{"id":25439,"date":"2009-12-30T10:37:00","date_gmt":"2009-12-30T10:37:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/12\/30\/il-destino-dellaustria-ungheria-nel-pensiero-politico-di-giuseppe-donati\/"},"modified":"2009-12-30T10:37:00","modified_gmt":"2009-12-30T10:37:00","slug":"il-destino-dellaustria-ungheria-nel-pensiero-politico-di-giuseppe-donati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/12\/30\/il-destino-dellaustria-ungheria-nel-pensiero-politico-di-giuseppe-donati\/","title":{"rendered":"Il destino dell\u2019Austria-Ungheria nel pensiero politico di Giuseppe Donati"},"content":{"rendered":"<p>Giuseppe Donati (Granarolo di Faenza, 1889 &#8212; Parigi, 1931) \u00e8 stato una figura molto importante nell&#8217;ambito del cattolicesimo sociale del primo Novecento, anche se poi un tantino trascurata dalla storiografia nazionale.<\/p>\n<p>Cattolico di formazione democratico-cristiana, e influenzato dal pensiero di Romolo Murri, nel 1914-15 fu un esponente dell&#8217;interventismo democratico, in contrasto con il filone maggioritario del mondo politico cattolico, nonch\u00e9 volontario nella prima guerra mondiale, che costitu\u00ec, per lui, una preziosa esperienza sul piano culturale ed umano.<\/p>\n<p>Nel dopoguerra, fu inizialmente in dissenso con don Sturzo e con il neonato Partito popolare, adoperandosi per impedire che la lega democratico cristiana vi si unisse. Egli stesso ader\u00ec al Partito popolare solo nel 1921, dopo il congresso di Venezia e dopo il fallimento del tentativo di dar vita ad una nuova formazione politica nazionale. Fu un tipico popolare di sinistra, non lontano, sul terreno sociale e sindacale, dalle posizioni socialiste, come non lo era Guido Miglioli, di cui ci siamo gi\u00e0 occupati in un precedente lavoro (\u00abGuido Miglioli, le &quot;leghe bianche&quot; e il movimento contadino della Valle Padana\u00bb, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Nel gennaio del 1923 don Sturzo lo chiam\u00f2 a Roma e da allora divenne uno dei principali collaboratori del sacerdote siciliano, svolgendo, fra l&#8217;altro, la funzione di direttore del quotidiano \u00abIl popolo\u00bb, che per sua volont\u00e0 si schier\u00f2 su posizioni intransigenti nei confronti di Mussolini e del suo nascente regime.<\/p>\n<p>Sempre nel 1923, fu al centro di un contrasto con Alcide De Gasperi, il quale ventilava la possibilit\u00e0 di accettare la riforma elettorale basata su un premio di maggioranza: Donati vi si oppose, essendo fermamente convinto che il fascismo non si sarebbe \u00abnormalizzato\u00bb e non avrebbe conosciuto alcuna evoluzione in senso democratico.<\/p>\n<p>All&#8217;indomani del delitto Matteotti &#8211; allorch\u00e9, per un momento, la posizione di Mussolini sembr\u00f2 sul punto di vacillare -, Giuseppe Donati si distinse come uno dei pi\u00f9 decisi fautori della secessione aventiniana; e fu proprio lui a presentare &#8211; il 6 dicembre 1924 &#8211; la denuncia all&#8217;Alta Corte di giustizia contro il generale De Bono, direttore generale della Pubblica Sicurezza, che, in seguito al processo, dovette rinunciare a tutti i suoi incarichi, pur risultando, alla fine, assolto.<\/p>\n<p>Queste sue coerenti, ma pericolose, prese di posizione resero la sua permanenza in Italia impossibile, talch\u00e9, nel 1925, anch&#8217;egli dovette prendere la va dell&#8217;esilio, stabilendosi in Francia. In seguito alla legge del 31 gennaio 1926, si vide privato della cittadinanza italiana; provvedimento che fu poi revocato in occasione della celebrazione del decennale della marcia su Roma, in concomitanza con la concessione di alcune amnistie.<\/p>\n<p>Durante gli anni dell&#8217;esilio &#8211; che, specialmente all&#8217;inizio, furono molto duri, poich\u00e9 significarono la miseria &#8211; diresse due giornali antifascisti: dapprima il \u00abCorriere degli Italiani\u00bb, indi \u00abIl pungolo\u00bb, che si segnalarono entrambi per la loro vis polemica. Bisogna anche dire che, avendo allacciato rapporti con alcuni ex fascisti delusi e a loro volta espatriati, Donati venne a trovarsi in un ambiente saturo di sospetti e largamente infiltrato dalle spie del regime; situazione di cui egli non fu in alcun modo responsabile ma, semmai, la principale vittima.<\/p>\n<p>Carattere franco e battagliero, Donati non risparmi\u00f2 critiche neppure alla Concentrazione antifascista e ad altri gruppi che operavano, dall&#8217;estero, nel medesimo senso, ravvisando in essi gravi errori sia di merito, che di metodo.<\/p>\n<p>Mor\u00ec nel 1931; i suoi scritti politici sono stati raccolti solamente nel 1956. Si tratta, in gran parte, di scritti estemporanei, articoli apparsi sulla stampa dell&#8217;epoca, e particolarmente sul giornale cattolico \u00abL&#8217;azione\u00bb, nei quali Donati si mostra scrittore denso e vigoroso e polemista di notevole tempra ed efficacia. In particolare, il suo nome \u00e8 rimasto legato proprio al giornalismo, pi\u00f9 ancora che alla sua attivit\u00e0 politica; tanto che egli \u00e8 considerato praticamente l&#8217;inventore del moderno giornalismo d&#8217;inchiesta.<\/p>\n<p>Dopo aver cos\u00ec delineato un sommario profilo dell&#8217;uomo e della sua opera, desideriamo qui soffermarci su di un particolare aspetto del suo pensiero politico, ossia &#8211; nel contesto del suo interventismo democratico, che lo avvicinava alle posizioni di un \u00ablaico\u00bb di sinistra, come Gaetano Salvemini &#8211; sulla sua riflessione circa il destino dell&#8217;Austria-Ungheria ed il futuro assetto dell&#8217;area carpatico-danubiana, con particolare riguardo al problema delle nazionalit\u00e0, come allora si diceva, \u00aboppresse\u00bb, e alla questione adriatica, nonch\u00e9 alla futura sistemazione dei confini orientali del Regno d&#8217;Italia.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 non in chiave di astratta discussione politica, ma nella prospettiva, estremamente concreta, dell&#8217;atteggiamento che il nostro Paese avrebbe dovuto tenere, dopo le prime settimane di guerra e dopo il profilarsi di una grave, e forse irreparabile serie di disfatte, subita dalle forze armate austriache, preludio di un probabile crollo politico interno di quel Paese.<\/p>\n<p>E qui emerge in primo piano la necessit\u00e0 di esporre con chiarezza le ragioni che lo spingevano a sostenere l&#8217;impossibilit\u00e0, per l&#8217;Italia, di rimanere in una prolungata situazione di neutralit\u00e0, pena vedersi esclusa poi, al tavolo della conferenza di pace, dal diritto di avere voce in capitolo circa il riassetto della carta geografica della Mitteleuropa.<\/p>\n<p>In effetti, le rivendicazioni territoriali che l&#8217;Italia, secondo Donati, avrebbe dovuto formulare nei confronti dell&#8217;Austria appaiono estremamente modeste: il Trentino, pi\u00f9 l&#8217;Alto Adige, ma quest&#8217;ultimo solo per assicurarsi la frontiera strategica del Brennero; una parte dell&#8217;Istria, lasciando all&#8217;Ungheria (evidentemente a Fiume, pur senza nominarla) uno sbocco al mare per le sue necessit\u00e0 commerciali; qualche ritocco marginale nel settore della Venezia Giulia. Niente Dalmazia, inevitabilmente destinata, secondo lui, a divenire terra slava; e niente Trieste, destinata ad essere costituita in Stato libero, dovendo essa continuare a svolgere la sua funzione di porto dell&#8217;Europa centrale, non si capisce bene se nell&#8217;interesse dell&#8217;Austria medesima o dello Stato serbo-croato che, necessariamente, sarebbe sorto in seguito alle vittorie militari della Serbia.<\/p>\n<p>Le idee di Giuseppe Donati intorno alla questione della necessit\u00e0 dell&#8217;intervento italiano contro l&#8217;Austria-Ungheria e dei suoi realistici obiettivi di guerra sono esposte con molta chiarezza in un articolo apparso su \u00abL&#8217;Azione\u00bb del 20 settembre 1914 e intitolato \u00abLa fine dell&#8217;Austria e gli interessi dell&#8217;Italia\u00bb.<\/p>\n<p>Due cose \u00e8 necessario premettere, prima di passare la parola al Donati, per la corretta comprensione del suo pensiero: primo, le gravi sconfitte dell&#8217;esercito austro-ungherese nella duplice battaglia di Lemberg contro i Russi e nella battaglia del Cer contro la Serbia, avevano ingenerato l&#8217;impressione che il crollo dell&#8217;Impero asburgico fosse ormai questione di settimane, e che la Romania non si sarebbe lasciata sfuggire l&#8217;occasione di intervenire nel momento ad essa pi\u00f9 favorevole; mentre non accadde n\u00e9 l&#8217;una cosa, n\u00e9 l&#8217;altra.<\/p>\n<p>Nonostante le sconfitte, l&#8217;esercito austriaco, con l&#8217;aiuto di quello germanico, riusc\u00ec a contenere la pressione dei suoi nemici e, gi\u00e0 in dicembre, era in grado di passare alla controffensiva sul Dunajec contro i Russi, lanciando la campagna di Limanowa-Lapan\u00f2w, che tolse alle armate zariste la speranza di tracimare dai Carpazi verso la Pianura Ungherese. E, quanto alla Romania, essa attese ad intervenire fino all&#8217;estate del 1916, vale a dire pi\u00f9 di un anno dopo l&#8217;ingresso in guerra dell&#8217;Italia: fu, anzi, solo la conquista di Gorizia a darle la spinta decisiva, oltre agli inattesi, strepitosi successi dell&#8217;offensiva Brusilov in Galizia orientale e in Bucovina.<\/p>\n<p>La seconda cosa da tener presente \u00e8 che il titolo dell&#8217;articolo, forse voluto dalla direzione de \u00abL&#8217;Azione\u00bb per esigenze editoriali, non riflette affatto il senso del contenuto: giacch\u00e9 Donati non auspica affatto la cancellazione dell&#8217;Austria-Ungheria dalla carta geografia dell&#8217;Europa, bens\u00ec la sua conservazione, e sia pure entro i termini delle province abitate da Tedeschi e Magiari; mentre tutto il resto avrebbe dovuto passare alla Russia, alla Serbia, alla Romania e all&#8217;Italia, con Trieste eretta allo \u00abstatus\u00bb giuridico di citt\u00e0 libera.<\/p>\n<p>Particolare non certo irrilevante, Donati non spende un ragionamento per il futuro destino della cattolica Polonia (lui, cattolico fervente), anzi, implicitamente esclude una sua resurrezione nazionale, laddove parla di ingrandimenti della Russia a spese dell&#8217;Austria (evidentemente, con la Galizia); il che la dice lunga sulla carenza concettuale, nella visione donatiana del futuro assetto europeo, del necessario legame esistente fra democrazia e principio nazionale.<\/p>\n<p>Scrive, dunque, il Donati (in: G. Donati, \u00abScritti politici\u00bb (Roma, Edizioni Cinque Lune, 1956, pp. 303-315):<\/p>\n<p>\u00abLe vittorie serbo-russe, sempre pi\u00f9 incalzanti e decisive, sugli austro-ungheresi vogliono essere esaminate dal punto di vista italiano per via egli incalcolabili effetti che sono per produrre, forse immediatamente,nella crisi interna dell&#8217;Impero, nelle eventuali pretese del panslavismo russo e nei diversi irredentismi, italo-serbo-rumeno, scoppiettanti ormai come altrettanti focolari di rivolta lungo tutto il confine meridionale della Monarchia, dalla punta ad est nella Bucovina, fino alla punta ad ovest nel nostro Trentino.<\/p>\n<p>Se \u00e8 verro che l&#8217;accortezza degli uomini di stato austriaci ha giudicato essere questa guerra, e soltanto questa guerra &#8211; ma vittoriosa, l&#8217;estremo rimedio all&#8217;interno dissolvimento del regno, \u00e8 chiaro che le sconfitte toccate nella Galizia e sul Jadar sono da considerare veramente come il principio della fine. Per queste sconfitte i Russi hanno ormai libero il passo attraverso la Bucovina e la Transilvania, se non potranno con marce pi\u00f9 dirette, raggiungere senz&#8217;altro il cuore del&#8217;Impero nemico; mentre i Serbi si sono aperta la strada maestra per occupazione della Bosnia, attraverso la quale potranno finalmente toccare l&#8217;Adriatico.<\/p>\n<p>Ma la Bucovina e la Transilvania appartengono geograficamente ed etnicamente alla Rumenia; e l&#8217;occupazione bosniaca da parte della Serbia porta di conseguenza l&#8217;assorbimento della Croazia e della Dalmazia nei confini del nuovo stato balcanico. Per l&#8217;irredentismo rumeno e italiano l&#8217;ora cominciata \u00e8 quindi decisiva; come sar\u00e0 decisiva per l&#8217;equilibrio interno dei Balcani e per l&#8217;equilibrio adriatico.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 dobbiamo domandarci:<\/p>\n<p>1)  Dentro quali liniti l&#8217;Italia ha interesse alla liquidazione dell&#8217;Austria?<\/p>\n<p>2)  Quale contegno dovremo assumere di fronte al&#8217;avanzata serba bell&#8217;Adriatico, avendo specialmente riguardo alla Dalmazia, all&#8217;Istria e alla Venezia Giulia con Trieste?<\/p>\n<p>3)  Che importanza hanno nell&#8217;equilibrio interno dei Balcani le vittorie e gi ingrandimenti territoriali serbo-russi, e le pretese rumene sulla Bucovina e sulla Transilvania, e quelle bulgare sulle province macedoni della Serbia meridionale?<\/p>\n<p>4)  Quale il dovere nazionale dell&#8217;Italia verso il Trentino?<\/p>\n<p>Vediamo di spiegare, modestamente, questa difficile matassa di questioni, e discutiamo ancora una volta &#8212; l&#8217;ultima forse &#8212; le soluzioni possibili dell&#8217;intrico da quel punto di vista nostro che, pur senza pretese, crediamo debba essere il punto di vista comune della democrazia italiana.<\/p>\n<p>La &quot;fine dell&#8217;Austria&quot; sta diventando un facile luogo comune. Affiorano alla memoria degli stessi ostinati adoratori dello &quot;statu quo&quot; balcanico e danubiano certi presentimenti storici formulati venti o quaranta anni fa da Oriani e da Mazzini, presentimenti che ai volghi della cultura politica, ignari e tardi, sembrano oggi delle luminose profezie, anche se ieri essi medesimi le definivano, con una smorfia di superiorit\u00e0, delle ubbie quarantottarde. Merito degli avvenimenti militari, che precipitano nel breve giro di poche ore delle crisi maturate e sospese anche per secoli:crisi di antagonismo etnico, con profondo substrato economico,- tra boemi e tedeschi, tra tedeschi e polacchi, tra magiari e rumeni, tra croati e italiani, tra italiani e austriaci &#8211; per cui la Monarchia Asburghese appare oramai come un vasto tino dove la guerra fa ribollire cento disperati mosti aspri e redolenti, con tanta inaspettata forza di fermento da rendere vana la secolare saldezza dei cerchi maestri &#8212; la burocrazia, il clero e l&#8217;esercito &#8211; e da far sembrare insulso espediente il classico principio del &quot;divide et impera&quot; in cui \u00e8 riassunta tutta la sapienza e l&#8217;opera politica interna della Monarchia nell&#8217;ultimo secolo.<\/p>\n<p>Non posiamo indugiarci a rilevare gli elementi sintomatici e dinamici di questa crisi, gi\u00e0 di per s\u00e9 evidentissima dopo i crescenti rovesci militari. Noi dobbiamo soltanto indagare dentro quali limiti l&#8217;Italia ha interesse alla liquidazione del&#8217;Austria.<\/p>\n<p>Si va dicendo a questo proposito che l&#8217;Austria \u00e8 per noi l&#8217;antemurale che arresta o almeno raffrena le precipitose valanghe pangermanista e panslavista, dirette verso l&#8217;Adriatico. Gli avvenimenti odierni starebbero proprio a significare questo compito? E la politica degli ultimi anni, culminata fatalmente con questa guerra, dimostrerebbe da parte dell&#8217;Austria l&#8217;attitudine e la tendenza a tanta missione? Francamente rispondiamo di no. Se negli ultimi 30 anni il pangermanesimo ha potuto dimostrare apertamente le sue mire e la sua tendenza ad aprirsi un varco diretto verso l&#8217;Adriatico e nella penisola Balcanica, l&#8217;ha fatto rimorchiando l&#8217;Austria all&#8217;avanguardia delle sue pretese. Nel Trentino (e lo spiegheremo meglio pi\u00f9 avanti) l&#8217;Austria ha fatto una provincia di conquista germanica. La ferrovia del Brennero rappresenta lo schema grafico di questo fenomeno: da Trento si risale ad Innsbruck e da qui, invece di proceder come parrebbe logico, verso Vienna, si va direttamente a Monaco. Nella Balcania \u00e8 successo altrettanto. Il famoso corridoio del Sangiaccato, che doveva contenere in terra austriaca la ferrovia da Serajevo a Salonicco, stava quasi pi\u00f9 a cuore agli statisti di Berlino che a quelli di Vienna, rappresentando esso la strada maestra della Germania verso il mare di Oriente. Le maggiori opposizioni alla ferrovia Adriatico-Danubiana, che dovrebbe congiungere la rete dei traffici balcanici ai porti dell&#8217;Albania, stabilendo un movimento commerciale favorevole alle nostre coste pugliesi e liberando i popoli balcanici dalla servit\u00f9 del denaro tedesco, venivano precisamente da Berlino, e Vienna se ne faceva interprete diretta. Inoltre questo fenomeno pu\u00f2 dirsi addirittura generale, se si pensa in quante maniere la politica austriaca ha favorito l&#8217;intedescamento della Boemia contro gli czechi e della Galizia contro i polacchi. Dovunque il danaro germanico ha preteso di dominare a dispetto di ogni prevalenza etnica, la guerra condotta e vinta a furia di milioni e di compromessi commerciali ha dimostrato nell&#8217;Austria un&#8217;attitudine e una tendenza molto spiccata: favorire in tutti i modi la Germania. E questa tendenza si \u00e8 dimostrata nel suo eccesso criminoso, quando l&#8217;Austria ha provocato, d&#8217;accordo con la Germania che voleva attaccare la Russia con un pretesto qualunque, la resistenza della Serbia, la resistenza della Serbia, ed ha determinato, contro tutti gli interessi propri, la guerra d&#8217;Europa. Vienna va dunque considerata pacificamente la succursale avanzata di Berlino.<\/p>\n<p>E contro il panslavismo? Per noi italiani il filo slavismo dell&#8217;Austria \u00e8 ormai un luogo comune. Non solo gli slavi hanno predominato sempre nella politica viennese insieme ai tedeschi, ma vi hanno predominato contro di noi. Nella Venezia Giulia, nell&#8217;Istria e nella Dalmazia, l&#8217;Austria ha sopraffatto con tutti i mezzi legali e illeciti l&#8217;elemento italiano, accanendogli contro l&#8217;elemento slavo, favorendolo artatamente nelle sue mire di predominio, sostituendolo magari con l&#8217;arbitrio sistematico all&#8217;elemento nostrano. Se il nostro irredentismo adriatico ha una storia dolorosa, l&#8217;ha precisamente in forza di questa tendenza dell&#8217;Austria a favorire dovunque le pretese slave, e gli episodi capitali di questa politica sono cos\u00ec gravi e in parte cos\u00ec recenti che possiamo dispensarci dal ricordarli.<\/p>\n<p>Ma quello che pi\u00f9 importa per distruggere ogni residuo di fede nella presunta resistenza austriaca al panslavismo consiste nella cosiddetta esistenza trialista e nella politica tenuta nel 1897 e dopo l&#8217;accordo di M\u00fcrsteg [2 ottobre 1903: accordo austro-russo per la sistemazione dei Balcani in caso di scomparsa della Turchia europea]. Si attribuiva al defunto Arciduca ereditario il proposito di cingere la terza corona della Slavia danubiana: ruteni, croati, sloveni e bosniaci sarebbero stati alla pari degli austriaci e degli ungheresi, avendo un regno autonomo proprio, un proprio parlamento e una propria amministrazione. Gli irredentismi dei vari settori orientali e meridionali invece di risolversi verso gli Stati naturali limitrofi della Romania e della Serbia, sarebbero stati assorbiti e concentrati in un unico nuovo Stato Asburghese, stato prettamente slavo, e, data la sua estensione, la densit\u00e0 crescente della popolazione e le sue attitudini economiche, era destinati a diventare il pi\u00f9 forte della Monarchia, e sull&#8217;Adriatico avrebbe rappresentato l&#8217;avanguardia dello slavismo. D&#8217;altra parte, l&#8217;accordo di M\u00fcrsteg, concluso tra l&#8217;Austria e la Russia, in contrasto con le aspirazioni rivendicatrici e autonomistiche dei popoli balcanici, stabiliva la divisone della Balcania Turca in due sfere d&#8217;influenza, una russa e l&#8217;altra austriaca; metteva cio\u00e8 la Russia in condizioni di poter avanzare attraverso la penisola d&#8217;accordo con l&#8217;Austria, ottenendo da questa quanto aveva domandato invano alla Bulgaria e alla Romania.<\/p>\n<p>L&#8217;irruenza del&#8217;irredentismo serbo, la tenacia di quello romeno e soprattutto la guerra turco-balcanica hanno scompigliato il piano viennese e convertito in un principio irresistibile di disgregamento quel filo slavismo asburghese che doveva all&#8217;Austria il primato su tutti gli Slavi in concorrenza con la Russia e contro tutte le aspirazioni dei Balcani. Sarebbe quindi pi\u00f9 logico ricordarsi, non gi\u00e0 della presunta resistenza austriaca al presunto pericolo russo e germanico, ma dell&#8217;effettivo pericolo immediato del panslavismo e del pangermanismo dell&#8217;Austria. Di guisa che a noi oggi sembra coerente e legittimo il voto di quegli italiani che affrettano la liquidazione del&#8217;Austria, atteso che &#8211; e lo spiegheremo fra poco &#8211; la spartizione delle province austriache orientali e meridionali fra la Russia, la Rumenia e la Serbia si farebbe in virt\u00f9 di una legge naturale d&#8217;attrazione e di equilibrio, e la fine dell&#8217;Austria attuale significherebbe un colpo mortale all&#8217;imperialismo tedesco. La monarchia dovr\u00e0 limitarsi alle province astro-magiare, dopo aver restituite alla Polonia, alla Romania, alla Serbia e ala Italia le sparse membra irredente. Soltanto con questa riduzione ai propri termini naturali l&#8217;Austria potr\u00e0 avere un compito benefico di equilibrio fra gli Stati danubiani, altrimenti sar\u00e0, come \u00e8 al presente, il pretesto e la causa elle ire nazionali fra i cento popoli che essa ha soggiogati senza saperli dominare.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;avanzata della Serbia fino all&#8217;Adriatico quali conseguenze avr\u00e0 per l&#8217;Italia? Una conseguenza immediata fatale: la conquista definitiva della costa dalmata agli Slavi. Ma appunto perch\u00e9 fatale \u00e8 vano volerla deprecare con delle pretese di conquista. Gli Italiani in Dalmazia sono un&#8217;esigua minoranza, e dovranno cedere prima o poi alla stragrande maggioranza slava. Ma che perci\u00f2? \u00c8 forse un pericolo mortale quello che ci minaccia? Non facciamo del sentimentalismo. Le leggi naturali sono santamente irresistibili. Gli slavi hanno bene il diritto di affacciarsi all&#8217;Adriatico, e ne hanno soprattutto la forza. Tocca a noi di rinunciare alle stolte pretese e di non provocare gli urti. In fondo, il bene nazionale comune dei Serbi e degli Italiani, richiede una intesa cordiale profonda. Essa \u00e8 gi\u00e0 incominciata e ha dato ottimi frutti, specialmente dopo il trattato commerciale del 1907. Il Gayda [cfr. &quot;Gli Slavi della Venezia Giulia, Milano, 1915], studioso acuto e sereno dei problemi italiani d&#8217;oltre confine, lo ha detto chiaramente. Gli slavi devono comprendere che, fuori della difesa delle loro terre, gli italiani non hanno che un programma di cultura e di pace: nessuna guerra agli Slavi, nessuna usurpazione, ma un tranquillo accordo di idee, di energie spirituali. Gli Italiani possono essere, assicurati nel loro possesso nazionale, i collaboratori del risorgimento nazionale e della emancipazione politica degli slavi del sud. Non sta nella loro missione di far da gendarmi contro la risurrezione degli altri popoli: non \u00e8 nel loro interesse, n\u00e9 nella loro tradizione. Vogliono solo conciliare gi interessi del loro nazionalismo con quelli del nazionalismo serbo-croato. Ci\u00f2 vale per i rapporti fra gli italiani e gi slavi, in Austria, come per quelli tra il Regno d&#8217;Italia, la Serbia e la Russia&quot;. Ammonimento prezioso in questo momento. Prezioso e nient&#8217;affatto utopistico. La nostra politica austriacante nel periodo della guerra balcanica spezz\u00f2 purtroppo delle file tenaci d&#8217;accordi italo-slavi, che adesso potrebbero servirci a tessere una tela pi\u00f9 compatta d&#8217;amicizia definitiva coi serbo-croati. Il Governo di Vienna ci ha inimicati gli slavi, e la stolta prevenzione triplicista dell&#8217;Austria necessaria per frenare gli slavi, ha compiuto il gioco velenoso. La guerra attuale pu\u00f2 e deve sventare l&#8217;insidia. Perci\u00f2 noi sostenemmo fin dal primo momento la necessit\u00e0 italiana di romperla con l&#8217;Austria per aiutare la Serbia nelle sue legittime aspirazioni.<\/p>\n<p>Ma le basi del futuro accordo italo-serbo non saranno saldamente gettate se non si risolve lealmente da entrambe le parti il problema dell&#8217;Istria della Venezia Giulia. Per l&#8217;Istria noi abbiamo sostenuto il dovere da parte nostra di rispettare il diritto del popolo ungherese ad avervi un proprio sbocco commerciale sull&#8217;Adriatico. \u00c8 una esigenza conforme alla giustizia, alla libert\u00e0 e al&#8217;interesse economico e politico nostro e di quel paese. Con questa concessione potremmo facilmente trovare negli ungheresi degli alleati fedeli contro le eventuali pretese egemoniche della Serbia; e questo accordo potrebbe giovarci anche contro il pericolo di una alleanza austro-serba ai nostri danni.<\/p>\n<p>Per la Venezia Giulia, cio\u00e8 per la provincia triestina, riaffermiamo il concetto di Trieste porto e Stato libero, come Amburgo in Germania. Ogni egemonia politica sia italiana sia slava porterebbe con s\u00e9 gli inconvenienti manifestatisi con l&#8217;egemonia tedesca. Il regime della libert\u00e0 e dell&#8217;autonomia creerebbe invece fra gli elementi etnici prevalenti a Trieste il necessario equilibrio. Si garantirebbe cos\u00ec anche l&#8217;avvenire economico del porto dal rischio del boicottaggio tedesco.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 facile \u00e8 la risposta che concerne il quesito che concerne l&#8217;equilibrio interno balcanico. Coloro che si spaventano della preponderanza russa e che dichiarano che i popoli balcanici sono senz&#8217;altro &#8216;avanguardia della Russia czarista, ignorano quale vera tendenza ha la Russia rispetto ai mari europei e quale forza di resistenza hanno opposto gli Stati balcanici, la Romania specialmente, contro l&#8217;invadenza russa negli affari e nelle questioni della penisola. La Russia tende al mar Nero; quella \u00e8 la sua via per l&#8217;Oriente turco e per il Mediterraneo. L&#8217;attendono laggi\u00f9 le forze di tutta l&#8217;Europa in contesa. Se il pericolo russo esiste, esiste per noi, ma anche per l&#8217;Inghilterra e per la Francia, e contro una simile coalizione la Russia sarebbe impotente. N\u00e9 vale insistere sulla cosiddetta affinit\u00e0 slava. l&#8217;affinit\u00e0 slava vale meno ancora dell&#8217;affinit\u00e0 latina. \u00e8 un sentimento di ordine intellettuale e di ben scarso dinamismo politico. Intanto la storia, anche recentissima, prova all&#8217;evidenza che gli slavi balcanici sono tutt&#8217;altro che russofili. Lo slavismo \u00e8 appena un sentimento religioso, vago, senza contenuto materiale. I serbi isolati e minacciati dall&#8217;Austria e dalle gelosie degli altri Stati limitrofi hanno potuto talvolta appoggiarsi alla Russia, ma non ne hanno giammai assecondate le pretese. L&#8217;accordo di M\u00fcrsteg fall\u00ec nel suo intento, intento ultimo perch\u00e9 la Serbia ostacol\u00f2 con egual tenacia l&#8217;Imperatore e lo Czar, dando saldezza e forza alla lega balcanica contro la Turchia. E oggi la Russia fa la guerra non gi\u00e0 in favore della Serba, ma nell&#8217;interesse proprio contro la Germania.<\/p>\n<p>D&#8217;altronde, la partecipazione probabile della Romania alla guerra per l&#8217;occupazione della Transilvania viene ad arrestare la marcia russa diminuendo il peso preponderante delle sue vittorie per il giorno della pace. Una pi\u00f9 grande Romania vuol dire una pi\u00f9 salda diga contro le eventuali pretese della Russia. Ma l&#8217;intervento romeno, in quanto indirettamente favorisce la Serbia perch\u00e9 diminuisce la resistenza austriaca sul proprio settore di guerra, pu\u00f2 decidere la Bulgaria a prendersi parte della Serbia meridionale. Eccola revisione del trattato di Bucarest, conforme ad un principio di equilibrio interno nella Balcania che dovr\u00e0 senza dubbio favorire la buona armonia politica ed economica degli Stati fra cui la discordia fratricida port\u00f2 motivi di rancore e di gelosie fatali. Noteremo frattanto che un pi\u00f9 omogeneo asseto degli Stati balcanici promette maggiori garanzie di tranquillit\u00e0 allo stato di Albania, che l&#8217;Italia, giustamente, vuole autonomo contro qualsiasi pretesa.<\/p>\n<p>Resta la questione del Trentino. Diciamo subito che in caso di sfacelo dell&#8217;Austria, il Trentino deve tornare all&#8217;Italia. Per noi rappresenta un dovere e un interesse nazionale imprescindibile. La soluzione delle sue difficolt\u00e0 economiche dipendono [sic] dal&#8217;unione all&#8217;Italia. Da quella parte il nostro confine militare non \u00e8 sicuro se non si porta fino alle Alpi del Brennero.<\/p>\n<p>Il Trentino sotto l&#8217;Austria significa &#8211; l&#8217;abbiamo gi\u00e0 detto &#8211; la porta settentrionale d&#8217;Italia nelle mani della Germania. Gi\u00e0 ne abbiamo l&#8217;indice grafico nella ferrovia del Brennero. Lo sterminato numero di alberghi e di imprese tedesche che assediano il Gardese confermano la tendenza pangermanista. Il numero degli emigranti tedeschi nel Trentino cresce di anno in anno in maniera impressionante mentre l&#8217;elemento italiano \u00e8 costretto per le tristi condizioni economiche a lasciare il paese natale. E come crescono di numero questi tedeschi, cos\u00ec aumenta il loro spirito aggressivo e gli espedienti e i mezzi pi\u00f9 decisivi e irresistibili di germanizzazione. Di quella plaga, che ormai essi considerano come un appendice dello Stato bavarese rivolta verso le valli dei fiumi adriatici italiani. Non si pu\u00f2 parlare di un pericolo immediato, ma certo di un sintomo dinamico evidentissimo.<\/p>\n<p>Bisogna dunque scongiurarlo in tempo e energicamente. Ma per far questo non c&#8217;\u00e8 che un mezzo: conquistare al&#8217;Italia la provincia Trentina. Il suo generoso e fedelissimo popolo che aspetta, e guarda con ansia tragica l&#8217;estenuata vena del suo sangue pi\u00f9 vivo sgorgare nuovo umore per la maledetta ambizione d&#8217;una patria non sua. \u00c8 verro, ancora 15.000 trentini l&#8217;Austria ha voluto immolare contro i Russi irrompenti, come se il nostro sangue potesse cementare la sua disgraziata compagine.<\/p>\n<p>Non voglio fare della retorica. Ripugna al nostro senso morale, e soprattutto all&#8217;ansia invincibile che forza la volontaria rigidezza di questa attesa. Che cosa dunque attende l&#8217;Italia? Non sappiamo. Per nostro conto riteniamo che i suoi supremi interessi &#8211; morali, nazionali ed economici &#8211; la dovranno spingere fatalmente ad affrettare &#8211; con la guerra &#8211; la liquidazione dell&#8217;Austria. Che questa liquidazione sia imminente \u00e8 ormai indubitabile. Ma nella nostra assenza e nel nostro disinteresse, Russia, Serbia e Romania se la spartiranno come una spoglia di conquista, senza riguardo ai terzi, che siamo noi. E questo non deve essere assolutamente. Non vogliamo la gloria delle facili conquiste., per se stesse, ma nemmeno possiamo patire lo scorno e il danno immenso della cosiddetta politica delle mani nette che ricorda proprio le mani nette di Pilato. Decidiamoci ad un civile proposito. Certo, quando tre settimane fa intuendo felicemente gli eventi, l&#8217;amico Vaina scriveva qui: la guerra necessaria &#8211; egli anticipava una conclusione che oggi devo far mia incalzando: \u00e8 l&#8217;ora d&#8217;osare.\u00bb<\/p>\n<p>Come si vede, la riflessione politica di Giuseppe Donati e gli argomenti coi quali sostiene la necessit\u00e0 dell&#8217;intervento italiano in guerra rimangono sul terreno strategico-territoriale e non investono la questione ideologica.<\/p>\n<p>Egli non descrive la guerra come uno scontro fra le democrazie e le autocrazie, come fanno la maggior parte degli interventisti democratici: forse per riguardo alla natura autocratica del governo russo, forse perch\u00e9 vede la guerra in corso in termini classici e gli sfugge l&#8217;importanza primaria, in essa, della dimensione ideologica.<\/p>\n<p>Per Donati, l&#8217;Austria-Ungheria \u00e8 uno Stato dispotico e aggressivo, ma intimamente precario e poco vitale, tenuto in piedi essenzialmente dai tre pilastri tradizionali dell&#8217;esercito, della burocrazia e del clero. Gli sfugge il fatto che possedere un esercito comune, una burocrazia efficiente e un clero patriottico, per uno Stato plurinazionale di oltre 50 milioni d&#8217;anime, \u00e8 gi\u00e0 di per s\u00e9 un sintomo di vitalit\u00e0 e di coesione non comuni.<\/p>\n<p>Egli ne auspica, e ne prevede, un drastico ridimensionamento, pur senza far suo il mazziniano: \u00abAustria delenda\u00bb, \u00abl&#8217;Austria deve essere distrutta\u00bb. Cos\u00ec com&#8217;\u00e8, essa gli appare come una creazione innaturale, capace soltanto di creare squilibri e inimicizie fra i popoli dell&#8217;Europa centrale, sia dentro che fuori i suoi confini. Per lui, essa si regge unicamente in base alla vecchia massima del \u00abdivide et impera\u00bb; non gli viene in mente che, se \u00e8 stata capace di far convivere in pace dieci popoli diversi, e di tenerli uniti nell&#8217;epoca dei nazionalismi esasperati, forse essa svolge una funzione storica naturale ed utile, e non puramente artificiale.<\/p>\n<p>Nel progetto trialista del defunto Francesco Ferdinando egli non vede altro che una minaccia per l&#8217;Italia, in quanto la ventilata terza parte della Monarchia asburgica, a componente slava, sarebbe, per lui, proprio quella capace di incanalare le energie del panslavismo e dirigerle verso la Venezia Giulia e l&#8217;Adriatico. E, poich\u00e9 constata &#8211; a ragione &#8211; che l&#8217;amministrazione austriaca gi\u00e0 da anni favorisce l&#8217;elemento slavo rispetto a quello italiano a Trieste, in Istria e in Dalmazia, la situazione non potrebbe che peggiorare se gli Slavi dell&#8217;Austria si rafforzassero con la creazione di una terza corona asburgica.<\/p>\n<p>Anche la sua diagnosi della politica austriaca come succursale di quella germanica appare un po&#8217; semplicistica: se Vienna non \u00e8 altro che un avamposto del pangermanismo di Berlino, possibile che egli non veda come una politica aggressiva di rivendicazioni territoriali, da parte della Serbia, della Russia, della Romania e della stessa Italia, non faccia che spingerla sempre pi\u00f9 in quella direzione, inducendola a vederre solo nell&#8217;alleanza \u00abnibelungica\u00bb con l&#8217;Impero tedesco una garanzia di sopravvivenza nel prossimo futuro?<\/p>\n<p>Ancora.<\/p>\n<p>Donati afferma che, se l&#8217;Italia non interviene in guerra, e non interviene al pi\u00f9 presto, rischia di rimanere esclusa da ogni rivendicazione territoriale. Afferma per\u00f2 anche che i diritti nazionali sono evidenti, e cita ad esempio il diritto della Romania alla Transilvania e alla Bucovina (senza tener conto della composizione plurietnica di entrambe quelle province), a dispetto dell&#8217;avanzata militare russa in quel settore, dopo l&#8217;esito della duplice battaglia di Lemberg Ora, se tutto ci\u00f2 per cui l&#8217;Italia deve entrare in guerra contro l&#8217;Austria \u00e8 il Trentino, chi oser\u00e0 negarglielo al tavolo della pace, appunto in base al principio di nazionalit\u00e0?<\/p>\n<p>L&#8217;argomentazione del Donati appare, insomma, contraddittoria. Da un lato dice che l&#8217;Italia non pu\u00f2 chiedere che il Trentino e, forse, una parte dell&#8217;Istria; dall&#8217;altra, sostiene che solo entrando in guerra l&#8217;Italia potr\u00e0 riceverle, indipendentemente dalla volont\u00e0 di quelle popolazioni. Aggiunge che l&#8217;Austria dovr\u00e0 continuare ad esistere, ma solo nella sua componente tedesca e magiara; non spiega, per\u00f2, come questa parte potr\u00e0 essere separata dalle altre, data la composizione etnica a mosaico di quasi tutte le province di confine della Duplice monarchia. E, soprattutto, non si chiede come questo Impero, ridotto a dimensioni assai modeste, potr\u00e0 sopravvivere, senza pi\u00f9 uno sbocco al mare; e che cosa potr\u00e0 evitare che esso si getti definitivamente nelle braccia della Germania.<\/p>\n<p>Donati, poi, commette un tipico errore di sopravvalutazione dei piccoli Stati che dovrebbero essere beneficiari della disgregazione austriaca, a cominciare dalla Romania. Egli pensa che una Grande Romania sarebbe un utile baluardo contro le velleit\u00e0 espansionistiche della Russia: ragionamento alquanto ingenuo, come i fatti si incaricheranno di dimostrare.<\/p>\n<p>Della Polonia, come gi\u00e0 osservato, non parla, tradendo cos\u00ec l&#8217;ispirazione democratica e mazziniana del programma punitivo nei confronti dell&#8217;Austria: giacch\u00e9 indebolire l&#8217;Austria assolutista e \u00abcarceriera di popoli\u00bb, per ingrandire la Russia ancor pi\u00f9 assolutista e imperialista, appare, dal punto di vista democratico, un autentico controsenso.<\/p>\n<p>Quanto alla Russia, egli sostiene che la sua spinta espansionistica \u00e8 diretta pi\u00f9 verso il Mar Nero che verso il Mediterraneo; ma, di nuovo, non spende una parola sulla questione centrale: \u00e8 legittima, \u00e8 sostenibile la rivendicazione russa dell&#8217;annessione di Costantinopoli? E, se la Russia si insediasse sul Bosforo, davvero il deterrente di una coalizione anglo-franco-italiana potrebbe tenerla lontana dal Mediterraneo?<\/p>\n<p>E si rende conto, il Donati, che una ulteriore espansione russa nel Mar Nero avrebbe portato, inevitabilmente, allo scontro con la Turchia &#8211; che, di fatto, avr\u00e0 luogo in novembre &#8211; e sollevato una serie di drammatici problemi politici e strategici, culminando nella liquidazione dell&#8217;Impero Ottomano e passando per il calvario delle minoranze cristiane nel Vicino Oriente, prima fra tutte quella degli Armeni?<\/p>\n<p>Sfuggono poi, all&#8217;analisi del Donati, le cause economiche della guerra, bench\u00e9 in altri articoli dell&#8217;epoca egli vi abbia prestato maggiore attenzione. Nulla egli dice della Francia, della Gran Bretagna, del probabile atteggiamento degli Stati Uniti d&#8217;America; in breve, gli sfugge la dimensione veramente mondiale della guerra e gli sfugge la scarsa coerenza di voler spingere l&#8217;Italia in una guerra mondiale per rivendicare una piccola provincia, e sia pure di alto valore ideale, quale il Trentino, come se si trattasse di uno dei soliti conflitti limitati dell&#8217;Ottocento.<\/p>\n<p>\u00c8 vero: ben pochi intellettuali, e perfino ben pochi statisti, nel settembre del 1914, prevedevano che la guerra sarebbe durata ancora pi\u00f9 di quattro anni; che avrebbe coinvolto ogni risorsa finanziaria, industriale, commerciale, fino all&#8217;esaurimento; che gli enormi sacrifici da essa imposta a tutti, vincitori e vinti, avrebbe fatto nascere fra i popoli una diffusa aspirazione ad un ordine politico e sociale pi\u00f9 giusto, capace di dare un senso a tanti lutti e distruzioni.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 fare di questo, pertanto, un appunto al Donati; ma bens\u00ec del suo silenzio riguardo agli aspetti sociali della guerra, in un Paese ancora sostanzialmente povero come l&#8217;Italia; e, pi\u00f9 ancora, del suo silenzio circa la dimensione etica della guerra. Lui, cristiano ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, poteva parlare della necessit\u00e0 dell&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia con gli stessi argomenti di un interventista \u00ablaico\u00bb, per il quale la religione \u00e8 ininfluente in simili questioni?<\/p>\n<p>Certo: non poteva sapere che la guerra avrebbe provocato 8,5 milioni di morti, dei quali oltre 600.000 sarebbero stati italiani. Ma che fosse un gigantesco bagno di sangue, le battaglie di Francia e di Galizia, in settembre, gi\u00e0 lo avevano ampiamente mostrato.<\/p>\n<p>Possibile che ci\u00f2, per un cristiano, non volesse dire proprio nulla?<\/p>\n<p>\u00c8 questo silenzio assordante, nell&#8217;analisi delineata dall&#8217;articolo del Donati, che lascia perplessi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giuseppe Donati (Granarolo di Faenza, 1889 &#8212; Parigi, 1931) \u00e8 stato una figura molto importante nell&#8217;ambito del cattolicesimo sociale del primo Novecento, anche se poi un<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[260],"class_list":["post-25439","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-ungheria"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25439","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25439"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25439\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25439"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25439"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25439"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}