{"id":26005,"date":"2008-02-10T07:07:00","date_gmt":"2008-02-10T07:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/10\/le-ipocrisie-dellimperialismo-britannico-nella-lucida-analisi-di-john-a-hobson\/"},"modified":"2008-02-10T07:07:00","modified_gmt":"2008-02-10T07:07:00","slug":"le-ipocrisie-dellimperialismo-britannico-nella-lucida-analisi-di-john-a-hobson","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/10\/le-ipocrisie-dellimperialismo-britannico-nella-lucida-analisi-di-john-a-hobson\/","title":{"rendered":"Le ipocrisie dell&#8217;imperialismo britannico nella lucida analisi di John A. Hobson"},"content":{"rendered":"<p>Forse \u00e8 un errore considerare il fenomeno storico dell&#8217;imperialismo come una categoria unitaria e sostanzialmente omogenea. Forse lo storico dovrebbe essere pi\u00f9 umile, meno desideroso di emulare le generalizzazioni che sono proprie delle scienze naturali e limitarsi a studiare gli eventi e i processi uno per uno, riconoscendo in essi non solo e non tanto quanto v&#8217;\u00e8 di generale, bens\u00ec quanto v&#8217;\u00e8 di specifico e particolare.<\/p>\n<p>Non l&#8217;imperialismo, dunque, ma <em>gli imperialismi<\/em> (n\u00e9 <em>il<\/em> fascismo, per fare un altro esempio: ma <em>i fascismi<\/em>; e cos\u00ec via). Ciascuno con le sue caratteristiche, con le sue dinamiche, con le sue motivazioni, vere o presunte. Gi\u00e0: perch\u00e9 ogni imperialismo ha avuto le proprie motivazioni &quot;ufficiali&quot;, il proprio paravento ideologico, la propria giustificazione filosofica o morale; e non se ne trovano due perfettamente identici; anzi, non se ne trovano due che si assomiglino quanto basta da autorizzare a parlare di un unico fenomeno.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso dell&#8217;imperialismo <em>classico<\/em>, dell&#8217;imperialismo &quot;per eccellenza&quot;, fra quelli del mondo moderno: ossia quello britannico, quando (alla vigilia della prima guerra mondiale) circa un quarto delle terre emerse del globo vivevano all&#8217;ombra dell&#8217;Union Jack, e a tanti bambini africani si insegnava che la regina Vittoria era il sovrano pi\u00f9 potente del mondo &#8211; n\u00e9 si andava molto lontano dal vero.<\/p>\n<p>Gli uomini politici, la stampa e gli ambienti della finanza e dell&#8217;industria che avevano interessi di espansione coloniale giustificavano la politica imperiale britannica come una missione di civilt\u00e0: il famoso <em>white man&#8217;s burden<\/em>, &quot;il fardello dell&#8217;uomo bianco&quot;, caro alla retorica imperialistica di letterati come Rudyard Kipling. Essi affermavano che tale missione si esplicava attraverso l&#8217;imperialismo non solo perch\u00e9 esso era lo strumento necessario per diffondere il cristianesimo, l&#8217;ordine e la pace fra i &quot;selvaggi&quot;; ma anche &#8211; e qui l&#8217;ipocrisia toccava il vertice &#8211; per preparare quelle popolazioni all&#8217;autogoverno e alla democrazia, ossia per &quot;elevarle&quot;, sia pure in un domani non meglio definito, verso gli istituti politici propri della madrepatria, e felicemente collaudati in secoli di storia (in particolare, a partire dalla <em>Glorious revolution<\/em> del 1688, che aveva stabilito la monarchia parlamentare).<\/p>\n<p>E questo giustificava tutto.<\/p>\n<p>Lo sterminio dei Tasmaniani e degli aborigeni australiani, cacciati come belve feroci (mentre erano miti e assolutamente inermi); l&#8217;asservimento e lo sfruttamento dell&#8217;antichissima civilt\u00e0 indiana; la guerra spietata contro i liberi coloni boeri dell&#8217;Orange e del Transvaal, con tanto di campi di concentramento per vecchi, donne e bambini; e cos\u00ec via: tutto appariva giustificato alla luce della nobile missione di estendere ai popoli &quot;primitivi&quot; i vantaggi dell&#8217;autogoverno e degli istituti della democrazia rappresentativa.<\/p>\n<p>Tuttavia, che si trattasse di <em>slogan<\/em> ipocriti e del tutto privi di credibilit\u00e0, alcuni inglesi dallo sguardo acuto lo avevano capito benissimo; e, fra essi, l&#8217;economista John Atkinson Hobson (1878-1940), mente lucida e anticonformista, che criticava l&#8217;imperialismo non per motivi astrattamente umanitari, ma perch\u00e9 lo considerava un duplice errore, politico e finanziario. Politico, perch\u00e9 avrebbe spinto la Gran Bretagna sulla via di un crescente militarismo, che avrebbe minacciato la democrazia all&#8217;interno, e la pace all&#8217;esterno, provocando urti e tensioni con le altre potenze imperialiste; finanziario, perch\u00e9 i costi dell&#8217;apparato militare necessario a sostenerlo si sarebbero abbattuti sulle classi lavoratrici, avrebbero provocato una perdita del loro potere d&#8217;acquisto e, quindi, avrebbero avviato una spirate deflazionistica, con grave danno per tutta l&#8217;economia.<\/p>\n<p>Saggista assai prolifico, il suo libro <em>Imperialism. A study<\/em>, venne pubblicato a Londra nel 1902, ossia poco dopo la vittoria sui Dervisci del Sudan, a Omdurman, quando lord Kitchener aveva fatto disseppellire le spoglie del Madhi per spedirne la testa in Inghilterra; e all&#8217;indomani della guerra anglo-boera, che aveva dato alla Gran Bretagna il dominio incontrastato del Sud Africa e aveva scatenato scene di frenetico entusiasmo popolare per le vie della capitale britannica (come nella famosa &quot;notte di Makefing&quot;), quando i poveri operai dei sobborghi industriali si erano uniti ai borghesi in un esaltante sentimento di amore patriottico. E tutti, proletari e borghesi, si erano dimenticati che l&#8217;Impero britannico non stava combattendo per la vita e per la morte contro una grande potenza che ne minacciava l&#8217;esistenza, ma contro due minuscole repubbliche di contadini europei, poveri, senza mezzi finanziari e senza appoggi internazionali (tranne che a parole), i quali erano migrati lontano dalla Colonia del Capo, qualche decennio addietro, proprio per vivere liberi e indipendenti dal giogo britannico.<\/p>\n<p>La vittoria sui Boeri, in particolare, aveva permesso alla Gran Bretagna di realizzare quasi interamente l&#8217;ambizioso progetto imperialistico &quot;dal Cairo al Capo&quot; (con la sola, fastidiosa interruzione dell&#8217;Africa Orientale Tedesca), caro a uomini come Cecil Rhodes e Winston Churchill, che poneva nelle sue mani tutte le vie d&#8217;acqua strategiche intorno al continente: dallo Stretto di Gibilterra, al Canale di Suez, al Bab-el-Mandeb, al Capo di Buona Speranza. E aveva poderosamente rafforzato l&#8217;orgoglio nazionale; tanto che molti storici, a proposito di questa caratteristica mescolanza di imperialismo della sterlina e di coinvolgimento sentimentale di tutte le classi sociali, hanno adoperato l&#8217;espressione &quot;imperialismo popolare&quot;, che \u00e8 un fenomeno unico nella storia degli imperialismi (con la sola analogia, forse, degli Stati Uniti d&#8217;America, che per\u00f2 rappresentavano una situazione quasi diametralmente opposta a quella inglese: mentre nell&#8217;Impero britannico la madrepatria era, per superficie e numero di abitanti, una piccolissima frazione dell&#8217;insieme, in quello americano era vero il contrario).<\/p>\n<p>\u00c8 curioso il fatto che il libro di Hobson abbia dovuto attendere circa un secolo prima di essere tradotto in lingua italiana. Lo ha fatto la Casa editrice Newton Compton di Roma, nel 1996, con una versione dall&#8217;originale inglese di Luca Meldolesi e Nicoletta Stame, in una edizione molto economica, dalla quale citiamo alcuni passaggi chiave (pp. 135-155).<\/p>\n<p><em>&quot;La singolare ignoranza che oggi domina riguardo alle caratteristiche politiche e alle tendenze prevalenti dell&#8217;imperialismo non potrebbe essere meglio illustrata che dal seguente passo, tratto da una dotta opera intitolata<\/em> La storia della colonizzazione <em>(di H. C. Morris): \u00ab(&#8230;) Una sola regola fissa sembra esistere; \u00e8 quella di promuovere al massimo gli interessi della colonia, di sviluppare il suo sistema di governo il pi\u00f9 rapidamente possibile e alla fine di elevarla dalla posizione di inferiorit\u00e0 che essa occupa a quella di associazione. Sotto il fascio di questo spirito generoso i principali possedimenti della Gran Bretagna hanno acquistato una libert\u00e0 sostanziale, sena dissolvere i oro legami nominali con la madrepatria; gli altri possedimenti ancora subordinati vi aspirano, mentre, d&#8217;altra parte, questo privilegio della indipendenza locale ha permesso all&#8217;Inghilterra di assimilare con facilit\u00e0 molti Stati feudali nel corpo politico del suo sistema\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ecco qui che i britanni, al pari dei romani, sono una razza dotata del genio di governo, e che la nostra politica imperiale e coloniale \u00e8 animata dalla volont\u00e0 di diffondere in tutto il mondo le arti del libero autogoverno di cui godiamo in patria, e che effettivamente stiamo svolgendo questo lavoro.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ora, senza discutere i meriti o i difetti della teoria e della pratica inglese dell&#8217;autogoverno rappresentativo, affermare che la \u00abnostra regola fissa d&#8217;azione\u00bb \u00e8 stata quella di educare i nostri possedimenti a questa teoria e a questa pratica \u00e8 la pi\u00f9 grossa deformazione possibile della reale politica coloniale e imperiale perseguita dal nostro paese. Alla vasta maggioranza dei popoli del nostro potere noi non abbiamo attribuito alcun vero potere di autogoverno, n\u00e9 abbiamo alcuna seria intenzione di farlo, n\u00e9 d&#8217;altra parte crediamo seriamente che sia possibile farlo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dei trecentosessantasette milioni di sudditi che vivono fuori dalle isole britanniche, non pi\u00f9 di undici milioni, ossia uno su trentaquattro, hanno una qualche forma di autogoverno per quanto riguarda la legislazione e l&#8217;amministrazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La libert\u00e0 politica, e la libert\u00e0 civile che da essa dipende, semplicemente non esistono per la stragrande maggioranza dei sudditi britannici. Soltanto nelle colonie autonome dell&#8217;Oceania e del Nord America il governo rappresentativo responsabile \u00e8 una realt\u00e0, e perfino l\u00e0 la presenza di considerevoli popolazioni straniere, come nell&#8217;Australia occidentale, o del lavoro servile, come nel Queensland, annacquano il valore genuino della democrazia. Inoltre nella Colonia del Capo e nel Natal gli avvenimenti testimoniano come siano deboli le radici delle libere istituzioni britanniche, sia nella forma sia nello spirito, in quegli Stati in cui la maggioranza della popolazione sempre stata esclusa ai diritti politici. Il diritto di voto, e tutti i diritti civili che esso porta con s\u00e9, rimangono virtualmente un monopolio bianco in queste due cosiddette colonie autonome in cui la popolazione di colore era nel 1903 in un rapporto rispettivamente di quattro a no e di dieci a uno con i bianchi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In certe altre nostre colonie di pi\u00f9 vecchia data esiste un elemento i rappresentativit\u00e0 nei pubblici poteri. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La popolazione totale di queste colonie della Corona [ossia Giamaica, Trinidad, Barbados, Bahamas, Guiana Britannica, Isole Sopravento, Bermude, Malta, Maurizio, Ceylon] ammontava a 6 milioni e 700 mila nel 1898 Ma la stragrande maggioranza dei sudditi dell&#8217;impero britannico sono sotto il governo coloniale della Corona, o sotto protettorati. In nessun caso essi godono di alcuno degli importanti diritti politici dei cittadini britannici; in nessun caso essi vengono educati all&#8217;arte delle libere istituzioni inglesi. Nelle colonie della Corona la popolazione non esercita alcun diritto politico. Il governatore, che \u00e8 designato dall&#8217;Ufficio Coloniale, ha poteri assoluti tanto per la legislazione che per l&#8217;amministrazione, aiutato da un consiglio di residenti locali normalmente scelti da lui o dalle autorit\u00e0 della madrepatria; ma le funzioni di questa istituzione sono meramente consultive, e i suoi consigli possono essere ignorati, e frequentemente lo sono. Nei vasti protettorati che abbiamo conquistato in Africa e in Asia non vi \u00e8 nemmeno l&#8217;ombra di un governo britannico rappresentativo; il nostro intervento consiste in atti arbitrari di ingiustificata interferenza nei governi locali. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dove vi \u00e8 un vero governo britannico, esso non porta n\u00e9 libert\u00e0 n\u00e9 autogoverno; dove porta una certa quantit\u00e0 di libert\u00e0 e di autogoverno, non \u00e8 un vero governo effettivo. Nemmeno il cinque per cento della popolazione del nostro impero \u00e8 in possesso di una porzione significativa delle libert\u00e0 politiche e civili che sono alla base della civilt\u00e0 britannica. Se si escludono gli undici milioni di sudditi britannici del Canada, dell&#8217;Australia e della Nuova Zelanda, nessun gruppo significativo ha un pieno autogoverno nelle questioni pi\u00f9 vitali, n\u00e9 viene\u00ab elevato dalla posizione di inferiorit\u00e0 a quella di associazione\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo \u00e8 il fatto pi\u00f9 importante per chi studia il presente e il probabile futuro dell&#8217;impero britannico. In queste piccole isole britanniche ci siamo assunti la responsabilit\u00e0 di governare grandi aggregai di razze inferiori [sic] in tutte le parti del mondo, con metodi che sono antitetici a quelli che consideriamo pi\u00f9 positivi per noi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Qui la questione non \u00e8 se noi governiamo queste colonie o teniamo sotto controllo questi popoli bene e saggiamente, meglio di come essi potrebbero governarsi se lasciati a se stessi, o meglio di come un&#8217;altra nazione imperialista europea potrebbe governarli, ma se gli stiamo insegnando quelle arti di governo che noi consideriamo il nostro bene pi\u00f9 prezioso. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;attuale natura dei governi sotto i quali vive la vasta maggioranza dei nostri concittadini dell&#8217;impero \u00e8 eminentemente non britannica, poich\u00e9 \u00e8 basata non sul consenso dei governati, ma sulla volont\u00e0 dei funzionari imperiali; questa natura si manifesta in una grande variet\u00e0 di forme, che tuttavia trovano un punti di incontro proprio in una non libert\u00e0 di fondo. E non \u00e8 nemmeno vero che qualcuno dei nostri pi\u00f9 illuminati metodi di amministrazione impiegati nelle colonie sia diretto a mutare questa natura. Non solo in India, ma anche nelle Indie Occidentali, e dovunque esiste una grande preponderanza di popolazione di colore, non solo l&#8217;opinione pubblica inconsapevole ma anche quella illuminata \u00e8 tendenzialmente contraria a un governo veramente rappresentativo sl modello britannico. Si pensa infatti che in questi casi esso sia incompatibile con l&#8217;esercizio di una autorit\u00e0 economica e sociale da parte di una razza superiore.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando l&#8217;autorit\u00e0 britannica \u00e8 stata imposta con la forza su popolazioni razza e colore diversi dalla nostra, con abitudini di vita e di pensiero che non si armonizzano con le nostre, si \u00e8 rivelato impossibile piantare i teneri germogli del governo rappresentativo e al tempo stesso preservare l&#8217;ordine pubblico. In pratica dobbiamo scegliere tra un ordine pubblico e una giustizia amministrata autocraticamente secondo lo stile britannico da un lato e dall&#8217;altro la promozione di esperimenti di autogoverno di tipo britannico che si sono rivelati delicati, costosi, di dubbio valore e disordinati; abbiamo praticamente ovunque deciso di adottare la prima alternativa. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Alla luce di questa analisi, rivolta all&#8217;impero nel suo complesso, come consideriamo allora il nuovo imperialismo? Quasi la totalit\u00e0 delle nuove acquisizioni, come abbiamo visto, consiste di territori tropicali o sub-tropicali, con popolazioni di selvaggi [sic] o di &#8216;razze inferiori&#8217;; solo una piccola parte di esso potrebbe, anche nel futuro pi\u00f9 lontano, aumentare l&#8217;area della vera vita coloniale. Nei pochi posti in cui i coloni inglesi possono stabilirsi, come in alcune parti degli Stati sudafricani, essi saranno cos\u00ec inferiori numericamente rispetto alle popolazioni negre da rendere impossibile l&#8217;adozione di un libero governo rappresentativo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In una parola, il nuovo imperialismo ha aumentato l&#8217;area del dispotismo inglese: e ci\u00f2 supera di molto l&#8217;avanzamento in popolazione e in effettiva libert\u00e0 che si \u00e8 avuto nelle poche colonie democratiche dell&#8217;impero.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il nuovo imperialismo non si \u00e8 adoperato per propagare le libert\u00e0 britanniche e per diffondere le nostre arti di governo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I decenni dell&#8217;imperialismo sono stati prolifici di guerre; molte di queste guerre sono state motivate direttamente dall&#8217;aggressione delle razze bianche sulle &#8216;razze inferiori&#8217;, e si sono concluse con la conquista con la forza del territorio. Ogni passo dell&#8217;espansione in Asia, Africa e nel Pacifico \u00e8 stato accompagnato da spargimento di sangue; ogni potenza imperialista mantiene un esercito sempre pi\u00f9 grande pronto per missioni all&#8217;estero; rettificazione delle frontiere, spedizioni punitive, e altri eufemismi usati al posto della parola guerra, sono stati in continuo aumento. La<\/em> pax britannica<em>, che era sempre stata una impudente falsit\u00e0, \u00e8 divenuta un grottesco mostro di ipocrisia; lungo le nostre frontiere indiane, nell&#8217;Africa occidentale, in Sudan, in Uganda,in Rhodesia i combattimenti non sono quasi mai cessati. Sebbene le grandi potenze imperialiste non abbiano ancora combattuto l&#8217;una contro l&#8217;altra salvo quando l&#8217;impero nascente degli Stati Uniti trov\u00f2 una conveniente occasione nella caduta dell&#8217;impero spagnolo, l&#8217;autolimitazione \u00e8 stata costosa e precaria. La pace come politica nazionale ha trovato un antagonista non solo nella guerra, ma anche nel militarismo, un male anche pi\u00f9 grave. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;affermazione della scuola del<\/em> si pacem vis para bellum <em>secondo cui solo gli armamenti costituiscono la migliore sicurezza per la pace, \u00e8 basata sull&#8217;assunzione che esiste un vero e duraturo antagonismo di interessi tra i vari popoli che sono chiamati a subire questo mostruoso sacrificio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La nostra analisi economica ha mostrato che vi \u00e8 antagonismo solo tra gli interessi delle cricche concorrenti degli uomini d&#8217;affari investitori, imprenditori che lavorano su commesse statali, esportatori di manufatti, e certe classi professionali; essa ha mostrato che queste cricche, usurpando la volont\u00e0 e la voce del popolo, usano le risorse pubbliche per far avanzare i loro interessi privati, e spendono il sangue e il denaro del popolo in questo vasto e disastroso gioco militare, simulando antagonismi nazionali che non hanno base nella realt\u00e0. )&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La guerra, tuttavia, non rappresenta il successo ma il fallimento di questa politica, il cui frutto pi\u00f9 normale e pericoloso non \u00e8 la guerra, ma il militarismo. Finch\u00e9 si permetter\u00e0 che questa espansione competitiva per i territori e i mercati stranieri venga gabellata per &#8216;politica nazionale&#8217;, l&#8217;antagonismo di interessi sembrer\u00e0 reale, e la gente dovr\u00e0 faticare, sudare e sputar sangue per mantenere una macchina di guerra sempre pi\u00f9 costosa.<\/em><\/p>\n<p><em>Se la logica fosse applicabile in questi casi, la nozione che quanto maggiore \u00e8 la preparazione alla guerra tanto minore \u00e8 la probabilit\u00e0 che essa scoppi apparirebbe subito una<\/em> reductio ad absurdum <em>del militarismo, poich\u00e9 essa significa che l&#8217;unico modo di assicurare un&#8217;eterna pace mondiale \u00e8 concentrare tutte le energie di tutte le nazioni sulle arti della guerra, che cos\u00ec si renderebbe impossibile in pratica. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;se vogliamo tenerci tutto quello che ci siamo presi dal 1870 in poi e competere con le nuove nazioni industriali nella ulteriore spartizione degli imperi o delle sfere di influenza in Africa e in Asia, dobbiamo essere pronti a combattere. La teoria che noi potremmo essere costretti a combattere per la sopravvivenza stessa del nostro impero contro qualche alleanza di potenze europee, teoria che \u00e8 ora usata per spaventare il paese e spingerlo a un capovolgimento definitivo e irreparabile della sua politica commerciale e militare, non significa altro che l&#8217;intenzione degli interessi imperialisti di continuare la loro temeraria politica di annessioni.. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;imperialismo, sia consista in un&#8217;ulteriore politica di espansione, sia che riguardi il mantenimento sena eccezione di tutte quelle vaste terre tropicali che sono state contrassegnate come sfere di influenza britannica, porta con s\u00e9 militarismo oggi e guerre rovinose nel futuro. Qusta verit\u00e0 \u00e8 messa per la prima volta nuda e cruda davanti agli occhi del paese. I regni della terra saranno nostri a condizione che noi ci inginocchiamo e adoriamo Moloch.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;ordine e il progresso della Gran Bretagna durante il diciannovesimo secolo sono stati ottenuti coltivando e praticando le normali virt\u00f9 civiche e industriali. Favoriti da certi vantaggi di risorse naturali e da opportunit\u00e0 storiche. Siamo oggi pronti a sostituire ci\u00f2 con un codice etico militare o a sconvolgere la mentalit\u00e0 e la condotta del paese, con un conflitto perpetuo tra due principi contrastanti, l&#8217;uno che vuole l&#8217;evoluzione del buon cittadino, e l&#8217;altro l&#8217;evoluzione del buon soldato? (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tutti questi pericoli per il presente e per il futuro sono frutti del nuovo imperialismo, che cos\u00ec si palesa come nemico mortale e implacabile della pace e dell&#8217;economia. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Con l&#8217;antagonismo rispetto alla democrazia entriamo nel cuore del problema dell&#8217;imperialismo come principio politico. L&#8217;imperialismo non viene solo usato per frustrare quelle riforme economiche che noi ora riconosciamo come essenziali ad un efficace lavoro di tutta la macchina del governo popolare; esso opera proprio per paralizzare il lavoro di quella stessa macchina. Le istituzioni rappresentative sono inadatte all&#8217;impero, sia per quanto riguarda gli uomini sia per i metodi. \u00c8 impossibile che il popolo riesca a conoscere e a controllare il modo in cui un grande ed eterogeneo miscuglio di razze inferiori [sic] viene governato da parte di funzionari ministeriali che stanno a Londra e di emissari da loro nominati. I ministri degli Esteri, delle Colonie e delle Indie nel Parlamento, i funzionari permanenti dei ministeri, i governatori e la burocrazia che rappresentano il governo imperiale nei nostri possedimenti, non sono controllati direttamente ed effettivamente dalla volont\u00e0 popolare n\u00e9 potrebbero esserlo. Questa subordinazione del legislativo all&#8217;esecutivo e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani di un&#8217;autocrazia sono conseguenze necessarie del predominio della politica estera su quella interna. Questo processo \u00e8 accompagnato da una decadenza dello spirito e dell&#8217;azione di partito e dalla pretesa dell&#8217;autocrazia, sia essa un Kaiser o un governo, che ogni seria critica proveniente da un partito non \u00e8 patriottica e porta al tradimento.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Straordinariamente lucida questa analisi di Hobson il quale, come si vede, non critica l&#8217;imperialismo dall&#8217;esterno ma, per cos\u00ec dire dall&#8217;interno.<\/p>\n<p>Non solleva questioni di etica politica, e mostra di condividere la base culturale e ideologica della borghesia industriale britannica, compresa l&#8217;esistenza di razze inferiori e superiori, tra le qual, ultime, naturalmente, \u00e8 la propria.<\/p>\n<p>Invece, fa notare che l&#8217;imperialismo conduce a un inevitabile stravolgimento della fisionomia politica, economica e militare della nazione, sovvertendo i valori tradizionali del liberalismo e del governo rappresentativo, dei quali i suoi compatrioti andavano tanto fieri e con i quali, incredibilmente, cercavano di giustificare la conquista di sempre nuovi territori e la sottomissione di intere popolazioni. Inoltre, egli mostra come l&#8217;imperialismo danneggi gli interessi reali dell&#8217;economia, perch\u00e9 accresce a dismisura le spese militari e favorisce unilateralmente settori assai ristretti della societ\u00e0, particolarmente le industrie che lavorano per le commesse statali, quelle orientate all&#8217;esportazione di prodotti finiti, nonch\u00e9 una cerchia di funzionari e amministratori coloniali.<\/p>\n<p>Da ultimo, con saggezza profetica, ricorda ai suoi concittadini, esaltati dalle facili vittorie sui Boeri del Sudafrica e su eserciti indigeni male armati e male equipaggiati, come i Mahdisti del Sudan, che, a lungo andare, l&#8217;espansione imperialistica determiner\u00e0 conflitti insanabili con le altre potenze (com&#8217;era avvenuto con la Francia al tempo dell&#8217;incidente di Fashoda, sull&#8217;alto Nilo), che verranno presentati all&#8217;opinione pubblica come necessari per difendere gli interessi vitali della nazione, mentre ci\u00f2 non corrisponde affatto a verit\u00e0. E qui par gi\u00e0 di sentire avvicinarsi, in lontananza, il rombo delle artiglierie della prima guerra mondiale, che sarebbe stata scatenata proprio da quell&#8217;esasperato militarismo e da quella selvaggia competizione internazionale, finanziaria prima ancora che politica e coloniale, che l&#8217;imperialismo aveva alimentato, sconsideratamente, per interi decenni.<\/p>\n<p>Hobson non \u00e8 un marxista, n\u00e9 un rivoluzionario; e nemmeno un nemico della borghesia. Egli ragiona, in un certo senso, come un conservatore illuminato che possiede lo sguardo acuto e vede nell&#8217;imperialismo posteriore al 1870 una degenerazione di una &quot;sana&quot; politica coloniale. Pertanto la sua proposta \u00e8 che la Gran Bretagna non proceda ad ulteriori annessioni coloniali, anzi abbandoni una parte dei domini acquisiti nell&#8217;ultimo trentennio, perch\u00e9 il loro mantenimento sarebbe troppo dispendioso e sarebbe fonte di continui pericoli di guerra con le altre potenze europee (allora quasi nessuno pensava al Giappone in tali termini, cio\u00e8 come un pericoloso concorrente e come una agguerrita minaccia potenziale).<\/p>\n<p>I suoi ragionamenti, sorretti dalle cifre dell&#8217;economia, che dimostrano l&#8217;immenso sperpero di risorse necessario ad estendere, o anche solo a conservare, un impero di quelle dimensioni, sono in genere basati sul puro e semplice buon senso; e, se dovettero apparire rivoluzionari, \u00e8 solo perch\u00e9, all&#8217;epoca, sia l&#8217;opinione pubblica, sia la maggioranza degli intellettuali prendevano per buone le fandonie dei circoli imperialisti, prima fra tutte quella che la Gran Bretagna governava i popoli africani ed asiatici nel loro interesse, per avviarli verso forme di autogoverno e verso istituzioni rappresentative. Essi sfruttavano cinicamente la sensibilit\u00e0 emotiva delle masse, a loro volta suggestionate dalla stampa, e avevano sempre una &quot;buona&quot; causa, in genere di tipo umanitario, da presentare come paravento delle loro mire espansioniste.<\/p>\n<p>Tipico esempio di questa politica spregiudicata, basata sulla disinformazione, era stata la vicenda del generale Gordon a Khartoum, nel 1884-85: iniziata come operazione &quot;umanitaria&quot; per mettere in salvo i cittadini europei residenti nella capitale del Sudan, si era poi trasformata in una spedizione di soccorso allo stesso Gordon; e, da ultimo (dopo la morte di questi), in una pura e semplice guerra per la &quot;civilt\u00e0&quot; e contro la &quot;barbarie&quot; dei Mahdisti.<\/p>\n<p>\u00c8 impressionante osservare quante analogie esistano fra l&#8217;impero britannico agi albori del 1900, descritto con tanta lucidit\u00e0 e disincanto da Hobson, e l&#8217;impero americano nei primi anni del 2000, la cui politica follemente avventurista \u00e8 stata denunciata con coraggio e lungimiranza da intellettuali come Noam Chomsky.<\/p>\n<p>Impero e democrazia possono coesistere temporaneamente, ma alla fine l&#8217;uno divorer\u00e0 l&#8217;altra. Questa \u00e8 la lezione della storia e ha ormai duemilacinquecento anni: \u00e8 gi\u00f9 evidente nell&#8217;Atene di Pericle e nel disastro annunciato della guerra del Peloponneso, che ha avuto anch&#8217;essa il suo lucido e spassionato testimone: Tucidide, il pi\u00f9 grande storico del mondo antico.<\/p>\n<p>Speriamo che non ci sia bisogno di un altro Tucidide per descrivere il disastro annunciato della guerra di civilt\u00e0, verso il quale gli irresponsabili dirigenti della Casa Bianca e del Pentagono stanno sospingendo l&#8217;intera umanit\u00e0, con perseveranza degna di una migliore causa, da circa un ventennio, ossia da quando \u00e8 terminata la &quot;guerra fredda&quot; con l&#8217;ex superpotenza sovietica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Forse \u00e8 un errore considerare il fenomeno storico dell&#8217;imperialismo come una categoria unitaria e sostanzialmente omogenea. 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