{"id":25504,"date":"2019-02-10T10:09:00","date_gmt":"2019-02-10T10:09:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/10\/grazie-tante-io-non-ballo\/"},"modified":"2019-02-10T10:09:00","modified_gmt":"2019-02-10T10:09:00","slug":"grazie-tante-io-non-ballo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/10\/grazie-tante-io-non-ballo\/","title":{"rendered":"Grazie tante: io non ballo!"},"content":{"rendered":"<p><em>Grazie tante: per\u00f2 non rivolgetevi a me, perch\u00e9 io non ballo!<\/em> Che suono amico, simpatico, hanno queste parole del pi\u00f9 grande filosofo degli ultimi sette secoli: S\u00f8ren Kierkegaard; specialmente in un mondo dove tutti sono disposti a ballare qualsiasi musica, purch\u00e9 i ballerini siano ben ricompensati e ricevano l&#8217;omaggio di un lungo e scrosciante applauso! Ballerebbero al suono di qualsiasi orchestra, segnerebbero il tempo di qualsiasi danza, sarebbero pronti a saltelli e piroette d&#8217;ogni genere, pur di essere sempre al centro, di aver tutte per s\u00e9 le luci della ribalta, di sentirsi incoraggiati da un pubblico festoso e di facile contentatura. \u00c8 solo una questione di prezzo: di prezzo e di visibilit\u00e0. E poich\u00e9 stiamo parlando di filosofia, parliamo anche dei lauti compensi che certi signori, che vanno per la maggiore, pretendono di ricevere per spostare le loro nobili chiappe dalla poltrona di casa propria a quella del pi\u00f9 vicino studio televisivo o alla conferenza di grande richiamo: pronti, prontissimi a prendere disinteressatamente, a parole, le parti dei poveri, degli ultimi, dei pi\u00f9 diseredati della terra, e intanto svelti come falchi a farsi pagare non solo la presenza, ma anche il viaggio, l&#8217;albergo e il ristorante, <em>se mi vogliono paghino, questi borghesi filistei<\/em>. Ci sarebbe da ridere, se il pubblico estasiato potesse conoscere certi retroscena, e sapesse quanta venalit\u00e0 e quanta meschinit\u00e0 si celano dietro s\u00ec nobili atteggiamenti, dietro quei volti pensosi e profondamente pervasi di empatia per le sofferenze del genere umano; dietro quelle frasi cos\u00ec ben tornite, cos\u00ec solennemente scandite, col ditino alzato a guisa di profeti degli Ultimi Tempi, come a voler trattenere la maledizione divina che incombe sull&#8217;umanit\u00e0 degenerata, ma con l&#8217;aria di chi, se lo vuole, pu\u00f2 anche ritirare la mano e lasciare che la folgore di Zeus si abbatta impietosa e colpisca chi deve colpire, incenerendolo.<\/p>\n<p>Scriveva dunque, S\u00f8ren Kierkegaard, o meglio, Johannes Climacus, nella <em>Prefazione<\/em> alla sua opera filosofica pi\u00f9 importante, <em>Briciole di filosofia<\/em> (insieme alla <em>Postilla conclusiva non scientifica<\/em>; da: S. Kierkegaard, <em>Opere<\/em>, a cura di Cornelio Fabro, Firenze, Sansoni Editore, 1993, pp. 202-203):<\/p>\n<p><em>&#8230; Qual \u00e8 allora la mia opinione? Nessuno, per favore, me lo domandi; perch\u00e9, dopo la questione se io abbia un&#8217;opinione, niente pu\u00f2 essere pi\u00f9 indifferente di sapere qual \u00e8 la mia. Avere un&#8217;opinione \u00e8 per me qualcosa di troppo e di troppo poco, presuppone una sicurezza e un benessere di esistenza, come nelle vita terrestre l&#8217;aver moglie e bambini, ci\u00f2 che non \u00e8 concesso a chi deve arrabattarsi giorno e notte senza potersi ancora assicurare il necessario alla vita. Nel mondo dello spirito \u00e8 proprio questo il caso mio; perch\u00e9 io ho formato e formo me stesso solo per danzare agilmente a servizio del pensiero, all&#8217;onore possibilmente di Dio e per mia propria soddisfazione, rinunciando alla felicit\u00e0 familiare e alla pubblica considerazione, alla &quot;communio bonorum&quot;, alla comunanza delle gioie che c&#8217;\u00e8 nell&#8217;avere una opinione. E anche se ne avessi qualche ricompensa, anche se, come colui che serve all&#8217;altare, anch&#8217;io mangio di ci\u00f2 che viene offerto sull&#8217;altare? (1 Cor, 9,13)&#8230; Questo riguarda me soltanto. Colui, cui io servo, \u00e8 &#8212; per dirla col gergo degli uomini di finanza &#8212; di una consistenza garantita, ma si tratta di ben altra consistenza da quella che intendono i finanzieri. Se invece qualcuno fosse tanto cortese dal concedermi che anch&#8217;io abbia un&#8217;opinione, se costui spingesse la sua galanteria al punto da accettare per suo conto quest&#8217;opinione per il fatto ch&#8217;essa era mia; mi dispiacerebbe e per la sua cortesia di essersi rivolto a un oggetto cos\u00ec indegno, e per la sua opinione se egli non avesse altra opinione che la mia. Io posso rischiare la vita, posso scherzare con tutta seriet\u00e0 con la mia vita &#8212; non con quella di un altro. \u00c8 questa l&#8217;unica cosa ch&#8217;io posso fare per il pensiero, io che non ho un corso accademico da offrirgli, &quot;appena il piccolo corso di lezioni a una dracma, per non dire di un corso grande a cinquanta dracme&quot; (Cratilo). Non ho che la mia vita che io subito metto allo sbaraglio, appena si profila una qualche difficolt\u00e0. La danza allora \u00e8 facile; perch\u00e9 il pensiero della morte \u00e8 un&#8217;abile ballerina, \u00e8 questo la mia compagna di ballo, ogni altro uomo \u00e8 per me troppo pesante; e perci\u00f2 io prego, &quot;per deos obsecro&quot;: nessuno si rivolga a me, io non ballo.<\/em><\/p>\n<p>Danzare \u00e8 una cosa molto seria: la danza della vita richiede una estrema seriet\u00e0. Kierkegaard vuol far capire che non qualsiasi danza si addice a un uomo che ama la verit\u00e0, ma una ed una sola, perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 una sola verit\u00e0 in mezzo a tante non verit\u00e0. Ne va della nostro destino eterno. Danzare al ritmo di una danza sbagliata, seguire un maestro di danza menzognero, equivale a perdersi. Noi tutti, il pi\u00f9 umile ciabattino come il pi\u00f9 profondo pensatore, abbiamo quest&#8217;unico bene da metter in gioco: la nostra vita; dobbiamo farne buon uso. Kierkegaard, questo Socrate moderno, questo Socrate cristiano, vuol farci capire che dalla questione della verit\u00e0 dipende ogni altra questione. Ciascun essere umano, pertanto, deve decidere se vuol nutrirsi di opinioni, e cos\u00ec danzare la prima danza che lo seduce, oppure cercare la verit\u00e0, e danzare la sola danza giusta, quella che dar\u00e0 un significato alla sua esistenza. La maggior parte delle persone si nutre di opinioni; e, quel che \u00e8 peggio, le identifica senz&#8217;altro con la verit\u00e0. Questo, paradossalmente, accade ormai anche ai pensatori, ed \u00e8 per questo che abbiamo detto, in un&#8217;alta occasione, che oggi non ci son pi\u00f9 dei veri filosofi. Il vero filosofo \u00e8 colui che pone come essenziale, e la pone nei suoi termini esatti, la questione della verit\u00e0. Niente verit\u00e0, niente pensiero e niente filosofia, ma solo opinioni spacciate per mezze verit\u00e0, per quasi verit\u00e0. Spiacenti, ma non esistono le mezze verit\u00e0 e neppure le quasi verit\u00e0. Una mezza verit\u00e0 \u00e8 una menzogna, cos\u00ec come lo \u00e8 una quasi verit\u00e0. Se alla verit\u00e0 manca anche solo uno iota, anche solo un granello di sabbia, quella non \u00e8 la verit\u00e0, ma una menzogna: una delle tante. La cosiddetta filosofia contemporanea \u00e8 ingombra di non verit\u00e0 spacciate per verit\u00e0; ma una non verit\u00e0 spacciata per verit\u00e0 non \u00e8 semplicemente una mancanza di verit\u00e0, bens\u00ec una menzogna. Che cosa distingue la menzogna dalla non verit\u00e0? Il fatto che la non verit\u00e0 si traveste da verit\u00e0, ha la pretesa di essere considerata come verit\u00e0.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo contemporaneo vive immerso nella non verit\u00e0, perch\u00e9 tutto il suo sistema di vita, basato sugli elementi fondanti della modernit\u00e0, non \u00e8 che una gigantesca impostura. La non verit\u00e0 viene sistematicamente contrabbandata per verit\u00e0, e cos\u00ec da luogo a una rete di menzogne talmente fitta, talmente capillare e, a suo modo, coerente, da simulare, a uno sguardo superficiale, la verit\u00e0. Un osservatore ingenuo potrebbe infatti chiedersi: \u00abPossibile che tutto questo bel castello di sottili ragionamenti, di speculazioni, di ricerche intellettuali, sia semplicemente un castello di menzogne? Possibile che tutti costoro mentano? No, non \u00e8 possibile: tanto varrebbe credere che il mondo intero sia un unico Truman Show, e perci\u00f2 dedurne che non ci si pu\u00f2 fidare di nulla e di nessuno. Infatti &#8211; seguiterebbe a riflettere il nostro osservatore &#8211; se qualcuno mi dicesse che tutto questo castello non \u00e8 che menzogna, chi mai potrebbe assicurarmi che non sia lui, proprio lui, il pi\u00f9 grande bugiardo di tutti? Perch\u00e9 dovrei credere a quel solo che mi suggerisse una cosa simile, e non piuttosto a tutti gli altri, i quali mi vogliono persuadere del contrario, con la loro coerenza e con la loro reciproca azione, dalla quale risulta un insieme coeso e razionale?\u00bb Oppure, ammettiamo che il nostro osservatore non abbia alcun maestro; poniamo che in lui, da solo, spontaneamente, sorga il dubbio, il dubbio socratico: \u00abMa cos&#8217;\u00e8 la verit\u00e0? Possibile che la verit\u00e0 sia questo mondo che mi circonda, e che io sento essere profondamente disarmonico, profondamente inautentico; possibile che siano dei cercatori o dei maestri di verit\u00e0 tutti questi signori, che parlano di pensiero debole, di relativit\u00e0 dei valori, di pluralit\u00e0 del vero, di complessit\u00e0 del reale e che denunciano come un crimine la pretesa di voler capire e di voler giungere a una sola verit\u00e0?\u00bb Ecco che il movimento successivo sar\u00e0, per forza di cose, il dubbio di se stesso: egli paragoner\u00e0 le sue deboli forze al complesso gigantesco di ci\u00f2 che va nella direzione opposta al suo sospetto, e non solo dubiter\u00e0 di s\u00e9, cio\u00e8 dubiter\u00e0 di aver avuto ragione di dubitare, ma comincer\u00e0 ad accusarsi, a colpevolizzarsi, a rimproverarsi di superbia, di follia, di solipsismo: proprio come il marito tradito, pur di evitare la disperazione di prendere atto del tradimento di cui \u00e8 vittima, preferisce sovente ingannare se stesso e accusarsi d&#8217;esser paranoico, morbosamente sospettoso, assurdamente incline a scorgere la malizia l\u00e0 dove regna la pi\u00f9 candida innocenza. Questa \u00e8 la condizione dell&#8217;uomo onesto, oggi: dell&#8217;uomo intellettualmente onesto, che si pone di fronte alla questione della verit\u00e0.<\/p>\n<p>Il problema pi\u00f9 grave, lucidamente visto da Kierkegaard, \u00e8 che l&#8217;uomo contemporaneo non solo si trova nella non verit\u00e0, ma non cerca neppure la verit\u00e0; anzi, procede in direzione opposta ad essa. E come si potrebbe insegnare, o anche solo mostrare, la verit\u00e0, o la via per giungere alla verit\u00e0, a colui che \u00e8 totalmente fuori della verit\u00e0, che \u00e8 totalmente immerso nella non verit\u00e0, e non ne ha alcuna coscienza, anzi, semmai \u00e8 convintissimo di essere nella verit\u00e0, e quindi in lui \u00e8 morto qualsiasi desiderio della verit\u00e0 vera? Kierkegaard vede bene dove il suo antico maestro, Socrate, si \u00e8 a sua volta ingannato: nel pensare che la verit\u00e0 sia gi\u00e0, allo stato latente ed inconscio, dentro ciascun uomo; e che sia pertanto possibile ridestarla, e cos\u00ec ripristinare quel sapere che era stato obliato. Perch\u00e9 se davvero le cose stessero a quel modo, allora non ci sarebbe nulla da fare: a colui che giace immerso nella non verit\u00e0 e si pasce di essa come se fosse la verit\u00e0, non accadr\u00e0 mai di sospettare che le cose stiano altrimenti: se il mistero della verit\u00e0 si trova dentro di lui, e non fuori, come potr\u00e0 mai scattare il desiderio di mutare il proprio stato? Da dove scoccher\u00e0 l&#8217;intuizione che la pretesa verit\u00e0 \u00e8, in effetti, una non verit\u00e0? Socrate, a questo punto, vuol essere lui il maestro: e infatti paragona la sua azione a quella della levatrice: egli vuol essere il maestro che aiuta il discepolo a estrarre quella verit\u00e0 che gi\u00e0 possiede inconsciamente; pi\u00f9 precisamente, vuole aiutarlo a ricordarla, perch\u00e9, per Socrate, conoscere \u00e8 ricordare. Kierkegaard non pu\u00f2 accettare questa idea, sia perch\u00e9, come cristiano, non crede alla reincarnazione delle anime e quindi non crede che noi abbiamo appreso, nelle vite precedenti, quella verit\u00e0 che ora abbiamo scordato, sia, soprattutto, per una ragione squisitamente filosofica: che nessun maestro pu\u00f2 suscitare, non che la verit\u00e0, neppure il desiderio della verit\u00e0, in un discepolo che sia fuori di essa e che consideri la sua non verit\u00e0 come la verit\u00e0. Giustissimo: e chiunque abbia avuto a che fare con l&#8217;azione d&#8217;insegnare, anche solo (e scusate se \u00e8 poco!) come genitore, ne ha fatto infinite volte l&#8217;esperienza. Per poter insegnare, indipendentemente dalla bont\u00e0, e magari dall&#8217;eccellenza, del maestro, bisogna che ci sia un discepolo disposto ad imparare: vale a dire, bisogna che ci sia un discepolo disposto a riconoscere le propria ignoranza. Ma chi mai si riconosce ignorante, specialmente oggi, in una societ\u00e0 dove tutti si ritengono sapienti e intelligenti, e l&#8217;ultimo somaro calzato e vestito gonfia il petto e drizza le spalle, come se fosse un Platone o un Aristotele?<\/p>\n<p>In un certo senso, la cultura moderna \u00e8 l&#8217;esasperazione della impostazione socratica. Gli uomini moderni ritengono di aver gi\u00e0 la verit\u00e0: solo che si sentono talmente bravi e intelligenti da non aver neanche bisogno d&#8217;un maestro che li aiuti a riscoprirla e\/o a ricordarla. Eppure perfino Socrate, cos\u00ec inguaribilmente ottimista e &quot;illuminista&quot;, ammette di aver appreso da un d\u00e8mone (da un <em>daimon<\/em>, nel senso positivo della parola) le cose pi\u00f9 importanti: dunque perfino Socrate, che si vuol prendere come antesignano di una concezione umanistica e razionalista del conoscere, sapeva che l&#8217;uomo, da s\u00e9 solo, non pu\u00f2 arrivare alla verit\u00e0. La risposta di Kierkegaard \u00e8 netta: per avere il desiderio della verit\u00e0, pur trovandoci nella menzogna e odiando la verit\u00e0, abbiamo bisogno di un Maestro, un Salvatore, un Redentore. Di un Maestro che trascenda le possibilit\u00e0 umane, perch\u00e9 nessun maestro umano potrebbe strapparci dall&#8217;abisso della nostra ignoranza (<em>io non ballo<\/em> con un tale maestro!); di un Salvatore che ci tragga dal baratro della menzogna e ci faccia porre i piedi sul terreno della verit\u00e0; e di un Redentore che ci redima dal nostro odio verso la verit\u00e0. Infatti gli uomini si trovano nella menzogna non per caso, per una fatalit\u00e0 indipendente dal loro volere, ma per un rifiuto cosciente della verit\u00e0. Questa \u00e8 la tremenda conclusione cui giunge Kierkegaard: e il rifiuto cosciente della verit\u00e0 si chiama, in termini cristiani, <em>peccato<\/em>. Ecco perch\u00e9 senza il divino Maestro non ci sar\u00e0 alcuna verit\u00e0, n\u00e9 salvezza, n\u00e9 redenzione. Solo un Maestro divino pu\u00f2 fare questo prodigio: aiutare gli uomini a uscire dalla menzogna e dall&#8217;odio per la verit\u00e0, a dispetto del fatto che in loro vi \u00e8 un rifiuto pi\u00f9 antico di loro stessi (il Peccato originale), e il loro falso sapere li spinge a odiare la verit\u00e0 che hanno rifiutato, sostituendola con delle verit\u00e0 contraffatte, proprio come i pagani adorano degli idoli che sono solamente delle divinit\u00e0 contraffatte. Ora, il Maestro divino \u00e8 anche un Riconciliatore: perch\u00e9 grazie a lui l&#8217;uomo si riconcilia con se stesso. Prima, infatti, anche immerso nell&#8217;odio della verit\u00e0, cio\u00e8 nella menzogna, non viveva bene: credeva di vivere bene, ma il suo essere, in profondit\u00e0, soffriva. E quel Maestro \u00e8 anche Giudice: perch\u00e9 sa d&#8217;aver dato al discepolo le <em>condizioni<\/em> per giungere alla verit\u00e0 e sa, Lui solo, se questi ha voluto lasciarsi illuminare, oppure no.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Grazie tante: per\u00f2 non rivolgetevi a me, perch\u00e9 io non ballo! 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