{"id":25413,"date":"2011-12-12T07:18:00","date_gmt":"2011-12-12T07:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/12\/12\/per-giovanni-botero-lanti-machiavelli-lautorita-del-principe-si-fonda-sulla-virtu\/"},"modified":"2011-12-12T07:18:00","modified_gmt":"2011-12-12T07:18:00","slug":"per-giovanni-botero-lanti-machiavelli-lautorita-del-principe-si-fonda-sulla-virtu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/12\/12\/per-giovanni-botero-lanti-machiavelli-lautorita-del-principe-si-fonda-sulla-virtu\/","title":{"rendered":"Per Giovanni Botero, l\u2019anti-Machiavelli, l\u2019autorit\u00e0 del principe si fonda sulla virt\u00f9"},"content":{"rendered":"<p>Strano destino, quello del gesuita Giovanni Botero (1544-1617).<\/p>\n<p>Come filosofo della politica, egli volle porsi esplicitamente come l&#8217;anti-Machiavelli; volle, cio\u00e8, confutare la spregiudicata teoria secondo la quale il fine, in politica, giustifica i mezzi; e volle farlo da un punto di vista religioso e specificamente cattolico.<\/p>\n<p>Invece, egli \u00e8 tuttora ricordato quasi soltanto per la sua teoria della &quot;ragion di Stato&quot;, per di pi\u00f9 semplificata e volgarizzata nel senso che qualsiasi cosa sarebbe lecita allo Stato, qualsiasi ingiustizia e prepotenza nei confronti del singolo cittadino, purch\u00e9 appaia come necessaria alla sicurezza e alla preservazione dello Stato medesimo.<\/p>\n<p>Ma era proprio questo che il Botero intendeva, quando parlava della ragion di Stato? Niente affatto; e il filosofo piemontese, di certo, sarebbe il primo a stupirsi e rammaricarsi, se sapesse quale travisamento \u00e8 stato fatto del suo pensiero.<\/p>\n<p>Nella sua opera pi\u00f9 nota, scritta quando era precettore di Federico Borromeo, \u00abDella ragion di Stato\u00bb (1589), come pure nelle altre due che l&#8217;hanno preceduta e seguita, \u00abDelle cause della grandezza e magnificenza delle citt\u00e0\u00bb (1588) e le \u00abRelazioni universali\u00bb (pubblicate a partire dal 1590), ispirandosi a Jean Bodin cerc\u00f2 essenzialmente di conciliare le ragioni della politica con quelle della morale, ossia di ricucire lo strappo che Machiavelli aveva operato con tutta la tradizione del pensiero politico, considerato come una branca dell&#8217;etica.<\/p>\n<p>Botero aveva le idee chiare in fatto di rapporti fra la religione e lo Stato moderno; abbastanza chiare da essere allontanato dal seminario di Milano per aver negato, in una lezione cui assisteva anche Carlo Borromeo, che ne rimase scandalizzato, l&#8217;autorit\u00e0 di Cristo in materia temporale (pi\u00f9 tardi, nel 1580, giunger\u00e0 a dimettersi dalla Compagnia, pur restando sempre legato ai suoi ideali e lasciando ad essa, per testamento, quasi tutti i suoi beni.<\/p>\n<p>Aveva le idee chiare anche in fatto di rapporti fra economia e politica: e questo \u00e8 l&#8217;aspetto pi\u00f9 innovativo del suo pensiero; basti dire che intu\u00ec, con due secoli di anticipo e contro i fisiocratici, il ruolo preminente dell&#8217;industria nello Stato moderno; che formul\u00f2 una nuova, audace dottrina tributaria; e che pu\u00f2 considerarsi un pioniere dell&#8217;antropogeografia come propedeutica alla scienza dell&#8217;economia politica, di contro al fissismo delle concezioni geografiche allora prevalenti e che risalivano, in buona sostanza, alla tradizione tolemaica.<\/p>\n<p>Nonostante tutti questi meriti, la figura di Giovanni Botero \u00e8 rimasta a lungo invischiata, e in parte lo \u00e8 tuttora, nei soliti schemi ideologici che ne hanno fatto un puro e semplice esponente del pensiero controriformista, anche se ormai sono ben pochi gli storici seri che prendono per buono il concetto di una &quot;Controriforma&quot; cattolica da contrapporre, senza sfumature e senza distinguo, a una &quot;Riforma&quot; protestante che sarebbe caduta come un sasso nella morta gora del cristianesimo languente all&#8217;ombra di una Chiesa reazionaria e corrotta.<\/p>\n<p>Per Riccardo Marchese, ad esempio, quello di Giovanni Botero rappresenta la massima espressione del pensiero politico &quot;controriformista&quot; (in: Marchese-Grillini, \u00abScrittori e opere. Storia e antologia della letteratura italiana\u00bb, La Nuova Italia, Firenze, vo. 2, p. 447-48):<\/p>\n<p>\u00abIl pensiero politico della Controriforma trov\u00f2 la sua pi\u00f9 completa espressione nei dieci libri della &quot;Ragion di Stato&quot; (1589) del gesuita piemontese Giovanni Botero (1533-1617), che esercitarono un largo influsso anche fuori d&#8217;Italia e fra l&#8217;altro introdussero il termine &quot;ragion di stato&quot; nel dibattito politico. Secondo Botero il potere politico p subordinato a quello religioso e in tanto pu\u00f2 essere considerato legittimo in quanto si fa difensore e propagatore delle virt\u00f9 cristiane: il potere \u00e8 assoluto e sovrano solo a patto che si sostanzi di integrit\u00e0 morale. Tuttavia, purch\u00e9 non venga meno questa finalit\u00e0 generale, la legittimit\u00e0 dell&#8217;assolutismo non \u00e8 inficiata da singoli atti malvagi, magari peccaminosi in s\u00e9, ma sostanzialmente giustificati dalla bont\u00e0 de fini e praticamente ammessi come indispensabili strumenti di governo. Insomma, se il principe \u00e8 cristiano e agisce in stretta collaborazione con la Chiesa, \u00e8 i qualche modo autorizzato a ricorrere alla deprecata ragion di stato (cio\u00e8 a quelle azioni viziose che sono necessarie al mantenimento del potere). Il sovrano pere legittimit\u00e0, e quindi pu\u00f2 essere deposto, solo se tradisce le finalit\u00e0 generali del suo potere e si allontana dal magistero della Chiea. Teorie simili si trovano in altri pensatori di area cattolica, che giungono fino ad esaltare il tirannicidio 8e a giustificare quello realmente compiuto nella persona dell&#8217;eretico Enrico III). Del resto posizioni analoghe si riscontrano anche in pensatori protestanti ( i cosiddetti &quot;monarcomachi&quot;) che, naturalmente in modo ideologicamente opposto, teorizzano la disubbidienza nei confronti del principe non rispettoso della fede riformata dei sudditi.\u00bb<\/p>\n<p>Ma veniamo senz&#8217;altro all&#8217;aspetto pi\u00f9 noto, e, come si \u00e8 detto, anche pi\u00f9 travisato del pensiero politico di Giovanni Botero: quello riguardante il rapporto fra la politica stessa e la morale, specialmente nella persona del principe.<\/p>\n<p>Scriveva, dunque, Giovanni Botero nella \u00abRagion di Stato\u00bb (a cura di L. Firpo, UTET, Torino, 1948, pp. 69-71):<\/p>\n<p>\u00abIl fondamento principale d&#8217;ogni Stato si \u00e8 l&#8217;obedienza de&#8217; sudditi al suo superiore, e questa si fonda sull&#8217;eminenza della virt\u00f9 del prencipe, perch\u00e9, s\u00ec come gli elementi ed i corpi che di essi si compongono ubbidiscono senza contrasto a&#8217; movimenti delle sfere celesti per la nobilt\u00e0 della natura loro e, tra i cieli, gl&#8217;inferiori seguono il moto de&#8217; superiori, cos\u00ec i popoli si sottomettono volentieri al prencipe in cui risplende qualche preminenza di virt\u00f9, perch\u00e9 niuno si sdegna d&#8217;ubidire e di star sotto a chi li \u00e8 superiore, ma bene a chi gli inferiore o anche pari. Ma l&#8217;importanza si \u00e8 che la maggioranza del prencipe non sia collocata in cose impertinenti e di picciolo o di nissun rilevo, ma in quelle che inalzano l&#8217;animo e l&#8217;ingegno, e che recano una certa grandezza quasi celeste e divina, e fanno l&#8217;uomo veramente superiore e migliore degli altri, perch\u00e9, come dice Livio, &quot;vinculum fidei est melioribus parere&quot; [&quot;la lealt\u00e0 impone di obbedire ai migliori&quot;]; e Dionigio: &quot;aeterna naturae lege receptum est, ut inferiores praestantioribus pareant&quot; [&quot;per legge eterna di natura \u00e8 stabilito che gli inferiori ubbidiscano ai pi\u00f9 valenti, di Dionigi di Alicarnasso]; ed Avito rispose gravemente agli Ansibari: &quot;patienda meliorum impera&quot; [bisogna sopportare il dominio dei migliori&quot;, in Tacito, &quot;Annales&quot;]; ed Aristotele vuole che quei, ch&#8217;avanzano gli altri di ingegno e di giudicio, siano per ragione naturale prencipi, e dice che i nobili s&#8217;onorano perch\u00e9 la nobilt\u00e0 \u00e8 una certa virt\u00f9 della schiatta e del sangue ed \u00e8 verisimile che da&#8217; buoni naschino buoni e da&#8217; migliori megliori: e per questo a&#8217; tiranni sono pi\u00f9 sospetti i buoni che i cattivi ed i generosi che i vili, perch\u00e9, essendo essi indegni ed incapaci del luogo usurpato alla virt\u00f9, hanno ragionevolmente paura di quei che ne sono meritevoli e degni. [&#8230;]<\/p>\n<p>Ma, bench\u00e9 ogni virt\u00f9 sia atta a recar amore e riputazione a chi n&#8217;\u00e8 onorato, nondimeno alcune sono atte all&#8217;amore pi\u00f9 ch&#8217;alla riputazione, altre a rincontro. Nella prima classe mettiamo quelle virt\u00f9 che sono totalmente volte a beneficare, quale \u00e8 l&#8217;umanit\u00e0, la cortesia, la clemenza e le altre, che noi possiamo tutte ridurre alla giustizia e alla liberalit\u00e0; nella seconda poniamo quelle che recano una certa grandezza e forza d&#8217;animo e d&#8217;ingegno, atta a grandi imprese, quale \u00e8 la fortezza, l&#8217;arte militare e la politica, la constanza, il vigore dell&#8217;animo e la prontezza dell&#8217;ingegno, che noi abbracciamo tutte co&#8217; nomi di prudenza e di valore.\u00bb<\/p>\n<p>Questa pagina dell&#8217;opera pi\u00f9 famosa di Giovanni Botero \u00e8 stata pensata e scritta in aperta polemica con il celeberrimo capitolo XVII del \u00abPrincipe\u00bb di Machiavelli e come tale va meditata e discussa, se si vuole comprenderne l&#8217;intimo significato.<\/p>\n<p>Si \u00e8 a lungo rimproverato al Botero, e lo si rimprovera ancora, di aver ammesso in pratica, mediante una serie di cavilli e di eccezioni, quel che in teoria egli negava, ossia la facolt\u00e0 dell&#8217;uomo di calpestare l&#8217;etica in nome della ragion di Stato, vale a dire dei superiori interessi della politica; e si \u00e8 voluto vedere nel suo pensiero una tipica contraddizione di quel drammatico momento della storia della cultura italiana, stretto fra l&#8217;assolutismo spagnolo, il conformismo cattolico tridentino e l&#8217;assenza di un modello di monarchia nazionale cui fare riferimento, come l&#8217;avevano, al contrario, Jean Bodin e altri pensatori politici d&#8217;Oltralpe.<\/p>\n<p>Addirittura, si \u00e8 voluto vedere in lui un esponente di quella contraddizione morale e quasi sociologica in cui la coscienza nazionale si trovava impigliata, fra la pressione delle istituzioni da una parte e la voce della coscienza dall&#8217;altra; quasi un Amleto in salsa italiana, ma con l&#8217;aggravante &#8211; per la critica dominante negli ultimi decenni, che era quasi tutta di ispirazione marxista &#8211; del suo cattolicesimo e della sua militanza nell&#8217;ordine dei Gesuiti, visti come gli esponenti per eccellenza del conservatorismo e dell&#8217;ipocrisia.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 attendibile una simile interpretazione?<\/p>\n<p>Tanto per cominciare, quel difetto del carattere nazionale, se \u00e8 tale, risale al pensiero laico del Rinascimento, come \u00e8 illustrato dal caso di Francesco Guicciardini: colui che fu, sul piano politico e militare, uno dei massimi responsabili della sciagura irreparabile del sacco di Roma nel 1527, ma che, nei suoi \u00abRicordi\u00bb, non aveva esitato a trasformarsi da accusato in accusatore, scagliandosi con inaudita violenza contro l&#8217;istituzione ecclesiastica, al servizio della quale era stato, giungendo fino ai gradi pi\u00f9 alti.<\/p>\n<p>Nel passo che abbiamo riportato, si vede come Botero sostenga la preminenza dell&#8217;etica sulla politica, anzi, faccia addirittura della prima la base della seconda: se il principe \u00e8 virtuoso, egli afferma, i sudditi non gli ricuseranno obbedienza, perch\u00e9 chi \u00e8 inferiore riconosce spontaneamente la propria subordinazione nei confronti di chi gli \u00e8 superiore.<\/p>\n<p>A tutta prima, questa posizione pu\u00f2 sembrare viziata da ottimismo ingiustificato; tuttavia non si pu\u00f2 negare che abbia anche degli argomenti a suo favore, a cominciare dal fatto, confermato dalla pedagogia moderna, ma gi\u00e0 riconosciuto da quella antica (vedi Quintiliano), che l&#8217;autorit\u00e0 del maestro poggia sulla sua autorevolezza e sulla sua coerenza, ossia, per usare i linguaggio di Botero, sulla sua &quot;virt\u00f9&quot;.<\/p>\n<p>Si noti che la virt\u00f9 di cui parla Botero non \u00e8 la stessa di Machiavelli; per quest&#8217;ultimo, la virt\u00f9 \u00e8 l&#8217;elemento della umana intelligenza, della spregiudicatezza, della abilit\u00e0, con le quali l&#8217;uomo pu\u00f2 prevenire e reagire, almeno in parte, ai colpi della Fortuna, elemento irrazionale presente nella storia umana; per Botero, invece, si tratta proprio della virt\u00f9 etica, che non pu\u00f2 essere separata dall&#8217;agire politico, anzi, ne \u00e8 per cos\u00ec dire la necessaria garanzia.<\/p>\n<p>Nel suo rifarsi al concetto dei &quot;migliori&quot; come naturalmente destinati al governo delle nazioni, inoltre, Botero sembra richiamarsi alla \u00abRepubblica\u00bb di Platone, fondendo cos\u00ec il pensiero politico greco con quello cristiano medievale e specialmente tomista. A ci\u00f2 aggiunge anche la dimensione razionale propria della tradizione rinascimentale: per lui \u00e8 \u00abverosimile\u00bb &#8211; dunque non certo, ma ragionevolmente probabile &#8211; che i buoni nascano dai buoni e i migliori nascano dai migliori.<\/p>\n<p>Capovolgendo, poi, la prospettiva di Machiavelli, ma rifacendosi, indirettamente, ancora a Platone, egli sostiene che il tiranno teme i buoni piuttosto che i malvagi, perch\u00e9 la virt\u00f9 dei sudditi \u00e8 incompatibile con la tirannia, mentre questa \u00e8 perfettamente compatibile con la loro malvagit\u00e0. Le virt\u00f9, a sua volta, possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle riconducibili alla giustizia e quelle riconducibili al valore: pi\u00f9 disinteressate le prime, ma non meno necessarie al principe le seconde.<\/p>\n<p>In fondo, Botero si richiama non solo alla tradizione cristiana (\u00abl&#8217;albero buono non pu\u00f2 dare frutti cattivi, e viceversa\u00bb), ma anche alla migliore tradizione del pensiero politico classico; mentre Machiavelli, sostenendo che il principe non pu\u00f2 essere soltanto buono, perch\u00e9 altrimenti i sudditi non lo temerebbero e lo disprezzerebbero, e che pu\u00f2 anche essere vizioso, purch\u00e9 i suoi vizi non interferiscano con il potere, si richiama alla tradizione borghese e mercantile dell&#8217;\u00abindustria\u00bb (nel senso che ha, per esempio, nel \u00abDecameron\u00bb di Boccaccio): la capacit\u00e0, tutta laica e terrena, di saper volgere a proprio favore anche gli imprevisto della Fortuna.<\/p>\n<p>Da questa tradizione nasce il pensiero politico moderno e, con esso, la pratica politica moderna: con un agire umano che \u00e8 separato dalla dimensione etica e che risponde solo alle finalit\u00e0 specifiche e contingenti da cui \u00e8 mosso: insomma la razionalit\u00e0 dei mezzi, indipendentemente dalla razionalit\u00e0, e soprattutto dalla eticit\u00e0, dei fini.<\/p>\n<p>Con Botero, invece, udiamo una delle ultime voci di un altro pensiero politico: quello che non perde mai di vista i fini e che non ritiene leciti tutti i mezzi; un pensiero che, pur fra ondeggiamenti e contraddizioni, conserva comunque l&#8217;idea centrale, propria della tradizione platonica e cristiana, che non tutto \u00e8 lecito in nome della politica e della ragion pratica.<\/p>\n<p>Il lettore di questi nostri giorni, caratterizzati dallo strapotere amorale della scienza, della tecnica, della finanza, giudicher\u00e0 quale delle due concezioni abbia saputo vedere pi\u00f9 lontano e quale abbia tuttora pi\u00f9 cose da dirci, nelle nostre presenti difficolt\u00e0 e angustie.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Strano destino, quello del gesuita Giovanni Botero (1544-1617). 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