{"id":25487,"date":"2015-12-07T09:58:00","date_gmt":"2015-12-07T09:58:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/12\/07\/gorizia-o-il-dramma-di-uneuropa-imbelle-e-dimentica-di-se-stessa\/"},"modified":"2015-12-07T09:58:00","modified_gmt":"2015-12-07T09:58:00","slug":"gorizia-o-il-dramma-di-uneuropa-imbelle-e-dimentica-di-se-stessa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/12\/07\/gorizia-o-il-dramma-di-uneuropa-imbelle-e-dimentica-di-se-stessa\/","title":{"rendered":"Gorizia, o il dramma di un\u2019Europa imbelle e dimentica di se stessa"},"content":{"rendered":"<p>Gorizia non \u00e8, semplicemente, il capoluogo del Friuli orientale, l&#8217;ex Friuli austriaco (e che fu tale, cio\u00e8 austriaco, per secoli e secoli: non per qualche anno soltanto; ricevendo, dall&#8217;Austria, gran parte dell&#8217;anima stessa della sua cultura e della sua civilt\u00e0). Nel Medioevo, i conti di Gorizia, grazie anche ad una accorta politica matrimoniale, arrivarono a svolgere un ruolo predominante nello scenario del Nord-est dell&#8217;Italia, arrivando, ad un certo punto, a dominare non solo, di fatto, sul vasto Patriarcato di Aquileia, ma anche sui comuni di Treviso e Padova. Quando, nel 1500, la dinastia si estinse, l&#8217;ultimo conte, Leonardo, lasci\u00f2 i suoi possedimenti in eredit\u00e0 a Massimiliano d&#8217;Asburgo, il che accese una dura controversia con la Repubblica di Venezia, che vantava diritti di vassallaggio sulla contea goriziana. La guerra fra le due potenze, intrecciandosi con la guerra di Cambrai, vide la definitiva affermazione austriaca sulla citt\u00e0, che rimase a far parte della monarchia asburgica fino alla Prima guerra mondiale.<\/p>\n<p>Non bisogna pensare alla Gorizia austriaca come ad una citt\u00e0 di frontiera, anzi, tagliata in due dalla frontiera, come lo \u00e8 la Gorizia odierna, in conseguenza della Seconda guerra mondiale e delle sanguinose vicende dell&#8217;espansionismo titino, che s&#8217;intrecciarono con la guerra civile italiana del 1943-45, in un clima estremamente fosco e sanguinoso (basti pensare alla tragedia delle foibe): Gorizia fu, nei confronti della Mitteleuropa, l&#8217;equivalente terrestre di quel che fu Trieste come porto di mare: una finestra aperta fra due mondi, anzi, fra tre mondi: il mondo latino, quello germanico e quello slavo. E cos\u00ec fu la Gorizia degli ultimi sei secoli, da quando Dante Alighieri, forse, la visit\u00f2, quand&#8217;essa era al culmine della sua potenza, tra la fine del Duecento e i primi del Trecento, fino alla Belle \u00e9poque: una citt\u00e0 piccola, ma bellissima e ordinatissima, raccolta ai piedi del castello e del suggestivo borgo medievale; pulita, smagliante, con viali larghi e dritti e le ville ornate di verdi giardini; un gioiello sospeso sulla valle dell&#8217;Isonzo e circondato dalle splendide colline viticole del Collio, vera e propria cerniera fra mondo italiano e mondo germanico, crogiolo di popoli uniti da un monarca, da una fede (la cattolica), da una buona amministrazione; tollerante, aperta, ma anche conservatrice, nel senso migliore della parola, vale a dire gelosamente attaccata alle proprie tradizioni. Nella citt\u00e0 predominava l&#8217;elemento friulano; negli uffici pubblici, quello tedesco; nei borghi e nelle campagne circostanti, quello sloveno: e mai, nel corso dei secoli, vi furono gravi dissensi fra di essi, almeno fino a quando la malattia del nazionalismo moderno non cominci\u00f2 a diffondersi in tutta l&#8217;Europa e i suoi venti di distruzione non si misero a soffiare con forza terribile, affrettando lo scoppio della Prima guerra mondiale e, con essa, la dissoluzione di un impero civile e vastissimo, che andava da Gorizia a Czernowitz e da Cortina d&#8217;Ampezzo a Sarajevo, abbracciando ben dodici popoli diversi.<\/p>\n<p>Gorizia, quindi, \u00e8 stata molto di pi\u00f9 che il centro principale dell&#8217;<em>altro<\/em> Friuli, quello austriaco, distinto da quello patriarchino e, poi, veneziano; \u00e8 stata il crogiolo di una vera civilt\u00e0 multietnica, riuscitissima, perch\u00e9 piccola e perch\u00e9 le sue componenti ebbero una decina di secoli per organizzarsi, amalgamarsi e fondesi (il nome di Gorizia compare per la prima volta in una pergamena di Ottone III del 1001) e soprattutto perch\u00e9 esistevano le condizioni, particolarissime e pressoch\u00e9 uniche, affinch\u00e9 tale ardito esperimento si realizzasse con successo. E il fatto che una cortina politica innaturale (non solo linguistica e culturale, ma, fino al 1989, anche politica e militare) separi tuttora la citt\u00e0 dai suoi sobborghi orientali, che formano &#8212; assurdamente &#8211; una citt\u00e0 slovena a s\u00e9 stante, Nova Gorica, con le frazioni di Salcano, San Pietro e Vertoiba, con una popolazione di poco inferiore a quella della citt\u00e0 italiana, nonch\u00e9 il 90% e oltre del territorio della provincia, sta a dimostrare quanto lontani siano i tempi della coabitazione pacifica delle diverse stirpi.<\/p>\n<p>Si ha un bel parlare, oggi, di una Gorizia &quot;citt\u00e0 europea&quot;, come se l&#8217;epoca dei nazionalismi fosse morta e sepolta e le tragedie recenti fossero gi\u00e0 dimenticate: la verit\u00e0 \u00e8 che le ferite sanguinose del recente passato non si sono mai rimarginate del tutto; che le centinaia di italiani scomparsi, deportati, infoibati, negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, quando i partigiani sloveni occuparono la citt\u00e0 e tentarono di annetterla alla Jugoslavia (con la piena solidariet\u00e0 dei comunisti di casa nostra, sotto l&#8217;ineffabile guida del &quot;Migliore&quot;, <em>alias<\/em> Palmiro Togliatti), pesano, nella memoria dei sopravvissuti, come macigni; e che la Repubblica slovena, da parte sua, non ha mai smesso di versare sale sulle ferite della storia, continuando a rinfacciare perennemente agli Italiani il periodo fascista per &quot;giustificare&quot; tutte le atrocit\u00e0 commesse dalle soldatesche di Tito fra il 1943 e il 1945.<\/p>\n<p>Cos\u00ec scrive Sergio Tavano nel volume \u00abIl Castello di Gorizia e il suo borgo\u00bb (Gorizia, Libreria Adamo, 1978, 51-55 e 57-60):<\/p>\n<p><em>\u00ab&#8230; Gorizia non poteva n\u00e9 voleva rinnegare la sua caratteristica di fondo. Antonio Musnig, protomedico, nella seconda met\u00e0 del Settecento, ricorda che gli abitanti della contea si servivano di tre lingue, la slavonica, la germanica e la furlana; e precisa che &quot;il tedesco si insegna nelle scuole pubbliche; in italiano si discutono le cause forensi; il popolo fa uso del furlano e dello slavonico. In citt\u00e0 i bambini parlano in tre distinti idiomi: furlano, sclavo e germanico. I nobili per\u00f2 sanno l&#8217;italiano, il latino e il francese&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>A proposito del goriziano Giuseppe Tominz (1790-1866), il Morassi osserva che &quot;seppe captare elementi, parole, armonie di civilt\u00e0 diverse, che a Gorizia s&#8217;incontravano senza urti&#8230; Seppe realizzare, forse per primo nella pittura, quello spirito triestino, mitteleuropeo, in cui si avvereranno, poche generazioni pi\u00f9 tardi, le prose d&#8217;un Italo Svevo, d&#8217;uno Scipio Slataper&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Trapassata senza troppi contraccolpi la tempesta napoleonica e rivoluzionaria, subita del resto con vigile resistenza, il clima goriziano si assop\u00ec fino al 1848, quando si scoprirono con occhi nuovi la composizione etnica e le tradizioni culturali della citt\u00e0. Con tutto ci\u00f2 l&#8217;anima dei goriziani non \u00e8 tradita.<\/em><\/p>\n<p><em>C&#8217;\u00e8 nei goriziani dell&#8217;Ottocento e si protrae ben oltre una sorridente sfiducia nella possibilit\u00e0 di trasformazioni che valgano e quindi una diffidenza verso ogni illusione generosa, come anche una cordiale comprensione per le debolezze e per i limiti umani. Tutto ci\u00f2 si spaccia con una radicata passione per l&#8217;ordine, per quel metternichiano sistema dell&#8217;ordine che era congeniale a Gorizia, forse una delle pi\u00f9 equilibrate e fedeli citt\u00e0 meridionali dell&#8217;impero.<\/em><\/p>\n<p><em>A Gorizia possono rimbalzare frizzi politici e punte satiriche, ma il tono dominante \u00e8 un&#8217;allegra adesione alle cose proprio come sono e come si presentano: quasi sempre sono le maschere e i carnevali che offrono occasioni per dimostrazioni &quot;nazionali&quot; e non solo per sottrarsi all&#8217;occhiuto e bonario gendarme.<\/em><\/p>\n<p><em>Una spontanea spensieratezza, che non giunge tuttavia mai a frastornare, \u00e8 appena velata ma non rinnegata da una stanca fede nell&#8217;ordine delle cose, che mai non muta e bisogna conservare senza l&#8217;urto della febbre che porta l&#8217;ansia dell&#8217;azione. Qui Gorizia sfiora il dramma; nella svagata e realistica rinuncia ad ogni dinamismo, vi domina, fino allo scoppio della guerra mondiale, della &quot;grande&quot; guerra, un&#8217;atmosfera nobilmente statica e piena di dignitoso rispetto per il cittadino, di burocratica efficienza e di signorile correttezza, m anche un senso morale non solo formalistico e di impegno culturale ben pi\u00f9 che salottiero.<\/em><\/p>\n<p><em>Ardenti minoranze appiccarono o tentarono d&#8217;appiccare l&#8217;incendio che i risorgimenti favorivano. Allora quegli elementi che avevano costituito la poliedrica cultura e la civilt\u00e0 goriziana proprio grazie alla loro giustapposizione reciproca, alla loro ormai naturale armonizzazione, divennero fattori esplosivi, occasioni per contrapposizioni antitetiche, perch\u00e9 non si continu\u00f2 a vedervi gli elementi che sostanziavano singolarissimamente la realt\u00e0 culturale d&#8217;una citt\u00e0 o d&#8217;una regione, bens\u00ec propaggini, troppo spesso idealizzate, d altre entit\u00e0 culturali, pi\u00f9 estese, aventi il centro altrove e giustificate sulla base d&#8217;una spesso mitica concezione delle unit\u00e0 nazionali.<\/em><\/p>\n<p><em>Gorizia perci\u00f2 divenne allora non l&#8217;incontro, quasi il centro d&#8217;una regione in cui si mediavano elementi dissimili, ma la periferia di tre grandi entit\u00e0 nazionali, l&#8217;ultima citt\u00e0 d&#8217;un mondo e nello stesso tempo la prima d&#8217;un altro.<\/em><\/p>\n<p><em>La citt\u00e0, politicamente imperiale da sempre, si pu\u00f2 ben dirlo, apparve alla parte italiana come un avamposto dell&#8217;impero nella pianura friulana e veneta, ma tutte le numerose tracce di cultura italiana o veneta, avulse dal loro contesto storico, furono impiegate ad affermare un diritto italiano sulla citt\u00e0. Al mondo germanico Gorizia apparve come un&#8217;oasi nelle terre imperiali, con una predominanza degli effetti d&#8217;un&#8217;ammirazione goriziana per la cultura suggerita dalle regioni italiane, ma ugualmente la sua struttura civile e mentale risultava improntata strettamente da modelli imperiali o precisamente asburgici. E cos\u00ec gli sloveni sentirono Gorizia profondamente necessaria, come uno dei massimi centri sorto nel&#8217;ambito o ai margini della loro cultura, capace tuttavia di dare alla loro vita e alla loro cultura organicit\u00e0 e punti di riferimento autorevoli; ma non poteva essere negato che la componente italiana o italianeggiante aveva avuto nella storia culturale della citt\u00e0 una forza suggestiva maggiore di tutte le altre.<\/em><\/p>\n<p><em>Proprio ne 1848 Graziadio Isaia Ascoli pubblic\u00f2 un proclama in cui invitava i goriziani e gli altri a riconoscere la natura profondamente italiana della citt\u00e0. Gli rispondevano voci meno autorevoli, come quella del Persa che tentava di far riconoscere, contro una tendenza centrifuga in atto, i valori perenni d&#8217;una citt\u00e0 &quot;limitrofa&quot;: &quot;A voi tutti che ognun a suo modo vuole Gorizia italiana, slava o tedesca a voi risponder\u00f2 che una citt\u00e0 posta al confine di queste tre nazionalit\u00e0 non u\u00f2 e non deve spiegare partito per una nazione&quot;. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Come avviene altrove, all&#8217;interno dell&#8217;impero, dove si avverte la crisi inarrestabile, ancorch\u00e9 schermata, della civilt\u00e0 asburgica, anche a Gorizia vecchie torri e lieti giardini costituiscono una presenza dolce e ossessiva d&#8217;un passato non dimenticato n\u00e9 superato; la coscienza culturale della propria civilt\u00e0 attizza contrasti nazionali sempre pi\u00f9 accesi.<\/em><\/p>\n<p><em>Molti goriziani, educati nell&#8217;ambito dell&#8217;antico umanesimo latino-germanico, vagheggiavano un sogno conciliatore d&#8217;un&#8217;unit\u00e0 supernazionale, &quot;mitteleuropea&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma a questo cosmopolitismo culturale \u00e8 legata la percezione dell&#8217;ascesa di nuovi programmi nazionali. Un nazionalismo dirompente viene talora combattuto con quel miraggio cosmopolita, forse antistorico e non adeguatamente sostenuto da forze politiche chiare.<\/em><\/p>\n<p><em>Il vecchio universalismo di estrazione medievale e la solida compattezza sovra personale e sovrannazionale del&#8217;impero, aggrediti dalla nuova civilt\u00e0, dal liberalismo e dalle aspirazioni nazionali, si sgretolavano e facevano intanto emergere mille particolarismi individuali e provinciali ma stimolavano anche esigenze di affermazione individuali e di piena espressione morale che non contrastavano necessariamente con quell&#8217;armonia civile spirituale che l&#8217;impero garantiva. Nella sfera della fantasia e delle arti, pi\u00f9 che dell&#8217;azione politica, si impegnarono severissimamente e si espressero con austera volutt\u00e0 almeno due generazioni goriziane tra la fine dell&#8217;Ottocento e l&#8217;inizio del Novecento.<\/em><\/p>\n<p><em>Gorizia \u00e8 un&#8217;oasi mitica, che partecipa gioiosamente alla feacia &quot;libert\u00e0&quot; propagatasi nell&#8217;area asburgica. Nello stesso tempo per\u00f2 \u00e8 avvertito, da molti che vanno oltre quelle apparenze, il limite di quel festevole clima. Una maschera \u00e8 la vita austriaca, e quella viennese anzitutto, nella seconda met\u00e0 dell&#8217;Ottocento, la quale passa da una mascherata all&#8217;altra, in una ricerca di ebbrezza evasiva. Altri, con uno sguardo teso oltre i confini, giungono a concludere che, rovescio ella medaglia, la stessa vita \u00e8 un gran teatro.<\/em><\/p>\n<p><em>Con angoscianti percezioni, l&#8217;ultima generazione dell&#8217;Ottocento goriziano, reagendo alla convinzione diffusa che &quot;\u00e8 felice chi dimentica ci\u00f2 che non si pu\u00f2 mutare&quot; (&quot;Fledermaus&quot;) contribuisce ad affrettare il declino dell&#8217;impero stesso, fondato sull&#8217;equilibrio, in quanto propugna l&#8217;iniziativa, l&#8217;azione, il movimento, la volont\u00e0 d&#8217;affermazione individuale.<\/em><\/p>\n<p><em>Lo stesso impegno civile e morale, non soltanto formalisticamente morale, che a Gorizia aveva contraddistinto e sostenuto l&#8217;atteggiamento dei cittadini verso lo stato e verso &#8216;autorit\u00e0 costituita in forme di responsabile collaborazione, li portava ora ad azioni e a reazioni disparate e profondamente inquiete.<\/em><\/p>\n<p><em>Non solo si ebbero cos\u00ec schieramenti distinti a seconda dell&#8217;appartenenza a uno o all&#8217;altro dei gruppi etnici e non solo ciascuno gruppo etnico fu acceso d&#8217;un suo slancio risorgimentale o liberale o sociale, ma all&#8217;interno d&#8217;ogni cultura e d&#8217;ogni distinzione nazionale l&#8217;impegno civile, cos\u00ec radicato e cos\u00ec generoso a suo modo, diede luogo a divergenti disposizioni e scelte: da un lato una volont\u00e0 d&#8217;agire del tutto nuova, che si qualifica anche come rifiuto della &quot;mediocritas&quot;, della rassegnazione ordinata, che pare tirannica imposizione; dall&#8217;altro lato una reazione, perfettamente in linea con i principi della politica asburgica e anche con la &quot;forma mentis&quot; goriziana, un atto di rinuncia, di civile obbedienza, di antitanica accettazione dell&#8217;ordine collaudato, come garanzia del mantenimento d&#8217;una felice e prudente norma di vita, del massimo di bene con un minimo di rischio sovvertitore (C. Magris).\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Gorizia rimane, cos\u00ec, un microcosmo, la cui storia non smette di affascinare, per la ricchezza di insegnamenti che ha lasciato in eredit\u00e0 a chi li voglia ascoltare. La citt\u00e0 sull&#8217;Isonzo \u00e8 stata un microcosmo cos\u00ec importante, cos\u00ec significativo, che in esso si riflette, come in un cristallo, tutto il &quot;mondo di ieri&quot; di cui parlava Stefan Zweig: in un certo senso, la storia e il destino d&#8217;Europa si rispecchiano in questa piccola citt\u00e0 di 35.000 abitanti (che diventano 67.000 calcolando anche la met\u00e0 slovena), che, dopo essere stata cerniera fra tre mondi ed esperimento, lungamente riuscito, di composizione delle differenze linguistiche, culturali, spirituali, \u00e8 diventata, oggi, lo specchio di un&#8217;Europa e di un mondo disintegrati, fratturati, disanimati, dominati da oscure forze inafferrabili, come i poteri finanziari, e costellati dalle croci che le effimere ideologie del XIX e del XX secolo &#8212; liberalismo, radicalismo, anarchismo, socialismo, comunismo, fascismo, nazismo &#8212; hanno sparso e lasciato dietro di s\u00e9, eloquente testimonianza della umana follia e della umana incapacit\u00e0 di mediare e di trovare punti d&#8217;incontro, oppure &#8212; come sta avvenendo oggi &#8212; del rifiuto di qualunque tradizione, di qualunque appartenenza e identit\u00e0 culturale, in nome di un appiattimento e di una omologazione che sono funzionali unicamente al diabolico consumismo, autentica (e sacrilega) religione laica del terzo millennio.<\/p>\n<p>E a tutto ci\u00f2 si aggiunga il fatto che Gorizia, insieme a tutto il confine orientale del Friuli (e dell&#8217;Italia), sul quale tanto sangue \u00e8 stato versato durante le due guerre mondiali, \u00e8 divenuta oggi una delle principali direttrici dell&#8217;invasione che, come ai tempi di Alarico, di Attila e di Alboino, si sta rovesciando da terre remote sul nostro Paese, sconvolgendone irreparabilmente la fisionomia storica e riducendola a vera e propria terra di conquista. Non ci si lasci ingannare dalle apparenze: l&#8217;unica differenza fra le invasioni dei Visigoti, degli Unni e dei Longobardi e quella odierna, quotidiana, capillare, apparentemente inarrestabile, della quale ci rendono conto, giorno per giorno (ma in maniera tendenziosa e fuorviane) la stampa e la televisione, \u00e8 che quest&#8217;ultima si svolge, finora, con modalit\u00e0 sostanzialmente pacifiche, e, addirittura, con il massimo della remissivit\u00e0, della collaborazione e dell&#8217;assistenza da parte di coloro che la stanno subendo, per un imperscrutabile disegno dei palazzi dell&#8217;Unione europea, ma anche del Governo italiano e dei vertici della Chiesa cattolica.<\/p>\n<p>Pertanto, la domanda: <em>Quo vadis<\/em>, <em>Gorizia?,<\/em> suona un po&#8217; come la domanda: <em>Dove stai andando, Europa odierna?<\/em> \u00c8 come se in questa piccola, bellissima citt\u00e0 sulle rive di un fiume che scende dalle vette delle Alpi Giulie e scorre spumeggiando fra colline verdeggianti, verso la pace del Mare Adriatico, si riflettesse il destino del nostro continente e si interrogassero tutte le persone consapevoli, educate dalla storia, consce della propria identit\u00e0, aperte al dialogo e alla fratellanza, ma senza preconcetti buonisti e senza colpevoli dimenticanze, che amano la civilt\u00e0 europea perch\u00e9 essa, pur con tutti i suoi errori, ha dispensato oltre mille anni di umanit\u00e0, saggezza, arte, cultura, a dei popoli che il crollo del mondo antico aveva lasciato orfani e disorientati, sull&#8217;orlo del precipizio di una barbarie di ritorno.<\/p>\n<p>Dobbiamo concludere che questi mille anni di storia non hanno insegnato nulla ai figli dell&#8217;Europa, e che essi, pertanto, sono maturi per cadere in quella barbarie, da cui gi\u00e0 una volta furono salvati?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gorizia non \u00e8, semplicemente, il capoluogo del Friuli orientale, l&#8217;ex Friuli austriaco (e che fu tale, cio\u00e8 austriaco, per secoli e secoli: non per qualche anno<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[149,227,248],"class_list":["post-25487","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-friuli-venezia-giulia","tag-prima-guerra-mondiale","tag-seconda-guerra-mondiale"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25487","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25487"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25487\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25487"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25487"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25487"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}