{"id":25584,"date":"2008-06-30T06:43:00","date_gmt":"2008-06-30T06:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/30\/il-problema-del-niente-per-lheidegger-di-che-cose-la-metafisica-ci-pone-radicalmente\/"},"modified":"2008-06-30T06:43:00","modified_gmt":"2008-06-30T06:43:00","slug":"il-problema-del-niente-per-lheidegger-di-che-cose-la-metafisica-ci-pone-radicalmente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/30\/il-problema-del-niente-per-lheidegger-di-che-cose-la-metafisica-ci-pone-radicalmente\/","title":{"rendered":"Il problema del niente, per l&#8217;Heidegger di \u00abChe cos&#8217;\u00e8 la Metafisica?\u00bb, ci pone radicalmente"},"content":{"rendered":"<p>Nella prolusione tenuta all&#8217;Universit\u00e0 di Friburgo <em>Che cos&#8217;\u00e8 la Metafisica?<\/em>, del 1929, troviamo la dimensione pi\u00f9 propriamente esistenzialistica della filosofia di Martin Heidegger. Due anni prima, con la pubblicazione di <em>Essere e tempo<\/em>, vi era stata la rivelazione mondiale del \u00abcaso\u00bb Heidegger: opera che, per taluni &#8211; e per lo stesso Autore &#8211; altro non era che una tappa verso lo sviluppo del suo pensiero ontologico; mentre per altri ne esprime la peculiarit\u00e0 tipica, rispetto alla quale le opere dell&#8217;ultimo periodo, culminate nei <em>Sentieri interrotti<\/em> del 1950, non sarebbero che una deviazione sempre pi\u00f9 &quot;metafisica&quot; e misticheggiante.<\/p>\n<p><em>Che cos&#8217;\u00e8 la metafisica?<\/em> \u00e8 un saggio importante, pur nella sua brevit\u00e0, non solo perch\u00e9 vi si trattano con mano sicura e con intuizioni originali problemi tipicamente esistenziali, come quelli del nulla e dell&#8217;angoscia; ma anche perch\u00e9 vi si affaccia quella interpretazione del pensiero occidentale come storia della metafisica, ovvero come onticizzazione dell&#8217;essere, che, sviluppata ampiamente nel corso successivo della filosofia di Heidegger, approder\u00e0 alla concezione dell&#8217;ontologia come linguaggio dell&#8217;essere.<\/p>\n<p>Mutuando il metodo tipico della fenomenologia (il distacco dal suo maestro Husserl era avvenuto solo un paio prima, con la pubblicazione &#8211; appunto &#8211; di <em>Essere e tempo<\/em>), ossia quello di condurre i fenomeni ad autorivelarsi, Heidegger dichiara di non voler svolgere un discorso oggettivo <em>sulla<\/em> metafisica, bens\u00ec di voler porre una questione metafisica determinata &#8211; il problema del nulla &#8211; per costringere la metafisica ad autorivelarsi.<\/p>\n<p>Heidegger, inoltre &#8211; quasi sull&#8217;esempio dei maestri della Scolastica dinanzi ai loro allievi -, dichiara quale sar\u00e0 la scansione della sua ricerca: comincer\u00e0 con l&#8217;<em>esplicazione<\/em> della questione in oggetto; ne tenter\u00e0, poi, l&#8217;<em>elaborazione<\/em>; infine concluder\u00e0, esponendo la sua <em>soluzione.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;<em>esplicazione<\/em> verte sul rapporto tra filosofia e scienza e, all&#8217;interno di questa, tra scienze della natura e scienze dello spirito. L&#8217;interesse per tale problema deriva all&#8217;Autore dalla sua formazione nell&#8217;ambito del nocriticismo e dello storicismo, che sono anteriori al suo incontro con Husserl: si tratta di una questione allora molto dibattuta nella cultura tedesca, almeno a partire da Diltehy (cfr. il nostro saggio <em>Essenza della filosofia e coscienza della sua storicit\u00e0 nel pensiero di Wilhelm Diltey<\/em>, sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>La scienza, afferma Heidegger, omette per principio di interessarsi a ci\u00f2 che trascende la realt\u00e0 del mondo; la ricerca scientifica si dirige verso l&#8217;essente in quanto tale, n\u00e9 si rivolge a quanto possa trovarsi al di fuori o al di l\u00e0 di esso. Risuona, qui &#8211; come \u00e8 evidente -, una eco della riflessione kantiana sulla distinzione tra fenomeno e <em>noumeno<\/em> o cosa in s\u00e9, della quale ci siamo gi\u00e0 occupati nel saggio <em>Kant e l&#8217;autocastrazione del pensiero moderno<\/em>, anch&#8217;esso consultabile sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Ora, osserva Heidegger, proprio l\u00e0 dove si sforza di circoscrivere la propria indagine all&#8217;essente, la scienza finisce per imbattersi nel niente, ossia in ci\u00f2 che \u00e8 altro e diverso rispetto all&#8217;essente medesimo. Analogamente Platone, nel dialogo <em>Sofista<\/em> (svolgimento ideale del <em>Teeteto<\/em>), aveva trattato &#8211; dal punto di vista del filosofo e da quello del sofista, \u00abmercenario delle parole\u00bb &#8211; il problema del rapporto fra l&#8217;identico e il diverso, rappresentando ma anche superando la posizione di Parmenide (il cosiddetto &quot;parricidio&quot;), allo scopo di offrire una base pi\u00f9 solida alla propria costruzione speculativa.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, sorgere la domanda: <em>Come e che cosa \u00e8 il niente?<\/em> Di essa, per\u00f2 &#8211; constata Heidegger &#8211; la scienza non vuole occuparsi. Oggi, veramente, osserviamo che la situazione \u00e8 un po&#8217; cambiata: si pensi, ad esempio, alle speculazioni di Fang Li Zhi e Li Shu Xian su <em>La creazione dell&#8217;Universo<\/em>, delle quali ci siamo gi\u00e0 altra volta occupati (cfr. F. Lamendola, <em>Si entra nell&#8217;Essere con un atto di fedelt\u00e0 e di amore<\/em>, sempre sul sito di Arianna). Ma, ai tempi di Heidegger, gli scienziati non si erano fatti ancora cos\u00ec arditi (o cos\u00ec arroganti) da impancarsi a metafisici e da pontificare su quanto sta oltre la cosiddetta \u00abfisica della prima mossa\u00bb.<\/p>\n<p>Heidegger, comunque, fa una semplice constatazione: con l&#8217;atto di ripudiarlo, non accade inevitabilmente che la scienza attribuisca al niente una sua consistenza, e sia pure come mera negativit\u00e0? Non accade che gli conferisca un sia pure involontario riconoscimento? Naturalmente, posto in termini neokantiani, il problema \u00e8 privo di soluzione: giacch\u00e9 esso riguarda il <em>fondamento<\/em> della scienza, sul quale &#8211; paradossalmente &#8211; la scienza non ha niente da dire; non, almeno, in senso filosofico. \u00c8, piuttosto, un problema metafisico, nel senso che aveva dato Aristotele al termine metafisica, ossia di fondamento comune delle scienze.<\/p>\n<p>Nella successiva <em>elaborazione<\/em> della questione, Heidegger si domanda se sia possibile, o meno, dare una risposta alla domanda: <em>Come e che cosa \u00e8 il niente?<\/em> E, per prima cosa, egli fa rilevare ai suoi ascoltatori una stranezza. Quella domanda, infatti, presuppone che si stia parlando di qualche cosa che <em>\u00e8<\/em>, ossia di un <em>essente<\/em>; eppure si tratta, qui, di un qualcosa di completamente diverso. La questione si priva da s\u00e9 stessa del proprio oggetto; sia la domanda che la risposta, riguardo alla natura del niente, non possono essere che un controsenso.<\/p>\n<p>E non vi \u00e8 bisogno che sia la scienza, a ripudiare la domanda sul niente; a farlo \u00e8 la logica stessa, col suo principio di non contraddizione. Infatti il pensiero, che \u00e8 sempre pensiero di qualcosa, dovrebbe in questo caso andare contro se stesso e divenire pensiero del niente: il che \u00e8 manifestamente impossibile. Pertanto, se la logica fosse la suprema istanza per dirimere la questione, a questo punto non resterebbe altro da fare che archiviarla e rinunciare a prendere il niente quale oggetto del pensiero.<\/p>\n<p>Esistono, allora, delle fondate ragioni per mettere in dubbio la supremazia della logica, che \u00e8 la supremazia dell&#8217;intelletto?<\/p>\n<p>Prima di procedere, Heidegger si chiede se il concetto del niente si ponga in virt\u00f9 della negazione, del &quot;non&quot;; o se il &quot;non&quot; e la negazione si pongano perch\u00e9 esiste il niente. Domanda, anch&#8217;essa, che sembra scaturire da un&#8217;antinomia indecidibile; ma che si pu\u00f2, in qualche modo, portare su di un terreno pi\u00f9 concreto, trasformandola in quest&#8217;altra: <em>\u00e8 possibile un cercare, senza il presupposto che si debba anche trovare?<\/em> Infatti, la ricerca nasce dal presupposto che sia raggiungibile l&#8217;oggetto verso cui essa tende; ma qui l&#8217;oggetto \u00e8 irraggiungibile, trattandosi del niente. Ma, se noi definiamo il niente come la negazione, pura e semplice, dell&#8217;essente, allora posiamo anche dire di <em>conoscere<\/em> il niente.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 costituisce un indizio prezioso per la questione circa la natura del niente. Infatti, il tutto dell&#8217;essente deve gi\u00e0 essere dato come tale, ossia come tutto, per potere, poi, divenire oggetto della negazione, dalla quale emerger\u00e0 il niente. Ora, sempre restando sul terreno della realt\u00e0 concreta, a noi non \u00e8 dato, mai, di abbracciare la totalit\u00e0 dell&#8217;essente in s\u00e9, per il fatto che ci troviamo posti nel mezzo dell&#8217;essente. In tale situazione, la nostra vita quotidiana appare frantumata nei singoli essenti, attorno ai quali ci affaccendiamo; tuttavia, proprio quando siamo cos\u00ec immersi nella particolarit\u00e0 degli essenti, l&#8217;essente ci piomba addosso come un tutto, in quella esperienza esistenziale che chiamiamo <em>noia<\/em>; o, per contro, nell&#8217;altra che chiamiamo <em>gioia<\/em>.<\/p>\n<p>Sia la noia che la gioia, d&#8217;altra parte, ci rivelano, s\u00ec, l&#8217;essente nella sua totalit\u00e0; ma, al tempo stesso, ci nascondono il niente che cerchiamo. Perci\u00f2 la domanda che ora si pone \u00e8 la seguente: <em>pu\u00f2 mai verificarsi, nell&#8217;essere esistenziale dell&#8217;uomo, uno stato in cui egli sia portato a fare l&#8217;esperienza del niente?<\/em> E la risposta, kiekegaardiana, \u00e8 affermativa: tale stato esistenziale \u00e8 quello che scaturisce dall&#8217;<em>angoscia.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;angoscia, infatti, non \u00e8 una forma di paura di qualche cosa, e non nasce da un oggetto determinato; al contrario, essa \u00e8 un allontanarsi da noi delle cose che, proprio in quanto si allontanano, ci si rivolgono: ed \u00e8 allora che noi facciamo l&#8217;esperienza del niente, ossia del fatto che non esiste nulla a cui ci possiamo appigliare.<\/p>\n<p>Con notevole acutezza psicologica, Heidegger osserva che l&#8217;evidenza del niente ci \u00e8 rivelata dall&#8217;angoscia nell&#8217;atto di andarsene, di allentare la stretta che ci serrava la gola. Dopo che essa non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9, ci rendiamo conto che non aveva alcun oggetto preciso, che era <em>niente<\/em>: e, tuttavia, essa era l\u00ec, presente: noi ne abbiamo fatta l&#8217;esperienza!<\/p>\n<p>Ebbene, proprio da questa manifestazione del niente ci si dischiude la possibilit\u00e0 di riprendere la domanda iniziale: <em>Come e che cosa \u00e8 il niente?<\/em><\/p>\n<p>Si passa cos\u00ec al terzo momento dialettico del discorso heideggeriano sulla metafisica, ossia alla <em>soluzione<\/em> della questione proposta.<\/p>\n<p>Il niente, dunque, si scopre nell&#8217;angoscia; ma non come essente, e tanto meno viene dato quale oggetto. L&#8217;angoscia non \u00e8 una comprensione del niente; il niente ci viene incontro, nell&#8217;angoscia, in uno con la totalit\u00e0 dell&#8217;essente. Nell&#8217;angoscia, l&#8217;essere totale non viene affatto annullato, n\u00e9 a noi \u00e8 dato di negarlo per &quot;conquistare&quot; il niente. Il niente che, nell&#8217;angoscia, ci viene incontro, precede ogni giudizio da parte nostra; e l&#8217;essenza del niente \u00e8 quel respingere da s\u00e9 che rimanda a ci\u00f2 che fa scomparire: l&#8217;essente che affonda nella totalit\u00e0. Il nientificare, perci\u00f2, non si riduce al negare e all&#8217;annullare, ma rinvia a quella totalit\u00e0 dell&#8217;essere che, di fronte al niente, \u00e8 l&#8217;<em>assolutamente altro.<\/em> E questa scoperta si rivela nell&#8217;angoscia.<\/p>\n<p>Esserci, allora, significa che l&#8217;essere esistenziale si proietta &#8211; tenendosi al niente &#8211; al di \u00e0 dell&#8217;essere nella totalit\u00e0. Questa \u00e8, precisamente, la trascendenza. \u00c8 solo grazie alla originaria rivelazione del niente, che l&#8217;essere realizza se stesso nella libert\u00e0.<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec alla risposta alla domanda iniziale: <em>il niente \u00e8 la condizione che rende possibile la rivelazione dell&#8217;essente come tale per l&#8217;essere esistenziale dell&#8217;uomo.<\/em> Il niente non \u00e8 solo il concetto opposto a quello di essente, ma appartiene alla medesima essenza dell&#8217;essere. E ci\u00f2 dimostra che il niente \u00e8 l&#8217;origine della negazione e non, viceversa, che dalla negazione si origina il niente. E cade, come si era prospettato, anche la signoria dell&#8217;intelletto; e, con essa, la signoria della logica all&#8217;interno della filosofia: perch\u00e9 esiste, al di sopra di essa, l&#8217;esigenza di un domandare pi\u00f9 originario.<\/p>\n<p>L&#8217;atteggiamento nientificante pu\u00f2 esprimersi in molteplici forme: l&#8217;esecrazione, l&#8217;azione ostile, la ricusazione, la proibizione, la rinuncia. Tutte queste non solo semplicemente forme della negazione, ma rinviano a una capacit\u00e0 di manifestarsi del niente, che soltanto l&#8217;angoscia scopre originariamente. L&#8217;angoscia originaria \u00e8 una esperienza piuttosto rara, ma pu\u00f2 destarsi in ogni momento nell&#8217;essere esistenziale; non ha bisogno di un evento specifico per farlo.<\/p>\n<p>Da ci\u00f2 deriva la definizione dell&#8217;uomo, data da Heidegger, come della sentinella del niente. Noi siamo talmente limitati che non possiamo neanche portarci, con un atto decisivo della volont\u00e0, davanti al niente: la nostra libert\u00e0 ce lo inibisce. Ecco, allora, la vera natura della metafisica: la capacit\u00e0 di portare il problema del niente al di l\u00e0 e al di sopra dell&#8217;essente come tale.<\/p>\n<p>Prosegue Heidegger (citiamo da: M. Heidegger, <em>Esistenza e metafisica<\/em>, a cura di Guido Saffirio, Marietti Editore, Torino, 1976, pp. 52-62):<\/p>\n<p><em>Sino a qual punto il problema del niente abbraccia e comprende la metafisica intera?<\/em><\/p>\n<p><em>Del niente parla la metafisica sin dall&#8217;antichit\u00e0 in una sentenza che pu\u00f2 aver molti sensi:<\/em> Ex nihilo nihil fit<em>, dal niente vien niente. Sebbene nell&#8217;esame della sentenza il niente stesso non divenga mai propriamente un problema, pure esso porta ad espressione la concezione fondamentale dell&#8217;essere insita nel modo in cui di volta in volta si guarda il niente. L&#8217;antica metafisica intende il niente nel significato di non-essente, ossia della materia informe che non si pu\u00f2 trasformare da se stessa in un essere formato, s\u00ec da presentare un aspetto (<\/em>\u03b5\u03b9\u03b4\u03bf\u03c2<em>), mentre l&#8217;essente \u00e8 una formazione formantesi, che si presenta come tale nella forma (all&#8217;aspetto). L&#8217;origine, il diritto e i limiti di questa comprensione dell&#8217;essere vengono tanto poco indagati come il niente stesso.<\/em><\/p>\n<p><em>La dogmatica cristiana, invece, nega la verit\u00e0 della sentenza<\/em> Ex nihilo nihil fit<em>, e d\u00e0 quindi al niente un significato diverso, nel senso della inesistenza radicale dell&#8217;ente estradivino:<\/em> ex nihilo fit ens creatum. <em>Il niente diventa ora il concetto opposto all&#8217;ente vero e proprio, al<\/em> Summum Ens, <em>a Dio come<\/em> Ens increatum. <em>Anche qui la rappresentazione del<\/em> niente <em>rimanda alla concezione che serve di fondamento all&#8217;<\/em>ente. <em>Ma l&#8217;indagine metafisica dell&#8217;ente si tiene al livello medesimo del problema del niente. I problemi, come tali, dell&#8217;essere e del niente vengono entrambi tralasciati. Non preoccupa, quindi, neanche, la difficolt\u00e0 che, se Dio produce dal niente, bisogna bene che egli possa entrare in relazione con il niente. Ma, se Dio \u00e8 Dio, egli non pu\u00f2 conoscere il niente: l&#8217;\u00abassoluto\u00bb esclude da s\u00e9 ogni nullit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Questo rozzo accenno storico dimostra il niente come concetto opposto dell&#8217;essente vero e proprio, ossia come la sua negazione. Ma se il niente diventa in qualche modo un problema, allora questo rapporto di opposizione non soltanto induce ad una pi\u00f9 chiara determinazione, ma risveglia la vera e propria questione metafisica intorno all&#8217;essere dell&#8217;essente. Il niente non resta per l&#8217;essente l&#8217;indeterminato \u00abstar di contro\u00bb , ma si scopre come<\/em> appartenente all&#8217;essere <em>dell&#8217;essente stesso.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abIl puro essere e il puro niente \u00e8, dunque, lo stesso\u00bb. Questa sentenza dello Hegel (<\/em>Scienza della logica<em>, vol. I, p. 74) \u00e8 giusta. Essere e niente coincidono, ma non perch\u00e9 entrambi &#8211; guardati dal punto di vista del concetto hegeliano del pensiero &#8211; concordano nella loro indeterminatezza e immediatezza; ma perch\u00e9 l&#8217;essere stesso \u00e8<\/em> limitato <em>essenzialmente, e si rivela soltanto nella trascendenza dell&#8217;essere esistenziale che si trova tenuti dentro al niente.<\/em><\/p>\n<p><em>Se, d&#8217;altronde, il problema dell&#8217;essere come tale \u00e8 il problema pi\u00f9 comprensivo della metafisica, allora, quello intorno al niente si mostra di una tale specie che abbraccia la metafisica intera. Ma il problema del niente comprende la metafisica intera anche in quanto esso obbliga a fermarsi innanzi al problema dell&#8217;<\/em>origine della negazione<em>, ossia, in fondo, innanzi al problema della legittimit\u00e0 del predominio della &quot;logica&quot; nella metafisica.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;antica sentenza<\/em> ex nihilo nihil fit <em>riceve, allora, un altro significato riguardante<\/em> il problema stesso dell&#8217;essere<em>, e vuol dire:<\/em> ex nihilo omne ens qua ens fuit. <em>Nel niente dell&#8217;essere esistenziale l&#8217;essente nella totalit\u00e0 perviene dapprima a se stesso secondo la sua pi\u00f9 propria possibilit\u00e0, ossia in modo limitato.<\/em><\/p>\n<p><em>Sino a qual punto, allora, il problema del niente , se \u00e8 un problema metafisico, ha esso accolto in s\u00e9 la nostra esistenza problemante?<\/em><\/p>\n<p><em>Noi caratterizziamo il nostro essere esistenziale, qui e ora sperimentato, come essenzialmente determinato dalla<\/em> scienza. <em>Se il nostro essere esistenziale, cos\u00ec determinato, \u00e8 posto nel problema del niente, allora esso deve, di necessit\u00e0, esser diventato, attraverso questo problema, esso stesso<\/em> problematico.<\/p>\n<p><em>L&#8217;essere esistenziale dello scienziato ha la sua semplicit\u00e0 e precisione in questo: che esso si riferisce in modo eminente all&#8217;<\/em>essente stesso <em>e unicamente a esso. La scienza vorrebbe , con gesto di superiorit\u00e0, misconscere il niente. Ma adesso, nel problema del niente, si vede bene che quest&#8217;essere esistenziale dello scienziato \u00e8<\/em> possibile soltanto <em>se esso si tiene sin dal principio dentro al niente. Esso intende s\u00e9, in ci\u00f2 che esso \u00e8, soltanto se non misconosce il niente.<\/em><\/p>\n<p><em>La pretesa spassionata superiorit\u00e0 della scienza diventa una cosa da ridere se essa non prende sul serio il niente. Solo in grazia del niente rivelatore la scienza pu\u00f2 fare oggetto della sua ricerca l&#8217;essente. Soltanto se la scienza trae dalla metafisica la sua esistenza, \u00e8 in grado di adempiere sempre di nuovo il suo compito essenziale, che non consiste nell&#8217;ammassare e ordinare conoscenze, ma nel dischiudere con sempre nuove ricerche<\/em> l&#8217;intero orizzonte della verit\u00e0 <em>della natura e della storia.<\/em><\/p>\n<p><em>Unicamente perch\u00e9 il niente si svela nel fondo dell&#8217;essere esistenziale, pu\u00f2 sorgete entro di noi il senso della piena<\/em> straneit\u00e0 <em>dell&#8217;essente; e soltanto se questa straneit\u00e0 ci angustia, l&#8217;essente sveglia e tira a s\u00e9 lo<\/em> stupore. <em>E solo dallo stupore &#8211; ossia dal rivelarsi del niente &#8211; sboccia la domanda:<\/em> \u00abPerch\u00e9\u00bb. <em>Solo in quanto un tale<\/em> perch\u00e9 <em>\u00e8 possibile, noi possiamo in modo determinato far questione di motivi e motivare. E solo perch\u00e9 noi possiamo porre in questione e motivare, alla nostra esistenza si trova dato in sorte il compito di ricercare.<\/em><\/p>\n<p><em>Il problema del niente ci mette &#8211;<\/em> noi stessi <em>che facciam questione &#8211; in questione. Questa \u00e8 bene una questione metafisica.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;essere esistenziale umano pu\u00f2 riferirsi all&#8217;essente soltanto se si tiene dentro al niente: l&#8217;uscir fuori dall&#8217;essente, per vederlo dall&#8217;alto, avviene nell&#8217;essenza dell&#8217;essere esistenziale. Questa uscita \u00e8 la metafisica stessa. Ed ecco che la metafisica appartiene alla \u00abnatura dell&#8217;uomo\u00bb. Essa non \u00e8 una specie di filosofia per le scuole, , n\u00e9 un campo di escogitazioni arbitrarie.<\/em> La metafisica \u00e8 l&#8217;accadimento fondamentale nell&#8217;essere esistenziale. Essa \u00e8 l&#8217;essere esistenziale stesso.<\/p>\n<p><em>E poich\u00e9 la verit\u00e0 della metafisica abita in tale abissale profondit\u00e0, essa si trova nella massima vicinanza alla possibilit\u00e0 che costantemente l&#8217;insidia, dei pi\u00f9 profondi errori. Nessun rigore, quindi, di una scienza arriva alla seriet\u00e0 della metafisica. E la filosofia non pu\u00f2 mai venir misurata col metro dell&#8217;idea della scienza.<\/em><\/p>\n<p><em>Se la questione intorno al niente \u00e8 stata realmente da noi svolta coinvolgendovi noi stessi, si pu\u00f2 affermare, allora, che noi non abbiamo condotta innanzi a noi dal di fuori la metafisica. E neppure ci siamo &quot;trasferiti&quot; in essa. Noi non possiamo trasferirci in essa, perch\u00e9 noi &#8211; in quanto esistiamo &#8211;<\/em> gi\u00e0 stiamo sempre in essa<em>: \u03c6\u03cd\u03c3\u03b5\u03b9 \u03b3\u03b1\u03c1, \u03ce \u03c6\u03af\u03bb\u03b5, \u03ad\u03bd\u03b5\u03c3\u03c4\u03af \u03c4\u03b9\u03c2 \u03c6\u03b9\u03bb\u03bf\u03c3\u03bf\u03c6\u03af\u03b1 \u03c4\u03b7 \u03c4\u03bf\u03b0 \u03ac\u03bd\u03b4\u03c1\u00f2\u03c2 \u03b4\u03b9\u03b1\u03bd\u03bf\u03af\u03b1 (Platone,<\/em> Fedro<em>, 279a). Il filosofare accade, in certo modo, in quanto esiste l&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p><em>Filosofia &#8211; ci\u00f2 che noi cos\u00ec chiamiamo -\u00e8 soltanto un mettere in moto la metafisica, onde essa perviene a se stessa ed ai suoi compiti esplicitamente; ed essa si mete in moto soltanto per mezzo di una peculiare immersione della propria esistenza nelle possibilit\u00e0 fondamentali dell&#8217;essere esistenziale nella totalit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Momenti decisivi per tale immersione sono: in primo luogo, far posto all&#8217;essente nella totalit\u00e0; in secondo luogo, lasciarsi andare nel niente, ossia liberarsi dagli idoli che ognuno ha, e per i quali ognuno tenta di evadere; infine, seguire l&#8217;ondeggiamento della sospensione, per tornar costantemente ad agitare la<\/em> questione fondamentale <em>della metafisica, a cui costringe il<\/em> niente<em>:<\/em><\/p>\n<p><em>Perch\u00e9, infine, l&#8217;essente e non piuttosto niente?<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;importanza della riflessione di Heidegger sul nulla risiede nel fatto che egli ha spostato i termini della discussione classica del problema dal piano della logica a quello della metafisica (nel senso aristotelico del termine); anzi, che l&#8217;intera filosofia occidentale si pu\u00f2 interpretare come il continuo sviluppo della metafisica, a partire dall&#8217;intuizione originaria del nulla.<\/p>\n<p>A suo merito va ascritto il coraggio concettuale di aver sostenuto, a fronte alta, che vi \u00e8 un pensiero pi\u00f9 originario di quello pensabile dall&#8217;intelletto; e che vi \u00e8 un senso nella ricerca, indipendentemente dalla possibilit\u00e0 di raggiungere, <em>sul piano intellettuale<\/em>, la cosa cercata<em>.<\/em> Questo ci rinvia alla distinzione, gi\u00e0 in varie sedi da noi richiamata, fatta da Gabriel Marcel tra la categoria dei &quot;problemi&quot; e quella dei &quot;misteri&quot;. La scienza, per la natura dei suoi stessi fondamenti, non indaga che sui primi, presupponendo che esista non solo la possibilit\u00e0 di risolverli, ma anche che il loro oggetto effettivamente esista. Ma l&#8217;oggetto della metafisica chiamato &quot;niente&quot;, non esiste in senso positivo; dunque, \u00e8 chiaro che la scienza, su di esso, non avr\u00e0 mai nulla da dire.<\/p>\n<p>Invece, un aspetto discutibile del pensiero heideggeriano \u00e8 che il sentimento dell&#8217;angoscia denota, bens\u00ec, l&#8217;inquietudine dell&#8217;uomo che vuole porre la domanda originaria sull&#8217;essere; ma, date le premesse di tipo immanentistico che gli derivano dalla sua formazione storicista e fenomenologica, essa rimane come una ferita aperta, che lacera l&#8217;esistenza, senza offrire la possibilit\u00e0 di un vero superamento. Di qui alle degenerazioni nichiliste di Sartre, nelle quali la vita umana \u00e8 descritta come una nausea ininterrotta, il passo \u00e8 breve; n\u00e9 vale il fatto che Heidegger abbia sempre rivendicato una sostanziale differenza fra la sua ricerca filosofica e l&#8217;esistenzialismo francese degli anni successivi alla seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p>Un altro aspetto problematico e, a nostro avviso, potenzialmente inquietante della riflessione di Heidegger sul problema del niente \u00e8 la sua esplicita convinzione &#8211; mutuata da Husserl &#8211; che sia possibile condurre i fenomeni ad autorivelarsi, cos\u00ec come egli fa con la metafisica allorch\u00e9 pone la precisa domanda sul nulla.<\/p>\n<p>Vi \u00e8, nell&#8217;idea che si possano costringere i fenomeni ad autorivelarsi, una implicazione di spregiudicato esercizio di quel Logos strumentale e calcolante che, a proposito della domanda originaria sul niente, si era detto non essere l&#8217;istanza suprema del giudizio. E vi \u00e8 anche una implicita contraddizione fra il concetto di &quot;rivelazione&quot; e quello di &quot;costrizione&quot;: nessuna autentica rivelazione, secondo noi, pu\u00f2 esser frutto di una costrizione, e sia pure di una costrizione di natura intellettuale.<\/p>\n<p>Questo, semmai, \u00e8 il metodo della scienza, quanto meno della scienza post-galileiana: isolare i fenomeni, esercitare una pressione di essi, costringerli a rivelare i loro segreti; e, poi, sfruttare quanto pi\u00f9 possibile, anche sul piano della <em>praxis<\/em>, le potenzialit\u00e0 di dominio emerse da quella rivelazione.<\/p>\n<p>Ma non aveva detto Heidegger che altro \u00e8 il metodo della filosofia, altri i suoi presupposti, altri i suoi obiettivi?<\/p>\n<p>Resta, comunque, a Heidegger il merito di aver posto con forza l&#8217;immediata implicazione esistenziale della domanda sul niente: nel senso che tale domanda ci interroga fin nel profondo e che, mediante l&#8217;esperienza dell&#8217;angoscia, noi siamo spinti a trascenderci, alla ricerca di un rapporto originario con l&#8217;essere della nostra essenza, e dunque con l&#8217;essere nella sua totalit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma, in questo senso, molte delle cose detta da Heidegger le aveva gi\u00e0 dette, e meglio, S\u00f6ren Kierkegaard: perch\u00e9 il primo, anche quando dichiara di voler andare oltre la domanda puramente logico-intellettuale, continua a muoversi in un universo concettuale impregnato di intellettualismo e di logicismo; mentre il filosofo danese (e, da questo punto di vista, anche Nietzsche) ha saputo trovare un modo di ragionare e di esprimersi veramente coerente con l&#8217;intento di riportare la filosofia al servizio dell&#8217;esistenza, anzi, di <em>questa<\/em> singola esistenza.<\/p>\n<p>Anche per Heidegger vale la vecchia massima che, se il pensiero \u00e8 veramente chiaro, sar\u00e0 sempre possibile comunicarlo in maniera da evitare le oscurit\u00e0 e le pesantezze di un procedere ellittico e faticoso. E la prova ne \u00e8 che tutti i libri di Kierkegaard (e di Nietzsche), pur cos\u00ec genialmente originali, possono essere compresi e gustati anche da un lettore non specialista; mentre quelli di Heidegger &#8211; e, a maggior ragione, dei suoi tardi epigoni, da Sartre a Severino &#8211; risultano bens\u00ec ricchi di intuizioni poderose e di squarci mirabili; ma, nel complesso, sono terribilmente indigesti e noiosi &#8211; i classici <em>mattoni<\/em> che mai alcuno \u00e8 riuscito a leggere, oltre che con profitto, anche con piacere e godimento estetico.<\/p>\n<p>Con Heidegger la filosofia tedesca (e la filosofia in generale) imbocca di nuovo la via della speculazione ardua ed oscura, riservata a pochissimi: la via di Hegel; registrando un netto passo indietro rispetto a Schopenhauer, Nietzsche, Dilthey e Spengler. Imbocca di nuovo la vecchia via, per dirla con lo stesso Schopenhauer, dei <em>filosofi da sbadiglio<\/em>: i quali hanno, forse, molte cose interessanti da dire, ma certo non amano dirle con semplicit\u00e0 e concisione e, quindi, fondano la loro celebrit\u00e0 su una conoscenza di seconda mano. Perch\u00e9, se citare Heidegger e prenderlo a modello, anche sul piano formale, \u00e8 divenuto quasi imprescindibile per quanti si dedicano, o semplicemente si interessano, alla ricerca filosofica, crediamo che ben pochi si siano cimentati nella lettura diretta e integrale delle sue opere maggiori.<\/p>\n<p>E questo crediamo non sia un bene, n\u00e9 per la comprensione del suo pensiero, n\u00e9 per la filosofia in se stessa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella prolusione tenuta all&#8217;Universit\u00e0 di Friburgo Che cos&#8217;\u00e8 la Metafisica?, del 1929, troviamo la dimensione pi\u00f9 propriamente esistenzialistica della filosofia di Martin Heidegger. 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