{"id":26080,"date":"2020-02-17T09:50:00","date_gmt":"2020-02-17T09:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/02\/17\/kant-maestro-dincredulita-e-irreligione\/"},"modified":"2020-02-17T09:50:00","modified_gmt":"2020-02-17T09:50:00","slug":"kant-maestro-dincredulita-e-irreligione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/02\/17\/kant-maestro-dincredulita-e-irreligione\/","title":{"rendered":"Kant, maestro d&#8217;incredulit\u00e0 e irreligione"},"content":{"rendered":"<p>Kant \u00e8 probabilmente il principale maestro d&#8217;incredulit\u00e0 e d&#8217;irreligione della cultura moderna; gli altri, Hegel, Feuerbach, Marx, Freud, Heidegger, Sartre, al confronto, sono pesci piccoli. Nessuno ha esercitato un peso maggiore di lui, sul terreno strettamente filosofico, nello spingere la civilt\u00e0 europea lontano dal Dio dei padri, Ges\u00f9 Cristo, e lontano anche da un autentico sentimento religioso. La religione, per lui, come pi\u00f9 tardi per Hegel, non \u00e8 che una manifestazione arretrata e irrazionale di un&#8217;umanit\u00e0 bisognosa di essere rischiarata dai lumi della ragione: pi\u00f9 ancora di Voltaire, \u00e8 lui ad aver operato una cesura netta, decisa, definitiva, fra l&#8217;et\u00e0 della fede e l&#8217;et\u00e0 in cui la fede \u00e8 diventata problematica, per non dire impossibile, a causa della ragione illuminista, strumentale e calcolante, e non per un processo naturale di distacco dal sacro e di secolarizzazione. Kant \u00e8 il macigno posto di traverso sulla via della fede: a lui, e al prestigio di cui ha goduto in vita, poi dell&#8217;influsso che ha esercitato sul pensiero europeo nei due secoli successivi, si deve il fatto che almeno nove uomini di cultura su dieci si vergognano di dichiararsi credenti o di parlare di Dio, dell&#8217;anima e della vita eterna, cos\u00ec come i loro antenati hanno fatto per generazioni e generazioni. In compenso, Kant parla molto, anche troppo, della legge morale: per lui, la religione \u00e8 solo uno strumento per l&#8217;attuazione della legge morale, che per\u00f2, pu\u00f2 vivere benissimo anche senza di essa, cos\u00ec come nasce al di fuori di essa, direttamente dalla coscienza dell&#8217;uomo. Ma chi la ispira nel cuore dell&#8217;uomo? Non si sa. Forse l&#8217;Essere Supremo; ma l&#8217;Essere Supremo resta un&#8217;entit\u00e0 assai vaga, poco pi\u00f9 d&#8217;un semplice concetto. In realt\u00e0, al centro del suo mondo c&#8217;\u00e8 sempre lei, la legge morale, spuntata non si sa bene da dove, come attuazione dell&#8217;imperativo categorico: <em>tu devi<\/em>. Anche la sua celeberrima formula, tanto ammirata dai professori di liceo da trasmetterla in estasi ai loro studenti: <em>la legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me<\/em>, cos\u00ec dolce, cos\u00ec poetica, di una poeticit\u00e0 da Baci Perugina, \u00e8 perfettamente in linea con la religiosit\u00e0 di stampo massonico. A ben guardare, al centro di tutto c&#8217;\u00e8 l&#8217;uomo, non Dio: \u00e8 l&#8217;uomo la misura di tutte le cose, o meglio la legge morale che agisce in lui. E che agisce indipendentemente da qualsiasi richiamo metafisico, da qualunque legame con il trascendente, quasi che egli fosse dotato, come vaneggiava Rousseau, di una bont\u00e0 intrinseca e originaria, che, semmai, viene corrotta quando il bambino cresce e mano a mano che si fa sentire su di lui l&#8217;influsso della societ\u00e0 corrotta. Quel <em>cielo stellato sopra di noi<\/em> \u00e8 uno specchietto per le allodole: non c&#8217;\u00e8 alcun cielo sopra l&#8217;uomo, per Kant, se non in senso meramente fisico; ma un cielo in senso religioso e soprannaturale non c&#8217;\u00e8, e non ci pu\u00f2 essere (e infatti, la specificazione del cielo <em>stellato<\/em> non significa altro se non che bisogna evitare di pensare al cielo in senso cristiano, come sinonimo di un&#8217;altra dimensione del reale). Per Kant, in ultima analisi, l&#8217;uomo \u00e8 il dio di se stesso: un dio che se si scorda di usare la ragione in maniera libera e spregiudicata, senza alcun rispetto per la tradizione, ricade nella barbarie, o, per dirla con le sue parole, nello <em>stato minorit\u00e0<\/em> di cui \u00e8 causa egli solo.<\/p>\n<p>Dei danni catastrofici prodotti dal kantismo sulla cultura europea in senso strettamente filosofico, abbiamo gi\u00e0 discusso ampiamente a suo tempo (vedi <em>L&#8217;&quot;io penso&quot; kantiano e l&#8217;autocastrazione del pensiero moderno<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 15\/05\/07 e su quello dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 15\/11\/17; cfr. anche <em>Tutto \u00e8 iniziato colla separazione tra fenomeno e noumeno<\/em>, sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 24\/10\/18). Ora vogliamo soffermarci su un altro danno colossale che il kantismo ha provocato, ma in ambito propriamente religioso: almeno se &#8216;religione&#8217; \u00e8 il riconoscimento della divinit\u00e0 come qualcosa di distinto e superiore alla natura umana e non una vaga e fumosa attrazione sentimentale verso un qualche ente indefinito, un ente che in ogni caso non ha creato il mondo, ma lo ha solamente dotato di un certo ordine e una certa simmetria (il Grande Architetto dell&#8217;Universo). Per misurare la vastissima portata dell&#8217;influsso esercitato da Kant sula cultura moderna, consigliamo vivamente la lettura di una pagina d&#8217;un teologo e filosofo oggi, come al solito, dimenticato (e se non fosse dimenticato, verrebbe esecrato, nel clima della contro-chiesa begogliana), Georg Siegmund (1903-1989), tratta dal suo libro <em>Storia e diagnosi dell&#8217;ateismo<\/em> (titolo originale: Der Kampf um Gott, Berlin, Morus Verrlag, 1960; traduzione dal tedesco di M. Accastello, Roma, Edizioni Paoline, 1961, pp.260-264):<\/p>\n<p><em>Nel sistema del criticismo non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 un posto logico per la religione: tutti gli atti religiosi devono solo servire a promuovere la disposizione morale. Gli atti religiosi, in quanto aventi una fisionomia e un valore proprio, non sono pi\u00f9 ammessi. Con una logica implacabile, vengono rigettati tutti i tipi positivi di religione, in particolare quella rivelata. &quot;Il cristianesimo \u00e8 l&#8217;idea della religione che pi\u00f9 di tutte \u00e8 fondata sulla ragione e pertanto dev&#8217;essere naturale&quot; (Kant, &quot;Der Streit der Fakult\u00e4ten&quot;, K. Rossmann, 1947, p. 67). Per quanto alla testa del regno dell&#8217;intelligibile rimanga Dio, egli \u00e8 un re la cui esistenza reale non pu\u00f2 essere accertata per via speculativa: viene semplicemente &#8216;postulato&#8217;. Con questo atteggiamento si d\u00e0 praticamente l&#8217;avvio a quella filosofia del &quot;come se&quot; che il Vaihinger ha sviluppato nella sua teoria della finzione. In ogni caso la relazione personale con Dio \u00e8 e resta spezzata Ripetutamente Kant ribadisce il concetto secondo il quale il motivo di piacere all&#8217;Altissimo non \u00e8 altro che una smanceria servile e indegna. Egli flagella con disprezzo il desiderio &quot;patologico&quot; che, secondo lui, si esplicherebbe in tale atteggiamento strisciante, alo scopo di far risaltare pi\u00f9 nettamente e luminosamente, su questo sfondo tetro, il rispetto genuino per la legge autonoma. Egli dichiara espressamente: &quot;Non esiste nessun dovere speciale verso Dio&quot;. &quot;La vera, l&#8217;unica religione non contiene nessuna prescrizione positiva cio\u00e8 quei principi positivi, della cui necessit\u00e0 assoluta noi possiamo renderci consapevoli, e che quindi con la pura ragione riconosciamo come rivelati&quot; (p. 167). Gli atti religiosi di adorazione e di culto non vengono solo pi\u00f9 qualificati come vuoti di qualsiasi valore ma nientemeno che pericolosi per la moralit\u00e0. Tutto ci\u00f2 che oltrepassa la condotta morale \u00e8 &quot;mero fanatismo religioso e pseudo culto di Dio&quot; (p. 170). Queste affermazioni proscrivono addirittura la religione nel suo significato intrinseco. In modo particolare Kant non riesce a comprendere nulla della preghiera. Per lui la preghiera, intesa come ero e proprio culti reso a Dio e tentativo di ingraziarselo, \u00e8 pseudo fede, fabbricazione di feticci. In presenza dei suoi amici egli avrebbe dichiarato che avrebbe provato una vergogna vivissima se qualcuno lo avesse sorpreso a pregare. Non v&#8217;\u00e8 dubbio: le relazioni con Dio si sono completamente raffreddate. Certi amici di Kant vecchio parlano con grande stima e venerazione della sua fede sincera in Dio (&#8230;) L&#8217;amico suo pi\u00f9 intimo, il teologo Borowski, afferma: &quot;Dobbiamo rendere i pi\u00f9 vivi ringraziamenti a Kant per aver collegato cos\u00ec saldamente a Dio, fin da quaggi\u00f9, la nostra fede morale&quot;. Ma anche questo amico non riusc\u00ec a smuovere Kant dai suoi principi, a indurlo a prendere parte a una funzione liturgica o a fargli mormorare una parola di preghiera sul letto di morte. Christian Woff mor\u00ec ancora con una preghiera sulle labbra: Kant la rifiut\u00f2 anche di fronte alla morte. Fu sepolto nella cattedrale di K\u00f6nigsberg della quale durante tutta la vita aveva ricusato di varcare la soglia, perfino quando lo avrebbe richiesto il suo dovere di rettore dell&#8217;universit\u00e0. In presenza di fatti del genere \u00e8 ozioso discutere se e quanto a lungo Kant abbia creduto alla &quot;realt\u00e0&quot; di Dio, se e a partire da che tempo Dio si sia ridotto per lui ad una semplice idea-come-se, ad una semplice norma della sua condotta. Sopra la fede in Dio di Kant, si stende l&#8217;ombra di un dissidio insanabile. Per quanto da un lato sia stato indubbiamente sincero il suo sforzo di dare alla fede in Dio un fondamento nuovo, dall&#8217;altro la deificazione della ragione umana, che egli accoglie dall&#8217;Illuminismo come dogma indiscusso, \u00e8 diametralmente opposta a questo suo proposito. E in questo punti non poteva non fallire. Solo cos\u00ec si pu\u00f2 anche comprendere la singolare azione che egli ha esercitati sulla storia. Effettivamente l&#8217;etica di Kant \u00e8 molto pi\u00f9 vicina a quella tradizionale fondata sulla fede in Dio che non la moderna etica dei valori; non appare impossibile ricondurre a Dio neppure il concetto di autonomia; ma i giovani spiriti, che s&#8217;impadronirono con avidit\u00e0 delle sue idee, intesero solo la parola d&#8217;ordine &quot;autonomia e libert\u00e0&quot;, alla quale si adattava cos\u00ec bene l&#8217;eliminazione critica delle vecchie prove dell&#8217;esistenza di Dio. In questo senso Kant si \u00e8 acquistato per delle generazioni un&#8217;autorit\u00e0 soffocante, alla quale riuscirono a sottrarsi solo pochi spiriti padroni di s\u00e9.<\/em><\/p>\n<p>Come si vede, la micidiale influenza della teologia di Kant si estende ai nostri giorni e anzi si pu\u00f2 tranquillamente affermare che la presente degenerazione del cristianesimo, specie in ambito cattolico, a partire dal Concilio Vaticano II, fino al relativismo, all&#8217;indifferentismo, al falso ecumenismo, al naturalismo, al neopaganesimo (vedi il Sinodo dell&#8217;Amazzonia) sono coerentemente sulla linea di sviluppo nel pensiero neokantiano. Karl Rahner, il maggiore protagonista della cosiddetta svolta antropologica in teologia, si \u00e8 rifatto direttamente a Heidegger; sullo sfondo, per\u00f2, si staglia l&#8217;orizzonte anti-metafisico tracciato da Kant; e la stessa cosa vale per il pensiero semi-eretico e semi-naturalistico di Teilhard de Chardin. \u00c8 da Kant che viene l&#8217;idea che l&#8217;uomo, e pi\u00f9 precisamente la sua coscienza morale, sia al centro di tutto, e non Dio; quanto a Dio, bisogna fare come se ci fosse, o magari come se non ci fosse, perch\u00e9 tanto \u00e8 un Dio nascosto, che non ama intervenire, che guarda stando al di fuori, che non ha creato il modo e neppure agisce in esso, insomma un Dio lontano e perfettamente inutile. Il disprezzo, poi, di Kant, per gli atti della religione, la sua avversione nei confronti di qualsiasi forma di liturgia e perfino della preghiera in se stessa; il suo ritenere cosa vergognosa farsi vedere a pregare, o entrare in una chiesa (cosa che perfino un ateo intelligente non rifiuta di fare, vuoi per partecipare alle esequie degli amici e dunque come dovere sociale, sia per ragioni di ordine estetico e culturale, dalla visita alle opere d&#8217;arte che essa contiene, ai concerti di musica sacra che periodicamente vi si tengono) attestano un fanatismo, un bigottismo all&#8217;incontrario che ricordano quello di certi vecchi comunisti, che accompagnavano la moglie in chiesa, alla domenica, e si fermavano sulla porta, per poi venirla a prendere tre quarti d&#8217;ora dopo, e cos\u00ec far sapere a tutti che erano tolleranti, ma che, quanto a se stessi, erano inflessibili nel loro assoluto rifiuto della religione. Quanta superbia in tale atteggiamento del filosofo di K\u00f6nigsberg, quanto disprezzo per il popolo, che a quelle funzioni partecipa, e a quelle preghiere non si sottrae, anzi \u00e8 incurante di come lo possano giudicare gli altri. Vi \u00e8 in esso tutta la boria, tutto l&#8217;aristocraticismo, nel senso deleterio del termine, dei <em>philosophes<\/em> e dei pretesi <em>savantes<\/em> illuministi, che si pongo tre spanne pi\u00f9 in alto dei loro rozzi e incolti contemporanei. Un filosofo che disprezza la preghiera e che detesta veder la gente pregare merita un solo appellativo: posseduto da uno spirito maligno. \u00c8 lo stesso spirito maligno che spinge Bergoglio a salutare i fedeli col suo <em>Buonaser<\/em>a, invece che di benedirli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; che lo induce a restar ritto in piedi davanti al Santissimo, perfino durante l&#8217;elevazione della Santa Messa (e le telecamere che riprendono la scena si spostano opportunamente sui fedeli, in quel momento, per non mostrare lui); che lo induce a staccare le mani di un bambino, congiunte in atto di preghiera, e che lo spinge a dire e ripetere continuante che Dio non \u00e8 cattolico, che Ges\u00f9 non era uno pulito, che la Madonna dubitava, che la Resurrezione \u00e8 un fatto non provato, che non c&#8217;\u00e8 una risposta al mistero del male, e cos\u00ec via: insomma lo stesso odio per la religione e lo stesso disprezzo per il &quot;clericalismo&quot;. Per Bergoglio, infatti, il male pi\u00f9 grande e il problema pi\u00f9 urgente che travaglia la Chiesa \u00e8 il clericalismo; non la perdita della fede, n\u00e9 il crollo delle vocazioni religiose, n\u00e9 la secolarizzazione della societ\u00e0, n\u00e9 la persecuzione di milioni e milioni di cristiani da parte dell&#8217;islam o del regime comunista cinese: no, \u00e8 il clericalismo. E in cosa consiste, secondo lui, questo terribile flagello? Nel fatto che la gente prega, che i monaci e le monache contemplativi si isolano e pregano troppo; che non ci si preoccupa abbastanza dei migranti, del clima e dell&#8217;ambiente. E da dove vengono tali pregiudizi a Bergoglio e a tutti i suoi tirapiedi, e prima di loro alla generazione di Rahner, di K\u00fcng, di Schillebeeckx, di Congar; e prima ancora a quella di Teilhard, di De Lubac, e prima ancora dei Tyrrell e dei Loisy? Da Kant, ancora e sempre dal vecchio ostinato e altezzoso di K\u00f6nigsberg, che ritenere una vergogna intollerabile farsi vedere mentre prega Dio come una qualsiasi donnetta del popolo, o s&#8217;inginocchia davanti all&#8217;altare della Madonna e le offre dei fiori, o le accende un cero, come un qualsiasi pezzente analfabeta. Bisogna aver chiaro dove siano le radici del male. Le radici del male che ci attanaglia e sta portando alle ultime convulsioni la Chiesa cattolica partono dall&#8217;illuminismo: e non solo dalla sua filosofia, ma dalla sua mentalit\u00e0, dall&#8217;atteggiamento mentale dei suoi esponenti. Ebbene \u00e8 l&#8217;atteggiamento di Kant, poi di Hegel, poi di Comte, poi di Russell, poi Rahner, di Kasper, di Bergoglio, Paglia, Bianchi, Sosa, Martin, Sorondo. 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