{"id":25574,"date":"2008-06-13T09:17:00","date_gmt":"2008-06-13T09:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/13\/hara-il-centro-vitale-delluomo-dallo-zen-alla-concezione-di-karlfried-graf-durckheim\/"},"modified":"2008-06-13T09:17:00","modified_gmt":"2008-06-13T09:17:00","slug":"hara-il-centro-vitale-delluomo-dallo-zen-alla-concezione-di-karlfried-graf-durckheim","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/13\/hara-il-centro-vitale-delluomo-dallo-zen-alla-concezione-di-karlfried-graf-durckheim\/","title":{"rendered":"Hara, il centro vitale dell&#8217;uomo, dallo Zen alla concezione di Karlfried Graf D\u00fcrckheim"},"content":{"rendered":"<p><em>L&#8217;uomo ha una doppia origine: egli \u00e8 infatti di origine terrestre e terrena, naturale e soprannaturale. L&#8217;Occidente non ha compreso questa doppia origine perch\u00e9 ha dato per scontato che quella \u00abceleste\u00bb sia esclusivamente materia di fede e che soltanto la realt\u00e0 \u00abterrena\u00bb possa essere oggetto di conoscenza scientifica e di analisi tecnica. L&#8217;Occidente ha scoraggiato l&#8217;uomo nella sua evoluzione spirituale. Tuttavia la provenienza celeste dell&#8217;uomo \u00e8 la sua vera essenza. Nella profondit\u00e0 del suo essere l&#8217;uomo partecipa del Divino e pu\u00f2 rendersene conto attraverso particolari esperienze.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;uomo \u00e8 cittadino di due mondi: quello condizionato dallo spazio-tempo e accessibile alla ragione e all&#8217;approccio tecnico, e quello che costituisce la realt\u00e0 autentica del suo essere e che \u00e8 al di l\u00e0 dello spazio e del tempo; quest&#8217;ultimo \u00e8 accessibile soltanto alla nostra coscienza interiore, intima, e non alla ragione legata all&#8217;osservazione oggettiva.<\/em><\/p>\n<p><em>La destinazione dell&#8217;uomo consiste nel diventare una persona che nella propria esistenza legata allo spazio-tempo pu\u00f2 rendere testimonianza al suo essere sganciato da spazio e tempo. Per giungere a tanto, dobbiamo prima di tutto imparare a prendere sul serio le esperienze nelle quali n particolari momenti la divina essenza ci tocca e ci chiama.<\/em><\/p>\n<p><em>Questo \u00e8 il significato profondo di ogni esercizio spirituale, cos\u00ec come io lo intendo: aprirsi all&#8217;unione col Divino attraverso esperienze che lo testimoniano e mettere sempre pi\u00f9 in atto un modo di essere che ci consenta di avvertire e sperimentare il Divino nella vita quotidiana.<\/em><\/p>\n<p><em>La doppia origine dell&#8217;uomo \u00e8 quindi<\/em> accessibile all&#8217;esperienza<em>. Essa \u00e8 la fonte, la promessa e il compito della vita umana, e pu\u00f2 essere vissuta sulla via iniziatica, il cui punto di partenza \u00e8 l&#8217;esperienza dell&#8217;essere e il cui strumento \u00e8 l&#8217;esercizio spirituale, l&#8217;<\/em>exerzitium.<\/p>\n<p><em>La vita, vissuta come cammino iniziatico, \u00e8 la vita dell&#8217;uomo che si \u00e8 destato alla sua autentica essenza. Mi sembra che sia giunta l&#8217;ora in cui l&#8217;Occidente debba destarsi a questa esperienza., che non deve restare privilegio dell&#8217;Oriente.<\/em><\/p>\n<p>Queste parole (citate in: Paola Giovetti, <em>I grandi iniziati del nostro tempo<\/em>, Rizzoli, Milano, 1993, pp. 209-10) sono state scritte da Karlfried Graf D\u00fcrckheim, che alcuni considerano una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 significative del XX secolo: un Maestro di prima grandezza, un autentico spirito illuminato, capace di tracciare la strada all&#8217;umanit\u00e0 smarrita di questo nostro tempo.<\/p>\n<p>Eppure, se andiamo a prendere una enciclopedia generale o un dizionario di filosofia, alla voce <em>D\u00fcrckheim<\/em> non troveremo, quasi certamente, nulla; la &quot;voce&quot; pi\u00f9 simile sar\u00e0 quella relativa al francese \u00c9mile D\u00fcrkheim (1858-1917), uno dei padri nobili del pensiero sociologico e antropologico europeo, tra la fine dell&#8217;Ottocento e i primi del Novecento; autore, fra l&#8217;altro, di studi sulle trib\u00f9 &quot;totemiche&quot; dell&#8217;interno dell&#8217;Australia.<\/p>\n<p>La cultura &quot;ufficiale&quot; pare non essersi ancora resa conto che la figura di Karlfried Graf D\u00fcrckheim svetta gigantesca nel panorama della spiritualit\u00e0 contemporane; e che, un giorno, essa verr\u00e0 ricordata come quella di uno dei pochi, veri spiriti grandi dell&#8217;Europa novecentesca. Purtroppo \u00e8 sempre cos\u00ec: la cultura accademica ha sempre lo sguardo rivolto all&#8217;indietro, \u00e8 sempre vittima di una forma di idolatria della storia (contro la quale gi\u00e0 Nietzsche metteva in guardia, in piena stagione storicistica); e, viceversa, afflitta da una cronica miopia per quanto riguarda il presente. Cos\u00ec come gli strateghi si preparano sempre alla <em>prossima<\/em> guerra con gli strumenti, materiali e concettuali, di quella <em>precedente<\/em>, allo steso modo gli studiosi della scienza e dell&#8217;arte pensano il mondo con le lenti della generazione passata. \u00c8 una forma di presbiopia dalla quale difficilmente ci si pu\u00f2 sottrarre, se non si esercita una continua critica dei propri schemi mentali consolidati.<\/p>\n<p>Karlfried Graf D\u00fcrckheim nasce a Monaco di Baviera, nel 1896, da una famiglia di antica nobilt\u00e0<em>.<\/em> Trascorre l&#8217;infanzia in campagna; studia musica e frequenta il liceo classico; poi, non appena diplomato, parte volontario per la prima guerra mondiale, come tanti altri giovani nei giorni convulsi dell&#8217;estate 1914. Nominato tenente, presta servizio al fronte per tutta la durata del conflitto; si comporta da valoroso, ma riesce a non trovarsi mai nella condizione di dover uccidere un essere umano. Nel 1918 viene smobilitato e rientra nella vita civile.<\/p>\n<p>L&#8217;orientamento della sua esistenza comincia a prendere una direzione spirituale ben precisa. Rinunciando all&#8217;eredit\u00e0 paterna, si immerge negli studi di filosofia e psicologia e si laurea nel 1930, a Lipsia, dedicandosi poi, per alcuni anni, all&#8217;insegnamento della psicologia presso l&#8217;Universit\u00e0 di Kiel. Intanto, avviene l&#8217;incontro decisivo della sua vita con lo Zen: durante una conversazione tra amici, resta folgorato dalla lettura di un brano del <em>Tao Te Ching.<\/em> Da quel momento, lo Zen diviene il centro della sua vita spirituale; ad esso egli affianca la lettura e la meditazione dei mistici cristiani e, in particolare, di Meister Eckhart, il celebre frate domenicano che diventer\u00e0, per lui, il Maestro per antonomasia.<\/p>\n<p>L&#8217;avvento di Hitler al potere, nel 1933, lo spinge a cercare spazio fuori della sua patria, anche perch\u00e9 la famiglia materna \u00e8 di origini ebraiche. Dopo un periodo trascorso a Londra ed uno in Sud Africa, nel 1938 accetta dal ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop, un incarico di tipo culturale da svolgere in Giappone: dovr\u00e0 tenere conferenze, occuparsi di alcune biblioteche e curare i rapporti fra gli studiosi e gli insegnanti tedeschi residenti in Estremo Oriente. Salvo un breve rientro in Europa, nel 1939, per assistere la moglie Enja von Hattingberg morente di cancro, D\u00fcrckheim rimane in Giappone per oltre un decennio, che sar\u00e0 fondamentale per la sua vita e per l&#8217;evoluzione del suo pensiero.<\/p>\n<p>Il lungo soggiorno nel Paese del Sol Levante gli offre la possibilit\u00e0 di approfondire i suoi studi sullo Zen, anche mediante la frequentazione di insigni maestri giapponesi, tra i quali Hayashi, abate di un importante monastero presso Kyoto. Ed \u00e8 in quegli anni che D\u00fcrckheim focalizza pienamente il concetto di <em>hara<\/em>, che una traduzione letterale ridurrebbe alla parola &quot;ventre&quot;, mentre si tratta di qualcosa di molto pi\u00f9 complesso: il centro vitale dell&#8217;uomo, il segno del suo raggiunto equilibrio psicofisico, della sua perfetta padronanza del proprio corpo cos\u00ec come del proprio spirito, della propria volont\u00e0 e dei propri pensieri. &quot;Essere in <em>hara<\/em>&quot;, pertanto, significa aver realizzato la propria evoluzione, aver conquisto la pienezza della condizione umana, sia nella sua dimensione terrestre che in quella celeste. Vuol dire liberarsi dal piccolo Io, dominato dalle passioni e dall&#8217;ignoranza, e accedere alla dimensione superiore, nella quale si realizza l&#8217;incontro fra l&#8217;umano e il Divino; scoprire &#8211; come dice anche Meister Eckhart &#8211; la rivelazione ineffabile di Dio in noi.<\/p>\n<p>Dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, gli Americani sbarcano in Giappone e occupano militarmente il Paese sconfitto, procedendo a una sommaria epurazione degli elementi politicamente sospetti. D\u00fcrckheim, come cittadino tedesco e come funzionario del Ministero degli Esteri germanico, viene arrestato senza tanti complimenti e recluso in cella per circa un anno e mezzo. Lo accusano di essere un nazista; in Europa, intanto, si celebra la vendetta dei vincitori col processo di Norimberga, in cui anche Ribbentrop, fra gli altri, viene condannato a morte e giustiziato. D\u00fcrckheim, peraltro, utilizza il periodo della detenzione per dedicarsi intensamente allo studio e per praticare lo <em>Za-Zen<\/em>, la tecnica di meditazione in posizione seduta, trovando serenit\u00e0 e conforto e destando l&#8217;ammirazione di quanti gli stanno intorno.<\/p>\n<p>Finalmente, nella primavera del 1947, egli pu\u00f2 tornare a casa, in una Germania ancora sconvolta dalle distruzioni della guerra e dai feroci bombardamenti aerei degli Alleati. In mezzo a quelle macerie morali e materiali, e dopo aver appreso la morte di tante persone care, D\u00fcrckheim incontra una vecchia allieva, Maria Hippius, che diviene la nuova compagna della sua vita e che lo rimarr\u00e0 sino alla fine. Insieme acquistano una casa a Hinter-Todtmoos, nella Foresta Nera; e poi, poco alla volta, alcune altre strutture, che consentono loro di mettere in piedi un istituto di terapia iniziatica, il cui scopo \u00e8 aiutare le persone afflitte da disturbi e malattie a ritrovare la guarigione e l&#8217;equilibrio materiale e spirituale. La terapia \u00e8 ispirata sia alla psicologia junghiana (e, in particolare, al processo di <em>individuazione<\/em> teorizzato da Carl Gustav Junhg), sia alle tecniche di meditazione Zen, sia, infine, a una serie di esercizi psico-fisici; e il suo fine dichiarato \u00e8 quello di risvegliare la natura divina presente all&#8217;interno di ogni essere umano, il Cristo o il Buddha che giace al fondo della sua anima.<\/p>\n<p>Ciascuno di noi, sostiene D\u00fcrckheim, deve convincersi che \u00e8 alla sua portata fare appello a una serie di potenti energie interiori, che si manifestano in fenomeni quali la telepatia, la chiaroveggenza e simili, che possediamo ma non siamo abituati ad utilizzare. Procedendo per gradi, dobbiamo servirci di un maestro per risvegliare il Maestro interiore che \u00e8 dentro di noi. Per secoli la cultura occidentale, e gran parte del pensiero cristiano, hanno convogliato tutta l&#8217;attenzione degli individui sull&#8217;idea di un Dio trascendente, al quale possiamo rivolgerci solo mediante un atto di sottomissione; \u00e8 giunto il tempo, invece &#8211; sulla scorta dello Zen e di altre filosofie orientali, ma anche di mistici occidentali quali Meister Eckhart &#8211; di riscoprire la presenza interiore del Divino, ossia la divinit\u00e0 che \u00e8 il nucleo essenziale della nostra natura.<\/p>\n<p>Queste idee, che possono sembrare ardite dal punto di vista di una religiosit\u00e0 tradizionale, non scandalizzano importanti personalit\u00e0 del cristianesimo, ad esempio il gesuita padre Hugo Lassalle, egli pure grande ammiratore dello Zen e convinto, anzi, che lo Zen sia una delle vie privilegiate per accedere all&#8217;esperienza dell&#8217;unione mistica col Cristo. Anche altri pensatori e mistici cristiani, del resto &#8211; purch\u00e9 dotati di un&#8217;esperienza diretta della spiritualit\u00e0 asiatica &#8211; sono giunti, negli ultimi anni, alle stesse conclusioni: tra essi Raimon Panikkar e padre Anthony Elenjimittam, dei quali ci siamo a suo tempo occupati in apposita sede (cfr. F. Lamendola, <em>Raimon Panikkar e la torre di Babele della cultura moderna<\/em>; e <em>Dalla storia di Uddalaka ad un ecumenismo cosmico<\/em>, consultabili entrambi sul sito di Arianna Editrice). Sono giunti, cio\u00e8, alla conclusione che non esiste una differenza sostanziale fra le grandi esperienze religiose dell&#8217;Oriente e dell&#8217;Occidente, almeno quando ci si pone su un livello mistico. L&#8217;incontro con il Divino pu\u00f2 prendere diverse denominazioni e raffigurazioni, a seconda dei differenti ambiti culturali: ma, fondamentalmente, si tratta sempre di una sola ed unica esperienza.<\/p>\n<p>D\u00fcrckheim \u00e8 anche dotato di una eccezionale capacit\u00e0 di penetrazione psicologica, che nasce dall&#8217;empatia con la quale si rapporta al prossimo; nonch\u00e9 di poteri terapeutici di ordine paranormale. Una volta, diagnostica esattamente un cancro al seno ad una sua allieva olandese e futura collaboratrice, consigliandole &#8211; per\u00f2 &#8211; di non lasciarsi curare mediante la medicina tradizionale. Gli esami confermano la presenza del tumore, per cui i medici propongono alla donna un immediato intervento chirurgico per l&#8217;asportazione totale del seno; ma lei segue il consiglio del maestro e si sottopone alla sua terapia, consistente nel risveglio delle sue facolt\u00e0 interiori nascoste. Nel giro di tre mesi, il tumore \u00e8 completamente scomparso.<\/p>\n<p>Dopo quarant&#8217;anni di intensa attivit\u00e0 presso il centro di Todtmoos-R\u00fctte, durante i quali moltissime persone hanno conosciuto e apprezzato l&#8217;opera di D\u00fcrckheim &#8211; compresi sacerdoti e personalit\u00e0 della cultura internazionale &#8211; , il maestro si spegne, nel dicembre del 1988.<\/p>\n<p>Non ha lasciato eredi diretti, anche perch\u00e9 \u00e8 sempre stato contrario all&#8217;idea che il discepolo debba porsi in una condizione di dipendenza passiva dal proprio maestro. Secondo lui, chi \u00e8 maturo per affrontare la via e cerca il Maestro non lo troverebbe, o non lo riconoscerebbe, se non fosse gi\u00e0 maturo per risvegliare, un poco alla volta, il proprio Maestro interiore.<\/p>\n<p>Riportiamo alcuni passi dal libro di Karl Graf D\u00fcrckheim <em>Hara. Il centro vitale dell&#8217;uomo secondo lo Zen<\/em> (titolo originale: <em>Hara, die Erdmitte des Menschen<\/em>; traduzione italiana di Carlo d&#8217;Altavilla, Edizioni Mediterranee, Roma, 1969), scelti fra i pi\u00f9 significativi, dai quali si evincono la chiarezza concettuale e la limpidezza stilistica di questo grande personaggio, che sa andare dritto al cuore delle questioni e disdegna ogni artificio retorico.<\/p>\n<p><em>Se l&#8217;<\/em>hara <em>\u00e8 congenito nell&#8217;uomo, esso si presenta per\u00f2 anche come una conquista. Il compito dell&#8217;uomo, di divenire un essere intero, pu\u00f2 venire realizzato solo superando di continuo ci\u00f2 che si oppone a tale sviluppo. A tanto, occorre che egli senta in s\u00e9 una forza profonda, che assuma coscientemente tale forza e la alimenti: \u00e8 allora che egli si avvier\u00e0 verso il compimento.<\/em><\/p>\n<p><em>Il compito di realizzare il giusto mezzo in se stessi pu\u00f2 essere assolto soltanto da chi, con perseveranza e fedelt\u00e0, senza temere la sofferenza e con grande pazienza \u00e8 capace di superare tutto ci\u00f2 che impedisce l&#8217;acquisizione dell&#8217;<\/em>hara, <em>favorendo invece tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 essere una espressione adeguata dell&#8217;<\/em>hara <em>raggiunto e consolidato. Non \u00e8 possibile divenire un uomo intero senza l&#8217;<\/em>hara<em>, senza la conquista del \u00abcentro\u00bb psicosomatico. Acquistare l&#8217;<\/em>hara <em>addestrandosi significa anche aprirsi la via lungo la quale l&#8217;uomo pu\u00f2 divenire<\/em> intero<em>.<\/em><\/p>\n<p><em>Tuttavia l&#8217;uomo \u00e8 veramente\u00ab intero\u00bb solamente quando nel suo Io si realizza quella essenza di cui egli \u00e8 l&#8217;incarnazione. L&#8217;uomo non \u00e8 \u00ab intero\u00bb prima che si sia integrato in tale essenza, cio\u00e8 fino a quando in lui vive un Io il quale non \u00e8 l&#8217;espressione di essa ma \u00e8 determinato dall&#8217;esterno. Per realizzare nell&#8217;Io l&#8217;essenza \u00e8 indispensabile sviluppare conoscenze e attivit\u00e0 formative e creatrici, ma la condizione \u00e8 anche il metter nuovamente radice nel centro originario, dunque l&#8217;<\/em>hara.<\/p>\n<p><em>Ora, ci\u00f2 richiede un addestramento e una pratica che comprendono una serie ininterrotta di esercizi, i quali non mirano tanto a prestazioni interiori quanto a una acquisizione interiore. Ci\u00f2 che qui importa non \u00e8 l&#8217;attivit\u00e0 come tale n\u00e9 il risultato tangibile \u00e8 ma una trasformazione del proprio intimo essere. E come il presupposto di una vera maestria nel fare e nell&#8217;agire \u00e8 una particolare disposizione che l&#8217;uomo ha fatto propria, del pari, per converso, l&#8217;addestrarsi in una certa attivit\u00e0 o opera pu\u00f2 servire come mezzo per realizzare una maestria interiore.<\/em><\/p>\n<p><em>A tale stregua, il significato di ogni attivit\u00e0 si sposta dall&#8217;esterno all&#8217;interno. Pi\u00f9 che la riuscita visibile, importa il definirsi della costituzione dell&#8217;uomo, lo stabilizzarsi della quale porta<\/em> anche <em>a prestazioni perfette non aventi per\u00f2 in se stesse il loro senso e il loro valore. Cos\u00ec intesa, ogni arte pu\u00f2 fornire l&#8217;occasione per esercitarsi progressivamente sulla \u00abvia interiore\u00bb. Allora si capisce come in Giappone si possa dire: \u00abTirar d&#8217;arco, danzare, comporre mazzi di fiori, cantare, prendere il t\u00e8 e lottare sono<\/em> una stessa cosa<em>\u00bb. Dal punto di vista del risultato materiale, della prestazione nel suo aspetto esteriore, una tale frase non ha senso. Essa appare evidente solo avendo in vista il comune intento, che \u00e8 la propria autorealizzazione.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 cos\u00ec che pel Giapponese ogni arte e perfino ogni sport pu\u00f2 assumere un significato che trascende la \u00abprestazione\u00bb, l&#8217;attivit\u00e0 materiale e visibile; l&#8217;esercitarla porta di l\u00e0 dal fine apparente; il suo vero fine \u00e8 uno stato di tutto l&#8217;uomo che una volta conseguito pu\u00f2 anche dar luogo a prestazioni tanto perfette quanto naturali, compiute quasi giocando e senza sforzo, allo stesso modo che quando una mela \u00e8 matura cade da S\u00e9, senza che l&#8217;albero debba intervenire.<\/em> (K. Graf D\u00fcrckheim, <em>Op. cit.<\/em>, pp. 24-25).<\/p>\n<p><em>Quando il maestro Hayashi mi diede il foglio, nel ringraziarlo gli chiesi: \u00abCome si fa a divenire un Maestro?\u00bb. Con un lieve sorriso egli rispose: \u00abFacendo semplicemente uscire il Maestro che \u00e8 dentro di noi\u00bb. S\u00ec: \u00abfacendo semplicemente uscire\u00bb &#8211; come se ci\u00f2 fosse una cosa da nulla!<\/em><\/p>\n<p><em>La via che conduce a tanto \u00e8 lunga. \u00c8 appunto la via insegnata dai Maestri d&#8217;Oriente. \u00c8 la via della pratica, come essi l&#8217;intendono, ossia nei termini di un<\/em> exercitium ad integrum.<\/p>\n<p><em>Nell&#8217;<\/em>exercitium <em>cos\u00ec concepito l&#8217;uomo impara a superarsi. Naturalmente la via che conduce all&#8217;acquisizione di una data capacit\u00e0 richiede anzitutto un&#8217;attenzione concentrata, una volont\u00e0 ferma, e instancabile, la perseveranza nel ripetere sempre di nuovo una data attivit\u00e0. Per\u00f2 l&#8217;<\/em>exercitium <em>in senso proprio comincia solo quando si \u00e8 padroneggiata la tecnica nei suoi aspetti materiali, quando chi si esercita si rende conto di quanto siano d&#8217;ostacolo sia l&#8217;ambizione e il desiderio di eccellere, sia il timore di non riuscire. Ma la pietra basilare di ogni esercizio resta sempre l&#8217;acquisizione e il consolidamento del<\/em> centro.<\/p>\n<p><em>Il maggiore ostacolo quando ci si applica per acquistare la forza del centro \u00e8 l&#8217;attaccamento all&#8217;Io che con la sua ottusa pertinacia turba sempre di nuovo la manifestazione perfetta di ogni capacit\u00e0. \u00c8 quando si riesce ad eliminare le interferenze di questo Io inferiore che potr\u00e0 aversi una prestazione ineccepibile la quale allora sar\u00e0 il segno e il frutto di una maturit\u00e0 interiore. A tale punto l&#8217;intelligenza astratta non \u00e8 pi\u00f9 necessaria, la volont\u00e0 tace, l&#8217;animo \u00e8 calmo e l&#8217;uomo, felice e sicuro, agisce, per cos\u00ec dire, senza agire. Non \u00e8 pi\u00f9 lui a tirare sul bersaglio: \u00e8 come se il colpo partisse da s\u00e9.<\/em><\/p>\n<p><em>La maestria nell&#8217;azione si manifesta quando l&#8217;azione stessa non \u00e8 pi\u00f9 compiuta dall&#8217;Io in senso stretto ma da una forza sovrannaturale che noi possediamo e che si palesa attraverso atti perfetti e mirabili quando il piccolo Io si toglie di mezzo. E l&#8217;uomo che in un qualsiasi dominio ha preso coscienza di tale forza della propria essenza e sa affidarsi ad essa, per ci\u00f2 stesso si trova sulla via lungo la quale potr\u00e0 acquistare un nuovo, libero senso della vita.<\/em><\/p>\n<p><em>Pertanto, con lo sviluppare l&#8217;<\/em>hara <em>si dispone di una energia e di una sicurezza per prestazioni e azioni che anche con le capacit\u00e0 materiali pi\u00f9 perfette, con la volont\u00e0 pi\u00f9 tenace e con l&#8217;attenzione pi\u00f9 concentrata non si saprebbero compiere. \u00abRiesce in modo perfetto soltanto quello che viene fatto con l&#8217;<\/em>hara<em>\u00bb. Come la vita nel suo complesso pu\u00f2 ampliarsi solo quando l&#8217;uomo diviene una sola cosa col proprio centro, del pari ogni manifestazione della vita &#8211; sia combattendo, sia dedicandosi ad un&#8217;arte, sia nell&#8217;amore e via dicendo &#8211; . \u00abriesce\u00bb a chi ha conquistato l&#8217;<\/em>hara (<em>Op.<\/em> <em>cit<\/em>., pp. 31-32).<\/p>\n<p><em>&#8230;<\/em>Hara <em>\u00e8 il centro del corpo umano &#8211; ma il corpo, in quanto corpo umano, \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 di una mera realt\u00e0 biologica e fisiologica. Peraltro, il significato complessivo di quella espressione &#8211;<\/em> hara no aru hito <em>&#8211; \u00e8: \u00abl&#8217;uomo che possiede un centro\u00bb. Corrispondentemente,<\/em> hara no nai hito <em>vuol dire: l&#8217;uomo privo di un centro. L&#8217;uomo a cui manca un centro perde facilmente l&#8217;equilibrio, mentre chi lo ha lo conserva sempre. In pi\u00f9, in lui vi \u00e8 qualcosa di calmo e che tutto abbraccia. Ha una \u00abampiezza umana\u00bb. L&#8217;espressione<\/em> hara no aru hito <em>significa anche questo. E quando questo aspetto ha un particolare rilievo, si parla di<\/em> hara no hiroi hito<em>, intendendo, come gi\u00e0 con<\/em> hara no aru hito<em>, l&#8217;uomo che ha una grandezza d&#8217;animo, che \u00e8 generoso, che ha ampie vedute, opposto all&#8217;<\/em>hara no nai hito <em>o all&#8217;<\/em>hara nochiisai hito<em>, che \u00e8 l&#8217;uomo dall&#8217;animo limitato e meschino. Ma qui non si tratta solo delle relazioni con altri uomini e del modo di sentire ma anche di comportamento di fronte a situazioni che si presentano ad un tratto e del modo di giudicare e di reagire. L&#8217;uomo che ha un centro giudica in modo sereno ed equilibrato. Ha il senso di ci\u00f2 che \u00e8 importante e di ci\u00f2 che non lo \u00e8. La realt\u00e0 gli si presenta non deformata ma nella relazione oggettiva dei suoi valori. L&#8217;<\/em>hara no aru hito <em>lascia tranquillamente che la realt\u00e0 gli si avvicini; nulla lo spaventa, nulla altera la sua calma prontezza a intervenire in modo adeguato. Non si tratta, qui, di insensibilit\u00e0, ma dell&#8217;effetto di una data costituzione interiore da lui realizzata, caratterizzata da una elasticit\u00e0 \u00abin profondit\u00e0\u00bb, la quale permette di prender posizione nel modo giusto di fronte ad ogni situazione, con naturalezza e con calma. Cos\u00ec l&#8217;epressione<\/em> hara no aru hito <em>allude anche direttamente a chi un dato frangente sa quel che deve fare, non lasciando che nulla lo sconvolga. Se al divampare di un incendio i pi\u00f9 si agitano e corrono in modo disordinato, l&#8217;<\/em>hara no aru hito <em>fa in modo calmo e rapido quel che vi \u00e8 da fare, constata la direzione del vento, mette in salvo le cose pi\u00f9 importanti, porta dell&#8217;acqua, agisce senza sosta come la situazione l&#8217;esige, con chiarezza di mente. L&#8217;<\/em>hara no nai hito <em>\u00e8 l&#8217;opposto di ci\u00f2.<\/em> (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 34-35).<\/p>\n<p>Si prenda ora la limpida immagine dell&#8217;uomo che, possedendo un centro, sa giudicare le cose in modo sereno ed equilibrato; che possiede il senso di ci\u00f2 che \u00e8 importante e di ci\u00f2 che non lo \u00e8; che sa vedere la realt\u00e0 in maniera non deformata, e conserva padronanza e lucidit\u00e0 nei perigli della vita; e la si confronti con ci\u00f2 che dicono i filosofi occidentali, i quali si sono confrontati con il problema della passioni. Si pensi a Spinoza, per esempio, che al dominio delle passioni ha dedicato le pagine pi\u00f9 alte della sua <em>Etica<\/em>: quale impressione di astratto intellettualismo; quale differenza con la presa immediata, intuitiva, efficacissima, del concetto Zen dello <em>hara no aru hito.<\/em><\/p>\n<p>Basterebbe il fatto di aver diffuso in Occidente questa dottrina Zen &#8211; ma i suoi meriti sono infinitamente pi\u00f9 ampi &#8211; per fare di Karl Graf D\u00fcrckheim una figura di tutto rispetto nel panorama della spiritualit\u00e0 e del pensiero contemporaneo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo ha una doppia origine: egli \u00e8 infatti di origine terrestre e terrena, naturale e soprannaturale. 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