{"id":25973,"date":"2007-09-30T11:17:00","date_gmt":"2007-09-30T11:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/30\/insurrezione-di-vitellio-contro-galba\/"},"modified":"2007-09-30T11:17:00","modified_gmt":"2007-09-30T11:17:00","slug":"insurrezione-di-vitellio-contro-galba","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/30\/insurrezione-di-vitellio-contro-galba\/","title":{"rendered":"Insurrezione di Vitellio contro Galba"},"content":{"rendered":"<p><em>Prestiamo il secondo capitolo del libro di Francesco Lamendola \u00abGalba, Otone, Vitellio. La crisi roomana del 68-69 d. C. \u00bb, Poggibonsi (Siena), Antonio Lalli Editore, 1984, pp. 43-68. L&#8217;opera \u00e8 da tempo esaurita ma un numero limitato di copie pu\u00f2 essere richiesta direttamente all&#8217;Autore.<\/em><\/p>\n<p>I n d i c e<\/p>\n<ol>\n<li>ORIGINI DEL MOVIMENTO VITELLIANO<\/li>\n<\/ol>\n<pre><code class=\"language-{=html}\">&lt;!-- --&gt;<\/code><\/pre>\n<ol start=\"2\">\n<li>\n<p>PROCLAMAZIONE DI VITELLIO<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>IL MOVIMENTO LEGIONARIO TRANSALPINO<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>PREPARAZIONE DELLA MARCIA SU ROMA<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>CONTRACCOLPO POLITICO A ROMA<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>LA NOMINA DI PISONE<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><em>ORIGINI DEL MOVIMENTO VITELLIANO.<\/em><\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p>\u00c8 impossibile intendere le ragioni profonde del movimento vitelliano se non si tengono Presenti l&#8217;irritazione profonda e il sordo risentimento delle legioni germaniche nei confronti del nuovo indirizzo politico inaugurato da Galba. la sua stessa scalata al potere, largamente preparata e favorita dall&#8217;alleanza con Giulio Vindice, si era presentata loro sotto la luce alquanto sfavorevole di un compromesso con le forze antiromane della Gallia. Vincitori, sotto la guida di Verginio Rufo, del movimento di Vindice, i legionari delle due province germaniche si consideravano i salvatori dell&#8217;ordine romano nel paese transalpino, contro quello che essi avevano probabilmente interpretato come un movimento nazionalista e, forse, separatista dei Celti. Essi per\u00f2 erano rimasti delusi e contrariati dal fatto che Galba, insediatosi al potere, non aveva concesso loro alcun riconoscimento per quanto avevano fatto; anzi, avevano assistito con sdegno alle punizioni infitte alle citt\u00e0 e alle trib\u00f9 galliche e germaniche che non avevano partecipato al movimento di Vindice e avevano aiutato le legioni del Reno a domarlo.<\/p>\n<p>Dopo un simile esordio, il governo di Galba prendeva avvio nelle condizioni pi\u00f9 infelici agli occhi degli eserciti germanici; n\u00e9 l&#8217;imperatore fece alcunch\u00e9 per blandire il loro scontento. Con la sua rigida politica di restaurazione senatoria, egli sembrava voler smentire clamorosamente il diritto dell&#8217;elemento militare &#8211; e di quello legionario pi\u00f9 ancora di quello pretoriano &#8211; a interloquire in materia politica. Ma in ci\u00f2 appunto si rivelava pi\u00f9 penosa la contraddizione singolare, nella quale il governo di Galba si dibatteva inutilmente: quella di un imperatore che, dopo aver dato, egli per primo, l&#8217;esempio di un &quot;pronunciamento&quot; militare nelle province, grazie al quale era giunto al supremo potere, pretendeva adesso di privare qualunque altro esercito provinciale della possibilit\u00e0 di sostenere delle pretese analoghe. Perch\u00e9 dunque gli eserciti della Germania non avrebbero potuto imporre al Senato un imperatore di propria scelta, quando quello di Spagna vi era pienamente riuscito? E cos&#8217;era quell&#8217;unica legione spagnola, debole per giunta, e lontana dall&#8217;Italia, a paragone delle sette formidabili legioni del Reno, la cui fama guerresca era diffusa per ogni angolo dell&#8217;Impero, e anche strategicamente pi\u00f9 vicine alla Citt\u00e0 Eterna?<\/p>\n<p>Come si ricorder\u00e0 (vedi l&#8217;articolo <em>Da Nerome a Ga\u00f2ba<\/em>), fin dall&#8217;indomani della loro strepitosa vittoria sull&#8217;esercito gallico di Vindice le legioni vittoriose avevano offerto la corona imperiale al proprio duce, Verginio Rufo, il quale &#8211; per\u00f2 &#8211; aveva rifiutato. Dopo la morte di Nerone e l&#8217;ascesa di Galba, lo scontento fra esse diffuso non aveva accennato a placarsi e l&#8217;episodio di Fonteio Capitone non aveva certo migliorato il loro stato d&#8217;animo nei confronti di Galba. Inviato da quest&#8217;ultimo quale legato della Germania Inferiore, Capitone &#8211; a quanto pare &#8211; aveva cercato di mettersi a capo di una rivolta militare, sfruttando l&#8217;inquietudine delle truppe e la loro avversione nei confronti degli Edui, dei Sequani e delle alte trib\u00f9 galliche che avevano parteggiato per Vindice. Galba, per\u00f2, venuto in qualche modo a conoscenza dei suoi piani, era riuscito a prevenirlo prima che il movimento avesse avuto il tempo di prendere consistenza. Secondo Tacito, anzi, l&#8217;imperatore non fece altro che limitarsi ad avallare quanto Cornelio Aquino e Fabio Valente avevano fatto in suo nome. Aquino e Valente comandavano ciascuno una legione del Reno e, non appena ebbero sentore delle intenzioni del legato, senza attendere ulteriori istruzioni da Roma lo avevano fatto sopprimere. Esecutore materiale dell&#8217;assassinio di Capitone era stato il centurione Crispino che, pi\u00f9 tardi, sarebbe stato messo a morte dai legionari ancora legati al ricordo del loro governatore. Pare che anche il prefetto della flotta del Reno, Giulio Burdone, fosse a parte dell&#8217;iniziativa di Aquino e Valente. Ma senza dubbio la parte di maggior rilievo dovette essere svolta dallo stesso Fabio Valente, comandante energico e spregiudicato, che aveva gi\u00e0 svolto un ruolo, peraltro non ben conosciuto, nel fallimento della proclamazione di Verginio Rufo da parte delle legioni, e che adesso sperava di ricevere ampie ricompense dall&#8217;imperatore al quale, per due volte, aveva eliminato un pericoloso rivale. Senonch\u00e9, questi suoi meriti non ricevettero affatto il riconoscimento da lui sperato, e l&#8217;ambiziosissimo Valente, amaramente deluso dall&#8217;ingratitudine di Galba, cominci\u00f2 a sua volta sul fuoco dello scontento dell&#8217;elemento militare per trarne direttamente vantaggio.<\/p>\n<p>Dopo che Verginio Rufo, annientato il movimento di Vindice e rifiutato l&#8217;Impero che i suoi soldati gli offrivano, fu rientrato in Italia, Galba aveva spedito in qualit\u00e0 di legato della Germania Superiore un tal Ordeonio Flacco. Scelta infelice perch\u00e9 costui, gi\u00e0 avanti negli anni, malato di gotta e completamente privo di energia, era certo l&#8217;uomo meno indicato per far rispettare gli interessi dell&#8217;imperatore fra quelle truppe scontente e irrequiete.<\/p>\n<p>Quanto alle legioni della Germania Inferiore, dopo l&#8217;assassinio di Fonteio Capitone esse rimasero per diverso tempo abbandonate a se stesse, e solo nell&#8217;autunno Galba provvide a inviar presso di loro Aulo Vitellio in qualit\u00e0 di legato consolare. Cos\u00ec, dei due esercirti del Reno, l&#8217;uno, quello superiore &#8211; che aveva svolto il ruolo principale nella repressione del movimento di Vindice &#8211; si era visto allontanare il proprio capo, interpretando ci\u00f2 come una punizione per quanto aveva fatto; l&#8217;altro, l&#8217;inferiore, aveva conosciuto il regime di Galba attraverso l&#8217;assassinio del proprio legato. Entrambi covavano un profondo malcontento che aspettava ormai solo l&#8217;occasione adatta per prendere corpo in una aperta sollevazione militare. Fu lo stesso Galba che, sostituendo nel giro di poche settimane entrambi i legati, trad\u00ec la propria sospettosa insicurezza e accese la miccia della deflagrazione che ne avrebbe affrettata la fine.<\/p>\n<p>Dei due nuovi legati germanici, sia l&#8217;uno che l&#8217;altro erano, di per se stessi, completamente insignificanti; ma dietro di essi stavano le ambizioni sconfinate di alcuni generali, decisi a sfruttare la situazione per cavalcare la tigre dello spirito di rivolta delle legioni. Anzich\u00e9 mettersi direttamente alla testa di un moto insurrezionale antigalbiano, essi cercarono un uomo di pace capace al tempo stesso di riuscire gradito ai soldati e di servire arrendevolmente i loro sogni di potere. Quest&#8217;uomo poteva essere che uno dei due nuovi legati: ma uno di essi, Ordeonio Flacco, andava senz&#8217;altro scartato per lo scarso ascendente di cui godeva fra le truppe. Restava Vitellio: uomo torpido e indolente, affatto digiuno di esperienza bellica, bevitore e ghiottone insaziabile, ma che aveva dalla sua alcuni fattori degni di tutto rispetto. Primo, era raccomandato dai suoi illustri natali e dal ricordo della splendida carriera del padre, Lucio Vitellio, tre volte console e potentissimo <em>amicus<\/em> dell&#8217;imperatore Claudio. Secondo, i suoi modi estremamente affabili, anzi fin troppo indulgenti e camerateschi, unito a un certo qual tratto di innata generosit\u00e0 e bonomia, lo avevano reso subito molto popolare fra i suoi soldati, abituati a una pi\u00f9 rigida disciplina. Terzo, poich\u00e9 era appena arrivato a Colonia Agrippina (od. Colonia), oltretutto preceduto da una buona fama quale governatore dell&#8217;Africa Proconsolare, il grosso delle legioni non aveva avuto ancora il tempo di conoscerlo bene e di notare i suoi molti difetti, il che era per lui un vantaggio indiscutibile. E infine, ma non per ultimo, generali ambiziosi e senza scrupoli, quali Cecina e Valente, si erano resi conto della sua intettitudine sia militare che politica, e da ci\u00f2 traevano la facile speranza di poterlo in futuro manovrare secondo il proprio personale tornaconto. Il fatto stesso che Vitellio non avesse doti militari lo metteva automaticamente nella necessit\u00e0 di delegare la guida di una eventuale insurrezione armata ai propri luogotenenti, dai quali sarebbe venuto cos\u00ec a dipendere in misura sempre maggiore.<\/p>\n<p>\u00c8 dunque necessario riconoscere che gli esordi di Vitellio furono di natura politica opposta a quelli di Galba o di Otone: costoro per la propria personalit\u00e0, lui per mancanza di personalit\u00e0 furono lanciati dai rispettivi eserciti l&#8217;un contro l&#8217;altro nella sanguinosa competizione per accaparrarsi il supremo potere.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><em>PROCLAMAZIONE DI VITELLIO.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Sia fra le legioni della Germania Superiore che fra quelle della Germania Inferiore, dunque, maturavano implacabilmente i semi dello scontento e della rivolta. Ad aggravare lo stato di tensione gi\u00e0 esistente fra le truppe, poi, gli ambasciatori dei Treveri e dei Lingoni si erano recati, verso il dicembre del 68, presso i quartieri d&#8217;inverno delle legioni del Reno superiore, alimentando coi loro discorsi l&#8217;indignazione contro Galba. I Treveri, popolazione germanica della riva sinistra del fiume, e i loro vicini di stirpe celtica, i Lingoni, erano stati fedeli alleati di Verginio Rufo nella repressione del movimento di Vindice e ne avevano avuto in premio, da parte di Galba, l&#8217;abbattimento delle mura cittadine, una diminuzione dei territori e un aumento delle imposte. Questi racconti, naturalmente, furono ascoltati con viva partecipazione dai legionari a fianco dei quali avevano combattuto e vinto. Le cose arrivarono al punto che alcuni dei pi\u00f9 esaltati incitarono apertamente i soldati alla rivolta; e il legato Ordeonio Flacco, sempre pi\u00f9 allarmato, dovete far allontanare gli ambasciatori dal campo. Ma tutto ci\u00f2 che ottenne fu di spingere gli ausiliari galli e germani nelle braccia dei legionari e di far nascere la voce che gli ambasciatori erano stati assassinati mentre lasciavano, di notte e in gran segreto, l&#8217;accampamento.<\/p>\n<p>Verso la fine del mese, la situazione sembr\u00f2 matura ai generali per tentare il gran colpo. Fra essi si distinguevano in modo particolare Fabio Valente, i cui motivi di risentimento verso Galba gi\u00e0 conosciamo, e che era a capo di una delle quattro legioni della Germania Inferiore; e Alieno Cecina, che comandava una delle tre della Germania Superiore. Come si ricorder\u00e0 (cfr. <em>Da Nerone a Galba<\/em>), Cecina era stato questore della Betica al tempo in cui Galba si era pronunciato contro Nerone e aveva aderito subito al movimento, venendone ricompensato &#8211; appunto &#8211; col comando di una legione sul Reno. Ma, accusato poi da Galba di una sottrazione di pubblico denaro, era caduto in disgrazia e aveva compreso di non poter nulla pi\u00f9 sperare dalla sua fedelt\u00e0 all&#8217;imperatore. Al pari di Valente, dunque, questo giovane e audace condottiero, molto popolare fra le truppe e dotato di buone capacit\u00e0 militari, aveva incominciato a predisporre il terreno in favore di Vitellio quale possibile candidato al supremo potere.<\/p>\n<p>Il primo gennaio del 69 presso tutte le legioni del vasto Impero doveva svolgersi la cerimonia del giuramento di fedelt\u00e0 delle truppe al nuovo imperatore. Le sette legioni del Reno erano cos\u00ec ripartite: nella Germania Superiore, la IV <em>Macedonica,<\/em> la XXII <em>Primigenia<\/em> e la XXI <em>Rapax<\/em>; nella Germania Inferiore la I, la V, la XV e la XVI. Queste ultime si risolsero, pur fra mormorii o in una atmosfera di silenzio minaccioso, a pronunciare il <em>sollemne sacramentum<\/em> in favore di Galba. Invece, nella citt\u00e0 di Mogontiacum (Magonza), le due legioni IV <em>Macedonica<\/em> e XXII <em>Primigenia,<\/em> all&#8217;atto del giuramento, si rivolsero contro le effigi dell&#8217;imperatore e le fecero a pezzi. Alla sera del 1\u00b0 gennaio, dunque, mentre le forze della provincia superiore, incitate da Cecina avevano passato il Rubicone, compromettendosi irrimediabilmente col governo legittimo, quelle alle dirette dipendenze di Vitellio avevano prestato il loro giuramento, col solo incidente di alcune sassate isolate scagliate da pochi soldati contro le effigi di Galba. Il legato Ordeonio Flacco, bench\u00e9 rimanesse personalmente fedele all&#8217;imperatore, non ebbe l&#8217;ardire di contrastare i propri soldati, giunti al culmine dell&#8217;eccitamento e assistette passivamente all&#8217;arresto di alcuni centurioni che, per aver cercato di ricondurre le legioni all&#8217;obbedienza, furono subito messi in catene. Da parte loro, le truppe di Magonza non acclamarono alcun candidato all&#8217;Impero, ma si limitarono a dichiararsi fedeli al Senato e al popolo romano: affermazioni chiaramente propagandistiche e politicamente vuote, come di l\u00ec a poco i fatti avrebbero mostrato.<\/p>\n<p>Vitellio, intanto, si trovava a Colonia, mentre delle sue quattro legioni la I era accmpata a Bonna (Bonn), la XVI a Novaesium (Neuss), la V e la XV a Castra Vetera (Xanten). La notte fra il 1\u00b0 e il 2 gennaio giunse a Colonia un messo della IV legione <em>Macedonica<\/em> annunciando al legato della Germania Inferiore gli eventi della giornata, e cio\u00e8 che le due legioni stanziate a Magonza avevano giurato fedelt\u00e0 al Senato e al popolo romano e abbattuto le immagini di Galba. A questo punto Vitellio giudic\u00f2 arrivata l&#8217;ora di agire. Mand\u00f2 a sua volta dei messi alle proprie truppe e ai comandanti, informandoli degli eventi verificatisi presso l&#8217;esercito superiore e osservando che non restava che un&#8217;alternativa: o marciare contro di esso in nome di Galba, oppure designare un proprio candidato all&#8217;Impero. Aggiungeva, a quanto pare, l&#8217;esplicito suggerimento di considerare la seconda soluzioni, per ovvie ragioni, di gran lunga preferibile. Naturalmente egli sapeva benissimo che i propri legionari provavano una ripugnanza istintiva all&#8217;idea di prendere le armi contro i loro commilitoni della Germania Superiore; e sapeva, inoltre, che mai lo avrebbero fatto solo per salvare il trono a Galba, divenuto cos\u00ec impopolare. \u00c8 fin troppo chiaro che Vitellio, se avesse avuto davvero l&#8217;intenzione di prendere le parti di Galba, avrebbe dovuto comandare ai suoi generali di muovere senz&#8217;altro contro i ribelli e non chiedere, in forma ambigua, il loro parere sul da farsi. Inoltre, se fosse stato in buona fede, avrebbe dovuto prevenire, declinando l&#8217;offerta, ogni eventuale tentazione delle truppe di contrapporlo a Galba: come Germanico aveva a suo tempo fatto, tra quegli stessi soldati, a favore di Tiberio.<\/p>\n<p>La prima legione della Germania Inferiore ad essere raggiunta dagli inviati di Vitellio fu la I, il cui legato Fabio Valente si affrett\u00f2 a prendere la palla al balzo. Assicuratosi il consenso delle proprie truppe, si mise subito al galoppo sulla via di Colonia con la cavalleria romana e con quella degli alleati germanici; e, coprendo velocemente i trenta chilometri che lo separavano dalla capitale provinciale, entr\u00f2 in Colonia nella giornata stessa del 2 gennaio. Quivi per primo egli acclam\u00f2 Vitellio imperatore, fra l&#8217;esaltazione dei suoi soldati. Gli storici antichi ci mostrano Vitellio , per parte sua, tutto preso dalla sua consueta passione per i banchetti, quasi che egli solo, in quelle ore cruciali, non si preoccupasse a chi sarebbe toccato l&#8217;Impero, ma soltanto di mangiare e bere senza alcun freno.<\/p>\n<p>Diciamo subito che questa ricostruzione dei fatti \u00e8 francamente inaccettabile. L&#8217;immagine di Vitellio trascinato dal triclinio agli scudi dei soldati \u00e8 una caratteristica pennellata della velenosa storiografia senatoria: tanto improbabile quanto quella del VI secolo che ci presenta l&#8217;imperatore Onorio, nelle ore tragiche del sacco alariciano di Roma, tutto intento a imbeccare di chicchi di grano la sua gallina prediletta di nome, appunto, Roma. Per prima cosa, infatti, si potrebbe osservare che Vitellio pu\u00f2 aver trovato ingegnoso l&#8217;espediente di farsi credere preso alla sprovvista dagli eventi: nella lunga storia delle usurpazioni militari nell&#8217;Impero Romano, quasi nessun pretendente ha trovato di buon gusto accettare ala prima offerta di lasciarsi innalzare sugli scudi. Valga per tutti l&#8217;esempio di Giuliano l&#8217;Apostata, acclamato Augusto dalle legioni galliche nel 351, mentre si trovava in casa, e che fin\u00ec per accettare non senza aver prima aver opposto qualche insincera resistenza. Oltre a questo, pare che l&#8217;insaziabile e ben nota ghiottoneria di Vitellio abbia letteralmente dato alla testa degli storici filo-senatori, ben felici di poterlo mettere in caricatura, sulla base di un dato reale e incontestabile, ma anche nelle circostanze meno verosimili. Ad esempio lo storico Flavio Giuseppe, nella sua <em>Guerra Giudaica<\/em>, arriva a scrivere che perfino pochi istanti prima di essere ignominiosamente ucciso, in una Roma stravolta dal massacro e dalla rapina, l&#8217;imperatore usciva dal Palazzo ancor pi\u00f9 del solito imbuzzito di cibo, proprio perch\u00e9 consapevole della propria fine imminente. Nel qual caso, oltretutto, non si capisce perch\u00e9 &#8211; come riferiscono Tacito, Svetonio e lo stesso Giuseppe &#8211; solo all&#8217;ultimo istante Vitellio sarebbe uscito dal palazzo per tentare una fuga tanto tardiva quanto disperata.<\/p>\n<p>L&#8217;arrivo della cavalleria di Valente a Colonia segn\u00f2 la svolta decisiva nell&#8217;insurrezione. Trascinati dall&#8217;esempio, i soldati e gli abitanti della capitale germanica si pronunciarono come un sol uomo per Vitellio, come se non avessero atteso altro. Questi, da parte sua, non volle accettare n\u00e9 il titolo di Augusto n\u00e9 quello di Cesare, ma &#8211; come se la forza stessa degli eventi lo avesse spinto al punto di non poter fare altro che accettare di guidare il movimento militare &#8211; accolse il giuramento dei soldati e si mostr\u00f2 fiducioso e sicuro del fatto suo. Quando, la sera del 2 gennaio, un incidente bruci\u00f2 la casa ove aveva trasferito il proprio quartier generale, per un attimo i suoi superstiziosi sostenitori si mostrarono colpiti da quel presagio di cattivo augurio; ma Vitellio in persona li rincuor\u00f2 con queste parole: &#8211; Non temete, amici, \u00e8un fuoco di gioia per noi! -. Questo ed altri particolari analoghi, che la storiografia antica ci ha conservati, paiono mostrarci un Vitellio ottimista e quasi baldanzoso, estremamente fiducioso circa il buon esito della propria avventura imperiale; un Vitellio, insomma, tutt&#8217;altro che colto alla sprovvista dal rapidissimo precipitare degli eventi. Questo per quanto riguarda l&#8217;immagine di un usurpatore strappato, controvoglia, ai banchetti: immagine cara anche a certa storiografia moderna, pi\u00f9 pittoresca e letterariamente efficace, che convincente da un punto di vista storico-critico.<\/p>\n<p>Le notizie degli avvenimenti occorsi a Colonia si diffusero con estrema rapidit\u00e0 lungo tuta la riva sinistra del Reno e fra gli accampamenti delle legioni, cos\u00ec come fra i popoli germanici e celti tradizionalmente alleati dei Romani. Il giorno successivo, 3 gennaio, tutto l&#8217;esercito della Germania Superiore ruppe gli indugi e giur\u00f2 fedelt\u00e0 davanti alle effigi di Aulo Vitellio, ormai capo indiscusso del movimento. A tal fine molto si adoper\u00f2 il legato Alieno Cecina, svolgendo fra le truppe del Reno superiore la stessa opera di spregiudicata propaganda vitelliana, che Valente aveva dispiegato fra quelle della provincia inferiore. Tacito non pu\u00f2 fare a meno di esprimere un sarcastico commento a proposito della sincerit\u00e0 con la quale, solo due giorni prima, le truppe della IV <em>Macedonica<\/em> e della XXII <em>Primigenia<\/em> avevano giurato fedelt\u00e0 al Senato e al popolo romano: osservazione con la quale dobbiamo interamente concordare.<\/p>\n<p>Mentre a Magonza e a Vindonissa (odierna Windisch, presso Basilea) le legioni di Ordeonio Flacco prendevano posizione per Vitellio, anche le trib\u00f9 dei Treviri e dei Lingoni , che avevano dei conti in sospeso con Galba e una tradizionale amicizia con le vicine legioni, abbracciarono entusiasticamente la causa di Vitellio. Ci vien detto che citt\u00e0 e distretti facevano a gara nell&#8217;offire truppe ausiliarie, armi, denaro e materiali per la causa degli eserciti di Germania, e che perfino i soldati semplici correvano ad offrire i propri baltei e le proprie falere agli ufficiali di Vitellio. Cos\u00ec, nel giro di poche ore, le due province del Reno si erano levate come un sol uomo sotto le bandiere dell&#8217;usurpatore, e non aspettavano che un segnale per gettarsi contro i vecchi amici gallici di Vindice e di Galba.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><em>IL MOVIMENTO LEGIONARIO TRANSALPINO.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Erano passati appena pochi giorni dagli eventi di Colonia e di Magonza e gi\u00e0 la notizia arrivava a Roma, presso l&#8217;imperatore, ad opera del procuratore della Gallia Belgica, Pompeo Propinquo. Raro esempio di fedelt\u00e0 in quei giorni di passioni scatenate e di continui voltafaccia, costui si era mantenuto dalla parte di Galba mentre lo stesso legato della Germania Superiore, il vecchio e malfermo Ordeonio Flacco, rompeva ogni indugio e si dichiarava anch&#8217;egli per Vitellio. La nuova della rivolta giunse cos\u00ec a Galba fin dai primi di gennaio, ma l&#8217;imperatore ritenne opportuno impedire che la notizia si diffondesse a Roma e cerc\u00f2 fino all&#8217;ultimo di minimizzarla. Infatti solo nel discorso di presentazione di Pisone ai pretoriani, il giorno 10 gennaio, ne diede brevemente notizia ai soldati, &#8211; affinch\u00e9 &#8211; dice Tacito &#8211; il tacere della rivolta non la facesse ritenere pi\u00f9 importante. Per\u00f2 non disse che tutte le legioni del Reno si erano proclamate per Vitellio, anzi di Vitellio non fece &#8211; a quanto pare &#8211; nemmeno il nome; inform\u00f2 soltanto che due legioni avevan manifestato segni d&#8217;insubordinazione, e concluse dicendosi convinto che entro pochi giorni sarebbero tornate all&#8217;ubbidienza. Ciononostante, noi sappiamo che le notizie del movimento di Vitellio dovettero esercitare un peso decisivo nello spingere Galba a scegliersi un collega nell&#8217;Impero: di questo parere sono anche quasi tutti gli storici moderni. Purtroppo non sappiamo se Galba, nelle due settimane di regno e di vita che gli rimanevano dopo l&#8217;inizio della rivolta germanica, ebbe il tempo e il modo di rendersi conto della vastit\u00e0 del movimento vitelliano, ;ma \u00e8 probabile che lo abbia almeno intuito.<\/p>\n<p>Subito dopo il 3 gennaio infatti apparve chiaro nei Paesi transalpini che il movimento facente capo a Vitellio non era semplicemente una insurrezione militare di carattere locale e circoscritta. Non solo tutte le legioni del Reno, le pi\u00f9 forti e agguerrite dell&#8217;Impero, avevano abbracciato la causa vitelliana; non solo tutti i comandanti, e le trib\u00f9 germaniche e celtiche della riva sinistra; ma quasi subito le fiamme della rivolta divamparono in profondit\u00e0 nelle province occidentali. Pompeo Propinquo, il procuratore della Gallia Belgica che aveva subito informato Galba dell&#8217;insurrezione, fu catturato e messo a morte dai soldati inferociti senza che la sua provincia opponesse alcuna resistenza. La flotta germanica pass\u00f2 subito dalla parte di Vitellio e il suo comandante, Giulio Burdone, tratto in arresto e salvato a stento dal furore dei legionari, poich\u00e9 era sospettato di aver avuto parte nell&#8217;assassinio di &#8216;<\/p>\n<p>Fonteio Capitone. Gli ausiliari batavi, che costituivano ;iM nucleo poderoso sull&#8217;ala sinistra dello schieramento renano, mantennero un atteggiamento di ambigua neutralit\u00e0. I legionari avrebbero voluto sfogare il proprio odio anche contro il capo batavo Giulio Civile, ma il governo vitelliano con saggia decisione imped\u00ec che gli venisse falla violenza. In realt\u00e0 i Batavi erano sostanzialmente disinteressali a quella che si annunciava come una guerra civile romana e spiavano invece l&#8217;occasione per sfruttare al massimo la temporanea debolezza dell&#8217;autorit\u00e0 centrale ai loro propri fini di rivendicazione nazionale. Per il momento non vi furono che alcuni incidenti isolati fra le truppe ausiliarie e i soldati della XIV legione, che si trovavano allora nella capitele dei Lingoni, e gli ufficiali di Vilellio ritennero di evitare alcunch\u00e9 che potesse alienar loro il favore delle dieci coorti baia ve, che gi\u00e0 si erano, unite al legalo Fabio Valente e costituivano una forza di cui si doveva tener conto.<\/p>\n<p>Intanto il movimento vitelliano guadagnava terreno verso ovest e verso nord. Nella Gallia Belgica, eliminalo il procuratore Propinquo, si schier\u00f2 al fianco di Vitellio il legato Valerio Asiatico, che ne avrebbe avuto in premio, di l\u00ec a poco, la figlia del generalissimo e il consolato per il dicembre del 69 (che per\u00f2 non giunse mai a ricoprire). Anche il governatore della vasta Gallia Lugdunense, Giulio Bleso, abbracci\u00f2 la causa degli eserciti del Reno, portando cos\u00ec la minaccia fin sui confini dell&#8217;Italia. Del pari le truppe di stanza a Lugdunum (Lione), e cio\u00e8 la I <em>legio Italica<\/em> e la cavalleria tauriana, giurarono fedelt\u00e0 a Vitellio. Il movimento aveva cos\u00ec acquistato tale portala che sia le truppe ausiliarie del Norico, sia le legioni della Britannia vi aderirono poco dopo, sia pure senza parteciparvi, dapprima, in forma massiccia. Le Spagne nel complesso mantennero un atteggiamento di attesa, divise fra il ricordo di Galba e la naturale tendenza ad aggregarsi alle altre province transalpine. Cos\u00ec, entro le prime settimane di gennaio, quello che era iniziato come un movimento militare locale si era trasformato in una vera e propria insurrezione delle province occidentali dell&#8217;Impero contro l&#8217;Italia e quelle orientali, tuttora fedeli a Galba.<\/p>\n<p>Naturalmente il nucleo di questa coalizione antigalbiana rimaneva l&#8217;elemento militare, e pi\u00f9 precisamente l&#8217;elemento legionario di frontiera deciso a strappare alle coorti pretoriane i molti privilegi di cui avevano cos\u00ec a lungo goduto. Ma le legioni di Palestina, impegnate nella guerra giudaica, quelle di Siria e d&#8217;Egitto, e quelle, infine, del Danubio, non aderirono al movimento e non afferrarono, a quanto pare, la sua natura di ribellione del proletariato militare contro i reparti d&#8217;elite stanziati a Roma e in Italia. Prescindendo per il momento dalle legioni d&#8217;Oriente, che per varie ragioni svolgevano un servizio meno oneroso di quelle del <em>limes<\/em> renano-danubiano, rimane il fatto che le legioni del Danubio non fecero causa comune con quelle del Reno e anzi costituirono, pi\u00f9 tardi, il nerbo dell&#8217;esercito di Otone e poi ancora di Vespasiano, e furono proprio loro a troncare in maniera decisiva l&#8217;avventura imperiale di Vitellio. Eppure le legioni del Danubio e quelle del Reno svolgevano un servizio analogo, vivevano in condizioni di disagio simili, e proteggevano le frontiere dal medesimo pericolo germanico; tanto che al momento della successione di Tiberio ad Augusto, l&#8217;insurrezione militare renana aveva avuto un immediato contraccolpo in Pannonia e sul Danubio.<\/p>\n<p>Alcuni storici moderni hanno sottolineato il fatto che le legioni germaniche, specialmente dopo la repressione della rivolta di Vindice, si consideravano il vero baluardo della romanit\u00e0 e dell&#8217;Impero contro la barbarie, tanto quella transrenana indipendente, quanto quella celtica, solo parzialmente assimilata, e pronta a colpire alle spalle alla prima occasione favorevole, come appunto la vicenda di Vindice aveva dimostrato. Di conseguenza, esse insorsero contro un imperatore che aveva misconosciuto i loro servigi, che onorava la memoria di Vindice mentre puniva gli alleati gallici di Roma. Non \u00e8 per\u00f2 possibile affermare che questo fu il movente principale dell&#8217;insurrezione vitelliana. Il malcontento contro Galba e la delusione per la sua politica gallica fornirono piuttosto l&#8217;occasione per dare sfogo a sentimenti a lungo repressi, di differente natura. Anzitutto, il successo di Galba contro Nerone aveva insegnato agli eserciti provinciali un segreto politico di prima grandezza, e cio\u00e8, per dirla con Tacito, \u00ab che non solo a Roma potevano esser fatti gli imperatori \u00bb. Ci\u00f2 che spinse principalmente le legioni del Reno a ribellarsi fu la coscienza della propria forza e l&#8217;esempio stesso dato da Galba, fattosi imperatore con l&#8217;aiuto di un&#8217;unica legione della Spagna. E ci\u00f2 che provoc\u00f2, di l\u00ec a poco, la reazione delle legioni del Danubio, fu la ripugnanza istintiva a sottomettersi all&#8217;altrui candidato e il desiderio di eleggersi un proprio imperatore, in opposizione a quello germanico. Inoltre, la funzione pro-romana e antibarbarica attribuita alle legioni del Reno dovrebbe essere ridimensionata. Infatti, se \u00e8 vero che esse andavano fiere delle proprie vittorie sia sui barbari esterni, come Arminio, sia su quelli stanziati all&#8217;interno del <em>limes<\/em>, come Vercingetorige e, secondo il loro modo di vedere, lo stesso Vindice, \u00e8 pur vero che per esse l&#8217;aspetto tecnico-militare del problema difensivo imperiale era di gran lunga prioritario rispetto a quello etnico-culturale. Per fare un solo esempio: alleati principali delle legioni, sia nella lotta contro Vindice che nella campagna contro Olone, furono i Treveri, trib\u00f9 germanica assai poco romanizzata; loro principali avversari sulla strada di Roma furono invece gli Elvezi, tradizionali alleati del Senato. Ma non basta. Un peso forse decisivo nella vittoria di Vitellio a Bedriaco ebbero, a fianco delle legioni, gli ausiliari germanici, galli e perfino britanni, tutti elementi assai poco permeabili alla civilt\u00e0 latina, comandati sovente da propri capi e non da ufficiali romani, e che nella loro marcia attraverso la Gallia e l&#8217;Italia diedero sfogo a un vero odio anti-romano, avanzando come in terra di conquista. Perfino i pi\u00f9 alti ufficiali vitelliani ostentavano familiarit\u00e0 di costumi con questi barbari, e ci\u00f2 proprio in una guerra che per forza di cose li spingeva a entrare da nemici nella Penisola italica, patria della civilt\u00e0 romana. Sappiamo ad esempio che Fabio Valente usava vestirsi di pelli alla foggia germanica, e che indossava le brache galliche che tanto scandalo suscitarono nella tradizionalistica societ\u00e0 latina (moltissimo tempo dopo, una legge dell&#8217;imperatore Onorio arriver\u00e0 a proibirne l&#8217;uso): e questo in lui, lo sterminatore degli Elvezi, l&#8217;invasore dell&#8217;Italia, non poteva non acquistare un preciso significato politico. Dopo la vittoria di Bedriaco, quando Vitellio sciolse i pretoriani di Otone per sostituirli coi suoi uomini, apr\u00ec le porte della milizia pretoriana, antica roccaforte di privilegio italico, anche a questi barbari delle due rive del Reno. Sempre da Tacito sappiamo che, subito dopo l&#8217;ingresso dei flaviani a Roma, nel dicembre del 69, si scaten\u00f2 una vera e propria caccia al barbaro: una statura fuori della norma e una capigliatura bionda erano contrassegni sufficienti per essere senz&#8217;altro passati per le armi.<\/p>\n<p>Tutti questi fatti dimostrano se non altro una cosa, \u00e8 cio\u00e8 che il tanto conclamato orgoglio romano e anti-barbarico delle legioni vitelliane deve perlomeno essere ridimensionato e soprattutto inquadrato in una diversa prospettiva, meno schematica e meno semplicistica nella sua contrapposizione di romanit\u00e0 e barbarie.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><em>PREPARAZIONE DELLA MARCIA SU ROMA<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Portato al potere da una coalizione di interessi, in cui faceva spicco la volont\u00e0 dei legionari germanici di scacciare da Roma l&#8217;imperatore \u00abspagnolo\u00bb per imporre un proprio candidato, Vitellio comprese che l&#8217;unico atteggiamento possibile nella sua situazione era quello offensivo, e senza por tempo in mezzo si diede a organizzare l&#8217;invasione dell&#8217;Italia. Egli ignorava, naturalmente, che la sua sola proclamazione aveva indotto Galba a scegliersi Pisone come collega e innescato, cos\u00ec, il meccanismo che avrebbe portato il vecchio imperatore al tracollo nel giro di pochi giorni. Ignorava che mentre gi\u00e0 le sue forze si erano messe in movimento, a Roma il potere effettivo era passato dalle mani del Senato a quelle dei pretoriani. L&#8217;unica realt\u00e0 era : che le legioni del Reno l\u00e0 avevano acclamato loro capo col nome di \u00ab Germanico \u00bb allo scopo evidente di aver mano libera, in primo luogo contro i vecchi alleati di Vindice, e in secondo luogo sulla via dell&#8217;Italia e di Roma. Un elementare intuito politico gli suggeriva di non procrastinare la marcia verso le Alpi, e di lasciarsi trasportare dall&#8217;entusiasmo dei soldati, finch\u00e9 esso era tale da assicurargli il vantaggio di una impetuosa offensiva iniziale.<\/p>\n<p>Dalla Britannia, ove il legato Roscio Celio era entrato in rotta col governatore Trebellio Massimo e l&#8217;aveva obbligato a rifugiarsi sul continente, cominciavano gi\u00e0 ad affluire i primi rinforzi al partito vitelliano. Sull&#8217;isola, recente conquista di Claudio e ancor pi\u00f9 recente riconquista di Svetonio Paolino, erano di stanza tre legioni: la XX <em>Valeria Victrix<\/em>, la II e la IX. Esse si schierarono tutte dalla parte di Vitellio, il che liber\u00f2 quest&#8217;ultimo da ogni preoccupazione per le proprie retrovie: senza l&#8217;adesione delle forze britanniche, la spedizione sull&#8217;Italia non sarebbe stata neppur pensabile. Non parteciparono per\u00f2 massicciamente alla marcia su Roma, bens\u00ec inviarono alcuni distaccamenti a rinforzare le legioni del Reno che gi\u00e0 si stavano concentrando in vista della guerra.<\/p>\n<p>Il piano dei vitelliani era il seguente: un primo esercito, costituito dalle legioni della Germania Superiore e comandato da Alieno Cecina, avrebbe intrapresa la marcia direttamente sull&#8217;Italia, passando per il territorio degli Elvezi; avrebbe transitato attraverso il valico del Gran San Bernardo e sarebbe sceso nella Pianura Padana. Un secondo esercito, pi\u00f9 forte, costituito dalle legioni della Germania Inferiore, e posto agli ordini di Fabio Valente, dal Reno avrebbe marciato attraverso la Gallia; e, passando per Lione, avrebbe superato le Alpi al passo del Monginevro, sboccando quindi a rinforzo del primo. La parte veramente decisiva del piano consisteva nella rapidit\u00e0 di mosse di cui avrebbero dato prova le legioni, rapidit\u00e0 tanto pi\u00f9 ardua da rispettare se si considera, da un lato la presenza di numerosi avversari potenziali distribuiti lungo il percorso di entrambi gli eserciti (gli Elvezi nel caso di Cecina, gli Edui e i Sequani in quello di Valente), e, dall&#8217;altro, le difficolt\u00e0 logistiche e atmosferiche connesse al transito di una tal massa d&#8217;uomini attraverso le Alpi nel cuore dell&#8217;inverno. D&#8217;altra parte, solo a patto di avanzare celermente si poteva sperare di sboccare nella valle del Po prima che il nemico avesse il tempo e il modo di sbarrare i passi alpini: e se tale mossa fosse riuscita, si poteva ben dire che il pi\u00f9 era fatto. Nell&#8217;aperta Pianura Padana le forti e bellicose legioni del Reno avrebbero fatto valere la propria superiorit\u00e0 sul poco numeroso esercito d&#8217;Italia, costituito essenzialmente dalle coorti pretoriane e da quelle urbane. Perch\u00e9, e qui stava il punto veramente capitale del piano vitelliano, occorreva impedire ad ogni costo che Galba avesse il tempo di ricevere soccorsi dalle legioni del Danubio o da quelle d&#8217;Oriente: solo a questo patto si poteva sperare di batterlo rapidamente e impadronirsi di Roma, il che, probabilmente &#8211; cos\u00ec almeno si congetturava &#8211; avrebbe spento ogni velleit\u00e0 di resistenza sia fra le legioni dei Balcani, che fra quelle di Siria, Palestina ed Egitto. In ogni caso, mentre Cecina e Valente si incaricavano di forzare le porte della Penisola prima che i difensori avessero il tempo di sbarrarle, Vitellio non sarebbe rimasto colle mani in mano, attendendo passivamente di sapere a chi andasse la vittoria. Egli invece si sarebbe dato a radunare un terzo e pi\u00f9 formidabile esercito, attingendo principalmente alle coorti ausiliarie e alle trib\u00f9 amiche dei Celti e dei Germani: esercito ancor pi\u00f9 eterogeneo, indisciplinato e barbarico dei primi due, ma tale da gettare il peso decisivo sul piatto della bilancia, qualora Cecina e Valente non fossero venuti a capo della resistenza avversaria nell&#8217;Italia settentrionale in tempi brevi. Questo piano di guerra &#8211; che, come si vede, nelle sue grandi linee era piuttosto semplice e lineare &#8211; presentava parecchi vantaggi collaterali, posto che l&#8217;armata vitelliana, per sua stessa natura, non poteva assolutamente lasciare al nemico il vantaggio della prima mossa. In primo luogo, consentiva di assicurarsi, con le buone o con le cattive, la fedelt\u00e0 di tutte le province transalpine situate sulla via dell&#8217;Italia, rimuovendo ogni possibile preoccupazione sul tergo degli eserciti operanti e sulle vie di comunicazione. Secondo, offriva ottime prospettive di un successo decisivo entro poche settimane, al massimo pochi mesi, evitando di mettere le legioni di Germania alle prese con quelle delle province orientali &#8211; e dunque con un problema militare di assai difficile soluzione. Terzo, lasciava la condotta della guerra nelle mani di due abili ed energici comandanti, riservando a Vitellio, personalmente incompetente in materia militare, il compito di raccogliere gli allori della vittoria o, nella peggiore delle ipotesi, di apportare il contributo decisivo alla vittoria stessa. Che Cecina e Valente non si amassero n\u00e9 si stimassero, questo non era allora un segreto per nessuno; che fosse opportuno non farli operare a troppo stretto contatto, era politica quantomeno saggia da parte del generalissimo; infine, la duplice avanzata sull&#8217;Italia, su due colonne distinte calanti dal nord e dall&#8217;ovest, era manovra tale da stimolare la competitivit\u00e0 dei due comandanti a tutto vantaggio della rapidit\u00e0 dell&#8217;offensiva.<\/p>\n<p>Purtroppo noi non conosciamo bene tutti i particolari del piano vitelliano, e non siamo perci\u00f2 in grado di dire fino a che punto fosse opera di Vitellio, e fino a che punto dei suoi potenti generali, ai quali andava debitore del potere. Ma poich\u00e9, come si disse, era ben nota la scarsa competenza di Vitellio in campo militare, non \u00e8 molto probabile che il piano ii guerra fosse interamente opera sua. \u00c8 pi\u00f9 probabile che sia Cecina, sia Valente abbiano esercitato pressioni per ottenere il comando di una propria armata, forse colla segreta speranza di precedere ciascuno il rivale, per assicurarsi la palma della vittoria senza bisogno dell&#8217;altrui soccorso.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, in sui primi di gennaio, dando prova di una rapidit\u00e0 di movimenti veramente notevole, le due prime armate vitelliane si mettevano in movimento lungo direttrici divergenti. La loro avanzata fu cos\u00ec veloce che solo quando erano entrambe in piena avanzata furono raggiunte dalla notizia che il loro avversario non si chiamava pi\u00f9 Galba, ma sibbene Salvio Otone.<\/p>\n<ol start=\"5\">\n<li><em>CONTRACCOLPO POLITICO A ROMA<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Gli avvenimenti di Germania, riferiti a Galba dal legato Propinquo, affrettarono a Roma una svolta politica che gi\u00e0 da tempo era nell&#8217;aria. Non si pu\u00f2 certo dire che la rivolta germanica scoppiasse sul cielo d&#8217;Italia come un fulmine a ciel sereno: dopo gli episodi di Clodio Macro in Africa e di Fonteio Capitone sul Reno, non erano mancate al regime galbiano le avvisaglie di nuovi focolai d&#8217;insoddisfazione. Comunque la notizia del movimento di Vitellio affrett\u00f2 la decisione d\u00ec Galba di scegliersi un collega nell&#8217;Impero, decisione da lungo tempo auspicata dall&#8217;opinione pubblica e gi\u00e0 allo studio da parte del principe e dei suoi collaboratori. L&#8217;et\u00e0 avanzata di Galba era una delle cause principali di perplessit\u00e0 da parte dell&#8217;opinione pubblica; non per\u00f2 la sola giacch\u00e9 se la nomina di un collega avrebbe costituito il primo passo sulla strada della successione imperiale, molti si attendevano anche una svolta politica dopo la durezza della prima fase del governo galbiano. Queste speranze per\u00f2, diffuse tra quella che potremmo chiamare l&#8217;ala moderata del partito galbiano nonch\u00e9, naturalmente, fra i suoi segreti oppositori, in primo luogo fra i vecchi amici di Nerone, erano destinate a rimanere totalmente deluse: e questo fu l&#8217;errore politico captale di Galba, che lo avrebbe perduto. s;b Noi non sappiamo, purtroppo, in quali termini le notizie della rivolta germanica furono riportate all&#8217;imperatore, e se egli fosse in grado di farsi un quadro abbastanza veritiero e realistico della situazione nelle province transalpine. Il fatto che l&#8217;imperatore si sforzasse di minimizzare l&#8217;entit\u00e0 del movimento vitelliano pu\u00f2 spiegarsi ugualmente con ragioni di opportunit\u00e0 politica interna e con una difettosa informazione da parte dello stesso Galba. Da un passo di Tacito sappiamo che le prime nuove della rivolta, spedite a Roma da Pompeo Propinquo, si riferivano all&#8217;insurrezione militare di Magonza del 1\u00b0 gennaio, quando due legioni della Germania Superiore avevano abbattuto le immagini di Galba e giurato fedelt\u00e0 al Senato e al popolo romano. I messi partiti dalla Gallia Belgica dovettero giungere a Roma in tre o quattro giorni, tuttavia, data la contemporanea insurrezione della Lugdunense al fianco di Vitellio, \u00e8 ben difficile che arrivassero da Galba senza raccogliere lungo la strada notizie pi\u00f9 precise della situazione lungo il Reno. I fatti salienti, verificatisi nelle due Germanie dopo il F gennaio, erano due: la comparsa di un capo alla testa del movimento, il che aveva subito fatto cadere in oblio l&#8217;insincero giuramento di fedelt\u00e0 al Senato; e la diffusione della rivolta a tutte le legioni del Reno, fino alla Britannia e alla maggior parte della Gallia. Se ciononostante Galba, ancora il 10 gennaio, parlava di due sole legioni in agitazione; -\u00e8 nemmeno faceva il nome di Vitellio, \u00e8 pi\u00f9 probabile che .ci\u00f2 dipendesse dal fatto che egli cercava deliberatamente di .contenere la diffusione di notizie deprimenti, piuttosto che cadesse in buona fede in un errore di valutazione. Come si \u00e8 detto, all&#8217;interno del partito galbiano esistevano almeno due raggruppamenti principali: uno moderato, in cui faceva spicco la figura di Otone, ed uno intransigente, Capitanato da uomini di tendenza fortemente conservatrice, come il giovane Pisone. Questo naturalmente era una diretta conseguenza della composizione stessa del movimento galbiano e delle sue origini: regime composito, di compromesso, doveva fatalmente tornare a disgregarsi, dopo la vittoria su Nerone, nelle forze elementari che lo componevano. Abbiamo visto che la ragione principale di questo dualismo consisteva nel fatto che l&#8217;aristocratico Galba, uomo di fiducia i del Senato e deciso restauratore dei privilegi politici di esso, era giunto ad afferrare il potere non tanto colle proprie forze bens\u00ec coll&#8217;aiuto determinante delle coorti pretoriane, ossia dell&#8217;elemento militare italico, privilegiato rispetto a quello provinciale. Gli interessi politici del Senato, per\u00f2, che perseguiva un proprio disegno di restaurazione, e quelli dei pretoriani, che proprio sotto Nerone e Tigellino avevano goduto di una supremazia incontrastata nella vita pubblica di Roma, erano diversi e in gran parte divergenti, In definitiva, I il paradosso politico di Galba era il seguente: che mentre l&#8217;elemento militare italico aveva dato il contributo decisivo alla vittoria del Senato su Nerone, ora quest&#8217;ultimo pretendeva di metterlo in disparte per tornare a una situazione politica semi-repubblicana. Galba, politicamente non del tutto sprovveduto, comprendeva almeno in parte tale contraddizione e cercava un compromesso, riconoscendo ai pretoriani un certo diritto a ingerirsi nella cosa pubblica, ma al tempo stesso si preoccupava di salvare la preponderanza del Senato che doveva tornare ad essere, secondo lui, il cardine della vita .politica. Quando ad esempio ripeteva ad alta voce, rifiutando ai soldati il donativo, che \u00ablui i soldati li comandava, non li comprava\u00bb (Svetonio), dava la dimostrazione evidente che la precaria alleanza tra Senato e Pretorio doveva fare fulcro sulle antiche prerogative del primo, non sulle recenti acquisizioni di fatto del secondo. L&#8217;assassinio di Ninfidio Sabino, capo dei pretoriani e artefice principale della caduta di Nerone, subito dopo l&#8217;arrivo di Galba a Roma, aveva suggellato, ma solo momentaneamente, questa situazione di precario equilibrio: ma era inevitabile che i pretoriani, sino ad ora spettatori pi\u00f9 che protagonisti della caduta di Nerone e dell&#8217;ascesa di Galba, prendessero coscienza dei propri reali interessi, che il Senato non poteva e non voleva soddisfare.<\/p>\n<p>Quanto ai pi\u00f9 intimi collaboratori di Galba, Tito Vinio, Cornelio Lacone e Marciano Icelo, nemmeno tra essi regnava la concordia, ma si rispecchiava la pi\u00f9 ampia divisione esistente nel partito galbiano.<\/p>\n<p>Il console Tito Vinio era amico personale di Otone e la voce pubblica sussurrava che volesse addirittura imparentarsi con lui, dandogli in sposa la propria figlia, ed \u00e8 da presumere quindi che non condividesse le ambizioni di restaurazione senatoria di Galba. Viceversa il nuovo comandante della guardia pretoriana, Lacone, e il liberto Icelo, amante e consigliere intimo dell&#8217;imperatore, caldeggiavano la nomina di un collega di Galba che non fosse Otone e finirono per sostenere la candidatura di Pisone Liciniano. Quanto a Salvie Otone personalmente, il suo stato d&#8217;animo in quelle giornate tra la fine del 68 e l&#8217;inizio del 69 pu\u00f2 essere facilmente immaginato. Dopo lo sfortunato Vindice e dopo Ninfidio Sabino, egli era stato il principale sostenitore di Galba nell&#8217;estate precedente, cos\u00ec come era stato uno dei primissimi ad aderire al movimento antineroniano. Venuto a Roma dalla Lusitania colla segreta speranza di ereditare il supremo potere dall&#8217;ormai anziano imperatore, era rimasto deluso nelle proprie speranze e per di pi\u00f9 irritato dalla scarsa riconoscenza che gli aveva dimostrato quest&#8217;ultimo. La persona di Salvio Otone del resto, estremamente popolare nella capitale e in specie nell&#8217;ambiente militare, essendo quella di maggior spicco nell&#8217;ala che abbiamo detto \u00ab moderata \u00bb (di contro a quella senatoria intransigente), non poteva non costituire il naturale punto di riferimento per tutti coloro che in un modo o nell&#8217;altro il governo di Galba aveva deluso.<\/p>\n<p>Fu cos\u00ec che l&#8217;ex governatore della Lusitania si trov\u00f2 al centro di una coalizione d&#8217;interessi piuttosto ampia e in una situazione politica straordinariamente privilegiata e al tempo; esso non poco ambigua. Difatti Otone era capace di suscitare contemporaneamente le simpatie dell&#8217;ala \u00abmoderata\u00bb galbiana, che d&#8217;ora in poi chiameremo, con pi\u00f9 esattezza, pretoriana, quelle degli stessi oppositori del regime di Galba, i vecchi amici e sostenitori di Nerone in primo luogo. Questa iguit\u00e0, che certo non poteva sfuggire al sospettoso imperatore e che costituiva per Otone un punto di forza e pericolo al tempo stesso, derivava dal fatto che i suoi due ti principali potenziali, le coorti pretoriane e la plebe na, avevano svolto un ruolo nel complesso passivo nel testo degli eventi che avevano provocato la caduta di ne, loro vecchio idolo. Che adesso in Otone sia i soldati che i popolani vedessero, pi\u00f9 o meno coscientemente, un Nerone redivivo, come i fatti avrebbero provato, dimostrava non altro che il neronianesimo non era affatto morto, ma si stava ridestando come da un sonno profondo: un sonno durante il quale aveva lasciato affondare il vero Nerone sol per destarsi col desiderio di rimpiazzarlo con un altro.<\/p>\n<p>\u00c8 vero altres\u00ec che, dal punto di vista dell&#8217;imperatore, la posizione d\u00ec Otone era estremamente dubbia e pericolosa. Quest&#8217;ultimo non poteva ignorare che una nomina di Pisone a collega nel principato da parte di Galba avrebbe costituito un colpo decisivo non solo alle sue speranze e alla sua stessa persona, ma a tutto il movimento, ancor vago ed incerto, che a lui segretamente cominciava a far capo. Viceversa, se Galba avesse optato per Pisone anzich\u00e9 per Otone, si sarebbe alienate le simpatie di una gran parte dei pretoriani e del popolino, e al tempo stesso si sarebbe trovato nella necessit\u00e0 di prevenire il pericolo di una possibile reazione, eliminando, come gi\u00e0 aveva fatto con Ninfidio Sabino, il nuovo beniamino delle coorti. Tale la situazione politica in Roma la dimane della secessione germanica.<\/p>\n<ol start=\"6\">\n<li><em>LA NOMINA DI PISONE<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Dal punto di vista istituzionale, la nomina di un collega da parte dell&#8217;imperatore aveva dei precedenti fin dal tempo di Augusto e non costituiva quindi di per s\u00e9 una novit\u00e0 rivoluzionaria, tanto pi\u00f9 che da tempo e da molte parti veniva insistentemente sollecitata. Nei primi giorni di gennaio Galba aveva gi\u00e0 fatto la propria scelta e presentato in una specie di consiglio privato Pisone Liciniano quale collega e successore designato. Uomo di antica e nobile famiglia, austero e tradizionalista tanto nei costumi privati che nelle tendenze politiche, esiliato sotto Nerone e quindi particolarmente bene accetto all&#8217;aristocrazia senatoria pi\u00f9 conservatrice, non era per\u00f2 mai stato un personaggio di primo piano nella vita politica di Roma e le uniche qualit\u00e0 che lo avevano raccomandato erano piuttosto di carattere negativo. Rigido nel suo atteggiamento verso i pretoriani quanto e pi\u00f9 di Galba, alieno quant&#8217;altri mai dalla politica del <em>panem et circenses<\/em> che aveva lasciato, dopo Nerone, tante nostalgie fra il popolino, ciecamente devoto alla causa della restaurazione senatoria, Pisone non era l&#8217;uomo adatto a rafforzare il vacillante potere di Galba, ma anzi tale da alienargli ulteriori simpatie. Pare che un contributo decisivo nella scelta di Pisone sia stato dato dal prefetto del pretorio Lacene, personalmente ostile alla candidatura di Otone e capace di molta influenza sull&#8217;animo dell&#8217;imperatore.<\/p>\n<p>Si poneva ora il problema della presentazione ufficiale del collega dell&#8217;imperatore. Era un problema formale, e tuttavia estremamente delicato, sempre a causa di quella contraddittoria alleanza tra Senato e pretoriani all&#8217;interno del partito galbiano, di cui s&#8217;\u00e8 detto. Le inclinazioni personali di Galba, naturalmente, erano in primo luogo per il Senato, che a suo modo di vedere rimaneva la principale fonte di legittimit\u00e0 di qualsiasi principato. D&#8217;altra parte, annunziare la nomina di Pisone alla curia prima che ai pretoriani avrebbe significato irritare gli animi di questi ultimi, gi\u00e0 non troppo ben disposti verso l&#8217;imperatore; quantunque, dalle parole stesse che Galba avrebbe pronunciato in punto di morte, si possa ricavare che egli nel complesso si illudeva di godere ancora la piena fedelt\u00e0 dei pretoriani. Tacito racconta che l&#8217;imperatore rimase lungamente incerto se annunciare la nomina di Pisone dai rostri, oppure nel Pretorio; infine scelse il Pretorio.<\/p>\n<p>Il giorno stabilito, il 10 gennaio del 69, Galba con Pisone e i suoi ufficiali si avvi\u00f2 alla caserma dei pretoriani nella zona settentrionale dell&#8217;Urbe. Era una tetra giornata di pioggia e il rombo del temporale, considerato sempre di cattivo augurio in tutto il mondo antico, non rallegrava certo quella che avrebbe dovuto essere una giornata festosa e solenne. Il discorso di Galba ai soldati fu breve e conciso: senza tanti preamboli, da quel comandante severo e autoritario ch&#8217;era sempre stato, annunci\u00f2 di designare Pisone a proprio collega nel governo dell&#8217;Impero. Spese poi appena poche parole sull&#8217;insurrezione germanica, presentandola come cosa di t nessun conto, e se non fosse stato per timore di provocare pi\u00f9 allarmanti fantasie, l&#8217;avrebbe taciuta del tutto. I soldati lo ascoltarono per lo pi\u00f9 corrucciati e in silenzio, quantunque mantenendo l&#8217;abituale disciplina e bench\u00e9 gli ufficiali si sforzassero di dissipare l&#8217;atmosfera tesa ostentando per le parole di Galba un entusiasmo che sinceramente non potevano provare. La realt\u00e0 \u00e8 che le truppe del Pretorio rimasero doppiamente scontente, primo perch\u00e9 avevano sperato nella nomina di Otone, mentre Pisone era il suo esatto contrario, secondo perch\u00e9 si erano illuse di ricevere almeno adesso il donativo, che gi\u00e0 al tempo della caduta di Nerone Ninfidio Sabino aveva promesso loro a nome di Galba, ma che non avevano mai ricevuto. Cos\u00ec, mentre i senatori si erano adontati perch\u00e9 l&#8217;imperatore aveva annunciato l&#8217;adozione di Pisone prima ai soldati che a loro, i pretoriani erano rimasti anch&#8217;essi scontenti sia per la scelta, che per la mancata corresponsione del donativo. Era evidente che il tentativo di Galba di conciliare pretoriani e Senato, perseguito ostinatamente da mesi ma senza abilit\u00e0 e senza alcuna flessibilit\u00e0 politica, si avviava al totale fallimento. L&#8217;indomani Galba present\u00f2 Pisone al Senato, e la maggioranza dell&#8217;assemblea, \u00e8 quasi inutile dirlo, rimase assai favorevolmente colpita dalla pacatezza e dall&#8217;austerit\u00e0 del nuovo co-imperatore.<\/p>\n<p>Sappiamo che nei quattro giorni seguenti, che furono gli ultimi del suo principato e della sua vita, Galba ebbe ancora modo di apprendere ulteriori notizie circa il movimento vitelliano, e alla vigilia della propria fine dovette ammettere a s\u00e9 stesso che non era pi\u00f9 questione di qualche gesto indisciplinato di un paio di legioni, ma tutto l&#8217;Occidente transalpino che si stava mettendo in movimento dietro le insegne di Vitellio. Ritenne quindi opportuno, d&#8217;intesa con Pisone, inviare degli ambasciatori alle legioni del Reno, illudendosi che fosse ancora possibile ricondurle all&#8217;obbedienza e rifiutandosi di intavolare trattative dirette col capo riconosciuto del movimento germanico, Aulo Vitellio. Questo fu caratteristico di Galba, cos\u00ec come fu caratteristicamente suo il tentativo di domare la rivolta dei pretoriani colla sua sola presenza, il 15 gennaio; ma non depone certo a favore della sua lungimiranza politica e nemmeno del suo senso del realismo. Quanto alle contromisure militari, cui sarebbe stato necessario provvedere senza perdere neppure un&#8217;ora, non pare che il vecchio imperatore ne abbia prese, certo anche perch\u00e9 la sua fine improvvisa non gliene diede il tempo, ma forse pi\u00f9 ancora per un errore di valutazione le cui conseguenze sarebbero state catastrofiche per il Senato e per l&#8217;Italia. Questo fu il colpo di coda, che per ironia della sorte venne sferrato incoscientemente, con cui Galba si accomiat\u00f2 dal potere al momento di passare le redini nelle mani di Salvio Otone. Con la sua incapacit\u00e0 a giudicare l&#8217;imminenza del pericolo vitelliano, Galba, i cui giorni erano contati, lasciava al successore la pesante eredit\u00e0 di una invasione che non aveva fatto nulla per arrestare almeno sui valichi delle Alpi, alle frontiere settentrionali d&#8217;Italia.<\/p>\n<p>L&#8217;esito del duello ingaggiato di l\u00ec a poco fra Otone e Vitellio per il possesso di Roma e dell&#8217;Impero fu la risultante di questa grave imprevidenza di Galba.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Prestiamo il secondo capitolo del libro di Francesco Lamendola \u00abGalba, Otone, Vitellio. La crisi roomana del 68-69 d. 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