{"id":25694,"date":"2019-05-12T11:38:00","date_gmt":"2019-05-12T11:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/05\/12\/la-lezione-del-kalevala-o-il-mito-o-la-storia\/"},"modified":"2019-05-12T11:38:00","modified_gmt":"2019-05-12T11:38:00","slug":"la-lezione-del-kalevala-o-il-mito-o-la-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/05\/12\/la-lezione-del-kalevala-o-il-mito-o-la-storia\/","title":{"rendered":"La lezione del Kal\u00e8vala: o il mito o la storia"},"content":{"rendered":"<p>Le visioni del reale sono fondamentalmente due: mitica e storica. La visione mitica \u00e8 la pi\u00f9 antica: accompagna l&#8217;evoluzione dell&#8217;umanit\u00e0 dalle narrazioni pi\u00f9 elementari, come quella di una trib\u00f9 amazzonica, a quella pi\u00f9 complessa, pi\u00f9 ricca e sofisticata in assoluto: la concezione cristiana, passando per la filosofia di Platone. Il mito, \u00e8 deprimente doverlo ribadire, ma il concetto oggi \u00e8 tutt&#8217;altro che chiaro, non \u00e8 una favola, quindi la visione mitica non \u00e8 una visione favolistica; il mito \u00e8 una <em>verit\u00e0<\/em> di origine soprannaturale, che non \u00e8 possibile esprimere interamente e che non \u00e8 possibile, in ogni caso, esprimere solo per la via logico- discorsiva, come si fa con le scienze. Ma l&#8217;et\u00e0 moderna \u00e8 l&#8217;et\u00e0 dello scientismo, quindi il mito \u00e8 stato relegato nella soffitta degli arnesi in disuso, e i pochi che ci vanno a rovistare, lo fanno perlopi\u00f9 con intenti meramente archeologici. Ma la visione mitica non \u00e8 sorpassata, per la semplice ragione che non si colloca nel tempo, ma al di sopra (non al di fuori!) del tempo; non pu\u00f2 essere relegata fra le anticaglie, perch\u00e9 offre una chiave di lettura del reale che \u00e8 di perenne attualit\u00e0. Quando lo scrittore L\u00e9on Bloy, per esempio, diceva di non leggere affatto i giornali, ma che, per tenersi infornato sulle ultime novit\u00e0, leggeva l&#8217;<em>Apocalisse<\/em> di san Giovanni e le <em>Lettere<\/em> di san Paolo, esprimeva perfettamente questo concetto. Colui che guarda al reale con la lente del mito non \u00e8 un sorpassato, ma \u00e8 un uomo che ha colto l&#8217;eternit\u00e0 del movimento universale; \u00e8 uno che sorvola sui dettagli e va dritto al cuore delle cose. Nel cristianesimo, il cuore della cosa \u00e8 l&#8217;amore: non l&#8217;amore umano, sempre labile e imperfetto, o interessato, ma l&#8217;amore totalmente gratuito del Creatore per le sue creature, che si spinge fino al dono pi\u00f9 grande che sia possibile concepire (concepire, per modo di dire: \u00e8 un abisso insondabile per la ragione): l&#8217;Incarnazione, la Passione, Morte e Resurrezione del Figlio. Il cristianesimo non \u00e8 un mito nel senso di una favola, ma \u00e8 un mito nel senso di una verit\u00e0 eterna, di origine soprannaturale, che gli uomini sono inviati ad accogliere con un atteggiamento di stupore, gratitudine, adorazione.<\/p>\n<p>La visione storica del reale \u00e8 senza dubbio pi\u00f9 recente, ma non cos\u00ec recente come si potrebbe pensare. Non coincide, per intenderci, col sorge della modernit\u00e0; anche se a partire dal sorgere della modernit\u00e0 tende a diventare la visione &quot;ufficiale&quot;, ossia quella adottata dalle classi dirigenti. Per qualche secolo, la visione mitica del popolo ha coesistito con la visione storica delle classi dirigenti; poi, lentamente, inesorabilmente, la seconda ha finito per prevalere. Inevitabile, perch\u00e9 le classi dirigenti, con la modernit\u00e0, hanno utilizzato la scuola, la cultura, l&#8217;informazione, in maniera assai pi\u00f9 totalitaria e strumentale di quanto avesse mai fatto la vecchia classe dirigente pre-moderna: vale a dire per appiattire le coscienze e uniformare le intelligenze, in modo che al cittadino non restasse altro dio che il progresso scientifico e tecnologico, inteso in senso puramente laico e materiale. Questo processo di secolarizzazione e di modernizzazione, in Italia, si \u00e8 compiuto definitivamente solo negli anni &#8217;50 del Novecento. L&#8217;ultimo intellettuale che ne \u00e8 stato cosciente e ne ha sofferto intimamente \u00e8 stato Cesare Pavese, il cui mondo poetico \u00e8 preso nel dilemma crudele fra il mito e la storia; non \u00e8 un caso che di quel dilemma egli sia morto: \u00e8 stata quasi l&#8217;offerta sacrificale di se stesso sull&#8217;altare della nuova &quot;religione&quot;. A quel punto, era quasi fatale (quasi, perch\u00e9 non stiamo parlando di matematica) che il cattolicesimo, depositario, per duemila anni, della pi\u00f9 perfetta e armoniosa visione mitica del reale, cominciasse ad alzare bandiera bianca e si arrendesse alle istanze della modernit\u00e0 e della storia, cio\u00e8, come allora si diceva, al progresso del mondo moderno. Il Concilio Vaticano II ha avuto precisamente questo significato complessivo: riformare radicalmente il cattolicesimo, sostituendo, come sua base d&#8217;appoggio, la visione storica a quella mitica. Un&#8217;operazione impossibile, contraddittoria, sacrilega: e ora ne stiamo misurando tutta la portata sotto il pontificato di Bergoglio, il quale infatti dichiara fin dal primo giorno di voler portare a compimento la rivoluzione iniziata nel 1962, con l&#8217;apertura del Vaticano II.<\/p>\n<p>Ma la visione storica del reale non nasce con la modernit\u00e0: fa la sua comparsa al tempo delle prime civilt\u00e0 agricole e sedentarie. I poemi omerici, per esempio, esprimono una doppia visione del reale, mitica e storica: ci sono gli elementi soprannaturali, ci sono gli d\u00e8i che partecipano alle vicende umane, c&#8217;\u00e8 il fato che domina perfino sugli d\u00e8i; e c&#8217;\u00e8 il mondo della volont\u00e0 umana, il mondo della libert\u00e0 umana, anche se mai del tutto sciolto dalla sfera del divino. Se Paride rapisce Elena, se Ulisse \u00e8 perseguitato da Nettuno, c&#8217;\u00e8 sempre una spiegazione soprannaturale: gli uomini agiscono, ma dietro di essi ci sono gli d\u00e8i e il fato. La coesistenza dei due elementi, mitico e storico, sopravvive, bene o male, per pi\u00f9 di duemila anni: la troviamo ancora nella <em>Gerusalemme liberata<\/em> di Tasso; la troviamo nei <em>Promessi sposi<\/em> di Manzoni; la troviamo (anche se qui il &quot;mito&quot; si \u00e8 sostanzialmente laicizzato) nei <em>Malavoglia<\/em> di Verga. La troviamo, per l&#8217;ultima volta, ne <em>La luna e i fal\u00f2<\/em> di Pavese; poi, non resta che l&#8217;appiattimento della storia come visione unica del reale. A partire dagli anni &#8217;60 del 900 c&#8217;\u00e8 stata una vera e propria esasperazione della storia, con buona pace di quel che diceva Nietzsche per mettere in guardia contro il danno che una sopravvalutazione della storia pu\u00f2 provocare alla societ\u00e0. La classe culturale oggi dominante \u00e8 quella che, in quegli anni, imponeva ai professori di lasciar perdere il greco e il latino e voleva che si parlasse della Lunga Marcia di Mao Tse Tung o della lotta contro i manicomi di Franco Basaglia.<\/p>\n<p>Abbiamo sin qui parlato della cultura occidentale, le cui radici sono nell&#8217;<em>Iliade<\/em> e nell&#8217;<em>Odissea<\/em>. Tuttavia non tutta la cultura occidentale si \u00e8 svolta sotto il segno della dialettica fra mito e storia; le aree marginali, quelle raggiunte per ultime dalla modernit\u00e0, hanno conservato la visione mitica e non hanno assorbito per niente quella storica, fino a tempi assai recenti. Parliamo di isole culturali: una delle maggiori \u00e8 stata quella delle culture ugro-finnche, che, in effetti, pur collocandosi geograficamente in Europa, sono di origine asiatica, precisamente siberiana, e dunque sature di animismo e sciamanesimo. Il poema nazionale finlandese, il <em>Kal\u00e8vala<\/em>, produce nel lettore moderno un&#8217;impressione stranissima: simile a quella che prova il naturalista quando scorge passare, solitario e silenzioso, un formichiere gigante nella foresta sudamericana. Il formichiere \u00e8 un relitto del passato zoologico e come tale viene percepito anche dagli altri animali; allo stesso modo il <em>Kal\u00e8vala<\/em> sorprende e sconcerta perch\u00e9 in esso gli elementi storici sono pochissimi e indistinguibili, mentre quelli mitici predominano dal principio alla fine. Un poema del genere \u00e8 nato presso una civilt\u00e0 che era immersa, fino a tempi recenti, in una visone mitica del reale, e teneva in ben poco conto la storia come noi la intendiamo. Colui che lo ha ricostruito, infatti, Elias L\u00f6nnrot, ha potuto cogliere dalla viva voce dei contadini del suo Paese, ma soprattutto delle aree pi\u00f9 eccentriche, la Carelia, la Lapponia, la Penisola di Kola, i racconti mitici che si tramandavano da tempo immemorabile, sotto forma di canti popolari. La musica: ecco la chiave di lettura di un poema come il <em>Kal\u00e8vala<\/em>, che \u00e8 nato per essere recitato, anzi cantato, non per essere letto. L&#8217;eroe del poema, V\u00e4in\u00e4m\u00f6inen, \u00e8 un mago, non un guerriero; e la sua arma preferita \u00e8 il canto, non la spada. Con il canto, egli opera portenti sovrumani: placa le onde del mare in tempesta, supera i pericoli e vince i nemici.<\/p>\n<p>Scriveva, ricostruendo la genesi e le caratteristiche fondamentali del <em>Kal\u00e8val<\/em>a, il filologico classico Athos Sivieri, nell&#8217;antologia scolastica <em>L&#8217;anima dei popoli. Poemi epici di tutti i tempi<\/em> (Messina-Firenze, Casa Editrice G. D&#8217;Anna, 1970, pp, 473-475):<\/p>\n<p><em>Nel 1835 apriva in Finlandia la prima edizione del &quot;Kal\u00e8vala&quot;, un poema che di una natura differente da qualsiasi altro poema del mondo, singolare e bizzarra: moderno e antico, opera di un individuo e opera di un popolo, nato dall&#8217;anima finnica e, insieme, nato dalla questione omerica.<\/em><\/p>\n<p><em>Un medico finlandese, Elia L\u00f6nnrot, che gi\u00e0 nella sua tesi di laurea, sulla &quot;medicina magica dei Finni&quot; aveva rivelato la propria inesauribile passione per le manifestazioni dell&#8217;anima popolare, nel 1828, vestito da semplice contadino era partito a piedi per un viaggio di studio fino in Carelia, durante il quale egli raccolse, penetrando di casa in casa e avvalendosi anche dell&#8217;ascendente che gli derivava dalla sua professione, circa trecento &quot;rune&quot;, cio\u00e8 dei canti che si tramandavamo di padre in figlio, dai pi\u00f9 comuni e meno belli, quelli che i &quot;runoiat&quot; o contatori eseguivano a pagamento, ai pi\u00f9 segreti ed importanti che generalmente restavano nell&#8217;ambito del villaggio e difficilmente venivano rivelati a coloro che al villaggio fossero considerati estranei.<\/em><\/p>\n<p><em>Tali canti non erano cantati alla rinfusa, ma secondo un certo ordine che faceva sospettare la loro appartenenza ad una sola ed unica epopea. Il L\u00f6nnrot concep\u00ec allora il grandioso progetto di riunirli insieme, di collegarli tra di loro, di raggruppare i vari frammenti, e questa idea del poema, questa unit\u00e0 creata artificialmente da un uomo che poeta non era, ma solo un grande appassionato della poesia popolare, ha salvato da certa rovina un tesoro di canti che certamente, qualora fosse rimasto solo affidato alla tradizione popolare, sarebbe andato perduto.<\/em><\/p>\n<p><em>Il L\u00f6nnrot consacr\u00f2 alla sua opera 21 anni di vita, dal 1828 al 1849, andando talora con pericoli e disagi per le foreste e le brughiere, per le sponde degli infiniti laghi di cui \u00e8 punteggiata la sua terra, per i litorali nevosi.<\/em><\/p>\n<p><em>Ne usc\u00ec un poema in cinquanta canti per un complesso di 22.800 versi, giacch\u00e9 all&#8217;edizione definitiva del 1849 contribuirono altri viaggi del L\u00f6nnrot nella Carelia russa, nella Lapponia, nella remota penisola di Kola, nella Estonia, nella Lettonia, per un complesso di circa mille chilometri all&#8217;anno, tutti percorsi a piedi.<\/em><\/p>\n<p><em>Sicch\u00e9 il &quot;Kal\u00e8vaka&quot; &#8212; come per primo afferm\u00f2 il Comparetti &#8212; \u00e8 il solo esempio che si abbia di un poema nazionale, veramente e di fatto risultante da canti minori i quali non si ritrovano in esso, come cerc\u00f2 di fare il Lachmann per l&#8217;Iliade, per un principio presupposti, ma noti come realmente esistenti da s\u00e9 e chi li mise insieme, il L\u00f6nnrot appunto, nulla di essenziale invent\u00f2 e nulla aggiunse di suo, perch\u00e9 il &quot;poema&quot; era gi\u00e0 maturato nella poesia tradizionale del popolo finnico, pur non avendo ancora trovato unit\u00e0 esteriore.<\/em><\/p>\n<p><em>Nel 1882, in occasione del suo ottantesimo compleanno, il dottor L\u00f6nnrot venne festeggiato come il padre della patria. Due anni dopo moriva.<\/em><\/p>\n<p><em>A causa del modo in cui l&#8217;opera fu composta riesce praticamente impossibile riassumere il contenuto de poeta, nel quale si possono tuttavia distinguere tre filoni principali: 1\u00b0 la formazione del cielo e della terra e la nascita del poeta V\u00e4in\u00e4m\u00f6inen, l&#8217;eterno cantore, e la descrizione degli incantamenti, delle formule magiche con le quali egli doma gli elementi, trionfa sui nemici, guarisce gli infermi tra lotte di eroi che combattono pi\u00f9 con l&#8217;arma della magia che con le armi che impugnano, 2\u00b0 la conquista della bella fanciulla del Pohiola (cio\u00e8 la regione nord della Finlandia, la Lapponia), &quot;gloria della terra, ornamento delle acque, risplendente nelle candide vesti&quot;, conquista alla quale si accingono oltre al citato V\u00e4in\u00e4m\u00f6inen, anche Ilmarinen suo fratello, un fabbro espertissimo e Lemmikainen, un baldanzoso corteggiatore di ragazze e scioperato vagabondo, che pu\u00f2 considerarsi l&#8217;incarnazione del lato allegro e avventuroso del popolo finnico, 3\u00b0 la spedizione dei tre eroi non pi\u00f9 rivali alla conquista del Sampo, un enigmatico strumento inventato da Ilmarinen, destinato a diffondere la prosperit\u00e0 sulla terra, dalla molteplice funzione di mulino da grano e da sale ed anche da arnese che serve per coniare le monete.<\/em><\/p>\n<p><em>Nel corso di queste avventurose vicende V\u00e4in\u00e4m\u00f6inen, come il mitico Orfeo dei Greci, scende nel Tuonela, cio\u00e8 il sotterraneo regno della morte, alla ricerca di tre parole magiche che gli servono per mettere insieme le parti di un battello che egli vuole costruirsi e inventa la &quot;Kentele&quot;, una specie di arpa simile alla &quot;guzla&quot; dei popoli slavi, con cinque corde la quale ancor oggi, debitamente perfezionata, si usata nei concerti, uno strumento che doveva certamente rinforzare e accentuare la particolar caratteristica ritmica della recita, creando una specie di rapimento<\/em>.<\/p>\n<p>I filologi, naturalmente, si sono chiesti se, e fino a che punto, il <em>Kal\u00e8vala<\/em> nasce da una civilt\u00e0 mitica ed esprime una visione mitica; in tempi di positivismo trionfante, ci\u00f2 sembrava quasi uno scandalo. Si sono confrontate, cos\u00ec, una scuola storica, rappresentata da Krohn, secondo la quale il <em>Kal\u00e8vala<\/em> non era poi cos\u00ec antico, non pi\u00f9 di 1.000 anni al massimo, ed era l&#8217;espressione di fatti storici realmente accaduti e perfino rintracciabili; e una scuola mitica, capeggiata dal Set\u00e4l\u00e4, secondo la quale il poema \u00e8 antichissimo e le sue vicende sono puramente mitiche, non storiche. Tuttavia, a ben guardare, questa impostazione oppositiva, o il mito o la storia, \u00e8 tipicamente moderna. Non abbiamo detto che il mito \u00e8 il racconto, in forma poetica, di una verit\u00e0 altrimenti inesprimibile, perch\u00e9 di origine soprannaturale? E dunque, perch\u00e9 mito e storia si dovrebbero intendere come due alternative inconciliabili? Il mito non \u00e8 forse la comprensione pi\u00f9 ampia e pi\u00f9 profonda della storia?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le visioni del reale sono fondamentalmente due: mitica e storica. 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