{"id":25955,"date":"2013-10-19T06:06:00","date_gmt":"2013-10-19T06:06:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/10\/19\/lindustrializzazione-e-la-sola-speranza-dei-poveri\/"},"modified":"2013-10-19T06:06:00","modified_gmt":"2013-10-19T06:06:00","slug":"lindustrializzazione-e-la-sola-speranza-dei-poveri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/10\/19\/lindustrializzazione-e-la-sola-speranza-dei-poveri\/","title":{"rendered":"L&#8217;industrializzazione \u00e8 la sola speranza dei poveri?"},"content":{"rendered":"<p>Che la rivoluzione industriale sia la sola, vera speranza per un futuro migliore, specialmente nei confronti dei poveri, \u00e8 una leggenda dura a morire, tanto \u00e8 vero che ancor oggi essa conta numerosi seguaci, i quali si fanno forti dei presunti benefici che da essa deriverebbero agli &quot;ultimi&quot;, ai diseredarti della Terra. \u00c8 una leggenda auto-celebrativa, con la quale il modo di produzione industriale glorifica se stesso: la sua impostura ideologica consiste proprio nel fatto che cerca di presentare come un beneficio collettivo, e in se stesso tendenzialmente democratico, ci\u00f2 che \u00e8 utile soltanto al proprio mantenimento e alla propria ulteriore espansione.<\/p>\n<p>Anche ammesso &#8211; e non concesso &#8211; che i &quot;poveri&quot;, in un sistema di fabbrica, stiano meglio di come stavano prima (ma allora si poteva parlare di &quot;povert\u00e0&quot;, se era una condizione comune?), resta sempre il fatto che il loro miglioramento economico deve essere pagato da altri poveri, da altri &quot;nuovi&quot; poveri, che, in altre regioni della Terra, scontano cos\u00ec il beneficio che si realizza nelle aeree industrializzate.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 una cosa deve essere chiara, anche se si tratta di una verit\u00e0 tanto semplice e lampante che ci si vergogna quasi a ricordarla: che la fabbrica non crea ricchezza, non crea risorse; si limita a ridistribuirle. \u00c8 il settore primario che crea ricchezza: l&#8217;agricoltura, la silvicoltura, l&#8217;allevamento e la pesca. Quando il settore primario viene industrializzato, con l&#8217;introduzione di macchine e di tecniche basate sul trattamento chimico delle coltivazioni e degli animali, si &quot;libera&quot; manodopera per il sistema di fabbrica, il quale non fa altro che manipolare i prodotti del settore primario e trasformarli in alimenti, vestiario, arredamento e, naturalmente, in altre macchine, pi\u00f9 piccole, destinate alla comodit\u00e0 individuale: dalla lavastoviglie al frigorifero, dall&#8217;automobile al telefonino cellulare, dalla televisione all&#8217;impianto stereofonico.<\/p>\n<p>Non sappiamo se tutto questo produca felicit\u00e0, ma \u00e8 certo che non produce alcuna speranza per i poveri. A meno che si abbia il coraggio, o la sfrontatezza, di dichiarare che la speranza dei poveri risiede nel possedere la lavastoviglie, il telefonino e l&#8217;impianto stereofonico per ascoltare l&#8217;ultima canzone di Madonna o di Lady Gaga.<\/p>\n<p>La tesi dell&#8217;industrializzazione come sola speranza per i poveri \u00e8 stata sostenuta, in maniera tanto esplicita quanto grossolana, dallo scienziato e scrittore inglese Charles Percy Snow (1905-1980), un intellettuale molto stimato nei Paesi anglosassoni, nel suo celebre saggio su \u00abLe due culture\u00bb, di cui vale la pena rileggere un passaggio-chiave (titolo originale: \u00abThe two cultures: and a second look \u00bb, Cambridge University Press, 1959, 1963; traduzione italiana di A. Carugo, Milano, Feltrinelli, 1964, 1965, pp. 23-26):<\/p>\n<p>\u00abQuasi nessun talento e quasi nessuna energia immaginativa si sofferm\u00f2 a studiare la rivoluzione [industriale] che stava producendo quella ricchezza. La cultura tradizionale se ne astraeva sempre pi\u00f9 man mano che si arricchiva, educava i suoi giovani per l&#8217;amministrazione, per l&#8217;Impero indiano, per la perpetuazione della cultura stessa, ma mai in circostanze tali da fornire loro gli strumenti per capire la rivoluzione o per prendervi parte. Uomini lungimiranti cominciarono a vedere, prima della met\u00e0 del diciannovesimo secolo, che per continuare a produrre ricchezza il paese doveva istruire qualcuna delle sue menti pi\u00f9 brillanti nella scienza, in particolare nella scienza applicata. Nessuno li ascolt\u00f2. La cultura tradizionale rimase completamente sorda: e gli scienziati puri, quelli che c&#8217;erano, non ascoltarono con troppa attenzione. [&#8230;]<\/p>\n<p>&#8230; quasi dappertutto gli intellettuali non capivano ci\u00f2 che stava accadendo. Certo, non lo capivano gli scrittori. Molti di essi si tirarono indietro con disgusto, come se un uomo sensibile non potesse far altro che lavarsene le mani; alcuni, come John Ruskin e William Morris e Thoreau ed Emerson e Lawrence escogitarono fantasticherie di vario genere, che in realt\u00e0 si riducevano ad urla di orrore. \u00c8 difficile pensare ad uno scrittore di alta classe che facesse realmente uno sforzo d&#8217;immaginazione simpatetica, che riuscisse a vedere al tempo stesso non solo i vicoli paurosi, le ciminiere fumanti, il prezzo interno &#8212; ma anche le prospettive di vita che si stavano aprendo per i poveri, i presagi della fortuna, fino ad ora riservata a pochi eletti, che stava appunto giungendo alla portata del rimanente 99 per cento dell&#8217;umanit\u00e0. Un simile sforzo d&#8217;immaginazione avrebbe potuto farlo qualcuno dei romanzieri russi del diciannovesimo secolo; la loro visione delle cose era abbastanza ampia, ma vivevano in una societ\u00e0 pre-industriale e non ne ebbero l&#8217;opportunit\u00e0. L&#8217;unico scrittore di statura mondiale che sembri aver capito la rivoluzione industriale fu Ibsen, gi\u00e0 avanti negli anni: e poche erano le cose che quel vecchio non capisse.<\/p>\n<p>Perch\u00e9, \u00e8 evidente, una cosa \u00e8 chiara. L&#8217;industrializzazione \u00e8 l&#8217;unica speranza per i poveri. Uso la parola &quot;speranza&quot; in un senso grossolano e prosaico. Non so proprio che farmene della sensibilit\u00e0 morale di chi \u00e8 troppo raffinato per servirsene in questo senso. Noi, che stiamo bene, possiamo permetterci di pensare che i livelli materiali di vita non importino poi molto. Ci si pu\u00f2 permettere di respingere l&#8217;industrializzazione per scelta personale &#8212; assumendo il ruolo di un moderno Walden, se volete, e se ce la fate a mangiar poco, a veder morire buona parte dei vostri figli in tenera et\u00e0, a fare a meno dei vantaggi dell&#8217;alfabetismo, a rinunciare a vent&#8217;anni di vita, vi rispetter\u00f2 per la vostra della vostra ripulsione etica. Ma non ho il minimo rispetto per voi se, anche passivamente, cerate di imporre la stessa scelta ad altri che non sia libero di scegliere. Di fatto sappiamo quale sarebbe la loro scelta. Giacch\u00e9, con singolare unanimit\u00e0, in ogni paese ove ne abbiano avuto la possibilit\u00e0, i poveri hanno abbandonato le campagne per le fabbriche non appena le fabbriche furono in grado di riceverli.\u00bb<\/p>\n<p>Colpisce vedere con quanto &quot;pathos&quot;, con quanta sacra indignazione il grande scienziato si scaglia contro la miopia e l&#8217;aristocraticismo dei &quot;letterati&quot;, i quali, chiusi nel loro egoismo di casta, voltano le spalle alle bellezze della rivoluzione industriale, n\u00e9 apprezzano i vantaggi che essa si accinge a portare alle categorie pi\u00f9 umili e diseredate.<\/p>\n<p>Liquida scrittori come John Ruskin e William Morris come produttori di \u00aburla di orrore\u00bb, ma si guarda bene dallo specificare contro che cosa essi urlavano: e cio\u00e8 contro un sistema produttivo mostruosamente egoista e distruttore di bellezza, di salute, di socialit\u00e0; un sistema che faceva lavorare quattordici ore in fabbrica o in maniera anche le donne e i bambini, affinch\u00e9 i magnati dell&#8217;industria e della finanza potessero andare a caccia alla volpe o viaggiare per diporto nelle pi\u00f9 costose stazioni turistiche del mondo. Si dimentica, poi, significativamente, di citare Charles Dickens, il quale, forse, ha avuto il torto di insistere un po&#8217; troppo sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile<\/p>\n<p>Quindi se la prende con quanti vorrebbero impedire ai &quot;poveri&quot; di godere dei benefici dell&#8217;industrializzazione, e conclude che gli intellettuali sono &quot;luddisti per natura&quot;, cio\u00e8 nemici aprioristici del progresso. Si guarda bene dal dire che per i luddisti era in vigore la pena di morte: che la difesa del telaio meccanico, per il capitalista inglese alla fine del 1700 e al principio del&#8217;800, valeva pi\u00f9 della vita umana. E che ogni telaio meccanico portava via il lavoro a venti operai, cio\u00e8 gettava nella strada, puramente e semplicemente, venti famiglie.<\/p>\n<p>Quando, poi, Snow afferma che i contadini si sono affrettati a lasciare le campagne ogni volta che il sistema di fabbrica \u00e8 stato capace di accoglierli, sembra che voglia trasformare il drammatico fenomeno del&#8217;urbanizzazione forzata in una specie di gioiosa scampagnata o di &quot;marcia della speranza&quot;. Bisognerebbe dire simili cose ai miserabili contadini inurbati di Calcutta, che vivono e muoiono sulle strade, tra i rifiuti, nell&#8217;indifferenza generale, non attratti in citt\u00e0 dalla speranza, quanto piuttosto cacciati dalle campagne a causa di un sistema economico-sociale, messo in opera dall&#8217;industrializzazione, che non lascia loro alternative.<\/p>\n<p>Quando una multinazionale come la Monsanto riesce a conquistare, di fatto, il monopolio delle sementi geneticamente modificate e ad imporne il commercio in una data area del pianeta, per il contadino indiano (o brasiliano, o africano) \u00e8 finita: altro che ansia di trasferirsi in citt\u00e0. La migrazione in citt\u00e0 \u00e8 l&#8217;ultima risorsa dei disperati, come lo \u00e8 stata, due secoli fa, per i contadini inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi espulsi dalle &quot;enclosures&quot; e costretti a trasferirsi in citt\u00e0 per vendere la loro forza-lavoro a qualunque prezzo e a qualsiasi offerente.<\/p>\n<p>Fra l&#8217;altro, nella sua immensa ignoranza, pare che Snow s&#8217;immagini che Walden sia il protagonista del libro di Thoreau e non la localit\u00e0 geografica in cui l&#8217;azione si svolge: pi\u00f9 o meno come tutti sanno che Robinson Crusoe \u00e8 non solo il titolo, ma anche il protagonista del romanzo di Daniel Defoe, cos\u00ec lui pensa che sia anche per il romanzo di Thoreau. Mentre fa la predica ai letterati perch\u00e9 sono troppo digiuni e indifferenti alla cultura scientifica, Snow, per parte sua, non si preoccupa di mostrare un livello d&#8217;incompetenza letteraria che, per uno scienziato, equivarrebbe a confondere la divisione con la moltiplicazione, o i microbi con le galassie.<\/p>\n<p>Ma vediamo da vicino le meraviglie che l&#8217;industrializzazione ha portato ai &quot;poveri&quot;, cio\u00e8, secondo lui, al 99 per cento dell&#8217;umanit\u00e0 (evidentemente nessuno gli ha detto che, anche nella fase avanzata di quest&#8217;ultima, gli operai delle fabbriche sono stati ancora a lungo, e sono ritornati oggi ad esserlo, una minoranza della popolazione lavoratrice; e ci\u00f2 non solo, ovviamente, nei Paesi &quot;arretrati&quot;, ma anche in quelli pi\u00f9 &quot;avanzati&quot;, come Gran Bretagna e Stati Uniti):<\/p>\n<p>1)  Una alimentazione pi\u00f9 abbondante;<\/p>\n<p>2)  Una drastica diminuzione della mortalit\u00e0 infantile;<\/p>\n<p>3)  Un incentivo all&#8217;alfabetizzazione;<\/p>\n<p>4)  Un allungamento della durata della vita di circa vent&#8217;anni.<\/p>\n<p>Una alimentazione migliore? Se ci\u00f2 \u00e8 avvenuto, non \u00e8 stato per merito, ma a dispetto della rivoluzione industriale: le fabbriche non producono cibo, ma lo trasformano; le fabbriche si limitano a confezionare il cibo prodotto dall&#8217;agricoltura &#8212; oltre ad inquinarlo con sostanze conservanti, coloranti ed estrogenanti. Se c&#8217;\u00e8 stato un aumento della quantit\u00e0 di cibo a disposizione degli operai, ci\u00f2 \u00e8 stato il rovescio della medaglia del depauperamento dei contadini abitanti nel Sud della Terra, cio\u00e8 dei produttori dei beni primari a livello mondiale. Per ogni operaio inglese che poteva nutrirsi, non diremo meglio, ma di pi\u00f9, c&#8217;erano quattro contadini indiani che passavano dall&#8217;autosufficienza alimentare alla fame, nelle campagne della &quot;perla&quot; dell&#8217;Impero britannico. Snow, nel suo tronfio positivismo scientista, sembra del tutto all&#8217;oscuro di una verit\u00e0 elementare, che anche i bambini conoscono: che il benessere del venti per cento della popolazione mondiale si regge sulla miseria del restante ottanta per cento.<\/p>\n<p>Una diminuzione della mortalit\u00e0 infantile? Questo s\u00ec, indubbiamente. Ma \u00e8 stato un effetto della rivoluzione industriale, oppure dei progressi della medicina? Si metta per\u00f2 sul piatto della bilancia, per favore, anche la comparsa di malattie degenerative, che colpiscono anche i bambini, legate proprio alla massiccia diffusione nell&#8217;aria, nella terra e nelle acque, delle sostanze di scarico derivate dai processi industriali. Oggi sono pochi i bambini che muoiono di malattia nei primi mesi di vita, per\u00f2 nelle societ\u00e0 pre-moderne non c&#8217;erano bambini che si ammalavano di cancro.<\/p>\n<p>Un aumento dell&#8217;alfabetizzazione? Che vi sia stato, \u00e8 indubbio; che il merito risieda unicamente nel sistema di fabbrica, \u00e8 possibile, ma non dimostrabile; e che ci\u00f2 corrisponda a un effettivo beneficio per la popolazione, questo \u00e8 ancora pi\u00f9 opinabile. In una societ\u00e0 dove il 99 per cento della popolazione non \u00e8 alfabetizzata, i livelli di &quot;felicit\u00e0&quot; non corrispondono a quelli che ci aspettiamo in una societ\u00e0 alfabetizzata. Ma di qui a concludere che \u00e8 il saper leggere e scrivere che rende felici le persone, ce ne corre. A meno di cadere nel vecchio pregiudizio marxista secondo cui quell&#8217;un per cento della popolazione alfabetizzata difendeva ciecamente il proprio monopolio della scrittura, al preciso scopo di opprimere e sfruttare il rimanente novantanove per cento.<\/p>\n<p>Semplicemente, in una societ\u00e0 industriale \u00e8 necessario (necessario perch\u00e9 essa funzioni) che la popolazione sappia leggere e scrivere, cos\u00ec come in una societ\u00e0 tecnologica \u00e8 necessario che la popolazione sappia adoperare il computer. Ma che ci\u00f2 sia un bene in s\u00e9 o che, addirittura, porti una maggiore felicit\u00e0 alle persone, questo \u00e8 tutto da dimostrare. Pensare che sia bene per tutti ci\u00f2 che \u00e8 bene per il funzionamento di un determinato modo di produzione \u00e8 un errore filosofico grossolano, possibile solo in chi sia talmente compenetrato nell&#8217;ideologia dominante, da non cogliere la distinzione tra il concetto di bene in s\u00e9 e quello di bene secondo quella data ideologia. Gira e rigira, si torna sempre l\u00ec: all&#8217;assurda promessa illuminista della &quot;felicit\u00e0&quot; per mezzo del &quot;progresso&quot;.<\/p>\n<p>Ed eccoci all&#8217;ultimo punto: la durata della vita. Che la rivoluzione industriale l&#8217;abbia allungata, \u00e8 dato per scontato da tutti quelli che la pensano come Snow, ma non \u00e8 affatto dimostrato: a meno di attribuire alla &quot;rivoluzione industriale&quot;, metafisicamente intesa, il merito di tutte le cose buone accadute nel mondo negli ultimi duecento e cinquanta anni, e di scaricare su altri eventi o fattori la responsabilit\u00e0 di quelle cattive.<\/p>\n<p>Quel che possiamo e dobbiamo contestare \u00e8 che tale allungamento vi sia stato. Si tratta di una grossolana mistificazione: la vita umana non si \u00e8 affatto allungata; si \u00e8 allungata la vita media, il che \u00e8 tutta un&#8217;altra cosa. \u00c8 come quando si dice, con compiacimento, che, secondo le statistiche, ogni famiglia ha un reddito sufficiente per vivere; ma poi, se si vanno a verificare le situazioni concrete, si scopre che vi sono famiglie che vivono nel lusso e nello spreco, e famiglie che soffrono per la mancanza delle cose pi\u00f9 necessarie. Dire che la vita media si \u00e8 allungata significa che, mediamente, si \u00e8 passati da una speranza di vita di sessant&#8217;anni ad una speranza di vita di ottant&#8217;anni. Ma nelle societ\u00e0 pre-moderne, appunto a causa dell&#8217;alto tasso di mortalit\u00e0 infantile, la vita delle perone adulte non era affatto pi\u00f9 breve, in genere, della nostra: si arrivava a novant&#8217;anni e oltre con una certa frequenza, e in condizioni fisiche e psichiche non certo peggiori, semmai migliori, di quanto accada oggi. Dunque, finiamola una buona volta con questa favola che la vita moderna si \u00e8 &quot;allungata&quot;. E, se \u00e8 vero che la moderna medicina riesce a curare con successo alcune malattie un tempo letali (dalla tubercolosi alla malaria), si sta rivelando impotente &#8212; nonostante le enormi somme stanziate e l&#8217;imponenza degli apparati di ricerca impiegati &#8212; di fronte ad altre, la cui comparsa coincide appunto con la modernit\u00e0 e per le quali, pertanto, possiamo almeno sospettare che abbiano a che fare con gli effetti collaterali della rivoluzione industriale.<\/p>\n<p>Non questa musica, dunque, se si vuol seriamente riflettere sul significato della rivoluzione industriale; non questi toni trionfalistici, non questo finto sdegno morale.<\/p>\n<p>Forse, dopotutto, possedevamo una maggiore lungimiranza uomini come William Blake, che vedevano nelle nascenti fabbriche degli \u00aboscuri mulini satanici\u00bb e che non si fermavano ai vantaggi esteriori, e a volte solo apparenti, portati dal nuovo modo di produzione. Persone intelligenti come Snow, che svolgevano la loro riflessione intorno alla met\u00e0 del XX secolo, avrebbero dovuto ben accorgersi che qualcosa non funzionava nelle loro ottimistiche teorie di progresso e giustizia sociale. C&#8217;era gi\u00e0 stata la bomba atomica; si sapeva dell&#8217;estinzione di innumerevoli specie viventi, si assisteva allo scempio delle ultime foreste primordiali; si poteva misurare la forbice crescente fra il benessere dei Paesi &quot;avanzati&quot; e la miseria degli altri; e si poteva osservare ogni giorno, anche vivendo all&#8217;interno dei primi, il dilagare del malessere sociale e individuale, sotto le forme della droga, dell&#8217;alcolismo, della depressione, dei suicidi: e intuire, con un minimo d&#8217;immaginazione, che il &quot;boom&quot; industriale non sarebbe stato eterno, che il sistema di fabbrica \u00e8 fatto per tagliare posti di lavoro mediante l&#8217;introduzione delle macchine, e che arriver\u00e0 il momento in cui non ci sar\u00e0 quasi pi\u00f9 lavoro per nessuno, tranne che per pochissimi privilegiati, strapagati e onnipotenti.<\/p>\n<p>Altro che occasione per i poveri&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che la rivoluzione industriale sia la sola, vera speranza per un futuro migliore, specialmente nei confronti dei poveri, \u00e8 una leggenda dura a morire, tanto \u00e8<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30149,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[59],"tags":[92],"class_list":["post-25955","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-economia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25955","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25955"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25955\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30149"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25955"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25955"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25955"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}