{"id":26101,"date":"2017-06-13T12:43:00","date_gmt":"2017-06-13T12:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/06\/13\/kipling-lultimo-soprassalto-di-vitalita-duna-civilta-letteraria-corrotta-e-decadente\/"},"modified":"2017-06-13T12:43:00","modified_gmt":"2017-06-13T12:43:00","slug":"kipling-lultimo-soprassalto-di-vitalita-duna-civilta-letteraria-corrotta-e-decadente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/06\/13\/kipling-lultimo-soprassalto-di-vitalita-duna-civilta-letteraria-corrotta-e-decadente\/","title":{"rendered":"Kipling, l\u2019ultimo soprassalto di vitalit\u00e0 d\u2019una civilt\u00e0 letteraria corrotta e decadente"},"content":{"rendered":"<p>Rudyard Kipling (Bombay, 30 dicembre 1865-Londra, 18 gennaio 1936) sta alla letteratura inglese come Jack London (San Francisco, 12 gennaio 1876-Glen Ellen, California, 22 novembre 1916) sta a quella statunitense. In entrambi si trova quella spinta all&#8217;azione energica e risoluta, quel culto della forza e della volont\u00e0, quella orgogliosa, e tuttavia problematica, affermazione dell&#8217;uomo nei confronti della natura, e dell&#8217;uomo bianco nei confronti delle altre razze; meglio ancora: dell&#8217;uomo anglosassone, che guarda con un certo disdegno gli altri popoli europei, specie quelli del mezzogiorno e dell&#8217;oriente.<\/p>\n<p>Certo, vi sono anche le differenze: in London \u00e8 assai pronunciata la componente ideologia di sinistra, chiamiamola socialista, peraltro un socialismo tutto suo, sempre fortemente venato di razzismo: la sua sollecitudine va agli operai e ai lavoratori bianchi sfruttati nelle fabbriche, non a qualsiasi abitante del pianeta; che i popoli di colore siano sfruttati, non lo turba affatto, anzi, lo trova giusto, dato che essi hanno tutto da imparare dai loro colonizzatori bianchi. London \u00e8 anche, se possibile, pi\u00f9 individualista, pi\u00f9 &quot;anarchico&quot;; Kipling \u00e8 pi\u00f9 consapevole della forza del gruppo, se non addirittura del branco; gli piace esaltare la potenza di un branco di lupi e far notare che essa si sprigiona dal concorso di tutti verso il comune obiettivo, la conquista della preda. Kipling, inoltre, non ce l&#8217;ha con la rivoluzione industriale, anche se non ne subisce il fascino; i problemi sociali lo interessano meno; in un certo senso, egli \u00e8 perfino pi\u00f9 primitivo dell&#8217;americano, al punto da creare un personaggio indimenticabile, Mowgli, che \u00e8 un ragazzino cresciuto con gli animali della foresta indiana, e un altro, Kim, cresciuto libero e selvaggio, nella povert\u00e0 e nella capacit\u00e0 di adattamento, senza mai scordarsi d&#8217;essere il figlio di un sergente irlandese e, quindi, di avere, come membro della trib\u00f9 dei bianchi, degli speciali diritti, che gli indigeni non possiedono. Entrambi ammirano la forza, la destrezza, l&#8217;indipendenza, l&#8217;istinto infallibile degli animali; London incentra alcuni romanzi su dei cani intelligenti e coraggiosi, assumendo completamente il loro punto di vista; Kipling descrive le fiere della giungla con la partecipazione e l&#8217;entusiasmo che vengono solo da un animo capace di disprezzare, se occorre, la compagnia degli uomini, andando diritto per la propria strada. Entrambi, comunque, ammirano gli animali selvaggi, gli animali da preda, perch\u00e9 sanno lottare per vivere, e riconoscono la &quot;giustizia&quot; della legge naturale; che non coincide, per\u00f2, con la legge del pi\u00f9 forte, ma del pi\u00f9 abile, per cui nessuno dei due cade nel superomismo, allora tanto di moda, n\u00e9 si lascia impantanare ciecamente nelle teorie del darwinismo sociale, se non per quel tanto che quasi tutti gli scrittori di fine Ottocento sono soliti concedere, chi pi\u00f9, chi meno, quasi come un obolo inevitabile, ma piuttosto formale. Entrambi, inoltre, amano uno stile secco, spoglio e disadorno, ma, in compenso, estremamente vigoroso: disprezzano la sintassi elaborata e le frasi complesse, amano andare dritti al punto; del resto, entrambi vengono dalla gavetta, entrambi si sono fatti largo da <em>outsider<\/em> nel mondo delle lettere, ed entrambi hanno sempre conservato una profonda diffidenza, ampiamente ricambiata, nei confronti dei salotti buoni della cultura, dove si sorbisce il t\u00e8 tenendo il dito mignolo graziosamente sollevato, e dove si spettegola e si snocciolano velenose malignit\u00e0 a destra e a manca, specialmente contro i nuovi arrivati nel mondo della carta stampata. Entrambi amano e apprezzano il lavoro manuale, l&#8217;umile e dura fatica del contadino, dell&#8217;allevatore, del piantatore, del pescatore, il coraggio dell&#8217;emigrante, l&#8217;ardimento dell&#8217;uomo di mare, la tenacia del colono che si spinge verso nuove terre e apre ai frutti del lavoro umano religioni selvagge e inesplorate.<\/p>\n<p>Eppure uno dei due, Kipling, \u00e8 anche poeta, e nei versi del poemetto <em>Dunga Din<\/em>, per esempio, sa celebrare l&#8217;eroismo delle truppe britanniche in India, e anche quello di un umile portatore d&#8217;acqua indigeno, senza scivolare nella trappola della retorica patriottica a buon mercato, ma con accenti di schietta sincerit\u00e0. Ecco il punto: Kipling \u00e8 diventato il bardo dell&#8221;imperialismo britannico, mentre London rimane, al fondo, pur sempre un eterno irregolare, un vagabondo, un apolide, il quale, pur ammirando il vigore e l&#8217;intraprendenza dei suoi concittadini, sogna le solitudini dell&#8217;Artico o quelle dei Mari del Sud, e si trova poco a suo agio in seno alla civilt\u00e0.<\/p>\n<p>Molto \u00e8 stato detto e scritto, forse anche troppo, sull&#8217;imperialismo di Kipilig; proviamo a fare un po&#8217; di chiarezza. La sua poesia <em>The White Man&#8217;s Burden<\/em> (<em>Il fardello dell&#8217;uomo bianco<\/em>), del 1899, \u00e8 diventata sin troppo famosa, quale tipica manifestazione dell&#8217;ipocrisia su cui si regge l&#8217;idea colonialista: lo sfruttamento dei popoli e delle ricchezze altrui, dietro la maschera della missione civilizzatrice. Ebbene: diciamo chiaro e tondo che Kipling, nato in India e cresciuto con la perenne nostalgia dell&#8217;India &quot;selvaggia&quot;, \u00e8 alieno da qualunque forma d&#8217;ipocrisia: se ritiene, come scrive in quella poesia, che l&#8217;uomo bianco, meglio ancora, la razza anglo-sassone (la poesia \u00e8 dedicata alla conquista americana delle Filippine, nel 1898) abbia una speciale missione di civilt\u00e0 da compiere, \u00e8 perch\u00e9 lo pensa realmente, sinceramente; e l&#8217;ipocrisia, semmai, \u00e8 quella di chi, perfino a distanza di tanto tempo, non vuole ammettere che quel sentimento era condiviso, allora, cio\u00e8 pi\u00f9 di un secolo fa, dalla maggioranza degli intellettuali ed egli esponenti del mondo della cultura, sia in Europa che in America.<\/p>\n<p>Tuttavia, non si tratta solo di questo, e cio\u00e8 del fatto che la &quot;colpa&quot; di Kipling, agli occhi dei critici odierni, benpensanti e progressisti, \u00e8 stata essenzialmente quella di aver detto forte e chiaro ci\u00f2 che, ai suoi tempi, sentiva e pensava il novanta per cento dei suoi colleghi scrittori, sia in Gran Bretagna che negli altri Paesi europei e negli Stati Uniti. La cosa pi\u00f9 importante da osservare, a proposito dell&#8217;imperialismo di Kipling, \u00e8 che esso non si traduce mai in un culto della forza fine a se stesso, n\u00e9 in una celebrazione brutale del &quot;diritto&quot; allo sfruttamento del pi\u00f9 forte sopra il pi\u00f9 debole. Al contrario: per lui, il diritto della forza \u00e8 conforme a una legge naturale, ed ha, nella sua visione &quot;naturalistica&quot;, una intrinseca moralit\u00e0, quella, appunto, che gli viene dalla natura.Pertanto, l&#8217;imperialismo e il colonialismo, nella sua ottica, non sono l&#8217;arbitrio egoistico del pi\u00f9 forte, ma lo strumento di cui si serve una legge morale superiore, quella che spinge l&#8217;umanit\u00e0 civilizzata a lottare, e, se necessario, a sacrificarsi, per affermare i valori pi\u00f9 alti dei quali \u00e8 depositaria, e diffonderli presso i popoli che ne sono privi, o solo insufficientemente dotati. Per esempio, nella citata poesia <em>The White&#8217;s Man Burden<\/em>, Kipling non celebra la conquista delle Filippine da parte degli Americani a danno della Spagna, ma la dura, sporca, sanguinosa guerriglia che essi devono sostenere, in un secondo tempo, contro gli stessi Filippini, ai quali devono portare la superiore civilt\u00e0 bianca, anche al prezzo di non essere compresi, di essere criticati, esecrati e combattuti, di dover sopportare l&#8217;ostilit\u00e0 e l&#8217;&quot;ingratitudine&quot; di un popolo che essi erano venuti, s\u00ec, a liberare (dal decrepito e ormai inadeguato dominio coloniale spagnolo), ma per innalzarlo ad un superiore livello di civilt\u00e0, e non per abbandonarlo all&#8217;arbitrio e alle violenze indiscriminate di bande guerrigliere indisciplinate e primitive.<\/p>\n<p>Quanto alla celebrazione dell&#8217;Impero britannico, l&#8217;atteggiamento di Kipling, fiero e orgoglioso di esso al punto di non saper fare alcuna distinzione fra una guerra di aggressione ai danni di un popolo pi\u00f9 debole, come i Boeri nel Sud Africa, la cui vera colpa era quella di aver occupato una regione ricca d&#8217;oro e diamanti e di ostacolare la marcia inglese <em>from Cairo to the Cape<\/em>, ed una in cui \u00e8 in gioco la sopravvivenza stessa della sua patria (si pensi ai versi solenni e maestosi coi quali egli rievoca l&#8217;epico scontro delle navi da battaglia al largo dello Jutland, nella Prima guerra mondiale), bisognerebbe, prima di giudicarlo, cercare di comprenderlo. Kipling ha la dote della sincerit\u00e0, anche se brutale: non crede che si possa fare la frittata senza rompere le uova; non crede, cio\u00e8, che si possa portare la civilt\u00e0 fra gli applausi e le grida di consenso dei popoli africani ed asiatici. Sa che la storia \u00e8 la storia degli uomini, e che nulla, in essa, viene dato gratis, nulla viene regalato, mai, da alcuno: anche le cause pi\u00f9 giuste devono lottare duramente per affermarsi, e devono tenersi pronte a fronteggiare l&#8217;incomprensione e l&#8217;ingratitudine altrui. Ma una cosa \u00e8 analizzare le caratteristiche dell&#8217;imperialismo e del colonialismo britannici sul piano della critica storiografica, cosa in se stessa perfettamente lecita e anzi doverosa, per mostrarne il lato oscuro, l&#8217;avidit\u00e0, l&#8217;egoismo sfrenato, e anche, non di rado, l&#8217;ipocrisia paternalistica di cui amava avvolgersi; e un&#8217;altra cosa \u00e8 fare di Kipling il consapevole strumento di quel lato oscuro, di quell&#8217;avidit\u00e0, di quell&#8217;egoismo e di quella ipocrisia. Kipling non ha creato il mito dell&#8217;impero, lo ha trovato gi\u00e0 vivo e operante, gi\u00e0 diffuso nella mentalit\u00e0 dei suoi connazionali: quel che ha fatto, \u00e8 stato di nobilitarlo e innalzarlo al livello di una missione di civilt\u00e0, e, sul piano dell&#8217;arte &#8212; quel che realmente c&#8217;importa, finch\u00e9 restiamo sul piano letterario e valutiamo l&#8217;opera di Kipling con gli stessi criteri coi quali ci si accosta a qualunque altro scrittore &#8212; \u00e8 stato capace di dare dignit\u00e0 e nobilt\u00e0 alla materia prescelta, facendone, s\u00ec, anche una &quot;ideologia&quot;, ma allo stesso modo in cui hanno fatto &quot;ideologia&quot; Galilei nella rivoluzione scientifica, Voltaire nel&#8217;illuminismo, Wackenroder nel romanticismo, Taine nel naturalismo, Wilde o Huysmans nel decadentismo, Marinetti nel futurismo, eccetera. Se &quot;ideologia&quot; \u00e8 definizione di una certa visione del mondo, ebbene, Kipling ha contribuito pi\u00f9 di chiunque altro, nel campo delle lettere, a definire l&#8217;ideologia dell&#8217;imperialismo; e ha offerto, o rafforzato, o chiarito, a centinaia di migliaia, anzi, a milioni di suoi concittadini, lo strumento ideologico di cui avevano bisogno, per procedere in una delle pi\u00f9 vaste e pi\u00f9 misconosciute epopee della storia: la diffusione della civilt\u00e0 europea in ogni angolo del globo terracqueo, colonizzando interi continenti, come l&#8217;Australia, o mettendo a frutto Paesi immensi, come il Canada. E ci\u00f2 fu fatto, senza dubbio, anche al prezzo di sottomettere popoli indigeni e, qualche volta, perfino di sterminarli (come nel caso dei Tasmaniani), ma, in ogni caso, animati dalla coscienza di una missione da svolgere, una missione non ignobile, fatta, prima ancora che di conquiste militari, di duro lavoro e di disponibilit\u00e0 a sopportare i pi\u00f9 grandi sacrifici, di misurarsi aspramente con se stessi, di adattarsi ai pi\u00f9 grandi cambiamenti, di confrontarsi con delle vere e proprie &quot;missioni impossibili&quot;, sia che si trattasse di mettere a coltura dei territori aridi quasi come deserti, ma potenzialmente ricchissimi, sia che si trattasse di tener testa a orde strabocchevoli di indigeni infuriati e ben decisi a rifiutare il modello della civilt\u00e0 bianca, come nel caso memorabile dell&#8217;assedio delle Legazioni, a Pechino, durante la rivolta dei Boxer.<\/p>\n<p>Uno dei ritratti pi\u00f9 vivi e schietti dell&#8217;opera di Kipling nel contesto della cultura britannica del suo tempo (ma il quadro \u00e8 validissimo anche se lo allarghiamo ad includere l&#8217;insieme della civilt\u00e0 letteraria europea, anzi, occidentale, al giro di boa fra XIX e XX secolo) lo abbiamo trovato non in qualche storia critica della letteratura inglese, ma nella prefazione ad una edizione italiana di <em>Capitani coraggiosi<\/em> concepita per un pubblico giovanile e impreziosita dalle bellissime illustrazioni dell&#8217;artista russo Vsevolod Petrovic Nicouline, prefazione firmata da un misterioso M. d. L., che non ha voluto svelare la sua identit\u00e0 (da: R. Kipling, <em>Capitani coraggiosi<\/em>; tradizione di Mario Malatesta, Firenze, Casa Editrice Marzocco, 1950, pp. VI-VIII e IX-X):<\/p>\n<p><em>Kipling prende letteralmente d&#8217;assalto il mondo letterario anglo-sassone di quel tempo, e la sua azione di conquista, che in breve lo port\u00f2 al sommo della scala dei valori, ebbe un che di brutale e di violento, che per molti anni non gli fu perdonato, in certi ambienti.<\/em><\/p>\n<p><em>Mondo di finta rispettabilit\u00e0 tutta esteriore, mondo di vacuo estetismo, quello del tempo; manierato superficialmente, settico e cinico nel fondo; anemico in sostanza. Era il periodo in cui poteva fiorire il &quot;Dorian Gray&quot; di Wilde. Dalla morta e poco pulita gora, ben pochi emergevano: Meredith, Morris, Stevenson, Hardy, Tennyson, Swinburne, Yeats e pochi altri.<\/em><\/p>\n<p><em>Il giovane scrittore si fece largo a gomitate, in questo mondo, che ne fu dapprima sconvolto e scandalizzato. Chi era costui, infine, che osava tanto? Che voleva, che valeva questo &quot;tamburino indiano&quot;?<\/em><\/p>\n<p><em>Ne furon presto edotti. Nemico giurato d&#8217;ogni convenzionalismo di maniera e d&#8217;ogni svenevolezza di stile e di forma, Kipling era il narratore della vita reale, con le sue brutture e le sue bassezze, ma pi\u00f9 ancora con le sue bellezze e i suoi eroismi. E ne scriveva con un&#8217;esuberanza quasi fisica, tale da far bene comprendere che i suoi protagonisti erano uomini vivi e reali, con tutte le loro virt\u00f9 e i loro difetti.<\/em><\/p>\n<p><em>Soldati e marinai, funzionari e avventurieri coloniali, pescatori, costruttori di ponti e di strade, lavoratori della terra e dell&#8217;officina, con la piena coscienza della loro abilit\u00e0, dei loro intenti, ed anche delle loro debolezze, con i loro modi reali e non immaginari, con il loro linguaggio spesso tutt&#8217;altro che ortodosso, s&#8217;avvicendavano nella sua prosa e nei suoi versi, con vivida e perfetta naturalezza.<\/em><\/p>\n<p><em>Era una cosa nuova, colp\u00ec favorevolmente, e fu la causa determinante dell&#8217;immediata popolarit\u00e0 di Kipling.<\/em><\/p>\n<p><em>I Britanni, protesi alla conquista del loro impero, attendevano il poeta che desse ali di canto a questo loro epico sforzo, lo scrittore che infondesse loro &#8212; potente viatico per le fatiche ed i pericoli d&#8217;ogni giorno &#8212; la piena coscienza dell&#8217;ardua e fatidica missione ch&#8217;essi erano chiamati a compiere in terre lontane, per il proprio paese. Si era stanchi, d&#8217;altronde, del poeta che usava la penna come un elegante fioretto, che cantava il fiore e l&#8217;augellino, la luna e gli innamorati, dello scrittore che poneva i suoi protagonisti e i suoi eroi in un mondo irreale, fuori di portata, nel tempo e nello spazio.<\/em><\/p>\n<p><em>Kipling fu cos\u00ec il Bardo dell&#8217;Impero. Parl\u00f2 con sonoro linguaggio comprensibile e vigoroso, che subito fu udito e raccolto dai pionieri, anche illetterati, che costruivano in ogni pare del mondo e in ogni campo la potenza britannica. S&#8217;impose, e fu amato, anche perch\u00e9 quello era il suo momento. Il mondo, del resto, \u00e8 sempre stato proclive ad accogliere favorevolmente colui che \u00e8 forte, che sa ci\u00f2 che vuole, che ha, per dirla brutalmente, del fegato. E Kipling aveva la sicurezza di s\u00e9, il coraggio, la brutalit\u00e0 anche; oltre l&#8217;originalit\u00e0, s&#8217;intende, e la formidabile inventiva, che gli permetteva di descrivere e illustrare, con abbondanza e pittoresca vivacit\u00e0 di particolari, strane genti e strani paesi.<\/em><\/p>\n<p><em>La sua influenza fu davvero straordinaria, anche nel campo puramente letterario; tanto da aprire, sotto certi aspetti, una nuova \u00e8ra della letteratura anglo-sassone. Gli scrittori gi\u00e0 affermatisi mostrarono, sul principio, un certo risentimento. Non riuscivano a digerire questo zingaro della letteratura, che spezzava le leggi e le tradizioni dell&#8217;arte delle lettere, questo misto, come fu detto, di monaco benedettino, crociato e bucaniere, questo pagano adoratore della natura, che non si piegava ai superiori dettami dell&#8217;educazione oxfordiana. Poi, dovettero inchinarsi e riconoscerne l&#8217;incontestabile superiorit\u00e0. Nella generazione dei giovani scrittori, egli promosse la convinzione che in letteratura vale pi\u00f9 la precisione impressionistica, che la soavit\u00e0 del linguaggio; che la concisione e persino l&#8217;asprezza sono forze poderose nello stile; e che l&#8217;energia e il dar di gomito valgono in letteratura altrettanto che nella vita. Nel pubblico, ampliandone la visuale, gener\u00f2 una maggiore indipendenza di giudizio, in fatto di simpatie e antipatie letterarie.<\/em><\/p>\n<p><em>In una corrente continua, per un periodo di trenta anni, egli mise insieme oltre venticinque opere, in prosa e in versi, ciascuna delle quali, anche le meno riuscite, porta l&#8217;inconfondibile marchio del genio.<\/em><\/p>\n<p><em>Fu lui a far conoscere, meglio e pi\u00f9 di qualsiasi altro scrittore inglese e indiano, la sua terra nativa, attraverso infiniti e indimenticabili tipi e caratteri, in una lunga serie di magnifici racconti, in una miriadi di scintillati frasi realistiche.<\/em><\/p>\n<p><em>Di tutto scrisse, del resto, nel suo incomparabile e pittoresco stile. Racconti, poemi, saggi critici, articoli e romanzi, in cui a volta a volta sono protagonisti l&#8217;indigeno e il bianco, la bestia e la natura, verso le quali egli fa sempre assumere dall&#8217;uomo una posizione di aperta e gloriosa conquista. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>S\u00ec, egli appare barbaro, a volte; ma anche quando \u00e8 barbaro \u00e8 cos\u00ec genuino, che disarma ogni ostilit\u00e0 ed ogni critica, da vero e grande artista. Anche quando \u00e8 brutale, ha sempre uno sfondo morale, come del resto quasi tutti gli scrittori anglosassoni. Ma non sermoneggia, perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 in lui la disposizione di atteggiarsi a moralista. Egli vede il mondo cos\u00ec com&#8217;\u00e8, con le sue risate e le sue lacrime, la sua follia e la sua saggezza. Il male non lo induce mai ad uno sterile e magniloquente risveglio Egli non pretende di essere un santo, ed il suo consiglio all&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 sempre un consiglio virile: affrontare la vita, eseguire il compito che ci \u00e8 destinato, con fermezza e saggezza, pronti a tutto, con la spada o la penna, azione ed intelletto; &quot;poich\u00e9 non siamo n\u00e9 imbelli n\u00e9 d\u00e9i, ma uomini, in un mondo di uomini&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Kipling esalta la vita eroica. Per lui, chiunque opera con onesto coraggio nella propria sfera d&#8217;azione, va aiutato, esaltato. Continuamente egli fa appello all&#8217;onest\u00e0 e al coraggio del singolo per il bene comune. &quot;La forza del lupo \u00e8 nel branco, e quella del branco nel lupo&quot;, dice nel &quot;Libro della Jungla&quot;; eterna legge di conservazione, questa, senza la quale non pu\u00f2 esservi ordine e potenza, n\u00e9 per gli individui, n\u00e9 per le nazioni. La gerarchia di Kipling \u00e8 quella della natura, dello spirito e delle capacit\u00e0, e non quella della semplice e bruta sopraffazione del pi\u00f9 forte. Il suo Dio \u00e8 il Dio delle battaglie, terribile e potente, ma umano nel fondo, poich\u00e9 simpatizza con chi combatte e lavora, e vedr\u00e0 infine che giustizia sia fatta.<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 un ritratto potente, in gran parte acuto e veritiero, di cui ci piacerebbe conoscere l&#8217;autore. In ogni caso, M. d. L. ha il merito di evidenziare lo sfondo sul quale \u00e8 emersa, stagliandosi con prepotenza, l&#8217;opera di Kipling: quello di una cultura inglese (e, in verit\u00e0, europea) profondamente decadente, anche in senso morale, oltre che estetico; di una societ\u00e0 sprofondata nelle mollezze estetizzanti e nei languori senili di un benessere e di una potenza materiali che si sono, un poco alla volta, trasformati in malessere e in cattiva coscienza: quella, s\u00ec, impregnata d&#8217;ipocrisia, come si vide quando scoppi\u00f2 l&#8217;<em>affaire<\/em> di Oscar Wilde, dapprima osannato e idolatrato nei migliori salotti della societ\u00e0 londinese, poi gettato impietosamente alle ortiche, dopo il processo e la condanna, bench\u00e9 tutti sapessero, assai prima di quell&#8217;esito disastroso, quali fossero i gusti, e i vizi, dello sfortunato scrittore.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, il successo quasi di scandalo di Kipling (uno scandalo alla rovescia, perch\u00e9 egli rivendicava le ragioni della vita sana ed energica, contro le degenerazioni e la decadenza spirituale dell&#8217;Occidente) attesta quale fosse il livello ormai prevalente di &quot;malattia&quot; della cultura europea: una cultura che aveva imboccato la via del nichilismo e che corteggiava apertamente la morte, il nulla, la disperazione, il vizio, il sospetto, la negazione, lo sberleffo, la profanazione; che non credeva pi\u00f9 n\u00e9 in Dio, n\u00e9 alla patria, e meno ancora alla famiglia; che derideva il sacro, la seriet\u00e0, l&#8217;impegno, la buona fede; che esaltava la trasgressione, la contraddizione, la mancanza di senso; che assisteva, con segreto e masochistico compiacimento, alla dissoluzione dell&#8217;io, alla frantumazione della coscienza, allo straniamento dell&#8217;uomo da se stesso, al dilagare di un relativismo sfrenato, di un soggettivismo autodistruttivo. Tutto questo era ancora solo parzialmente emerso, solo parzialmente esplicito; per\u00f2 la letteratura stava imboccando quella strada, e, una volta trovatala, non l&#8217;avrebbe pi\u00f9 lasciata. Sarebbe stata la rivincita postuma di Wilde, di Madame Bovary, delle donne dannate di Baudelaire, del professor Aschenbach di Thomas Mann, e anche del professor Unrat di Heinrich Mann: la rivincita dei falliti, dei lussuriosi, degli indolenti, degli estetici, dei narcisisti, degli edonisti e di tutto quelli che non hanno pi\u00f9 uno scopo nella vita, n\u00e9 una meta, n\u00e9 un obiettivo, n\u00e9 un fine da raggiungere. La rivincita degli antieroi di Svevo, di Pirandello, di Kafka, di Musil: personalit\u00e0 contorte, stranite, allucinate, malate di un eccesso d&#8217;introspezione e di sottigliezza dialettica; gente disadatta alla vita, anzi, senza pi\u00f9 voglia di vivere, ma, in compenso, abbondantemente dotata d&#8217;ironia, di sarcasmo, di spirito critico e demolitore, di rancore da sfogare, di conti da saldare, di aspettative avvizzite di cui rivalersi, di sogni infranti da rivendicare. Gente sbandata, disancorata, intrappolata, chiusa nel cerchio stregato della propria debolezza, della propria sterile &quot;saggezza&quot;, ridotta ad arte di distruggere le certezze altrui e di sporcare e infangare a pi\u00f9 non posso quel poco di pulito che ancora si trova in circolazione, a cominciare dall&#8217;infanzia. Anime perse, vomitate dal <em>sottosuolo<\/em> di Dostoevskij, demoni ebbri di distruzione, nichilisti fiammeggianti, i quali, non avendo pi\u00f9 nulla da sperare, n\u00e9 da perdere, vorrebbero appiccare l&#8217;incendio all&#8217;universo mondo, e poi stare a godesi lo spettacolo.<\/p>\n<p>Nel migliore dei casi, la cultura di fine Ottocento aveva da offrire degli eroi perplessi, incrinati, vacillanti, falsamene sicuri di s\u00e9, ma, sotterraneamente, disorientati e sul punto di crollare al primo soffio di vento: eroi come Lord Jim di Conrad, lo scrittore che, per molti aspetti, si pu\u00f2 considerare come l&#8217;anti-Kipling. I suoi protagonisti &quot;maledetti&quot;, segnati da un misto di sfortuna e di congenita debolezza, ma ansiosi di riscatto, si contrappongono agli eroi positivi, come nel buon tempo antico, di Kipling, ai suoi capitani coraggiosi, ai suoi ragazzi volonterosi, ai suoi marinai, ai suoi avventurieri, ai suoi coloni pieni di ardimento e di audacia, dai sogni smisurati, incontenibili come forze della natura. Agli eroi di Kipling non capita mai di precipitare nel disonore, come accade a Lord Jim, e di trascorrere il resto della vita nel tentativo di riscattarsi; n\u00e9, tanto meno, di aver voglia di togliersi la vita, come il Martin Eden di Jack London. No: in loro l&#8217;amore per la vita \u00e8 troppo forte, niente e nessuno riesce a schiantarlo, neppure a incrinarlo: sono tutti d&#8217;un pezzo, sono solidi come la roccia, e, anche se conoscono difficolt\u00e0, pericoli e anche momenti di scoraggiamento, poi si riprendono sempre, perch\u00e9 li sostiene un&#8217;altissima coscienza del dovere da compiere. Non sono dei bruti, e neppure dei superuomini. Ecco perch\u00e9 l&#8217;accusa di brutalit\u00e0, o di darwinismo sociale, rivolta a Kipling, \u00e8 ingenerosa: anche ammettendo che il darwinismo sociale fosse largamente diffuso fra gl&#8217;intellettuali dell&#8217;epoca, se non come una precisa teoria sociologica, certo come un&#8217;istintiva visione del mondo, resta il fatto che gli eroi di Kipling non celebrano se stessi, e che egli non vuole celebrare, attraverso di loro, l&#8217;io individuale, limitato e prepotente; essi sono al servizio di un qualcosa che li supera, uno spirito collettivo, che, dal punto di vista della loro coscienza morale, si pu\u00f2 identificare con la missione civilizzatrice del popolo inglese, ma che, in generale, \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 grande ancora. Che cosa? Vi \u00e8 qui un presentimento, un preambolo del sentimento religioso vero e proprio? La vita come dovere diventa la premessa per la vita buona al cospetto di Dio? Il passo sarebbe troppo lungo e non possiamo forzare l&#8217;opera di Kipling al di l\u00e0 di quel che lo scrittore ha voluto dire. Troppo forte in lui \u00e8 il senso immediato e quasi pagano della natura; e la legge della natura elevata a legge morale \u00e8 suscettibile, s\u00ec, di un ulteriore cammino verso la coscienza religiosa, ma si tratta solo di una mera possibilit\u00e0, e non vi sono indizi sufficienti per ipotizzare che i suoi eroi siano pronti a percorrerla.<\/p>\n<p>Una cosa, per\u00f2, \u00e8 certa. Questi personaggi sanno ci\u00f2 che vogliono: e questo appare straordinario nel contesto della letteratura di fine Ottocento e del primo Novecento. In mezzo ai Mattia Pascal che vogliono cambiare vita, agli Zeno Cosini che sono torturati dalla nevrosi, ai Marcel (della <em>Recherche<\/em>) che vivono inseguendo voluttuosamente il passato, agli <em>uomini senza qualit\u00e0<\/em> che non sanno che fare della loro esistenza, a tutta un&#8217;umanit\u00e0 che si dibatte nel <em>male di vivere<\/em>, nel <em>pozzo della solitudine<\/em>, o che si consuma in sterili giochi e oziose schermaglie, in <em>gite al faro<\/em> e in preparazioni della festa per il genetliaco dell&#8217;imperatore, in mezzo a tutti questi Leopold Bloom che non sanno chi sono e cosa vogliono, i personaggi di Kipling affermano risolutamente se stessi, la loro fede nel domani, la loro voglia di battersi per ci\u00f2 in cui credono e per difendere quello che amano. Perfino un umile portatore d&#8217;acqua, come Dunga Din, muore felice, sapendo di aver assolto sino in fondo la propria missione. Nessuno \u00e8 sprecato, nessuno si sente inutile o superfluo. E questo \u00e8 proprio l&#8217;aspetto dell&#8217;opera di Kipling che, probabilmente, dava fastidio alle Virginia Woolf e ai James Joyce, e che d\u00e0 fastidio tutt&#8217;oggi &#8212; anzi, oggi pi\u00f9 che mai &#8212; ai critici e agli intellettuali modernisti e progressisti, tutti debitamente democratici e anti-imperialisti (almeno a parole), per i quali il semplice fatto di credere in qualcosa e di aver fede nella vita appaiono gi\u00e0 come una forma d&#8217;insopportabile arroganza e quasi come un sacrilegio, un tacito rimprovero nei confronti della loro piagnucolosa coscienza dell&#8217;infelicit\u00e0 universale&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rudyard Kipling (Bombay, 30 dicembre 1865-Londra, 18 gennaio 1936) sta alla letteratura inglese come Jack London (San Francisco, 12 gennaio 1876-Glen Ellen, California, 22 novembre 1916)<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[110],"class_list":["post-26101","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-civilta"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26101","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26101"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26101\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26101"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26101"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26101"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}