{"id":25579,"date":"2007-12-06T08:40:00","date_gmt":"2007-12-06T08:40:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/06\/quando-un-filosofo-farebbe-bene-a-tacere-hegel-e-lafrica\/"},"modified":"2007-12-06T08:40:00","modified_gmt":"2007-12-06T08:40:00","slug":"quando-un-filosofo-farebbe-bene-a-tacere-hegel-e-lafrica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/06\/quando-un-filosofo-farebbe-bene-a-tacere-hegel-e-lafrica\/","title":{"rendered":"Quando un filosofo farebbe bene a tacere: Hegel e l&#8217;Africa"},"content":{"rendered":"<p>Ma infine chi \u00e8, o che cosa \u00e8, un filosofo?<\/p>\n<p>Un tuttologo che, oltre a costruire il proprio bravo <em>sistema<\/em>, deve anche sentirsi in dovere di dire la sua su tutto e di pi\u00f9, con tono di cattedratica solennit\u00e0, atteggiandosi seriosamentea infallibile?<\/p>\n<p>Strano destino, quello dei filosofi dell&#8217;et\u00e0 moderna. Ancora ai primi del XIX secolo sembravano essere i pi\u00f9 alti depositari dell&#8217;umano sapere; per poi, nel giro di pochissimi decenni, precipitare da s\u00ec mirabili altezze e infine ridursi &#8211; mano a mano che gli scienziati realizzavano la pi\u00f9 spettacolare avanzata di tutti i tempi, &quot;occupando&quot; quasi ogni ramo del sapere &#8211; a mendicare una non meglio precisata &quot;competenza&quot; in ambiti specialistici sempre pi\u00f9 ristretti. Da ultimo, nei primi decenni del XX secolo, si erano arroccati nell&#8217;ultimo ridotto, quello della filosofia del linguaggio, apparentemente decisi a resistere a oltranza, a non cedere pi\u00f9 neanche un pollice di terreno. Ma poi, ahim\u00e9, ecco che il cavallo di Troia di una critica demolitrice li ha sorpresi dall&#8217;interno delle loro stesse mura, costringendoli ad abbandonare ingloriosamente gli spalti sui quali avevano giurato di resistere o di soccombere. E proprio uno di loro, Ludwig Wittgenstein, aveva sentenziato con tono perentorio che ormai <em>bisognava tacere quello che non si poteva dire<\/em>, ponendo una vera e propria lastra tombale su quel poco che rimaneva di un&#8217;antichissima e gloriosa tradizione.<\/p>\n<p>Senonch\u00e9, anche nel loro caso, il tempo si \u00e8 dimostrato galantuomo &#8211; un galantuomo un po&#8217; impietoso, magari &#8211; e ha mostrato <em>ad abundantiam<\/em> che non bisogna prendere troppo sul serio questi proclami altisonanti e melodrammatici, n\u00e9 quando intonano il pi\u00f9 cupo e pessimistico <em>de profundis<\/em> sul futuro della filosofia (come nel caso di Wittgenstein), n\u00e9 quando auspicano addirittura una sorta di suicidio cosmico, che ponga fine non solo al pensiero, ma anche alla volont\u00e0 di vivere dell&#8217;intero universo (Eduard von Hartmann). Parimenti si \u00e8 visto che non \u00e8 il caso di prenderli troppo sul serio quando, esaltati dalla <em>hybris<\/em> incontenibile del Logos strumentale e calcolante, cantano i ditirambi pi\u00f9 sfrenati in lode dell&#8217;onniscienza dei filosofi e quando, come diceva Schopenhauer, agitano il tirso e si contorcono ebbri, simili agli antichi Coribanti, in preda ai furori di onnipotenza che li fanno grottescamente delirare.<\/p>\n<p>Schopnehauer, a dire il vero, aveva in mente un Coribante in particolare: quel Georg Wilhelm Friedrich Hegel che poneva il pensiero al di sopra di ogni umana facolt\u00e0, lo Spirito Assoluto al di sopra di ogni realt\u00e0 e se stesso, modestamente, in cima alla filosofia di tutti i tempi e quindi, con rigorosa consequenzialit\u00e0, in cima all&#8217;evoluzione dialettica dell&#8217;Universo.<\/p>\n<p>Effettivamente questo Coribante della filosofia (a proposito, i Coribanti erano quei sacerdoti della dea frigia Cibele, la Magna Mater del tardo paganesimo, che danzavano seminudi in preda all&#8217;estasi orgiastica e che arrivavano a tal punto di esaltazione da mutilarsi con le proprie mani) ha paralizzato per circa mezzo secoli il corso del pensiero europeo, pi\u00f9 o meno come Benedetto Croce ha paralizzato per mezzo secolo lo sviluppo di quello italiano. E tuttavia bisogna essergli grati, perch\u00e9 la reazione antihegeliana ci ha dato una delle menti pi\u00f9 acute di ogni tempo: quella di S\u00f6ren Kierkegaard: lui s\u00ec un grande &#8211; anche se, a differenza del <em>nume<\/em> di Berlino, non cercava affatto la celebrit\u00e0 &#8211; coln il quale stiamo continuando, all&#8217;inizio del terzo millennio, a fare doverosamente i conti.<\/p>\n<p>Ma, per tornare alla domanda iniziale che ci eravamo posti &#8211; se, cio\u00e8, il filosofo debba essere un tuttologo querulo e petulante, autorizzato ad affliggerci con il suo incontenibile pontificare a trecentosessanta gradi &#8211; desideriamo riportare un campione della prosa hegeliana, tratto dalle celeberrime <em>Lezioni sulla filosofia della storia<\/em> (Bari, Gius. Laterza &amp; Figli, 2003, pp. 81-87) affinch\u00e9 il lettore possa giudicare da s\u00e9 stesso e formarsi una propria opinione.<\/p>\n<p>Si tratta di un brano relativo all&#8217;Africa, colta nella sua (sic) &quot;essenza spirituale&quot;; ma perle analoghe sono dedicate all&#8217;Asia, all&#8217;Europa, eccetera, sempre partendo dal presupposto che la forma dei continenti e il loro clima esercitino un influsso diretto sull&#8217;evoluzione spirituale dei loro abitanti. Cos\u00ec, ad esempio, leggendo queste righe il lettore apprender\u00e0 che &quot;i negri&quot; hanno incominciato a rendersi conto del valore della persona grazie alla tratta degli schiavi; prima, selvaggi com&#8217;erano, non possedevano una tale nozione; per cui \u00e8 auspicabile che la schiavit\u00f9 venga abolita poco a poco e non tutto ad un tratto, altrimenti essi non potrebbero trarre pieno giovamento dal suo ineffabile valore pedagogico.<\/p>\n<p>Ma cediamo la parola al filosofo pi\u00f9 riverito nelle universit\u00e0 tedesche ed europee nei primi decenni dell&#8217;Ottocento; e che, sia pure in forme un poco pi\u00f9 guardinghe, tuttora \u00e8 venerato in diverse universit\u00e0, anche italiane, da parte di alcuni professori i quali non mancano di rendergli un commovente culto privato nelle loro facolt\u00e0, ora che il culto pubblico \u00e8 stato purtroppo abolito da una generazione ingrata.<\/p>\n<p><em>&quot;Nel caso dei negri, l&#8217;elemento caratteristico \u00e8 dato proprio dal fatto che la loro coscienza non \u00e8 ancora giunta a intuire una qualsiasi oggettivit\u00e0 &#8211; come, per esempio, Dio, la legge: mediante tale oggettivit\u00e0 l&#8217;uomo se ne starebbe con la propria volont\u00e0 e intuirebbe la propria essenza. Nella sua unit\u00e0 indistinta, compressa, l&#8217;africano non \u00e8 ancora giunto alla distinzione fra se stesso considerato ora come individuo ora come universalit\u00e0 essenziale, onde gli manca qualsiasi nozione di un&#8217;essenza assoluta, diversa e superiore rispetto all&#8217;esistenza individuale. Come gi\u00e0 abbiamo detto, il negro incarna l&#8217;uomo allo stato di natura in tutta in tutta la sua selvatichezza e sfrenatezza. Se vogliamo farci di lui un&#8217;idea corretta, dobbiamo fare astrazione da qualsiasi nozione di rispetto, di morale, da tutto ci\u00f2 che va sotto il nome di sentimento: in questo carattere non possiamo trovare nulla che contenga anche soltanto un&#8217;eco di umanit\u00e0. Le relazioni circostanziate dei missionari confermano in pieno la nostra asserzione e sembra che solo il maomettismo sia ancora capace di avvicinare in qualche modo i negri alla cultura. I Maomettani sanno meglio degli Europei anche come penetrare nell&#8217;interno del paese.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo stadio della cultura \u00e8 riconoscibile poi pi\u00f9 da vicino anche nella religione. La prima cosa a venirci in mente, quando parliamo di religione, \u00e8 che l&#8217;uomo abbia coscienza di un potere superiore (fosse pure inteso come potenza solo naturale),al cospetto del quale egli si pone come qualcosa di pi\u00f9 debole, inferiore. La religione esiste con la consapevolezza che esiste qualcosa di pi\u00f9 elevato rispetto all&#8217;uomo. Tuttavia gi\u00e0 Erodoto (II, 33) ha parlato dei negri come maghi. Ora, nella magia non si trova la rappresentazione di un dio, di una credenza morale; al contrario, la magia fa vedere che proprio l&#8217;uomo \u00e8 la potenza suprema, che si comporta verso la potenza della natura solo alla maniera di qualcuno che dia ordini. Perci\u00f2 qui non si parla n\u00e9 una venerazione spirituale di Dio n\u00e9 di un regno del diritto. Dio tuona, ma non viene riconosciuto; per lo spiriti umano \u00e8 necessario che Dio sia qualcosa di pi\u00f9 che una creatura tonante, tuttavia non \u00e8 questo il caso dei negri. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tuttavia, proprio perch\u00e9 l&#8217;uomo \u00e8 posto come entit\u00e0 suprema, ne viene che egli non ha nessun rispetto di se stesso: infatti, solo con la coscienza che esista un essere superiore l&#8217;uomo arriva a guadagnare una veduta capace di assicurargli un autentico rispetto. Se l&#8217;arbitrio \u00e8 l&#8217;Assoluto, se l&#8217;arbitrio \u00e8 l&#8217;unica salda oggettivit\u00e0 che ricada sotto l&#8217;intuizione, \u00e8 impossibile che su questo piano lo spirito abbia una qualsiasi nozione di universalit\u00e0. Perci\u00f2 i negri possiedono quel completo disprezzo per gli uomini che forma propriamente la loro determinazione fondamentale dallato del diritto e della morale. Non c&#8217;\u00e8 nemmeno un sapere dell&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima, sebbene i morti appaiano come fantasmi. La mancanza di valore dell&#8217;uomo si spinge fino all&#8217;incredibile; la tirannia non \u00e8 considerata un&#8217;ingiustizia e mangiare carne umana passa per un costume affatto diffuso e lecito. Da noi \u00e8 l&#8217;istinto che ci trattiene dal fare altrettanto, sempre che, in generale, si possa parlare d&#8217;istinto nel caso dell&#8217;uomo. Tuttavia, ci\u00f2 non avvenne fra i negri e la pratica di divorare l&#8217;uomo sta in stretto rapporto con il principio africano in genere, per il negro, fermo alla sfera dei sensi, la carne umana \u00e8 solo qualcosa di sensibile, \u00e8 una carne qualsiasi. In occasione della morte, di un re sono macellati e divorati migliaia di uomini; i prigionieri vengono ammazzati e la loro carne venduta al mercato; di regola, il vincitore mangia il cuore del nemico ucciso. Durante lo svolgimento di una magia accade assai spesso che il mago ammazzi il primo venuto e ne dia le membra in pasto alla folla.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Un altro elemento caratteristico nella considerazione dei negri \u00e8 la schiavit\u00f9. I negri sono condotti in schiavit\u00f9 dagli Europei e venduti in America. Ci\u00f2 nonostante, la loro sorte \u00e8 quasi peggiore in patria, dove vivono una schiavit\u00f9 altrettanto assoluta. Infatti, il fondamento della schiavit\u00f9 in genere \u00e8 che l&#8217;uomo non abbia ancora coscienza della propria libert\u00e0 e cos\u00ec decada a una cosa, a un&#8217;entit\u00e0 senza valore. Fra i negri, i sentimenti morali sono debolissimi o, per dir meglio, affatto inesistenti. I genitori vendono i loro figli e questi fanno altrettanto con i loro genitori. A seconda di chi sia il primo a impadronirsi dell&#8217;altro. L&#8217;azione profonda della schiavit\u00f9 cancella tutti i vincoli del rispetto morale che portiamo gli uni verso gli altri, e ai negri non viene neppure in mente di aspettarsi per s\u00e9 quel rispetto che noi possiamo esigere dal prossimo. La poligamia dei negri ha spesso il fine di procreare molti figli, che possano essere venduti come schiavi, tutt&#8217;insieme o separatamente, e capita assai spesso di udire ingenui lamenti, come quello di un negro a Londra, il quale si doleva di trovarsi nella pi\u00f9 completa miseria, perch\u00e9 aveva venduto ormai tutti i suoi parenti. Nel disprezzo dei negri per l&#8217;uomo, l&#8217;elemento caratteristico non \u00e8 tanto il disprezzo della morte quanto l&#8217;incuranza per la vita. A tale incuranza per la vita dobbiamo ascrivere anche il grande coraggio dei negri, sostenuto da un&#8217;enorme forza fisica, che li spinge a farsi abbattere a migliaia nella guerra contro gli Europei. La vita ha, cio\u00e8, un valore solo quando abbia per fine qualcosa di degno. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il fanatismo che pu\u00f2 destarsi fra i negri, nonostante la loro abituale mitezza, supera ogni immaginazione. Un viaggiatore inglese racconta che allorch\u00e9 nell&#8217;Ashanti \u00e8 decisa una guerra, son fatte precedere cerimonie solenni; fra queste, il rito di lavare con sangue umano le gambe della madre del re. Come preludio alla guerra, il re decide un attacco alla sua capitale stessa, quasi per arrivare al furore. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Da tutti questi tratti addotti in vario modo risulta che \u00e8 la sfrenatezza a contrassegnare il carattere dei negri. questa condizione \u00e8 incapace di sviluppo e di cultura; i negri sono sempre stati cos\u00ec come li vediamo oggi. L&#8217;unico legame essenziale che hanno avuto, e ancora hanno, con gli Europei \u00e8 quello della schiavit\u00f9. Nella schiavit\u00f9 i negri non vedono nulla di sconveniente, anzi accade addirittura che gli Inglesi, i quali si sono adoperati di pi\u00f9 per l&#8217;abolizione del traffico degli schiavi e della schiavit\u00f9 siano trattati come nemici. Per i re infatti, vendere i loro nemici prigionieri, o anche i propri sudditi, anzich\u00e9 ucciderli \u00e8 un affare della massima importanza: e cos\u00ec la schiavit\u00f9 ha destato maggiore umanit\u00e0 fra i negri.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;insegnamento ricavabile per noi dalla condizione di schiavit\u00f9 fra i negri, il solo a costituire un lato interessante ai nostri occhi, \u00e8 quello che conosciamo dall&#8217;idea che lo stato di natura come tale \u00e8 lo stato di in assoluta e universale ingiustizia. Anche lo stato intermedio fra lo stato di natura e la realt\u00e0 dello Stato razionale possiede momenti e tratti d&#8217;ingiustizia; perci\u00f2 troviamo la schiavit\u00f9 perfino nello Stato greco e in quello romano, cos\u00ec come troviamo la servit\u00f9 della gleba fino ai tempi pi\u00f9 recenti. Tuttavia, allorch\u00e9 esiste all&#8217;interno dello Stato, la schiavit\u00f9 \u00e8, a sua volta, un momento di progresso rispetto all&#8217;esistenza sensibile, puramente isolata, \u00e8 un momento di educazione, un modo di partecipare a una morale superiore e alla cultura che vi si accompagna. La schiavit\u00f9 \u00e8 in s\u00e9 e per s\u00e9 un&#8217;ingiustizia, poich\u00e9 l&#8217;essenza dell&#8217;uomo \u00e8 la libert\u00e0; tuttavia, bisogna che prima l&#8217;uomo divenga maturo per la libert\u00e0. Perci\u00f2 l&#8217;abolizione graduale della schiavit\u00f9 \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 appropriato, di pi\u00f9 coretto, che non la sua cancellazione improvvisa.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Davanti a tanto candore, davvero non si saprebbe da che parte incominciare.<\/p>\n<p>La cosa che pi\u00f9 balza all&#8217;occhio \u00e8 che Hegel procede per generalizzazioni assolute: i &quot;negri&quot; sono tutti maghi, tutti cannibali, tutti spregiatori della vita, tutti venditori dei parenti, tutti <em>homo homini lupus<\/em>; <em>ergo,<\/em> il meglio che poteva loro capitare era di esser fatti schiavi dagli Europei, in modo da imparare una buona volta il valore della vita umana.<\/p>\n<p>Quello che maggiormente stupisce, in queste inverosimili semplificazioni (e ricordiamo che la vera filosofia consiste nel riconoscere sfumature e differenze, anche minime, di statuto ontologico) non \u00e8 neanche l&#8217;immensa credulit\u00e0 con la quale Hegel ha trangugiato ciecamente i racconti di alcuni commercianti e missionari europei, che si accostarono al mondo africano con assoluta incomprensione e con la mente ingombra di ogni sorta di pregiudizi, quanto la totale mancanza di cognizione delle categorie antropologiche che egli maneggia <em>in universale.<\/em> Per fare un esempio, quando parla dell&#8217;antropofagia, non viene neppure sfiorato dal pensiero che, dopotutto, potrebbero esisterne svariate forme; e che essa, in ogni caso, possa avere un significato rituale piuttosto che puramente gastronomico.<\/p>\n<p>Nemmeno per un istante la sua dura scorza di professore tedesco \u00e8 sfiorata dal dubbio che quei &quot;negri&quot; non siano altro che barbari feroci e irragionevoli, capaci solo di massacrarsi a vicenda e di calpestare i vincoli pi\u00f9 sacri dell&#8217;amore filiale o parentale, solo per squallide ragioni venali. Peccato sia vissuto troppo presto per poter vedere Auschwitz o Dachau o anche il genocidio che i suoi compatrioti condussero contro il popolo africano degli Herero, in piena <em>belle \u00e9poque<\/em> (cfr. il nostro articolo <em>Namibia 1904: il genocidio dimenticato del popolo Herero<\/em>, sul sito di Arianna Editrice; vedi anche il numero 1 del 2007 della rivista <em>Il pensiero mazziniano,<\/em> Forl\u00ec, pp. 137-171). Ma nemmeno se avesse potuto assistere a tali eventi, crediamo, egli si sarebbe lasciato smuovere dalle proprie convinzioni: non aveva forse affermato che la schiavit\u00f9 esercitata da uno Stato, come Atene o Roma, \u00e8 un fattore altamente apprezzabile di progresso morale, mentre quella delle trib\u00f9 selvagge non \u00e8 che ingiustizia pura e semplice? Armato e corazzato di una simile doppia morale, tale da far impallidire quella del pi\u00f9 scaltrito gesuita del XVII secolo, egli ci avrebbe pazientemente spiegato che i campi di sterminio dello Stato sono una cosa, mentre le uccisioni decretate da un piccolo despota tribale sono tutta un&#8217;altra cosa.<\/p>\n<p>E poi, magari, qualcuno ha pure il coraggio di dire che Hegel non sa apprezzare le debite sfumature e distinzioni e che procede per generalizzazioni eccessive&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ma infine chi \u00e8, o che cosa \u00e8, un filosofo? 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