{"id":25473,"date":"2008-02-22T07:07:00","date_gmt":"2008-02-22T07:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/22\/un-film-al-giorno-gli-ultimi-di-turoldo\/"},"modified":"2008-02-22T07:07:00","modified_gmt":"2008-02-22T07:07:00","slug":"un-film-al-giorno-gli-ultimi-di-turoldo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/22\/un-film-al-giorno-gli-ultimi-di-turoldo\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abGli ultimi\u00bb di Turoldo"},"content":{"rendered":"<p><em>&quot;Me ne andavo in quegli anni a spigolare dietro ai mietitori. E tornavo a sera col mio piccolo fascio di grano, disposto a corona come in certi simboli sulle porte dei tabernacoli. Ed era tutto il nostro frumento. S\u00ec e no una ventina di ani per ogni estate. Poi nulla, fino alla nuova mietitura. Pi\u00f9 tardi, in autunno, andavo a raccattare qualche smarrita pannocchia, sempre dopo il raccolto. Queste mio padre le barattava coi castagnari che scendevano dalla Carnia, anch&#8217;essi spinti dalla fame verso la pianura: una misura di granturco per una eguale misura di castagne, da serbare per la notte dei santi e dei morti. Le doveva cuocere mio padre in persona, nel vecchio e nero tegame crivellato. E la fiamma passava tra castagna e castagna, sempre mosse con ritmo costante da mio padre. Un rito solenne. E noi tutti intorno al focolare, mentre il profumo invadeva la casa; impazienti che la pazienza del padre avesse fine; e dicesse, come di solito a tempo giusto diceva: ecco, ora sono da vendere. Tanto erano perfette di cottura. Noi le dicevamo &#8216;la nostra carne&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Naturalmente prima bisognava andare a legna. Le canne di granturco e di finocchio selvatico non davano un fuoco caldo a sufficienza. Pure quello era un altro compito del pi\u00f9 giovane. I maggiori andavano tutti a imparar mestiere. E cos\u00ec mi toccava andare a legna, se volevamo riscaldarci in casa. Che anni quelli del ventotto e ventinove e trenta!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Uno di quei giorni io commisi il pi\u00f9 grave errore della mia infanzia. Era sul primo pomeriggio. Un giorno, in apparenza, come ogni altro; con un cielo semigrigio. Una solitudine di mezza stagione. Non pi\u00f9 inverno non ancora primavera. Un giorno di quelle indefinibili tristezze, come di animali in letargo. Io sentivo pi\u00f9 che mai il travaglio di quelle virulente e inquiete e misteriose stagioni. Di fuori sembrava tutto calmo, mentre dentro tu covi il terremoto dell&#8217;adolescenza. Vicino a diventare un mostro: non ancora uomo senza essere forse per quelle mie circostanze speciali, mai stato un ragazzo. Quel giorno avevo pi\u00f9 fame del solito. Avevamo mangiato polenta e orzo, ma non bastava. Forse i pi\u00f9 grandi s&#8217;arrangiavano i qualche modo, ma io! In paese non c&#8217;era che qualche anima viva, una sulla porta dell&#8217;osteria, un&#8217;altra, una donna, che attingeva un secchio d&#8217;acqua nel piccolo canale, certo per gli animali. Io guardai bene dalla mia porta: non mi avrebbe visto nessuno. La tavola nostra era liscia, pulita, immensa. Nella madia qualche pugno di farina gialla. Non avevamo neppure dispensa. Me ne andai senza dire una parola. Sette, otto case pi\u00f9 avanti c&#8217;era una grossa famiglia, che i miei ritenevano amica. Io pensai: \u00abForse loro&#8230;\u00bb. Dapprima finsi di essere andato a giocare coi compagni. Parte della famiglia stava ancora a tavola: un tavolone carico di frantumi dopo il rane pasto, da veri contadini. Ricordo che feci il giro della vasta cucina, annusando, senza scoprimi, s&#8217;intende, e dicendo qualche parola inevitabilmente sconnessa, tanto per nascondere le mie vere intenzioni che mi urlavano dentro. I due compagni mangiavano ancora e mi guardavano dall&#8217;alto, sazi. Ora che ci penso, deve essere successo cos\u00ec anche al povero Lazzaro in casa dell&#8217;Epulone. Nessuno mene dava, neppure una briciola. Allora osai, spinto dalla disperazione e dal segreto pianto. Mangiavo tutta quella roba con gli occhi, ora quasi umidi e velati. Non avessi mai teso quella mano! Quando un vocione di donna rauca: \u00abVai via, sp&#8230;\u00bb grid\u00f2 alzandosi in piedi e tirando a s\u00e9 il paniere. Il mio disgraziato volto avvamp\u00f2 all&#8217;improvviso come una fornace. Mi sentii perduto, un&#8217;altra volta, come quel giorno, sbatacchiato alto sul grano da mio padre. Le gambe erano nuovamente di legno, ma riuscii ugualmente a precipitarmi fuori dalla porta. Fuori ci stava altra gente, sotto il porticato, che iniziava la siesta.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ricordo i carri, gli aratri, le forche. Mi parve per un istante che tutto si fosse messo in moto, con un suon di ferraglie contro di me. Anche costoro, per gioco, si misero a battere le mani e a gracchiare per farmi correre ancora pi\u00f9 veloce. Mi sentivo lo spavento in persona, buttato fori sulla strada deserta, ove continuai a precipizio, per forza d&#8217;inerzia&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Questa pagina commovente \u00e8 tratta dal racconto autobiografico di David Maria Turoldo <em>Io non ero un fanciullo<\/em>, ora ripubblicato nel volume <em>Il mio vecchio Friuli<\/em> (Pordenone, Edizioni Biblioteca dell&#8217;Immagine, 2002),insieme alla videocassetta del film ad esso ispirato: <em>Gli ultimi<\/em>, uscito nei cinema nel 1963. La sceneggiatura fu scritta a quattro mani dal regista, Vito Pandolfi, e dal soggettista, padre Turoldo.<\/p>\n<p>Gli attori, tutti non professionisti, erano gli abitanti di Coderno di Sedegliano, in provincia di Udine, ove padre Turoldo era nato, il 22 novembre 1916. Il protagonista, che interpretava la parte del piccolo Checo, era un bambino di Nomadelfia: Adelfo Galli. La scelta del bianco e nero, poi, sottolineava il carattere austero, disadorno, quasi documentaristico del film e ne metteva in risalto la profonda vena poetica, venata di intensa malinconia nella rievocazione di un mondo rurale ormai scomparso.<\/p>\n<p>Diciamo senza mezze misure che il film, a dispetto del mancato successo commerciale e dei riconoscimenti un po&#8217; pelosi della critica, \u00e8 semplicemente un capolavoro. Sobrio, anzi scarno; antiretorico senza compiacimenti n\u00e9 sbavature; duro fino alla crudezza; epico nel senso pi\u00f9 schietto del termine, come \u00e8 epico il mondo di Verga, dei pescatori Malavoglia, dei minatori di <em>Rosso Malpelo<\/em>: tutta gente umile, che va incontro al proprio destino con dignit\u00e0 e coraggio, senza inutili ribellioni e senza clamori n\u00e9 grida.<\/p>\n<p>\u00c8 il romanzo di formazione di un bambino, Checo, ultimo di una numerosa famiglia di contadini poverissimi, che tutti maltrattano e prendono in giro crudelmente, chiamandolo &quot;spaventapasseri&quot;, perch\u00e9 non ne comprendono le doti superiori di sensibilit\u00e0 e intelligenza; e, al tempo stesso, la vicenda corale di una intera comunit\u00e0 del profondo Nord negli anni Trenta del secolo scorso, quando l&#8217;alternativa era quella tra il morire di fame sulla terra degli avi e l&#8217;emigrare verso le miniere di carbone del Belgio, tagliando le amatissime radici.<\/p>\n<p>Chi, oggi, visiti quegli stessi luoghi, totalmente trasformati dal <em>boom<\/em> economico e raggiunti da un diffuso benessere, stenterebbe alquanto a riconoscervi il Friuli descritto da padre Turoldo che, al principio degli anni Sessanta, non era poi cos\u00ec diverso da quello di tre decenni prima, immerso in una atmosfera atemporale e piagato da una miseria inverosimile; e, tuttavia, forte e fiero delle sue tradizioni, del suo legame con il sangue e la terra.<\/p>\n<p>Un film che rimane indelebilmente nella memoria di chi lo ha visto anche una volta sola; un film quasi sgradevole nella sua forza di verit\u00e0 e nella denuncia sociale ad esso sottesa; un film che poteva scaturire solo dalla collaborazione fra due personalit\u00e0 cos\u00ec diverse e cos\u00ec simili, come quelle di Pandolfi e di Turoldo. Un&#8217;opera rimasta assolutamente unica nel suo genere e alla quale possiamo solo accostare, ma passando ad un altro genere espressivo, le poesie friulane del giovane Pasolini, maturate nella Casarsa di prima del <em>boom<\/em>, quando il Friuli, appunto, viveva gli ultimi anni della sua antica civilt\u00e0 contadina.<\/p>\n<p>Vito Pandolfi \u00e8 nato a Forte dei Marmi nel 1917 ed \u00e8 morto a Roma nel 1974. Critico teatrale e regista cinematografico, aveva fondato nel 1964 il Teatro Stabile di Roma. Libero docente in Storia del teatro e dello spettacolo dal 1962, saggista, collaboratore di numerosi giornali e periodici, <em>Gli ultimi<\/em> \u00e8 stata la sua sola importante regia per il cinema. Per il teatro, invece, ha diretto una lunga serie di importanti spettacoli, da <em>Egor Bulyciov e gli altri<\/em> (tratto da M. Gorkij), nel 1944, a <em>Beatrice Cenci<\/em> di Moravia, nel 1957, passando per <em>Il corsiero bianco<\/em> di Caroll (1945), <em>La luna \u00e8 tramontata<\/em> di Steinbeck (1946), <em>La casa di Bernarda Alba<\/em> di Garcia Lorca (1947), <em>Aminta<\/em> di Tasso (1954), <em>Torquato Tasso<\/em> di Goethe e <em>Anfitrione<\/em> di Plauto (entrambi nel 1955). Ha lavorato con Squarzina e Salce per <em>La fiera delle maschere<\/em>, poi con Pasolini e Bernari per la trasposizione teatrale delle novelle di Boccaccio e di Bandello. Ha scritto numerosi studi sulla storia del teatro italiano, specialmente moderno, e sul teatro tedesco espressionista.<\/p>\n<p>David Maria Turoldo era nato, come si \u00e8 detto, a Coderno di Sedegliano nel 1916 ed \u00e8 morto a Milano, di tumore al pancreas, nel 1992. Il suo nome di battesimo era Giuseppe; David Maria era il nome che assunse allorch\u00e9 prese i voti, a Vicenza, nel 1938, entrando nell&#8217;ordine dei serviti. Teologo e poeta di fama internazionale, padre Turoldo realizz\u00f2 il film <em>Gli ultimi<\/em> grazie all&#8217;amicizia con Pier paolo Pasolini, che conobbe nel periodo in cui fu trasferito nel convento di Santa Maria delle Grazie, a Udine, fra il 1961 e il 1964. In ogni caso, si pu\u00f2 dire che l&#8217;influenza tra i due fu reciproca: non \u00e8 un caso che Pasolini, nel 1964, abbia girato il pi\u00f9 esplicitamente religioso dei suoi film, <em>Il Vangelo secondo Matteo.<\/em><\/p>\n<p>Dal 1964 Turoldo ristruttur\u00f2 l&#8217;antica abbazia cluniacense di Sant&#8217;Egidio, a Fontanelle di Sotto il Monte (paese d&#8217;origine di Giovanni XXIIII), e divenne priore della comunit\u00e0 <em>Casa di Emmaus<\/em>, in cui istitu\u00ec il Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII, chiamando a collaborarvi anche personalit\u00e0 atee o di altra religione. La sua visione della vita si rivela dal titolo del periodico clandestino da lui stampato a Milano, durante l&#8217;occupazione nazista del 1943-45, <em>L&#8217;uomo<\/em> (perch\u00e9 <em>&quot;il solo scopo della vista &#8211;<\/em> disse &#8211; <em>\u00e8 la realizzazione della propria umanit\u00e0&quot;<\/em>), nonch\u00e9 dalle parole da lui pronunciate poco prima della morte: <em>&quot;La vita non finisce mai&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Di lui, il critico letterario Carlo Bo ebbe a dire: <em>&quot;Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni.&quot;<\/em> Una antologia delle sue poesie, dal 1948 al 1988, \u00e8 contenuta nel volume <em>O sensi miei<\/em>, \u00e8 stata pubblicata da Rizzoli nel 1990, con note introduttive di Andrea Zanzotto e di Luciano Erba.<\/p>\n<p>Delle opere di spiritualit\u00e0 e teologia ricordiamo, tra le pi\u00f9 recenti, <em>Oltre la foresta delle fedi<\/em>, del 1996; <em>Ultime poesie: canti ultimi. Mie notti con Qohelet,<\/em> del 1999; <em>Dialogo tra cielo e terra<\/em>, del 2000; <em>Il dramma \u00e8 Dio: il divino la fede la poesia,<\/em> del 2002; Diario <em>dell&#8217;anima<\/em> del 2003.<\/p>\n<p>Ma la sua ispirazione religiosa \u00e8 evidentissima anche nel film <em>Gli ultimi<\/em>, che non \u00e8 affatto una scorreria estemporanea nel mezzo cinematografico, ma una coerente estensione al linguaggio espressivo del grande schermo, della sua vena di salmista innamorato del mistero di Dio; come appare non solo nel rapporto tra il piccolo protagonista, Checo, con il parroco del paese, ma in tutto l&#8217;afflato poetico che pervade la vicenda, il paesaggio, le immagini. Una religiosit\u00e0 maschia e introversa, non certo sdolcinata come in <em>Fratello sole, sorella luna<\/em> di Zeffirelli; dove la preghiera \u00e8 il canto di lode a Dio che tutte le cose levano in coro, <em>anche se non lo sanno<\/em> o se, addirittura, credono di ribellarglisi e di insultarlo.<\/p>\n<p>Perch\u00e9, come direbbe Bernanons, anche per Turoldo vale la ferma convinzione che tutto, ma proprio tutto, non \u00e8 altro che grazia.<\/p>\n<p><em>ALCUNI GIUDIZI CRITICI<\/em><\/p>\n<p><em>(I primi quattro sono tratti dalla presentazione della videocassetta del film<\/em> Gli ultimi, <em>allegata al libro<\/em> Il mio vecchio Friuli <em>di David Maria Turoldo, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell&#8217;immagine, 2002; il quinto da<\/em> Il Mereghetti, <em>Baldini Castoldi Dalai Editore, edizione 2004; il sesto da<\/em> Il Morandini, <em>Zanichelli, edizione 2000).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I figli si scoprono nei padri, nei gesti dei padri: nel bere con gusto il vino e nell&#8217;accettare con virile grandezza fatica e sofferenza. \u00c8 il film che presenta un&#8217;esistenza ancora legata alla natura, dove ancora senso magico non si oppone a sacralit\u00e0, una esistenza che sa quanto valga il dono della polenta, del pane, delle castagne, del vino, dell&#8217;acqua: un&#8217;esistenza che precede quella nostra civilt\u00e0 del benessere; una sorta &#8211; per cos\u00ec dire &#8211; di civilt\u00e0 &#8216;anti-spreco nella quale nascere poveri non impedisce di scegliere la povert\u00e0.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>David Maria Turoldo<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sar\u00e0 la solitudine stupenda del Friuli nel quale ho vissuto nei primi due anni della prima guerra, alternandone il soggiorno con il Carso, sar\u00e0 l&#8217;arte del bimbo incredibilmente spontanea e vera, sar\u00e0 il modo semplice e assoluto di mostrare i terribili simboli della morte e della fame, so che si tratta di un film indimenticabile, infinitamente pi\u00f9 bello dei pochi che quest&#8217;anno ho ammirato, si tratta unicamente di un film dettato da schietta e alta poesia.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Giuseppe Ungaretti, 1962<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Piano piano la suite della vita nel paesello pedemontano, con le sue case di sassi grigi e le sue strade bianche, nella luce accecante dell&#8217;aria di neve, diviene iterazione, litania: la serie degli episodi si fa ossessiva, e i significati della povera vicenda umana trapassano a una simbologia tanto pi\u00f9 povera di ornamento quanto pi\u00f9 ricca di un quasi fisico dolore.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Pier Paolo Pasolini, 1962<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per\u00f2 come tutte le opere di poesia, anche<\/em> Gli ultimi, <em>attraverso il Friuli dolente degli anni Trenta, si inseriscono in un discorso pi\u00f9 ampio e generale e noi li vediamo l\u00e0 dove la gente soffre, dove la terra \u00e8 amara e dove ogni agricoltore \u00e8 tormentato dall&#8217;antico e fatale dubbio: morire sopra i fatali sterpi della propria casa, oppure errare per il vasto mondo alla ricerca di un dubbio benessere, nel quale il pane \u00e8, in ogni caso, intriso duramente di sale? Il drammatico contesto di una condizione umana fiaccata, ma non spezzata, \u00e8 visto nel film con gli occhi sempre meno disincantati di Checo, il pi\u00f9 sensibile e il pi\u00f9 intelligente fra i ragazzi del borgo.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Mario Quargnolo, 1963<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tratto dal racconto autobiografico<\/em> Io non ero un fanciullo <em>di padre Davide Maria Turoldo (tratto da<\/em> Mia terra, addio<em>) il film rievoca con robusto impianto realista, e qualche concessione populista, il mondo dei contadini friulani negli anni Trenta e grazie al leit-motiv degli spaventapasseri riesce ad aprirsi a una dimensione astratta ed evocativa, capace di rendere poetico il racconto. Impossibile da inscrivere in alcun filone cinematografico, l&#8217;opera costruisce il proprio interesse sul suo essere un evento estemporaneo e sul binomio che lega due persone di diversa estrazione culturale, un prete cattolico come Turoldo e un critico marxista come Pandolfi, qui alla sua prima esperienza di regia cinematografica.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Paolo Mereghetti<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tratto dal racconto autobiografico<\/em> Io non ero un fanciullo <em>(inedito fino al 1980) si padre David Maria Turoldo (1916-92),poeta e saggista, e girato interamente a Coderno (Udine), suo paese natale, con gli abitanti come attori, \u00e8 l&#8217;austera rievocazione di una condizione umana e sociale (il mondo contadino che la nascente civilt\u00e0 industriale pone in secondo piano e trasforma), la proiezione di una solitudine individuale (e spirituale) sullo sfondo di un&#8217;altra solitudine collettiva (e materiale). La rinuncia alla presa diretta (difficile in quel periodo), il doppiaggio in un italiano letterario, il ricorso alla voce narrante qua e l\u00e0 ridondante, la scelta del piccolo protagonista di una bellezza quasi aristocratica (in contraddizione col nomignolo beffardo) indeboliscono il film che, comunque, rimane un&#8217;opera unica nel panorama di quegli anni. L&#8217;insuccesso commerciale ebbe molte cause tra cui il boicottaggio da parte delle autorit\u00e0 ecclesiastiche che, non vedendo di buon occhio il sodalizio di Turoldo, frate scomodo, con Pandolfi, intellettuale laico e marxista, esclusero il film dal circuito delle sale da loro controllate. C&#8217;\u00e8 una ragione pi\u00f9 profonda: fu un film intempestivo, uscito troppo presto. Soltanto nel decennio successivo il legame tra cultura e mondo contadino fu approfondito, magari colorandosi di rimpianto e nostalgia. Il successo di<\/em> L&#8217;albero degli zoccoli <em>ne \u00e8 un sintomo. Del film, cui contribuisce assai il suggestivo bianconero di Armando Nannuzzi, esistono 2 copie con finali diversi.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Laura, Luisa e Morando Morandini<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;Me ne andavo in quegli anni a spigolare dietro ai mietitori. 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