{"id":26079,"date":"2007-05-19T02:39:00","date_gmt":"2007-05-19T02:39:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/05\/19\/lio-penso-kantiano-e-lautocastrazione-del-pensiero-moderno\/"},"modified":"2007-05-19T02:39:00","modified_gmt":"2007-05-19T02:39:00","slug":"lio-penso-kantiano-e-lautocastrazione-del-pensiero-moderno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/05\/19\/lio-penso-kantiano-e-lautocastrazione-del-pensiero-moderno\/","title":{"rendered":"L&#8217;\u00abio penso\u00bb kantiano e l&#8217;autocastrazione del pensiero moderno"},"content":{"rendered":"<p>Kant sostiene che i <em>concetti<\/em> sono funzioni della mente , cio\u00e8 che sono delle operazioni attive (a differenza delle intuizioni che, essendo <em>affezioni,<\/em> hanno natura passiva) la cui funzione \u00e8 quella di unificare le diverse rappresentazioni; e che possono essere <em>empirici<\/em> o <em>puri<\/em>, ossia contenuti a priori nell&#8217;intelletto. Il caldo, ad es., \u00e8 un concetto empirico, poich\u00e9 risulta costruito con materiali tratti dall&#8217;esperienza (poniamo, il calore sprigionato dal fuoco nel caminetto); mentre l&#8217;unit\u00e0 \u00e8 unn concetto puro, perch\u00e9 lo riceviamo da un qualcosa che esiste nella mente anteriormente ad ogni esperienza particolare e che le permette di unificare una serie di materiali che provengono, appunto, dalle singole esperienze.<\/p>\n<p>Per Kant i concetti puri non sono altro che le vecchie <em>categorie<\/em> di Aristotele, ossia ei concetti essenziali della mente, che agiscono in senso unificatore rispetto ai dati molteplici elkl&#8217;esperienza. Ora, ogni concetto \u00e8 il predicato di un <em>giudizio<\/em> possibile (es.: i corpi sono estesi) e quindi le categorie sono null&#8217;altro che l&#8217;ambito e lo spettro dei predicati possibili. Per kant, pensare \u00e8 giudicare, cio\u00e8 attribuire un predicato a un determinato soggetto (es.: tutti gli uomini sono mortali); quindi vi sono tante categorie quante sono le modalit\u00e0 del giudizio. Egli elenca dodici categorie, a ciascuna delle quali corrisponde una modalit\u00e0 di giudizio; e le raggruppa a tre a tre &#8211; quantit\u00e0, relazione, modalit\u00e0 &#8211; in sottoinsiemi di quattro. Tutte le proposizioni possibili rientrano per forza in queste dodici categorie: unit\u00e0, pluralit\u00e0, totalit\u00e0; realt\u00e0, negazione, limitazione; sostanza\/accidente, causa\/effetto, agente-paziente; possibilit\u00e0 (o impossibilit\u00e0), esistenza (o inesistenza), necessit\u00e0 (o contingenza).<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 facile vedere come da questa sistematizzazione dei concetti puri sorga inevitabile la domanda: se le categorie sono forme soggettive della nostra mente, come possiamo pretendere che esse valgano anche per gli oggetti del mondo esterno, che &#8211; evidentemente &#8211; non sono proditti della nostra mente, pur se li percepiamo attraverso di essa? Quale garanzia abbiamo che la natura debba conformarsi alle categorie, rivelandosi a noi secondo i nostri schemi mentali? Ci appare chiaro, istintivamente, come ci\u00f2 accada per i concetti empirici, poich\u00e9 essi si manifestano alla mente mediante la sensibilit\u00e0 e, quindi, nel contesto dello spazio e del tempo. Noi possiamo cogliere, infatti, solo gli oggetti che si danno nello spazio e nel tempo; ma, e i concetti puri? Se sono forme della nostra mente, se sono nostri <em>pensieri<\/em>, allora perch\u00e9 la natura dovrebbe parlare il loro linguaggio?<\/p>\n<p>A questo punto Kant formula la dottrina dell&#8217;<em>io penso<\/em>, ossia della autoconoscenza trascendentale &#8211; intendendo per trascendentale la conoscenza non degli oggetti, ma del nostro modo di conoscerli a priori. L&#8217;<em>io penso<\/em> &#8211; dice il filosofo di K\u00f6nigsberg &#8211; accompagna tutte le rappresentazioni della mente. Ora, tutti i pensieri presuppongono l&#8217;<em>io penso<\/em>; e quest&#8217;ultimo, a sua volta, pensa tramite le categorie: <em>ergo<\/em>, tutti gli oggetti pensati presuppongono le categorie. Ecco spiegato perch\u00e9 la natura fenomenica &quot;obbedisca&quot; alle forme a priori della nostra mente.<\/p>\n<p>L&#8217;<em>io penso<\/em> diviene cos\u00ec il principio supremo della conoscenza umana, e ad esso deve obbedire ogni realt\u00e0 per poter entrare a far parte della nostra esperienza e divenire un oggetto-per-noi. \u00c8 grazie all&#8217;<em>io penso<\/em> che noi diciamo che i corpi sono pesanti; senza di esso, potremmo dire soltanto che l&#8217;esperienza dei corpi si accompagna ogni volta ad un&#8217;impressione di peso. L&#8217;<em>io penso<\/em> deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni; in caso contrario si darebbe in me la rappresentazione di qualcosa che non potrebbe esser pensata; il che equivale a dire che la rappresentazione o sarebbe impossibile o, per me almeno, sarebbe nulla.<\/p>\n<p>Per tal via, Kant perviene alla sua famosa (ed autocelebrativa) &quot;rivoluzione copernicana&quot; del pensiero. Come Copernico, per rendere ragione dei moti celesti (e di talune loro apparenti anomalie) aveva ribaltato il rapporto fra l&#8217;osservatore e gli astri, e quindi fra la Terra e il Sole, cos\u00ec Kant, per spiegare la conoscenza scientifica della realt\u00e0, ribalta il rapporto soggetto-oggetto, sostenendo che non la mente si modella passivamente sulla realt\u00e0 (se cos\u00ec fosse, non esisterebbero conoscenze universali e necessarie), bens\u00ec la realt\u00e0 si modella sulle forme a priori attraverso cui la percepiamo.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, le categorie valgono solo in rapporto ad un&#8217;esperienza possibile e, quindi, al fenomeno; ne rimane fatalmente esclusa la cosa in s\u00e9, il noumeno, che volta a volta \u00e8 stato giudicato (in senso positivo) come il presupposto o postulato di tutto il sistema gnoseologico kantiano, oppure (in senso negativo) come concetto limite che ha la mera funzione di porre un confine alla pretesa conoscitiva dell&#8217;intelletto umano &#8211; e finisce per diventare un vero e proprio <em>caput mortuum<\/em> della filosofia del Nostro. Di conseguenza il conoscere, per Kant, non pu\u00f2 varcare i limiti dell&#8217;esperienza possibile; se lo facesse, sarebbe vuoto pensiero che non conosce nulla. Donde la distinzione fra il <em>pensare<\/em> e il <em>conoscere<\/em>: il pensare significa adoperare le categorie in senso trascendentale (cio\u00e8 riferendole alle propriet\u00e0 universali delle cose), mentre il conoscere si riferisce solo ai femoneni, ossia agli oggetti di un&#8217;esperienza determinata. Insomma l&#8217;intelletto non pu\u00f2 conoscere le cose in s\u00e9 ma soltanto pensarle nella loro mera possibilit\u00e0, e null&#8217;altro. Per Kant la cosa in s\u00e9, il noumeno, ossia la realt\u00e0 pensabile o intelligibile non pu\u00f2 essere, per definizione, oggetto di un&#8217;esperienza possibile. Potrebbe esserlo di un&#8217;intuizione non sensibile, e quindi extra-fenomenica; ma non certo da parte dell&#8217;essere umano, che pu\u00f2 solo conoscere il sensibile e quindi il fenomeno. Potrebbe essere oggetto di intuizione da parte di un eventuale intelletto divino, questo s\u00ec; mai e poi mai da parte dell&#8217;intelletto umano.<\/p>\n<p>Ora, bisogna in primo luogo sottolineare come l&#8217;<em>io penso<\/em> costituisce, s\u00ec, la base di tutta la costruzione gnoseologica di Kant, ma esso ha unicamente carattere <em>formale<\/em> e <em>finito.<\/em> Formale, perch\u00e9 si limita ad ordinare una realt\u00e0 che gli si presenta davanti e della quale non \u00e8 assolutamente il creatore, ma solo il legislatore; e finito perch\u00e9 il suo ambito di operazioni si rivolge esclusivamente al mondo dei fenomeni. Dunque, la nostra conoscenza del mondo \u00e8 una conoscenza formale e finita: possiamo conoscere solo ci\u00f2 di cui facciamo esperienza e solo ci\u00f2 che ricade entro i nostri sensi. Quindi la gnoseologia di Kant si rivela chiaramente come un tentativo di dare un fondamento concettuale all&#8217;epistemologia galieliano-newtoniana, contro lo scetticismo di Hume ma anche contro l&#8217;idealismo assoluto di Berkeley, accettando in pieno il postulato della cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo: che l&#8217;universo non \u00e8 un cosmo vivente, ma un meccanismo di cui noi possiamo conoscere il linguaggio, che \u00e8 di tipo matematico, con lo stesso grado di certezza &#8211; almeno <em>intensive<\/em> &#8211; che ne ha Dio.<\/p>\n<p>Si sar\u00e0 notato, d&#8217;altra parte, come nella <em>Critica della Ragion pura<\/em> (e non solo, come sarebbe logico aspettarsi, nella <em>Critica della Ragion pratica<\/em>) ricorra continuamente il concetto di &quot;dovere&quot;. In particolare, si sar\u00e0 notato come il postulato dell&#8217;<em>io penso<\/em> esiga che la realt\u00e0 fenomenica si dia all&#8217;intelletto umano sotto la categoria del dovere: essa <em>deve<\/em> sottostare all&#8217;<em>io penso<\/em> per poter entrare a far parte del nostro campo di esperienza. Non a caso, Kant usa il termine <em>deduzione<\/em>, tratto dall&#8217;ambito giuridico (come dimostrazione di una legittimit\u00e0 di diritto da parte di una pretesa di fatto) per giustificare la validit\u00e0 delle categorie quanto al loro uso da parte dell&#8217;intelletto umano (<em>deduzione trascendentale<\/em>).<\/p>\n<p>Giunti a questo punto, vogliamo fermare la nostra attenzione su alcuni aspetti e su talune implicazioni a nostro avviso notevoli della gnoseologia kantiana.<\/p>\n<p>1)  L&#8217;esclusione deliberata del noumeno dal campo dell&#8217;esperienza possibile taglia le gambe alla metafisica e, in generale, alla possibilit\u00e0 di vedere nell&#8217;uomo e nel mondo qualche cosa di pi\u00f9 di un insieme di parti meccaniche, osservabili e spiegabili solo razionalmente. C&#8217;\u00e8 da chiedersi se Kant, in tal modo, non abbia escluso dal suo campo d&#8217;indagine la parte pi\u00f9 ricca e preziosa della realt\u00e0, se denigrando i &quot;sogni della metafisica&quot;, non abbia gettato via il bambino insieme all&#8217;acqua sporca, lasciandoci in mano solo un&#8217;immagine miseramente mutilata dell&#8217;uomo e del mondo.<\/p>\n<p>2)  Il fatto che gli oggetti pensati presuppongano le categorie non significa affatto che la realt\u00e0, in qualche modo, si inchini all&#8217;intelletto umano e alle sue caratteristiche, ma semplicemente che la realt\u00e0 si modella sulle forme a priori mediante le quali noi la percepiamo. Il che \u00e8 poco pi\u00f9 di una mera tautologia: noi percepiamo questo segmento della realt\u00e0 (il fenomeno) perch\u00e9 i nostri organi di senso, interno ed esterno, sono configurati in modo che possiamo percepire solamente esso.<\/p>\n<p>3)  Anche il concetto di conoscenza si risolve in una sorta di tautologia: noi possiamo conoscere solo quello che, essendo oggetto di un&#8217;esperienza, si lascia da noi conoscere. Non ci sembra poi tanto una rivoluzione copernicana: non \u00e8 che il rapporto fra la mente e la realt\u00e0 esterna ad essa venga veramente ribaltato; ci\u00f2 che viene ribaltato \u00e8 semplicemente il rapporto fra la mente e ci\u00f2 che della realt\u00e0 esterna essa viene giudicata in grado di conoscere.<\/p>\n<p>4)  Lo schema di ragionamento di Kant \u00e8 uno schema estremamente rigido; per lui, o si fa esperienza di una cosa oppure non se ne sa nulla. La sua mente procede per violenti chiaroscuri di stampo quasi manicheo: vero\/falso, reale\/irreale, possibile\/impossibile. Non ha alcuna attenzione per il concetto di intermediariet\u00e0: le cose, cio\u00e8, nella vita reale (e non sui libri di filosofia) sono in genere sfumate, &quot;fuzzy&quot; (&quot;pelose&quot;), per dirla in inglese; non bianche o nere, ma di un colore intermedio fra questi due estremi; non reali o irreali, ma distribuite su differenti piani di realt\u00e0.<\/p>\n<p>5)  La filosofia classica ha sempre distinto tre livelli differenti di verit\u00e0: verit\u00e0 dell&#8217;essere, verit\u00e0 del conoscere, verit\u00e0 dell&#8217;esprimere. \u00c8 vero l&#8217;essere che \u00e8 quello che deve essere; vera la conoscenza che vede ci\u00f2 che vi \u00e8 nell&#8217;essere, vera l&#8217;espressione che traduce quello che vi \u00e8 nella conoscenza. Kant si disinteressa del primo livello e cos\u00ec pure del terzo; quanto al secondo, dice pi\u00f9 o meno: &quot;\u00e8 vero quello che mi si presenta come vero&quot;. Ma se la verit\u00e0 del conoscere non si fonda sulla verit\u00e0 dell&#8217;essere e se, d&#8217;altra parte, non ci si pone nemmeno il problema di tradurla in espressione veritiera, come si pu\u00f2 pensare di perseguire una conoscenza vera? Non si finir\u00e0 per adorare l&#8217;esistente, <em>sic et simpliciter<\/em>; oppure, all&#8217;opposto, non si finir\u00e0 per cadere nel relativismo dei sofisti, per i quali ciascun punto di vista pu\u00f2 essere sostenuto con un egual grado di forza persuasiva?<\/p>\n<p>6)  Dietro la sua apparente modestia e quasi la sua umilt\u00e0, la gnoseologia kantiana traduce un approccio filosofico alla realt\u00e0 immensamente superbo. L&#8217;io diviene il legislatore della natura; certo, il legislatore e non il creatore; ma, una volta scardinato il principio del rapporto <em>necessario<\/em> tra noumeno e fenomeno, il noumeno finisce per diventare una inutile appendice della realt\u00e0 e il fenomeno per inchinarsi davanti al tribunale dell&#8217;intelletto. L&#8217;uomo interroga, la natura risponde; l&#8217;uomo conquista, e la natura gli si arrende. Siamo nel solco del delirio di onnipotenza di un Francesco Bacone, secondo il quale la natura va &quot;torturata&quot; per rivelare all&#8217;uomo i suoi segreti; e siamo alle origini del delirio solipsistico dell&#8217;idealismo che, con Fichte e soprattutto con Hegel, riduce tutta la realt\u00e0 a Idea del soggetto.<\/p>\n<p>7)  L&#8217;io legislatore della natura diventa inevitabilmente, un inquisitore e, se necessario, un giustiziere. La natura non sa cosa debba essere veramente, solo la conoscenza umana le d\u00e0 un ordine e una ragione di essere, le prescrive elle regole, la sottopone a una disciplina. Di conseguenza, qualunque forma di manipolazione dell&#8217;uomo sulla natura viene giustificata a priori. Al tempo stesso, eliminando la prospettiva di una diretta responsabilit\u00e0 nei confronti di un&#8217;istanza superiore 8anche se poi, con la <em>Critica della Ragion pratica,<\/em> Kant cerca di reintrodurre dalla finestra ci\u00f2 che aveva cacciato dalla porta), l&#8217;uomo con folle orgoglio si pone quale misura di tutte le cose, cui tutte gli devono rispondere e alle quali egli nulla deve.<\/p>\n<p>8)  Che cosa \u00e8, a ben guardare, l&#8217;<em>io penso,<\/em> se non una versione aggiornata e riveduta el vecchio <em>cogito<\/em> cartesiano? Un qualcosa che dovrebbe spiegare il fenomeno dell&#8217;autocoscienza, ma che Kant &quot;inferisce&quot; in maniera piuttosto sbrigativa. Sorvoliamo sul fato che (come l&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima e l&#8217;esistenza di Dio nella <em>Critica della Ragion pratica<\/em>) egli si affida a un tipo di ragionamento che, in realt\u00e0, non \u00e8 tale, ma una semplice esigenza psicologica. Pare che egli non sia mai stato turbato dal fatto che vi sono, per ciascun intelletto, tanti <em>io penso<\/em> quanti sono gli atti del giudizio (per usare il suo linguaggio). L&#8217;io che dice: &quot;La rondine \u00e8 un uccello&quot; non \u00e8 lo stesso, n\u00e9 cronologicamente n\u00e9 psicologicamente, di quello che aggiunge: &quot;Questa \u00e8 una rondine&quot;. A lui basta la consapevolezza del carattere formale della conoscenza. \u00c8 come se dicesse: &quot;So che si tratta di una conoscenza superficiale, che mi d\u00e0 impressioni di cose e giudizi sulle cose ma non le cose in se stesse; per\u00f2 mi basta&quot;. Come un primario d&#8217;ospedale che tiene costantemente aggiornate le cartelle cliniche dei suoi pazienti; se poi stiano meglio o peggio sotto le sue cure, ci\u00f2 non lo tocca nel profondo.<\/p>\n<p>9)  Eppure, al disotto dei molteplici <em>io penso<\/em> dell&#8217;intelletto (dei quali Kant non si pone il problema) vi \u00e8 un Io stabile e personale: \u00e8 il vero Io o Io profondo, distinto dai piccoli io della conoscenza fenomenica e dei mutevoli stati di coscienza. Neanche di quest&#8217;Io autentico Kant si d\u00e0 pensiero: una volta chiarito che le cose in s\u00e9 non rientrano nel campo della nostra conoscenza possibiule, egli si appaga di un <em>io penso<\/em> che legifera sulla superficie delle cosee ignora tutto anche di s\u00e9 stesso. Esso \u00e8 un centro della coscienza , ma esiste effettivamente solo in quanto pensa e, pensando, emette dei giudizi; dunque qualcosa di sfuggente, di effimero, quasi un fantasma evanescente. Se le impressioni del mondo esterno cessano (ad es. nel sonno) che ne \u00e8 di lui? A Kant non interessa; gli basta che lavori quando \u00e8 sveglio e che cataloghi le manifestazioni particolari dell&#8217;esperienza sensibile.<\/p>\n<p>10) L<em>&#8216;o penso<\/em> non \u00e8 neanche un centro di attivit\u00e0 nel vero senso della parola, se per attivit\u00e0 si intende azione libera e consapevole sulla realt\u00e0. In effetti, tutto quel che fa \u00e8 di prendere atto dei singoli contenuti dell&#8217;esperienza, cos\u00ec come gli si presentano davanti, e di collocarli &#8211; mediante le categorie &#8211; negli appositi schedari del suo gigantesco archivio. Ecco, l&#8217;<em>io penso<\/em> \u00e8 un grande archivista: un personaggio elusivo e un po&#8217; kafkiano, che si presenta in vesti dimesse e quasi patetiche, ma poi (come i visitatori del signor K. Che si presentano a lui, ne <em>Il processo,<\/em> per conto del tribunale, si rivelano inaspettatamente potenti e pericolosi. Un archivista i cui limiti di consapevolezza nessuno ha mai compreso bene ma che, probabilmente, si estendono molto pi\u00f9 in l\u00e0 di quanto la sua modesta apparenza lasci presagire.<\/p>\n<p>11) Kant afferma che &quot;\u00e8 possibile ci\u00f2 che si trova in accordo con le condizioni <em>formali<\/em> dell&#8217;esperienza&quot;. Ma che cosa vuol dire che la conoscenza \u00e8 esperienza delle cose possibili? Per Kant, \u00e8 tale la conoscenza che deriva dall&#8217;esperienza dei sensi, all&#8217;interno delle intuizioni di spazio e tempo. Allora domandiamo: &quot;la conoscenza mistica \u00e8 un&#8217;esperienza impossibile, solo perch\u00e9 non rispetta le categorie kantiane?&quot;. Nei riti degli sciamani siberiani (come osserva Mircea Eliade), una scala viene appoggiata a un albero per propiziare l&#8217;ascesa dell&#8217;anima ai regni celesti. Mentre sale lungo quella scala, in realt\u00e0, lo sciamano \u00e8 <em>veramente<\/em> proiettato in un altro spazio-tempo o, per meglio dire, fuori dello spazio-tempo; ma la sua esperienza non \u00e8 di quelle che si possano definire mediante i sensi. &quot;Fui rapito sino al Settimo Cielo &#8211; dice San paolo &#8211; se col corpo o con lo spirito, Dio solo lo sa&quot;. Appunto, direbbe Kant: solo l&#8217;intelletto divino potrebbe formulare un giudizio al di fuori dell&#8217;esperienza sensibile. Ma \u00e8 giustificata la pretesa di limitare in tal modo l&#8217;ambito delle esperienze possibili? A nostro giudizio, questa \u00e8 una forma deteriore di scientismo: &quot;Se un&#8217;esperienza non \u00e8 riproducibile in via sperimentale, \u00e8 come se non esistesse.&quot; Peccato che le esperienze fondamentali dell&#8217;anima siano di questo genere: cio\u00e8 non riproducibili in laboratorio.<\/p>\n<p>Questo elenco potrebbe continuare, ma preferiamo fermarci qui. Dodici \u00e8 un bel numero, un numero che piace certamente pi\u00f9 di undici; ma non vogliamo fare come Kant, che ha introdotto dodici giudizi e dodici categorie per amore del numero dodici (alcune sono chiaramente introdotte in modo artificioso, per mero amore della simmetria). Come sosteneva Michelstaedter, la persuasione \u00e8 meglio della retorica; altrimenti si finisce come Hegel che, per amore della sua triade dialettica (tesi, antitesi, sintesi), nelle <em>Lezioni di filosofia della storia<\/em> arriva a dedurre dalla forma ei tre continenti (Europa, Asia, Africa; gli altri, non si sa perch\u00e9, non contano) le caratteristiche spirituali dei suoi abitanti. I negri, ad es., sono rozzi e primitivi perch\u00e9 la forma dell&#8217;Africa \u00e8 tozza e priva di articolazioni&#8230;<\/p>\n<p>Hegel \u00e8, in molti sensi, il continuatore di Kant, non nel senso che abbia approfondito l&#8217;opera del pensatore di K\u00f6nigsberg (piuttosto, l&#8217;ha portata su nuovi e diversi binari), ma perch\u00e9 da lui deriva la tendenza, frutto della cosiddetta &quot;rivoluzione copernicana&quot; di Kant, a fare del soggetto il centro del mondo, e della conoscenza un fatto formale piuttosto che sostanziale. Di qui, la legittima rivolta di Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche; ciascuno a suo modo &#8211; ma Kierkegaard specialmente &#8211; in nome dei diritti sacrosanti dell&#8217;esistenza <em>reale<\/em> contro tutte le speculazioni astratte, che si dimenticano degli individui in carne e ossa in nome delle grandi Idee, concepite non gi\u00e0 platonicamente, ossia come la realt\u00e0 vera e ultima dell&#8217;Essere, ma come princ\u00ecpi nebulosi che informerebbero la storia del mondo.<\/p>\n<p>Con Kant appare evidente quella volont\u00e0 di autolimitazione, autocensura, castrazione del pensiero moderno che \u00e8 iniziata con Galilei, Cartesio e Newton. Il pensiero si accontenta del fenomeno significa che solo la scienza empirica e sperimentale ha il crisma della vera conoscenza: una posizione che, oggi, nemmeno gli scienziati seri, e specialmente i fisici, si guarderebbero bene dal sottoscrivere. Infatti, coerentemente, Kant si sbarazza dell&#8217;intera metafisica; per lui, pensatori come Swedenborg non sono altro che sognatori. Strano a dirsi, non di rado i &quot;sogni&quot; di Swedenborg erano terribilmente esatti, come quando descriveva l&#8217;incendio di Stoccolma, di cui nessuna notizia era giunta ancora, e di come le fiamme si fossero fermate a pochi metri dalla sua abitazione. Compito della filosofia \u00e8 cercar di spiegare la realt\u00e0, non girare la testa dall&#8217;altra parte quando non sa come farlo. Ma Kant era costretto, dalle premesse del suo sistema, a girare la testa dall&#8217;altra parte. Altrimenti, come avrebbe fatto a riconoscere che l&#8217;esperienza possibile non \u00e8 solo quella prodotta in noi dal mondo sensibile?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Kant sostiene che i concetti sono funzioni della mente , cio\u00e8 che sono delle operazioni attive (a differenza delle intuizioni che, essendo affezioni, hanno natura passiva)<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[97,173],"class_list":["post-26079","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-aristotele","tag-immanuel-kant"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26079","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26079"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26079\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26079"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26079"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26079"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}