{"id":26095,"date":"2015-08-03T01:42:00","date_gmt":"2015-08-03T01:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/03\/il-peccato-per-kierkegaard-e-un-mistero-che-il-pensiero-capisce-di-non-poter-capire\/"},"modified":"2015-08-03T01:42:00","modified_gmt":"2015-08-03T01:42:00","slug":"il-peccato-per-kierkegaard-e-un-mistero-che-il-pensiero-capisce-di-non-poter-capire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/03\/il-peccato-per-kierkegaard-e-un-mistero-che-il-pensiero-capisce-di-non-poter-capire\/","title":{"rendered":"Il peccato, per Kierkegaard, \u00e8 un mistero che il pensiero capisce di non poter capire"},"content":{"rendered":"<p>Il male morale: perch\u00e9? Che cosa spinge gli uomini a commettere il male, se la natura \u00e8 buona? E d&#8217;altra parte, se la natura non \u00e8 buona, che cosa spinge l&#8217;uomo a provare rimorso per il male compiuto? Da dove, dunque, \u00e8 scaturito il male; da dove esso ha fatto irruzione nella creazione, devastandola e lacerandola fino alla radice?<\/p>\n<p>Il male morale, dovunque provenga, non \u00e8 semplicemente un errore, come pensava Socrate; e neppure una impotenza, una incapacit\u00e0 di fare il bene, come sostiene Paul Ricoeur. No, il male morale \u00e8 un atto volontario, come affermava Sant&#8217;Agostino: \u00e8 un atto libero, altrimenti non avrebbe senso giudicarlo &quot;male&quot;; ed \u00e8 una miseria che consiste nello scegliere, all&#8217;interno della gerarchia di valori inscritta nell&#8217;anima umana, i beni inferiori, egoistici e brutali, piuttosto che quelli superiori. Il bene sommo \u00e8 abbandonarsi all&#8217;amore perfetto verso Dio; il male sommo, o sommo peccato, \u00e8 allontanarsi massimamente da Lui. L&#8217;errore appartiene a una categoria puramente razionale; ridurre il male ad un semplice errore significa privarlo della sua connotazione pi\u00f9 specifica: la volont\u00e0 maligna, l&#8217;intenzionalit\u00e0 rivolta verso il male anzich\u00e9 verso il bene e, dunque, il pervertimento della gerarchia dei valori dimoranti nell&#8217;anima umana.<\/p>\n<p>Strano che la cultura moderna, tutta pervasa di ermeneutica demistificante e di critica esegetica, tutta attraversato dalla cultura del sospetto, che finisce per sovrastare e strangolare ogni disponibilit\u00e0 all&#8217;ascolto, in questo ambito, invece, e solo in questo ambito, sia stata in genere cos\u00ec blanda e ingenuamente ottimista: pessimista e nichilista in tutto il resto, a proposito del male e del peccato, ha sfoderato un ottimismo a prova di bomba. Il male non esiste; nessuno fa veramente il male; ciascuno segue la propria inclinazione, ciascuno esercita la propria libert\u00e0: e se, talvolta, ne risulta un male, non vi \u00e8 stato nulla di intenzionale, nulla di perverso, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che esiste nell&#8217;uomo \u00e8 legittimo, naturale, ha tutto il diritto di venire alla luce e di cercare il proprio soddisfacimento. Ma forse non \u00e8 poi cos\u00ec strano, se si riflette che questo ottimismo forzato non nasce da altro che dalla volont\u00e0 di giustificare ogni forma di edonismo e ogni aberrazione narcisista, oltre che dalla necessit\u00e0 di eliminare quello scomodo grido della coscienza che testimonia, col suo non consentire facilmente al male, anche quando lo si sia compiuto, la presenza, nell&#8217;uomo, di un principio superiore che, tuttavia, \u00e8 impossibile riconoscere, perch\u00e9 la sua ammissione metterebbe in crisi tutta l&#8217;impalcatura delle nostre materialistiche certezze.<\/p>\n<p>Eppure, se si vuol guardare la realt\u00e0 senza le lenti dell&#8217;ideologia, cos\u00ec come essa si presenta immediatamente al nostro sguardo, \u00e8 evidente che il male morale esiste, eccome; e che gli uomini lo commettono in piena coscienza e con piena intenzionalit\u00e0: \u00e8 evidente, dunque, che il peccato non \u00e8 un retaggio di una cultura religiosa appartenente al passato, ma una realt\u00e0 inquietante e misteriosa, che non chiede il permesso ai nostri intellettuali laici e razionalisti per manifestarsi, ma che viene a turbare la festa del banchetto illuminista, tutto fondato sul presupposto della perfetta bont\u00e0 della natura, proiettando su di esso delle ombre minacciose. Eppure, anche il cristianesimo afferma che la natura, in origine, \u00e8 buona; ma che poi qualcosa l&#8217;ha ferita, qualcosa l&#8217;ha segnata in maniera pressoch\u00e9 irreparabile &#8212; irreparabile, quanto alle forze dell&#8217;uomo e non quanto alla disponibilit\u00e0 amorevole di Do, che rimane immutata e che, anzi, ha dato origine al mistero sommo dell&#8217;Incarnazione: un evento, un atto, una azione deliberata, quello che appunto i cristiani chiamano il Peccato originale.<\/p>\n<p>Il filosofo moderno che ha esplorato con pi\u00f9 acutezza questo mistero \u00e8 stato S\u00f6ren Kierkegaard, specialmente nel saggio \u00abIl concetto dell&#8217;angoscia\u00bb (1844), la cui riflessione \u00e8 stata cos\u00ec sintetizzata da Isabella Adinolfi Bettiolo (\u00abKierkegaard: libert\u00e0 e ragione\u00bb, in: \u00abLa libert\u00e0 del bene\u00bb, a cura di Carmelo Vigna, Milano, Vita e Pensiero, 1998, pp. 347-49):<\/p>\n<p>\u00abPertanto: ogni uomo, come Adamo, \u00e8 libero. Ogni uomo, come Adamo, comincia con l&#8217;innocenza&#8230; eppure, ogni uomo, nessuno escluso, ripete il peccato di Adamo. Ed ecco riproporsi, allora, la consueta domanda: su quale fondamento affermo che Adamo, e con lui tutti i suoi discendenti, avrebbero potuto non peccare?<\/p>\n<p>Invisibile alla vista, in quanto si annienta sia divenendo sia non divenendo reale; indefinibile per la ragione, che ne parla, contraddicendosi, come di ci\u00f2 che \u00e8, eppure non \u00e8, il possibile non pu\u00f2 essere che oggetto di fede. Torniamo cos\u00ec alle battute iniziali di questo saggio, dove, in polemica con Hegel, Kierkegaard contrapponeva la ragione alla libert\u00e0, il sapere all&#8217;esistenza. Coerentemente a questa contrapposizione, il filosofo affida ora alla fede anche quell&#8217;accadere che pi\u00f9 di ogni altro manifesta la libert\u00e0 nell&#8217;esistenza umana: quell&#8217;invisibile alla vista e quel&#8217;indefinibile per la ragione che \u00e8 il passaggio dall&#8217;angoscia al peccato.<\/p>\n<p>Tuttavia la fede, occorre precisarlo, bench\u00e9 creda l&#8217;invisibile, bench\u00e9 abbia per oggetto l&#8217;incomprensibile, non \u00e8 priva di intelligenza. Anzi, \u00e8 la ragione stessa a preparare il salto, individuando nei problemi che le risultano insolubili, delle aporie che la trattengono e in cui si dibatterebbe senza fine, se la fede non la soccorresse. \u00c8 questo un aspetto della riflessione di Kierkegaard che non va trascurato e su cui, concludendo, vorrei richiamare brevemente l&#8217;attenzione.<\/p>\n<p>Nel &quot;Concetto dell&#8217;angoscia&quot; il pensatore danese osserva che l&#8217;etica sembra essere la disciplina che pi\u00f9 di ogni altra avrebbe il diritto ad ospitare il peccato. Essa, scrive, \u00e8 la scienza che addita all&#8217;uomo il suo essere ideale, il suo dover essere, come un compito. Tuttavia, prosegue Kierkegaard, &quot;con questa esigenza l&#8217;etica sviluppa una contraddizione, rendendo proprio manifesta la difficolt\u00e0 e l&#8217;impossibilit\u00e0 di ci\u00f2 che chiede&quot;. L&#8217;etica \u00e8 come la legge (Gal., 3, 24) che mentre comanda, condanna, perch\u00e9 nel comandamento \u00e8 implicito il contrasto esistente tra dover essere ed essere, tra l&#8217;ideale e la natura dell&#8217;uomo. Questo contrasto tra idealit\u00e0 e realt\u00e0, l&#8217;etica non lo pu\u00f2 spiegare, n\u00e9 superare.<\/p>\n<p>Ora, questa contraddizione, su cui l&#8217;etica naufraga, \u00e8, propriamente, il peccato. &quot;Nella lotta, osserva il filosofo, &quot;in cui si deve realizzare il compito dell&#8217;etica, il peccato non appare come qualcosa che si trovi per caso in qualche individuo, ma il peccato si ritira in sfere sempre pi\u00f9 profonde, come un presupposto sempre pi\u00f9 profondo, un presupposto che trascende l&#8217;individuo. Allora tutto \u00e8 perduto per l&#8217;etica e l&#8217;etica stessa ha contribuito a far perdere tutto. Qui \u00e8 sorta una categoria il cui posto sta assolutamente fuori del suo ambito&quot;. Il dogma del peccato originale getta una nuova luce sulla profonda corruzione dell&#8217;uomo, sul contrasto tra ideale e reale. Ma tale soluzione, chiarificatrice della contraddizione, non \u00e8 acquisibile dall&#8217;intelligenza. Questa, infatti, pu\u00f2 solo riconoscere la contraddizione come tale e non ignorarla o pretendere di trascenderla, come hanno tentato di fare rispettivamente l&#8217;etica classica, che non l&#8217;ha colta punto e partiva dal presupposto dell&#8217;attuabilit\u00e0 della virt\u00f9, e quella moderna, che pur riconoscendola, in Hegel riduce il peccato a mero momento dialettico e in Kant rinuncia a &quot;determinare in modo preciso che l&#8217;inesplicabile, il &#8216;paradosso&#8217;, \u00e8 una categoria&quot;.<\/p>\n<p>In questi senso, dunque il pensiero, un pensiero rigoroso e modesto, capisce che &quot;c&#8217;\u00e8 qualcosa che non pu\u00f2 capire&quot;, prepara, per cos\u00ec, dire, la fede, e questa, a sua volta, soccorre il pensiero. In altri termini: la ragione conosce il peccato nelle sue conseguenze come limite ed imperfezione della finitezza, come resistenza del reale a tradursi in ideale; ma il peccato stesso, come causa di queste conseguenze, come atto libero, \u00e8 tale solo per la fede, e, se \u00e8 principio di intelligibilit\u00e0 di ci\u00f2 che appare, esso stesso non appare, resta inafferrabile, inintelligibile.\u00bb<\/p>\n<p>Grandezza di Kierkegaard; piccolezza di Kant, di Hegel e di quasi tutti i filosofi moderni. Fra i moderni, quasi il solo Kierkegaard ha visto e indicato, con tale lucidit\u00e0 cristallina, e &#8212; diremmo &#8212; quasi dolorosa, nella sua stridente evidenza, la distanza abissale che separa il nostro orgoglioso &quot;tu devi&quot;, su cui l&#8217;etica moderna &#8212; anzi, a ben guardare, qualsiasi etica &#8212; pretende di fondare il proprio progetto di perfettibilit\u00e0 dell&#8217;uomo, e la realt\u00e0 stessa della fragilit\u00e0 umana, cos\u00ec come ci si svela continuamente, non in questo o in quell&#8217;individuo, ma in qualsiasi individuo, tutti, nessuno escluso (o meglio, esclusa Maria Vergine: altro mistero di profondit\u00e0 abissale).<\/p>\n<p>Il paradosso \u00e8 questo: che noi vediamo benissimo, almeno in molti casi, se non in tutti, quale sia il bene da compiere, e ci proponiamo, anche, talvolta, se non sempre, di compierlo (con buona pace sia di Socrate, il quale pensava che, se noi riconoscessimo il bene, non potremmo non farlo; sia del criticismo kantiano, il quale non poneva alcuna distanza tra la volont\u00e0 buona e l&#8217;azione buona), e tuttavia non ne siamo capaci: non solo non facciamo il bene che vorremmo fare, ma facciamo il male che non vorremmo: facciamo esattamente il contrario di ci\u00f2 che l&#8217;intelligenza ci indica e che la volont\u00e0 si propone di attuare.<\/p>\n<p>Tale \u00e8 il paradosso dell&#8217;etica: che ci ordina di fare quel che non riusciamo a fare, che siamo impotenti a realizzare; e dunque essa si rivela come la nostra guida, ma anche come la nostra condanna (come, appunto, lo era la Legge mosaica, nel Giudaismo): in teoria, strumento per la nostra salvezza; in pratica, occasione della nostra caduta e della nostra condanna. L&#8217;etica ci dice quel che va fatto, ma non ci fornisce i mezzi atti a compierlo; al contrario, ci lascia soli e impotenti, pieni di amarezza e di rimorsi, davanti allo spettacolo della nostra debolezza: debolezza che non consiste solo nella difficolt\u00e0, anzi, nella impossibilit\u00e0 di fare il bene, ma nella disponibilit\u00e0 attiva e consenziente a fare il male: quel male che non vorremmo fare, secondo la ragione, e che ripugna alla nostra coscienza, ma che di fatto finiamo per volere, trascinati da una profonda, misteriosa, conturbante inclinazione.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro, a questo punto, che la nostra salvezza, la nostra redenzione, non possono venire dall&#8217;etica, che, al contrario, \u00e8 la voce stessa della nostra condanna e la misura della nostra immensa, infinita, miserevole abiezione: come potremo mai salvarci, se non siamo capaci di volere non solo il bene che abbiamo rinunciato a fare, ma anche il bene che abbiamo deciso di fare, nello stesso tempo in cui siamo incapaci di resistere a quel male che avevamo deciso di evitare? Chi mai ci salver\u00e0, se, pur vedendo l&#8217;abisso spalancato davanti ai nostri piedi &#8212; l&#8217;abisso del male, del peccato &#8212; tutti, infallibilmente, tutti dal primo all&#8217;ultimo, ci spingiamo oltre l&#8217;orlo, come se una pazzia o una cecit\u00e0 radicale ci togliessero l&#8217;uso di noi stessi?<\/p>\n<p>Eppure, non si pu\u00f2 dire che, quando facciamo il male, noi non siamo liberi: questo lo si pu\u00f2 dire solo dopo, a posteriori; ma prima, prima di oltrepassare il bordo dell&#8217;abisso, noi eravamo liberi: liberi, eppure ciecamente, follemente sospinti da una forza misteriosa, agente dal profondo di noi stessi; una forza che non ci toglie la nostra libert\u00e0, ma che, di fatto, la vanifica, perch\u00e9 fa s\u00ec che noi non ci lasciamo guidare dal richiamo del bene che vorremmo fare, ma dal male che non vorremmo, e del quale proviamo &#8212; talvolta &#8212; orrore, spavento e vergogna. \u00c8 chiaro, allora, che la salvezza non potr\u00e0 venirci n\u00e9 dalla ragione, n\u00e9 dalla volont\u00e0, rivelatesi impotenti l&#8217;una e l&#8217;altra: checch\u00e9 ne dicano i filosofi naturalisti e immanentisti, tutti protesi a &quot;scagionare&quot; anticipatamente la natura medesima, e dunque l&#8217;uomo, da qualsiasi colpa, da qualsiasi addebito e da qualsiasi conseguente rimprovero della coscienza.<\/p>\n<p>Eppure, sedicenti psicologi e pretesi &quot;esperti&quot; di problemi esistenziali continuano a ripetere, come un ritornello, ai loro pazienti ed ai loro ascoltatori: \u00abVivi cos\u00ec, senza problemi, senza sensi di colpa: sei unico; sei speciale; sei meraviglioso; devi soltanto essere te stesso, sino in fondo, senza rinunciare a nulla, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 a cui rinunci, \u00e8 perduto per sempre!\u00bb. Messe cos\u00ec le cose, il problema del ben agire non si pone nemmeno: tutto \u00e8 buono, perch\u00e9 tutta la natura lo \u00e8; agire e agire bene, sono una stessa ed unica cosa. E il male? In questo schema, non esiste: \u00e8 il grande assente.<\/p>\n<p>Eppure c&#8217;\u00e8. Lo vediamo, lo incontriamo ogni giorno: ne sentiamo il tremendo, oscuro richiamo; ne subiamo gli assalti, dentro e fuori di noi; ne annusiamo il fetore pestifero, che sparge intorno come un&#8217;aura di morte. C&#8217;\u00e8, ma \u00e8 un mistero della fede: che il pensiero capisce solo di non poter capire&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il male morale: perch\u00e9? Che cosa spinge gli uomini a commettere il male, se la natura \u00e8 buona? 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