{"id":26093,"date":"2008-10-06T08:17:00","date_gmt":"2008-10-06T08:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/10\/06\/la-resurrezione-delle-citta-morte-ovvero-quando-il-capitalismo-riscopre-keynes-sulla-via-di-damasco\/"},"modified":"2008-10-06T08:17:00","modified_gmt":"2008-10-06T08:17:00","slug":"la-resurrezione-delle-citta-morte-ovvero-quando-il-capitalismo-riscopre-keynes-sulla-via-di-damasco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/10\/06\/la-resurrezione-delle-citta-morte-ovvero-quando-il-capitalismo-riscopre-keynes-sulla-via-di-damasco\/","title":{"rendered":"La resurrezione delle citt\u00e0 morte, ovvero quando il capitalismo riscopre Keynes sulla via di Damasco"},"content":{"rendered":"<p>Le recenti disavventure della Borsa di Wall Street, con le loro prossime, inevitabili ripercussioni sul resto del mondo, Europa compresa (checch\u00e9 abbiano detto in contrario i nostri economisti, pi\u00f9 o meno in buona fede, per tranquillizzare i risparmiatori), hanno messo in evidenza una verit\u00e0 che tutti sapevano, ma nessuno osava dire: che il re \u00e8 in mutande.<\/p>\n<p>Dagli effimeri trionfi della cosiddetta finanza creativa e dalla politica dei mutui \u00abfacili\u00bb, quasi tutti i mostri Soloni dell&#8217;economia politica sono ritornati con i piedi per terra e hanno fatto l&#8217;insigne scoperta dell&#8217;acqua calda: che nessuna economia pu\u00f2 dirsi sana se, invece di produrre beni e servizi reali, si limita a trafficare con obbligazioni e titoli, e se finisce per credere che dei semplici pezzi di carta possano sostituire il lavoro, la produzione, il consumo.<\/p>\n<p>Davanti al tracollo dell&#8217;economia cartacea e speculativa, davanti al misero fallimento della bolla di sapone costituita dal <em>bluff<\/em> del gioco in borsa, tutti si sono scoperti virtuosamente assennati e moderati e hanno avuto la folgorazione sulla via di Damasco, come san Paolo quando rimase accecato dallo splendore di quel Dio i cui seguaci si accingeva a perseguitare. La folgorazione dei nostri economisti e dei nostri uomini politici si chiama niente di meno che <em>teoria keynesiana<\/em>, dal nome dell&#8217;economista inglese John Maynard Keynes, primo barone Keynes di Tilton, nato a Cambridge nel 1883 e morto nella sua tenuta di Tilton, nel 1946.<\/p>\n<p>Studente creativo e geniale al King&#8217;s College, poi all&#8217;Universit\u00e0 di Cambridge, dapprima di matematica, poi di economia; membro della Royal Commission of Indian Currency and Finance; autore di testi originali e innovativi, come <em>Gli effetti economici della pace<\/em> (1919), <em>Per una revisione del Trattato<\/em> (1922); <em>Trattato sulla riforma monetaria<\/em> (1923); <em>Trattato sulla moneta<\/em> (1930, in due volumi); e, soprattutto, della <em>Teoria generale<\/em> <em>dell&#8217;occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta<\/em> (1936); omosessuale notorio e, poi, marito della bella e famosa ballerina russa Lydia Lopokova; negoziatore finanziario dell&#8217;accordo anglo-americano di Bretton Woods (1944) e capo della commissione per l&#8217;istituzione della Banca Mondiale: tutto questo &#8211; e molto altro ancora &#8211; \u00e8 stato il personaggio che, in questi tempi grami per il capitalismo finanziario e rampante, \u00e8 stato evocato come una specie di parafulmine o di ancora di salvezza per la malandata nave dell&#8217;economia mondiale.<\/p>\n<p>Ora che lo stesso pontefice, Benedetto XVI, ha preso la parola per mettere in guardia contro i rischi e le conseguenze della dissennata economia di cartapesta, nella quale hanno imperversato i grandi dell&#8217;economia statunitense (e, al loro seguito, le cosiddette \u00abtigri asiatiche\u00bb: tigri, ahinoi, sempre pi\u00f9 di carta che fatte di carne e ossa), e i fumi dell&#8217;ubriacatura neoconservatrice e dello sfrenato <em>laissez-faire<\/em> di un capitalismo senza regole e senza coscienza stanno bruscamente sbollendo, tutti fanno a gara nel tirar fuori dagli scaffali delle biblioteche i testi di Keynes e nel dire che l&#8217;avevano sempre saputo che cos\u00ec non poteva durare, e che non \u00e8 stato stabilito da nessuna parte che, quando le maggiori banche o imprese di una nazione si trovano sull&#8217;orlo della bancarotta, lo Stato non possa n\u00e9 debba intervenire per salvarli, salvando altres\u00ec milioni di posti di lavoro e arrestando una spirale inflazionistica che potrebbe far impallidire quella, pur memorabile, del \u00abvenerd\u00ec nero\u00bb del 1929.<\/p>\n<p>Ebbene anche noi, che non abbiamo mai cantato le lodi del capitalismo in generale, n\u00e9, tanto meno, di quello finanziario e speculativo in particolare, andiamo a tirar gi\u00f9 dallo scaffale il nostro bravo Keynes e cerchiamo di suggerirne la lettura e la meditazione ai nostri Soloni dell&#8217;economia e della politica, nella speranza che anch&#8217;essi rimangano, se non folgorati, quanto meno un po&#8217; scottati sulla loro personale via di Damasco, ovvero sulla Piazza Affari ove hanno realizzato le loro fortune pubbliche e private e costruito le loro leggende e i loro discutibili miti.<\/p>\n<p>Nel suo saggio <em>Fine del lasciar fare<\/em> (titolo originale: <em>The End of Laissez-Faire<\/em>; in: J. K. Keynes, <em>Teoria generale dell&#8217;occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta<\/em>, a cura di Alberto Campolongo, U. T. E. T., Torino, 1971, 1978, pp. 101-106), Keynes osserva, fra l&#8217;altro:<\/p>\n<p><em>Liberiamoci dai principi metafisici e generali sui quali, di tempo in tempo, si \u00e8 basato il<\/em> lasciar fare. <em>Non \u00e8 vero che sia prescritta una \u00ablibert\u00e0 naturale\u00bb per le attivit\u00e0 economiche degli individui.. Non esiste alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non \u00e8 governato dall&#8217;alto in modo che gli interessi privato e sociali coincidano sempre; n\u00e9 \u00e8 condotto quaggi\u00f9 in modo che in pratica essi coincidano. Non \u00e8 una deduzione corretta dai principi di economia che l&#8217;interesse egoistico illuminato operi sempre nell&#8217;interesse pubblico; n\u00e9 \u00e8 vero che l&#8217;interesse egoistico sia generalmente illuminato: pi\u00f9 spesso gli individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli anche per raggiungere questi fini. L&#8217;esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un&#8217;unit\u00e0 sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agisco separatamente. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Illustrer\u00f2 con due esempi ci\u00f2 che ho in mente.<\/em><\/p>\n<p><em>1) Credo che in molti casi la dimensione ideale per l&#8217;unit\u00e0 di controllo e di organizzazione sia in un punto intermedio fra l&#8217;individuo e lo stato moderno. Ritengo perci\u00f2 che il progresso stia nello sviluppo e nel riconoscimento di enti semi-autonomi entro lo stato: questi enti avrebbero come unico criterio di azione, nel proprio campo, il bene pubblico, come essi lo concepiscono, e dalle loro deliberazioni sarebbero esclusi moventi di vantaggio privato; bench\u00e9 possa ancora essere necessario &#8211; finch\u00e9 l&#8217;altruismo umano non acquisti maggior peso- lasciare un certo campo al vantaggio separato di particolari gruppi, classi o facolt\u00e0. Questi enti, nel corso ordinario degli affari, sarebbero di massima autonomi entro le proprie prescritte limitazioni, ma sarebbero soggetti in estrema istanza alla sovranit\u00e0 della democrazia quale \u00e8 espressa attraverso il parlamento.<\/em><\/p>\n<p><em>Si dir\u00e0 che io propongo un ritorno verso concezioni medioevali di autonomie separate. Ma, almeno in Inghilterra, gli enti pubblici sono un modo di governo che \u00e8 sempre stato importante ed \u00e8 in armonia con le istituzioni inglesi. \u00c8 facile dare esempi da quanto gi\u00e0 esiste, di autonomie separate che hanno raggiunto, o si stanno avvicinando alla forma cui alludo: le universit\u00e0, la banca d&#8217;Inghilterra, la<\/em> Port of London Authority <em>e forse anche le compagnie ferroviarie. In Germania vi sono indubbi esempi analoghi.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma pi\u00f9 interessante di questi \u00e8 la tendenza delle societ\u00e0 azionarie, quando hanno raggiunto una certa et\u00e0 e una certa importanza, ad avvicinarsi pi\u00f9 alla situazione di certi enti pubblici che a quella di imprese individualistiche private. Uno degli sviluppi pi\u00f9 interessanti e inosservati degli ultimi decennip\u00e8 stata la tendenza delle grandi imprese a socializzarsi. Arriva un momento nello sviluppo di un grande ente &#8211; particolarmente una grande impresa ferroviaria o di pubblica utilit\u00e0, ma anche una grande banca o una grande compagnia d&#8217;assicurazioni &#8211; in cui i proprietari del capitale, ossia gli azionisti, sono quasi interamente dissociati dall&#8217;amministrazione, col risultato che l&#8217;interesse personale diretto degli amministratori nel conseguimento di grossi profitti diventa del tutto secondario. Quando si \u00e8 raggiunto questo stadio, saranno pi\u00f9 considerate dagli amministratori la stabilit\u00e0 generale o la reputazione dell&#8217;ente che il massimo profitto per gli azionisti. Gli azionisti devono accontentarsi di dividenti convenzionalmente adeguati; ma una volta assicurato ci\u00f2, l&#8217;interesse diretto degli amministratori consiste spesso nell&#8217;evitare critiche da parte del pubblico e dei clienti dell&#8217;impresa. Questo si verifica particolarmente quando le sue grandi dimensioni o la sua posizione semi-monopolistica la rendono notevole nei riguardi del pubblico e vulnerabile ad un pubblico attacco. Forse l&#8217;esempio estremo di questa tendenza, nel caso di un&#8217;istituzione che teoricamente \u00e8 di propriet\u00e0 assoluta di alcune persone private, \u00e8 la Banca d&#8217;Inghilterra. Si pu\u00f2 fondatamente asserire che non vi \u00e8 classe di persone nel Regno quanto i suoi azionisti cui il governatore della Banca d&#8217;Inghilterra pensi di meno quando decide circa la sua politica. I loro diritti, oltre al dividendo convenzionale, sono gi\u00e0 discesi fin quasi a zero. Ma lo stesso \u00e8 vero di molti altri enti: col passar del tempo, si vanno socializzando. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Io critico il socialismo di stato dottrinario non perch\u00e9 esso cerchi di assoldare al servizio della societ\u00e0 gli impulsi altruisti degli uomini o perch\u00e9 si discosti dal<\/em> lasciar fare<em>, o perch\u00e9 esso sottragga una parte della libert\u00e0 naturale dell&#8217;uomo di crearsi una gran ricchezza, o perch\u00e9 esso abbia il coraggio di effettuare audaci esperimenti. Io lo encomio per tutto ci\u00f2. Io lo critico perch\u00e9 non afferra il significato di quanto accade realmente; perch\u00e9, in sostanza, \u00e8 poco meglio di una resurrezione di un piano polveroso per far fronte ai problemi di cinquant&#8217;anni fa, basato su un fraintendimento di ci\u00f2 che qualcuno disse cent&#8217;anni or sono. Il socialismo di stato del secolo XIX sorse dal Bentham, dalla libera concorrenza, ecc., ed \u00e8 sotto alcuni riguardi una versione pi\u00f9 chiara, e sotto altri pi\u00f9 confusa, proprio della stessa filosofia che forma la base dell&#8217;individualismo del secolo XIX. Ambedue insistettero al massimo sulla libert\u00e0, l&#8217;uno in senso negativo, per evitare limitazioni alla libert\u00e0 esistente, l&#8217;altro in senso positivo, per distruggere i monopoli naturali o acquisti. Essi sono reazioni diverse alla stessa atmosfera intellettuale.<\/em><\/p>\n<p><em>2) Vengo poi ad un criterio di<\/em> agenda <em>che \u00e8 particolarmente rilevante circa quanto \u00e8 urgente e desiderabile di fare nel prossimo futuro. Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono<\/em> tecnicamente sociali <em>da quelli che sono<\/em> tecnicamente individuali. <em>L&#8217;azione pi\u00f9 importante dello stato si riferisce non a quelle attivit\u00e0 che gli individui privati esplicano gi\u00e0, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d&#8217;azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo stato. La cosa importante per il governo non \u00e8 fare ci\u00f2 che gli individui fanno gi\u00e0, e farlo un po&#8217; meglio o un po&#8217; peggio, ma fare ci\u00f2 che presentemente non si fa del tutto. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Molti dei maggiori mali economici del nostro tempo sono frutto del rischio, dell&#8217;incertezza e dell&#8217;ignoranza. \u00c8 perch\u00e9 certi individui, fortunati in situazione o in abilit\u00e0, sono in grado di trarre vantaggio dall&#8217;incertezza e dall&#8217;ignoranza, e anche perch\u00e9 i grossi affari sono spesso una lotteria, che si creano forti diseguaglianze di ricchezza; e questi stessi fattori sono pure causa della disoccupazione dei lavoratori o della delusione di ragionevoli aspettative commerciali e della menomazione dell&#8217;efficienza e della produzione. Tuttavia la cura \u00e8 al di fuori dell&#8217;operato degli individui; pu\u00f2 essere nell&#8217;interesse degli individui perfino di aggravare il male. Credo che il rimedio per tali cose si debba cercare in parte nel controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un&#8217;istituzione centrale e in parte nella raccolta e nella diffusione su vasta scala di dati riferentisi alla situazione commerciale, compresa la piena pubblicit\u00e0, obbligatoria per legge se necessario, di tutti i fatti commerciali che sia utile conoscere. Queste misure porterebbero lo stato ad esercitare un&#8217;intelligenza direttiva attraverso alcuni organi appositi di azione su molte delle intime complicazioni delle aziende private; e tuttavia lascerebbero intatta l&#8217;iniziativa privata. Anche se queste misure si dimostrassero insufficienti, ci\u00f2 non di meno ci fornirebbero una miglior cognizione di quanta ne abbiamo ora per compiere il passo successivo.<\/em><\/p>\n<p><em>Il mio secondo esempio si riferisce al risparmio e agli investimenti. Credo sia opportuna una certa azione coordinata di giudizio intelligente circa la misura in cui \u00e8 desiderabile che la societ\u00e0 nel suo complesso risparmi, la misura in cui questi risparmi debbano andare all&#8217;estero sotto forma di investimenti e la questione se l&#8217;organizzazione presente del mercato degli investimenti distribuisca il risparmio lungo i canali pi\u00f9 produttivi dal punto di vista nazionale.<\/em><\/p>\n<p><em>Il mio terzo esempio concerne la popolazione. \u00c8 gi\u00e0 venuto il tempo in cui ogni paese ha bisogno di una ponderata politica nazionale circa la questione di quale volume di popolazione &#8211; se maggiore, uguale o minore dell&#8217;attuale &#8211; sia pi\u00f9 opportuno. E, una volta stabilita questa politica, si devono fare dei passi per metterla in atto.. Pu\u00f2 venire il tempo, in seguito, in cui la societ\u00e0 nel suo complesso debba dedicare attenzione ala qualit\u00e0 intrinseca oltre che al semplice numero dei suoi membri futuri.<\/em><\/p>\n<p><em>Abbiamo diretto queste riflessioni verso possibili miglioramenti della tecnica del capitalismo moderno per mezzo dell&#8217;azione collettiva. Non vi \u00e8 nulla in esse che sia seriamente incompatibile con quella che mi pare la caratteristica essenziale del capitalismo, ossia la dipendenza da un estremo appello all&#8217;istinto del guadagno e all&#8217;amore del denaro da parte degli individui come la forza motrice principale della macchina economica&#8230;<\/em><\/p>\n<p>In questi giorni, mentre il Congresso americano vota e approva a tempo di record un consistente intervento dello Stato per salvare le banche sovraesposte e a rischio di fallimento, qui da noi si sprecano i commenti degli economisti <em>liberal<\/em> i quali vorrebbero arruolare Keynes, niente di meno, nelle armate socialiste, e parlano a vanvera di socialcapitalismo, ovvero di capitalismo socialista, con il tono di chi aveva sempre saputo e previsto da tempo tutto quello che oggi sta capitando nel mondo della finanza.<\/p>\n<p>Va bene che, nella babelica inflazione del significato della parole (di cui un buon esempio \u00e8 l&#8217;autopresentazione di Marco Pannella che, da decenni, definisce s\u00e9 e il suo partito <em>liberale, liberista e libertario<\/em>, mettendo insieme cose diversissime in un unico minestrone), nessuno guarda pi\u00f9 tanto per il sottile, e tutti prendono per buone le sparate pi\u00f9 grosse. Tuttavia, c&#8217;\u00e8 un limite a tutto; per definire \u00absocialista\u00bb la teoria keynesiana dell&#8217;economia politica, bisogna proprio non aver mai letto una riga di quell&#8217;autore. A meno che si voglia definire \u00absocialista\u00bb la Banca d&#8217;Inghilterra, che \u00e8 uno degli esempi che Keynes fa per indicare il tipo di economia finanziaria che egli ha in mente, quando parla di fine del <em>laissez-faire.<\/em><\/p>\n<p>In effetti, pi\u00f9 che i singoli punti della sua \u00abricetta\u00bb, a noi pare che sia necessario guardare allo spirito complessivo della filosofia economica di John M. Keynes. Egli, come Marx (e questa \u00e8 l&#8217;unica cosa che i due hanno in comune, oltre al sovrano disprezzo che il primo aveva per <em>Il capitale<\/em> e per la dottrina economica del secondo), era pi\u00f9 che convinto della possibilit\u00e0 che si verificassero <em>anche<\/em> delle crisi da sottoconsumo, nonch\u00e9 della radicale inconsistenza della cosiddetta legge di Says.<\/p>\n<p>Questa (dal nome dell&#8217;economista francese che l&#8217;ha formulata) recitava che, in regime di libero scambio, non possono verificarsi delle crisi prolungate, per il fatto che i prodotti si pagano con altri prodotti e non con il denaro, che \u00e8 solo una merce rappresentativa. Legge che potrebbe anche essere vera, se il capitalismo fosse l&#8217;insieme dei beni e dei servizi immessi liberamente sul mercato; e non, come \u00e8 divenuto sempre pi\u00f9 nel tempo, e come lo \u00e8 soprattutto oggi, una enorme bolla d&#8217;aria fatta di carta stampata, ossia un sistema economico \u00abdrogato\u00bb da una prevalenza assoluta (oltre il 95%) dell&#8217;economia cartacea, virtuale, su quella reale, vale a dire sulla produzione di beni e servizi effettivi.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il punto.<\/p>\n<p>E lo vediamo anche nel nostro piccolo, in Italia, con i crolli a ripetizione di banche ed imprese che hanno puntato su questo modello capitalista: un modello cialtrone e velleitario, costruito su misura per i pescecani della finanza e reso possibile da un diffuso malcostume e da una diffusa incultura delle classi dirigenti, incapaci di concepire l&#8217;impresa come impegno egoistico finalizzato al profitto privato, <em>ma in armonia, o almeno non in conflitto, con l&#8217;interesse generale della societ\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>Anche la recente vicenda della \u00abcordata\u00bb di imprenditori italiani per il cosiddetto salvataggio di <em>Alitalia<\/em> induce a fosche previsioni. Infatti, in quella cordata &#8211; se davvero i suoi fini fossero stati quelli dichiarati &#8211; ci saremmo aspettati di vedere i nomi di imprenditori esperti e appassionati del settore aeronautico; o, comunque, di imprenditori \u00abpuri\u00bb. Se, viceversa, ci si trovano i nomi di palazzinari e di imprenditori inclini pi\u00f9 alla speculazione finanziaria che alle attivit\u00e0 produttive, sorge un brutto, bruttissimo sospetto: che i \u00absalvatori\u00bb non abbiano affatto di mira il salvataggio dell&#8217;<em>Alitalia<\/em>, quanto piuttosto il vantaggio, se non addirittura il salvataggio, di se stessi e dei propri affari. Tanto, alla fine sar\u00e0 lo Stato a doversi fare carico della voragine nei conti aziendali, dei licenziamenti e di tutto il resto: ossia, il denaro pubblico.<\/p>\n<p>E tutta questa spirale perversa \u00e8 praticamente inevitabile, quando le banche non vedono nel risparmio il frutto del lavoro produttivo e, quindi, il sangue vivo dei cittadini pulsante nelle vene e nelle arterie della societ\u00e0, ma soltanto una occasione di facile speculazione e di arricchimento senza rischi n\u00e9 pericoli; ossia, in parole poverissime, una grande vacca da mungere spietatamente, fino a che le sue mammelle siano completamente spremute fin dell&#8217;ultima goccia di latte.<\/p>\n<p>Ai signori del capitalismo nostrano vorremmo, a questi o punto, consigliare la lettura non soltanto di Keynes o di qualche altro economista, ma anche un grande poeta, l&#8217;americano Ezra Pound (tanto apprezzato dai suoi connazionali, che lo hanno chiuso prima in una prigione militare, poi in un manicomio criminale per quasi tredici anni), che, nei suoi <em>Cantos<\/em>, ha denunciato nell&#8217;usura e nella nascita delle prima banche fiorentine, bel XIV secolo, l&#8217;origine di uno dei mali pi\u00f9 gravi della modernit\u00e0: la mercificazione del mondo; l&#8217;attitudine, da parte dei capitalisti, a vivere di rendita sul lavoro sudato ed onesto della gente comune.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 questo \u00e8 il vero, grande problema di cui oggi si dovrebbe discutere, e non solo per quanto riguarda l&#8217;Italia, ma a livello mondiale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le recenti disavventure della Borsa di Wall Street, con le loro prossime, inevitabili ripercussioni sul resto del mondo, Europa compresa (checch\u00e9 abbiano detto in contrario i<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30149,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[59],"tags":[92],"class_list":["post-26093","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-economia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26093","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26093"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26093\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30149"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26093"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26093"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26093"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}