{"id":26017,"date":"2015-11-13T05:52:00","date_gmt":"2015-11-13T05:52:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/13\/perche-litalia-non-seppe-creare-lo-stato-nazionale\/"},"modified":"2015-11-13T05:52:00","modified_gmt":"2015-11-13T05:52:00","slug":"perche-litalia-non-seppe-creare-lo-stato-nazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/13\/perche-litalia-non-seppe-creare-lo-stato-nazionale\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 l&#8217;Italia non seppe creare lo stato nazionale"},"content":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 l&#8217;Italia non seppe creare uno stato nazionale fino al XIX secolo, mentre gli altri grandi Paesi europei &#8212; Germania esclusa, ma per ragioni completamente diverse &#8212; erano riusciti a farlo gi\u00e0 da parecchi secoli? Se non si riesce a dare una risposta soddisfacente a tale quesito, non si arriva a comprendere la vera posizione dell&#8217;Italia in Europa, in quanto nazione: la si pu\u00f2 vedere solo come la depositaria di una grande tradizione culturale ed artistica, oltre che di una millenaria tradizione religiosa, in quanto centro del cattolicesimo.<\/p>\n<p>Ha scritto Giorgio Ruffolo nel suo saggio \u00abQuando l&#8217;Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l&#8217;oro dei mercanti\u00bb (Torino, Einaudi, 2004, pp.273-277):<\/p>\n<p><em>\u00ab[&#8230;] il quadro dell&#8217;economia mondo muta radicalmente a svantaggio dell&#8217;Italia. A Est preme la potenza turca. Venezia resiste impavida quella crescente pressione: ma \u00e8 costretta a cedere gradatamente terreno. L&#8217;asse dei traffici si sposta a Ovest, verso l&#8217;Atlantico. \u00e8 vero che gli Italiani partecipano a quello spostamento: ma i vantaggi pi\u00f9 cospicui li colgono i rivieraschi atlantici, spagnoli e portoghesi. Inoltre, diventa sempre pi\u00f9 forte la sfida del Nord, delle grandi Monarchie, Francia e Inghilterra, e delle repubbliche fiamminghe. C&#8217;\u00e8 insomma un deciso spostamento dell&#8217;asse degli scambi verso Ovest e verso Nord. Gli italiani si trovano pi\u00f9 o meno, rispetto ai pi\u00f9 poveri e vigorosi rivali del Nord, nelle stesse condizioni di ricchi ma estenuati in cui si trovavano, rispetto a loro, bizantini e musulmani all&#8217;inizio del Millennio.<\/em><\/p>\n<p><em>Il loro vero punto debole, in questa sfida che devono fronteggiare, non \u00e8 l&#8217;organizzazione economica, \u00e8 la struttura politica. Il fallimento dell&#8217;Italia rinascimentale sta nella sua incapacit\u00e0 di costruire uno stato nazionale.<\/em><\/p>\n<p><em>Da che cosa dipende queste debolezza? Qual \u00e8 la ragione di questa incapacit\u00e0? L&#8217;impasse politica dell&#8217;Italia rinascimentale \u00e8 uno di quei nodi storici intricatissimi che non sono stati mai risolti veramente: una questione vessatissima e spinosa cui bisogna accostarsi in punta di piedi.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Nella selva delle innumerevoli risposte date dagli storici\u00a0a quelle domande emergono due tesi principali. La prima, risalente a Machiavelli, indica nella Chiesa di Roma l&#8217;interesse ad evitare e la capacit\u00e0 di impedire la formazione di uno Stato italiano inevitabilmente incompatibile con il potere temporale dei papi. \u00c8 una tesi che \u00e8 stata sviluppata e ripresa in vario modo e con varia autorevolezza dalla storiografia successiva. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Ora, la vocazione &quot;divisiva&quot; della Chiesa \u00e8 indubitabile, ma essa non costituiva un ostacolo insuperabile. Fosse nato davvero un potere con una autentica vocazione nazionale, la Chiesa sarebbe stata incapace di contrastarlo, come ha giustamente notato Galasso. Non \u00e8 poi detto che lo sviluppo di quel potere dovesse inevitabilmente compiersi nelle forme del modello accentratore assunto da altri grandi paesi europei. La storia avrebbe potuto inventare una configurazione federalista, e benedetta dalla Chiesa: una soluzione &quot;guelfa&quot;, per cos\u00ec dire. \u00c8 l&#8217;alternativa tratteggiata fugacemente da Aldo Schiavone. Se questo non avvenne, non fu per l&#8217;ostacolo esterno della Chiesa, ma per le inibizioni interne proprie delle Repubbliche italiane.<\/em><\/p>\n<p><em>Qui emerge la seconda tesi, che ha in Antonio Gramsci uno dei pi\u00f9 autorevoli sostenitori. Essa punta il dito su un fattore genetico dell&#8217;evoluzione dei Comuni italiani: il loro irriducibile particolarismo. I sostenitori di questa tesi ravvisano in quel particolarismo a un tempo la fonte del primato italiano nel primo rinascimento e la causa della decadenza e della perdita dell&#8217;indipendenza nel secondo. Quello che era stato il grande successo dell&#8217;anomalia italiana nell&#8217;Europa medievale, la sconfitta dell&#8217;aristocrazia feudale da parte delle citt\u00e0, divent\u00f2 un fattore di debolezza quando lo sviluppo dell&#8217;economia-mondo richiese dimensioni di mercato interno pi\u00f9 ampie e quando la complessit\u00e0 sociale cominci\u00f2 a esigere un potere politico e militare pi\u00f9 forte: un mercato nazionale e uno stato nazionale, che si realizzarono negli altri paesi dell&#8217;Europa Occidentale attorno al potere del re.<\/em><\/p>\n<p><em>La causa fondamentale dell&#8217;anomalia italiana rispetto alla via dello Stato nazionale seguita dagli altri grandi paesi europei &quot;\u00e8 nella stessa struttura dello stato comunale che non pu\u00f2 svilupparsi in un grande stato territoriale&quot; (A. Gramsci) e resta impigliato nella fase economico-corporativa di formazione dello stato moderno. Dunque, la ragione prima del fallimento sta nella genesi interna del Comune, nel modo in cui lo hanno formato le sue forze generative, non nel limite esterno costituito dall&#8217;interdizione della Chiesa. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il Comune [&#8230;] \u00e8 un&#8217;istituzione progressista nel senso pieno del termine. Ma \u00e8 anche una istituzione instabile e violenta. La rottura di una societ\u00e0 tradizionale ha un costo, mentre la tradizione \u00e8 un collante tenace. L&#8217;antica Roma doveva il suo dinamismo aggressivo in larga parte al peculiare miscuglio etnico e sociale della sua comunit\u00e0 primitiva che la rendeva pi\u00f9 mobile e duttile delle sue rivali; ma conservava nella struttura gentilizia della societ\u00e0 un pilastro saldissimo al quale ancorare il suo patriottismo.<\/em><\/p>\n<p><em>La societ\u00e0 comunale, nata da uno strappo con il vecchio ordinamento, non disponeva invece di alcun appiglio tradizionale. E neppure lo sostitu\u00ec con un altro, oggettivo, quale sarebbe stato per esempio &#8211; quale fu in Inghilterra &#8212; un ordinamento basato sulla propriet\u00e0 della terra. In quelle nuove citt\u00e0 si agitava una forza priva di radici, che ne esaltava gli &quot;spiriti animaleschi&quot; ma che innescava anche un pressante bisogno insoddisfatto di identit\u00e0: il che spiega anche l&#8217;assillante caccia e il frequente trafugamento di reliquie da eleggere a santi protettori. Questo radicamento debole rende estremamente arduo comporre le tensioni e i conflitti sopra una comune base di consenso.<\/em><\/p>\n<p><em>Fu cos\u00ec che le energie cittadine, liberate dai ceppi, si rovesciarono all&#8217;esterno, nell&#8217;espansione dei commerci e nell&#8217;aggressivit\u00e0 bellicosa; ma rimbalzarono anche all&#8217;interno, nel contraccolpo delle lotte continue tra le fazioni. Il Comune, non riconoscendo se non formalmente, per antica deferenza verso il papa e verso l&#8217;imperatore, alcun principio effettuale di verit\u00e0 superiore, non era in grado di costituire, se non per eccezione, nei momenti di pericolo o di entusiasmo collettivo, un principio di ordine normale e morale superiore alle passioni e agli interessi delle fazioni. Era fatalmente, come spieg\u00f2 Guicciardini, schiavo del &quot;particulare&quot;.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>La &quot;spiegazione&quot; di Giorgio Ruffolo, pur presentandosi plausibile per taluni aspetti, non ci convince interamente: ci sembra infatti che, se da un lato pecca di eccessivo &quot;sociologismo&quot;, dall&#8217;altro non scende fino alla radice del problema. Ci spieghiamo.<\/p>\n<p>Eccessivo sociologismo significa che essa non solo privilegia, ma considera quasi esclusivamente il lato sociologico delle questioni: come se il fatto, pur vero e innegabile, che ogni rivoluzione &#8212; e quella comunale fu, dal punto di vista economico-sociale, una rivoluzione nel contesto dell&#8217;ordine feudale -, per il fatto stesso di rompere con la tradizione, esige la fondazione di una nuova tradizione, perch\u00e9 le societ\u00e0, per reggersi, hanno bisogno di ancorarsi a qualcosa di stabile, e solo una tradizione pu\u00f2 farlo, non ne deriva che questa sia stata l&#8217;unica causa della impossibilit\u00e0 di una vita comunale ordinata e tranquilla. Vi erano cause interne ben pi\u00f9 decisive &#8212; la lotta per la supremazia fra magnati e popolani, e, all&#8217;interno dei popolani, la contrapposizione fra popolo grasso e popolo minuto &#8212; e cause esterne altrettanto importanti, non solo sul terreno politico-militare, ma anche e soprattutto su quello della concorrenza economica e commerciale. Forse che le guerre fra Genova e Venezia non erano rese inevitabili dal conflitto d&#8217;interessi fra le due grandi Repubbliche marinare, nella lotta per la conquista dei mercati mediterranei e orientali? E forse che tali guerre non ebbero delle pesanti ripercussioni sull&#8217;assetto sociale di entrambe?<\/p>\n<p>Ma, direbbe Gramsci, se vi \u00e8 una tradizione, vecchia o nuova non importa, l&#8217;aggressivit\u00e0 sociale trova delle maniere meno distruttive di scaricarsi. Pu\u00f2 darsi. Per\u00f2 una tradizione non s&#8217;improvvisa: una tradizione &quot;nuova&quot;, infatti, \u00e8 una contraddizione in termini. Una societ\u00e0 nata dalla rivoluzione \u00e8 condannata all&#8217;instabilit\u00e0; a meno che non sorga un elemento esterno capace di compattarla, facendole bruciare le tappe dell&#8217;integrazione. Per l&#8217;Unione Sovietica, l&#8217;elemento che ha compattato lo stato comunista \u00e8 stato, probabilmente, l&#8217;intervento militare straniero: dell&#8217;Intesa e dei suoi satelliti, durante la guerra civile del 1918-1920; della Germania hitleriana (soprattutto) nel 1941. Paradossalmente, senza l&#8217;invasione tedesca nella Seconda guerra mondiale, \u00e8 probabile che non si sarebbe mai formato l&#8217;innesto del nazionalismo russo sull&#8217;ideologia marxista-leninista: e il sistema sovietico non avrebbe trovato le risorse morali per reggersi fino al 1990.<\/p>\n<p>Per l&#8217;Italia medievale, l&#8217;elemento catalizzatore avrebbe potuto essere, ad esempio, la minaccia musulmana: quella araba fra IX e X secolo; quella ottomana fra XV e XVII. Ma cos\u00ec non fu e per molte ragioni: in particolare, nel primo caso perch\u00e9 i Normanni fecero da scudo, ma si fermarono alla unificazione del Regno del Sud; nel secondo, perch\u00e9 l&#8217;unico stato italiano che si vide direttamente minacciato e comprese tutto il pericolo, Venezia, non volle o non pot\u00e9 condurre la lotta a fondo per non compromettere le basi commerciali della sua economia mediterranea. Non si decise mai a fare una scelta netta fra il Mediterraneo e la terraferma italiana: port\u00f2 avanti entrambe le strategie, contemporaneamente, e fin\u00ec per perdere su entrambi i fronti. Si logor\u00f2 per quattro secoli, il che mostra quanto robusta fosse la sua struttura sociale; ma si logor\u00f2 invano. Eppure, fra tutti gli stati italiani, Venezia era quello che vantava la tradizione pi\u00f9 antica: una tradizione che si riallacciava direttamente a Roma, passando per Bisanzio. Ma non fu sufficiente.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 dimostra, a nostro parere, i limiti della interpretazione gramsciana: la tradizione \u00e8 un elemento importante, ma non decisivo e, comunque, di per s\u00e9 non sufficiente a garantire la stabilit\u00e0 interna di una societ\u00e0. In guerra, diceva Napoleone, Dio sta dalla pare dei grossi battaglioni; e la stessa cosa pu\u00f2 dirsi anche in pace. Una economia che pu\u00f2 disporre di materie prime e di un mercato interno di dieci o venti milioni di persone \u00e8 avvantaggiata rispetto ad una che \u00e8 povera di materie prime e che pu\u00f2 contare su una popolazione molto pi\u00f9 piccola. Gli stati comunali e regionali italiani erano destinati a fare la fine dei vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro, quando vennero a confronto con le grosse monarchie nazionali europee. Perfino se riuscivano a vincere militarmente, non erano poi in grado di sfruttare il vantaggio: lo si vide nella decisiva battaglia di Fornovo sul Taro del 1495: Carlo VIII fu sconfitto, ma riusc\u00ec a rientrare in Francia con il grosso del suo esercito. E la via dell&#8217;Italia era ormai aperta alle future invasioni. Ed eccoci alla radice del problema della manata formazione dello stato nazionale italiano: una questione di numeri, di quantit\u00e0. Gramsci, discepolo di Croce, anche da marxista, non smise di pensare la storia in senso idealistico; come se fosse solo storia di idee. Ma il Giappone, nel 1945, non fu sconfitto perch\u00e9 rappresentava un&#8217;idea sentita meno profondamente di quella degli Stati Uniti: fu sconfitto perch\u00e9 fu schiacciato dalla forza materiale, di cui Hiroshima fu solo il lugubre ed eloquente epilogo.<\/p>\n<p>Tornando ai Comuni italiani, essi sorsero dal distacco, anche psicologico, dal feudalesimo, e cercarono di sostituire la vecchia ideologia cavalleresca con una pi\u00f9 adatta al mutamento del quadro sociale: l&#8217;ideologia borghese e mercantile, con il &quot;valore&quot; della masserizia e dell&#8217;industria al posto della lealt\u00e0, del coraggio e dell&#8217;onore, ossia con la capacit\u00e0 di realizzare profitto e accumulare capitale, in luogo della magnanimit\u00e0 e della fastosit\u00e0 di chi non bada a spese, anzi, pi\u00f9 spende e pi\u00f9 appare magnifico. Di fatto, e per sua stessa natura, l&#8217;ideologia borghese non aveva, e non ha, il senso del limite: per cui non costituisce una tradizione, ma un&#8217;anti-tradizione: \u00e8 il culto del progresso. Il progresso \u00e8 il contrario della tradizione: se acquista un ritmo pi\u00f9 veloce di ci\u00f2 che la psicologia del singolo, e della societ\u00e0 tutta, riesce a metabolizzare, si trasforma nella nevrosi permanente e nella glorificazione della schizofrenia. Il cittadino, a quel punto, si sente sistematicamente sfasato rispetto al reale, come un pesce perennemente fuor d&#8217;acqua: non \u00e8 sintonizzato sui valori e sulle pratiche del proprio tempo, si sente sempre in ritardo, oppresso da una crescente angoscia esistenziale. Talvolta \u00e8 tentato di reagire con delle fughe in avanti (come nel caso delle avanguardie artistiche o dei gruppi rivoluzionari), in modo da illudersi di aver riacquistato il controllo della situazione, o di essere in grado di farlo: ed \u00e8 quel fenomeno che Eric Voegelin ha definito della moderna gnosi di massa.<\/p>\n<p>Che la presenza della Chiesa abbia ostacolato la formazione dello stato nazionale, \u00e8 tesi vecchia e non del tutto convincente: senza dimenticare che fu proprio la Chiesa a favorire, nel contesto della lotta per le investiture, la nascita e l&#8217;affermazione dei liberi Comuni, resta il fatto che devono essere i figli a mostrarsi desiderosi e capaci di staccarsi dai genitori, e non viceversa: quando i figli sono fiacchi e deboli, i genitori continuano a tenerli sotto le loro ali protettive. La Chiesa tenne a battesimo i Comuni; erano poi questi ultimi che dovevano mostrare di saper gestire la loro autonomia. Accusare la Chiesa di non essersi fatta da parte \u00e8 ingeneroso: nessun genitore lo fa, se il figlio mostra di non essere maturo per condurre in autonomia la propria vita.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che l&#8217;altro potere universale, l&#8217;Impero, era, di fatto, debole e lontano: non bastava qualche discesa delle Alpi per affermarlo stabilmente sugli irrequieti cittadini del Comuni. Negli altri Paesi dell&#8217;Europa occidentale il potere regio ebbe il sostegno della borghesia urbana contro la grande nobilt\u00e0 di origine feudale; in Italia non c&#8217;era un potere regio e la borghesia, dopo essersi affermata, non seppe sfruttare il vantaggio e dar vita a un sistema politico pi\u00f9 ampio e pi\u00f9 stabile del piccolo e litigioso comune. E cos\u00ec lo stato nazionale, che in Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo nacque attorno al potere regio, sostenuto dalla borghesia urbana, in Italia non riusc\u00ec nemmeno a formarsi.<\/p>\n<p>L&#8217;occasione mancata per formare uno stato nazionale non fu il Rinascimento: nel 1400 e nel 1500 era gi\u00e0 troppo tardi: non esisteva alcuna forza politica interna capace di coagulare l&#8217;intero tessuto sociale dell&#8217;Italia e di difenderla dalla minaccia delle grandi monarchie di Francia e Spagna. L&#8217;occasione era sfumata molto prima, fra il X e l&#8217; XI secolo, quando, dai brandelli dell&#8217;Impero carolingio in dissoluzione, sorsero un regno di Francia e un regno di Germania, ma non riusc\u00ec a sorgere un regno d&#8217;Italia. La Lotaringia, di cui l&#8217;Italia era parte, era qualcosa di pi\u00f9 e qualcosa di meno dell&#8217;embrione di un futuro stato nazionale: aleggiava sui di essa il fantasma dell&#8217;Impero, ma non esistevano una identit\u00e0 linguistica, culturale e anche geografica quali potenziali fattori coagulanti di un futuro stato nazionale. La Lotaringia era una monarchia mancata: sia perch\u00e9 non corrispondeva ad una nazione (nemmeno i domini asburgici corrispondevano a una nazione, eppure fornirono la base ad un vasto impero plurisecolare), sia perch\u00e9 non corrispondevano a un&#8217;<em>idea<\/em>; e perch\u00e9 non vi erano forze sufficienti a sostenerne il disegno. L&#8217;idea imperiale, di per s\u00e9, era troppo vaga e insufficiente; occorrevano uomini e mezzi capaci d&#8217;interpretarla. Berengario I, Berengario II, Arduino d&#8217;Ivrea, non riuscirono ad essere re effettivi d&#8217;Italia, ma solo re nominali, perch\u00e9 nessuno di loro si mostr\u00f2 capace d&#8217;imporsi sulla grande nobilt\u00e0 feudale: la frammentazione politica era troppo accentuata, e in quel mosaico di micro-poteri, nessuno aveva i requisiti per prevalere sugli altri e porsi come principio d&#8217;ordine superiore. Pesarono su ci\u00f2 svariati fattori, compresa la disunione geopolitica della Penisola (con l&#8217;Italia centrale dominata dal patrimonio di San Pietro e quella meridionale contesa fra Bizantini, Arabi e Normanni); di fatto, le forze feudali italiane erano troppo numerose, troppo sparse e, prese singolarmente, troppo modeste, perch\u00e9 da loro sorgesse una forza potenzialmente unificatrice dell&#8217;intera Penisola.\u00a0<\/p>\n<p>Quando Ottone il Grande si afferm\u00f2 come re d&#8217;Italia e come imperator &quot;romano&quot;, il tempo era ormai scaduto: l&#8217;Italia aveva perduto la sua occasione, la monarchia nazionale non si era nemmeno vagamente delineata (sar\u00e0, otto secoli dopo, una oscura dinastia alpina, pi\u00f9 francese che italiana, a realizzare l&#8217;opera unificatrice). In apparenza, vi furono poi anche altre occasioni: al tempo delle Signorie, per esempio, specialmente con Ezzelino da Romano, poi con Cangrande della Scala; e, ancora, in pieno Rinascimento, soprattutto con l&#8217;espansione dello stato visconteo e di quello veneziano; ma erano possibilit\u00e0 in gran parte teoriche: di fatto, l&#8217;equilibrio dei poteri all&#8217;interno della Penisola, e il vantaggio acquisito da Francia e Spagna in termini di potenza politica, militare, finanziaria, rendevano impossibile la formazione di uno stato nazionale italiano.<\/p>\n<p>Perfino la Francia ebbe bisogno di alcuni secoli di tentativi e, infine, di un secolo di guerre ininterrotte con l&#8217;Inghilterra, per trovare in se stessa le forze unificatrici, non solo materiali, ma anche morali (Giovanna d&#8217;Arco), e questo dopo che, ai primi del &#8216;300, si era gi\u00e0 affermata come la prima monarchia d&#8217;Europa, capace persino di sfidare, con successo, il potere teocratico del papa. L&#8217;Italia, che partiva sprovvista di simili elementi favorevoli, non aveva la minima\u00a0<em>chance<\/em>: poteva solo aspettare di cader preda del primo venuto. Che poi essa abbia affrettato la rovina, quando Ludovico il Moro chiam\u00f2 nella Penisola il re francese Carlo VIII, \u00e8 significativo, ma non sposta i termini della questione. I tempi della storia non concedono sconti e, per l&#8217;Italia, era troppo tardi; cos\u00ec come era troppo tardi nel XIX perch\u00e9 essa, divenuta finalmente stato nazionale, potesse inserirsi con successo nel gioco per il potere mondiale (industrie, materie prime, colonie). Era troppo tardi anche per la Germania e per il Giappone: le posizioni-chiave erano ormai saldamente occupate e nemmeno due guerre mondiali valsero a modificare la situazione.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, individuati i due fattori geopolitici determinanti nella formazione di un processo storico: il tempo e lo spazio. Perch\u00e9 uno stato nazionale si formi sono necessari dei tempi lunghi: e l&#8217;Italia, dopo la mancata occasione del crollo dell&#8217;impero carolingio, non pot\u00e9 pi\u00f9 disporne. E sono necessarie vaste risorse di popolazione, di territorio, di materie prime: che l&#8217;Italia non aveva. Il suo ritardo era incolmabile, le sue carenze irrimediabili. Certo, vi \u00e8 un terzo fattore: quello ideale: necessario, ma non sufficiente. Nel caso dell&#8217;Italia, non vi era neppure quello. La feudalit\u00e0 italiana non sentiva la &quot;causa&quot; nazionale, anche perch\u00e9, in buona parte, essa era di origine non italiana, ma longobarda, franca e, poi, germanica. Meno ancora la sentivano i comuni, per la buona ragione che lo stato nazionale era esattamente l&#8217;ultima cosa che essi potevano desiderare. Mettiamoci pure anche il fattore Chiesa, avversa a qualunque forte Stato nazionale italiano: ma come ultimo fattore, e, di per s\u00e9, superabile; non come il primo. Ed ecco che il quadro diventa sufficientemente chiaro, e la mancata formazione dello stato nazionale italiano non appare pi\u00f9 come un mistero indecifrabile, ma come l&#8217;esito perfettamente naturale delle condizioni storiche date.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 l&#8217;Italia non seppe creare uno stato nazionale fino al XIX secolo, mentre gli altri grandi Paesi europei &#8212; Germania esclusa, ma per ragioni completamente diverse<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[109,178],"class_list":["post-26017","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-chiesa-cattolica","tag-italia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26017","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26017"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26017\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26017"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26017"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26017"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}