{"id":25873,"date":"2006-03-18T01:11:00","date_gmt":"2006-03-18T01:11:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/03\/18\/il-tatuaggio-decorazione-o-scultura-vivente\/"},"modified":"2006-03-18T01:11:00","modified_gmt":"2006-03-18T01:11:00","slug":"il-tatuaggio-decorazione-o-scultura-vivente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/03\/18\/il-tatuaggio-decorazione-o-scultura-vivente\/","title":{"rendered":"Il tatuaggio: decorazione o scultura vivente"},"content":{"rendered":"<p><em>(Articolo pubblicato sul numero 1, anno XXV del gennaio-febbraio 1987 di &quot;Alla Bottega. Rivista Bimestrale di Cultura ed Arte&quot;, pp. 50-51).<\/em><\/p>\n<p>Nella moderna civilt\u00e0 occidentale il tatuaggio \u00e8 utilizzato solo a scopo di ornamento o per caratterizzare l&#8217;appartenenza a determinati gruppi sociali (marinai) o associazioni criminali (camorra). Nelle civilt\u00e0 extraeuropee, e specialmente nelle societ\u00e0 tribali, invece, la funzione di ornamento e quella sociale sono subordinate alla conservazione e alla trasmissione del patrimonio culturale e filosofico del gruppo. E tuttavia, anche limitando la nostra attenzione all&#8217;aspetto decorativo, quanta variet\u00e0 e ricchezza di forme, quale esuberanza di fantasia rivelano la pratica del tatuaggio tribale!<\/p>\n<p>Dal punto di vista estetico (tralasciando, quindi, i significati razziali, sociali, religiosi) il tatuaggio muove dal presupposto che il corpo umano, in quanto occupa uno spazio e in quanto disegna delle forme nello spazio, \u00e8 suscettibile di autentica espressione artistica. E cos\u00ec come esistono due tecniche fondamentali di tatuaggio, la pigmentazione e l&#8217;incisione diretta, esso rinvia per ciascuna di queste a una precisa forma espressiva: la prima alla pittura, la seconda alla scultura.<\/p>\n<p>La tecnica della pigmentazione \u00e8 applicata alle carnagioni chiare e si realizza eseguendo una catena di minuscoli fori sull&#8217;epidermide lungo la linea del disegno prestabilito, nei quali viene poi applicato il pigmento (indaco, nerofumo, ecc.) che avr\u00e0 carattere indelebile. La troviamo fra le popolazioni indigene delle due Americhe, fra quelle dell&#8217;Estremo Oriente, fra i Maori della Nuova Zelanda (ove era riservata alle classi nobiliari).<\/p>\n<p>La tecnica dell&#8217;incisione diretta, invece, \u00e8 tipica delle popolazioni a carnagione fortemente pigmentata (scura), e quindi, in primo luogo, di quelle africane sub-sahariane.I popoli neri, come \u00e8 noto, hanno uno spiccatissimo senso per il ritmo e per le arti plastiche. E cos\u00ec come eccellono nella danza (arte della figura in movimento nello spazio), del pari rivelano una autentica genialit\u00e0 nella scultura: su metallo, su legno, su avorio; e nel tatuaggio del corpo umano (arte della figura considerata in s\u00e9 stessa, nella sua realt\u00e0 tridimensionale).<\/p>\n<p>Come dicevamo, il tatuaggio artistico \u00e8 possibile a condizione di credere nella eccellenza del corpo, nella sua centralit\u00e0 esistenziale, nella sua armonia naturale: e questa fede \u00e8 appunto caratteristica delle societ\u00e0 tribali, che vivono in perfetta simbiosi con l&#8217;ambiente fisico. Il corpo umano \u00e8 dunque, potenzialmente, una statua (concetto che la nostra societ\u00e0 tenta ora di recuperare col cosiddetto culturismo; ma anche, per altra via, con la danza, il pattinaggio artistico, la ginnastica artistica), che presso molti popoli africani possiede gi\u00e0 naturalmente la plasticit\u00e0 e l&#8217;armonia che in occidente ha ritrovato solo nell&#8217;idealizzazione della scultura classica. Anche la forte pigmentazione dell&#8217;epidermide contribuisce a questo effetto (ma non siamo anche noi occidentali terribilmente sensibili al fascino di una bella abbronzatura?). Recentemente, una fotografa tedesca (che fu gi\u00e0 strumento di propaganda ariana al tempo del Terzo Reich), Leni Riefensthal, ha realizzato dei servizi fotografici sui Nuba del Sudan, che possono considerarsi espressione di scultura allo stato puro.<\/p>\n<p>A questo punto, per\u00f2, sorge spontanea la domanda: che senso pu\u00f2 avere sovrapporre, col tatuaggio, una plastica meditata a una scultura gi\u00e0 autosufficiente, qual \u00e8 il corpo umano? Ebbene, il fascino del tatuaggio deriva appunto dalla scoperta di una dimensione estetica intermedia fra quella della ri-produzione, pi\u00f9 o meno idealizzata e trasfiguraata (la scultura tradizionalmente intesa, su materiale apposito) e quella della realt\u00e0 fisica naturale (il corpo umano). Nelle societ\u00e0 tribali africane il tatuaggio, che si avvale dell&#8217;incisione diretta e di una vistosa cicatrizzazione ottenuta con l&#8217;impiego di sostanze irritanti sulle incisioni stesse, riesce cos\u00ec a realizzare un effetto tridimensionale potenziato, ottico e plastico insieme: un po&#8217; come certa pittura moderna utilizza sia elementi figurativi sia oggetti sovrapposti come pezzi di stoffa, legni, ecc. Solo che nel tatuaggio africano il disegno-incisione ha lo scopo di rafforzare l&#8217;effetto plastico e, quindi, di sottolinearne il naturalismo, e consegue tale obiettivo assecondando le forme naturali e non tentando di sottometterle a una propria ideologia.<\/p>\n<p>Un buon esempio di ci\u00f2 \u00e8 dato dal tatuaggio in uso tra i Sara Ngambai, negri sudanesi di probabile origine nilotica (come rivela la struttura ossea longilinea e molto armoniosa), oggi stanziati nel Ciad meridionale, a settentrione del lago omonimo. Nelle giovani donne di questa trib\u00f9, ad esempio, le incisioni decorative hanno la funzione di accentuare ed evidenziare la notevole bellezza e la proporzione delle forme di un corpo prestante, atletico: il loro effetto non \u00e8 pittorico, ma richiama la cesellatura e, quasi, il bassorilievo. Davanti ad esse, pare di trovarsi di fronte a uno dei famosi bronzi finemente lavorati del Benin, o a una statua eburnea dell&#8217;arte classica, eseguita con la tecnica del traforo. Ch\u00e9 di traforo, in realt\u00e0, si tratta; ma esso non \u00e8 fine a s\u00e9 stesso, non mette in ombra neppure per un istante le forme naturali. \u00c8 ad esse perfettamente funzionale. Il tatuaggio si piega docilmente alla geometria del corpo: \u00e8 obliquo e incrociato sullo sterno, onde valorizzare le curve scultoree dei seni; \u00e8 concentrico sullo stomaco e sull&#8217;addome, dando l&#8217;impressione di irraggiarsi e, al tempo stesso, di far ritorno al punto focale dell&#8217;ombelico (il quale non \u00e8 solo il centro mediano dell&#8217;anatomia umana ma anche, secondo le tecniche di respirazione orientali, ad esempio, il centro fisiologico vitale, e quindi metafisico). La compenetrazione dei due piani espressivi, plastico e decorativo, \u00e8 totale. L&#8217;anonimo esecutore Sara del tatuaggio ha realizzato un&#8217;opera di scultura vivente, con il solo bagaglio teorico della tradizione, guidato da un istinto plastico che non teme il confronto con i migliori livelli qualitativi di una Accademia europea.<\/p>\n<p>Quale conclusione possiamo trarre da tutto ci\u00f2? Il particolare linguaggio espressivo del tatuaggio non \u00e8 suscettibile di coerenti sviluppi nell&#8217;ambito della nostra civilt\u00e0 artistica, perch\u00e8 presuppone un tipo di rapporto fra l&#8217;uomo e la natura (anche la natura del proprio corpo) che noi abbiamo da gran tempo perduto, n\u00e9 lo potremo, verosimilmente, recuperare.. Ma nel campo delle arti plastiche e figurative, cos\u00ec come Modigliani aveva genialmente intuito, il campo di applicazione delle forme espressive africane, prima fra tutte il tatuaggio, \u00e8 immenso e ancora quasi inesplorato. N\u00e9 meno vasti e prepotenti, per chi vi si voglia avventurare, sono gli orizzonti filosofici che scaturiscono dalla scoperta di una nuova dialettica fra corpo umano e comunicazione estetica. Questo purch\u00e9 si sappiano evitare le secche di una banalizzazione ingenuamente narcisistica e di una standardizzazione estetica che tutto appiattisce e livella sul metro di uno pseudo-primitivismo sciatto e grossolano, imposto dal <em>kitsch<\/em> dell&#8217;ultimo grido della moda.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Articolo pubblicato sul numero 1, anno XXV del gennaio-febbraio 1987 di &quot;Alla Bottega. Rivista Bimestrale di Cultura ed Arte&quot;, pp. 50-51). 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