{"id":25501,"date":"2015-07-28T04:28:00","date_gmt":"2015-07-28T04:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/grazia-e-natura\/"},"modified":"2015-07-28T04:28:00","modified_gmt":"2015-07-28T04:28:00","slug":"grazia-e-natura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/grazia-e-natura\/","title":{"rendered":"Grazia e natura"},"content":{"rendered":"<p>Che cosa sia la grazia, i teologi se lo domandano da sempre; ma non sempre sono giunti alle medesime risposte. Anche in questo campo, la cosiddetta &quot;svolta antropologica&quot; della teologia cristiana moderna sembra aver portato i suoi frutti di ottimismo e di volontarismo, quasi che l&#8217;uomo sia il solo artefice, in ultima analisi, della propria salvezza, s\u00ec che la grazia altro non sarebbe, a quel punto, che una sorta di premio aggiuntivo, di conferma, di rassicurazione, del quale, per\u00f2, a ben guardare, non vi sarebbe poi un reale bisogno.<\/p>\n<p>Il benedettino Cyprian Cooney \u00e8 stato autore, negli anni famigerati intorno al 1968, di un manuale di &quot;teologia contemporanea&quot; (eloquente l&#8217;aggettivo &quot;contemporanea&quot;: come se la teologia, come un qualsiasi sapere puramente umano, potesse andare soggetta agli alti e bassi dell&#8217;invecchiamento e dell&#8217;aggiornamento culturale), sembra essere stato un fautore della concezione &quot;ottimistica&quot;, e dunque implicitamente anti-agostiniana, della grazia, poich\u00e9 ha posto l&#8217;accento sulla stretta e inscindibile compenetrazione fra la natura e la grazia, s\u00ec che, a un certo punto, i suoi lettori non possono evitare di chiedersi che bisogno vi sia stato della Redenzione, visto che il mondo era gi\u00e0 talmente pieno di grazia, da risultare decisamente buono in se stesso.<\/p>\n<p>Cooney, un po&#8217; come Pelagio, parla poco del Peccato originale; non distingue adeguatamente fra la natura &quot;ab origine&quot;, creata buona da Dio, e la natura ferita dal peccato; sicch\u00e9, leggendo il suo manuale, sorge spontaneo il pensiero che gli uomini, tutto sommato, possano salvarsi con le loro forze, dato che nulla manca, alla bont\u00e0 della loro natura, per il raggiungimento d&#8217;una tale meta, e visto che, soprattutto, non manca loro il dono della grazia, inscindibilmente unita alla loro natura e offerta loro fin dall&#8217;inizio del mondo.<\/p>\n<p>Certo, si coglie, nella recensione fatta da N. Tornese su \u00abLa civilt\u00e0 cattolica\u00bb, un&#8217;ombra di perplessit\u00e0, se non proprio d&#8217;imbarazzo, specie laddove si dice, pur dopo molte lodi, che \u00abforse sarebbe stato meglio dimostrare, in pi\u00f9 d&#8217;un caso, come l&#8217;interpretazione contemporanea delle antiche e immutabili verit\u00e0 di fede non contrasti sostanzialmente con quanto si affermava nei secoli passati, rilevando pi\u00f9 chiaramente come si tratti di uno sviluppo omogeneo, di un arricchimento, inerente alla natura del &quot;depositum&quot;, piuttosto che di un salto qualitativo\u00bb. Linguaggio cauto e circospetto: il fatto \u00e8 che Cooney non si perita di dire, con estrema, e quasi brutale chiarezza: fino a ieri si \u00e8 detto in questo modo, ora si \u00e8 compreso che bisogna dire in tutt&#8217;altro. Con la tipica immodestia e con la tipica presunzione dei teologi &quot;progressisti&quot; della generazione post-conciliare, i quali avevano improvvisamente capito tutto, dopo quasi duemila anni di confusione e di ritardo. Altro che &quot;depositum&quot;: parrebbe, a sentir lui, e quelli come lui, che la teologia sia un bene culturale perfettamente laico e puramente umano, bisognoso di aggiornamento continuo, altrimenti rischia di diventare vecchio e inutilizzabile. Ma per fortuna ci sono loro, i teologi &quot;progressisti&quot;, che provvedono alla bisogna, facendo volare la polvere e gli stracci e lasciando irrompere ventate d&#8217;aria pura nell&#8217;atmosfera chiusa e stagnante dei seminari e delle facolt\u00e0 teologiche.<\/p>\n<p>Scrive, dunque, Cyprian Cooney nella sua \u00abGuida alla teologia contemporanea\u00bb (titolo originale: \u00abUnderstanding the new Theology\u00bb, Milwaukee, The Bruce Publishing Company, 1969; traduzione dall&#8217;inglese di F. Ferrero, Torino, Gribaudi, 1970, pp. 178-81):<\/p>\n<p>\u00abSotto l&#8217;influsso di Sant&#8217;Agostino, la teologia occidentale arriv\u00f2 a considerare la grazia come una specie di aggiunta alla creazione. Prima Dio cre\u00f2 l&#8217;uomo, e lo cre\u00f2 con un&#8217;umanit\u00e0 piena e completa; poi aggiunse la grazia, elevandolo con tale aggiunta ad un nuovo e pi\u00f9 alto stato di esistenza, di potere e di destino.<\/p>\n<p>I teologi moderni tendono a disapprovare questo modo di vedere il problema. Esso rende la grazia ancora pi\u00f9 difficile da capire di quanto gi\u00e0 non sia in realt\u00e0 e d\u00e0 l&#8217;impressione che Dio abbia creato due mondi, quello della creazione e quello della grazia. Poich\u00e9 la grazia tocca l&#8217;uomo cos\u00ec profondamente, i teologi moderni ritengono possibile un&#8217;altra spiegazione, che presenti la natura umana e la grazia pi\u00f9 realisticamente unite fra loro.<\/p>\n<p>Partendo dall&#8217;insegnamento tradizionale che la grazia \u00e8 prima di tutto la nostra chiamata alla vita eterna, questi teologi la considerano fondamentalmente come la possibilit\u00e0 di vita eterna trasmessa da Dio nell&#8217;atto stesso della creazione dell&#8217;uomo. L&#8217;uomo, spiegano, non \u00e8 mai esistito per un altro scopo finale che non fosse la vita eterna nella comunione con la Trinit\u00e0. La sua umanit\u00e0 non \u00e8 mai stata destinata a una sorte diversa da questa. Il fatto che l&#8217;uomo non possa conseguire il suo unico vero destino, cio\u00e8 la vita eterna, se non mediante la grazia, non significa di per s\u00e9 che PRIMA sia stato creato e che solo IN SEGUITO gli sia stata data la possibilit\u00e0 di raggiungerlo. Tale possibilit\u00e0 va piuttosto considerata come parte integrante del suo essere, sin dall&#8217;inizio.<\/p>\n<p>Questa concezione \u00e8 certamente in armonia con le intuizioni dei teologi orientali sia antichi che contemporanei. Per i pensatori orientali, la creazione fisica dell&#8217;unico disegno di Dio: iniziare il processo che porter\u00e0 l&#8217;uomo alla completa partecipazione della vita du Dio stesso, nella sua augusta Trinit\u00e0.<\/p>\n<p>Per prima cosa, quindi, i pensatori moderni tendono a sostenere che l&#8217;uomo venne CHIAMATO alla vita eterna nell&#8217;atto stesso della creazione. Il suo essere era &quot;orientato verso&quot; la vita eterna, o &quot;modellato per&quot; essa, non a causa della sua umanit\u00e0, ma per una speciale possibilit\u00e0 &quot;incorporata&quot; da Dio nella sua umanit\u00e0 sin dall&#8217;inizio.<\/p>\n<p>Ma la chiamata non \u00e8 sufficiente. Ci deve essere anche una possibilit\u00e0 di RISPOSTA di adempimento della chiamata. L&#8217;uomo ebbe anche questa capacit\u00e0, ma, ancora una volta, la ricevette nell&#8217;atto stesso della creazione e non come un&#8217;aggiunta successiva.<\/p>\n<p>Questo significa che, fin dall&#8217;inizio, l&#8217;umanit\u00e0 dell&#8217;uomo fu da Dio stesso dotata dell&#8217;energia necessaria per portare avanti il processo di una vita rivolta alla pienezza della comunione beatifica con la Trinit\u00e0. In una parola, l&#8217;uomo non fu mai soltanto in possesso delle capacit\u00e0 umane, ma fin dal primo momento ebbe un&#8217;umanit\u00e0 arricchita dalla possibilit\u00e0 di arrivare alla vita con Dio. E questa possibilit\u00e0 deriva direttamente dalla speciale presenza e attivit\u00e0 di Dio in lui, presenza e attivit\u00e0 parimente associate al&#8217;atto stesso della creazione.<\/p>\n<p>Allorch\u00e9 questa linea di pensiero \u00e8 stata proposta, non sono mancate le contestazioni. Nel 1950, ad esempio, l&#8217;enciclica di Pio XII &quot;Humani Generis&quot; metteva in guardia contro ogni insegnamento che minacciasse un&#8217;&quot;attenuazione&quot; della distinzione fra grazie e umanit\u00e0. Essa ammoniva Essa ammoniva, in modo particolare, contro tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 far pensare che la grazia sia non tanto un libero dono, quanto un qualcosa di dovuto all&#8217;essere dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Un simile avvertimento ebbe effetto. In pratica, blocc\u00f2 per circa un decennio il pubblico dibattito. Con il Vaticano II, tuttavia, e soprattutto con lo spirito di aperta ricerca inaugurato nella Chiesa, i teologi tornarono di nuovo sull&#8217;argomento. E trovarono altra acqua per il mulino della loro riflessione nello sviluppo del pensiero contemporaneo, nello sviluppo degli studi biblici e nella crescente influenza della teologia orientale.<\/p>\n<p>Oggi essi tendono a pensare che le condizioni imposte dalla &quot;Humani generis&quot; possono essere rispettate anche con una visione unitaria dei rapporti fra grazia e natura umana. E spiegano che la concomitanza della grazia con la natura, concomitanza verificatasi fin dall&#8217;inizio, non implica che esse DEBBANO coincidere: la grazia, in altre parole, rimane totalmente un dono. N\u00e9 \u00e8 possibile concludere che, poich\u00e9 il vero destino dell&#8217;uomo \u00e8 la vita eterna, la chiamata e la risposta concernenti questo destino sono essenzialmente degli elementi della natura umana in quanto tale. La differenza tra umanit\u00e0 e grazia rimane intatta. Possiamo dunque tranquillamente considerare la grazia come trasmessa all&#8217;uomo nell&#8217;atto stesso della creazione. L&#8217;uomo non \u00e8 stato creato senza la grazia, n\u00e9 \u00e8 capace di portare avanti il processo della sua vera vita senza di essa.\u00bb<\/p>\n<p>Strano ragionamento davvero.<\/p>\n<p>Se la natura e la grazia non coincidono affatto, e se la grazia \u00e8 e rimane un libero dono di Dio, allora diventa poco pi\u00f9 di un sofisma bizantino il dire che la grazia \u00e8 presente nella natura (umana) sin dall&#8217;inizio e che le \u00e8 stata trasmessa gi\u00e0 nell&#8217;atto della creazione. Come: se \u00e8 stata donata all&#8217;uomo fin dall&#8217;inizio, egli non ne avrebbe dunque pi\u00f9 bisogno? L&#8217;autore, a questo punto, si affretta a parlare di una &quot;possibilit\u00e0&quot;, per l&#8217;uomo, di realizzare il fine di grazia cui \u00e8 stato destinato. Benissimo: ma se si tratta di una mera possibilit\u00e0, allora resta inteso che la grazia non \u00e8 stata data interamente all&#8217;uomo sin dalla creazione, ma che gli \u00e8 stata data come semplice possibilit\u00e0. Se l&#8217;uomo avesse la grazia fin dall&#8217;inizio, che bisogno vi sarebbe della Redenzione? E che bisogno vi sarebbe, soprattutto, del libero arbitrio? Pieno di grazia fin all&#8217;inizio, e dunque &quot;naturalmente&quot; buono (alla Rousseau, per intenderci), l&#8217;uomo non sarebbe toccato dal peccato originale: come sosteneva Pelagio, egli potrebbe dunque salvarsi con le sue sole forze, evitando il peccato e avviandosi naturalmente al suo destino di salvezza. Ma la verit\u00e0 \u00e8 che, in tal caso, l&#8217;uomo non sarebbe altro che un burattino nelle mani di Dio: un burattino destinato a fare sempre e unicamente il bene e, pertanto, votato, non virt\u00f9 propria, ma naturalmente e inevitabilmente, alla comunione finale con Dio. Se cos\u00ec fosse, allora l&#8217;uomo non avrebbe la possibilit\u00e0 di dir &quot;no&quot;; non sarebbe previsto, nel piano della creazione, il libero arbitrio, cio\u00e8 la facolt\u00e0 umana di assentire o dissentire dal piano di salvezza predisposto da Dio.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un&#8217;altra conseguenza poco simpatica nella tesi esposta da Cooney, in esplicita polemica con la &quot;Humani generis&quot; di Pio XII e in esplicita, entusiastica sintonia con i teologi &quot;avanzati&quot; e &quot;progressisti&quot; del Concilio Vaticano II: che si fa coincidere la natura umana con la natura &quot;tout-court&quot; e, dunque, che si cade nel pi\u00f9 vieto antropocentrismo. Solo l&#8217;essere umano attende la redenzione, visto che a lui solo \u00e8 stata donata la grazia, e ci\u00f2 fin dall&#8217;inizio? Non \u00e8 vero, invece, come sostiene San Paolo, che tutto il creato \u00abgeme e soffre come nelle doglie del parto\u00bb, in attesa della redenzione (Epistola ai Romani, 8, 22)? Non soffrono, forse, anche gli animali, e perfino le piante, impegnati come sono nella lotta per la sopravvivenza? E dunque la loro sofferenza sarebbe perfettamente inutile, e servirebbe solo e unicamente da strumento passivo al piano di redenzione divina, che si rivolge all&#8217;uomo, ad esclusione di tutte le altre creature? Se cos\u00ec fosse, la sofferenza delle creature non umane sarebbe totalmente gratuita, nel senso di priva di significato: un abisso di dolore che rester\u00e0 eternamente senza risposta, se non in funzione del bene di qualcun altro, ossia dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Ebbene: qualcuno pu\u00f2 immaginare un Dio cos\u00ec insensibile, cos\u00ec crudele, cos\u00ec totalmente privo di misericordia, da avviare milioni di creature incolpevoli a una vita di sofferenze e ad un destino di morte e di annientamento totale, senza riscatto alcuno, senza un sia pur minimo filo di luce e di speranza, al solo scopo di preparare la redenzione di un&#8217;unica specie, quella umana: quasi un Moloch assetato di vittime, che non si placa se non attraverso il loro sacrificio doloroso?<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, dunque &#8212; per tornare al ragionamento del nostro teologo &#8212; \u00abnon \u00e8 stato creato senza la grazia, n\u00e9 \u00e8 capace di portare avanti la sua vera vita senza di essa\u00bb; ma questo non \u00e8 tutto: perch\u00e9 vi \u00e8 una grazia originaria, infusa in tutti gli esseri umani fin dal concepimento, anzi, infusa in tutta la natura, fin dall&#8217;origine del mondo, e vi \u00e8 una grazia che \u00e8 donata da Dio per consentire alle Sue creature di incontrarlo, di conoscerlo, di sceglierlo e di amarlo, e questa \u00e8 una grazia che non viene distribuita sempre e a chiunque, indiscriminatamente e illimitatamente, ma a chi la chiede, a chi la cerca, a chi ne \u00e8 affamato ed assetato, e a chi se ne rende meritevole &#8212; adoperiamo un linguaggio umano, dunque imperfetto &#8211; per mezzo di una vita retta e di una coscienza pura.<\/p>\n<p>Certo, la grazia \u00e8 un dono di Dio; e, a rigore, nessun uomo \u00e8 degno di riceverla per i suoi meriti, a nessuno spetta di diritto: in questo ha ragione Lutero; ma ha torto, Lutero, quando pensa che le opere dell&#8217;uomo a nulla servano, e che la sola fede sia bastevole: tanto pi\u00f9 che nemmeno la fede, a ben guardare, \u00e8 sufficiente; perch\u00e9 la fede \u00e8, in ultima analisi, un dono della grazia, e dunque non sta all&#8217;uomo darsela o non darsela, ma solamente riceverla, e riceverla quando e come piace allo Spirito. La grazia, infatti, \u00e8 mistero: e tutto quel che possiamo dire, rispetto ad essa, \u00e8 che il sincero, profondo, incessante desiderio di riceverla aiuta l&#8217;uomo a realizzare un tale desiderio, mentre la sua assenza lo priva di essa e lo esclude in partenza, almeno in via ordinaria: perch\u00e9 sta di fatto che, talvolta, si vede un uomo senza fede, toccato dal dono misterioso della grazia, e si vede ugualmente un uomo, che si affanna e si affatica per trovare Dio, che ne rimane privo, almeno in apparenza. Ecco il punto: almeno in apparenza! Perch\u00e9 la grazia \u00e8 mistero, e &quot;mistero&quot; vuol dire che nessuno, dall&#8217;esterno, pu\u00f2 dire d&#8217;averla vista, d&#8217;averla riconosciuta, d&#8217;averla compresa; n\u00e9 essa, n\u00e9 i frutti spirituali che da essa scaturiscono in colui che la riceve.<\/p>\n<p>Si vede che questa semplice, semplicissima verit\u00e0, deve essere un tantino sfuggita allo sguardo, un po&#8217; troppo umano e non di rado presuntuoso, dei teologi &quot;progressisti&quot; e modernizzatori: come Cyprian Cooney e come tanti altri, figli della stagione sessantottina.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa sia la grazia, i teologi se lo domandano da sempre; ma non sempre sono giunti alle medesime risposte. 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