{"id":25434,"date":"2015-07-28T06:24:00","date_gmt":"2015-07-28T06:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/giulio-alberoni-non-sfido-mezza-europa-per-amore-della-spagna-ma-dellitalia\/"},"modified":"2015-07-28T06:24:00","modified_gmt":"2015-07-28T06:24:00","slug":"giulio-alberoni-non-sfido-mezza-europa-per-amore-della-spagna-ma-dellitalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/giulio-alberoni-non-sfido-mezza-europa-per-amore-della-spagna-ma-dellitalia\/","title":{"rendered":"Giulio Alberoni non sfid\u00f2 mezza Europa per amore della Spagna, ma dell\u2019Italia?"},"content":{"rendered":"<p>Quella del cardinale Giulio Alberoni, nato a Fiorenzuola d&#8217;Arda, nel Piacentino, il 30 maggio 1664 e morto a Piacenza il 26 giugno 1752, che fu primo ministro alla corte spagnola di Filippo V di Borbone e della sua seconda moglie, Elisabetta Farnese (essendo rimasto vedovo della prima, Maria Luisa di Savoia), \u00e8 una figura tuttora assai controversa.<\/p>\n<p>Gli storici discussero a lungo, e discutono tuttora, come del resto avevano fatto i suoi contemporanei, sulle sue reali capacit\u00e0 di governo e, soprattutto, su quali fossero le sue autentiche mire politiche; e non si pu\u00f2 dire che i pareri si siano avvicinati e che la storiografia contemporanea sia giunta ad una valutazione sostanzialmente condivisa intorno a quest&#8217;uomo enigmatico, venuto su letteralmente dal nulla &#8211; era il figlio di un giardiniere e di una cucitrice -, ed affermatosi, ad un certo momento, quasi come l&#8217;ago della bilancia dell&#8217;intero sistema degli equilibri strategici sul continente europeo.<\/p>\n<p>Di fatto, egli svolse, presso la corte di Madrid, un ruolo simile a quello che un altro cardinale italiano, Giulio Mazzarino, aveva svolto presso la corte di Parigi, svolgendo le funzioni di primo ministro durante la prima parte dei regno di Luigi XIV, cos\u00ec come il suo predecessore, il cardinale di Richelieu, aveva fatto durante il regno di Luigi XIII. La differenza principale tra loro fu che l&#8217;Alberoni non ebbe il tempo sufficiente per svolgere sino in fondo le riforme economiche e amministrative intraprese, a causa del fallimento del suo disegno politico-militare, che, culminato nella sconfitta spagnola al termine della Guerra della Quadruplice alleanza (1717-1720), ne caus\u00f2 il licenziamento e l&#8217;esilio, troncando cos\u00ec a mezzo la sua opera.<\/p>\n<p>Ma qual era, precisamente, tale disegno? E perch\u00e9 esso fall\u00ec miseramente, provocando la sua caduta in disgrazia ed il suo allontanamento da parte di Filippo V?<\/p>\n<p>Partiamo dalla prima domanda. La questione essenziale, intorno alla quale vertono tuttora le discussioni fra gli storici, \u00e8 su quale potere effettivamente egli avesse deciso di servire; perch\u00e9 solo dopo aver chiarito tale questione preliminare &#8212; che, per la maggior parte dei grandi personaggi storici, \u00e8 gi\u00e0 abbastanza chiara da non dover richiedere ulteriori approfondimenti &#8212; si potr\u00e0 capire anche quale fosse realmente il senso del suo grande disegno politico.<\/p>\n<p>Sintetizzando al massimo le cose, si potrebbe affermare che Giulio Alberoni volle servire la Spagna per restituirle il ruolo di grande potenza, che essa aveva perduto con il lento declino nel XVII secolo, e, pi\u00f9 ancora, con l&#8217;esito della Guerra di successione spagnola (1701-1713\/14); e fu per questo che intraprese una serie di vaste e coraggiose riforme sul piano interno, intese essenzialmente a modernizzarla e dotarla di un sistema produttivo efficiente, simile a quello degli altri grandi Stati dell&#8217;Europa occidentale; nonch\u00e9 una politica estera alquanto intraprendente, per non dire aggressiva e quasi spericolata, s\u00ec da farle recuperare lo spazio internazionale che aveva perduto con le paci di Utrecht e Rastadt. Tuttavia, la domanda immediatamente successiva, che lo storico deve porsi per comprendere il senso della sua azione, \u00e8 la seguente: egli desiderava rafforzare e rinnovare la Spagna per amore della Spagna soltanto, oppure intendeva servirsi della rinata potenza spagnola per scacciare gli Asburgo dall&#8217;Italia e per restaurare dei sovrani italiani sui troni minori della Penisola, magari con il lontano obiettivo di lavorare ad una pi\u00f9 vasta aggregazione, in cui taluno potrebbe perfino vedere una certa quale intuizione della futura politica risorgimentale, svolta, in particolare, dai re di Savoia? Insomma: voleva una Spagna forte per se stessa, o per farne il braccio armato e il punto di partenza d&#8217;una politica autonomistica italiana?<\/p>\n<p>Quest&#8217;ultima tesi \u00e8 stata sostenuta con forza dallo storico milanese Ettore Rota (nato nel capoluogo lombardo nel 1883 e morto a Cannobio nel 1958), una interessante, ma oggi quasi dimenticata figura di studioso, che fu &#8212; dal 1924 &#8212; docente di Storia moderna presso l&#8217;Universit\u00e0 di Pavia, e condirettore della \u00abNuova rivista storica\u00bb. Grande conoscitore del Settecento, dei suoi movimenti culturali e della diplomazia internazionale, fu autore di monografie specialistiche di notevole originalit\u00e0 ed interesse, come traspare gi\u00e0 dai titoli (\u00abIl Giansenismo in Lombardia e i prodromi del Risorgimento\u00bb, del 1907). Tuttavia la sua fama resta legata soprattutto ad uno ampio studio su \u00abLe origini del Risorgimento\u00bb, pubblicato nel 1938, nel quale, scavando in profondit\u00e0 e mostrando una grande capacit\u00e0 di penetrare con lo sguardo nelle pieghe pi\u00f9 nascoste della politica e della cultura settecentesca, risale assai pi\u00f9 indietro nel tempo di quanto generalmente non si ammetta, nell&#8217;individuare le radici del movimento risorgimentale, che la maggior parte degli storici d&#8217;oggi colloca non prima del crollo del dominio napoleonico e del Congresso di Vienna, cio\u00e8 non prima del 1815.<\/p>\n<p>Inoltre, per lui, il Risorgimento \u00e8 stato un fenomeno storico che si \u00e8 sviluppato ampiamente nel solco di motivi originali ed autoctoni, e non tanto, ma certo non principalmente, come effetto di influenze straniere, soprattutto francesi; tanto \u00e8 vero che egli ravvisa dei motivi &quot;risorgimentali&quot;, nel senso pi\u00f9 ampio del termine, anche nella concezione e nell&#8217;azione politica di Giulio Alberoni, ministro di Spagna, s\u00ec, ma ministro italiano, innamorato non gi\u00e0 della Spagna, ma dell&#8217;Italia, e fierissimamente avverso agli Austriaci e all&#8217;Impero, che vuol fare leva sulla risorgente potenza spagnola appunto per spazzare via la presenza austriaca dalla Penisola ed installarvi dei principi italiani o italianizzati (come i figli di Elisabetta Farnese): in breve, vedendo in lui l&#8217;artefice di un &quot;disegno&quot; politico e diplomatico di amplissimo respiro, mirante a realizzare quegli obiettivi essenziali che stanno alla base del Risorgimento, cos\u00ec come lo conosciamo e lo vediamo affiorare nella mente, ed esplicitarsi negli scritti o nelle azioni, di uomini come Vincenzo Gioberti, Carlo Alberto di Savoia e Camillo Benso di Cavour. Insomma, per Ettore Rota le origini profonde del Risorgimento sono tutte settecentesche e tutte, o quasi tutte, italiane: due tesi che si pongono nella scia della storiografia nazionalista e fascista del periodo che va dai primi del Novecento alla Seconda guerra mondiale, e che, poi, \u00e8 stata in gran parte corretta, rettificata, aggiustata, in base ai nuovi orientamenti della Vulgata storiografica e culturale emersa dalle macerie del 1945: politicamente corretta e cio\u00e8 debitamente democratica, resistenziale, anti-nazionalista e anti-fascista.<\/p>\n<p>Vuoi vedere che \u00e8 stato per questo se uno storico originale e di grande spessore, come Ettore Rota, \u00e8 stato condannato a una sorta di oblio programmatico e deliberato, dopo la caduta del Fascismo e l&#8217;avvento dell&#8217;Italia repubblicana e democratica: cio\u00e8 per il delitto di lesa maest\u00e0 nei confronti della versione addomesticata e ideologicamente rivisitata che, della nostra storia nazionale, hanno deciso di fare gli uomini del 1945, per mettere nel dimenticatoio tutto ci\u00f2 che non si adattava con i loro assunti e postulati e per gonfiare ed enfatizzare al massimo, viceversa, tutto ci\u00f2 che si prestava ad avvalorare e a corroborare le loro tesi, secondo le quali il nazionalismo, e, ancor pi\u00f9, il Fascismo, erano il &quot;male assoluto&quot; che andava esorcizzato per sempre, e che l&#8217;Italia era veramente se stessa solo a patto di abdicare al proprio ruolo di grande potenza e solo a condizione di lasciarsi strumentalizzare dalle mire altrui, rinfocolando, all&#8217;interno, le contrapposizioni e gli od\u00ee di parte, cos\u00ec come gi\u00e0 era avvenuto, per secoli, nel passato, quando Guelfi e Ghibellini, per esempio, e poi le diverse corti signorili, avevano lacerato il tessuto della vita nazionale a tutto vantaggio di poteri forti d&#8217;Oltralpe, che di quelle divisioni si erano largamente serviti per penetrare ed inserirsi nei giochi politici della Penisola, fino ad asservirla e dominarla pressoch\u00e9 interamente?<\/p>\n<p>Scriveva, dunque, Ettore Rota nella sua pregevole e ormai dimenticata opera \u00abLe origini del Risorgimento\u00bb, Milano, Vallardi, 1938, vol. 1, pp. 96-102 passim):<\/p>\n<p>\u00abA nostro avviso, nessuno fra gli uomini politici del Settecento, ha vissuto e sofferto con pi\u00f9 acuta passionalit\u00e0 il problema italiano, contemplato nella sua compiutezza di problema interessante tutto un popolo, non solamente una provincia della Penisola. L&#8217;Alberoni non am\u00f2 la Spagna. Suo pensiero fu di giovarsi della Spagna per liberare l&#8217;Italia dalle strette poderose dell&#8217;Austria; mentre questa tendeva a congiungere Milano e Napoli con il ducato di Parma e Piacenza e con la Toscana, profittando delle difficolt\u00e0 di una successione diretta in questi Stati. La creazione di un pi\u00f9 grande ducato farnesiano, egemonico, e la eliminazione graduale della stessa Spagna, mediante Stati autonomi da conferirsi ai figli di Elisabetta Farnese, erano i mezzi per risolvere il problema della libert\u00e0 italica, contenuti nelle possibilit\u00e0 reali de tempo.<\/p>\n<p>Fra i blasoni e le parrucche del Settecento, ancora per tre quarti feudalissimo e aristocratico, questo figlio del popolo, che si \u00e8 acquistato i poteri di un Richelieu, figura come una ingiuriosa novit\u00e0 e suscita una istintiva avversione. La sua vera grandezza \u00e8 nascosta; \u00e8 nel pensiero di una nuova risistemazione dell&#8217;Italia, che sta chiuso nel suo cuore; \u00e8 un pensiero gelosamente custodito come i piani che l&#8217;abate va meditando in segreto, intorno ad esso, per non disturbare con frastuoni e sospetti prematuri un&#8217;esecuzione fissata per un tempo lontano. [&#8230;]<\/p>\n<p>L&#8217;Alberoni odia i Tedeschi. Impreca contro di loro senza piet\u00e0: &quot;Dio voglia che siano puniti di tutte le crudelt\u00e0 che hanno commesso nel nostro povero paese&quot;. Sono la &quot;razza infame&quot;, che tanti secoli di civilt\u00e0 hanno lasciata intatta, nella sua forma primordiale di speculatori e di professionisti della guerra. Egli assorb\u00ec questo odio con gli umori della propria terra: lo trov\u00f2 disseminato in ogni casolare delle campagne parmensi e piacentine; lo sent\u00ec vibrare nei discorsi dei proprietari e dei contadini; lo visse come soldato sotto la sua divisa di guerra al seguito del Vend\u00f4me, quale inviato del Parmense, per proteggere le frontiere del Ducato. Egli rese allora ai suoi concittadini un primo grande servigio, e per esso accett\u00f2 di buon grado le durezze e gli stenti della vita da campo: e concep\u00ec la guerra con seriet\u00e0, con disciplina, con amore, biasimando l&#8217;ufficialit\u00e0 francese che vi portava un senso di frivolezza e di utilitarismo.<\/p>\n<p>Incominciarono cos\u00ec a trovarsi insieme, identificato in una perfetta armonia morale, l&#8217;uomo politico e il patriota, il rappresentante dei un interesse dinastico e l&#8217;Italiano: perci\u00f2 l&#8217;odio ai Tedeschi si fuse con n progetto di guerra nazionale, liberatrice. [&#8230;]<\/p>\n<p>L&#8217;odio verso i Tedeschi cresce nell&#8217;Alberoni insieme con la piet\u00e0 dell&#8217;Italia e con la previsione della dura sorte che la politica dell&#8217;Austria fa incombere sopra la Penisola. [&#8230;]<\/p>\n<p>Nell&#8217;animo del popolano di Piacenza ferve il tormento di una sacra passione e di una grande idea: l&#8217;Italia deve cessare di essere considerata dall&#8217;Europa il &quot;paese di cuccagna&quot;, paese tanto caro ai Tedeschi, che vorrebbero continuarvi in eterno la guerra per continuare il loro pingue bottino; l&#8217;Italia non deve essere l&#8217;inviolabile privilegio politico dell&#8217;Impero. [&#8230;]<\/p>\n<p>L&#8217;abate trasmette al generale francese la propria passione: lo infervora della sua stessa idea; e il Vend\u00f4me, amico fedele, patrocina la causa d&#8217;Italia presso il Borbone che ha per le sue vittorie ricevuto la corona. Nei convegni di corte come nei conversari privati, il problema italiano acquista confidenza e notoriet\u00e0 sotto la spinta incessante dell&#8217;Alberoni; il quale, familiare del Vend\u00f4me, diviene anche il confidente di Filippo V e di Maria Luisa, la virtuosa e intelligente figlia di Vittorio Amedeo, la buona sabauda che intorno a s\u00e9 raccoglie le speranze del partito italiano, gi\u00e0 forte di uomini e di simpatie, per le aspirazioni che la Spagna conserva sopra a Penisola anche se passata in mano ai Tedeschi. [&#8230;]<\/p>\n<p>Madrid si sta italianizzando negli uffici maggiori del comando. Essa \u00e8 la capitale di una monarchia in isfacelo. E sono uomini nostri che la stanno ricostituendo. Entro un mondo cos\u00ec pervaso di italianit\u00e0, la sensazione di vivere in uno Stato stranero arriva al cuore dell&#8217;Alberoni molto attenuata. La sua fissazione, fare leva della Spagna per smuovere il macigno tedesco dalla Penisola, prende i colori italiani dell&#8217;ambiente, come se, ad effettuare questo sogno, egli contasse sopra le forze della stessa Italia. Curiosa situazione psicologica, che \u00e8 avvertita dall&#8217;abate e lo costringe a chiarirne gli equivoci agli amici del suo paese, con aperta protesta di aver servito e di voler sempre servire il Duca e l&#8217;Italia, non altri, e di non poter considerare Filippo V, per i rapporti di cordialit\u00e0 con la propria persona, &quot;un re straniero&quot;.<\/p>\n<p>Volgono gli anni delle discussioni di Utrecht e di Rastadt; l&#8217;Alberoni assiste da Madrid alle nuove vicende della politica italiana, sempre disorganica e scismatica, e alle disfatte della diplomazia europea incapace di tenere a freno l&#8217;Impero. La sua passione patriottica non riceve altro che duri morsi da quegli eventi quotidiani.<\/p>\n<p>Nel groviglio dell&#8217;Italia vede con la precisione dello stratega: a Mantova stanno riposte le chiavi della libert\u00e0 italiana martoriata dai Tedeschi: &quot;se questa infame razza esca da Mantova, si potr\u00e0 ancora sperare di vederli snidati totalmente dall&#8217;Italia&quot;. Ma la fortezza del Mincio rimane all&#8217;Impero; l&#8217;Alberoni, sfiduciato verso le due grandi potenze occidentali, scrive: &quot;credo che non dagli amici di oggi noi dobbiamo attendere la nostra liberazione&quot;; e fa voti che dall&#8217;oriente balcanico venga la soluzione del vecchio problema italiano: &quot;Dio faccia che questa maledetta trovi nel Turco chi le d\u00e0 una occupazione&quot;. Era la speranza estrema dei principi d&#8217;Italia!<\/p>\n<p>La pace conclusa nelle due tappe di Utrecht e di Rastadt suscita l&#8217;indignazione violenta del Piacentino, che d&#8217;ora innanzi confider\u00e0 non solo sul Turco, ma in se stesso e nel proprio sovrano.\u00bb<\/p>\n<p>Certo, le tesi di Ettore Rota, e la sua interpretazione dei significati profondi dell&#8217;opera politica di Giulio Alberoni come primo ministro di Spagna, fra il 1715 e il 1720, sono estremamente intriganti e originali; nessun altro storico ha sottolineato in maniera cos\u00ec esplicita la componente filo-italiana, e, in senso lato, &quot;risorgimentale&quot;, della sua azione politica presso la corte di Filippo V di Borbone ed Elisabetta Farnese.<\/p>\n<p>Francamente, noi non siamo del tutto persuasi da una cos\u00ec audace e sottile interpretazione dell&#8217;opera del cardinale, pur riconoscendo che vi sono, in essa, elementi che fanno alquanto riflettere. Per noi, la figura di Giulio Alberoni conserva qualche cosa di misterioso, di arcano, quasi di indecifrabile; e, anche se la maggior parte degli storici di professione sembrano convinti del fatto che la storia, come una delle altre scienze &quot;positive&quot;, pu\u00f2 e deve, per il suo stesso statuto ontologico, sviscerare e chiarire quasi qualsiasi problema, e rischiarare e spiegare quasi qualunque situazione, per parte nostra non proviamo un particolare imbarazzo nel riconoscere che vi sono, al contrario, situazioni e problemi che lo storico, per quanto s&#8217;impegni, e a meno che non compaiano nuovi e decisivi documenti, finora rimasti sconosciuti, deve ammettere di non poter comprendere sino in fondo e sui quali, pertanto, deve conservare una posizione critica di estremo riserbo, astenendosi dall&#8217;emettere giudizi troppo netti e definitivi, dei quali potrebbe facilmente pentirsi, e, soprattutto, che non \u00e8 in grado di motivare e di argomentare in maniera adeguata.<\/p>\n<p>Ebbene, riteniamo che Giulio Alberoni rientri in questa categoria di personaggi storici: in lui vi \u00e8 qualcosa di enigmatico, che si presta a troppe e diverse interpretazioni possibili, il che equivale a dire che egli \u00e8 riuscito, nel corso dei secoli, a tenere per s\u00e9 il suo segreto pi\u00f9 profondo. Ci sfuggono le ragioni ultime del suo agire: tutto quel che possiamo fare, \u00e8 constatare la sua notevole abilit\u00e0 e l&#8217;ampiezza della sua visione politica: di pi\u00f9 non sarebbe giusto dire, perch\u00e9 equivarrebbe ad azzardare una chiave di lettura che, oggettivamente, siamo consapevoli di non possedere. Possiamo, viceversa, quanto meno sospettare che il limite della sua politica sia stato lo stesso di un conte-duca di Olivares (o anche, se si preferisce, di un Francesco Crispi): la sproporzione tra mezzi e fini, e quindi, in ultima analisi, la tendenza a perseguire una politica velleitaria e irrealistica, dominata da ambizioni sia pur generose, ma slegate dalla concreta dimensione del possibile. Un limite, evidentemente, assai grave per un personaggio politico, essendo la politica, per l&#8217;appunto, l&#8217;arte di operare la sintesi armoniosa di ideale e reale, nella ricerca del bene comune.<\/p>\n<p>Ma qual era il bene politico perseguito da Giulio Alberoni? Se era quello dell&#8217;Italia, evidentemente l&#8217;odio anti-tedesco non era sufficiente allo scopo, perch\u00e9 la politica si fa innanzitutto con i fattori positivi e non gi\u00e0 con quelli meramente negativi: ossia per qualcosa, e non soltanto contro qualcosa. A ci\u00f2, tuttavia, si potrebbe obiettare che l&#8217;Alberoni, individuando nella monarchia spagnola l&#8217;elemento suscettibile di perseguire una politica filo-italiana, fece qualcosa di simile a quel che avrebbe fatto, quasi un secolo e mezzo pi\u00f9 tardi, il Cavour, servendosi dell&#8217;alleanza di Napoleone III per estromettere gli Austriaci dalla Penisola. Ma, a nostra volta, potremmo rispondere che, appunto come il limite della politica cavouriana fu quello di servirsi di forze straniere e di non fare appello a moti autoctoni del popolo italiano, quello di Alberoni fu di ignorare l&#8217;urgenza delle riforme sociali interne degli Stati italiani e di non aver agito in maniera incisiva per coinvolgere nel suo disegno n\u00e9 Venezia, lo Stato pi\u00f9 antico e pi\u00f9 forte, n\u00e9 il Piemonte, n\u00e9 lo stesso Pontefice: insomma, di aver trascurato o sottovalutato tutte quelle forze autenticamente italiane che avrebbero potuto essere coinvolte nel suo grande disegno. Insomma, non bastava scacciare gli Austriaci, se non esisteva un obiettivo positivo comune agli Italiani del tempo: obiettivo che doveva, per forza di cose, fare appello ad un certo sentimento nazionale, il quale appunto, ahim\u00e8, era allora carente, se non proprio del tutto assente, non solo nelle misere plebi rurali, ma anche nella nobilt\u00e0 e nella borghesia &quot;illuminate&quot;.<\/p>\n<p>Tale il circolo vizioso in cui si muoveva la politica alberoniana, tali le premesse del suo fallimento finale: e, con ci\u00f2, crediamo di avere risposto, fino ad un certo punto, anche alla seconda domanda che ci eravamo posta al principio del nostro ragionamento, ossia per quali ragioni quel disegno sia fallito, e si sia concluso con il licenziamento e l&#8217;esilio di Alberoni dalla corte madrilena.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella del cardinale Giulio Alberoni, nato a Fiorenzuola d&#8217;Arda, nel Piacentino, il 30 maggio 1664 e morto a Piacenza il 26 giugno 1752, che fu primo<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30186,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[62],"tags":[254],"class_list":["post-25434","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-moderna","tag-spagna"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-moderna.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25434","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25434"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25434\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30186"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25434"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25434"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25434"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}