{"id":25565,"date":"2008-01-26T08:46:00","date_gmt":"2008-01-26T08:46:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/26\/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsun\/"},"modified":"2008-01-26T08:46:00","modified_gmt":"2008-01-26T08:46:00","slug":"io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsun","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/26\/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsun\/","title":{"rendered":"\u00abIo, traditore\u00bb: il testamento spirituale di Knut Hamsun"},"content":{"rendered":"<p>Ci siamo gi\u00e0 occupati, nel precedente saggio <em>patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun<\/em>, della cornice generale in cui ebbe luogo il processo al grande scrittore norvegese, accusato di collaborazionismo al termine della seconda guerra mondiale. In quella sede abbiamo tracciato il quadro storico entro cui collocare l&#8217;intera vicenda, con tutti i suoi risvolti politici, culturali, umani; e, al tempo stesso, abbiamo cercato di presentarla come una vicenda esemplare, paradigmatica di tutta una generazione di intellettuali &#8211; e non solo di intellettuali &#8211; che, fra il 1939 e il 1945, fecero la scelta sbagliata &#8211; la scelta che li avrebbe condotti, a guerra finita, davanti ai tribunali dei vincitori, fossero le democrazie occidentali, l&#8217;Unione Sovietica di Stalin, la Jugoslavia di Tito o i piccoli Paesi d&#8217;Europa che avevano subito l&#8217;occupazione nazista. Si tratta di nomi eccellenti, da Ezra Pound a C\u00e9line, da Ungaretti a Drieu la Rochelle, da Gentile a Heidegger, da Carl Schmitt al generale Krasnov, autore di fortunatissimi romanzi storici negli anni Venti e Trenta.<\/p>\n<p>Ora, pertanto, dando per acquisite le precise circostanze storiche in cui si svolse il processo, vogliamo riportare la testimonianza diretta del vecchio scrittore norvegese, quasi novantenne, pressoch\u00e9 sordo e vicino alla cecit\u00e0, cos\u00ec come si pu\u00f2 leggere nel suo bellissimo libro <em>Io, traditore<\/em> (titolo originale: <em>Paa Gjengrodde stier<\/em>, ossia <em>Per i sentieri dove cresce l&#8217;erba,<\/em> o anche <em>Per i sentieri rinselvatichiti;<\/em> traduzione italiana di Alfhild Motzfeldt, Roma, Ciarrapico editore, s. d. [ma 1962], pp. 225-237).<\/p>\n<p>Ricordiamo soltanto che Hamsun, accusato di alto tradimento per aver appoggiato il governo filo-tedesco di Vidkun Quisling, dal 1945 al 1948 era stato rinchiuso forzatamente in casa di cura (tipico esempio dell&#8217;uso politico della psichiatria non solo nei regimi totalitari, come l&#8217;URSS, ma anche in quelli liberal-democratici); e che aveva rifiutato con sdegno di essere dichiarato infermo di mente. Al termine del processo, nel corso del quale si era comportato con estrema dignit\u00e0 e non aveva abiurato le sue idee, era stato condannato e privato dei suoi beni, a nome del popolo norvegese. Nato nel 1859 nell&#8217;estremo nord della Norvegia, e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1920, egli aveva ottantanove anni all&#8217;epoca del processo; sarebbe vissuto ancora quattro anni, spegnendosi a N\u00f6rholm il 19 febbraio 1952.<\/p>\n<p><em>&quot;Spunt\u00f2 il gran giorno. Il tribunale sedette.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Venni ammesso in una buia sala d&#8217;udienza. E poich\u00e9 nell&#8217;ultimo anno la mia vista s&#8217;era indebolita, senza contare ch&#8217;ero sordo, dovettero condurmi per mano. Ero stordito e appena distinguevo un oggetto dall&#8217;altro. Prima prese la parola il presidente, quindi parl\u00f2 il mio difensore d&#8217;ufficio e quindi segu\u00ec una pausa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E io non avevo n\u00e9 udito, n\u00e9 veduto tutto ci\u00f2 ch&#8217;era passato. Tuttavia mi tenni calmo. Intanto cominciai a vedere un po&#8217; meglio tutte le cose e le persone che mi stavano attorno.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo la pausa, mi venne data la parola per esporre i fatti. Era un po&#8217; difficile per me poter leggere con quella cattiva luce, e pertanto mi venne dato un lume. Non vedevo molto meglio, con esso ,per leggere alcuni appunti che tenevo nelle mani, e allora non insistetti nel cercar di capire ci\u00f2 che vi avevo scritto. Ma forse non aveva alcuna importanza. Ci\u00f2 che dissi sii trova riprodotto qui di seguiti in base al resoconto stenografico. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNon intendo parlare a lungo davanti a questo onorevole tribunale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNon sono certo stato io ad aver annunziato alla stampa, molto, molto tempo fa, che oggi si sarebbe squadernato sotto i vostri occhi tutto il registro delle mie malefatte. Dev&#8217;essere stato qualcuno della cancelleria del tribunale, o qualcuno della pubblica accusa in combutta con qualche giornalista. Ci\u00f2, del resto, \u00e8 molto coerente nella mia vicenda. Due anni or sono, in una lettera al Procuratore generale, io scrissi che intendevo rendere conto di tutto ci\u00f2 che riguardava me, i miei e le mie cose, e quindi, ora che mi si presenta l&#8217;occasione, intendo concorrere all&#8217;enumerazione dei miei peccati, anche di quelli puramente spirituali.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNegli anni passati, ho ben veduto che lor signori del tribunale si son destreggiati nei miei confronti con molto zelo e bravura: cancellieri, avvocati e procuratori vi si sono applicati a gara. Tuttavia la sentenza della sezione istruttoria non risulta notevolmente influenzata da codeste singolari capacit\u00e0. In generale si son seguite le direttive di sua eccellenza il Procuratore generale. Il quale, evidentemente, perseguiva un suo concetto mistico ch&#8217;io non intesi e non intendo neanche adesso; s\u00ec che debbo rinunziare ad intenderlo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abDel resto debbo pregare le signorie vostre di volermi scusare della mia, diciamo cos\u00ec, afasia, che serve ad evitare che parole ed espressioni che per caso mi venissero alle labbra, vadano al di l\u00e0 delle mie intenzioni.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abD&#8217;altronde, da quel che ho potuto capire, debbo aver abbondantemente risposto a tutte le questioni postemi. Nei primi tempi, di quando in quando, veniva da Grimstad un agente di polizia e mi mostrava delle carte ch&#8217;io non mi davo la pena di leggere. Dopo di che si venne all&#8217;istruttoria ,il che accadde&#8230; due, tre, cinque anni fa. Dato il gran tempo trascorso, non m&#8217;\u00e8 possibile rammentarmi di nulla; tutto ci\u00f2 che posso dire \u00e8 che risposi sempre e ad ogni domanda.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNon mi comportai egualmente in quel lungo periodo di clausura nell&#8217;istituto psichiatrico di Oslo, dove si tratt\u00f2 di vedere se per caso io fossi pazzo; o, per dir meglio, si tratt\u00f2 di constatare che decisamente ero pazzo. In quel periodo mi furono rivolte delle domande cos\u00ec idiote, che non mi si pu\u00f2 chieder conto di ci\u00f2 che dissi o non dissi al professore interrogante.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abCi\u00f2 che mi dovrebbe abbattere, e addirittura sino a terra, consiste unicamente negli articoli da me scritti nei giornali. All&#8217;infuori di ci\u00f2 non esiste altra cosa che mi possa essere imputata. Ma quanto a ci\u00f2 la mia contabilit\u00e0 \u00e8 semplice e chiara, perch\u00e9 tutti i miei articoli si trovano sotto i vostri occhi, e quanto al resto non mi si pu\u00f2 dire n\u00e9 ch&#8217;io abbia denunziato qualcuno, n\u00e9 che abbia partecipato a raduni, n\u00e9 che abbia fatto affari di borsa nera. Non ho militato in nessun partito, di nessun colore, e neppure in quello nazionalsocialista di cui si pretende che io sia stato membro. E come potrei essere stato membro del nazionalsocialismo, se per quanto io sabbia cercato di capire che cosa mai fosse io non ci sono mai riuscito? Potrebbe darsi, tuttavia, ch&#8217;io abbia scritto qualche cosa nello spirito del nazionalsocialismo; questo non potrei assicurarlo con certezza perch\u00e9 non ho mai saputo quale fosse tale spirito. Se veramente l&#8217;avessi fatto, vorrebbe dire che quello spirito fu assorbito da me attraverso la lettura dei giornali. Comunque, come ho gi\u00e0 detto, gli articoli sono sotto gli occhi delle signorie vostre ed io non intendo ridurne il numero n\u00e9 attenuarne l&#8217;importanza. Pu\u00f2 essere che non siano del tutto ortodossi, quegli articoli, ma io intendo risponderne in pieno, adesso come prima e come sempre<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abPrego tuttavia di voler tener conto che andavo scrivendo in un paese occupato, in un paese invaso e, a tal proposito, vorrei dare alcune brevi informazioni su me stesso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abMi era stato detto che la Norvegia avrebbe occupato un posto eminente nella grande societ\u00e0 mondiale germanica in gestazione; chi pi\u00f9, chi meno, allora tutti vi credevano. E anch&#8217;io vi avevo creduto. Quindi \u00e8 chiaro che, scrivendo, dicevo ci\u00f2 che credevo. E se dicevo che la Norvegia avrebbe occupato un posto assai eminente fra i paesi germanici d&#8217;Europa, e se parlavo in modo adeguato alla mia credenza, del paese occupante, ci\u00f2 doveva, e ancora dovrebbe, essere inteso in modo onesto e sincero. Pertanto non avrei dovuto rischiare di cadere io stesso in sospetto, &#8230;e invece, per quanto paradossale potesse essere, vi caddi in pieno. Inoltre si sarebbe dovuto considerare ch&#8217;io mi trovavo, in permanenza, letteralmente circondato da ufficiali tedeschi, e nella mia stessa casa, e persino durante la notte. Spesse volte sino all&#8217;albeggiar del mattino. Talvolta avevo l&#8217;impressione d&#8217;essere circondato da osservatori; ossia da persone deputate a sorvegliar me e la mia casa. Quei tedeschi, che d&#8217;altronde erano d&#8217; una classe relativamente elevata, per ben due volte (se ben rammento) mi dissero chiaramente ch&#8217;io non mi comportavo come alcuni svedesi (e me ne fecero il nome) che pure erano d&#8217;un paese neutrale, mentre invece la Norvegia non lo era.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNo, non si era davvero contenti di me. Ben altro si sarebbero aspettati da me, assai pi\u00f9 ch&#8217;io non avessi dato. E quando io, in siffatte circostanze, mi mettevo a scrivere, dovrebbe comprendersi che io dovevo tenermi, per cos\u00ec dire, in equilibrio fra gl&#8217;interessi del paese e l&#8217;altra parte. E questo non dico certo per scusarmi, per difendermi, ma soltanto come una spiegazione a questo onorevole tribunale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNessuno in tutto il paese mi diceva che fosse male ci\u00f2 che andavo scrivendo. Ero relegato nella mia stanza, tutto solo con me stesso, e non sentivo nulla. Ero tanto solo che nessuno avrebbe potuto aver commercio spirituale con me; si doveva persino picchiare sulla canna fumaria della stufa per farmi discendere a prendere i miei pasti. Quel rumore lo potevo sentire. Una volta mangiato, me ne risalivo nella mia stanza e l\u00ec restavo. Per mesi e per anni in simile maniera. N\u00e9 alcuno mi fece mai il pi\u00f9 piccolo rilievo circa la mia maniera di comportarmi: non me ne ero fuggito e pensavo di aver amici nei due campi norvegesi in lotta. S\u00ec, fra i cosiddetti<\/em> quislinghi <em>ed i<\/em> jossinghi<em>. Ma non mi pervenne mai il pi\u00f9 piccolo cenno di dissenso, il pi\u00f9 piccolo suggerimento di cambiar rotta, dal mondo esterno. No, il mondo esterno si teneva diligentemente e prudentemente da parte. E accadeva raramente, o mai, che dalla mia casa o dalla mia famiglia potessi avere qualche notizia o qualche aiuto. Tutto lo si doveva far in iscritto, il che era una faccenda assai fastidiosa. In siffatte condizioni di cose, non poteva attenermi che a due soli giornali: l&#8217;<\/em>Aften Post <em>e il<\/em> Fritt Volk<em>; gli unici che mi pervenissero. E in essi non si diceva affatto che ci\u00f2 che io scrivevo fosse male. Tutt&#8217;altro!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abCi\u00f2 ch&#8217;io scrivevo non era sbagliato nella sua essenza, e nemmeno era sbagliato nel momento che lo scrivevo. Era giusto ci\u00f2 che scrivevo e quando lo scrivevo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abCercher\u00f2 di spiegarmi meglio. Perch\u00e9 scrivevo? Scrivevo per impedire che la Norvegia, ossia i giovani e gli uomini adulti, si comportassero stoltamente verso la potenza occupante, che la provocassero inutilmente col solo risultato di portar se stessi alla perdizione e alla morte. Questo era ci\u00f2 che scrivevo, questo era il tema che svolgevo in vari modi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abE quanto a coloro che oggi trionfano essendo usciti dalla mischia apparentemente vittoriosi, essi non hanno certo ricevuto, come me, la visita d&#8217;intere famiglie, e di bambini, e di uomini fatti, e di vecchi che venivano a raccomandarmi o i loro padri, o i loro figli, o i loro fratelli rinchiusi nei campi di concentramento dietro una siepe di ferro spinato e condannati a morte. S\u00ec, signori del tribunale, erano condannati a morte. Io non possedevo certo alcun potere, tuttavia era da me che venivano. No, non possedevo alcun potere, ma potevo scrivere, potevo telegrafare, per\u00f2. E allora scrivevo e telegrafavo. Scrivevo a Hitler e a Terboven. N\u00e9 sdegnai di seguir vie traverse. Mi rivolsi infatti persino a un tale, il cui nome credo che fosse M\u00fcller, che aveva fama di saper influire sul potere costituito. Ho motivo di credere che debba esistere in qualche luogo una specie di archivio dove si trovan raccolte tutte quelle lettere e i telegrammi. E furono veramente tanti!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abTutto il giorno telegrafavo e, in caso d&#8217;urgenza, telegrafavo anche la note. Si trattava della vita e della morte per i miei compatrioti. Mi riusc\u00ec d&#8217; ottenere chela moglie del mio fattore trasmettesse, per telefono, all&#8217;ufficio postale i miei telegrammi, visto che, a cagion dell&#8217;udito, io non avrei potuto farlo. Ma furon per l&#8217;appunto codesti telegrammi a render sospettosi i tedeschi nei miei riguardi, mi consideravano una specie di mediatore; un mediatore piuttosto infido, un mediatore che doveva esser tenuto d&#8217;occhio. E and\u00f2 a finire che lo stesso Hitler rigettava le mie istanze. Mi si spieg\u00f2 che ne era affatto stufo e mi si rimand\u00f2 a Terboven. Ma Terboven non si dette la pena di rispondermi nemmeno una volta. Sino a che punto i miei telegrammi fossero di qualche aiuto non lo so; come pure non so fino a che punto impressionassero i miei concittadini gli articoletti che inviavo ai giornali. Penso per\u00f2 che in luogo di svolgere la mia attivit\u00e0, forse del tutto vana, inviando lettere, articoli e telegrammi, avrei meglio provveduto ai casi miei mettendo al riparo lamia stessa persona. Avrei ben potuto fuggirmene in Svezia, come si fece da tanti altri. Non mi sarei certo smarrito, col\u00e0: vi avevo molti amici, vi si trovavano i miei grandi e potenti editori. Senza poi contare che avrei anche potuto trovare il verso di sgattaiolarmela in Inghilterra, come si faceva da molti altri. I quali si son poi visti tornare, in aria d&#8217;eroi, pel fatto che avevano abbandonato il loro paese, pel fatto che se ne erano scappati. Io non feci nulla di tutto ci\u00f2; io non mi mossi. Una simile fuga non mi sarebbe mai venuta in mente. Credetti di poter servire assai meglio il mio paese restando dov&#8217;ero. Avrei, per esempio, potuto occuparmi della mia terra nei limiti delle mie capacit\u00e0. Eran tempi di penuria e la nazione mancava di tutto. Avrei inoltre potuto impiegare la mia penna per quella Norvegia che doveva avere un posto tanto eminente fra i paesi germanici europei. Codesto pensiero, nei primi tempi, mi aveva affascinato, mi aveva entusiasmato, mi possedeva del tutto. Non saprei dire se, in tutto quel tempo del mio sequestro in casa, codesto pensiero mi avesse abbandonato; comunque mi pareva un pensiero grande per la mia Norvegia; e, a dir vero, anche oggi mi pare tale. E mi pareva che, per quell&#8217;idea, valesse la pena di faticare, di lottare. Pensate: la Norvegia del tutto indipendente, rilucente di luce propria nell&#8217;estremo nord dell&#8217;Europa! E quanto al popolo tedesco, come pure al popolo russo, io li vedevo come astri rilucenti. Codeste due potenti nazioni mi possedevano, e pensavo che esse non avrebbero deluso le mie speranze!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abSennonch\u00e9, ci\u00f2 che feci non mi and\u00f2 bene; proprio non mi and\u00f2 bene. Presto mi trovai del tutto disorientato; e il momento del mio maggior disorientamento fu quando il re, con tutto il governo, di loro spontanea iniziativa, abbandonarono il paese. In quel modo misero se stessi fuori causa. Quando ebbi notizia di un tal fatto, mi parve che la erra mi si aprisse sotto i piedi. Mi trovavo come sospeso tra cielo e terra; non vedevo nulla di saldo su cui appoggiarmi, e me rimasi l\u00ec a scrivere, a telegrafare, a meditare. Il mio stato spirituale ,in quel tempo, non fu che meditazione. E su tutto meditavo. Cos\u00ec facendo potevo ricordare a me stesso che l&#8217;orgogliosa rinomanza, gi\u00e0 posseduta dalla Norvegia, aveva attraversato tutta la Germania germanica, diventando grande in tutto il mondo. E non credo affatto di aver avuto torto a pensar queste cose; ma fu ritenuto un errore. S\u00ec, anche questo fu ritenuto un errore. Eppure era una verit\u00e0 palmare nella nostra nuova storia. Tuttavia la mia azione non raggiunse la meta che s&#8217;era prefissa, anzi, fu dato a credere al cuore di tutti che io me ne stessi l\u00ec a tradir la Norvegia, quella stessa Norvegia che, viceversa, mi studiavo d&#8217;innalzare. S\u00ec, ch&#8217;io sessi a tradirla. Ebbene, la vada pure cos\u00ec; ricada pure su di me tutto ci\u00f2 che il cuore di tutto il mondo mi vuole imputare. \u00c8 questa la mia perdita, e debbo subirla, Tanto, fra cento anni, tutto sar\u00e0 dimenticato. Fra cento anni anche quest&#8217;onorevole tribunale sar\u00e0 caduto nel nulla. Tutti i nomi di tutte le persone qui presenti saranno cassati dalla terra, fra cento anni! Nessuno sar\u00e0 pi\u00f9 ricordato, nessuno sar\u00e0 pi\u00f9 nominato, fra cento anni! E tutto il nostro destino sar\u00e0 cancellato dalla terra!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abQuando passavo i miei giorni a scrivere, facendo del mio meglio per salvar dalla morte i miei concittadini, non facevo dunque nient&#8217;altro che tradire il mio paese? Gi\u00e0, questo \u00e8 quel che si dice. Si dice ch&#8217;ero un traditore della patria. Va bene,. Vada pure cos\u00ec. Ma io non la sentivo cos\u00ec, non la concepivo cos\u00ec. E non la sento e non la concepisco cos\u00ec nemmeno adesso. Nell&#8217;anima mia regna la pace; la mia coscienza \u00e8 tranquilla.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abTengo in alta considerazione il parere della generalit\u00e0; anche pi\u00f9 in alto tengo il rispetto per l&#8217;autorit\u00e0 giudiziaria del mio paese: ma non pi\u00f9 in alto della mia coscienza del bene e del male, di ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 giusto e di ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 ingiusto. Credo d&#8217;essere abbastanza vecchio per aver diritto di possedere una linea di condotta. Questa \u00e8 la mia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNella mia ormai troppo lunga vita, in tutti i paesi dove ho viaggiato, fra tutte le razze con cui mi son mescolato, ho sempre ed eternamente portato nel cuore il mio paese natale e l&#8217;ho affermato. La mia patria intendo conservarla l\u00e0 dove si trova e nell&#8217;anima mia. E non mi resta che attendere la vostra definitiva sentenza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abDopo di che, tengo a ringraziare quest&#8217;onorevole tribunale per avermi pazientemente ascoltato.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abNon eran che queste poche e semplici cose che desideravo rappresentare a questo onorevole tribunale, in sede di dichiarazione, affinch\u00e9 non sembri, nel corso del dibattimento, ch&#8217;io sembri altrettanto muto quanto sordo. Non ho minimamente voluto pronunziare un&#8217;arringa in mia difesa; se, viceversa, il mio discorso pu\u00f2 esser apparso tale, ci\u00f2 \u00e8 dipeso dal fatto che ho dovuto rappresentare alcune circostanze da tutti ignorate. No, non ho inteso far la mia difesa, tanto \u00e8 vero che avrei potuto convalidare il mio assunto mediante le deposizioni di alcuni testimoni e me ne sono astenuto. E nemmeno ho accennato a tutta la documentazione che potrei mettere a disposizione dell&#8217;onorevole tribunale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abTutto ci\u00f2 pu\u00f2 aspettare; pu\u00f2 essere rinviato ad altra volta, forse a una migliore occasione, forse a un altro tribunale. Il suo giorno verr\u00e0. E potrebb&#8217;essere anche domani. Io posso attendere: ho tanto tempo davanti a me. Che sia morto o che sia vivo, questo non pu\u00f2 avere alcuna importanza. \u00c8 assolutamente indifferente per l&#8217;intero mondo come vada a finire un singolo individuo. Il quale, in questo caso sono io. Ed io, come ho detto, posso aspettare. Trover\u00f2 bene qualche cosa da fare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo il mio discorso, fu la volta del pubblico ministero. Dopo di lui tocc\u00f2 al mio difensore d&#8217;ufficio. E intanto io, ancora per ore e ore, dovetti starmene l\u00e0 senza affatto capire ci\u00f2 che andava accadendo. Alla fine l&#8217;onorevole tribunale mi pose delle domande scritte a cui risposi verbalmente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E cos\u00ec se ne pass\u00f2 quella memoranda giornata; poi fu sera e venne il buio. Era finita.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Abbiamo sostenuto, nel nostro precedente articolo, di non voler cadere nell&#8217;atteggiamento dello scrittore svedese Per Olov Enquist (nato nel 1934), nel suo libro <em>Processo a Hamsun<\/em> (traduzione italiana Milano, Iperborea, 1996), il quale finisce per impancarsi a giudice di un autoproclamato tribunale della cultura e per trattare Hamsun &#8211; artista tanto pi\u00f9 grande di lui &#8211; come l&#8217;imputato di un secondo e definitivo processo, quello ideale.<\/p>\n<p>Peggio, Enquist ha finito per indossare i panni dello psichiatra (proprio il tipo di giudice che Hamsun aveva sdegnosamente rifiutato), sentenziando che il peccato capitale del grande scrittore era stato l&#8217;orgoglio e che, per aver voluto guardare troppo lontano, egli non aveva voluto abbassare lo sguardo sulla realt\u00e0 pi\u00f9 vicina e immediata. Secondo lo scrittore svedese, Hamsun non vide &#8211; o, per dir meglio, non volle vedere &#8211; le camere a gas e tutto il resto, perch\u00e9 aveva lo sguardo puntato troppo in alto. Una sorta di presbiopia ideologica e spirituale, insomma. Peccato che una tale sentenza, o meglio, che una tale diagnosi clinica, pecchi terribilmente di anacronismo, in quanto si riduce a un misero senno del poi.<\/p>\n<p>Quanti Norvegesi, quanti Europei, nel 1939-45, non videro o non vollero vedere le fosse di Katyn, ove i carnefici di Stalin gettarono migliaia e migliaia di ufficiali polacchi, fucilati dopo l&#8217;invasione russo-tedesca del 1939 <em>e dopo la resa dell&#8217;esercito polacco<\/em>; come non vollero vedere lo sterminio dei <em>kulaki<\/em>, i <em>gulag<\/em> della Siberia e dell&#8217;Estremo Oriente, l&#8217;assassinio di Trotzkij nel Messico neutrale? Quanti Inglesi non vollero vedere le bombe incendiarie che distrussero Dresda, quanti Americani non vollero vedere le atomiche di Hiroshima e Nagasaki; o, peggio, le giustificarono a cuor leggero, credendo alla storiella della necessit\u00e0 militare &quot;per risparmiare vite umane&quot;? Quanti Iugoslavi non vollero sapere delle stragi in massa dei <em>cetnici<\/em> e degli <em>ustascia<\/em>; quanti Italiani non vollero nemmeno sentir parlare delle foibe e del dramma dei profughi giuliani? C&#8217;\u00e8 bisogno di ricordare che questi ultimi, costretti a fuggire, da un giorno all&#8217;altro, da Pola, da Fiume, da Zara, senza nulla poter portare con s\u00e9, furono accolti con indifferenza o con fastidio dai loro compatrioti, presso i quali avevano cercato accoglienza; e che si videro lungamente relegati nei campi profughi, come dei lebbrosi? Che alcuni oratori del Partito Comunista Italiano, nel corso di pubblici comizi, li paragonarono &#8211; con irridente gioco di parole &#8211; ai membri della banda del delinquente Giuliano, che in quegli anni insanguinava le contrade della Sicilia?<\/p>\n<p>Da parte nostra, non cercheremo n\u00e9 di accusare Knut Hamsun, n\u00e9 di difenderlo; piuttosto di capirlo, <em>sine ira et<\/em> studio, e di trarre una morale alla sua emblematica vicenda.<\/p>\n<p>Ci pare che nemmeno Anton Reininger, nella sua <em>Introduzione<\/em> alla edizione italiana del capolavoro di Hamsun, <em>Pan<\/em> ( Milano, Mondadori, 1981, pp. 11-12), sia riuscito a sottrarsi alla logica del giudice, l\u00e0 dove ha scritto:<\/p>\n<p><em>&quot;Quasi novantenne scrive il suo ultimo libro,<\/em> Per i sentieri dove cresce l&#8217;erba<em>, la commovente testimonianza di una vecchiaia umiliata dalla storia. Ma anche adesso, parimenti ai suoi eroi, Hamsun rifiuta di assumersi la propria responsabilit\u00e0. Chi si sa al servizio della vita non pu\u00f2 riconoscete le categorie politiche e storiche, sentite quali sovrastrutture di importanza secondaria.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Combattendo le proprie inclinazioni anarchiche e desiderando superare le proprie lacerazioni di intellettuale fluttuante fra le classi sociali, ma in ogni caso antiborghese, Hamsun si era infine rifugiato nelle semplificazioni di una<\/em> Weltanschauung <em>che con gli anni si allontanava sempre di pi\u00f9 dalla realt\u00e0 sociale e ai suoi sviluppi effettivi, per sostituirle la fantasmagoria di un&#8217;utopia regressiva.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ma come si pu\u00f2 dire, onestamente, che Hamsun rifiut\u00f2 la propria responsabilit\u00e0? \u00c8 vero piuttosto il contrario. Non cerc\u00f2 scusanti; non chiam\u00f2 testimoni a discarico (anche se avrebbe potuto); non volle neanche nominare un avvocato difensore, tanto che gli venne assegnato un avvocato d&#8217;ufficio. Disse che non pensava di aver agito da traditore verso il proprio Paese e che, se si fosse trovato nuovamente nella stessa situazione, avrebbe agito nello stesso modo. Dunque si assunse la sua responsabilit\u00e0, tutta intera. Oppure l&#8217;espressione <em>&quot;Hamsun rifiuta di assumersi la propria responsabilit\u00e0&quot;<\/em> significa che egli rifiut\u00f2 di riconoscere che aveva avuto torto, che si era completamente sbagliato?<\/p>\n<p>Forse sbagli\u00f2 a rimanere in Norvegia sotto l&#8217;occupazione tedesca; forse sbagli\u00f2 a non fuggire nella vicina Svezia neutrale o, addirittura, in Gran Bretagna, come avevano fatto il re e il governo (ma anche questo \u00e8 dubbio; e noi Italiani ne sappiamo qualche cosa, di simili fughe delle teste coronate, mentre il Paese viene invaso e l&#8217;esercito abbandonato a se stesso). Forse sbagli\u00f2 a credere in Quisling e in Hitler; a illudersi che la sua Patria, nel nuovo ordine europeo instaurato dal nazismo, avrebbe ottenuto di svolgere &quot;un ruolo eminente&quot;. A lui, che odiava la Gran Bretagna e che odiava lo spirito borghese, pareva che solo dalla Germania sarebbe venuta alla Norvegia una indipendenza vera, degna del suo grande passato; una indipendenza fiera, per gli eredi dei Vichinghi; non una semi-indipendenza, in un mondo materialista e venale, dominato dalle plutocrazie di Londra e Washington.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che furono in molti a sbagliare, in quegli anni oscuri; anche fra coloro che, nel 1945, si vennero a trovare dalla parte &quot;giusta&quot;, ossia da quella dei vincitori. Hamsun rivendic\u00f2, con orgoglio, di essersi appellato al tribunale della propria coscienza, e di ritenerlo superiore sia alla patria, sia alla corte che lo stava giudicando.<\/p>\n<p>Decine di Norvegesi, durante e dopo il processo, si recarono alla casa di Hamsun e gli gettarono in giardino le copie dei suoi libri, come supremo gesto di ripulsa. Non sappiamo se andarono a trovarlo anche i parenti delle persone arrestate dai Tedeschi al tempo dell&#8217;occupazione e che lo avevano scongiurato di adoperarsi per la salvezza dei loro cari; cosa che egli sempre aveva fatto. Ma cos\u00ec va il mondo.<\/p>\n<p>Quando cade un regime sgradito, ciascuno vorrebbe lavarsi la coscienza proiettando ogni male, ogni responsabilit\u00e0 sull&#8217;<em>altro<\/em>, in modo da far maggiormente risaltare la propria limpidezza morale. \u00c8 un gioco vecchio come il mondo: il <em>vae victis!<\/em>, \u00abguai ai vinti!\u00bb, degli antichi Romani. I vinti devono sopportare anche il peso del disprezzo che i vincitori nutrono inconsciamente per una parte di s\u00e9 stessi: perch\u00e9 in una guerra non vi sono innocenti, e meno che mai in una guerra civile. Come scrisse Cesare Pavese, il sangue del fratello ucciso pone sempre una domanda ineludibile, una muta domanda che attende un perch\u00e9. Prova ne sia che, fino a pochissimi anni fa (e, in certi ambienti, ancora oggi), era assolutamente proibito definire gli eventi italiani del 1943-1945 come una guerra civile. No, si diceva, era stata una guerra di liberazione contro lo straniero occupante e contro pochi suoi prezzolati vassalli; una guerra in cui la stragrande maggioranza del popolo italiano aveva scelto nettamente da che parte stare: da quella della libert\u00e0 e della giustizia.<\/p>\n<p>Ora, finalmente, si ammette &#8211; senza con questo rimuovere le nobili motivazioni di quanti combatterono realmente per ragioni ideali &#8211; che fu proprio una <em>guerra civile<\/em>, una guerra di Italiani contro altri Italiani, di fratelli contro fratelli. Ed \u00e8 ancora oggi difficile parlare di alcune pagine oscure di essa &#8211; le stragi di fascisti o presunti fascisti dopo il 25 aprile del 1945; la tragedia degli infoibati della Venezia Giulia -, perch\u00e9 ancora oggi, a oltre sessant&#8217;anni di distanza, c&#8217;\u00e8 qualcuno che vorrebbe seppellirle nell&#8217;oblio. E c&#8217;\u00e8 ancora chi vorrebbe mettere tutti coloro che combatterono dalla parte che, poi, \u00e8 stata perdente, in un unico fascio di riprovazione morale, come se fossero stati, tutti indistintamente, dei criminali e dei miserabili. E per convincersi che non \u00e8 stato cos\u00ec, basta leggere le lettere di alcuni condannati a morte dai plotoni d&#8217;esecuzione partigiani, <em>dopo la fine delle ostilit\u00e0.<\/em> Vi sono, ad esempio, alcune lettere di ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana, ragazze giovanissime che furono uccise (contro le leggi di guerra) solo per la divisa che indossavano, che rivelano un alto sentire etico e un vivissimo amor di Patria. Alcune sono contenute nei libri di Gianpaolo Pansa che, a loro volta, sono stati accolti da un coro di insulti e di critiche, non tutte in buona fede, per il semplice fatto che alcuni vorrebbero che la memoria funzioni a senso unico: che preservi, cio\u00e8, solo il ricordo di alcune cose, ma non di altre.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, solo da pochi anni a questa parte si comincia a parlare apertamente, e a fare delle serie ricerche storiche, intorno ai bombardamenti anglo-americani che sconvolsero le citt\u00e0 italiane (per non parlare di quelle tedesche!) durante la seconda guerra mondiale. Prima, non si poteva. Gli Anglo-Americani erano i buoni, i liberatori: quelli che gettavano pane e sigarette dall&#8217;alto dei loro carri armati, mano a mano che avanzavano lungo le strade della Penisola. Sarebbe stata una bella ingratitudine, quella di permettersi di criticarli. Perci\u00f2 si \u00e8 taciuto, troppo a lungo, anche davanti all&#8217;evidenza: e cio\u00e8 che quei bombardamenti furono diretti, intenzionalmente, non contro l&#8217;industria di guerra o contro il sistema dei trasporti, ma principalmente contro la popolazione civile, allo scopo di terrorizzarla e demoralizzarla il pi\u00f9 possibile, per spingerla a chiedere la resa e risparmiare agli Alleati preziose vite umane. E allora tanto peggio per quelle citt\u00e0, piene zeppe di vecchi, donne e bambini; di profughi dalle zone invase o minacciate; di sfollati, senza pi\u00f9 beni e mezzi di sostentamento. E chi parla pi\u00f9 di Zara, rasa al suolo dall&#8217;aviazione anglo-americana fin dal 1943, per nessun&#8217;altra ragione strategica se non quella di prepararne la cessione alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito?<\/p>\n<p>Ma torniamo ad Hamsun.<\/p>\n<p>Egli non era un politico, perci\u00f2 sarebbe sbagliato collocare il suo dramma finale su di un piano squisitamente politico. \u00c8 probabile che di politica ci capisse poco o niente. Era un poeta che amava la terra, la natura, l&#8217;anima delle cose; e, fra gli tutti i generi di coloro che siamo soliti riunire nella generica categoria degli intellettuali, il poeta \u00e8 quello che meno di tutti pu\u00f2 essere accusato d&#8217;incomprensione della politica.<\/p>\n<p>S\u00ec, \u00e8 vero: lo sguardo di un poeta &#8211; di qualsiasi vero poeta &#8211; \u00e8 rivolto verso l&#8217;alto; e, per questo, pu\u00f2 succedere che egli non sappia vedere bene le cose che gli stanno pi\u00f9 vicino &#8211; non dal punto di vista pratico e immediato, quantomeno. \u00c8 giusto incolparlo di ci\u00f2?<\/p>\n<p>Ma, si dir\u00e0, anche il poeta \u00e8 un uomo; e, come uomo, anche il poeta deve rispondere delle sue scelte, dei suoi atti.<\/p>\n<p>Dei suoi atti, come si \u00e8 visto, Hamsun non ebbe motivo di vergognarsi; e non ci fu nessuno che pot\u00e9 incolparlo di qualcosa. Delle sue scelte, forse sbagliate, si assunse la piena ed intera responsabilit\u00e0. Cerc\u00f2 di fare il bene del proprio Paese, in un&#8217;Europa ove i piccoli Stati dovevano fare buon viso al gioco spietato delle grandi potenze. Si ricordi quel che accadde alla Finlandia, che avrebbe chiesto solo di rimanersene in pace e in disparte, ma venne ugualmente attaccata ed invasa, nel 1939, dall&#8217;Unione Sovietica di Stalin. E che poi, per cercar di riprendersi le province perdute e per tutelare la propria indipendenza, si schier\u00f2 con la <em>Wehrmacht<\/em> all&#8217;epoca dell&#8217;Operazione Barbarossa, nel 1941. Erano dunque dei nazisti, i Finlandesi? Niente affatto; erano semplicemente dei patrioti, costretti a lottare contro la prepotenza degli stati pi\u00f9 forti.<\/p>\n<p>Nessuno, poi, ricorda l&#8217;invasione dell&#8217;Islanda da parte dei Britannici; anzi, si vorrebbe adoperare un termine diverso da quello di &quot;invasione&quot;: si trattava di prevenire uno sbarco dei Tedeschi che, a loro volta, avevano invaso la Danimarca nel 1940. I Britannici, si sa, sono i &quot;buoni&quot;; quando invadono un Paese, lo fanno sempre per il suo bene e non nel loro interesse. Basti pensare al simpatico termine di &quot;Alleati&quot; che essi e gli Americani si sono attribuiti, e con il quale gli storici di tutto il mondo continuano a indicarli, parlando della seconda guerra mondiale. Gi\u00e0, &quot;Alleati&quot;: ma alleati di chi, e perch\u00e9? Alleati fra di loro? Ma allora perch\u00e9 non designare con il termine di &quot;Alleati&quot;, cos\u00ec amichevole e rassicurante, anche gli Italo-Tedeschi, che combatterono fianco a fianco, dall&#8217;Africa alla Russia, fra il 1940 e il 1943?<\/p>\n<p>Oppure gli Anglo-Americani sono denominati &quot;Alleati&quot; per il fatto che erano alleati del mondo libero, contro le forze del male rappresentate dal Tripartito? Se \u00e8 cos\u00ec, bisognerebbe spiegare cosa ci faceva uno come Stalin al loro fianco, nel ruolo, appunto, di alleato numero uno; a meno che si voglia sostenere che Stalin era un campione del mondo libero.<\/p>\n<p>Questo, e non altro, \u00e8 il contesto in cui Knut Hamsun, come i suoi connazionali, si trov\u00f2 a dover fare delle scelte. Il mondo della politica cos\u00ec com&#8217;era (e com&#8217;\u00e8), e non come qualcuno vorrebbe che fosse stato (o che fosse), per dirla con Machiavelli.<\/p>\n<p>Egli, perci\u00f2, decise di scegliere quello che, allora, gli parve il male minore. Non il bene: il male minore. Nessuna guerra porta il bene, in nessuna guerra trionfa il bene; ogni guerra \u00e8 il male, per definizione. C&#8217;\u00e8 soltanto il presidente americano Bush che si ostina ad affermare, ancor oggi, che le guerre portano libert\u00e0, democrazia e progresso Ma \u00e8 molto probabile che lui sia il primo a non crederci affatto.<\/p>\n<p>Gli esseri umani vivono nel mondo del possibile; e il raggio di ci\u00f2 che \u00e8 possibile \u00e8 determinato dalla misura della loro imperfezione. \u00c8 giusto che essi aspirino alla giustizia e alla felicit\u00e0; ma al mondo ci saranno sempre i poveri, ci saranno sempre le ingiustizie: perch\u00e9 la natura umana \u00e8 quella che \u00e8, ossia imperfetta.<\/p>\n<p>Anche per questo, i poeti sono preziosi e necessari. Perch\u00e9, al di l\u00e0 e al di sopra delle miserie umane, sanno rivolgere lo sguardo sempre in alto.<\/p>\n<p>Perfino durante il suo lungo internamento, Knut Hamsun continuava a guardare con amore la natura fuori dalla sua finestra; e si commuoveva alla semplice bellezza di un pioppo e di un abete nano, che crescevano nel giardino sottostante.<\/p>\n<p>S\u00ec: hanno lo sguardo rivolto in alto, i poeti.<\/p>\n<p>Dobbiamo esser loro grati perch\u00e9, con quello sguardo, essi colgono una scintilla di luce divina anche per noi, che restiamo immersi nelle dense tenebre del contingente e del relativo; e ci spalancano davanti, come un dono ineffabile, uno squarcio fuggevole dell&#8217;assoluto e dell&#8217;eterno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci siamo gi\u00e0 occupati, nel precedente saggio patriota o traditore? 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