{"id":26097,"date":"2007-07-05T01:14:00","date_gmt":"2007-07-05T01:14:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/05\/il-paradosso-della-fede-timore-e-tremore-di-kierkegaard\/"},"modified":"2007-07-05T01:14:00","modified_gmt":"2007-07-05T01:14:00","slug":"il-paradosso-della-fede-timore-e-tremore-di-kierkegaard","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/05\/il-paradosso-della-fede-timore-e-tremore-di-kierkegaard\/","title":{"rendered":"Il paradosso della fede: \u00abTimore e tremore\u00bb di Kierkegaard"},"content":{"rendered":"<p><em>&quot;Non v&#8217;\u00e8 dubbio che \u00abTimore e tremore\u00bb appartenga ai grandi capolavori di Kierkegaard. Scritta nel 1843 (&#8230;), l&#8217;opera \u00e8 come una breve sinfonia che contiene, felicemente armonizzati e fusi, tutti i i motivi dominanti del pensiero e dell&#8217;arte di Kierkegaard. Scritta in quello stile agile e narrativo che caratterizza anche \u00abAut-aut\u00bb e \u00abLa ripresa\u00bb, veri romanzi filosofici, \u00abTimore e tremore\u00bb racchiude gi\u00e0 pienamente consapevole e compiuta la critica del sistema e dell&#8217;hegelismo, il<\/em> Leit-motiv <em>kierkegaardiano della vera religiosit\u00e0 e dell&#8217;essenza paradossale della fede, non riducibile in alcun modo a categorie extrareligiose come la logica, l&#8217;estetica o l&#8217;etica, il motivo, anch&#8217;esso centrale, del \u00absingolo\u00bb nella sua solitudine angosciosa di fronte al paradossale mistero di Dio. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 questo uno dei testi pi\u00f9 indicativi e caratteristici del pensiero di Kierkegaard. Nella figura di Abramo \u00abcavaliere della fede\u00bb, nella situazione estrema, al di l\u00e0 del bene e del male, del vero e del falso, in cui Abramo mette a durissima prova la sua fede, abbiamo un ritratto esemplare dello stadio religioso dell&#8217;esistenza e un compendio o uno scorcio di tutta quanta la riflessione kierkegaardiana. Corrisponde alla tendenza pi\u00f9 intima di una filosofia esistenziale, come quella kierkegaardiana, incarnare in un personaggio, reale o fantastico un momento ben focalizzato nella galleria delle possibilit\u00e0 e degli atteggiamenti chela vita offre all&#8217;uomo. E nel ritratto di Abramo, dell&#8217;uomo che sacrifica al comando di Dio il proprio bene pi\u00f9 alto, l&#8217;ultimo figlio ottenuto quasi per grazia al culmine degli anni, scorgiamo non gi\u00e0 un autoritratto fedele dell&#8217;uomo S\u00f6ren Kierkegaard, bens\u00ec una proiezione ideale, un ritratto immaginario di quell&#8217;<\/em>homo religiosus <em>che il pensiero kierkegaardiano, in tutte le fasi del suo svolgimento, ha tracciato come valore supremo dell&#8217;esistenza.&quot;<\/em><\/p>\n<p>REMO CANTONI, Saggio introduttivo a <em>\u00abTimore e tremore\u00bb<\/em><\/p>\n<p>S\u00f6ren Kierkegaard scrive <em>Timore e tremore<\/em> nello stesso anno in cui pubblica, l&#8217;uno dopo l&#8217;altro, <em>Aut-aut, Due discosi edificanti, la ripresa, Tre discorsi edificanti, Quattro discorsi edificanti.<\/em> E il 1843, un anno veramente prodigioso nella vita del Nostro; due anni prima aveva rotto il fidanzamento con Regina Olsen ed era partito per Berlino, ad ascoltare le lezioni di Schelling; l&#8217;anno dopo pubblicher\u00e0 le <em>Bruciole di filosofia<\/em> (la sua opera pi\u00f9 importante in senso strettamente filosofico) e <em>Il concetto dell&#8217;angoscia.<\/em> Fra il 145 e il 1855, l&#8217;anno della morte (era nato a Copenaghen nel 1813), pubblicher\u00e0 ancora moltissimi scritti, ma non pi\u00f9 con quella incontenibile &quot;eruzione&quot; del biennio 1843-44, e impegner\u00e0 molte energie, fino al totale esaurimento fisico, in una disperata battaglia contro il luteranesimo della Chiesa ufficiale, accusandolo di filisteismo e ipocrisia e ribadendo sempre, con estrema coerenza, il concetto della fede come &quot;scandalo&quot; e rifiuto di ogni convenzione esteriore. In senso filosofico, le sue opere pi\u00f9 importanti dell&#8217;ultimo decennio saranno <em>Stadi sul cammino della vita<\/em> (1845, che comprende <em>In vino veritas,<\/em> mirabile dialogo sulla falsariga del <em>Simposio<\/em> platonico ), <em>Postilla conclusiva non scientifica alle \u00abBriciole di filosofia\u00bb<\/em> (1846) <em>La malattia mortale<\/em> (1849).<\/p>\n<p>Kiertkegaard amava pubblicare le sue opere sotto una variet\u00e0 di pseudonimi che, nell&#8217;apparente diversit\u00e0 dei personaggi, possono sconcertare &#8211; di primo acchito &#8211; il lettore che lo accosti per la prima volta, ma che rivelano un fitto intreccio di posizioni complementari di una filosofia in perenne movimento, sempre insoddisfatta di s\u00e9 stessa e sempre protesa alla ricerca della verit\u00e0; oltre a mostrare la propensione dell&#8217;Autore per una sorta di gioco intellettuale per le \u00abmaschere\u00bb che, per\u00f2, non sono mai un ozioso gioco letterario, quanto piuttosto una precisa strategia pedagogica basata su un&#8217;esigenza profonda di autenticit\u00e0 e scavo interiore, di una prodigiosa ricchezza umana e intellettuale che non si lascia circoscrivere nei limiti angusti di un pensiero univoco e sistematico. Anche per <em>Timore e tremore<\/em> l&#8217;autore si serve di uno pseudonimo, quello di Johannes de Silentio, che firma per esteso l&#8217;ironica e raffinata <em>Introduzione<\/em>: perch\u00e9 Kierkegaard si serve spesso dell&#8217;ironia ed \u00e8 uno scrittore efficacissimo, che sa graffiare quanto basta per scuotere il pesante perbenismo dei lettori e la sussiegosa presunzione degli accademici di professione. Kierkegaard, come Platone, non \u00e8 solo un grande filosofo, ma anche un grande scrittore; e il fatto che egli si serva volutamente di uno stile letterario per esprimere la sua concezione filosofica pu\u00f2 ingenerare l&#8217;errata convinzione che egli sia pi\u00f9 un artista che un pensatore. In realt\u00e0, egli \u00e8 stati un genio che ha padroneggiato con eguale sicurezza e profondit\u00e0 tanto l&#8217;arte dello scrittore, quanto la profondit\u00e0 del pensiero; e ha scelto intenzionalmente di veicolare il suo pensiero in forma apparentemente semplice e dimessa, per polemica contro i \u00abprofessori\u00bb <em>\u00e0 la<\/em> Hegel e perch\u00e9 intimamente convinto che la filosofia deve scendere dai libri ed entrare nella vita, farsi vita essa stessa, e cercare di spiegarne il senso o, almeno, indicarle una direzione e uno scopo.<\/p>\n<p>N. B. Per le citazioni, seguiremo la traduzione di Franco Fortini e Kirsten Montanari Gulbrandsen, Edizioni di Comunit\u00e0, Milano; e, successivamente, Newton Compton Editori, Roma, 1976.<\/p>\n<p><em>INTRODUZIONE.<\/em><\/p>\n<p>Nell&#8217;<em>introduzione,<\/em> Kierkegaard esordisce immediatamente e quasi brutalmente con un ironico ma estremamente deciso attacco contro il clima filosofico e, pi\u00f9 in generale, spirituale, instaurato dalla crisi del post-hegelismo verso la met\u00e0 dell&#8217;Ottocento.<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;epoca nostra<\/em> &#8211; afferma &#8211; <em>organizza una vera e propria liquidazione nel mondo delle idee come in quello degli affari. Ogni cosa pu\u00f2 essere comprata a prezzi tanto bassi, che \u00e8 possibile domandarsi se finalmente ci saranno acquirenti. Ogni agente della speculazione, coscienziosamente preoccupato di segnare le tappe della significativa evoluzione della filosofia; ogni libero docente, insegnante, studente, ogni filosofo, dilettante o qualificato, non si limita pi\u00f9 al dubbio radicale, ma va \u00aboltre\u00bb.sarebbe forse intempestivo e scortese chiedere loro dove vanno di questo passo; ma si mostrerebbe un&#8217;indubbia cortesia considerando cosa certa ch&#8217;essi abbiano dubitato di tutto, perch\u00e9 altrimenti sarebbe almeno strano affermare che vanno oltre. Ciascuno di loro ha compiuti quel movimento preventivo; e, secondo ogni apparenza, con tanta facilit\u00e0 che non giudicano pi\u00f9 necessario aggiungere la minima parola di spiegazione. Invano si cerca, con cura minuziosa, un piccolo chiarimento, un indizio, la minima prescrizione dietetica circa la condotta che dev&#8217;essere seguita in una simile enorme impresa.\u00abMa lo ha fatto forse Cartesio?\u00bb<\/em> (&#8230;)<\/p>\n<p><em>&quot;Quel che per i Greci, che di filosofia, un poco, se ne intendevano, era compito dell&#8217;intera esistenza 8siccome la pratica del dubbio non s&#8217;acquista in pochi giorni n\u00e9 in poche settimane); il punto cui perveniva il vecchio lottatore ormai fuori dai combattimenti, dopo aver serbato l&#8217;equilibrio del dubbio attraverso tutte le tentazioni, dopo aver infaticabilmente negato la certezza dei sensi e quella del pensiero e sfidato senza debolezza i tormenti dell&#8217;amor proprio e le insinuazioni della simpatia; quel compito \u00e8 oggi il punto di partenza di ognuno.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ai giorni nostri, non ci si ferma alla fede, si va oltre. Che se poi volessi domandare dove si voglia arrivare, certo mi farei considerare uno sciocco; ma invece darei prova di gentilezza e di cultura se ammettessi che ciascuno ha la fede, perch\u00e9 altrimenti sarebbe un po&#8217; strano dire che va \u00aboltre\u00bb. Non era cos\u00ec una volta; allora la fede era compito assegnato all&#8217;intera esistenza; perch\u00e9, si pensava, l&#8217;attitudine a credere non si acquista in pochi giorni o in poche settimane.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Kierkegaard, che rifiuta per s\u00e9 l&#8217;appellativo di filosofo e che si presenta solo come uno \u00abscrittore dilettante\u00bb, prevede che la sua sorte sar\u00e0 quella di essere del tutto ignorato, in un mondo di sapienti che gi\u00e0 conoscono tante cose pi\u00f9 di lui. Ammette, inoltre, di non essere il portatore di un pensiero sistematico, per cui sar\u00e0 compito sin troppo facile sezionare e demolire il suo libro con una minuziosa acribia professorale. I suoi critici potranno sempre dire: <em>&quot;non \u00e8 sistema, questo; non ha nulla a che vedere col sistema&quot;<\/em>; ed egli \u00e8 pronto ad ammetterlo, sottomettendosi di buon grado al giudizio di ogni cavillatore sistematico.<\/p>\n<p>La struttura dell&#8217;opera \u00e8 la seguente. Dopo l&#8217;<em>Introduzione,<\/em> vi \u00e8 un capitolo intitolato <em>Atmosfera,<\/em> diviso in quattro bevi sezioni, che ricostruisce il fatto del sacrificio di Isacco; poi un <em>Elogio<\/em> di Abramo, visto come la perfetta incarnazione del \u00abcavaliere della fede\u00bb; seguono tre <em>Problemata,<\/em> ovvero questioni, introdotte da una <em>Effusione preliminare<\/em>, e cio\u00e8: <em>1, Esiste una sospensione teleologica della morale?<\/em>; <em>2., Esiste un dovere assoluto verso dio?<\/em>; e <em>3., Si pu\u00f2 giustificare moralmente il silenzio di Abramo con Sara, Eliezer e Isacco?<\/em> Infine chiude l&#8217;opera un breve <em>Epilogo.<\/em><\/p>\n<p><em>ATMOSFERA<\/em><\/p>\n<p>Il titolo di questo capitolo \u00e8 quanto mai appropriato: Kierkegaard, volutamente, d\u00e0 l&#8217;<em>incipit<\/em> con la tipica proposizione formulare delle favole (che fu tanto cara al suo compatriota e contemporaneo Hans Christian Andersen, cos\u00ec come a generazioni e generazioni di bambini): <em>\u00abC&#8217;era una volta&#8230;\u00bb.<\/em> Al tempo stesso, il lettore vi scorge subito una velata allusione autobiografica, poich\u00e9 ben presto appare chiara che l&#8217;autore sta parlando di se stesso e della sua infanzia, quando qualcuno &#8211; il padre, probabilmente &#8211; gli leggeva brani della Bibbia, e la storia di Abramo e Isacco doveva averlo particolarmente colpito, proprio perch\u00e9 esemplare del &quot;paradosso&quot; della fede.<\/p>\n<p><em>&quot;C&#8217;era una volta un uomo che durante la sua infanzia aveva udita la bella storia di Abramo messo alla prova da Dio, che, vittorioso della tentazione, riusciva a conservare la fede e a ricevere, contro ogni previsione, suo figlio per la seconda volta. In et\u00e0 matura, rilesse con cresciuto stupore quel racconto, perch\u00e9 la vita aveva separato quanto era unito nella pia semplicit\u00e0 dell&#8217;infanzia. Man mano che egli invecchiava, il suo pensiero tornava pi\u00f9 di frequente a quella storia, con una passione sempre pi\u00f9 grande; e tuttavia, la comprendeva sempre meno&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Questo \u00e8 un tema caro a Kierkegaard: la meravigliosa apertura dell&#8217;infanzia, la disponibilit\u00e0 ad accogliere il mistero e il paradosso senza sforzo apparente; e, per contro, la dura, legnosa rigidit\u00e0 del Logos dell&#8217;adulto, che offusca le semplici verit\u00e0 apprese un tempo per rendere tutto pi\u00f9 complicato, incomprensibile.<\/p>\n<p><em>&quot;Il suo sogno sarebbe stato quello di partecipare al viaggio di tre giorni, quando Abramo se n&#8217;andava sul suo asino, con la propria tristezza davanti a s\u00e9, e Isacco al fianco. Gli sarebbe piaciuto essere presente al momento nel quale Abramo, levando lo sguardo, vide all&#8217;orizzonte la montagna di Moriah, al momento in cui rimand\u00f2 gli asini e sal\u00ec al monte, solo col suo figliolo; perch\u00e9 era preoccupato, non degli ingegnosi artifizi dell&#8217;immaginazione, ma, ma degli spaventi del pensiero.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Poi Kierkegaard rievoca (con le parole della <em>Bibbia<\/em>) il comando di Dio ad Abramo di offrirgli in olocausto il figlioletto; rievoca la partenza dei due, di primo mattino, il commiato da Sara, la marcia a dorso di mulo fino al monte Moriah, l&#8217;inizio della salita. Isacco, guardando suo padre, capisce quel che lo attende e comincia a scongiurare suo padre di risparmiargli la vita. Isacco dapprima lo esorta a proseguire il cammino con fiducia,; poi, improvvisamente, lo getta a terra e gli grida che non lo sacrificher\u00e0 per offrire un sacrificio a Dio, poich\u00e9 lui, Abramo, \u00e8 un idolatra e fa quel che gli pare. Isacco, sentendosi perduto, prega Dio e lo invoca come il suo unico, vero Padre; a lui chiede misericordia. Abramo, dal canto suo, \u00e8 sollevato: ha finto di disprezzare Dio perch\u00e9 Isacco, prima di morire, non perdesse la fede in Lui, cosa che sarebbe avvenuta se avesse detto al figlio che si apprestava ad ucciderlo per obbedire a un ordine divino.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile, giunti a questo punto, respingere la tentazione di leggere queste righe in filigrana, ritrovandovi la pi\u00f9 intima e sofferta esperienza della vita di Kierkegaard: la rinunzia volontaria al matrimonio con Regina Olsen, la rottura del fidanzamento e l&#8217;averle voluto far credere che ci\u00f2 avveniva per amore di un&#8217;altra, in modo che lei se ne facesse una ragione e attribuisse a lui solo ogni colpa, Con quel gesto, Kierkegaared volle proteggere la fanciulla amata dal suo stesso amore, perch\u00e9 sapeva che, altrimenti, ella non avrebbe mai cessato di amarlo, n\u00e9 avrebbe accettato la sua decisione: solo cos\u00ec, assumendo un comportamento incomprensibile, egli sarebbe riuscito a distaccarla da s\u00e9, e ci\u00f2 le avrebbe permesso di non sacrificare la sua vita, di poter ancora essere felice accanto a un altro &#8211; come poi era avvenuto. Il sacrificio della cosa pi\u00f9 cara al mondo &#8211; il figlio Isacco per Abramo, l&#8217;amore di Regina per Kierkegaard &#8211; accompagnato da un ulteriore, gravosissimo sacrificio: quello delle sue vere intenzioni, per alleviare la sofferenza dell&#8217;altro: tale l&#8217;analogia inevitabile tra la storia dell&#8217;antico patriarca ebreo e quella del giovane filosofo danese, uniti dal peso di un segreto che essi devono portare tutti soli, lontani dalla comprensione (e dalla compassione) del mondo.<\/p>\n<p><em>&quot;Quando il bimbo dev&#8217;esser svezzato, la madre si tinge di nero il seno, perch\u00e9 sarebbe cosa crudele che esso restasse desiderabile quando il bambino non deve pi\u00f9 trarne nutrimento .Cos\u00ec il bambino crede che sua madre \u00e8 mutata, ma la madre \u00e8 sempre la stessa ed il suo sguardo \u00e8 sempre pieno di tenerezza e di amore.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Anche Regina (e i parenti di lei) credette che S\u00f6ren fosse mutato; lui l&#8217;aveva respinta, e al danno aveva aggiunto la beffa: l&#8217;aveva lasciata per un&#8217;altra donna. Ma non c&#8217;era nessun&#8217;altra donna. Egli prefer\u00ec farle credere che non l&#8217;amava pi\u00f9, perch\u00e9 lei soffrisse di meno; o, se non altro, perch\u00e9 consumasse il suo dolore pi\u00f9 in fretta, e poi se ne liberasse: come il bambino che dev&#8217;essere svezzato. Ma l&#8217;esperienza della rinuncia volontaria e della parte del fatuo seduttore <em>avevano<\/em> segnato Kierkegaard per sempre: da quel momento, egli non conobbe mai pi\u00f9 la gioia e la sua vita interiore fu quella di un vecchio.<\/p>\n<p><em>&quot;Da quel giorno, Abramo fu vecchio; non poteva dimenticare quel che Dio aveva preteso da lui. Isacco continu\u00f2 a crescere. Ma l&#8217;occhio di Abramo si era fatto cupo; non vide mai pi\u00f9 la gioia.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Anche il Nostro visse la rinuncia a Regina come una specie di pretesa di Dio nei suoi confronti; per tutta la vita continu\u00f2 a sperare che Dio, all&#8217;ultimo momento, avrebbe trasformato il suo dolore in gioia, proprio come era accaduto ad Abramo sul monte, sacro il Moriah.<\/p>\n<p>Con una serio efficacissima di stacchi e di riprese, con uno stile cadenzato e malinconico altamente poetico e suggestivo, Kierkegaard rievoca l&#8217;<em>atmosfera<\/em> in cui si svolse l&#8217;esperienza fondamentale nella vita di Abramo: la sua disponibilit\u00e0 ad eseguire l&#8217;ordine divino di offrirgli in olocausto il suo unico figlioletto, avuto in tarda et\u00e0 ed amato sopra ogni altra cosa.<\/p>\n<p><em>&quot;Era una sera silenziosa. Abramo cavalc\u00f2 ancora, solo, verso il monte Moriah. Pieg\u00f2 a terra il suo volto chiedendo perdono a Dio, perdono d&#8217;aver voluto sacrificare Isacco, perdono d&#8217;aver dimenticato il suo dovere di padre verso suo figlio.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A sera, la madre vide Isacco tornare con il padre e si affrett\u00f2 loro incontro. Nessuno era stato testimone di quella drammatica giornata, quando Abramo aveva estratto il suo coltello per sacrificare il fanciullo. Ma Isacco, Isacco aveva capito ogni cosa; e, silenziosamente, senza pi\u00f9 parlarne con alcuno, aveva perduto la fede.<\/p>\n<p><em>ELOGIO DI ABRAMO<\/em><\/p>\n<p>Segue l&#8217;<em>Elogio di Abramo<\/em>: un capitolo di tale potenza evocativa, di cos\u00ec grande bellezza e letteraria e sottigliezza psicologica, che \u00e8 praticamente impossibile farne un semplice riassunto. \u00c8 di una densit\u00e0 straordinaria: ogni frase, ogni riga, ogni parola hanno una forza e una ricchezza di sfumature che lasciano senza fiato; e, quel che pi\u00f9 colpisce, una sicurezza di tratto e una linearit\u00e0 di direzione, quali raramente si trovano uno scrittore e meno ancora in un filosofo. \u00c8 come se Kierkegaard procedesse con passo leggero e sicuro <em>camminando sull&#8217;acqua,<\/em> sorretto dalla sola fede, come San Pietro sul lago di Tiberiade nel noto episodio evangelico. Gi\u00e0 solo l&#8217;attacco \u00e8 di un vigore e di una profondit\u00e0 eccezionali: la sua perfezione architettonica e la sua assoluta mancanza di sia pur minime sbavature ricorda l&#8217;austera, geometrica perfezione delle composizioni per organo del grande Johan Sebastian Bach. In esso, Kierkegaard descrive quale sarebbe la condizione umana se non vi fosse Dio e se non vi fosse una meta trascendente nel viaggio della vita; e la fa da maestro par suo, evocando immediatamente un&#8217;atmosfera carica di <em>pathos,<\/em> di straordinaria intensit\u00e0 e seriet\u00e0 sia etica che psicologica.<\/p>\n<p><em>&quot;Se l&#8217;uomo non avesse una coscienza eterna, se al fondo d&#8217;ogni cosa ci fosse solo una potenza selvaggia e ribollente che produce ogni cosa, il grande e il futile, nel turbine d&#8217;oscure passioni; se il vuoto senza fondo, che nulla pu\u00f2 colmare, si nascondesse sotto le cose, che cosa sarebbe la vita, se non disperazione? Se cos\u00ec fosse, se non ci fosse alcun sacro legame che unisse gli uomini, se le generazioni si rinnovellassero come le fronde dei boschi, spegnendosi l&#8217;una dopo l&#8217;altra come il canto degli uccelli nelle foreste; se le generazioni attraversassero il mondo come la nave l&#8217;oceano o il vento il deserto, atto cieco e sterile; se l&#8217;oblio eterno sempre affamato non trovasse altra potenza alcuna tanto forte da strappargli la preda per la quale \u00e8 in agguato, che vanit\u00e0 e che desolazione sarebbe la vita!<\/em> [Leggiamo <em>in agguato<\/em> e non <em>in aggiunta<\/em> perch\u00e9 si tratta certamente di un refuso; cfr.anche: Kierkegaard, <em>Opere,<\/em> a cura di Cornelio Fabro, Firenze, Sansoni Editore, 1993, p. 45].<\/p>\n<p>Kierkegaard, che aveva una grande conoscenza della filologia classica, anche se non amava farne sfoggio particolare, certamente avr\u00e0 avuto una reminiscenza omerica in quel rinnovarsi delle stirpi come le foglie della foresta che ricorda il discorso di Glauco a Diomede nel VI canto dell&#8217;<em>Iliade,<\/em> 146-149.<\/p>\n<p>Poi l&#8217;Autore afferma che, al contrario, <em>\u00abnessuno sar\u00e0 dimenticato, di coloro che furono grandi\u00bb<\/em>, e che certo l&#8217;eroe \u00e8 un uomo grande, ma anche il poeta ha un compito grande, bench\u00e9 apparentemente umile: quello di bussare di porta in porta per destare ovunque la stessa ammirazione che lui stesso nutre per l&#8217;eroe, sottraendolo cos\u00ec all&#8217;oblio, desideroso di cancellarne il ricordo. Ma chi \u00e8, poi, l&#8217;eroe? Chi \u00e8 colui che pu\u00f2 dirsi &quot;grande&quot;? E risponde:<\/p>\n<p><em>\u00abNo, nessuno sar\u00e0 dimenticato di quelli che furono grandi; ma ciascuno fu grande a suo modo, ciascuno in proporzione alla grandezza che<\/em> am\u00f2. <em>Perch\u00e9 chi am\u00f2 se stesso fu rande nella propria persona e chi am\u00f2 altrui fu grande perla sua dedizione; ma chi am\u00f2 Dio fu il pi\u00f9 grande di tutti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ognuno rimarr\u00e0 nel ricordo; ma ognuno fu grande secondo quello che<\/em> sper\u00f2<em>. Uno fu grande sperando il possibile; un altro sperando l&#8217;eterno; ma chi sper\u00f2 l&#8217;impossibile fu il pi\u00f9 grande di tutti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ognuno rimarr\u00e0 nel ricordo, ma ognuno sar\u00e0 grande secondo l&#8217;importanza di quel che<\/em> combatt\u00e9<em>. Perch\u00e9 chi combatt\u00e9 contro il mondo fu grande trionfando sul mondo, e chi combatt\u00e9 contro s\u00e9 stesso fu pi\u00f9 grande per la vittoria su s\u00e9 stesso, ma chi lott\u00f2 contro Dio fu il pi\u00f9 grande di tutti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E qui comincia l&#8217;elogio di Abramo vero e proprio. In che cosa consistette la grandezza di Abramo? Nel credere, <em>contro ogni speranza,<\/em> alla promessa di Dio. La sua grandezza non inizia con l&#8217;eroica disponibilit\u00e0 a sacrificare suo figlio Isacco, ma con l&#8217;eroica disponibilit\u00e0 a partire dalla Mesopotamia per dirigersi verso la &quot;terra promessa&quot;.<\/p>\n<p><em>&quot;Ci furono uomini grandi perla loro energia, per la saggezza, la speranza o l&#8217;amore. Ma Abramo fu il pi\u00f9 rande di tutti: grande per l&#8217;energia la cui forza \u00e8 debolezza, grande per la saggezza il cui segreto \u00e8 follia, grande per la speranza la cui forza \u00e8 demenza, grande per l&#8217;amore che \u00e8 odio di se stesso. Fu per fede che Abramo lasci\u00f2 il paese dei suoi padri e fu straniero in terra promessa. Lasci\u00f2 una cosa, la sua ragione terrestre, e un&#8217;altra ne prese: la fede. Altrimenti, pensando all&#8217;assurdit\u00e0 del suo viaggio, non sarebbe partito. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Fu per fede che Abramo ricevette la promessa che tutte le nazioni della terra sarebbero state benedette nella sua posterit\u00e0. Il tempo passava, la possibilit\u00e0 rimaneva. Abramo credeva. Il tempo pass\u00f2, la speranza divent\u00f2 assurda, Abramo credette. \u00c8 pur esistito nel mondo colui che ebbe una speranza. Il tempo pass\u00f2, la sera fu al suo declino e quell&#8217;uomo non ebbe la vilt\u00e0 di rinnegare una speranza, cos\u00ec anch&#8217;egli non sar\u00e0 mai dimenticato. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Grande \u00e8 coglier l&#8217;eterno, ma \u00e8 pi\u00f9 grande cosa riavere il transeunte, dopo averne fatta rinuncia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Poi i tempi furono compiuti. Se Abramo non avesse creduto, sicuramente Sara sarebbe morta di dolore, e lui, roso dalla tristezza, non avrebbe compreso l&#8217;esaudimento, ma ne avrebbe sorriso come di un sogno giovanile. Ma Abramo credette, e perci\u00f2 rimase giovane. Perch\u00e9 chi spera sempre il meglio invecchia tradito dalla vita, e chi si dispone sempre al peggio \u00e8 presto consunto; ma chi crede serba una eterna giovinezza. Sia benedetta questa storia! Perch\u00e9 Sara, bench\u00e9 anziana d&#8217;et\u00e0, fu abbastanza giovane per desiderare le gioie della maternit\u00e0; e Abramo, malgrado i suoi capelli grigi, fu abbastanza giovane per desiderare d&#8217;esser padre.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La promessa divina sembra adempiuta; Sara ha avuto un figlio maschio, premessa a quella numerosa posterit\u00e0 che ad Abramo era stata annunziata; la gioia \u00e8 scesa sulla sua casa. Ma ecco che arriva una nuova, terribile prova; ecco che tutto \u00e8 di nuovo in forse, e un&#8217;angoscia terribile entra nel cuore di Abramo: Dio lo mette alla prova con una nuova, perentoria richiesta: sacrificargli il figlio unigenito.<\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec, dunque, tutto era perduto, oh sciagura atroce pi\u00f9 che se il desiderio non fosse mai stato esaudito. Cos\u00ec il Signore si prendeva giuoco di Abramo! Ecco che, dopo aver realizzato l&#8217;assurdo con un miracolo, voleva veder annientata l&#8217;opera sua. Che pazzia! (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tuttavia, Abramo credette; e credette per questa vita. Certo, se la sua fede fosse stata rivolta esclusivamente ad una vita avvenire, si sarebbe sbarazzato pi\u00f9 facilmente di tutto, per uscir al pi\u00f9 presto possibile da un mondo a cui non apparteneva pi\u00f9. (&#8230;) Ma Abramo aveva la fede per questa vita&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Abramo ebbe un unico figlio e lo am\u00f2 con tutto s\u00e9 stesso; Giacobbe ne ebbe dodici e ne am\u00f2 uno solo. Proprio quell&#8217;unico figlio, a lungo desiderato e giunto, infine, contro ogni umana ragionevolezza, ora Dio glie lo chiedeva in olocausto. Se Abramo fosse stato un grande secondo la misura degli uomini, sarebbe salito sul Monte Moriah e avrebbe sacrificato s\u00e9 stesso, pregando Iddio di accettare quell&#8217;estremo sacrificio, e non l&#8217;<em>altro,<\/em> quello dell&#8217;unico figlio. Ma la grandezza di Abramo era superiore alla misura umana, ed egli, col cuore serrato nella morsa dell&#8217;angoscia, lev\u00f2 il coltello contro Isacco. Egli non dubit\u00f2: la richiesta veniva a Dio, <em>dunque<\/em> bisognava obbedire. E credere. Cos\u00ec, in virt\u00f9 di quella fede erica, Abramo fu degno di riavere ogni cosa: il figlio gli venne lasciato, e non gli sarebbe stato richiesto mai pi\u00f9. Aveva superato la prova e vinto la battaglia: per questo si era guadagnato una gloria eterna, che mille lingue continuano a celebrare a secoli e secoli dalla sua morte.<\/p>\n<p><em>PROBLEMATA<\/em><\/p>\n<p>Nella <em>Effusione preliminare<\/em> a questa parte entrale del libro, Kierkegaard riflette sul significato che la storia di Abramo dovrebbe avere nella vita di un cristiano d&#8217;oggi. Immagina un predicatore che la racconta, un peccatore che la ascolta, e mostra come la tendenza ormai prevalente \u00e8 quella di appiattire e di banalizzare l&#8217;enormit\u00e0 dello scandalo che la fede comporta, sotto una vernice borghese e rassicurante. Certo, si dice e si ripete che Abramo era pronto a sacrificare a Dio il meglio di ci\u00f2 che possedeva; ma, con ci\u00f2, si presenta come cosa generica e quasi ovvia una decisione straziante, apparentemente assurda e, oltre tutto, apparentemente immorale che Abramo dovette prendere sulla sola scorta della fede. Infatti,<\/p>\n<p><em>\u00abse la fede non pu\u00f2 giustificare il fatto di voler uccidere il proprio figliuolo, Abramo cade sotto il giudizio comune. Che poi, se non si ha il coraggio di andare fino in fondo al proprio pensiero e dichiarare Abramo un assassino, \u00e8 meglio sempre acquistar quel coraggio piuttosto che perdere il tempo in panegirici immeritati. Dal punto di vista morale, la condotta di Abramo si esprime dicendo ch&#8217;egli volle uccidere Isacco, e dal punto di vista religioso, dicendo ch&#8217;egli volle sacrificarlo. \u00c8 questa la contraddizione angosciosa capace di produrre l&#8217;insonnia e senza questa angoscia, tuttavia, Abramo non \u00e8 l&#8217;uomo che \u00e8.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Per parte sua, Kierkegaard si dice in grado di andare sino al fondo di un&#8217;idea, senza spaventarsene; o, almeno, di avere semmai abbastanza coraggio da ammettere che un&#8217;idea, ad un certo punto, gli fa paura. Lo stupisce, per\u00f2, e lo sconcerta la disinvoltura con la quale i credenti dicono di poter comprendere la storia di Abramo; perch\u00e9 in essa vi \u00e8, al contrario, qualche cosa di <em>umanamente<\/em> incomprensibile e perfino di repulsivo. N\u00e9 manca una frecciata, incidentale, contro Hegel e la sua dialettica; la frecciata principale, per\u00f2, \u00e8 contro la faciloneria di quei filosofi, magari &quot;cristiani&quot;, che dicono di trovare pi\u00f9 semplice la storia di Abramo che il sistema hegeliano.<\/p>\n<p><em>&quot;Dev&#8217;essere difficile comprendere Hegel; ma Abramo! Uno scherzo. Superare Hegel, \u00e8 un prodigio; ma superare Abramo, nulla di pi\u00f9 facile! Per conto mio, ho impiegato gran tempo nello studio del sistema hegeliano, e credo anzi di averlo abbastanza capoto. Sono persino tanto temerario da credere che, quando malgrado tutti i miei sforzi, non arrivo ad afferrare il suo pensiero in taluni passaggi, ci\u00f2 voglia dire che il mio autore non \u00e8 abbastanza chiaro con s\u00e9 medesimo. Io compio quello studio assai facilmente, in modo affatto naturale, n\u00e9 esso mi d\u00e0 il mal di capo. Ma, quando mi metto a riflettere su Abramo, sono come annientato. Ad ogni istante i miei occhi cadono sull&#8217;inaudito paradosso ch&#8217;\u00e8 la sostanza della sua vita. Ad ogni istante sono respinto indietro e, malgrado il suo appassionato accanimento, il mio pensiero non pu\u00f2 penetrar quel paradosso neppure per un capello. Tendo ogni muscolo nella ricerca di una via di uscita. E, simultaneamente, sono paralizzato.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ho visto con i miei propri occhi cose terribili e non sono indietreggiato per spavento; ma so benissimo che, se lo ha affrontate senza paura, il mio coraggio non \u00e8 quello della fede e non \u00e8 nulla al suo confronto. Io non poso fare il movimento della fede, non poso chiudere gi occhi e gettarmi a testa bassa, pieno di fiducia nell&#8217;assurdo. Ci\u00f2 mi \u00e8 impossibile; ma non me ne glorio. Ho la certezza che Dio \u00e8 amore&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Kierkegaard ammette che, se la chiamata del dio di Abramo fosse giunta a lui, sarebbe salito sul Monte Moriah e avrebbe sacrificato il suo unico figlio: ma lo avrebbe fatto con infinita <em>rassegnazione,<\/em> sulla base del fatto che Dio \u00e8 amore ma, nella sfera del temporale, non vi \u00e8 un linguaggio comune tra Lui e noi. La rassegnazione \u00e8 solo un surrogato della fede: quella di Abramo \u00e8 stata la vera fede, la fede carica di speranza; non l&#8217;enorme stanchezza della rassegnazione: un movimento progressivo dell&#8217;anima, non una specie di resa incondizionata. Perci\u00f2, il Nostro si sente molto pi\u00f9 piccolo di Abramo, anche se altri &#8211; dall&#8217;esterno &#8211; potrebbero giudicare diversamente. La grandezza di Abramo consiste nel fatto che egli credette <em>per assurdo<\/em>, e contro ogni umana speranza.<\/p>\n<p><em>&quot;Credette per assurdo, perch\u00e9 non si poteva trattare di un calcolo umano. E l&#8217;assurdo era nel fatto che Dio, domandandogli quel sacrificio, avrebbe revocato la sua esigenza un momento dopo. Sal\u00ec il monte, e persino nell&#8217;attimo in cui lev\u00f2 il coltello credette &#8211; che Iddio non gli avrebbe chiesto Isacco. Certo Abramo fu sorpreso per la soluzione della cosa, ma, con un doppio movimento, egli aveva gi\u00e0 raggiunto la sua condizione originaria, e perci\u00f2 ricevette Isacco con gioia anche pi\u00f9 grande della prima volta.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se fosse stato un uomo diverso, avrebbe forse amato Iddio, ma non avrebbe creduto; perch\u00e9 amar Dio senza aver la fede, significa rispecchiarsi in s\u00e9 stessi, ma amar Dio con la fede, significa rispecchiarsi in Dio<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questa \u00e8 la vetta sulla quale \u00e8 Abramo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Poi Kierkegaard descrive come potrebbe essere, secondo lui, un \u00abcavaliere della fede\u00bb dei nostri giorni, pur precisando che un uomo simile non l&#8217;ha mai incontrato e che, se lo incontrasse, lascerebbe ogni cosa per correre a vederlo e ammirarlo, senza stancarsene mai. Potrebbe essere, dunque, un uomo dall&#8217;apparenza comunissima; un uomo dall&#8217;aspetto di un agente delle tasse, uno che se ne va passeggio per la via, vestito da bravo borghese, e che s&#8217;interessa di ogni cosa camminando con passo sicuro, senza disdegnare le prelibatezze della cucina che sua moglie suole preparargli. Nulla, dall&#8217;esterno, lascerebbe trapelare il suo segreto; nulla tradirebbe la sua natura eccezionale, dissimulata sotto l&#8217;apparenza ella pi\u00f9 comune normalit\u00e0.<\/p>\n<p><em>&quot;Eppure (\u00e8 una cosa da diventar furioso, almeno di invidia) quest&#8217;uomo ha compiuto e compie a ogni istante il movimento infinito. Egli vuota nell&#8217;infinita rassegnazione la melanconia profonda della vita. Conosce la beatitudine dell&#8217;infinito. Ha provato il dolore della totale rinunzia di quanto si ha di pi\u00f9 caro al mondo. Nondimeno, gusta il finito con la pienezza di movimento di chi non ha mai conosciuto nulla di pi\u00f9 elevato. Vi dimora senza traccia del tirocinio che l&#8217;inquietudine e il timore fanno subire, e ne gode con tale certezza che sembra non vi sia per lui nulla di pi\u00f9 sicuro che questo mondo finito. Eppure tutta l&#8217;immagine del mondo che egli produce \u00e8 una creazione nuova, dovuta all&#8217;Assurdo. Si \u00e8 infinitamente rassegnato a tutto, per poter tutto riacquistare in virt\u00f9 dell&#8217;Assurdo. Compie costantemente il movimento ma con una tale precisione e sicurezza che ne ricava incessantemente il finito, senza che neppure per un istante sia possibile supporre qualcosa di diverso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Se gi\u00e0 in queste ultime righe si pu\u00f2 intravedere qualche cosa di autobiografico (non nel senso che Kierkegaard si ritenesse un cavaliere della fede, ma nel senso che aspirava ad assomigliare a un tale modello), poco dopo il riferimento alla sua personale &#8211; e, per certi aspetti, misteriosa &#8211; vicenda con Regina Olsen diviene abbastanza esplicito.<\/p>\n<p><em>&quot;Un giovane dunque si innamora di una principessa. Tutta la sostanza della sua vta \u00e8 in quell&#8217;amore. E tuttavia la situazione \u00e8 tale che l&#8217;amore non pu\u00f2 realizzarsi n\u00e9 tradurre la sua idealit\u00e0 in realt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I miserabili schiavi, ranocchie sprofondate nelle paludi della vita, gridano, naturalmente: \u00abChe follia, quell&#8217;amore! La ricca vedova del birraio \u00e8 un partito proprio altrettanto conveniente e serio\u00bb. Ma lasciamoli tranquillamente gracidare nel loro fango Il cavaliere dell&#8217;infinita rassegnazione non li ascolta. Non rinuncia al suo amore neppure per tutta la gloria del mondo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quando egli ha cos\u00ec completamente assorbito l&#8217;amore e vi si \u00e8 sprofondato , ha ancora il coraggio di tutto osare e rischiare. Abbraccia la vita con uno sguardo, riunisce i suoi rapidi pensieri , che, simili a colombe di ritorno alla colombaia, accorrono ad un minimo cenno; agita su di loro la bacchetta magica ed essi si disperdono ad ogni punto dell&#8217;orizzonte. Ma quando ritornano tutti, come tanti tristi messaggeri, per annunziargli l&#8217;impossibilit\u00e0, egli rimane tranquillo, li ringrazia, e, rimasto solo, intraprende il suo movimento.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il suo amore per la principessa \u00e8 diventato per lui l&#8217;espressione di una amore eterno. Ha assunto un carattere religioso. Si \u00e8 trasfigurato in un amore che ha per oggetto l&#8217;essere eterno, che certo ha rifiutato di esaudire il cavaliere, ma l&#8217;ha, nondimeno, tranquillizzato, dandogli la coscienza eterna della legittimit\u00e0 del suo amore, sotto una forma di eternit\u00e0 che nessuna realt\u00e0 pu\u00f2 strappargli. Gli sciocchi e i giovani si vantano che tutto \u00e8 possibile all&#8217;uomo. Che errore! Dal punto di vista spirituale, tutto \u00e8 possibile; ma nel mondo del finito, ci sono molte cose impossibili. Eppure il cavaliere rende possibile l&#8217;impossibile, esprimendolo spiritualmente; ma egli lo esprime spiritualmente mediante la rinuncia. Il desiderio, che voleva condurlo nella realt\u00e0 e che si \u00e8 urtato nella impossibilit\u00e0, ripiega nel f\u00f2ro intimo; ma non per questo \u00e8 perduto n\u00e9 dimenticato. Talvolta il cavaliere prova entro di s\u00e9 gli oscuri impulsi del desiderio che ridestano il ricordo; talvolta lo provoca lui stesso. Perch\u00e9 \u00e8 tropo fiero per ammettere che quanto fu sostanza della sua vita intera soia stata una faccenda effimera. Egli serba giovane quell&#8217;amore che cresce cos\u00ec in et\u00e0 e in bellezza! E non ha affatto bisogno d&#8217;un intervento del finito per favorire la crescita del suo amore. Fin dal momento in cui ha compiuto il movimento, la principessa \u00e8 perduta. (&#8230;) Egli ha capito il profondo segreto. Che cio\u00e8, anche nell&#8217;amore, bisogna bastare a s\u00e9 stessi. Non si interessa pi\u00f9, in un mondo finito, di quel che fa la principessa; e ci\u00f2 prova appunto ch&#8217;egli ha compiuto il movimento infinito. Questa \u00e8 l&#8217;occasione di vedere se il movimento dell&#8217;individuo \u00e8 vero o \u00e8 bugiardo. (&#8230;) Il cavaliere non abbandona la propria rassegnazione, conserva al suo amore la freschezza del primo momento. Non l&#8217;abbandona mai; e proprio perch\u00e9 ha compiuto il movimento infinito. La condotta della principessa non saprebbe turbarlo; soltanto le nature inferiori trovano in altrui la legge delle loro azioni, e fuori di s\u00e9 le premesse delle loro risoluzioni. In cambio, se la principessa \u00e8 nella stessa disposizione di spirito, vedr\u00e0 sbocciare la bellezza dell&#8217;amore. Essa entrer\u00e0 da s\u00e9 nell&#8217;ordine dei cavalieri, dove non si \u00e8 ammessi per votazione, ma di cui \u00e8 membro chiunque abbia il coraggio di presentarsi da solo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La rassegnazione infinita \u00e8 l&#8217;ultimo stadio precedente la fede, di modo che chiunque non ha fatto quel movimento non ha la fede. Perch\u00e9 \u00e8 soltanto nella infinita rassegnazione che io posso prendere coscienza el mio valore eterno, ed \u00e8 soltanto allora che si pone il problema di afferrare l&#8217;esistenza di questo mondo in virt\u00f9 della fede. &quot;<\/em><\/p>\n<p>Fin qui, Kierkegaard ha descritto s\u00e9 stesso e la propria situazione spirituale dopo la rottura del fidanzamento con Regina. \u00c8 consapevole di aver raggiunto solo uno stadio provvisorio, quello della infinita rassegnazione, che non \u00e8 ancora la fede. Ora egli ritorna all&#8217;esempio del cavaliere della fede (quello che potrebbe avere benissimo l&#8217;aspetto di un agente delle tasse, un discreto appetito e una moglie che gli prepara buoni cibi per la cena), e mostra come costui sia in grado di compiere il movimento infinito nello stadio finale e risolutivo: quello nella fede.<\/p>\n<p><em>&quot;Vediamo ora il cavaliere della fede nel caso citato. Egli agisce esattamente come l&#8217;altro; rinuncia infinitamente all&#8217;amore, sostanza della sua vita. Si placa nel dolore. Allora accade il prodigio. Fa un movimento ancor pi\u00f9 sorprendente di tutto il resto. E dice: \u00abIo credo nondimeno che avr\u00f2 colei che io amo, in virt\u00f9 dell&#8217;Assurdo, in virt\u00f9 della mia fede che ogni cosa \u00e8 possibile a Dio\u00bb. L&#8217;Assurdo non fa parte delle differenze comprese nel quadro della ragione. Non \u00e8 identico all&#8217;inverosimile, all&#8217;inatteso, all&#8217;imprevisto. Nel momento in cui il cavaliere si rassegna, egli si convince dell&#8217;impossibilit\u00e0 secondo i criteri umani. Tale \u00e8 il risultato dell&#8217;esame razionale che egli ha l&#8217;energia di compiere. In compenso, dal punto di vista dell&#8217;infinito, la possibilit\u00e0 sussiste, per via della rassegnazione; ma questo possesso \u00e8 al tempo stesso una rinunzia, senza essere tuttavia un&#8217;assurdit\u00e0 per la ragione, perch\u00e9 questa conserva il diritto di sostenere che nel mondo finito, dove \u00e8 sovrana, la cosa \u00e8 e resta una impossibilit\u00e0. Il cavaliere della fede ha, di quella impossibilit\u00e0, una coscienza altrettanto chiara: la sola cosa capace di salvarlo \u00e8 l&#8217;Assurdo, che egli concepisce per fede. Riconosce dunque l&#8217;impossibilit\u00e0; e simultaneamente crede l&#8217;Assurdo. Perch\u00e9 se egli si immagina di aver la fede, senza riconoscere con tutto il suo cuore e con tutta la passione della sua anima l&#8217;impossibilit\u00e0, egli inganna s\u00e9 steso e la sua testimonianza non pu\u00f2 essere ricevuta in alcun modo poich\u00e9 egli non \u00e8 nemmeno giunto alla infinita rassegnazione.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La fede, dunque, non \u00e8 l&#8217;istinto del cuore, ma il paradosso della vita. La rassegnazione, da sola, non implica ancora la fede, ma solo la rivelazione della coscienza eterna.. Per rassegnarsi non \u00e8 necessaria la fede: essa \u00e8 invece necessaria per ottenere qualcosa al di l\u00e0 della propria coscienza eterna. Per mezzo ella fede e in virt\u00f9 dell&#8217;Assurdo, il cavaliere della fede <em>sa<\/em> che ricever\u00e0 in premio l&#8217;oggetto della sua rinunzia; mentre il cavaliere della rassegnazione non osa spingersi cos\u00ec lontano, e torna a rifugiarsi nel proprio dolore, nel dolore della rinuncia.<\/p>\n<p><em>&quot;Eppure dev&#8217;essere cosa magnifica ottenere la principessa. Io me lo ripeto sempre. E il cavaliere della rassegnazione che non se lo dica \u00e8 un bugiardo che non ha mai conosciuto il desiderio e non ha conservato la giovent\u00f9 del desiderio nel suo dolore. Forse ve ne sono, di quelli che troverebbero comodo vedere disseccarsi il desiderio e smussarsi la freccia del dolore: ma costoro non sono dei cavalieri. Un&#8217;anima ben nata che si sorprendesse in questi sentimenti si disprezzerebbe e ricomincerebbe e soprattutto non sopporterebbe d&#8217;essere lo strumento del proprio inganno. Eppure dev&#8217;essere cosa magnifica ottenere la principessa. Eppure il cavaliere della fede \u00e8 il solo che sia felice, l&#8217;erede diretto del mondo finito, mentre il cavaliere della rassegnazione \u00e8 un vagabondo straniero.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E qui Kierkegaard ritorna ad Abramo, e spiega perch\u00e9 sia cos\u00ec difficile parlare di lui in modo edificante, senza cadere nel ridicolo. Anche Abramo ha saputo rinunciare alla cosa che pi\u00f9 amava al mondo, non con infinita rassegnazione ma con fede infinita, in virt\u00f9 dell&#8217;Assurdo: per questo \u00e8 stato un uomo grande, grandissimo.<\/p>\n<p><em>&quot;Se dovessi parlare di lui, rappresenterei anzitutto il dolore della prova. Vorrei succhiare come una sanguisuga tutta l&#8217;angoscia, la sofferenza e il martirio del dolore paterno per poter rappresentare quello di Abramo che tuttavia, in mezzo a tante afflizioni, continuava a credere. Vorrei allora ricordare che il viaggio dur\u00f2 tre giorni e una buona parte del quarto, e quei tre giorni e mezzo, io li farei durare infinitamente pi\u00f9 a lungo delle migliaia di anni che ci separano dal patriarca. A questo punto ricorderei che, a parer mio, ciascuno pu\u00f2 ancora far marcia indietro prima di salire a Moriah, pu\u00f2 ad ogni istante pentirsi della sua decisione e tornare sui propri passi. Cos\u00ec facendo non correr\u00e0 il pericolo di destare in taluno la voglia di essere provato come lo fu Abramo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma se si vuole smerciare un&#8217;edizione popolare ed economica di Abramo e diffidare al tempo stesso la gente dal fare come lui, si \u00e8 semplicemente ridicoli.<\/em><\/p>\n<p><em>PROBLEMA 1: ESISTE UNA SOSPENSIONE TELEOLOGICA DELLA MORALE?<\/em><\/p>\n<p>La morale, osserva Kierkegaard, \u00e8 il Generale che vale per tutti; riposa in s\u00e9 stessa, senza nulla di esterno che sia il suo <em>t\u00e9los,<\/em> il suo fine, poich\u00e9 \u00e8 essa il <em>t\u00e9los<\/em> di tutto quanto la circonda. L&#8217;indivisuo, considerao nella sfera del sensibile, ha il suo <em>t\u00e9los<\/em> nel Generale. Questo \u00e8 il suo compito etico: esprimere s\u00e9 stesso nel Generale, dissolvere in esso la propria individualit\u00e0. Se questo \u00e8 il <em>t\u00e9los<\/em> dell&#8217;uomo e della sua vita, allora la morale non pu\u00f2 essere abbandonata, cio\u00e8 teleologicamente sospesa, perch\u00e9 in tal casa sarebbe anche perduta. Ma allora Hegel ha perfettamente ragione quando sostiene, nella sua <em>Filosofia del Diritto,<\/em> che tale determinazione \u00ab\u00e8 una forma morale del male\u00bb; ma ha torto quando, parlando della fede, non protesta vivamente contro la venerazione che circonda la figura di Abramo, che dovrebbe essere esecrata come quella di un assassino. La fede, infatti, \u00e8 quel paradosso per cui l&#8217;Individuo si isola e si porta al di sopra del Generale. Ma poich\u00e9, dice Kierkiegaard, da Hegel in poi si fa un gran chiacchierare della fede, senza chiarirne veramente il concetto, \u00e8 necessario darne una definizione adeguata.<\/p>\n<p><em>&quot;La fede \u00e8, appunto, il paradosso secondo il quale l&#8217;Individuo, come tale, al di sopra del generale, \u00e8 in regola di fronte a questo, non come subordinato, ma come superiore, e, nondimeno (si badi bene) in modo tale che l&#8217;Individuo, dopo essere stato come tale subordinato al Generale, diventa allora, per mezzo del Generale, l&#8217;Individuo come tale, superiore a quello; in modo che l&#8217;Individuo come tale \u00e8 in un rapporto assoluto con l&#8217;Assoluto. Questa posizione sfugge alla mediazione, che si effettua sempre del Generale. Essa \u00e8 e resta eternamente un paradosso inaccessibile al pensiero. La fede \u00e8 questo paradosso, altrimenti (conseguenza che prego di voler ricordare continuamente per non dover infastidire il lettore ad ogni passo) altrimenti la fede non \u00e8 mai esistita perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 sempre stata; in altre parole, Abramo \u00e8 perduto.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dunque, la storia di Abramo comporta una sospensione teleologica della morale. D&#8217;altra parte, la storia di Abramo \u00e8 unica nel suo genere; n\u00e9 l&#8217;<em>Antico Testamento,<\/em> n\u00e9 la cultura greca ci presentano nulla di paragonabile ad essa. Abramo \u00e8 veramente solo, senza predecessori, senza alcun precedente che possa fargli da bussola: solo con il suo dramma umano di padre al quale \u00e8 chiesto da Dio, per motivi incomprensibili e apparentemente gratuiti, il sacrificio della sua creatura.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) se, mentre u vento favorevole conduceva a vele spiegate la flotta verso il porto, Agamennone avesse spedito il messo a cercare Ifigenia per il sacrificio; se Jefte, senza esser legato a un voto dal quale dipendesse il sacrificio del popolo, avesse detto alla figlia: \u00abPiangi per due mesi sulla tua breve giovinezza perch\u00e9 dopo io ti immoler\u00f2\u00bb; se Bruto avesse avuto un figlio senza macchia e avesse nondimeno inviato i littori per dargli la morte, chi li avrebbe compresi? Se, in risposta alla domanda: \u00abPerch\u00e9 fate cos\u00ec?\u00bb, avessero detto: \u00ab\u00c8 una prova, ala quale siamo sottoposti, sarebbero forse stati compresi meglio?\u00bb (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A questo punto, se si vuol comprendere Abramo, appare la necessit\u00e0 di una nuova categoria. Il paganesimo ignora questo genere di rapporto con la divinit\u00e0; l&#8217;eroe tragico non entra in relazione privata con essa. Per lui la morale \u00e8 il divino, onde il paradosso lo riconduce al Generale per via di mediazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Abramo si rifiuta alla mediazione. In altri termini: non pu\u00f2 parlare. Dal momento in cui parlo, io esprimo il Generale e, se taccio, nessuno pu\u00f2 comprendermi. Se Abramo vuol esprimersi nel Generale, deve dire che la sua situazione \u00e8 quella del dubbio religioso; perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 nessuna espressione pi\u00f9 alta, ricavata dal Generale, che stia al di sopra del Generale che egli trasgredisce.<\/em><\/p>\n<p><em>Perci\u00f2 egli mi spaventa, pur suscitando la mia ammirazione. Chi rinnega se stesso e si sacrifica al dovere, rinuncia al finito per afferrare l&#8217;infinito. E va con sicurezza. L&#8217;eroe tragico rinuncia al certo per il pi\u00f9 certo e lo sguardo di chi lo contempla si posa fiducioso su di lui. Ma colui che rinuncia al Generale per afferrare una cosa pi\u00f9 elevata che non \u00e8 il Generale, che cosa fa mai?E se non fosse altro che una crisi? E se la cosa \u00e8 possibile, ma l&#8217;individuo si inganna, che salvezza ci pu\u00f2 essere per lui?\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Qui Kierkegaard tocca un tasto veramente delicatissimo. Perch\u00e9 noi possiamo dire, <em>a posteriori,<\/em> che la chiamata di Abramo era autentica e che egli \u00e8 stato grande, grandissimo nel rispondere senza riserve alla richiesta di Dio: Ma <em>prima<\/em> che, sul Monte Moriah, Iddio all&#8217;ultimo istante gli fermasse la mano armata di coltello, chi avrebbe potuto esser certo che egli non s&#8217;ingannava, che la voce da lui udita non era frutto di una mente esaltata? Come pu\u00f2, il mistico, essere assolutamente, totalmente certo che quanto ode nel silenzio della sua anima venga proprio da Dio? \u00c8 noto che, per i giudici di Calais, le &quot;voci&quot; di Giovanna d&#8217;Arca erano di provenienza diabolica; ed essi la condannarono al rogo come una strega. Anche nel bel romanzo di William Goldin <em>La guglia<\/em> il reverendo Jocelyn \u00e8 il tipo dell&#8217;esaltato religioso che conduce, con fede incrollabile, i suoi seguaci verso la catastrofe: eppure quella fede \u00e8 grandissima, ammirevole: e la richiesta divina non sembra &#8211; in quel caso &#8211; in contrasto con alcuna legge morale. Quale sottile confine separa dunque la visione autentica da quella inautentica, il fervore religioso dall&#8217;esaltazione e dal delirio? E se, in nome di una chiamata inautentica, l&#8217;individuo viola la legge morale e la viola nel pi\u00f9 crudele dei modi, uccidendo il suo unico figlio: chi potrebbe mai allontanare dal capo di Abramo una eterna maledizione da parte di tutte quelle lingue che ora, invece, lo lodano incondizionatamente? Viene la qui la terribile solitudine di Abramo, la tragicit\u00e0 del suo silenzio, l&#8217;impossibilit\u00e0 di parlare con alcuna, meno che mai con Sara o con lo stesso Isacco. Egli \u00e8 completamente, disumanamente solo: solo di fronte a Dio, solo di fronte al paradosso della fede, all&#8217;Assurdo. Certo, egli poteva anche essersi ingannato; poteva anche essere un pazzo, che tutti avrebbero poi, maledetto come un assassino.<\/p>\n<p><em>&quot;Ma se il solitario che sal\u00ec la costa di Moriah, la cui cima \u00e8 tanto pi\u00f9 alta della pianura di Aulide di quanto il cielo \u00e8 alto sulla terra, non \u00e8 un sonnambulo che cammini tranquillamente lungo l&#8217;abisso, mentre, appi\u00e9 del monte, l&#8217;amico suo leva lo sguardo, tremando d&#8217;angoscia, di venerazione e di spavento, senza osare chiamarlo; se quell&#8217;uomo avesse la ragione turbata, se si fosse ingannato!<\/em><\/p>\n<p>Certo, l&#8217;Individuo che, ispirato, sfida il Generale, cio\u00e8 la morale, pu\u00f2 sempre farsi forte della bont\u00e0 dei risultati della sua azione, Ma i risultati, appunto, vengono <em>dopo<\/em>, dopo che la legge del Generale \u00e8 stata infranta; e allora? La conclusione possibile, per Kierkegaard, \u00e8 una sola: non esiste mediazione, non esiste alcun mezzo per <em>comprendere<\/em> la prova cui fu sottoposto Abramo, il mistero della lotta terribile che dilani\u00f2 la sua anima di credente.<\/p>\n<p><em>&quot;Nel tempo che precedette il risultato, o Abramo fu, ad ogni istante, un assassino, oppure noi siamo in presenza di un paradosso che sfugge a ogni mediazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La storia di Abramo comporta anche una sospensione teleologica della morale. In quanto Individuo egli ha sormontato il Generale. Questo \u00e8 il paradosso che si rifiuta alla mediazione. Non \u00e8 possibile spiegare n\u00e9 come vi entri n\u00e9 come vi esca. Se il caso di Abramo non \u00e8 questo, egli non \u00e8 neppure un eroe tragico: \u00e8 un assassino. \u00c8 una sciocchezza seguitare a chiamarlo padre della fede e parlarne a gente preoccupata soltanto di parole. L&#8217;uomo pu\u00f2 diventare un eroe tragico con le sue sole forze, ma non un cavaliere della fede. Quando un uomo prende il cammino, difficile, in un certo senso, dell&#8217;eroe tragico, molti possono essere in condizione di dargli un consiglio; ma chi segue la stretta via della fede, nessuno pu\u00f2 aiutarlo, nessuno pu\u00f2 comprenderlo. La fede \u00e8 un miracolo: eppure, da quel miracolo, nessuno \u00e8 escluso. Perch\u00e9 ci\u00f2 in cui ogni vita umana trova la sua unit\u00e0, \u00e8 la passione: e la fede \u00e8 una passione.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>PROBLEMA 2: ESISTE UN DOVERE ASSOLUTO VERSO DIO&#8217;<\/em><\/p>\n<p>Dobbiamo riportare, fin da subito, le parole di Kierkegaard, poich\u00e9 non sarebbe possibile esprimersi con pi\u00f9 incisivit\u00e0 e con pi\u00f9 chiarezza di quanto sa fare lui solo, nelle sue pagine pi\u00f9 ispirate, come appunto questa,<\/p>\n<p><em>&quot;La morale \u00e8 il Generale e, come tale, \u00e8 anche il Divino. Si ha dunque ragione di dire che ogni dovere \u00e8, in fondo, un dovere verso Dio. Ma se non \u00e8 possibile dire nulla di pi\u00f9, si finisce con l&#8217;affermare che, parlando rigorosamente, non ho nessun dovere verso Dio. Il dovere diventa dovere quando \u00e8 riferito a Dio, ma, nel dovere in s\u00e9 e per s\u00e9, io non entro affatto in rapporto con Dio. Cos\u00ec, per esempio, \u00e8 dovere amare il prossimo: \u00e8 dovere, in quanto questo amore \u00e8 riferito a Dio. Eppure, in questo dovere, io non entro in rapporto con Dio, bens\u00ec col prossimo che amo. (&#8230;) Se si pensa di amare Iddio altrimenti, quell&#8217;amore diventa sospetto come quello di cui discorre Rousseau ,per il quale un uomo ama i Cafri invece di amare il suo prossimo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo un&#8217;altra frecciata contro Hegel, accusato d&#8217;inconseguenza nell&#8217;esaltare Abramo come &quot;padre della fede&quot; partendo da una premessa razionalistica (cfr. <em>Logica,<\/em> II, 2, 3), Kierkegaard enuncia vigorosamente l&#8217;essenza del paradosso rappresentato da Abramo, spingendo la sua riflessione verso vette ancora pi\u00f9 alte.<\/p>\n<p><em>&quot;Il paradosso della fede consiste dunque nel fatto che l&#8217;Individuo \u00e8 superiore al Generale, in modo che (per ricordare una distinzione dommatica oggi raramente impiegata) l&#8217;Individuo determina il suo rapporto col Generale mediante il suo rapporto con l&#8217;Assoluto e non gi\u00e0 il suo rapporto con l&#8217;Assoluto mediante il suo rapporto col Generale. Si pu\u00f2 anche formulare il paradosso dicendo che esiste un dovere assoluto verso Dio; perch\u00e9, in questo dovere, l&#8217;Individuo si riferisce, in quanto tale in modo assoluto, all&#8217;Assoluto. In queste condizioni, quando si afferma che amare Iddio \u00e8 un dovere, si esprime una cosa diversa a quella detta prima; perch\u00e9, se questo dovere \u00e8 assoluto, la morale scende al livello del relativo. Nondimeno, non consegue che la morale debba essere abolita; essa riceva piuttosto un&#8217;espressione affatto diversa, quella del paradosso di modo che, ad esempio, l&#8217;amore verso Dio pu\u00f2 condurre il cavaliere della fede a dare al suo amore verso il prossimo l&#8217;espressione contraria a quanto, dal punto di vista morale, \u00e8 il suo dovere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se non \u00e8 cos\u00ec, la fede non ha il suo posto nella vita, essa non \u00e8 che una crisi; ed Abramo \u00e8 perduto, in quanto ha ceduto ad essa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo paradosso non si presta ad esser mediato: perch\u00e9 riposa sul fato che l&#8217;individuo \u00e8 esclusivamente l&#8217;Individuo. Quando vuole esprimere il suo dovere assoluto nel Generale e prender coscienza di quello in questo, riconosce d&#8217;essere in crisi e, malgrado la sua resistenza a questo turbamento, non arriva a compiere il sedicente dovere assoluto; e, se non lo compie, pecca, bench\u00e9 la sua azione traduca<\/em> realiter <em>quello che era il suo dovere assoluto.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Come dire che, se Abramo avesse giudicato s\u00e9 stesso e l&#8217;azione che si apprestava a compiere sul Monte Moriah dal punto di vista morale, avrebbe dovuto compierla con cattiva coscienza, sentendosi un assassino, il che sarebbe equivalso a non compierla affatto: perch\u00e9 un&#8217;azione ordinata <em>personalmente<\/em> da Dio non pu\u00f2 essere un male, bens\u00ec un qualcosa che sta <em>al di sopra<\/em> della morale, senza per questo abolirla. La fede \u00e8 abbandono assoluto alla volont\u00e0 di Dio; nessuna mediazione con la morale corrente \u00e8 possibile, perch\u00e9 la sfera del religioso \u00e8 distinta e superiore a quella dell&#8217;etica. <em>\u00abO l&#8217;Individuo diventa cavaliere della fede assumendo su di s\u00e9 il paradosso, o non lo diventer\u00e0 mai\u00bb.<\/em> Quindi, fra lo stadio dell&#8217;etica e quello della religione non vi \u00e8 continuit\u00e0, ma un salto, e &#8211; dal punto di vista umano &#8211; uno scandalo: lo scandalo della fede. Anche la chiamata di Maria Vergine, aveva detto Kierkegaard nell&#8217;esaminare ilproblema1, \u00e8 scandalosa da un punto di vista puramente umano. Poi cita un famoso passo del Vangelo di Luca (XIV,26), ove Ges\u00f9 ammonisce che <em>&quot;se alcuno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la sua moglie, i suoi figliuoli, i suoi fratelli, le sue sorelle e la sua stessa vita, non pu\u00f2 essere mio discepolo\u00bb.<\/em> Dura \u00e8 questa parola, eppure &#8211; sostiene Kierkegaard -non bisogna avere la vilt\u00e0 di volerla interpretare in maniera puramente allegorica o edulcorata. Perch\u00e9 una dottrina che, <em>\u00abquando sembra spaventare, fa marcia indietro e balbetta questa dottrina non val la pena che ci si alzi per seguirla\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Ancora una volta, per meglio chiarire il suo pensiero, Kierkegaard si serve del confronto fra la situazione dell&#8217;eroe tragico e quella del cavaliere della fede, paragonando le rispettive difficolt\u00e0 e le rispettive solitudini.<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;eroe tragico ha presto finito, presto termina il suo combattimento; compie il movimento infinito e trova la sicurezza nel Generale. Il cavaliere della fede invece non conosce riposo, la sua prova \u00e8 continua, in ogni momento ha la possibilit\u00e0 di tornare indietro, pentendosi, in seno al Generale; e questa possibilit\u00e0 pu\u00f2 essere crisi e pu\u00f2 essere verit\u00e0. Non pu\u00f2 domandare a nessuno una spiegazione; perch\u00e9 altrimenti sarebbe fuori del paradosso. (&#8230;) L&#8217;eroe tragico pu\u00f2 anche concentrare in un punto decisivo la morale che egli ha sorpassato teleologicamente; ma trova per questo un appoggio nel Generale. Il cavaliere della fede, in tutto e per tutto, non dispone che di s\u00e9 stesso; da ci\u00f2 il terribile della sua situazione. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Solo l&#8217;Individuo pu\u00f2 decidere se si trova davvero in una crisi o se \u00e8 cavaliere della fede.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A causa della solitudine tremenda a cui viene a trovarsi quando entra in relazione <em>personale<\/em> con l&#8217;Assoluto, il cavaliere della fede &#8211; osserva molto giustamente Kierkegaard &#8211; non diverr\u00e0 mai un maestro per nessun altro; egli \u00e8 e pu\u00f2 essere solamente un testimone. Da ci\u00f2 la sua profonda umanit\u00e0, che ce lo rende caro nonostante il <em>tremendum<\/em> che lo avvolge come una nube. Ma non soltanto il sacrificio d&#8217;Isacco \u00e8 un paradosso; la fede in quanto tale lo \u00e8, dal momento che il gesto di Abramo non \u00e8 altro che un totale atto di fede, cio\u00e8 di abbandono a Dio. Qui troviamo gi\u00e0, <em>in nuce,<\/em> quegli argomenti che, poi, Kierkegaard svilupper\u00e0 ed espliciter\u00e0 senza riguardo per gli altri o per s\u00e9 stesso, nella durissima battaglia che condurr\u00e0 contro il perbenismo ipocrita della Chiesa di Danimarca, basato &#8211; a suo giudizio &#8211; sulla negazione di un tale paradosso e di un tale scandalo, in una banalizzazione dell&#8217;assoluto rapporto con Dio.<\/p>\n<p><em>&quot;Dunque o c&#8217;\u00e8 un dovere assoluto verso Dio, e, in questo caso, si tratta del paradosso che abbiamo descritto, secondo il quale l&#8217;Individuo ,come individuo, \u00e8 al di sopra del Generale, e, come tale, in un rapporto assoluto con l&#8217;Assoluto; oppure non c&#8217;\u00e8 mai stata fede, perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 sempre stata, ovvero anche Abramo \u00e8 perduto, a meno che non si debba spiegare il testo di Luca (XIV) come ha fatto l&#8217;elegante esegeta, e interpretare nello stesso modo i passi corrispondenti e analoghi&quot;<\/em>, ossia in modo edulcorato e puramente simbolico.<\/p>\n<p><em>PROBLEMA 3. SI PU\u00d2 GIUSTIFICARE MORALMENTE IL SILENZIO DI ABRAMO CON SARA, ELIEZER E ISACCO?<\/em><\/p>\n<p>A questo interrogativo, che di primo acchito potrebbe sembrare il meno drammatico o comunque il meno pressante dei tre, Kierkegaard dedica invece molto pi\u00f9 spazio che ai primi due. Se Hegel avesse ragione di porre la categoria della fede sullo stesso piano di quella dell&#8217;estetica, egli osserva, allora bisognerebbe ammettere che non esiste alcuna legittima interiorit\u00e0 nascosta, nessun legittimo incommensurabile, e tutto ci\u00f2 che \u00e8 morale dovrebbe anche, per ci\u00f2 stesso, poter essere apertamente manifestato. Ma allora Hegel avrebbe torto nel definire Abramo il padre della fede; mentre ci\u00f2 \u00e8 vero per il fatto che la fede giace su un altro piano di realt\u00e0.<\/p>\n<p>Poi Kierkegaard svolge una riflessione preliminare sull&#8217;essenza del dramma, sia antico che moderno, facendola precedere da un preambolo sul concetto dell&#8217;<em>interessante,<\/em> di cui massimo esempio umano sono stati il personaggio di Socrate e la sua intera vita. L&#8217;essenza del dramma, come gi\u00e0 aveva osservato Aristotele nella sua <em>Poetica<\/em>, \u00e8 costituita, come per la favola, da due elementi: la peripezia e l&#8217;agnizione, ossia il riconoscimento finale della cosa o del personaggio nascosto. Poi il nostro Autore fa una serie di esempi poetici, pi\u00f9 o meno immaginari di situazione drammatiche, nelle quali sia implicata l&#8217;idea di un silenzio significativo da parte di una persona, che comporta un carico di responsabilit\u00e0 morale nei confronti della situazione e di altre persone. Agamannone, per esempio, nell&#8217;<em>Ifigenia in Aulide<\/em> di Euripide, deve sacrificare la figlia: l&#8217;estetica esige da lui il silenzio, <em>\u00abperch\u00e9 sarebbe indegno di un eroe andar chiedendo consolazione\u00bb<\/em>; inoltre, per delicatezza verso le donne (la figlia e la moglie),deve tener celato il pi\u00f9 a lungo possibile il proprio progetto. Davanti alle lacrime di Ifigenia e di Clitennestra, l&#8217;eroe si trova in grave difficolt\u00e0; ma Euripide, per salvare la dimensione estetica del dramma, fa in modo che un vecchio servitore sveli a Clitennestra il terribile segreto del marito; cos\u00ec il modo di agire di quest&#8217;ultimo acquista un senso, e ogni cosa torna al suo posto: Agamennone non \u00e8 un sovrano senza cuore che vuole uccidere la figlia senza una ragione, ma un uomo che si piega al duro volere degli dei.<\/p>\n<p>Per\u00f2 l&#8217;etica, osserva Kierkegaard, non conosce simili espedienti di natura estetica; nel dramma di Agamennone, annunciare apertamente la sua volont\u00e0 di sacrificare la figlia richiede un coraggio sovrumano. E sovrumana \u00e8 anche la forza d&#8217;animo necessaria per mantenere il segreto, perch\u00e9 il silenzio \u00e8 una manifestazione del paradosso nei due sensi del divino e del demoniaco.<\/p>\n<p><em>&quot;Il silenzio \u00e8 la trappola del demonio; pi\u00f9 lo si mantiene, pi\u00f9 il demonio \u00e8 terribile. Ma il silenzio \u00e8 anche la condizione nella quale l&#8217;individuo prende coscienza della sua unione con la divinit\u00e0.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Poi, sempre citando Aristotele (dalla <em>Politica,<\/em> questa volta), Kierkegaard rievoca un curioso aneddoto : quello di un fidanzato di Delfi, al quale gli auguri avevano predetto una sventura dopo che si fosse sposato. Il giovane, allora, ruppe il fidanzamento e non si spos\u00f2 (e noi possiamo capire, anche in questo caso, il particolare interesse di Kierkegaard per una simile storia: gli ricordava troppo la sua propria vicenda con Regina Olsen). Proprio quando, in processione, si stava recando alla casa della fidanzata per prenderla con s\u00e9, decise di on farlo e prosegu\u00ec oltre, spezzandole il cuore per l&#8217;infelicit\u00e0. Avrebbe dovuto spiegarle il significato della sua decisione, rivelandole la profezia di malaugurio? Oppure avrebbe fatto meglio a tacere, e sposarla lo stesso? Oppure, ancora, avrebbe dovuto tacere e non sposarla, come di fatto avvenne? L&#8217;etica ordinerebbe al fidanzato di parlare, di spiegare, fidando a buon diritto che gli altri comprenderanno la sua situazione, qualunque cosa egli decida circa il matrimonio; ma egli pu\u00f2 anche tacere, ponendosi al di sopra dell&#8217;etica, in un rapporto personale con la divinit\u00e0. Ma, in questo caso, egli potrebbe anche ingannarsi; potrebbe anche cadere in un mondo di pure fantasticherie.<\/p>\n<p>Quindi Kierkegaard prende in esame la famosa storia di Agnese e del tritone. In essa, come sembra confessare a s\u00e9 stesso in una pagina del <em>Diario<\/em> in cui commenta quella pagine di <em>Timore e tremore<\/em>, appare chiaro che si tratta di una trasfigurazione della sua vicenda sentimentale con Regina Olsen.. Infatti, dopo aver sedotto la fanciulla quasi per gioco, il tritone rimane profondamente commosso dall&#8217;amore fiducioso, incondizionato di lei, che vorrebbe davvero portarla per sempre con s\u00e9 nel suo regno sottomarino; ma non pu\u00f2, perch\u00e9 dovrebbe iniziarla <em>\u00abal mistero della sua esistenza, dirle che in realt\u00e0 egli \u00e8 un mostro\u00bb<\/em>; allora, disperato, decide di scomparire negli abissi del mare e fa credere alla fanciulla di aver voluto ingannarla. \u00c8 perci\u00f2 condannato al silenzio sulle vere ragioni di quell&#8217;abbandono e sulla natura dei suoi sentimenti per lei, un silenzio che non l&#8217;etica, ma solo la religione, possono sciogliere.<\/p>\n<p><em>&quot;Io posso dunque comprendere i movimenti del tritone, mentre Abramo mi resta inintelligibile; perch\u00e9 \u00e8 appunto per paradosso che il tritone arriva a voler realizzare il Generale. Se, infatti, egli resta nel suo segreto, e impara tutti i tormenti del pentimento, egli diviene allora un demone ed \u00e8, come tale, annientato. Se resta nel suo segreto, ma giudica imprudente darsi da fare per la liberazione di Agnese, subendo il martirio della schiavit\u00f9 del pentimento, trova la pace, certo; ma, per questo, \u00e8 perduto. Se invece si manifesta e si lascia salvare da Agnese, \u00e8 allora il pi\u00f9 grand&#8217;uomo che io possa immaginare. Perch\u00e9 l&#8217;estetica, nella sua leggerezza, \u00e8 la sola cosa che crede di lodare la potenza dell&#8217;amore, accordando ad un uomo perduto<\/em> [ad un uomo, non a un tritone: questo <em>lapsus calami<\/em> tradisce il vero corso dei pensieri dell&#8217;Autore!] <em>l&#8217;amore di una innocente fanciulla, che in questo modo lo salva; ma solo l&#8217;estetica commette l&#8217;errore di credere eroina Agnese, mentre questo epiteto va bene per il tritone. Egli non pu\u00f2 dunque appartenere al tritone; a meno che, dopo aver compiuto il movimento infinito del pentimento, non ne faccia ancora un altro: il movimento in virt\u00f9 dell&#8217;Assurdo. Egli pu\u00f2, con le proprie forze, compiere il primo, ma vi si sfinisce; e quindi gli \u00e8 impossibile tornare indietro da solo ed afferrare la realt\u00e0. Se non si ha abbastanza passione, non si effettua n\u00e9 l&#8217;uno n\u00e9 l&#8217;altro di quei movimenti, se si sciupa la vita a pentirsi un po&#8217;, credendo che il resto andr\u00e0 da s\u00e9, allora vuol dire che si \u00e8 rinunciato una volta per tutte a vivere nell&#8217;idea.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Da questo brano noi possiamo capire alcune cose che, altrimenti, ci restano incomprensibili. Agnese, ossia Regina, era una fanciulla di sentimenti squisiti, ma non un&#8217;eroina; non avrebbe avuto la forza di comprendere e accettare il segreto del tritone, cio\u00e8 di Kierkegaard. Pertanto quest&#8217;ultimo doveva trovare solo in s\u00e9 stesso la forza di custodire il segreto e anche la sofferenza per aver illusa e abbandonata la dona amata. Egli ebbe questa forza, ma consum\u00f2 nello sforzo tutte le sue energie; avrebbe voluto poter compiere il passo successivo, affidare a Dio la sua pena e trovarvi il premio insperato, come Abramo ebbe da Dio, in virt\u00f9 della sua fede, il premio della salvezza di Isacco; ma non riusc\u00ec a compiere del tutto un tale movimento interiore. Rimase cos\u00ec sospeso, aspirando a divenire egli stesso un cavaliere della fede, ma non riuscendo mai a oltrepassare del tutto lo stadio di cavaliere della rassegnazione.<\/p>\n<p>Straordinariamente acuto \u00e8 poi il passaggio in cui Kierkegaard, che era un attento osservatore dell&#8217;animo femminile, lascia trasparire la consapevolezza che, se il tritone ha sedotto Agnese, non perci\u00f2 ella \u00e8 rimasta perfettamente estranea al processo che lo ha portato a invaghirsene; e molto appropriate sono le sue considerazioni sul ruolo che la donna, in generale, svolge nel fenomeno della seduzione, che non \u00e8 mai del tutto univoco ma risulta piuttosto da un sottile e, per certi versi, ambiguo gioco di corrispondenze.<\/p>\n<p><em>&quot;Egli pu\u00f2 sedurre Agnese, cento Agnesi, pu\u00f2 affascinare ogni fanciulla, ma Agnese ha vinto ed \u00e8 perduta per lui. Essa pu\u00f2 appartenergli soltanto come una preda; lui, non pu\u00f2 darsi con fedelt\u00e0 a nessuna fanciulla; perch\u00e9 non \u00e8 altro che un tritone. Mi sono permesso un piccolo mutamento, per il tritone, a un certo punto; in fondo ho un po&#8217; imbellito Agnese; perch\u00e9 nel racconto essa non \u00e8 completamente innocente, e d&#8217;altronde ci sarebbe<\/em> non-sens, <em>adulazione e offesa verso il sesso femminile, a immaginare una seduzione nella quale una fanciulla non ha nulla, assolutamente nulla da rimproverarsi Per modernizzare un po&#8217; il mio vocabolario, l&#8217;Agnese della leggenda \u00e8 una donna avida di interessante<\/em> [la categoria considerata in precedenza dall&#8217;Autore, e di cui il massimo esempio umano era, per lui, Socrate]<em>, e ogni donna come lei pu\u00f2 sempre esser sicura che un tritone non \u00e8 lontano; perch\u00e9 i seduttori la indovinano, per cos\u00ec dire, a occhi chiusi, e si gettano su di lei come lo squalo sulla preda. E quindi \u00e8 una enorme sciocchezza (o forse si tratta di una voce diffusa dal tritone)dire che una sedicente educazione preservi le fanciulle dai tritoni. La vita \u00e8 pi\u00f9 giusta, nella sua eguaglianza verso tutti; il solo aiuto contro il seduttore, \u00e8 l&#8217;innocenza.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Poi Kierkegaard si sofferma brevemente sulla storia biblica di Tobia, concentrando per\u00f2 l&#8217;attenzione sul personaggio di Sara che, a suo giudizio, \u00e8 la vera eroina della situazione. Anche in questo caso, le sue osservazioni appaiono straordinariamente acute e originali.<\/p>\n<p><em>&quot;Come cavaliere dal cuor coraggioso, Tobia agisce arditamente; ma ogni uomo che non ha quel coraggio \u00e8 un vigliacco, tanto ignorante dell&#8217;amore quanto della sua condizione d&#8217;uomo; non sa che cosa valga la pena di vivere, non ha neppur compreso il piccolo mistero per il quale \u00e8 meglio dare che ricevere; non la minima idea della grandezza di questo pensiero, che \u00e8 meglio dare che ricevere; non ha la minima idea della grandezza di questo pensiero, che \u00e8 molto pi\u00f9 difficile ricevere che dare, voglio dire, quando si \u00e8 avuto il coraggio di accettare la privazione senza diventar vile al momento della sventura. No, l&#8217;eroina di questo dramma \u00e8 Sara. \u00c8 a lei che voglio avvicinarmi, come non mi sono avvicinato mai ad una fanciulla o come non ho mai avuto, nel mio spirito, la tentazione di avvicinarmi a quelle delle quali ho letto la storia. Perch\u00e9, quale amore verso Dio non \u00e8 forse necessario, per volersi lasciar guarire, quando, fin dal principio, , si \u00e8 tanto disgraziati senza propria colpa, quando si \u00e8 un esemplare tanto mancato di umanit\u00e0! Quale maturit\u00e0 morale ci vuole per assumere la responsabilit\u00e0 di permettere all&#8217;essere amato una simile impresa?<\/em> [cio\u00e8, permettere a Tobia di sposarla, sapendo che il demonio Asmodeo lo uccider\u00e0, come ha gi\u00e0 fatto con i sette mariti precedenti]. <em>Che fede in Dio per non odiare il momento seguente l&#8217;uomo al quale essa deve tutto!&quot;<\/em><\/p>\n<p>Infine, dopo aver preso in esame il dramma di Faust e Margherita, Kierkegaard torna a quello di Abramo, da cui si era temporaneamente allontanato solo per meglio lumeggiare i risvolti nascosti ed inquietanti della sua situazione, del suo silenzio con gli uomini (Sara, Eliezer e Isacco) e della sua immensa fede in Dio. Di nuovo l&#8217;Autore riprende il paragone fra Abramo e l&#8217;eroe tragico, per sottolineare quanto sia pi\u00f9 ardua la sua posizione, quanto pi\u00f9 costretto alla solitudine e all&#8217;incomprensione il suo animo.<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;autentico eroe tragico si sacrifica al Generale con tutto quel che gli \u00e8 proprio; tutti i suoi atti e i suoi impulsi appartengono al generale; egli \u00e8 il manifestato, e, in questa manifestazione, \u00e8 il figlio prediletto dell&#8217;etica. La sua situazione non si applica per\u00f2 ad Abramo che non fa nulla per il Generale e rimane nascosto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Eccoci ancora di fronte al paradosso. O l&#8217;Individuo pu\u00f2, come tale, essere in rapporto assoluto con l&#8217;Assoluto, e allora la moralit\u00e0 non \u00e8 lo stadio supremo; o Abramo \u00e8 perduto. Non \u00e8 un eroe, n\u00e9 tragico n\u00e9 estetico.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In queste condizioni pu\u00f2 ancora sembrare che non ci sia nulla di pi\u00f9 facile del paradosso. Debbo dunque ripetere che, se lo si crede davvero, non si \u00e8 affatto un cavaliere della fede, perch\u00e9 la sofferenza e l&#8217;angoscia sono la sola legittimazione concepibile, bench\u00e9 non sia possibile darle un&#8217;accezione generale; perch\u00e9 in questo modo si sopprime il paradosso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Abramo tace. Ma egli non<\/em> pu\u00f2 <em>parlare. In questa impossibilit\u00e0 consistono la sofferenza e l&#8217;angoscia. Perch\u00e9 se, parlando, non posso farmi comprendere, io non parlo, anche se peroro giorno e notte senza posa. Questo \u00e8 il cado d&#8217;Abramo; egli pu\u00f2 dir tutto, eccetto una cosa, e, quando non pu\u00f2 dirla in modo da farsi intendere, non parla. La parola conforta, perch\u00e9 mi permette di tradurmi nel Generale. Abramo pu\u00f2 dire le pi\u00f9 belle cose di cui sia capace la lingua umana, circa il suo amore per Isacco. Ma ha un&#8217;altra cosa nel cuore: ha una cosa pi\u00f9 profonda, la volont\u00e0 di sacrificare suo figlio, perch\u00e9 cos\u00ec \u00e8 messo alla prova. Siccome nessuno pu\u00f2 comprendere quest&#8217;ultimo punto, nessuno potr\u00e0 pure comprendere il primo.<\/em><\/p>\n<p>Segue una riflessione di natura estetica su quale sia l&#8217;ultima parola che si addice a un eroe tragico al culmine della situazione drammatica, e quale sia stata la parola pronunziata da Abramo. La parola di Abramo fu il silenzio: in questo, anche, si esprime la sua disumana solitudine e, per conseguenza, la sua grandezza.<\/p>\n<p><em>&quot;Si vede chiaro, a questo punto, che \u00e8 possibile comprendere Abramo, ma soltanto come si comprende il paradosso. Posso benissimo ,per quel che mi riguarda, comprendere Abramo; ma al tempo stesso m&#8217;accorgo che non ho il coraggio di parlare e tanto meno di agire come lui. Non per questo dico che sia poca cosa quel ch&#8217;egli ha compiuto, quando \u00e8 invece il solo prodigio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E che cosa pensarono i contemporanei dell&#8217;eroe tragico? Ch&#8217;egli era grande; e fu ammirato. E quel venerabile collegio di spiriti nobili, quel giur\u00ec che ogni generazione istituisce per giudicare la precedente, s&#8217;\u00e8 espresso nello stesso modo. Ma non ci fu nessuno che comprendesse Abramo. E tuttavia a che cosa egli giunse? A rimanere fedele al suo amore. Ma chi ama Iddio non ha bisogno di lacrime n\u00e9 di ammirazione; dimentica la sofferenza nell&#8217;amore e in modo cos\u00ec totale che neppur resterebbe in lui traccia del suo dolore, se Iddio non se la ricordasse, perch\u00e9 Egli vede nel segreto, conosce la sofferenza, conta le lacrime e non dimentica nulla.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;O dunque esiste un paradosso per il quale l&#8217;Individuo \u00e8, come tale, in un rapporto assoluto con l&#8217;Assoluto; oppure Abramo \u00e8 perduto.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>EPILOGO<\/em><\/p>\n<p>Nell&#8217;<em>Epilogo,<\/em> Kierkegaard riprende i temi introduttivi del libro. Con la graffiante ironia di cui \u00e8 maestro, torna al tema -a lui caro &#8211; del regresso intellettuale e spirituale tipico della modernit\u00e0, mascherato (come per il Leopardi de <em>La ginestra o il fiore del deserto )<\/em> da saccente e boriosa presunzione.<\/p>\n<p><em>&quot;Una volta, essendo troppo diminuito, in Olanda, il prezzo delle spezie, i mercanti, per rialzarlo, fecero gettare in mare alcuni carichi. Si trattava di un imbroglio perdonabile e forse necessario. Ma noi abbiamo forse bisogno di un imbroglio simile nel mondo dello spirito? Siamo talmente sicuri di essere giunti al pi\u00f9 alto punto, che non ci resti se non pienamente immaginare di non essere a quel punto, per aver tuttavia di che passare il tempo? \u00c8 questo l&#8217;inganno di cui ha bisogno la generazione presente, era questa la virtuosit\u00e0 alla quale doveva essere educata o non ha essa invece spinto ad una sufficiente perfezione l&#8217;arte di ingannare se stessa?&quot;<\/em><\/p>\n<p>E risponde, con una domanda retorica, che la presente generazione ha invece bisogno di recuperare una fondamentale seriet\u00e0 nei confronti della vita, di vedersi amorosamente indicare i compiti cui essa \u00e8 chiamata, di coltivare il nobile slancio dell&#8217;anima verso mete belle e al tempo stesso difficili. E afferma che, in tale senso, ogni generazione deve ricominciare il proprio lavoro come se fosse la prima: e noi possiamo ben concludere (anche se Kierkegaard non lo dice) che la concezione evolutiva del tempo \u00e8 ingenua e arrogante, non \u00e8 vero che il sapere e la saggezza di accumulano poco alla volta, come briciole di pane ammassate dalle formiche l&#8217;una dopo l&#8217;altra. Questo, infatti, sarebbe un movimento dialettico, che procede per sintesi degli opposti e comporta un progresso lineare o, in ogni modo, un progresso; mentre la vita, per Kierkegaard, \u00e8 possibilit\u00e0, angoscia, salto (in avanti, ma forse anche all&#8217;indietro): non <em>et-et,<\/em> ma <em>aut-aut<\/em>: questo <em>o<\/em> quello.<\/p>\n<p>Ora, la generazione di met\u00e0 Ottocento pretende di essersi spinta <em>oltre<\/em> in ogni campo del sapere e della vita, e dunque anche nel campo della fede. Oltre la fede stessa, cio\u00e8 oltre il paradosso. Ma questo, per Kierkegaard, non \u00e8 possibile: <em>\u00abse una generazione mostra una simile audacia, vuol dire che in essa c&#8217;\u00e8 qualcosa di sbagliato\u00bb.<\/em> Il paradosso della fede, l&#8217;Assurdo dell&#8217;assoluto incontro dell&#8217;Individuo con l&#8217;Assoluto, \u00e8 al limite estremo delle possibilit\u00e0 umane; e, anzi, solo pochissimi vi sono giunti, forse uno solo: il padre della fede, Abramo. La fede \u00e8 la pi\u00f9 alta passione dell&#8217;uomo: al di l\u00e0 di essa, da un punto di vista umano, c&#8217;\u00e8 il nulla; parlando umanamente, solo l&#8217;Assoluto in quanto tale pu\u00f2 propriamente collocarsi al di l\u00e0 delle fede, poich\u00e9 esso si colloca al di sopra di tutte le cose finite.<\/p>\n<p><em>&quot;\u00abBisogna andar oltre, bisogna andar oltre\u00bb. Questo bisogno di \u00abandare oltre\u00bb \u00e8 antico sulla terra. Eraclito l&#8217;Oscuro, che lasci\u00f2 i suoi pensieri nei suoi scritti e i suoi scritti nel tempio di Diana (quei pensieri erano stati la sua armatura nella vita e perci\u00f2 li sospese nel tempio), Eaclito l&#8217;Oscuro ha detto: \u00abNon ci si pu\u00f2 bagnare due volte nel medesimo fiume\u00bb. Eraclito l&#8217;oscuro aveva un discepolo, costui non si ferm\u00f2 a quel pensiero, and\u00f2 oltre e aggiunse: \u00abNon ci si pu\u00f2 bagnare neppure una volta\u00bb. Povero Eraclito, che aveva un discepolo simile! La frase di Eraclito fu, con quella correzione, trasformata in una frase eleatica, negatrice del movimento. Eppure quel discepolo desiderava soltanto essere un discepolo di Eraclito che andasse oltre il maestro e non tornasse a quel che il maestro aveva abbandonato\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Con questa brillante osservazione, caustica ma sorridente, Kierkegaard conclude il suo libro.<\/p>\n<p>Aggiungiamo soltanto che il titolo di essa, <em>Frygt og Baeven<\/em> (<em>Timore e tremore<\/em>), riprende un passo di San Paolo nella <em>Lettera ai Filippesi<\/em> (2, 12): <em>\u00abDatevi da fare per la vostra salvezza con timore tremore\u00bb.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;Non v&#8217;\u00e8 dubbio che \u00abTimore e tremore\u00bb appartenga ai grandi capolavori di Kierkegaard. 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