{"id":25308,"date":"2015-10-24T11:02:00","date_gmt":"2015-10-24T11:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/10\/24\/gaudete-in-domino-semper\/"},"modified":"2015-10-24T11:02:00","modified_gmt":"2015-10-24T11:02:00","slug":"gaudete-in-domino-semper","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/10\/24\/gaudete-in-domino-semper\/","title":{"rendered":"\u00abGaudete in Domino semper\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>\u00abGaudete in Domino semper\u00bb, ovvero: siate sempre lieti, siate sempre felici nella confidenza del Signore! Cos\u00ec scrive San Paolo nell&#8217;Epistola a Filemone (4, 4). Gioite, dunque; gioite non in questo o quel momento, non in questa o quella fase della vostra vita, ma SEMPRE!<\/p>\n<p>Una bella pretesa, vero? Non sembra la classica formuletta da sacrestia, o, peggio &#8212; immaginiamo il caso di trovarci in gravi, in gravissime tribolazioni e angosce spirituali &#8212; una grande, una sonora beffa ai nostri danni, una discutibile ironia?<\/p>\n<p>Nel migliore dei casi, una frase incomprensibile: come si fa ad essere lieti, ad essere sereni SEMPRE, anche quando tutto ci \u00e8 contro, anche quando ogni speranza umana sembra caduta nella polvere, anche quando il nostro cuore geme e sanguina fra le spine del dolore?<\/p>\n<p>Finch\u00e9 le cose ci vanno bene, o fino a quando ci vanno passabilmente, allora s\u00ec, la cosa diventa comprensibile e perfino logica; ma quando il nostro animo \u00e8 schiantato dalla sofferenza e noi stiamo agonizzando nello sconforto e nella solitudine: allora no, perbacco, allora la cosa appare senza senso, come una pretesa assurda o come un macabro scherzo.<\/p>\n<p>Oppure le cose non stanno cos\u00ec?<\/p>\n<p>Ci piace riportare, a questo proposito, un passaggio della lunga lettera che Fr\u00e9d\u00e9ric Ozanam, il futuro fondatore della Societ\u00e0 San Vincenzo de&#8217; Paoli, scrisse all&#8217;amico Fran\u00e7ois Lallier, poco dopo la morte del padre, dal paese di Pierre-B\u00e9nite presso Lione, il 5 ottobre 1837 (da: F. Ozanam, \u00abLettere\u00bb, a cura di Nicola Pavoni, Tipografia Vaticana, 1994, pp. 150-2):<\/p>\n<p><em>\u00abOra, dopo che ebbi esposto, con un&#8217;energia che in questi casi mi \u00e8 poco familiare, le mie tristezze e le ragioni delle mie tristezze all&#8217;uomo caritatevole che io chiamo mio padre, che cosa pensate che mi abbia risposto? Mi ha risposto con queste parole dell&#8217;Apostolo: &quot;Gaudete in Domino semper&quot;. Non \u00e8 questa forse una strana parola? Ecco un poveraccio che ha appena avuto la pi\u00f9 grande delle disgrazie nell&#8217;ordine delle cose spirituali, quella di offendere Dio, la pi\u00f9 grande delle disgrazie nell&#8217;ordine delle cose della natura, quella di diventare orfano; ha una madre anziana e malata di cui spia tutti i movimenti, tutti gli sguardi, tutti i lineamenti ogni giorno, per sapere quanto ancora la conserver\u00e0; si vede strappato per l&#8217;assenza o per la morte dai molti amici ai quali era teneramente attaccato e altre separazioni pi\u00f9 dolorose ancora lo minacciano.<\/em><\/p>\n<p><em>Si trova sempre di pi\u00f9 nell&#8217;angoscia di un incerto destino, oppresso da sollecitudini e da faccende le pi\u00f9 felici delle quali non smettono di urtarlo; se si ripiega su se stesso per sfuggire i dolorosi spettacoli del mondo,, si ritrova pieno di debolezze, d&#8217;imperfezioni, di difetti; e le umiliazioni e le sofferenze segrete che egli causa a se stesso non sono le meno penose di tutte. E gli si viene a dire, non di rassegnarsi, nemmeno di consolarsi, ma di rallegrarsi: &quot;Gaudete semper!&quot; Ci vuol bene tutta l&#8217;audacia, tutta la pia insolenza del cristianesimo, per parlare in tal modo. E tuttavia il cristianesimo ha ragione.<\/em><\/p>\n<p><em>La tristezza ha i suoi pericoli: essa si confonde spesso, come voi avete ben visto, con la pigrizia, ed occupa anche il posto di quest&#8217;ultima nelle antiche enumerazioni dei peccati capitali. Ho sotto gli occhi un passaggio di San Gregorio Magno che si esprime in termini ottimi da conoscere e da riportare: &quot;Initium omnis peccati superbia. Primae autem eius sorboles, septem nimirum principalia vitia, ex hac virulenta radice proferuntur: scilicet, inanis gloria, invidia, ira, tristitia, avaritia, ventris ingluvies, luxuria&#8230; De tristitia, rancor, malitia, pusillanimitas, desperatio, torpor circa praecepta, vagatio mentis circa illicita nascitur&quot;. Non sono forse qui gli effetti, e la causa non \u00e8 anch&#8217;essa felicemente rivelata? Vi sono, secondo me, due specie d&#8217;orgoglio: uno pi\u00f9 rozzo e al quale si sfugge facilmente, ed \u00e8 la contentezza di se stessi; l&#8217;altro, pi\u00f9 sottile, pi\u00f9 facile ad insinuarsi inosservato, pi\u00f9 ragionevole, si nasconde nel dispiacere che si ha delle proprie miserie, dispiacere che, se non si muta in contrizione, si muta in dispetto; noi siamo desolati di non poterci riposare in noi stessi, la nostra coscienza \u00e8 un testimone a carico che noi sentiamo nostro malgrado, noi ci disperiamo per essere cos\u00ec poca cosa, perch\u00e9 abbiamo ereditato dal primo padre il primo sentimento colpevole, e vorremmo essere degli dei. In questo modo, noi ci rimproveriamo soprattutto le imperfezioni che dipendono meno dalla nostra volont\u00e0; amiamo di pi\u00f9 disperarci che condannarci. Ce la prendiamo volentieri col Creatore per non averci pi\u00f9 vantaggiosamente dotati; siamo pressoch\u00e9 gelosi delle facolt\u00e0 e delle virt\u00f9 altrui. Cos\u00ec l&#8217;amore s&#8217;indebolisce, e l&#8217;egoismo si cela sotto quell&#8217;ingannevole austerit\u00e0 dei nostri rimpianti: noi non ci dispiaciamo tanto se non perch\u00e9 ci amiamo troppo. E, in effetti, notate quanto ci compiaciamo nella malinconia: principalmente, perch\u00e9 \u00e8 un modo per occuparci di noi stessi; secondariamente, perch\u00e9 in mancanza di meriti che si vorrebbe trovare in noi per ammirarli, si \u00e8 felici di incontrarvi almeno il dispiacere di non averli. \u00c8 un sentimento dall&#8217;apparenza onorevole, \u00e8 una sorta di giustizia, \u00e8 quasi una virt\u00f9. Eppoi \u00e8 pi\u00f9 comodo sognare che agire: le lacrime ci costano meno del sudore; e sono i sudori che l&#8217;inesorabile sentenza ci chiede.<\/em><\/p>\n<p><em>Pu\u00f2 dunque essere l&#8217;inizio della saggezza a far rientrare l&#8217;uomo in se stesso; ed effettivamente la saggezza antica e pagana aveva conosciuto questo precetto; ma, se non si vuole che l&#8217;uomo cos\u00ec rientrato in s\u00e9 vi muoia di vergogna e di scoraggiamento, bisogna far discendere nella prigione un raggio dall&#8217;alto. C&#8217;\u00e8 bisogno di qualche cosa che non sia umano, che venga per\u00f2 a visitare l&#8217;uomo nella solitudine del suo cuore, e che da questa lo faccia uscire per entrare in azione: questo qualcosa \u00e8 la carit\u00e0; \u00e8 essa sola che pu\u00f2 cambiare I RIMORSI IN PENITENZA, che feconda il dolore e gli fa germogliare generose risoluzioni: \u00e8 essa che d\u00e0 la fiducia (e il) coraggio, perch\u00e9 fa sparire quella vista di noi stessi che ci confonde alla vista di Dio, di cui essa ci investe, nella quale ci fa sentire, essere e muovere: &quot;In ipso movemur et sumus&quot;, che ci illumina con la sua luce e ci fortifica con la sua forza. In queste alte regioni, tutto cambia d&#8217;aspetto, e, contemplati nell&#8217;economia delle volont\u00e0 divine, i pi\u00f9 funesti avvenimenti si spiegano, si giustificano, e lasciano vedere in s\u00e9 un segno consolatore. Cos\u00ec quei mali interni ed esterni di cui soffrivamo dianzi non addolorano pi\u00f9 oramai che la nostra sensibilit\u00e0, la parte bassa della nostra anima; la sua parte pi\u00f9 alta s&#8217;innalza al di sopra; preoccupazioni migliori vi risiedono; una gioia seria, ma vera, la circonda; e il prodigio \u00e8 compiuto, e il precetto dell&#8217;Apostolo \u00e8 realizzato: &quot;Gaudete semper&quot;, perch\u00e9 \u00e8 Dio stesso la causa di questa gioia sconosciuta alla natura: &quot;Gaudete in Domino&quot;.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Allorch\u00e9 Fr\u00e9deric Ozanam scriveva queste bellissime, ispirate meditazioni sul significato del dolore, la sua vita personale era quanto mai tribolata da afflizioni di vario genere: non sono, pertanto, le frasi fatte di un uomo pasciuto e soddisfatto, che, dal suo tranquillo cantuccio, dispensa ai suoi simili, con poca o nessuna fatica, perle di saggezza; al contrario, sono le parole che sgorgano da un cuore ferito, trapassato dalla lancia del dolore, e tuttora sanguinante.<\/p>\n<p>Eppure: quanta vera umanit\u00e0, quale delicatezza di sentire, quanta magnanimit\u00e0 commovente si respirano in questa lettera privata, scritta ad un amico, che potrebbe figurare benissimo tra le pagine pi\u00f9 alte della letteratura consolatoria, e dar dei punti a Seneca e a Cicerone! E quale profondit\u00e0 psicologica, quale coraggio nello scendere sino al fondo di se stesso, quale limpidezza e trasparenza nel passare al setaccio i sentimenti pi\u00f9 riposti, e nel gettare un vivido raggio di luce negli angoli pi\u00f9 oscuri dell&#8217;anima, l\u00e0 dove solo i pi\u00f9 intrepidi ardiscono penetrare. Riconoscere che, nella tristezza, si annidano numerosi mali morali, che si camuffano e si travestono da ci\u00f2 che non sono, per meglio ingannare la coscienza e per consentire all&#8217;anima di coltivare la pigrizia, l&#8217;auto-compatimento, perfino l&#8217;orgoglio: sono analisi degne di un grande psicologo e di un grande conoscitore d&#8217;anime, di un audacissimo esploratore dei propri abissi interiori.<\/p>\n<p>Anche la via d&#8217;uscita dalla tristezza, che Ozanam addita con forza e con speranza cristiana: il rivolgere l&#8217;anima al di fuori di se stessa; l&#8217;aprirsi al sentimento della carit\u00e0, l&#8217;affidare a Dio il proprio fardello, cercando e trovando in Lui la forza benefica che, sola, pu\u00f2 distrarci dal nostro morboso auto-compiacimento e dal rovello impotente di rimproverare al destino la nostra infelicit\u00e0: tutto questo fa di Ozanam un&#8217;autentica guida spirituale, nel senso pi\u00f9 vero dell&#8217;espressione; un amico fedele dei tempi difficili, un compagno prezioso, insostituibile, nelle scabrose asperit\u00e0 dello sconforto. Di pi\u00f9: egli \u00e8 un nostro fratello maggiore, che ha attraversato a piedi nudi le stanze del dolore, camminando sui carboni ardenti, e che ci insegna come fare per non lasciarsi sopraffare dal dolore, trasformando il tormento in letizia.<\/p>\n<p>Nel terzo capitolo del <em>Libro di Daniele<\/em> si narra come tre giovinetti, Sidrac, Misac e Abdenago, vennero gettati, per ordine di Nabucodonosor, in una fornace ardente, alimentata a legna e portata ad altissima temperatura, per punirli di non aver voluto rinnegare il vero Dio; e di come Dio mand\u00f2 loro un venticello fresco dentro la fornace, che li pose al riparo dal fuoco, in modo che non si bruciasse neppure un angolo delle loro vesti. I carnefici, stupefatti, osservavano il prodigio dall&#8217;esterno e, per ordine del re, gettavano fascine sopra fascine nella caldaia, in modo da arrostire vive le tre vittime designate: ma esse non subivano alcun danno, perch\u00e9 all&#8217;intero c&#8217;era una deliziosa frescura, e l&#8217;unico risultato che i carnefici ottennero fu quello di restare bruciati loro stessi, a causa delle fiamme altissime che si levavano, ruggendo e crepitando.<\/p>\n<p>Ebbene: quel che vuole dirci Fr\u00e9deric Ozanam \u00e8 che, se l&#8217;anima tormentata dal fuoco della sofferenza impara a rivolgere i propri pensieri a Dio, a cercare in Lui pace e conforto, a dimenticarsi di s\u00e9 e a rinunciare alla tentazione dell&#8217;auto-commiserazione, o della rivolta, o della superbia che vorrebbe usare il dolore per sentirsi pi\u00f9 infelice, e quindi pi\u00f9 grande, di chiunque altro; se l&#8217;anima riesce a fare questo, a obliare il proprio io e a dire, semplicemente, &quot;Tu&quot;, allora, prontamente, un venticello fresco scender\u00e0 nell&#8217;inferno della sua sofferenza, disperder\u00e0 le fiamme ruggenti e far\u00e0 in modo che il dolore si trasformi in letizia, in pace e in benedizione.<\/p>\n<p>Infatti, quel che dice Ozanam non \u00e8, semplicemente, che, con l&#8217;aiuto di Dio, si pu\u00f2 sopportare la sofferenza; \u00e8 qualcosa di molto pi\u00f9 grande, di molto pi\u00f9 impegnativo e quasi di sconvolgente: dice che l&#8217;anima pu\u00f2 volgere il proprio tormento in un senso di pace, addirittura di gaudio; di gaudio non in se stessa, ma nel Signore. Umanamente, infatti, nessun&#8217;anima sarebbe capace di tanto: non \u00e8 in potere dell&#8217;uomo trasformare il dolore in letizia. <em>Ma quel che \u00e8 impossibile all&#8217;uomo, \u00e8 possibile a Dio<\/em>: e in questo si riconosce l&#8217;uomo di fede. L&#8217;uomo di fede non dispera mai, perch\u00e9 confida nel soccorso di Dio; e confida in esso non per i propri meriti, ma per le proprie debolezze. Dall&#8217;umilt\u00e0, dal riconoscimento del proprio limite, della propria impotenza, scaturisce il dono ineffabile della Grazia: che l&#8217;uomo non pu\u00f2 darsi da se stesso, perch\u00e9 non viene da lui, ma dall&#8217;Alto, essendo un dono divino, assolutamente gratuito.<\/p>\n<p><em>Gaudete in Domino semper<\/em>, allora, diventa assai di pi\u00f9 che una formula retorica di edificazione morale: dove quel <em>semper<\/em> significa, esattamente, in ogni circostanza della vita: nella buona e nella cattiva fortuna, quando le cose vanno a gonfie vele e quando vanno male, umanamente parlando, e perfino malissimo; quando tutto sembra perduto, quando l&#8217;angoscia attanaglia il cuore e lo stringe nella sua morsa di ferro; quando l&#8217;orizzonte appare chiuso da ogni parte da bassi e scuri nuvoloni, senza un sia pur minimo raggio di sole, e l&#8217;anima, smarrita, intimidita, sopraffatta, sembra incapace di risollevarsi, di tornare a guardare verso l&#8217;alto. Per l&#8217;uomo di fede, infatti, parlando in maniera appropriata, la buona e la cattiva fortuna non esistono: <em>la vita \u00e8 sempre buona e ogni cosa \u00e8 trasfigurata dalla Grazia<\/em>, perch\u00e9 avere incontrato Dio santifica e illumina ogni giorno, ogni ora ed ogni istante che la vita ci conceder\u00e0 ancora.<\/p>\n<p>L&#8217;innamorato, talvolta, sentendosi il cuore inondato di dolcezza alla presenza dell&#8217;amata, si trova a pensare quanta vita egli abbia sprecato prima d&#8217;averla conosciuta; e gli pare che tutto quel tempo, tutti quegli anni, siano stati veramente inutili, perch\u00e9 in essi non brillava ancora la luce del suo grande amore. Analogamente, chi ha incontrato Dio nel proprio cammino esistenziale, non pu\u00f2 non pensare con rammarico a tutti i giorni, i mesi, gli anni, che ha trascorso lontano da Lui, ignaro di Lui; per\u00f2, lungi dal cedere alla malinconia, trova adesso uno slancio rinnovato nel fatto di aver conosciuto quella Verit\u00e0 che inseguiva e quell&#8217;Amore che, nel volto delle persone, aveva invano cercato con tale perfezione, con un cos\u00ec profondo senso di appagamento.<\/p>\n<p>Anche San Francesco d&#8217;Assisi, come Fr\u00e9deric Ozanam, compose lo stupendo \u00abCantico di Frate Sole\u00bb mentre il suo corpo era tormentato da infiniti mali: ma la sua anima era gaudiosa e luminosa, perch\u00e9 gioiva nell&#8217;amore di Dio. Sono queste le grandi anime che ci indicano la strada della gioia&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abGaudete in Domino semper\u00bb, ovvero: siate sempre lieti, siate sempre felici nella confidenza del Signore! 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