine pi\u00f9 mai, proprio per evitare l&#8217;intensit\u00e0 delle emozioni che la sua vista faceva scaturire nel nostro animo, specie vedendola cos\u00ec cambiata, bench\u00e9, a voler essere oggettivi (e per quanto poco c&#8217;entri l&#8217;oggettivit\u00e0 col discorso che stiamo facendo) sia forse una delle citt\u00e0 che son cambiate di meno nell&#8217;ultimo mezzo secolo, in fondo il Teatro Comunale e poco altro, il centro specialmente \u00e8 sostanzialmente quello, hanno &quot;solo&quot; buttato gi\u00f9 le case pi\u00f9 pericolanti (e per noi pi\u00f9 affascinanti) di alcuni vecchi borghi, borgo Ronchi, borgo Treppo, vi Monti, via Petrarca, borgo Cussignacco, via Cisis. Ma la Udine pi\u00f9 vera, quella d&#8217;anteguerra, coi suoi angoli ancora quasi campagnoli, come i cortili interni di borgo San Lazzaro, o come i ballatoi e le scale esterne di legno in Vicolo del Paradiso, era sparita proprio all&#8217;epoca i cui noi aprivamo gli occhi sul mondo: era sparita con il Tram Bianco per Tarcento e il Tram Verde per San Daniele; con le rogge urbane, ricoperte negli anni &#8217;50; con la distruzione, altrettanto barbarica e inutile, di una delle ultime porte medievali, porta San Lazzaro, e di una meraviglia di palazzo come quello del Cinema Eden; con la chiusura dei tanti cinema, alimentati dalla presenza di migliaia di militari (che oggi non ci sono pi\u00f9); dallo spettacolo quasi agreste di piazza San Giacomo con le venditrici di ortaggi e di verdure, venute dalla campagna con le gerle in spalla, che pesavano la merce sulle bilance a stadera e che, la testa avvolta nei loro grandi fazzoletti, davano una nota decisamente campagnola all&#8217;atmosfera animatissima del Mercato Nuovo.<\/p>\n<p>Cos\u00ec Renzo Valente (1916-2002) ha rievocato i due grandi amori della sua vita, la sua citt\u00e0 e sua madre, nel primo capitolo del suo libro <em>Udine 16 millimetri<\/em> (Udine, Arti Grafiche Friulane, quarta edizione, 1991, pp. 18-20):<\/p>\n<p><em>La mia citt\u00e0! Io le volli bene non so nemmeno io da quando, ma mi pare da sempre. Mi fu cara da subito, come accade talvolta con le morose, delle quali basta un&#8217;occhiata per rimanere fulminati, e quando in Mercatovecchio, tirato da mia madre, comincia a trottarvi consapevolmente, sentii immediatamente che, di l\u00ec in avanti, vita natural durante, avrei avuto due amori: uno per la citt\u00e0 e uno per colei che aveva il merito di farmela conoscere.<\/em><\/p>\n<p><em>Povera mamma, che adesso non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 neanche lei, cos\u00ec piccolina e ancora bionda a ottant&#8221;anni, e lo stesso vicina a morire! Non l&#8217;avevo mai guardata tanto, pur avendola avuta accanto per cinquant&#8217;anni interi, tanto a lungo e tanto attentamente, come ai giorni recenti in cui speravo di scoprire su quel caro viso, da un&#8217;ora all&#8217;altra, qualche cosa di nuovo, e di buono, un segno che mi rivelasse che andava meglio, che il male tornava in dietro, che non era vero che doveva morire, come, invece (e non lo volevo credere) lo leggevo negli occhi e nei gesti di chi stava cercando, oh non gi\u00e0 di rimandarmela a casa, ma soltanto di farla partire senza trambusto, e non potevo fare niente! Non dimenticher\u00f2 mai pi\u00f9, in quella parte di vita che mi rimane, le ore che passai nella cameretta dell&#8217;ospedale, il liquido che scendeva nelle sue vene, goccia a goccia, eterno, ossessionante, il polso sottile e tiepido che le tenevo fra le mie mani perch\u00e9 non si muovesse, le sigarette che fumai sul terrazzino quando si appisolava, suor Francesca, le giovani infermiere che venivano a cambiarle posizione poich\u00e9 da sola non vi riusciva pi\u00f9, chiamandola per nome, spesso baciandola, siora Clea siamo qua, chiedendole, prima di lasciarla, se stesse comoda, se volesse ancora qualche cosa, e lei, che ormai non sorrideva pi\u00f9, faceva di s\u00ec o di no con la testa, stanca, sfinita, intimorita da tutti quegli aghi di siringa che via via non si contavamo pi\u00f9, la bocca asciutta, rissa e calda, continuamente aperta ad aspettare che le si bagnasse la lingua, che le si desse un po&#8217; di sollievo, che le si spegnesse il fuoco che aveva dentro, sempre acceso.<\/em><\/p>\n<p><em>Povera mamma, che andavo a trovare pregando dentro di me che l&#8217;autobus facesse presto, che non perdesse tempo, che non trovasse i semafori rossi, per rivederla prima che fosse possibile, per sapere come stava, scongiurandolo, contemporaneamente, che andasse piano, pi\u00f9 piano che avesse potuto, che non si imbattesse nei semafori verdi, che trovasse per la strada viaggiatori a ogni fermata, perch\u00e9 mi portasse da lei il pi\u00f9 tardi possibile, per non vederla stare male!<\/em><\/p>\n<p><em>Quanti anni mi sono passati davanti mentre la guardavo, la sua mano nelle mie, gli occhi celesti pieni di domande, la testa nel cavo del cuscino, i capelli dorati che rigavano come seta le piccole orecchie, di giorno in giorno sempre pi\u00f9 piccole, il nasino ancora elegante, ma pi\u00f9 magro, le narici immobili, la cera rosa di un tempo, ma meno viva, quanti anni!<\/em><\/p>\n<p><em>E mi tornava, guardandola, il tempo in cui, proprio allora, mi portava a spasso per Udine, giovane, bella, fiera e indipendente, sebbene povera e sola, e mi mostrava in piazza Vittorio gli uomini delle ore battere per aria sulla campana, portandomivi anche la sera a vedere la luna sulla teta dell&#8217;angelo, le luci dei caff\u00e8; le vetrine e i tram illuminati, a sentire, dietro le sedie dei clienti , e noi in piedi (oh quanta saliva ho mandato gi\u00f9 guardando mangiare i gelati e bere con le cannucce le bibite che sedevano senza cuore al di l\u00e0 della transenna, su quel piccolo mare di tavolini!), i concertini all&#8217;aperto del Dorta e del Contarena e la banda cittadina sotto la Loggia, nel vano della quale, sommerso dalla folla sempre pi\u00f9 alta di me, scoprivo a mala pena i capelli del maestro Mascagni impazzire fra le teste della gente!<\/em><\/p>\n<p>Forse in questa pagina, che contiene un&#8217;appassionata dichiarazione d&#8217;amore, Renzo Valente ha toccato il vertice della sua bravura di scrittore; e lo ha fatto senza il continuo ricorso, ch&#8217;\u00e8 una sua caratteristica, all&#8217;ironia e all&#8217;auto-ironia, talvolta un po&#8217; forzata, bens\u00ec con l&#8217;estrema sincerit\u00e0 e con la linearit\u00e0 dello stato d&#8217;animo che qui trova espressione, dopo aver macerato cos\u00ec a lungo nel suo animo. Ah, poter camminare ancora una volta, per mano della mamma, lungo la quieta e appartata via Superiore, verso la Porta Villalta; o entrare ancora una volta, sempre con lei, nel negozietto di giocattoli delle simpatiche signorine Bassani, fra via Mercatovecchio e piazza San Giacomo, le quali, tutte sorridenti, tirano fuori dagli scaffali i soldatini dei quali ci sanno appassionati, e ce li pongono sul banco, perch\u00e9 possiamo ammirarli e sceglierne con tutta calma due o tre (non di pi\u00f9, perch\u00e9 la mamma non ha mai voluto viziarci). Oppure, questa volta col pap\u00e0, poter rifare quel tale esame all&#8217;Ospedale Civile, solo per poi fermarsi a bere il cappuccino e intingervi la <em>brioche<\/em> nel vecchio bar all&#8217;angolo, e risentire quel sapore, e rivedere quel raggio di sole entrare obliquamente dalla finestra, nel chiaro mattino d&#8217;una bella giornata di primavera. E poter ripercorrere i viali di periferia insieme al nonno, che si vantava di aver fatto pi\u00f9 volte, cosa che a noi pareva quasi favolosa (specie considerando i suoi piedi piatti!) il <em>giro di Udine<\/em>, espressione un po&#8217; scherzosa, dalle vaghe e involontarie reminiscenze ciclistiche&#8230;<\/p>\n<p>S\u00ec: l&#8217;amore pi\u00f9 grande pu\u00f2 essere quello per la propria citt\u00e0, se s&#8217;intreccia indissolubilmente con il ricordo delle persone care. \u00c8 impossibile dire dove finisca l&#8217;amore per i luoghi e incominci quello per le persone. Per chi, da bambino, abbia sempre vissuto nella propria citt\u00e0 natale, senza quei trasferimenti che, oggi, sembrano normali per moltissime famiglie, ogni strada, ogni angolo, ogni porta, son legati al ricordo delle persone care: o perch\u00e9 eravamo in loro compagnia quando li abbiamo scoperti la prima volta, e impressi per sempre nella mente; o perch\u00e9 ci vivevano i nonni o qualche altra persona di famiglia; o ancora perch\u00e9 abbiamo udito dei racconti familiari che si erano svolti da quelle parti. I cancelli dei rifugi antiaerei di piazza Primo Maggio, sotto il colle del Castello, per esempio: come separare quelle immagini dai racconti commoventi dei nonni, della mamma e delle zie, quando nell&#8217;aria, di notte, si udiva il suono lacerante delle sirene e allora si correva gi\u00f9 in strada, vestiti alla bell&#8217;e meglio, per scampare alla pioggia di bombe e di fuoco che si abbatteva gi\u00f9 dal cielo (oh, ma sempre e solo per il nostro bene, cio\u00e8 di noi italiani; mica per il nostro male!). E come passare accanto alla caserma <em>Di Prampero<\/em>, sopra il largo delle Grazie, senza provare un piccolo brivido e riandare col pensiero al racconto di quei tre giorni drammatici, quando il pap\u00e0 (che ancora non conosceva la mamma) fu arrestato dai cosacchi e portato l\u00ec, in attesa che la sua posizione si chiarisse e il comando tedesco decidesse di rilasciarlo? E come non fremere, davanti a quel portone di via dei Gorghi dove la mamma e la zia, bambine delle elementari, corsero a cercar rifugio allorch\u00e9 un pilota americano, sganciato il suo carico di bombe (ma sempre, giova ripeterlo, per il nostro bene di futuri alleati e non gi\u00e0 per il nostro male di allora nemici), non ancora soddisfatto si abbass\u00f2 e prese a mitragliare le strade a bassa quota, cos\u00ec, tanto per vedere l&#8217;effetto che fa, come avrebbe detto Enzo Jannacci? Strane coincidenze del destino: proprio quel portone avremmo poi varcato, moti anni dopo, per andare ad abitare un una casa con l&#8217;ascensore, dopo che il pap\u00e0 aveva avuto un infarto e non era pi\u00f9 opportuno che facesse le scale tutti i giorni, come accadeva nella vecchia, cara casa di via della Prefettura. E come non ricordare i pranzi dalla <em>Siora Rosa<\/em>, in va Stringher, e quelle meravigliose abbuffate di carne lessa, la sua specialit\u00e0? Oppure gli squisiti scampi e calamari del <em>Fornaretto<\/em>, vicino a piazza San Giacomo? E il cinema-teatro San Giorgio, dove il cappellano ci portava la domenica sera, per premiarci d&#8217;aver servito Messa, a vedere qualche film di Tarzan o di Maciste; lo stesso dove la mamma, da giovane, si era esibita con successo in un concerto di fisarmonica? Ecco appunto: ogni generazione ha la <em>sua<\/em> citt\u00e0 da ammirare e conservare in cuore: e la nostra citt\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 quella che han conosciuto i nostri genitori; n\u00e9 sar\u00e0 quella dei nostri figli. Ogni generazione vede la citt\u00e0 in un certo modo, sotto una certa veste, con un certo aspetto. Per cogliere il continuo mutamento del mondo esterno, bisogna aver dai cinquant&#8217;anni in su; i giovani non ne hanno alcuna idea, perch\u00e9 pensano che le cose siano sempre state cos\u00ec come appaiono al presente. Il segreto dei grandi amori infatti \u00e8 proprio questo: non temono d&#8217;invecchiare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si pu\u00f2 amare una citt\u00e0, la propria citt\u00e0 natale, pi\u00f9 di una donna, pi\u00f9 di qualsiasi altra cosa al mondo? 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