{"id":25460,"date":"2008-04-17T12:42:00","date_gmt":"2008-04-17T12:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/17\/gli-inferti-divengono-linferno\/"},"modified":"2008-04-17T12:42:00","modified_gmt":"2008-04-17T12:42:00","slug":"gli-inferti-divengono-linferno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/17\/gli-inferti-divengono-linferno\/","title":{"rendered":"Gli Inferti divengono l&#8217;Inferno"},"content":{"rendered":"<p>Quando \u00e8 accaduto che gli Inferi, soggiorno delle anime dei morti, si sono trasformati nell&#8217;Inferno, luogo di eterna punizione delle anime di coloro che condussero, sulla Terra, un&#8217;esistenza malvagia e che si macchiarono di colpe imperdonabili?<\/p>\n<p>Entrambe le parole derivano dal latino, che conosce, anch&#8217;esso, due parole quasi identiche, <em>infernus<\/em> ed <em>inferus<\/em>, per designare il medesimo concetto: ci\u00f2 che sta sotto, in basso. Per Cicerone, ad esempio, <em>Infernum<\/em> (e anche <em>Inferum<\/em>) <em>mare<\/em> \u00e8 il Tirreno (contrapposto all&#8217;Adriatico, che \u00e8 <em>superior<\/em>); mentre per Tacito <em>infernas umbras carminibus elicere<\/em> significa evocare, mediante incantesimi<em>,<\/em> le anime dei morti; e, per lo stesso Cicerone, <em>dii inferi<\/em> sono gli dei dell&#8217;Averno.<\/p>\n<p>Per\u00f2 gli storici delle religioni preferiscono adoperare la parola Inferno solo riferendosi all&#8217;ambito cristiano e islamico (e, tutt&#8217;al pi\u00f9, ebraico), mentre riservano la parola Inferi per tutte le altre culture pagane, sia antiche che moderne.<\/p>\n<p>In effetti, l&#8217;idea che le anime dei malvagi meritino una eterna punizione in un luogo apposito, ben distinto da quello riservato a tutte le altre anime, non \u00e8 una &quot;invenzione&quot; del cristianesimo (o dell&#8217;islamismo), ma si ritrova anche presso moltissime altre religioni e culture, comprese quelle antiche. In genere esso era concepito come un luogo buio e sotterraneo (donde l&#8217;origine del nome), il regno di una divinit\u00e0 apposita che, per\u00f2, solo nel cristianesimo \u00e8 malvagia essa stessa e tutta intesa ad indurre gli uomini verso il male ed il peccato; mentre l&#8217;Ade dei greci e il Plutone dei romani non \u00e8 un dio malvagio in s\u00e9, ma piuttosto il giudice e il custode di tutte le anime, <em>comprese<\/em> quelle dei malvagi.<\/p>\n<p>Invece, nella maggior parte delle antiche religioni (e, fra quelle moderne, nell&#8217;induismo e nel taoismo) le divinit\u00e0 che hanno a che fare con il male e con la morte non sono interamente negative n\u00e9 interamente positive, ma presentano caratteri duplici ed elusivi, potenzialmente minacciose, ma suscettibili anche di dimostrarsi benefiche, se opportunamente pregate e invocate. E questo perch\u00e9 la realt\u00e0 stessa, tutta la realt\u00e0 &#8211; morte compresa &#8211; non presenta caratteri antitetici e chiaramente separabili di bene e di male, ma piuttosto una compresenza e una mescolanza di elementi che possono essere letti dall&#8217;uomo come positivi o negativi, a seconda delle circostanze e della prospettiva da cui ci si pone. Nell&#8217;induismo, ad esempio, il dio Shiva corrisponde, s\u00ec, al principio della distruzione; ma, appunto perch\u00e9 la distruzione \u00e8 necessaria, in natura, al ciclo della vita, egli \u00e8 anche il rigeneratore e il dispensatore della vita; e, nello sivaismo, egli \u00e8 &quot;il fausto&quot; e la personificazione dell&#8217;assoluto, del <em>brahman<\/em>.<\/p>\n<p>Nelle culture occidentali, il principio negativo viene via via separandosi da quello negativo e si configura come <em>Kaos<\/em>, principio del disordine, contrapposto al <em>Kosmos<\/em>, principio dell&#8217;ordine che da quello ha origine ma che, poi, gli si contrappone, per contenerne l&#8217;opera distruttiva; in quest&#8217;ottica bisogna leggere anche la contrapposizione, nella cultura greca antica, fra gli dei olimpici e le forze primigenie del disordine, ivi compresi i Titani.<\/p>\n<p>Secondo la cosmogonia dei babilonesi, al momento della creazione del mondo vi erano un principio femminile, Tiamat (&quot;mare&quot;, ossia acqua salata), la madre comune che circonda la terra, e un principio maschile, Apsu (l&#8217;acqua dolce sotto terra). Quando gli dei vennero creati, si scaten\u00f2 un conflitto tra la luce e l&#8217;oscurit\u00e0, i cui il figlio del Sole, Marduk, ebbe l&#8217;incarico di affrontare e uccidere Tiamat, spaccandone poi il corpo in due met\u00e0, a guisa di conchiglia.<\/p>\n<p>L&#8217;<em>Enuma Elish<\/em>, il poema epico babilonese, narra in questi termini lo scontro mortale fra il dio Marduk e la dea Tiamat, citato in Zecharia Sitchin, <em>Il pianeta degli dei<\/em> (titolo originale: <em>The 12^th^ Planet<\/em>, 1976, traduzione italiana di Maria Massarotti, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 1998, 2002, pp. 215-216 e 218-219):<\/p>\n<p><em>Tiamat e Marduk, il pi\u00f9 saggio tra gli dei,<\/em><\/p>\n<p><em>avanzarono l&#8217;uno contro l&#8217;altro;<\/em><\/p>\n<p><em>si preparavano a un duello,<\/em><\/p>\n<p><em>si avvicinavano alla battaglia.<\/em><\/p>\n<p><em>Il Signore distese la sua rete per avvilupparla:<\/em><\/p>\n<p><em>il vento del male, che gli stava dietro, le scaten\u00f2 contro.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando Tiamat apr\u00ec la bocca per divorarlo<\/em><\/p>\n<p><em>Egli la spinse contro il vento del male,<\/em><\/p>\n<p><em>in modo che non potesse pi\u00f9 chiudere le labbra.<\/em><\/p>\n<p><em>I feroci venti di tempesta quindi caricarono il suo ventre;<\/em><\/p>\n<p><em>il suo corpo si gonfi\u00f2, la bocca si spalanc\u00f2.<\/em><\/p>\n<p><em>Egli scagli\u00f2 una freccia che le dilani\u00f2 il ventre;<\/em><\/p>\n<p><em>penetr\u00f2 nelle sue viscere e le si conficc\u00f2 nel grembo.<\/em><\/p>\n<p><em>Dopo averla cos\u00ec domata, egli spense il suo soffio vitale.<\/em><\/p>\n<p><em>Il Signore si ferm\u00f2 a vedere il suo corpo senza vita.<\/em><\/p>\n<p><em>Ingegnosamente concep\u00ec un piano per dividere il mostro.<\/em><\/p>\n<p><em>Quindi l&#8217;apr\u00ec in due parti come si fa con un mitilo.<\/em><\/p>\n<p><em>Il Signore calpest\u00f2 la parte posteriore di Tiamat;<\/em><\/p>\n<p><em>con la sua arma le tagli\u00f2 di netto il cranio;<\/em><\/p>\n<p><em>recise i canali del suo sangue;<\/em><\/p>\n<p><em>e spinse il Vento del Nord a portare la parte ormai staccata<\/em><\/p>\n<p><em>verso luoghi che nessuno ancora conosceva.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;altra met\u00e0 di lei egli innalz\u00f2 come un paravento nei cieli:<\/em><\/p>\n<p><em>schiacciatala, pieg\u00f2 la sua coda fino a formare la Grande Fascia,<\/em><\/p>\n<p><em>simile a un bracciale posto a guardia dei cieli.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, con la met\u00e0 inferiore di Tiamat vennero formati la Terra e gli Inferi, con quella superiore, la volta celeste e le stelle.<\/p>\n<p>Significativo, comunque, \u00e8 il fatto che Tiamat , madre di una serie di creature mostruose e di dragoni che giungono perfino ad oscurare il disco della Luna, viene raffigurata come un serpente che abita il mare notturno (cosa che pu\u00f2 aver ispirato l&#8217;immagine del dragone del libro cristiano dell&#8217;<em>Apocalisse<\/em>); eppure, al tempo stesso, \u00e8 vista come la Grande Madre, generatrice di tutte le cose e degli stessi dei.<\/p>\n<p>Quanto all&#8217;operazione compiuta da Marduk (altrimenti noto come Bel Merodach), di tagliarle il capo e recidere le vene del suo corpo, il significato allegorico risiede nell&#8217;idea che il sangue della Gran Madre, scorrendo sulla terra, dar\u00e0 origine alla stirpe degli animali e, pertanto, sar\u00e0 necessario alla vittoria della vita sul disordine e sulla morte.<\/p>\n<p>Gli Inferi, poi, sono il luogo delle tenebre , abitato da mostri, che si apre nelle viscere della Terra; concezione che passer\u00e0 anche nello Zoroastrismo, ove le anime dei defunti devono transitare sul ponte presso il sacro monte Alborz, ove il loro destino si compie: allargandosi per i buoni, restringendosi per i malvagi, sino a farli precipitare nell&#8217;abisso. Qui li attende Ahriman, il malefico dio dell&#8217;oscurit\u00e0 e della menzogna, che eternamente lotta contro Ahura Mazda, il dio del bene e della luce.<\/p>\n<p>Ma, con lo Zoroastrismo, per la prima volta si entra nell&#8217;ambito di una cosmogonia e di una teologia nettamente dualistiche, con un principio interamente buono che si oppone ad uno interamente malvagio, nell&#8217;ambito di uno scontro cosmico ove essi non sono visti come complementari, ma come opposti ed inconciliabili. Ed \u00e8 questa l&#8217;idea che si affermer\u00e0 nel cristianesimo: un&#8217;idea persiana piuttosto che ebraica, a dispetto dalla comune credenza, secondo la quale il cristianesimo non sarebbe che una forma aggiornata del giudaismo.<\/p>\n<p>Nella religione degli antichi Egiziani, i morti venivano giudicati dal dio solare Ra e, in una fase pi\u00f9 tarda (dalla XI dinastia), da Osiride. Il <em>Libro dei Morti<\/em> spiega come il cuore dei defunti venga pesato sulla bilancia dal dio lunare Thot, mentre sull&#8217;altro piatto di essa sta una raffigurazione del divino Maat. Un mostro \u00e8 pronto a divorare quanti risultino colpevoli; gli altri, invece, vengono introdotti nel regno luminoso di Osiride, concepito come un prolungamento della vita terrena, compresi i lavori agricoli da svolgere sulle rive del Nilo. I cattivi vengono sprofondati nel regno sotterraneo chiamato <em>duat<\/em> (o Amenti) che il Sole illumina solo nel tratto del suo corso in cui scompare sotto l&#8217;orizzonte terrestre; fame e sete li tormentano, e questi elementi sono probabilmente passati nella concezione giudaica e, attraverso di essa, cristiana dell&#8217;Inferno (cfr. il regno dei morti nella parabola del povero Lazzaro e del ricco Epulone, ove la pena delle anime malvagie consiste in un fuoco eterno e in una inestinguibile arsura che le tormenta).<\/p>\n<p>Si tenga presente, comunque, che per gli antichi Egiziani erano tre le forze spirituali che costituivano quella che noi chiamiamo &quot;anima&quot;: <em>ka, ba<\/em> e <em>akh.<\/em> La prima \u00e8 il nucleo centrale, ricevuta dagli antenati e trasmessa ai discendenti: per essa venivano deposti cibi e altri oggetti nelle sepolture; la seconda ne \u00e8 il principio primordiale e ci\u00f2 che garantisce l&#8217;individualit\u00e0 di ogni singolo essere umano; la terza, invece, raggiunge il suo pieno sviluppo solo dopo la morte, ed \u00e8 per questo che, nel corso del tempo, essa ha finito per essere identificata totalmente (ma un po&#8217; impropriamente) con il defunto <em>tout court.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;importanza svolta dalla concezione egiziana antica del regno dei morti nella formazione di quella greca (e, per altra via, di quella ebraico-cristiana) dell&#8217;Inferno, \u00e8 stata evidenziata da quella eccentrica figura di studioso di ermetismo del XVIII secolo, che fu Don Antoine-Joseph de Pernety (1716-1796), fondatore del <em>Rito Swedemborghiano<\/em> in Francia (ispirato alle dottrine del mistico svedese Emanuel Swedenborg), poi bibliotecario personale di Federico il Grande di Prussia ed infine, nel 1786, fondatore ad Avignone della Societ\u00e0 degli Illuminati.<\/p>\n<p>Scrive dunque Dom Antonio Pernety nella sua opera classica <em>Le favol m\u00eame principe, avec une explication des hyeroglyphes,<\/em> Parigi, 1758; traduzione italiana di Giacomo Catinella, Genova, Fratelli Melita Editori, 1987, pp. 191-193):<\/p>\n<p><em>L&#8217;idea dell&#8217;Inferno \u00e8 nata in Egitto, e ci\u00f2 sulla testimonianza di Diodoro Siculo, che nel L. I, cl. 36, scrisse: \u00abOrfeo port\u00f2 dall&#8217;Egitto in Grecia la completa favola dell&#8217;Inferno. I supplizi dei cattivi nel Tartaro, il soggiorno dei beati nei Campi Elisi, ed altre simili idee, sono evidentemente attinte dai funerali degli Egiziani. Mercurio, conduttore delle anime presso i Greci, \u00e8 certo la riproduzione d&#8217;un uomo al quale,<\/em> anticamente, <em>si consegnava il corpo d&#8217;un Api morto, perch\u00e9 lo si consegnasse a sua volta , ad altro individuo che lo riceveva avendo una maschera con tre teste come quella di Cerbero. Orfeo avendo propalato questa pratica in Grecia, Omero ne us\u00f2 nella sua<\/em> Odissea <em>dicendo:<\/em><\/p>\n<p>Con il suo caduceo, alle riceve dei mesti fiumi,<\/p>\n<p>Mercurio aveva condotto le ombre degli eroi.<\/p>\n<p><em>Il termine<\/em> anticamente <em>che Diodoro adopera, potrebbe far supporre con ragione che non era un uso del suo tempo, ma che egli avesse appreso e raccontato tutto ci\u00f2 che ne dice, sulla fede d&#8217;una tradizione popolare, ed alla quale non bisogna annettere molta importanza. Ma, come sempre, dobbiamo attingere l&#8217;idea del favoloso Inferno dai Padri elle Favole. Pu\u00f2 darsi che Orfeo abbia preso lo spunto dai funerali degli Egiziani, per formare la sua allegoria dell&#8217;Inferno, e comporre la sua favola secondo il gusto dei Filosofi i quali, come lui, hanno composto le loro sui sepolcri e sulle tombe; testimoni Nicola Flamel, Basilio Valentino , e tanti altri; ma questo l&#8217;abbia concepito senza lo scopo d riferirsi a funerali veri, sebbene ai finti ed allegorici quali quelli della grande Opera. Dato ch&#8217;egli aveva attinto in Egitto il concetto della immortalit\u00e0 dell&#8217;anima, pu\u00f2 darsi che abbia voluto dare sfogo alla propria immaginativa sullo stato nel quale l stessa sarebbe venuta a trovarsi dopo la morte. Ma nulla ci vieta di ammettere che l&#8217;idea che Omero e la maggior parte dei Poti ci danno del soggiorno di Plutone, non si adatti benissimo a ci\u00f2 che si verifica nelle operazioni della Grande Opera. Vi si riscontra perfettamente la differenza degli stati della materia, come vedremo quando si spiegher\u00e0 la discesa d&#8217;Enea all&#8217;Inferno.<\/em><\/p>\n<p><em>Non bisogna separare l&#8217;idea del regno di Plutone da quella dell&#8217;Inferno, del Tartaro e dei Campi Elisi. Le tenebre tristi e nere toccarono in sorte nella divisione che i tre fratelli fecero dell&#8217;Universo. Ma quali erano queste tenebre? Ce lo fa conoscere lo steso Omero nella sua Iliade, L. VIII, v. 13 e seguenti; ed anche nella sua Odissea. \u00c8 un luogo tenebroso, un abisso profondo, nascosto sotto terra, circondato dalle paludi limacciose del Cocito e del fiume Flegetonte. La descrizione che ce ne fanno i Poeti, presenta ai nostri occhi spettacoli tristi, orribili e spaventevoli. E bisogna attraversare tutto ci\u00f2 per arrivare al Regno di Plutone, ove non si perviene se non vi si \u00e8 condotti da una Sibilla.<\/em><\/p>\n<p><em>Si ammette, ormai, che queste descrizioni sono delle pure finzioni e quindi si riconosce che anche il regno di Plutone \u00e8 favoloso. Vediamo intanto quale rapporto pu\u00f2 avere Plutone con la Filosofia Ermetica.<\/em><\/p>\n<p><em>Un antico poeta lasci\u00f2 scritti che per Giove, s&#8217;intendeva anche Plutone, , il Sole e Dioniso:<\/em><\/p>\n<p>Jupiter est idem, Pluto, Sol et Dyonisus.<\/p>\n<p><em>Se Plutone \u00e8 una stessa cosa con Giove, la storia di questi essendo un&#8217;allegoria chimica, pure quella di Plutone non pu\u00f2 mancare dall&#8217;essere simile; ma la differenza consister\u00e0 che quella che riflette Plutone fa allusione a qualch&#8217;altra parte dell&#8217;Opera, e perci\u00f2 s&#8217;\u00e8 finto che Plutone era figlio di Saturno e di Rea.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Stradone dice che Plutone era il dio delle ricchezze. Giunone, sua sorella, ne era la Dea; e Giove stesso ne era considerato il distributore,. Ma tutto ci\u00f2 mette in evidenza l&#8217;intimo rapporto che avevano insieme, Fra tutti gli dei, Plutone \u00e8 il solo che rimasto celibe, poich\u00e9 la sua grande deformit\u00e0 lo faceva schivare da tutte le dee. Nullameno egli rap\u00ec Proserpina, e la fug\u00f2 nel suo caro al quale erano attaccati dei cavalli<\/em> neri, <em>sino al fiume<\/em> Chemaro<em>, e di l\u00ec nel suo Regno, cos\u00ec come si pu\u00f2 leggere nell&#8217;opera che Claudiano scrisse su tale ratto. Il toro era la sua vittima; e generalmente tutte le vittime che s&#8217;immolarono alle Divinit\u00e0 Infernali erano neri, e gli stessi Sacerdoti che compivano il sacrificio, durante la cerimonia vestivano di nero, come ce ne informa Apollonio di Rodi. Stradone riferisce che sulle rive del fiume Coralo, dove si celebravano le feste dette Panbeozie, s&#8217;elevava un altare comune a Plutone e a Pallade, e ci\u00f2 per una ragione misteriosa e segreta, che non volevasi punto divulgare al popolo. Questo Dio spesso, in luogo dello scettro, portava delle chiavi.<\/em><\/p>\n<p><em>Questo attributo distintivo che trovasi nei monumenti che rappresentano Plutone, dato l&#8217;idea che ci si d\u00e0 del tenebroso Impero, non poteva certo meglio simboleggiarci la terra filosofica nascosta sotto il color nero, e chiamata:<\/em> La Chiave dell&#8217;Opera<em>, poich\u00e9 esso si manifesta sin dal cominciamento. Questa terra che si che si trova al fondo del vaso, \u00e8 quella che tocc\u00f2 in sorte nella divisione dell&#8217;Universo, ma Plutone, il quale in conseguenza fu chiamato il Dio delle ricchezze, perch\u00e9 detta terra \u00e8 la miniera dell&#8217;Oro Filosofico, del fuoco della Natura, e del fuoco celeste. Ci\u00f2 ha fatto dire che Plutone soggiornava sui monti Pirenei che gli antichi ritenevano fertili di miniere d&#8217;oro e d&#8217;argento. Inoltre, lo stesso nome Pirenei esprimeva perfettamente l&#8217;idea del fuoco prezioso della terra filosofica, poich\u00e9 parrebbe derivare da \u03c0\u03c5\u03c2 =<\/em> ignis<em>, e da \u03b1\u03af\u03bd\u03ad\u03c9,<\/em> laudo. <em>Detta qualit\u00e0 ignea di Plutone gli fece innalzare un altare comune con Pallade per la stessa ragione che questa Dea ne aveva uno comune con Vulcano e Prometeo.<\/em><\/p>\n<p><em>Stabilito nell&#8217;Inferno, cio\u00e8 la parte inferiore del vaso, Plutone era disprezzato quasi dalle Dee le quali soggiornavano in compagnia di Giove nella parte superiore del vaso. Si vide quindi la necessit\u00e0 di rapire Proserpina, nel modo che spiegher\u00f2 nel libro seguente. Il sito del Regno di questo Dio fece fingere che Egli si precipit\u00f2 con Proserpina in fondo ad un lago, e ci\u00f2 perch\u00e9 detta terra filosofica dopo essersi sublimata alla superficie dell&#8217;acqua mercuriale, in effetti si precipita al fondo donde s&#8217;era elevata, ed allorquando \u00e8 pervenuta al calor bianco indicato dal nome di Persefone o Proserpina. Il toro era consacrato a Plutone per la stessa ragione che il toro Api lo era ad Osiride, poich\u00e9 il nome di questi significa: un fuoco ascoso, e Plutone ne \u00e8 la miniera. Si vedr\u00e0 cosa bisogna intendere per Cerbero e per gli altri mostri dell&#8217;Inferno, nel capitolo della discesa d&#8217;Ercole in questo soggiorno tenebroso, e nelle spiegazioni che forniremo di quella d&#8217;Enea alla fine del sesto libro.<\/em><\/p>\n<p>Non possiamo, peraltro, concordare interamente con le tesi dell&#8217;Autore, il quale, tutto preso dal desiderio di interpretare le credenze egiziane (e greche) alla luce della filosofia ermetica, della quale egli era un ardente seguace, ha finito per perdere di vista alcuni dati di fatto che risultano, invece, di per s\u00e9 abbastanza chiari ed evidenti.<\/p>\n<p>In particolare, ci sembra notevole il fatto che Seth, comunemente ritenuto il dio malvagio per eccellenza, fosse in origine semplicemente il dio della siccit\u00e0, del deserto, delle tempeste e, in genere, del cattivo tempo. Il suo regno non era affatto l&#8217;Amenti, o regno sotterraneo delle creature mostruose delle anime malvagie, bens\u00ec i luoghi aridi e desertici posti agli estremi confini del mondo ordinato.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 darsi che questa caratteristica abbia influenzato la credenza ebraica, secondo la quale il deserto \u00e8 il luogo dei demoni per eccellenza: ci\u00f2 che si vede sia nel Libro del <em>Levitico<\/em> (16, 6-10), ove si descrive la cerimonia con la quale un capro veniva offerto in sacrificio a Yahv\u00e9 mentre un altro, simbolicamente caricato di tutti i peccati del popolo, veniva mandato nel deserto, appunto al demone Azazel; sia nel Libro di <em>Tobia<\/em> (8, 1-3), ove si narra come il demone Asmodeo (<em>il distruttore<\/em>), che tormentava Sara uccidendole i mariti uno dopo l&#8217;altro, venne incatenato dall&#8217;angelo Rafael nel deserto dell&#8217;Alto Egitto. Ne abbiamo gi\u00e0 parlato nel precedente saggio <em>La terra come dominio da sfruttare \u00e8 un retaggio della demonologia?<\/em> (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice); pertanto non ci dilungheremo oltre su questo aspetto.<\/p>\n<p>In ogni caso, Seth non \u00e8 affatto, come Plutone, il custode del regno dei morti; e la sua stessa &quot;demonizzazione&quot; si pu\u00f2 considerare come il risultato di vicende storico-culturali, ma anche politiche, legate al prevalere del Basso Egitto, ove Osiride era particolarmente venerato, rispetto all&#8217;Alto Egitto, in cui era pi\u00f9 diffuso il culto di suo fratello Seth. In quanto assassino di Osiride, Seth finir\u00e0 per simboleggiare, ma solo in tarda epoca, le forze del male, pur continuando a godere di un culto assai diffuso. Seth, pertanto, simboleggia il male, ma non \u00e8 interamente un dio malvagio, come Ahriman: lo prova il fatto che, a differenza di questi, il suo culto non \u00e8 collegato alla credenza nell&#8217;Amenti e ai supplizi riservati alle anime malvagie dopo la morte.<\/p>\n<p>Nell&#8217;antico ebraismo si pu\u00f2 gi\u00e0 parlare di Inferno nel senso che la parola ha assunto nella cultura cristiana. Sia pure gradualmente, infatti, e con l&#8217;apporto di numerosi elementi dalle religioni dei popoli vicini, lo Sheol, dimora sotterranea dei morti, finisce per distinguersi dallo Hinnom, luogo (sempre meno fisico e sempre pi\u00f9 spirituale) in cui bruciano le anime dei malvagi. Il nome deriva dal luogo ove era posto l&#8217;idolo bronzeo di Molek o Moloch (<em>idolo detestabile<\/em>), al quale i Fenici offrivano in olocausto vittime umane, che venivano gettate in una fornace ardente. Questa demonizzazione degli dei delle culture cananea e fenicia \u00e8 un elemento tipico dell&#8217;antico ebraismo; basti pensare a Beelzebub, il principe degli dei venerato nella citt\u00e0 palestinese di Accaron, che nell&#8217;Antico testamento viene retrocesso al rango di demone con l&#8217;appellativo di &quot;Signore delle mosche&quot; (cfr. <em>II Re<\/em>, 1, 2-16).<\/p>\n<p>Satana \u00e8 il tentatore degli uomini e il tenebroso signore del regno di Hinnom (altrimenti noto come Gehenna); non \u00e8 per\u00f2 un dio &#8211; ci\u00f2 sarebbe stato inconcepibile nell&#8217;ambito del rigoroso monoteismo ebraico -, ma un servitore di Dio.<\/p>\n<p>Satana, tuttavia, non \u00e8 solo l&#8217;esecutore dell&#8217;ira di Jahv\u00e9, ma finisce per assumere i connotati di un essere malvagio in s\u00e9 stesso, che deliberatamente cerca di provocare il male degli uomini, gode nell&#8217;indurli in peccato e, dopo la morte, nel sottoporli ad atroci tormenti in uno stagno di fuoco. Nello Hinnon, sotto la sorveglianza dell&#8217;angelo Dumah, esistono sette diversi livelli di peccati, in ciascuno dei quali \u00e8 punito un particolare tipo di peccatori; \u00e8 possibile, quindi, che tale credenza sia passata sia nella cultura islamica (cfr. il <em>Libro della Scala<\/em>), sia nella concezione dantesca dell&#8217;Inferno e anche in quella del Purgatorio.<\/p>\n<p>Ed eccoci ai Greci e ai Romani.<\/p>\n<p>Fino ai tempi dell&#8217;<em>Iliade<\/em>, nella cultura ellenica non era ben chiara la distinzione fra il destino delle anime virtuose e quello delle anime scellerate; il regno dell&#8217;Ade era concepito come un luogo sotterraneo e tenebroso, ove le anime vagano malinconicamente, tormentate dal rimpianto per la vita terrena.<\/p>\n<p>Scrive Omero nell&#8217;<em>Iliade<\/em> (VIII, 10-16), l\u00e0 dove Zeus ammonisce gli dei a non intervenire nella battaglia fra Greci e Troiani (traduzione di Mario Giammarco):<\/p>\n<p><em>(&#8230;) E chiunque io vedr\u00f2 dei numi disposto ad andare<\/em><\/p>\n<p><em>furtivo a dar aiuto ai Teucri o agli Achei,<\/em><\/p>\n<p><em>sconciamente ferito ritorner\u00e0 nell&#8217;Olimpo;<\/em><\/p>\n<p><em>o, atterrandolo, lui getter\u00f2 nel Tartaro tetro<\/em><\/p>\n<p><em>assai lontano, dove pi\u00f9 fondo \u00e8 sotterra l&#8217;abisso,<\/em><\/p>\n<p><em>l\u00e0 dove sono di ferro le porte e di bronzo la soglia,<\/em><\/p>\n<p><em>tanto sotto dall&#8217;Ade quant&#8217;alto \u00e8 il cielo dalla terra&#8230;<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;<em>Odissea<\/em> fornisce alcune informazioni pi\u00f9 dettagliate, in relazione al fatto che Ulisse scende agl&#8217;Inferi ad interrogare i defunti; ma non vi si nota una concezione complessiva molto diversa per quel che riguarda il destino delle anime. In ogni caso, non sembra affatto che gli Inferi siano un luogo simbolico, bens\u00ec fisico, con degli accessi ben precisi che, per quanto ardui, possono essere individuati e percorsi &#8211; in circostanze eccezionali &#8211; dagli esseri umani.<\/p>\n<p>Scrive Mario Zoli (<em>Il tempo e la<\/em> parola, Firenze, Editore Bulgarini, 1994, p.654-656):<\/p>\n<p><em>&quot;Che sorte attenda il morto nell&#8217;aldil\u00e0, Omero non dice esattamente Si immagina per\u00f2 che essa debba essere assai triste. Il fuoco segna il distacco definitivo tra morti e vivi; spente le fiamme, come dice Patroclo, nessun morto potr\u00e0 pi\u00f9 tornare sulla terra.<\/em><\/p>\n<p>(&#8230;) Mai pi\u00f9<\/p>\n<p>verr\u00f2 fuori dall&#8217;Ade, quando del fuoco m&#8217;avrete fatto partecipe. (<em>Iliade<\/em>, XXIII, 75-76)<\/p>\n<p><em>(&#8230;) \u00c8 insomma gi\u00e0 presente in Omero la divisione netta, l&#8217;opposizione inconciliabile tra mondo superiore e mondo infero, Vita e Morte, Sole e Notte. Positivi sono la luce, il cielo, la dimensione dell&#8217;altezza, il sole; negativi, il sottosuolo, il buio,, la notte. Ma il negativo \u00e8 veduto solo come assenza del positivo (la notte \u00e8 la mancanza della luce solare) e non ancora come la fase d&#8217;un processo organico in cui anche il negativo sia necessario (ad esempio, la notte come fase preparatoria d&#8217;un giorno nuovo) e dunque avente gi\u00e0 in s\u00e9 qualche intrinseco valore proprio (il riposo, la quiete, il ristoro cale fatiche del giorno).<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;occhio del poeta guarda solo alla vita e a ci\u00f2 che le d\u00e0 valore; poich\u00e9 essa \u00e8 brevissima, e segnata da un destino tanto misterioso quanto inflessibile, il suo valore sta nella forza, nella conquista, nella generale considerazione; essa deve, in un certo senso, essere piena di luce &#8211; o farsi luce essa stessa &#8211; per<\/em> compensare <em>l&#8217;ombra che la assedia da ogni parte e che alla fine prevarr\u00e0. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>A Odisseo che gli ha detto, forse per rincuorarlo, \u00abtu signoreggi tra i morti\u00bb, il Pelide, infatti, risponde:<\/em><\/p>\n<p>Non lodarmi la morte, splendido Odisseo.<\/p>\n<p>Vorrei esser bifolco, servire un padrone,<\/p>\n<p>un diseredato, che non avesse ricchezza<\/p>\n<p>piuttosto che dominare su tutte l&#8217;ombre consunte. (<em>Odissea<\/em>, XI, 488-491).<\/p>\n<p><em>(&#8230;) La<\/em> giustizia<em>, che non si compie dopo la morte, quando la vita \u00e8 spenta, negl&#8217;Inferi, deve perci\u00f2 compiersi tutta sulla terra: essere cio\u00e8 chiara, assoluta, perfetta, esemplare.<\/em><\/p>\n<p><em>Se paragonata a quella dell&#8217;<\/em>Iliade<em>, questa \u00e8 certamente una morale pi\u00f9 alta, ma essa resta pur sempre legata al concreto, al visibile, al verificabile, al breve arco di una esistenza umana. Non affronta, Omero, il tremendo problema che sconvolger\u00e0 l&#8217;anima di Virgilio, cio\u00e8 il possibile trionfo dei malvagi, con la conseguente rovina dei buoni, o la crudele beffa degli dei che possono favorire il male e la colpa e calpestare il bene e la virt\u00f9.<\/em><\/p>\n<p>Appunto: Virgilio.<\/p>\n<p>Con Virgilio assistiamo veramente a una soluzione di continuit\u00e0 rispetto alla concezione classica dell&#8217;aldil\u00e0, con una netta evoluzione spirituale in senso etico e spirituale; vorremmo quasi dire: con una autentica <em>rivoluzione.<\/em><\/p>\n<p>Nel celebre VI libro dell&#8217;<em>Eneide<\/em>, in cui Virgilio narra la discesa di Enea &#8211; guidato dalla Sibilla Cumana &#8211; nei regni dell&#8217;Averno, noi vediamo non solo una netta differenziazione fra il destino dei buoni, destinati a una vita felice nei Campi Elisi, e quello dei malvagi, precipitati nell&#8217;abisso infuocato del Tartaro; non solo una dottrina della trasmigrazione delle anime di chiara derivazione orfico-pitagorica; ma anche &#8211; ed \u00e8 quel che pi\u00f9 conta &#8211; un radicale mutamento di atteggiamento complessivo nei confronti della vita e della morte.<\/p>\n<p>Osservando, infatti, le anime che bevono l&#8217;acqua del fiume Lete e si accingono a riprendere, con un nuovo corpo, la vita sulla terra, Enea chiede a suo padre Anchise, fra lo stupito e lo scandalizzato (<em>Eneide<\/em>. VI, 719-721):<\/p>\n<p><em>O pater, anne aliquas ad caelum hinc ire putandumst<\/em><\/p>\n<p><em>sublimis animas iterumque ad tarda reverti<\/em><\/p>\n<p><em>corpora? Quae lucis miseris tam dira cupido?<\/em><\/p>\n<p>Ossia (traduzione <em>dell&#8217;Eneide<\/em> di Enzio Cetrangolo, Firenze, Sansoni Editore, 1966, 1989, p. 274-275):<\/p>\n<p><em>Padre, devo credere allora che alcune di queste<\/em><\/p>\n<p><em>anime al mondo dei vivi risalgano e tornino<\/em><\/p>\n<p><em>sotto il peso del corpo? Infelici,<\/em><\/p>\n<p><em>cos&#8217;\u00e8 mai questa brama funesta del giorno?<\/em><\/p>\n<p>Che \u00e8 esattamente il capovolgimento del concetto espresso da Omero, per bocca di Achille, nei versi sopra citati, e altrettanto famosi, dell&#8217;<em>Odissea.<\/em> L\u00e0, la morte era vista come l&#8217;inconsolabile separazione dalla luce della vita terrena; qui, la morte appare come la liberazione dalla catena insopportabile della vita stessa.<\/p>\n<p>\u00c8 la concezione cristiana che ormai batte alle porte, insieme a quella di altre religioni di salvezza di origine orientale, diffuse nel tardo Impero Romano in misura direttamente proporzionale al pessimismo dilagante nei confronti della vita terrena; e, probabilmente, influenzate, a loro volta, tanto dal dualismo zoroastriano, quanto da dottrine ancor pi\u00f9 orientali, come il buddhismo, con i quali la cultura occidentale era venuta <em>direttamente<\/em> a contatto fin dai tempi di Alessandro Magno e della sua spedizione nel Turkestan e in India.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, si pu\u00f2 dire che, accanto a un diffuso indifferentismo delle classi colte e a una sorta di agnosticismo o di ateismo pratico, tipico della tarda et\u00e0 repubblicana (di cui parla ampiamente Cicerone nel <em>De natura deorum<\/em>), gli ultimi secoli del paganesimo sono attraversati da un estesissimo movimento spirituale di rigenerazione e di attesa messianica, frutto di una crescente stanchezza dovuta alle guerre (anche civili) e alle violenze d&#8217;ogni sorta.<\/p>\n<p>Strati sempre pi\u00f9 ampi di popolazione, in tutto il mondo occidentale, aspiravano a una vera e propria rinascita spirituale; rinascita della quale vi \u00e8 una chiara eco nella famosa IV <em>Ecloga<\/em> di Virgilio, in cui si profetizza una <em>renovatio saeculi<\/em> che sar\u00e0 annunziata dalla nascita di un <em>puer<\/em>, di un misterioso bambino; che, lungo tutti i secoli del Medioevo, verr\u00e0 interpretata come una profezia della nascita di Ges\u00f9 Cristo (cfr. il nostro ampio saggio <em>Il culto di Virgilio nel Medioe Evo,<\/em> pubblicato a cura della Societ\u00e0 Dante Alighieri di Treviso e consultabile anche sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Scrive ancora Mario Zoli (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 657-658):<\/p>\n<p><em>L&#8217;oltretomba era in Omero un tema, diciamo cos\u00ec, periferico, per comprendere il quale dobbiamo raccogliere e confrontare passi e testimonianze diverse, non sempre concordanti, Odisseo deve scendere agl&#8217;Inferi perch\u00e9 Tiresia, l&#8217;indovino tebano, gli dica quale futuro lo aspetta. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>In Virgilio \u00e8 tutto l&#8217;opposto. La collocazione della discesa agl&#8217;Inferi al canto sesto, cio\u00e8 al mezzo esatto dell&#8217;opera, risponde a una precisa intenzione dell&#8217;autore: la conoscenza del passato, del futuro, della vita e della morte, dl dramma della storia e del suo fine misterioso, divide nettamente l&#8217;azione in un &#8216;prima&#8217; e in un &#8216;poi&#8217;. E muta l&#8217;anima dell&#8217;eroe:; di qua un uomo esitante, disorientato; di l\u00e0 un Enea che, reso pi\u00f9 certo del proprio futuro, si fa per questo pi\u00f9 sicuro e deciso. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>E anche il problema del Male della storia che, non toccato da Omero, ossessiona Virgilio, trova, nell&#8217;aldil\u00e0, una sorta di superamento,. Il disegno del Fato, infatti, supera le alterne vicende delle fortune umane, i trionfi e i meriti, come le rovine e le colpe dei singoli uomini, ed anche degli eroi. La giustizia umana, legata a una conoscenza relativa, non pu\u00f2 affrontare questo mistero che, assoluto, affonda le sue radici nel pi\u00f9 remoto leggendario passato e si proietta verso il pi\u00f9 lontano futuro. Il male, forse, non pu\u00f2 essere cancellato del tutto, ma pu\u00f2 essere contenuto, arginato, trasformato: con le peripezie dolorose di Enea, le guerre laziali, la gloria dei sette re e della futura storia di Roma fino a Ottaviano, cio\u00e8 fino all&#8217;et\u00e0 contemporanea al poeta, il fato (cio\u00e8 la necessit\u00e0 stessa della storia) tende a realizzare sulla erra un impero che renda ordinata e civile la societ\u00e0 umana e che possa trionfare di ogni tendenza dissolutrice, con la forza della legge e della spada.<\/em><\/p>\n<p><em>Anche se una tale convinzione reca tracce di un profondo pessimismo (giacch\u00e9 sembra che sia il male a dettar le regole del gioco e ad imporre al Bene di usare le sue stesse armi e a costringerlo cos\u00ec alla dipendenza), si deve riconoscere che solo qui, nel panorama della cultura occidentale, si tenta di interpretare la Storia &#8211; e non pi\u00f9 solo alcune vicende individuali o di un clan &#8211; alla luce di valori che superino la Storia stessa e in cui l&#8217;onore soggettivo non stia pi\u00f9 nella considerazione che gli altri tributano all&#8217;eroe per le sue imprese guerresche, bens\u00ec nel servizio che egli rende, con l&#8217;azione e l&#8217;esempio, a una sorta di volont\u00e0 superiore che lo sovrasta e che gli impone di essere, vola a volta, paziente, forte, deciso, misericordioso: ora esule affranto, ora potente re; ora mendico miserabile, ora giudice autorevole.<\/em><\/p>\n<p><em>La libert\u00e0 non sta pi\u00f9 nell&#8217;arbitrio personale, e neanche nella legge del gruppo sociale, bens\u00ec nell&#8217;accogliere la necessit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Immortalit\u00e0 dell&#8217;anima; premio assegnato ai giusti e castighi imposti ai malvagi; una Provvidenza che governa le vicende umane guidandole misteriosamente, pur attraverso la sofferenza, il male, la violenza, il sangue e la morte, verso un fine di Bene; necessit\u00e0 per l&#8217;uomo di accettare tale Provvidenza prima di averne compreso i disegni e anche con profonda umilt\u00e0, senza averli compresi o sperare di poterli comprendere mai: questi i valori nuovi che Virgilio addita.<\/em><\/p>\n<p><em>Nella concezione della morte e della vita il mondo antico non era mai salito a una tale altezza, n\u00e9 aveva mai compiuto un tale sforzo per giungere a una sistemazione unitaria, non elusiva e non contraddittoria.<\/em><\/p>\n<p><em>Era il presagio questo, della filosofia cristiana che non avrebbe ripudiato quella precedente, ma, trasformandone lo spirito, l&#8217;avrebbe esaltata e coronata.<\/em><\/p>\n<p>Quanto all&#8217;Inferno vero e proprio, Virgilio lo rappresenta come un luogo nettamente separato dal resto dell&#8217;oltretomba e ne fa una descrizione piuttosto minuziosa (versi 548-627).<\/p>\n<p>Si tratta di una citt\u00e0 circondata da un triplice muro e dalle acque infuocate del fiume Flegetonte. La custodisce una immensa porta di ferro, che nessuna forza umana potrebbe mai forzare, sopra la quale sta di vedetta la terribile Tisifone; orribili suoni di percosse e di catene trascinate si spandono intorno. Vi sono punite le anime che il giudice infernale Radamanto ha ritenuto colpevoli, e che Tisifone scaglia in basso: \u00e8 il Tartaro, un abisso profondo due volte quanto l&#8217;Olimpo s&#8217;innalza sul mondo dei vivi. Vi imperversa l&#8217;Idra, feroce e immensa, con quaranta bocche spalancate; e, fra gli altri, vi sono eternamente straziati i Titani, i Lapiti e alcuni personaggi famosi, come Salmoneo, Tizio, Issione, Piritoo e Teseo.<\/p>\n<p>l demone Flegias (ripreso da Dante nella sua <em>Divina Commedia<\/em>) ammonisce le anime con le tremende parole:<\/p>\n<p><em>Discite iustitiam moniti et non temnere divos<\/em>,<\/p>\n<p>\u00abimparate, ammoniti, cosa sia la giustizia e a non disprezzare gli dei\u00bb, che si pu\u00f2 considerare come l&#8217;enunciazione sintetica dell&#8217; alto livello raggiunto dall&#8217;etica virgiliana: il rispetto per la giustizia e la <em>pietas<\/em> verso la divinit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma ormai, come si \u00e8 detto, il cristianesimo batte alle porte: tanto che molti teologi cristiani definirono il sommo poeta latino come <em>naturaliter christianus.<\/em><\/p>\n<p>E, con il cristianesimo, si andr\u00e0 affermando quella concezione dell&#8217;Inferno come luogo fisico di pena dei malvagi, che culminer\u00e0, nel Medio Evo, con la <em>Commedia<\/em> dantesca; e che solo la teologia pi\u00f9 recente ha sottoposto a profonda revisione, riportandolo in ambito spirituale e pensandolo non pi\u00f9 come un luogo, ma come uno stato dell&#8217;anima; e non pi\u00f9 come un castigo eterodiretto, ma essenzialmente come una conseguenza del rifiuto della chiamata divina, compiuto dalla persona umana nell&#8217;esercizio della propria libert\u00e0 morale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando \u00e8 accaduto che gli Inferi, soggiorno delle anime dei morti, si sono trasformati nell&#8217;Inferno, luogo di eterna punizione delle anime di coloro che condussero, sulla<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[114,117],"class_list":["post-25460","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-dante-alighieri","tag-dio"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25460","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25460"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25460\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25460"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25460"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25460"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}