{"id":25777,"date":"2021-11-10T06:55:00","date_gmt":"2021-11-10T06:55:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2021\/11\/10\/il-linguaggio-dellarte-e-assolutamente-universale\/"},"modified":"2021-11-10T06:55:00","modified_gmt":"2021-11-10T06:55:00","slug":"il-linguaggio-dellarte-e-assolutamente-universale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2021\/11\/10\/il-linguaggio-dellarte-e-assolutamente-universale\/","title":{"rendered":"Il linguaggio dell&#8217;arte \u00e8 assolutamente universale?"},"content":{"rendered":"<p>Il linguaggio dell&#8217;arte \u00e8 sempre e comunque universale, dall&#8217;Equatore al Polo Nord e dalla pi\u00f9 remota antichit\u00e0 ai giorni nostri? Un&#8217;opera d&#8217;arte, se \u00e8 veramente tale, parla un linguaggio che tutti possono comprende, che tutti possono apprezzare, e che a tutti comunica le stesse emozioni e gli stessi valori? Oppure no?<\/p>\n<p>Noi europei siamo abituati a sentire in qualche modo familiare l&#8217;arte della Grecia antica, quella romana, quella medievale, quella del Rinascimento, ecc. Ci sembra ovvio che la musica di Bach o Frescobaldi trasmetta a qualsiasi pubblico le stesse emozioni, o che la pittura di Giotto o di Van Gogh evochi le stesse atmosfere e le stesse prospettive; e che la poesia di Dante o il teatro di Shakespeare parlino a chiunque dell&#8217;uomo eterno, dell&#8217;uomo di sempre, e del suo eterno dramma di peccato e redenzione, di concupiscenza e santit\u00e0, di aspirazione al bene e fatale attrazione verso il male. Naturalmente intuiamo che il linguaggio dell&#8217;arte \u00e8 costituito di materia e forma, e che la materia influenza moltissimo la nostra percezione; che un canto di Dante, per esempio, tradotto in inglese o in tedesco, non produce pi\u00f9 lo steso effetto; e addirittura che un romanzo o un racconto di Verga non rivela tutte le sue sfumature e le sue segrete dimensioni psicologiche se non al lettore siciliano, mentre al lombardo o al friulano si rivela, per cos\u00ec dire, solo a met\u00e0; e ne deduciamo che molto di ci\u00f2 che costituisce l&#8217;opera d&#8217;arte \u00e8 fatto di elementi che vanno soggetti a interpretazione e modificazione, dal materiale adoperato alla lingua usata e alla traduzione scelta. E sentiamo che alcune arti sono pi\u00f9 universali di altre, e lo sono appunto perch\u00e9 si servono d&#8217;una minor quantit\u00e0 di materia, mentre in esse prevale la forma, ossia l&#8217;idea che l&#8217;artista ha voluto esprimere: e che la pi\u00f9 universale di tutte \u00e8 la musica, la quale non ha bisogno n\u00e9 di segni materiali per trasmettere i suoi contenuti, come le arti figurative, n\u00e9 della parola umana, che va soggetta ai limiti e gl&#8217;inconvenienti ai quali abbiamo accennato. Inoltre sentiamo che alcune arti, come l&#8217;oreficeria, la ceramica, l&#8217;arazzo, sono meno universali di altre perch\u00e9 limitate intrinsecamente dalla propria modalit\u00e0 espressiva, oltre che dal materiale adoperato, e che non potranno mai arrivare, per quanto eccellente sia l&#8217;arista, ad esprimere la stessa universalit\u00e0 di contenuti della pittura ad olio, o ad affresco, o della scultura in marmo, o dell&#8217;architettura. E ci\u00f2 tuttavia senza escludere le debite eccezioni: perch\u00e9 di chi noi, davanti alle magnifiche terrecotte policrome di Luca e Andrea Della Robbia, non prova emozioni del tutto simili a quelle suscitate da una scultura di Verrocchio o Donatello?<\/p>\n<p>Non solo. Basta uscire anche di poco dall&#8217;ambito storico-geografico della nostra civilt\u00e0, e subito ci afferra un sentimento di perplessit\u00e0 e quasi di smarrimento. I possenti templi egiziani, la Sfinge e le Piramidi furono eretti a breve distanza di spazio e di tempo dalle opere dell&#8217;arte greca e romana, eppure davanti ad esse si resta senza parole: s&#8217;intuisce qualcosa di grandioso, ma al tempo stesso si percepisce un limite, quali una barriera quanto alla comprensione del significato. Stessa cosa per le pareti affrescate del palazzo di Cnosso con le loro scene quasi fiabesche, o per le tombe etrusche coi loro affreschi e le loro sculture cariche di suggestione misteriosa. Come le si pu\u00f2 capire, se nulla sappiamo del sistema di vita di quegli artisti e dei popoli ai quali appartennero? E se non le si pu\u00f2 capire, come le si pu\u00f2 apprezzare? Il disagio e le perplessit\u00e0 aumentano quando ci si pone di fronte alle sculture olmeche o tolteche, ai grandiosi monumenti di Machu Picchu o Tiahuanaco, o davanti ai templi di Angkor o alle grotte scolpite di Ajanta; o ancora alle porcellane e alle giade cinesi o alle suggestive, elusive pitture di paesaggio che antichi maestri confuciani o taoisti hanno raffigurato con tale capacit\u00e0 evocativa, che non si sa se il vero paesaggio raffigurato sia quello esteriore, fatto di monti, fiumi e colline, o quello interiore, che si delinea in noi stessi nell&#8217;atto di guardare e ammirare. Per non parlare della cosiddetta arte selvaggia, delle sculture bantu, o melanesiane, cos\u00ec remote da parere aliene. E sentiamo che molto del loro linguaggio ci sfugge perch\u00e9 allude a cose, a mondi, a orizzonti troppo lontani dalla nostra cultura e dalla nostra sensibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Scriveva la storica dell&#8217;arte orientale Gina Pischel nel suo fortunato volume introduttivo <em>L&#8217;arte cinese. Profilo storico<\/em> (Milano, Feltrinelli, Editore, 1959, 1974, pp. 9-10; 10-11; 11-12):<\/p>\n<p><em>\u00c8 doveroso tuttavia riconoscere che l&#8217;osservatore occidentale si trova spesso sconcertato di fronte a un&#8217;arte cos\u00ec condizionata da una civilt\u00e0 a lui mal nota e che ha uno sviluppo storico al tutto particolare e privo quasi del tutto di riferimenti e di raffronti con gli sviluppi e le tappe delle civilt\u00e0 dell&#8217;Occidente. Ma in particolare diventa un vero e proprio ostacolo &#8212; con possibilit\u00e0 di radicali fraintendimenti &#8212; il pretendere di guardare l&#8217;arte cinese secondo gli schemi estetici e formali che abbiamo acquisito e che ci servono per la considerazione critica dell&#8217;arte occidentale, ma che non si attagliano a un&#8217;arte del tutto peculiare, come \u00e8 quella cinese. Pretendere di paragonare i suoi specifici valori con quelli dell&#8217;arte occidentale o con i giudizi critici o estetici che li sostengono \u00e8 un&#8217;aberrazione nella quale si \u00e8 tratti a cadere e spesso si \u00e8 caduti. Proprio per questa ragione mi sembra utile sottoporre al lettore italiano o pi\u00f9 genericamente occidentale alcune considerazioni che possono giovargli per una pi\u00f9 corretta comprensione dell&#8217;arte cinese. La prima e forse pi\u00f9 importante considerazione \u00e8 che di notevole parte dell&#8217;arte cinese, e in particolare di quella della fase pi\u00f9 antica, noi conosciamo soltanto un aspetto che poi non \u00e8 il principale. Per [de]peribilit\u00e0 di materiali, per distruzioni storiche o per insufficienza di ritrovamenti, non possiamo per la Cina fare riferimento &#8212; se non per quanto possono farci rievocare dei ruderi &#8212; a quell&#8217;aspetto monumentale, intrinseco dell&#8217;architettura, che \u00e8 un apporto cos\u00ec essenziale e caratterizzante delle civilt\u00e0 occidentali. In Cina non troviamo monumenti che siano l&#8217;equivalente delle piramidi o dei templi egiziani, del Partenone, o delle cattedrali romaiche o gotiche. Nel campo architettonico pi\u00f9 antico ci muoviamo in un mondo artisticamente perduto e di cui gli scavi, recenti e meno recenti, attestano l&#8217;importanza ma non danno la rievocazione. Le nostre valutazioni debbono fondarsi su quanto vi \u00e8 di superstite. Solo per l&#8217;epoca relativamente tarda, possiamo fruire del sussidio dell&#8217;architettura e analizzare la singolarit\u00e0 delle sue strutture, non limitandoci a subire il fascino delle sue forme esotiche. Chi visita Pechino, e ne resta ammirato, non vi trova che monumenti dell&#8217;epoca Ming e dell&#8217;epoca Ch&#8217;ing: cio\u00e8 opere che non risalgono a pi\u00f9 di quattro-cinque secoli, rispetto a un&#8217;arte di quattro millenni. Si tratta inoltre di un&#8217;architettura di portata non universale destinata, com&#8217;era, allo spettacolare fasto segreto dei palazzi imperiali o alla particolare monumentalit\u00e0 dei templi buddhisti o confuciani, dove l&#8217;aspetto devozionale e culturale prevale. Di fronte a questa architettura tardiva restiamo infine turbati dal sospetto di non autenticit\u00e0 di alcune opere, o di loro particolari, per la facilit\u00e0 sempre mostrata dai cinesi, e dovuta d&#8217;altronde alla [de]peribilit\u00e0 o all&#8217;usura dei materiali, a rifare o a rinnovare senza molti scrupoli ci\u00f2 che appare logorato. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Bronzi, ceramiche, giade, a differenza di quanto avviene negli ambienti occidentali, non vengono dai cinesi considerati &quot;arti minori&quot;o &quot;decorative&quot;. Per la Cina il capolavoro esprime la totalit\u00e0 dell&#8217;arte, e quindi del valore artistico, senza quelle riserve e quelle limitazioni che noi occidentali, consapevolmente o no, siamo avvezzi a formulare rispetto alle opere delle cosiddette &quot;arti minori&quot;, distinguendo arte da maestria tecnica, valore artistico da preziosit\u00e0 della materia. Il nostro stesso concetto occidentale di CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA \u00e8, in definitiva, pi\u00f9 limitato di quello cinese. Questo \u00e8 estetico, ma anche edonistico, sensualistico, appoggiato a pi\u00f9 complessi gradi di sensibilit\u00e0. L&#8217;opera d&#8217;arte, per i cinesi &#8212; assolutamente indifferenti all&#8217;anonimato dell&#8217;artefice &#8212; \u00e8 fatta per essere in un certo senso DELIBATA: apprezzata per la preziosit\u00e0, per l&#8217;eccezionalit\u00e0, per la maestria tecnica, per le difficolt\u00e0 superate, ma anche per la bellezza della materi, nei suoi effetti di colore, di finezza, di trasparenza, e, al di l\u00e0 del visibile, di leggerezza e di sonorit\u00e0. Vi si aggiungono, ed \u00e8 estremamente difficile per noi afferrarli, significati simbolici o magici, ora affidati alla forma ora alla decorazione artistica. Incomprensibili per noi sono le analogie tra il nome del pezzo e il suo significato simbolico. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>In secondo luogo \u00e8 ben certo che la civilt\u00e0 cinese \u00e8 tra le pi\u00f9 concrete, le pi\u00f9 empiriche, le pi\u00f9 ispirate a una salda umanit\u00e0 legata a un rapporto di armonia con la natura e con la realt\u00e0. Eppure riesce difficile parlare di un &quot;realismo cinese&quot;, anche di fronte a opere che, per intento artistico o per ispirazione popolare, siano dirette a ritrarre immagini reali. Occorre rendersi conto dell&#8217;inesistenza in Cina di alcune grandi esperienze artistiche dell&#8217;Occidente, ossia del&#8217;umanesimo della classicit\u00e0, specie greca, del naturalismo del gotico maturo o del rinascimento, del realismo fiammingo. La realt\u00e0 cinese, anche quando \u00e8 insistita sino alla minuzia \u00e8 sentita in maniera pi\u00f9 fluida, pi\u00f9 casuale ed esente da schemi formali, oppure \u00e8 portata ad una stilizzazione pi\u00f9 o meno trasfiguratrice. Non stupisce quindi che nell&#8217;arte cinese abbia un ruolo del tutto secondario il ritratto, a cui del resto sarebbe inutile chiedere la somiglianza. A questo difficile e non diretto rapporto dell&#8217;artista cinese con la realt\u00e0 contribuisce certamente l&#8217;impronta sottilmente e incisivamente calligrafica, aperta quindi agli arabeschi, agli svolazzi e alle snodature, che ha la pittura &#8211; e non solo la pittura &#8212; della Cina.<\/em><\/p>\n<p>Le riflessioni di Gina Pischel sull&#8217;arte cinese ci confermano la difficolt\u00e0 oggettiva di penetrare in un mondo estetico cos\u00ec lontano dal nostro, ma anche &#8212; per la propriet\u00e0 transitiva &#8212; ci suggerisce le enormi difficolt\u00e0 che un pubblico cinese deve incontrare di fronte alle nostre opere d&#8217;arte, alla nostra civilt\u00e0 artistica. Inoltre, esse sollevano una folla di domande ulteriori, proprio l\u00e0 dove l&#8217;autrice vorrebbe trasmetterci alcuni punti fermi e alcune certezze inoppugnabili. Ad esempio: se i nostri schemi estetici e formali non si attagliano ai prodotti dell&#8217;arte cinese, ci\u00f2 dipende da una loro inadeguatezza, o da una insufficiente universalit\u00e0 di quelle? Ed \u00e8 proprio cos\u00ec sbagliato istituire raffronti e paragoni estetici e formali tra le opere a noi note della nostra civilt\u00e0 artistica, e quelle di una civilt\u00e0 estranea ad essa? Il giudizio critico non si basa forse proprio sulla capacit\u00e0 d&#8217;istituire raffronti e paragoni? Se dovessimo rinunciare completamene ad essi, non sarebbe lo stesso che rinunciare a formulare un qualsivoglia giudizio estetico? In tal caso, vistare una mostra d&#8217;arte cinese si ridurrebbe a un atto puramente formale, a una presa d&#8217;atto di tipo storico e classificatorio, senza azzardare il bench\u00e9 minimo giudizio estetico. Ma ci\u00f2 non equivarrebbe a porre una lapide tombale sul fatto dell&#8217;arte come trasmissione di valori universali? Ogni civilt\u00e0, ogni popolo, al limite ogni individuo avrebbe il proprio codice, non trasmissibile ed esente da qualsiasi giudizio esterno. E non \u00e8 proprio verso un tale esito che stiamo andando, dopo alcuni decenni di cultura relativista e soggettivista, di anarchismo estetico e critico? Guardare e non giudicare; guardare e prendere atto, senza osare un raffronto, un apprezzamento, una critica. \u00c8 a questo che si deve ridurre l&#8217;arte, in omaggio ai dogmi del politicamente corretto?<\/p>\n<p>Ancora. Le nostre valutazioni sull&#8217;arte cinese devono limitarsi a un&#8217;epoca relativamente tarda, perch\u00e9 cinque o sei secoli fa si arrestano le testimonianze, specie quelle architettoniche: cos\u00ec ci viene detto; prendere o lasciare. Ma questo fatto suscita in noi dei dubbi, delle domande. Come mai un grande popolo ha dato cos\u00ec poca importanza alla regina delle arti, l&#8217;architettura? E semmai ha riservato il meglio delle sue capacit\u00e0 a edificare palazzi imperiali grandiosi, ma segreti, che dovevano restare preclusi alla vista del profano? Non c&#8217;\u00e8 qualcosa di anormale, qualcosa di sbagliato in questo? Certo, stiamo esprimendo non solo un dubbio, ma un giudizio: ebbene, \u00e8 davvero cos\u00ec sbagliato? Inoltre la stessa autrice ammette che si resta turbati di fronte al sospetto dell&#8217;inautenticit\u00e0 di molte opere d&#8217;arte cinesi; opere tardive che forse hanno semplicemente replicato modelli preesistenti, senza molti scrupoli, come si fa in una faccenda puramente tecnica, e tanti saluti all&#8217;ispirazione, alla sincerit\u00e0 e cose simili. Ma l&#8217;arte non dovrebbe essere essenzialmente sincerit\u00e0 d&#8217;ispirazione, oltre che padronanza di determinate tecniche espressive? Oppure anche questo \u00e8 un vieto e deprecabile pregiudizio occidentale? <em>L&#8217;unica sorgente dell&#8217;arte \u00e8 il nostro cuore<\/em>, diceva il pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich: sbagliava? Era un pregiudizio appunto romantico, il suo e il nostro? Abbiamo sempre dato troppa importanza all&#8217;idea e al sentimento che ispirano l&#8217;opera, insomma alla forma in senso aristotelico, e sottovalutato la dimensione operativa, tecnica e manuale? Se cos\u00ec fosse, per\u00f2, che differenza ci sarebbe fra un Van Gogh vero e uno falso, fra un Tiziano vero e uno falso? Evidentemente, nessuna. Dovremmo contentarci del risultato, dell&#8217;effetto. Tutto qui? Tutto qui.<\/p>\n<p>Eppure la signora Pischel, grande ammiratrice della rivoluzione maoista e delle Guardie Rosse, ci viene a dire che <em>il nostro stesso concetto occidentale di CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA \u00e8, in definitiva, pi\u00f9 limitato di quello cinese.<\/em> E perch\u00e9 sarebbe pi\u00f9 limitato? Perch\u00e9 esso \u00e8 di natura meramente estetica, mentre quello cinese <em>\u00e8 estetico, ma anche edonistico, sensualistico, appoggiato a pi\u00f9 complessi gradi di sensibilit\u00e0.<\/em> Quando si dice che l&#8217;erba del vicino \u00e8 sempre pi\u00f9 verde della propria.<\/p>\n<p>A noi, tutti questi discorsi fanno sorgere un altro dubbio, e cio\u00e8: non sar\u00e0 che l&#8217;arte europea viene cos\u00ec volentieri denigrata, proprio dai suoi stessi intellettuali, per la buona ragione che essa \u00e8 realmente universale &#8211; quando \u00e8 vera arte, si capisce &#8211;, mentre nelle altre civilt\u00e0 e culture prevalgono gli aspetti edonistici, sensualistici, poggianti su pi\u00f9 complessi gradi di sensibilit\u00e0, ma su di una tanto minor base universalistica di valori estetici, dove il bello \u00e8 semplicemente bello e il brutto \u00e8 semplicemente brutto?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il linguaggio dell&#8217;arte \u00e8 sempre e comunque universale, dall&#8217;Equatore al Polo Nord e dalla pi\u00f9 remota antichit\u00e0 ai giorni nostri? 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