{"id":26061,"date":"2006-07-24T02:04:00","date_gmt":"2006-07-24T02:04:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/24\/jose-marti-1853-1895-e-la-lotta-dindipendenza-delle-filippine\/"},"modified":"2006-07-24T02:04:00","modified_gmt":"2006-07-24T02:04:00","slug":"jose-marti-1853-1895-e-la-lotta-dindipendenza-delle-filippine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/24\/jose-marti-1853-1895-e-la-lotta-dindipendenza-delle-filippine\/","title":{"rendered":"Jos\u00e9 Mart\u00ed (1853 &#8211; 1895) e la lotta d&#8217;indipendenza delle Filippine"},"content":{"rendered":"<p><em>Vengono qui rievocate la figura e l&#8217;opera di Jos\u00e9 Mart\u00ed, nato nel 1853 e caduto nel 1895, combattendo contro gli Spagnoli per l&#8217;indipendenza della sua patria, l&#8217;isola di Cuba. Poeta e intellettuale finissimo, oltre che energico uomo d&#8217;azione, egli ricorda per molti aspetti il martire dell&#8217;indipendenza delle Filippie, Jos\u00e9 Rizal, pur essendo di lui pi\u00f9 lucido e realista, meno sentimentale e meno legato al suo ceto di origine. Inoltre, mentre le opere di Rizal sono presto cadute nell&#8217;obl\u00eco (tranne che nella sua patria), quelle di Mart\u00ed sono tuttora ben vive nel panorama poetico moderno.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;Enciclopedia della Letteratura Grazanti (ed. 2003, vol. 1, p. 639) cos\u00ec lo ricorda: &quot;Fu saggista politico e giornalista d&#8217;alta qualit\u00e0, dotato di una scrittura semplice e vigorosa, agile e precisa. Olre che autore di discorsi e scritti politici, Mart\u00ed fu anche poeta di radice whitmaniana, anticipatore della poetica modernista: si ricordano i suoi &quot;Versi semplici&quot; (&quot;Versos sencillos&quot;, 1891), e i postumi &quot;Versi liberi&quot; (&quot;Versos libres&quot;), in &quot;Poesie complete&quot; (&quot;Poes\u00ecas completas&quot;, 1953).<\/em><\/p>\n<p>Jos\u00e9 Mart\u00ed, artefice fra i maggiori dell&#8217;indipendenza cubana, \u00e8 senza dubbio una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 notevoli emerse nelle lotte anticoloniali del XIX secolo. In lui troviamo la perfetta fusione tra l&#8217;artista, l&#8217;intellettuale e il pariota, ed \u00e8 difficile dire se uno di tali aspetti prevalga e quale esso sia.<\/p>\n<p>L&#8217;imbarazzo \u00e8 evidente da parte del mondo della cultura &quot;ufficiale&quot;, sin da quando andiamo a cercare il suo nome in una qualsiasi enciclopedia: esso sar\u00e0 accompagnato, a seconda dei casi, dalla specificazione &quot;uomo politico&quot;, &quot;scrittore&quot;, &quot;poeta&quot;. N\u00e9 tale imbarazzo pu\u00f2 dirsi ingiustificato: Mart\u00ed seppe essere un poeta modernissimo, acuto giornalista, scrttore che eccelle nel genere dell&#8217;epistolario, uomo d&#8217;azione e cospiratore-guerrigliero; e in ciascuno di tali ambiti si dimostr\u00f2 non semplice dilettante, ma uomo completo. A tutto questo bisogna aggiungere un ulteriore pregio, senza il quale tutti gli altri potrebbero anche lasciarci insoddisfatti: la sua profonda, vibrante, generosissima umanit\u00e0. Nessuno di coloro che lo accostarono pot\u00e8 sottrarsi al fascino di una personalit\u00e0 ricca e profondamente morale, irremovibile dai propri ideali, capace di soffire per essi la povert\u00e0 e l&#8217;esilio con virile fortezza; e al tempo stesso altruista e magnanima, incapace di meschini compromessi.<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero, come disse I. B. Say, che &quot;una delle maggiori prove di mediocrit\u00e0 \u00e8 di non saper riconoscere la superiorit\u00e0 degli altri&quot;, allora dobbiamo riconoscere che Jos\u00e9 Mart\u00ed fu veramente un grande: uno di quei grandi, schivi e insofferenti di ogni pubblicit\u00e0, e che proprio in tale modestia rivelano l&#8217;aspetto pi\u00f9 esemplare del loro carattere. Fu Mart\u00ed ad adoperarsi perch\u00e9 gli Americani del nord e quelli del sud conoscessero e apprezzassero l&#8217;allora sconosciuto Rub\u00e9n Dar\u00edo, che solo nel 1888 giunger\u00e0 al grande successo con <em>Azul<\/em>, considerato ormai un classico della poesia universale. Mart\u00ed, che pur riponeva nella poesia le sue pi\u00f9 grandi speranze di gloria, non esitava a dire del giovane nicaraguense che &quot;il poeta che mancava ancora all&#8217;America, con Dar\u00edo finalmente era nato.&quot; (1) Parole che si sarebbero rivelate profetiche, bench\u00e9 il giovane sconosciuto di cui facevano l&#8217;elogio fosse il primo, a quel tempo, a ritenerle perfino eccessive.<\/p>\n<p>Questo episodio, fra i molti che avremmo potuto citare, illumina in maniera esemplare la personalit\u00e0 artistica e umana di Jos\u00e9 Mart\u00ed. Costretto alla dura vita dell&#8217;esule negli Stati Uniti per aver sognato la liberazione della sua patria, neppure per un istante lo sfiorarono le gelosie professionali, le animosit\u00e0 meschine che, spesso, danno spettacolo indecoroso nel mondo cosiddetto culturale. E la stessa semplicit\u00e0, la stessa grandezza generosa le ritroviamo nel patriota, nell&#8217;uomo deciso a combattere la povert\u00e0 coi soli mezzi del suo ingegno, rifiutando aiuti e prebende di qualsiasi proveninenza &#8211; per non dover dipendere da nessun altro, eccetto la propria coscienza (2) -, nel lavoro infaticabile a favore dell&#8217;indipendenza cubana, che sembra riecheggiare nel Nuovo Mondo l&#8217;ideale del patriota mazziniano.<\/p>\n<p>In tutto quello che scrisse, diede prova di una geniale originalit\u00e0.le sue lettere sono, a tutt&#8217;oggi, considerate dei capolavori. Le sue liriche sono riconosciute come il preannunzio del modernismo, per la loro intonazione scarna, essenziale e densa di atmosfera; pi\u00f9 d&#8217;un critico non ha potuto fare a meno di salutare in lui uno degli epigoni della miglior tradizione letteraria spagnola, dell&#8217;immortale <em>siglo de oro<\/em>. E, politicamente, la sua visione appare oggi, in prospettiva storica, eccezionalmente lucida e lungimirante: in fondo, la Rivoluzione cubana del 1959 ha fatto proprio il concetto fondamentale del pensiero politico di Mart\u00ed: che solo una radicale trasformazione economico-sociale dell&#8217;isola avrebbe potuto sventare i piani imperialistici del terzo e pi\u00f9 pericoloso ladrone (dopo la Spagna e la Gran Bretagna) delle ex colonie spagnole: lo zio Sam. (3)<\/p>\n<p>Ma egli fu grande prima di tutto, non sar\u00e0 male ripeterlo, come uomo.<\/p>\n<p>Scoperta da Cristoforo Colombo sin dal suo primo viaggio, nel 1492, e conquistataa partire dal 1511 da Diego de Vel\u00e0zquez, l&#8217;isola di Cuba rimase un possedimento coloniale della Spagna per poco meno di quattro secoli, fino al 1898. La sua popolazione originaria era costituita da Siboney e aruachi del gruppo Ta\u00ecno, gli stessi che abitavano la maggior parte dell&#8217;isola di Haiti (4) e che il primo vescovo d&#8217;America, frate Bartolom\u00e9 de Las Casas, descrisse come intelligenti, fisicamente assai belli, e inoltre sobri, temperanti, casti, mansueti e gioviali. (5) Troppo buoni, insomma, per fronteggiare la feccia dei <em>conquistadores<\/em> che si rovesci\u00f2 sull&#8217;isola alla frenetica ricerca di ricchezze, e che li stermin\u00f2 nel giro di pochi decenni.<\/p>\n<p>A Cuba, a differenza che nelle altre isole delle Antille, gli indigeni tentarono di organizzare una resistenza, che non si spense nemmeno dopo la cattura e l&#8217;esecuzione del loro capo, il cacicco Hatuey, e che dur\u00f2 ancora per qualche tempo sotto la guida di un altro condottiero, Guam\u00e1. Dopo averne sfruttato a ritmo febbrile le risorse minerarie di pi\u00f9 facile estrazione, gli Spagnoli, delusi, si volsero altrove: e fu appunto partendo da Cuba che Hernan Cort\u00e9s, teoricamente sottoposto al Vel\u00e1zquez, organizz\u00f2 e condusse la sua spettacolare impresa contro l&#8217;Impero Azteco nel Messico. (6) Sull&#8217;isola non rimase che un ristretto gruppo di funzionari spagnoli e di ex <em>conquistadores<\/em> che si erano trasformati in piantatori e che furono subito costretti, per l&#8217;estinzione dell&#8217;elementoindigeno, ad avviare l&#8217;importazione su larga scala di schiavi neri per i lavori agricoli. A differenza di quanto accadde ad Haiti, per\u00f2, a Cuba l&#8217;elemento africano non soverchi\u00f2 mai quello bianco e quello meticcio, e ancor oggi costituisce solo una modesta frazione della popolazione dell&#8217;isola. (7)<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 dire che la societ\u00e0 cubana sonnecchi\u00f2 dalla met\u00e0 del Cinquecento fino al XIX secolo, rimanendo ai margini della grande storia mondiale, tagliata fuori dal resto del mondo sia economicamente che culturalmente. Solo dopo che gl&#8217;Inglesi ebbero conquistato l&#8217;Avana, verso la fine della guerra dei Sette Anni (per restituirla un anno dopo, in cambio della Florida), il governo di Madrid dovette concedere una certa autonomia commerciale e si decise a revocare, nel 1765, il monopolio della <em>Compa\u00f1\u00eda de la Habana<\/em>. Ma, a parte questo, l&#8217;Illuminismo e la Rivoluzione francese rimasero senza echi nell&#8217;isola; e perfino quando l&#8217;impero coloniale spagnola, nella terraferma latino-americana, and\u00f2 in crisi e si disintegr\u00f2, fra il 1806 e il 1825, a Cuba non vi furono quasi contraccolpi.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 era dovuto in parte al fatto che creoli e Spagnoli, a differenza che nel resto dell&#8217;America Latina, non erano in forte antagonismo, in parte a causa del loro timore che un movimento indipendentista avrebbe ridato fiato alla rivoluzione delle masse servili che gi\u00e0 ripetutamente (nel 1812, nel 1823, nel 1844) li aveva gettati nel terrore. La convinzione che solo sotto il dominio della Spagna i neri sarebbero stati tenuti a bada, e che lo schiavismo &#8211; d&#8217;altronde &#8211; fosse essenziale al sistema economico cubano, ritard\u00f2 l&#8217;abolizione della schiavit\u00f9 fino al 1886 (8), e consent\u00ec a Ferdiando VII di rimangiarsi tutte le concessioni amministrative fatte al tempo dell&#8217;invasione napoleonica (tra cui l&#8217;invio di rappresentanti cubani alle <em>Cortes<\/em>) senza che ci\u00f2 provocasse sensibili reazioni.<\/p>\n<p>Ha scritto in proposito Carmelo Adagio:<\/p>\n<p><em>&quot;Le riforme liberali spagnole ebbero un&#8217;eco anche nelle colonie. La classe dominante cubana era intenzionata ad inviare propri rappresentanti alle appena convocate Cortes, ma il governatore dell&#8217;isola, generale Miguel Tacon, di animo liberale, diffid\u00f2 i proprietari dal partecipare ad un libero parlamento finch\u00e9 fosse esistita sull&#8217;isola la schiavit\u00f9. Tacon, che considerava i cubani come carlisti, comand\u00f2 l&#8217;isola per mezzo di decreti militari esercitando una sorta di dittatura. La Costituzione del 1837 concesse comunque ai Cubani quattro seggi nelle Cortes che per\u00f2 non furono accettati proprio perch\u00e9 rappresentavano non una popolazione libera bens\u00ec un sistema schiavista.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il generale Tacon favor\u00ec economicamente funzionari e uomini di commercio nati in Spagna e agevol\u00f2 la costituzione della prima banca cubana (1833), ma diede anche un appoggio importante al progetto proposto dai proprietari creoli: la costruzione della prima ferrovia di tutta l&#8217;America Latina. Nel 1837 fu aperto il servizio fra l&#8217;Avana e Bejucal (28 km.); l&#8217;anno seguente quello fino a Guines (82 km.), che attraversava la zona degli zuccherifici a sud-est di L&#8217;Avana. La linea, finanziata con capitale inglese ma di propriet\u00e0 del governo, risult\u00f2 assai redditizia e ispir\u00f2 molte compagnie ferroviarie che accrebbero nei decenni seguenti la rete ferroviaria collegando i porti alle zone agricole. L&#8217;economia cubana trasse da ci\u00f2 un grande giovamento, giungendo a met\u00e0 del secolo a produrre un quarto dello zucchero prodotto sul globo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;importazione di schiavi negri continu\u00f2 senza soste, grazie alla connivenza e alla corruzione dei funzionari spagnoli succeduti a Tacon. Furono importati anche schiavi indios dal Messico e un gran numero di coolies dalla Cina. Secondo i proprietari terrieri, la schiavit\u00f9 era l&#8217;unica soluzione al problema della manodopera. Le crescenti restrizioni imposte dal pattugliamento marino della flotta britannica fecero s\u00ec che molti proprietari guardassero con interesse al Sud degli Stati Uniti, che aveva un&#8217;analoga economia schiavista ed era il principale importatore di zucchero.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Circa il 40% del commercio cubano si svolgeva con gli Stati Uniti , il 25% con l&#8217;Inghilterra e solo il 12% con la Spagna. Molti proprietari, commercianti, finanzieri erano convinti della necessit\u00e0 di una annessione di Cuba agli USA. Dopo la guerra civile nordamericana e la conseguente abolizione della schiavit\u00f9 nel Nordamerica, l&#8217;attrazione verso il potente vicino scem\u00f2.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;unico modo di difendere la schiavit\u00f9 sembr\u00f2 allora la ricerca di una maggiore autonomia dal governo spagnolo. In una prima fase i proprietari autonomisti cercarono di evitare una ribellione armata, che avrebbe colpito l&#8217;economia delle piantagioni e avrebbe favorito la liberazione degli schiavi. Il tentativo di pianificare pacificamente una forma di autogoverno non ebbe tuttavia seguito. Approfittando della confusione generata in Spagna da un colpo di stato militare che aveva deposto Isabella II, sorse nel 1868 un movimento autonomista armato. I ribelli offrirono la libert\u00e0 agli schiavi arruolati nell&#8217;esercito, e il governo spagnolo a sua volta propose una legge sulla libert\u00e0 di nascita (i figli di madre schiava avrebbero acquistato la libert\u00e0 all&#8217;et\u00e0 di ventun anni) e promise l&#8217;immediato affrancamento a coloro che avessero vestito l&#8217;uniforme della Spagna. Il governo madrileno cerc\u00f2 di comporre la tensione parificando Cuba alle altre regioni, con diritto dunque di rappresentanza parlamentare, ma la lotta dur\u00f2 fino al 1878, quando la crisi dell&#8217;economia zuccheriera favor\u00ec una pace che i ribelli accettarono grazie alla promessa di una generale amnistia. Fu garantita una rappresentanza cubana alle Cortes, ma non fu concessa alcuna autonomia. Gli schiavi che avevano combattuto furono liberati e la legge sulla libert\u00e0 di nascita confermata. Solo nel 1886 la schiavit\u00f9 fu completamente abolita.&quot;<\/em> (9)<\/p>\n<p>Intanto sull&#8217;isola cominciava a profilarsi, gi\u00e0 verso la met\u00e0 dell&#8217;Ottocento, l&#8217;ombra minacciosa dell&#8217;imperialismo nordamericano, ansioso di subentrare al dominio spagnolo sia per considerazioni economiche (l&#8217;immissione dello zucchero cubano sul mercato statunitense senza pi\u00f9 barriere doganali), sia per motivi strategici (il controllo dell&#8217;area caribica in previsione del taglio di un canale attraverso un istmo dell&#8217;America centrale). Fin dal 1848, la dimane della strepitosa vittoria sul Messico (cui sottrassero, col Trattato di Guadalupe-Hidalgo, pi\u00f9 di met\u00e0 del territorio nazionale), gli Stati Uniti fecero delle <em>avances<\/em> presso il governo di Madrid per acquistare l&#8217;isola, cos\u00ec come avevano fatto, nel 1819, per la Florida. La Spagna rimase offesa e indignata da tali offerte e le respinse seccamente, ma nel 1854 un gruppo di importanti diplomatici americani pubblic\u00f2 il cosiddetto Manifesto di Ostenda, in cui era detto abbastanza chiaramente che l&#8217;isola avrebbe dovuto diventare statunitense, con le buone o con le cattive. Anche se il governo di Washington sconfess\u00f2 quella iniziativa (n\u00e9 avrebbe potuto agire diversamente, a meno di accettarne le estreme conseguenze) le altre potenze imperialiste, a cominciare dall&#8217;Inghilterra e dalla Francia, erano avvisate.<\/p>\n<p>Bisogna dire che, sul piano interno dell&#8217;opinione pubblica cubana, le rozze manovre degli Stati Uniti non erano viste troppo di malocchio dalla borghesia bianca e dai grandi piantatori, i quali erano convinti, in previsione del crollo del dominio spagnolo, della necessit\u00e0 della tutela americana per la difesa dei propri interessi. Favorito da una specie di complesso di inferiorit\u00e0 nazionale, esisteva anzi a Cuba un vero e proprio movimento di opinione favorevole all&#8217;annessione nord-americana (10), e una parte dei primi patrioti anti-spagnoli la vedevano allo stesso modo. Pochi, come il nero Antonio Maceo, avevano a quel tempo la lucidit\u00e0 politica per valutare appieno la pericolosit\u00e0 del colonialismo yankee e di affermare: &quot;Dalla Spagna io non mi aspetto niente; la Spagna infatti ci ha sempre disprezzati e derisi. Ma non mi aspetto alcun aiuto neppure dagli Stati Uniti.&quot; (11)<\/p>\n<p>Fin dal 1823, infatti, gli Stati Uniti avevano fatto pesare la loro influenza, facendo fallire un tentativo messicano-colombiano di liberare l&#8217;isola. (12) Essi non desideravano l&#8217;indipendenza di Cuba perch\u00e9 ci\u00f2, secondo loro, l&#8217;avrebbe esposta alle mire di una terza potenza (pensavano soprattutto all&#8217;Inghilterra, che per ben quattro volte, nel corso del XIX secolo, era stata sul punto di intervenire), mentre essa doveva uscire all&#8217;orbita di Madrid solo quando fosse stata pronta ad entrare nella loro. \u00c8 un concetto che Reagan ha ribadito negli anni &#8217;80 del Novecento, a proposito della rivoluzione sandinista in Nicaragua: l&#8217;America centrale \u00e8, per gli Stati Uniti, &quot;come il giardino di casa&quot;: essi non possono tollerare che vi abbia luogo alcunch\u00e9 di contrario ai loro interessi strategici.<\/p>\n<p>Nella seconda met\u00e0 dell&#8217;Ottocento le ragioni di malcontento della borghesia cubana contro il governo spagnolo aumentarono considerevolmente e, per la prima volta, portarono al formarsi di un concreto disegno separatista. Vi contribuirono, forse, in pari misura la miopia politica della Spagna , che ottusamente si rifiutava di consentire a un processo anche minimo di riforme amministrative, sia la crisi economica che colp\u00ec l&#8217;isola in seguito alla contrazione delle esportazioni di zucchero e tabacco, dovuta- a sua volta &#8211; a fattori tanto interni quanto internazionali.<\/p>\n<p>La miccia alle polveri fu accesa dalla caduta della regina Isabella II nel 1868, cui succedette a Madrid un governo di stampo liberale, che a Cuba &#8211; come nelle Filippine &#8211; accese vive speranze di riforme e miglioramenti. Ma a Cuba l&#8217;impazienza dei patrioti diede luogo immediatamente al conflitto armato, che prese avvio da <em>El grito de Yara,<\/em> il manifesto indipendentista attorno al quale si riunirono i piantatori cubani sotto la guida di Carlos Manuel de C\u00e9spedes. Esso, per la sua durata (1868-78), fu detto &quot;guerra dei dieci anni&quot; o &quot;guerra grande&quot; (per distinguerlo dalla &quot;guerra piccola&quot; del 1879-80) e che, pi\u00f9 esattamente, costituisce la prima guerra d&#8217;indipendenza cubana. Gli intellettuali che guidavano il fronte patriottico costituivano un gruppo politicamente eterogeneo, riflettente le contraddizioni e i timori della classe sociale da cui provenivano, la borghesia creola. Alcuni capi popolari come Antonio Maceo, rappresentanti della popolazione rurale sfruttata, erano viceversa politicamente pi\u00f9 consapevoli, ma privi &#8211; forse &#8211; di un orizzonte culturale e ideologico pi\u00f9 ampio, di portata mondiale.<\/p>\n<p>Questa debolezza intrinseca del movimento patriottico si fece palese nel 1875, allorch\u00e9 la sua componente moderata accett\u00f2 di deporre le armi in cambio della promessa spagnola di abolire la schiavit\u00f9 (che sarebbe stata mantenuta, sia pure con molto ritardo) e di introdurre riforme amministrative (che fu, invece, ben presto disattesa). Tra i patrioti che accettarono questo armistizio era il capo stesso del&#8217;insurrezione, Carlos Manuel de C\u00e9spedes: era un proprietario terriero creolo, di tendenze riformiste e repubblicane, apertamente incline all&#8217;annessione agli Stati Uniti. Non erano questi gli avversari che la Spagna poteva considerare mortalmente pericolosi. D&#8217;altra parte l&#8217;ala oltranzista del movimento patriottico, alla cui testa erano uomini come Antonio Maceo, M\u00e1ximo Gomez e C. Garc\u00eda, non era abbastanza forte da poter concludere la lotta vittoriosamente da sola; e anch&#8217;essa, pertanto, nel 1878 dovette capitolare. (13)<\/p>\n<p>Durante tutta la prima guerra d&#8217;indipendenza cubana gli Stati Uniti, la cui opinione pubblica (suggestionata anche dalla stampa) parteggiava unanimemente per la causa cubana, aiutarono i patrioti con l&#8217;invio di ami e perfino di volontari &#8211; in massima parte, ex combattenti sudisti -, tanto che vi fu un grave incidente diplomatico fra Washington e Madrid allorch\u00e9 gli Spagnoli catturarono una nave americana e passarono per le armi alcuni membri dell&#8217;equipaggio.<\/p>\n<p>La fine delle ostilit\u00e0 sull&#8217;isola vide una recrudescenza dell&#8217;oppressione spagnola. I governi militari instaurati a Cuba perseguitarono duramente ogni opposizione, bloccarono tutti i progetti di riforma e delusero amaramente le speranze degli stessi nazionalisti moderati, che pure si erano adoperati per una soluzione politica all&#8217;interno della sovranit\u00e0 spagnola. L&#8217;unica riforma mandata realmente in porto fu la graduale soppressione della schiavit\u00f9, fra il 1880 e il 1886, quando essa era stata ormai da tempo abolita da tutte le altre potenze (con la sola eccezione del Brasile, che lo fece nel 1888). A ci\u00f2 si aggiunga che le devastazioni della lunghissima guerra avevano provocato un generale peggioramento delle condizioni di vita.<\/p>\n<p>Tutto questo favor\u00ec la formazione di un nuovo fronte patriottico, politicamente pi\u00f9 coerente e consapevole del precedente, proprio perch\u00e9 istruito dalle amare disillusioni e dagli stessi errori della prima guerra d&#8217;indipendenza. Esso organizz\u00f2 i suoi quadri fuori dell&#8217;isola, specialmente negli Stati Uniti d&#8217;America, perch\u00e9 tutti i patrioti erano stati costretti all&#8217;esilio dalla reazione poliziesca della Spagna. Fu appunto in quest&#8217;epoca che emerse in primo piano la figura di Mart\u00ed, imprimendo al processo rivoluzionario una nuova spinta e avviandolo verso la sua fase culminante.<\/p>\n<p>Jos\u00e9 Julian Mart\u00ed era nato all&#8217;Avana nel 1853. Figlio di un funzionario spagnolo, fin dai primi anni della sua vita aveva manifestato l&#8217;ardente desiderio di veder liberata la sua patria dal giogo spagnolo. Aveva appena dieci anni quando fond\u00f2, nel 1863, il giornale <em>Patria liberata,<\/em> e gi\u00e0 partecipava alle cospirazioni con la decisione e l&#8217;entusiasmo di un adulto. Le sue precoci attivit\u00e0 non sfuggirono all&#8217;occhio vigile della polizia, e ben presto egli venne arrestato, processato e condannato a sei anni di detenzione. Era appena un adolescente, e gi\u00e0 si trovava inviato ai lavori forzati nelle cave di pietra. Uno spirito meno saldo del suo sarebbe uscito spezzato dalla prova sostenuta in cos\u00ec giovane et\u00e0; egli invece tempr\u00f2 ulteriormente il suo gi\u00e0 fermo carattere e matur\u00f2 una nuova consapevolezza.<\/p>\n<p>Nel 1871, a diciott&#8217;anni, venne liberato a inviato a Madrid, a patto di non tornare pi\u00f9 a Cuba. Deciso a riguadagnare libert\u00e0 di movimenti e a procurarsi una solida formazione culturale, verso la quale del resto anelava tutta la sua anima di scrittore, impieg\u00f2 il soggiornoin Spagna per completare i suoi studi, trasformando l&#8217;esilio in occasione di crescita intellettuale e spirituale. Si iscrisse alla facolt\u00e0 di legge della celebre universit\u00e0 di Saragozza, conseguendovi la laurea nel 1876. Inizi\u00f2 quindi la serie dei suoi pellegrinaggi di paese in paese, dedicandosi contemporaneamente alla sua passione di letterato e all&#8217;attivit\u00e0 politica rivolta alla liberazione di Cuba; e furono anni febbrili, nei quali dispieg\u00f2 una capacit\u00e0 di lavoro che ha dell&#8217;incredibile, sia nell&#8217;uno che nell&#8217;altro campo.<\/p>\n<p>Dapprima viaggi\u00f2 attraverso l&#8217;Europa, soggiornando specialmente a Parigi (singolari analogie con la biografia di un altro scrittore-patriota impegnato contro il malgoverno spagnolo, il filippino Jos\u00e9 Rizal), poi fu di nuovo in America: nel Messico, in Guatemala &#8211; nella cui Universit\u00e0 insegn\u00f2 per un certo tempo -, in Venezuela e, finalmente, negli Stati Uniti. Qui esisteva da tempo una numerosa colonia di esuli politici cubani, che gi\u00e0 avevano orientato l&#8217;opinione pubblica nord-americana in senso anti-spagnolo; e Mart\u00ed, a New York, fin\u00ec per segnalarsi come il pi\u00f9 attivo e capace tra essi. Stabilitosi nella metropoli americana nel 1880, divenne presidente del Comitato rivoluzionario cubano e fond\u00f2 e diresse il giornale <em>La Patria,<\/em> dalle cui colonne tenne ben desto il patriottisto cubano nel contesto della politica internazionale, svolgendo pi\u00f9 o meno lo stesso ruolo di sensibilizzazione dell&#8217;opinione pubblica che Rizal avrebbe svolto, qualche anno dopo, attraverso il giornale filippino <em>La Solidaridad.<\/em> Si guadagnava da vivere svolgendo la funzione di console per conto di varie Repubbliche latino-americane negli Stati Uniti d&#8217;America &#8211; a quel tempo non erano certo molti gli intellettuali di lingua spagnola in America del Nord, a poter vantare la sua intelligenza e la sua cultura.<\/p>\n<p>Contemporaneamente, scriveva. Si ciment\u00f2 praticamente in tutti i generi della letteratura. Gi\u00e0 abbiamo accennato ai pregi grandissimi del suo epistolario; ma fu anche autore di drammi, di traduzioni, e tent\u00f2 il romanzo con <em>Amistad funesta<\/em> (<em>Amicizia funesta<\/em>), pubblicato nel 1885. Ma fu nel genere lirico che raggiunse risultati di autentica eccellenza: le sue tre raccolte di versi &#8211; <em>Ismaelillo,<\/em> dedicato al figlio, del 1882; <em>Versos sencillos,<\/em> ossia <em>Versi semplici,<\/em> del 1891; e <em>Versos libres<\/em> (<em>Versi liberi<\/em>), apparsa postuma &#8211; costituiscono un capolavoro assoluto della letteratura ispano-americana. A quel tempo la letteratura, e specialmente la poesia &#8211; a Cuba, come nel resto dell&#8217;America Latina &#8211; era oppressa dalla moda di un verismo sempre pi\u00f9 stanco e convenzionale; fu Mart\u00ed a introdurre la rivoluzione modernista, che tanti sviluppi avrebbe conosciuto nel corso del Novecento. Col suo verso ardente e conciso, evocatore di atmosfera e di passione, egli ci appare in un certo senso come l&#8217;ultimo dei romantici e il primo dei modernisti.<\/p>\n<p>\u00c8 stato detto di lui, giustamente, che le stesse idealit\u00e0 innovatrici che ispiravano la sua azione politica egli le profuse nel campo letterario, tanto che, in prospettiva storica, la sua ci si rivela come una doppia rivoluzione, politica e culturale: e non \u00e8 agevole decidere quale delle due sia stata il contributo pi\u00f9 importante da lui portato alla rigenerazione della patria. Ma quello che lo imponeva maggiormente al rispetto e all&#8217;ammirazione incondizionata dei suoi compatrioti era la sua profonda carica umana, la sua dirittura morale integerrima di stampo mazziniano, la sua magnanimit\u00e0 di artista che lo induceva a salutare entusiasticamente, lui scrittore gi\u00e0 noto e affermato, l&#8217;allora oscuro poeta nicaraguense Rub\u00e9n Dar\u00edo.<\/p>\n<p>Politicamente, la sua iniziativa pi\u00f9 importate di questi anni fu la fondazione del <em>Partido de la revoluci\u00f2n cubana<\/em>, avvenuta in Messico nel 1892. Ad esso aderirono uomini come Maceo, Garc\u00eda, G\u00f3mez: ossia coloro che pi\u00f9 conseguentemente e coraggiosamente avevano gi\u00e0 combattuto per l&#8217;indipendenza dell&#8217;isola ra il 1868 e il 1880, e che riconoscevano in lui il capo di maggior prestigio. Fu Mart\u00ed a tracciare le linee programmatiche fondamentali del Partito rivoluzionario, dando all&#8217;intero movimento quella coerenza e quella consapevolezza ideologica che sino ad allora avevano fatto difetto ai patrioti cubani. L&#8217;obiettivo prioritario e fondamentale restava la liberazione completa dell&#8217;isola, respingendo qualsiasi tentativo di strappare riforme alla Spagna, cos\u00ec come la tentazione annnessionistica filo-americana. Anzi egli vide con estrema chiarezza come la potenza statunitense fosse in grado di ipotecare seriamente il futuro di Cuba indipendente (come poi avverr\u00e0 col famoso &quot;emendamento Platt&quot;), e comprese che &quot;l&#8217;imperialismo del dollaro&quot; yankee fosse da stimarsi, alla lunga, come un nemico pi\u00f9 subdolo e pericoloso dell&#8217;arcaico e languente dominio coloniale spagnolo. Alludendo al periodo del suo soggiorno newyorkese, infatti, disse una frase divenuta poi celebre: &quot;Ho vissuto nel mostro e conosco le sue viscere&quot;. (14)<\/p>\n<p>Per sottrarre Cuba alle avide mire degli Stati Uniti, era necessario da un lato promuovere una radicale trasformazione economico-sociale dell&#8217;isola, dall&#8217;altro saldare il movimento indipendentista cubano con le lotte anticoloniali di tutta l&#8217;America Latina. Per la sua profonda sensibilit\u00e0 alle esigenze di riscatto delle masse sfruttate africane e meticce, per la chiarezza del disegno politico internazionale e per la coerenza del programma rivoluzionario, Mart\u00ed pu\u00f2 essere considerato il vero iniziatore di quel risorgimento storico di Cuba, che solo in anni recenti ha trovato concreta realizzazione e che tanto allarme ha causato al potente vicino nord-americano. (15)<\/p>\n<p>Dopo il 1890 la situazione interna di Cuba sembr\u00f2 a Mart\u00ed ormai matura per riaprire la lotta aperta. Le condizioni economiche dell&#8217;isola non erano soddisfacenti: con la &quot;tariffa Dingley&quot; del 1891, gli Stati Uniti avevano eretto un sistema di dazi discriminatorii sulle importazioni di zucchero cubano, mettendo in crisi tutto il sistema economico isolano, basato praticamente sulla monocoltura. Infatti la politica protezionistica americana aveva colpito dapprima i piantatori cubani di tabacco, convogliandoli verso la produzione dello zucchero (16); adesso si abbatteva duramente anche su quest&#8217;ultima. Il prezzo dello zucchero, che nel 1884 era di otto centesimi di dollaro, nel 1895 era precipitato a soli due centesimi. Alla Spagna non restava che instaurare una nuova politica doganale nell&#8217;isola, che riportasse lo zucchero cubano ad essere competitivo con quello americano: ci\u00f2 che fece nel 1894, e che pu\u00f2 probabilmente considerarsi come la causa determinante dell&#8217;intervento militare degli Stati Uniti quattro anni dopo. (17)<\/p>\n<p>Il marasma economico imperante a Cuba in conseguenza della crisi delle esportazioni si ripercosse negativamente in primo luogo, com&#8217;\u00e8 naturale, sugli strati sociali pi\u00f9 deboli; e ci\u00f2, unito ai caparbi dinieghi del governo madrileno di avviare almeno le riforme pi\u00f9 urgenti, favor\u00ec il costituirsi di un clima rivoluzionario che aspettava solo un segnale, per trasformarsi in aperta rivolta. Mart\u00ed si sentiva chiamato a dare questo segnale, e nel 1894-95 organizz\u00f2 un corpo di spedizione che avrebbe dovuto sbarcare sull&#8217;isola per accendervi le fiamme della guerra indipendentista (la terza).<\/p>\n<p>Il tentativo fall\u00ec sul nascere per l&#8217;intervento delle autorit\u00e0 statunitensi, che pur avendo continuato ad appoggiare sotto banco i Cubani, all&#8217;ultimo momento furono presi evidentemente dal panico al ricordo dell&#8217;affare della nave <em>Verginius<\/em>. Mart\u00ed non era, tuttavia, uomo da darsi facilmente per vinto: in brevissimo tempo mise in piedi una nuova spedizione, della quale facevano parte capi prestigiosi come Maceo; e, nell&#8217;arile del 1895, riusc\u00ec effettivamente a sbarcare a Cuba. Come accadr\u00e0 nel 1956 con lo sbarco di Fidel Castro, il segnale dell&#8217;insurrezione venne lanciato dall&#8217;esterno. Non appena sbarcato, Mart\u00ed proclam\u00f2 la repubblica ed assunse la carica di presidente provvisorio: \u00e8 chiaro che teneva un occhio sempre rivolto verso gli Stati Uniti, preoccupato che potessero intervenire nella lotta, caplestando la volont\u00e0 di indipendenza totale dei patrioti. Come osserva lo storico cubano Ruiz, lo sbarco di Mart\u00ed sull&#8217;isola fu il fattore determinante che mise in moto l&#8217;ultimo atto della battaglia finale per l&#8217;indipendenza. (18) Fu anche il suo ultimo contributo alla causa della sua patria: pochissimi giorni dopo, in uno dei primi combattimenti contro le truppe spagnole, egli cadeva ucciso alla testa dei suoi in localit\u00e0 Dos R\u00edos. Era il 19 maggio 1895.<\/p>\n<p>Le masse di meticci, di neri e di bianchi poveri insorsero nelle piantagioni, distrussero le case degli <em>haciendados<\/em> e scatenarono una vera guerra, sotto la guida di capi esperti e prestigiosi come Maceo e G\u00f3mez. In breve agli Spagnoli non rimase altro da fare che asserragliarsi nelle citt\u00e0 e assistere, impotenti, alla rovina delle basi economiche del loro dominio sull&#8217;isola.<\/p>\n<p>Da Madrid fu inviato allora a Cuba il generale Valeriano Weyler, che inizi\u00f2 la controffensiva applicando modernissimi metodi di deportazione delle popolazioni e di concentramento dietro il filo spinato degli appositi campi: gli stessi che avrebbero adoperato i Britannici, qualche anno dopo, contro i Boeri nel Sud Africa. Sul piano strettamente militare Weyler ottenne qualche successo; tuttavia, a dispetto del fatto che la Spagna finisse per concentrare nell&#8217;isola un esercito di quasi 300.000 uomini, la guerra d&#8217;indipendenza non solo non pot\u00e8 essere soffocata, ma si estese ulteriormente. (19) All&#8217;inizio del 1898, dopo tre anni di lotta, il fallimento dei costosi e massicci sforzi repressivi era ormai evidente, e la posizione degli Spagnoli appariva praticamente insostenibile.<\/p>\n<p>Fu a questo punto che gli Stati Uniti decisero di scendere apertamente in campo. C&#8217;erano stati vari incidenti fra le due potenze, e il governo di Washington aveva accusato quello di Madrid &#8211; non senza ragione &#8211; di essere incapace di tutelare le propriet\u00e0 dei cittadini americani a Cuba dalle distruzioni della guerra. Sul fronte della propaganda interna i grandi quotidiani statunitensi &#8211; come il <em>Journal<\/em> di Hearst e il <em>World<\/em> di Pulitzer, martellavano l&#8217;opinione pubblica con le atrocit\u00e0 di &quot;Weyler il macellaio&quot; e incitavano il Parlamento di Washington a rompere gli indugi. (20) Pressioni meno vistose, ma probabilmente non meno decisive, esercitava l&#8217;<em>American Sugar Refining Company<\/em>, danneggiata &#8211; come si \u00e8 visto &#8211; dalle nuove tariffe doganali spagnole sullo zucchero.<\/p>\n<p>Una nutrita schiera di imperialisti fanatici e selvaggiamente aggressivi, capitanata dal futuro presidente (e premio Nobel per la pace!) Theodore Roosevelt, tuonava senza posa affinch\u00e9 gli Stati Uniti accettassero virilmente il loro &quot;destino manifesto&quot;, che era quello di imporsi sull&#8217;intero emisfero occidentale. E cos\u00ec, quando la corazzata statunitense <em>Maine<\/em>, in visita &quot;amichevole&quot; all&#8217;Avana, salt\u00f2 misteriosamente in aria il 15 febbraio 1898, con la perdita di 250 marinai, il presidente McKinley decise di agire e sfid\u00f2 apertamente la Spagna. A quest&#8217;ultima non rimase che dichiarare formalmente la guerra, il 24 aprile.<\/p>\n<p>La guerra ispano-americana si risolse in pochi mesi con una serie di disfatte spagnole da Cuba alle Filippine; gi\u00e0 in agosto Madrid era costretta ad avviare trattative di armistizio, e in dicembre accettava, con la pace di Parigi, la liquidazione delle ultime vestigia del suo impero coloniale. (21) \u00c8 importante sottolineare il fatto che, a Cuba, gli Americani arrivarono come &quot;alleati non invitati&quot;, quando la guerra era gi\u00e0 perduta per gli Spagnoli e i Cubani, da soli e senza aver richiesto l&#8217;aiuto statunitense, erano in procinto di coronare con la liberazione completa la loro terza guerra d&#8217;indipendenza. (22)<\/p>\n<p>Il grado di coscienza nazionale raggiunto dai patrioti cubani \u00e8 illustrato dal fatto che essi non avevano allentato minimamente la lotta di liberazione quando la Spagna, nel 1897, si era decisa a ritirare il governatore militare Weyler e a concedere all&#8217;isola l&#8217;autonomia amministrativa. Per\u00f2, come nel caso delle Filippine, l&#8217;intromissione statunitense imped\u00ec ai patrioti di raccogliere i frutti dei loro sacrifici, e strangol\u00f2 sul nascere il diffondersi di una coscienza civile e sociale, nonch\u00e9 l&#8217;attuazione della progettata riforma agraria. Solo cos\u00ec si spiega il fatto che i Cubani, pervenuti nel 1898 a un cos\u00ec alto grado di maturit\u00e0 politica, piegarono poi il capo davanti a una serie di dittatori ottusi e corrotti, ultimo dei quali quel Fulgencio Batista che per trentasei anni &#8211; dal 1923 al 1959 &#8211; tirannizz\u00f2 l&#8217;isola, prima di fuggire, carico di tesori, di fronte al dilagare della rivoluzione dei <em>barbudos.<\/em><\/p>\n<p>Formalmente Cuba, a differenza delle Filippine, non fu annessa dagli Stati Uniti dopo l&#8217;estromissione della Spagna, ma sottoposta, per quattro anni, alla amministrazione militare di Washington. Solo nel maggio del 1902 fu proclamata la repubblica cubana, sotto la presidenza di Estrada Palma, un liberale d&#8217;indirizzo moderato; ma era una Repubblica nata male, molto diversa da quella per cui si era battuto Jos\u00e9 Mart\u00ed e, con lui, tante migliaia di patrioti e di <em>campesinos.<\/em> Essa non poteva intrattenere una politica internazionale indipendente: non poteva concludere accordi con altre potenze n\u00e9 contrarre prestiti, senza il benestare degli Stati Uniti. Non godeva neppure di una piena sovranit\u00e0 interna, pich\u00e9 il governo di Washington si riservava il diritto di intervenire a sua discrezione per la difesa dei propri interessi. E infine, la Repubblica cubana non esercitava neppure il controllo pieno del proprio territorio nazionale: dal 1903 le basi militari di Guant\u00e1namo (oggi tristemente famosa per le sistematiche violazioni dei diritti umani ai danni dei prigionieri catturati in Aghanistan e altrove) e di Bah\u00eda Honda venivano cedute all&#8217;esercito americano. Veniva cos\u00ec gravemente ipotecata la sovranit\u00e0 del governo cubano; e gi\u00e0 nel 1906, su richiesta dello stesso Estrada Palma, gli Stati Uniti cominciavano la serie dei loro interventi militari diretti. Bah\u00eda Honda venne poi resituita alla sovranit\u00e0 cubana nel 1912, mentre a Guant\u00e1namo sventola ancor oggi la bandiera a stelle e strisce.<\/p>\n<p>Cuba era uscita dalla dominazione diretta della Spagna solo per cadere sotto quella indiretta degli Stati Uniti. Per pi\u00f9 di mezzo secolo questi ultimi sfruttarono la sua economia, servendosi di governi fantoccio che non fecero nulla per migliorare le condizioni dei lavoratori delle piantagioni, e badarono unicamente alla difesa degli interessi della borghesia locale dei <em>compradores.<\/em> (23) Situazione che continua a verificarsi, mediante lo strumento di dittature pi\u00f9o meno corrotte e scandalose, in Guatemala, Honduras, El Salvador, Haiti (24), Santo Domingo, per non limitarci che all&#8217;area meso-americana; mentre Puerto Rico \u00e8, dal 1898, un territorio americano i cui abitanti sono cittadini statunitensi, ma senza il diritto di voto nelle elezioni statunitensi. (25) E anche se il presidente Grover Cleveland, nel rifiutare l&#8217;annessione delle Hawaii, nel 1893, aveva definito &quot;odiosa&quot; la dottrina che nega l&#8217;esistenza di una moralit\u00e0 internazionale e afferma che esiste una legge diversa per gli stati forti e per quelli deboli (26), quel che \u00e8 accaduto nella piccola isola caraibica di Grenada, nel 1983 &#8211; l&#8217;invasione militare americana per rovesciare un governo sgradito a Washington &#8211; ammonisce i popoli latino-americani sulla reale natura della vecchia dottrina di Monroe. &quot;L&#8217;America agli Americani&quot;, infatti, non significa niente di meno, dal punto di vista di quel governo, che &quot;l&#8217;America agli Stati Uniti&quot;: cio\u00e8 <em>tutta<\/em> l&#8217;America, dallo Stretto di Behring in Alaska fino al Capo Horn, estremit\u00e0 meridionale del continente.<\/p>\n<p>Anche alla luce di recenti vicende, come la &quot;sporca guerra&quot; dei <em>contras<\/em> pagati e organizzati dagli Americani contro il governo sandinista del Nicaragua, il disegno politico elaborato da Jos\u00e9 Mart\u00ed quasi un secolo fa si rivela ogni giorno di pi\u00f9 come profetico e, quindi, imperiosamente attuale. (27)<\/p>\n<p><strong>NOTE.<\/strong><\/p>\n<p>1)  In <em>Le Lettere,<\/em> Milano, Bianchi-Giovini ed., 1944 82 voll.), vol. 2, p. 960.<\/p>\n<p>2)  Ibidem.<\/p>\n<p>3)  La definizione \u00e8 di P. CHAUNU, <em>Storia dell&#8217;America Latina,<\/em> Milano, garzanti, 1955, p. 100.<\/p>\n<p>4)  Ved. l&#8217;articolo di V. DOMENICI ne <em>Il Corriere della Sera<\/em> del 14 agosto 1984, p. 11.<\/p>\n<p>5)  B. DE LAS CASA, <em>La leggenda nera<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 33-63.<\/p>\n<p>6)  W. H. PRESCOTT, <em>La conquista del Messico<\/em>, Roma, Newton Compton, 1977, pp. 90-112. Hatuey era fuggito da Santo Domingo per sfuggire ai bianchi; condannato al rogo, rifiut\u00f2 il battesimo dicendo di non voler incontrare dei cristiani anche nell&#8217;altra vita. Ibidem, pp. 94-95.<\/p>\n<p>7)  Secondo una stima del 1990 (<em>Calendario Atlante de Agostini,<\/em> Novara, 1997, p. 551), la popolazione di Cuba \u00e8 composta per il 70% di bianchi, per il 12,4% di negri e per il 17,3% di mulatti.<\/p>\n<p>8)  La schiavit\u00f9 dei neri in America venne abolita dalla Gran Bretagna nel 1833, dalla Francia nel 1848, dal Per\u00f9 fra il 1821 e il 1855, dagli stati Uniti nel 1865.<\/p>\n<p>9)  A. ARUFFO E ALTRI, <em>Geografie della stora storia,<\/em> Bologna, Cappelli, 1998, (3 voll.), vol. 2, pp. 576-77.<\/p>\n<p>10) R. E. RUIZ, <em>Cuba, nascita di una rivoluzione,<\/em> Milano, Rizzoli, 1971, p. 32, che cita E. F. ATKINS, <em>la borghesia cubana aveva paura dell&#8217;indipendenza.<\/em><\/p>\n<p>11) Ibidem, p. 32.<\/p>\n<p>12) Ibidem, p. 35.<\/p>\n<p>13) Con l&#8217;armistizio di El Zanj\u00f3n (10 febbraio 1878), che prevedeva, tra l&#8217;altro, l&#8217;amnistia per gli insorti.<\/p>\n<p>14) A. GARZIA, <em>C come Cuba,<\/em> Roma, Elleu Multimedia, 2001, p. 44.<\/p>\n<p>15) Ved. H. THOMAS, <em>Storia di Cuba,<\/em> Milano, Einaudi.<\/p>\n<p>16) S. E. MORISON- H. S. COMMAGER, <em>Storia degli Stati Uniti<\/em>, Firenze, la Nuova Italia, 1974 (2 voll.), vol. II, p. 447.<\/p>\n<p>17) P. CHAUNU, Op. cit., p. 103.<\/p>\n<p>18) R. E. RUIZ, Op. cit., p. 27.<\/p>\n<p>19) A. GARZIA, Op. cit., p. 45.<\/p>\n<p>20) M. M. WILKERSON, <em>Public Opinion and the Spanish-American War,<\/em> Louisiana University Studies, n. 8, 1932.<\/p>\n<p>21) D. K. FIELDHOUSE, <em>Gli imperi coloniali dal XVIII secolo,<\/em> Milano, Feltrinelli, 1967, p. 267. Notevole la tesi secondo la quale i territori occupati dagli Stati Uniti non potevano essere restituiti alla Spagna, perch\u00e9 questa si era dimostrata &quot;incapace di governarli&quot;.<\/p>\n<p>22) R. E. RUIZ, Op. cit., p. 28. Sulla guerra ispano-americana si pu\u00f2 leggere, in lingua italiana, R. RINALDI, <em>Storia degli Stati Uniti d&#8217;America,<\/em> Roma, Curcio ed., 1963 (2 voll.), vol. II, pp. 339-376.<\/p>\n<p>23) Sull&#8217;&quot;imperialismo del dollaro&quot;, cfr. W. MARKOV, <em>Sommario di storia coloniale,<\/em> Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 41.<\/p>\n<p>24) Ad Haiti si \u00e8 avuto l&#8217;esempio pi\u00f9 raccapricciante di dittatura terroristica, con tanto di uso sistematico della tortura e della magia nera, al soldo degli Americani: quella di Fran\u00e7ois Duvalier (1957-71), il famigerato &quot;Pap\u00e0 Doc&quot;, cui \u00e8 succeduto il figlio Jean-Claude. Ved. il documentato saggio biografico di B. DIEDERICH- A. BURT, <em>Pap\u00e0 Doc,<\/em> Milano, Longanesi &amp; C., 1970.<\/p>\n<p>25) Nel 1901 la Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso che Portorico &quot;\u00e8 territorio di propriet\u00e0 degli Stati Uniti, ma non ne fa parte&quot;. Cfr. R. RINALDI, Op. cit., vol. II, p. 371.<\/p>\n<p>26) S. E. MORRISON- H. S. COMMAGER, Op. cit., vol. II, p. 434.<\/p>\n<p>27) Un prezioso compendio, in lingua italiana, degli scritti politici di J. MART\u00cd si trova in <em>Cuba, U.S.A., America Latina,<\/em> La Nuova Italia, 1972; e ad esso rimandiamo il lettore per l&#8217;approfondimento del suo pensiero.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vengono qui rievocate la figura e l&#8217;opera di Jos\u00e9 Mart\u00ed, nato nel 1853 e caduto nel 1895, combattendo contro gli Spagnoli per l&#8217;indipendenza della sua patria,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[224],"class_list":["post-26061","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-poesia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26061","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26061"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26061\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26061"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26061"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26061"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}