{"id":25266,"date":"2017-08-16T01:00:00","date_gmt":"2017-08-16T01:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/08\/16\/scopo-della-vita-umana-e-fuggire-il-dolore\/"},"modified":"2017-08-16T01:00:00","modified_gmt":"2017-08-16T01:00:00","slug":"scopo-della-vita-umana-e-fuggire-il-dolore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/08\/16\/scopo-della-vita-umana-e-fuggire-il-dolore\/","title":{"rendered":"Scopo della vita umana \u00e8 fuggire il dolore?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;indirizzo che potremmo definire epicureo, e che, nella filosofia moderna, \u00e8 stato rappresentato soprattutto da Schopenhauer, sostiene che l&#8217;uomo razionale, nella vita, non deve farsi guidare dalla ricerca del piacere, obiettivo impossibile perch\u00e9 assolutamente irrealistico, ma dalla volont\u00e0 e, naturalmente, dalla capacit\u00e0 di evitare i dolori e di scansare tutto ci\u00f2 che procura all&#8217;animo afflizioni, malinconie, noia e tristezza.<\/p>\n<p>Scriveva, infatti, il filosofo di Danzica nei suoi <em>Aforismi per la saggezza del vivere<\/em>, pubblicati postumi trascegliendo alcune parti di <em>Parerga und Paralipomena<\/em> (titolo originale: <em>Aphorismen zur Lebensweisheit<\/em>; traduzione dal tedesco di Ervino Pocar, Milano, Silva Editore, 1968, pp. 126-129):<\/p>\n<p><em>Come suprema norma di ogni saggezza nella vita considero una sentenza pronunciata da Aristotele, di passaggio nell&quot;Etica Nicomachea&quot; (VII, 12): [&#8230;] &quot;quod dolore vacat, non quod suave est, persequitur vir prudens&quot;; che si potrebbe tradurre: L&#8217;uomo ragionevole cerca non il piacere, ma l&#8217;assenza di dolore). La verit\u00e0 di quest&#8217;affermazione \u00e8 fondata sul fatto che ogni godimento e ogni felicit\u00e0 \u00e8 di natura negativa, il dolore invece di natura positiva. [&#8230;] Quando tutto il corpo \u00e8 sano tranne un piccolo puto ferito o altrimenti dolorante, quella salute del tutto non si affaccia alla coscienza, ma l&#8217;attenzione \u00e8 rivolta costantemente al dolore del punto leso, e il benessere della complessiva sensazione di vita scompare. Ugualmente quando tutte le nostre faccende vanno in senso favorevole, salvo una che si svolge contrariamente alle nostre intenzioni, questa, a che se di minima portata, ci frulla continuamente per il capo: pensiamo spesso a questa e poco a tutte quelle altre, pi\u00f9 importanti, che procedono favorevolmente. Ora, in entrambi casi, ci\u00f2 che \u00e8 danneggiato \u00e8 la volont\u00e0, la prima volta come si oggettiva nell&#8217;organismo, la seconda come si oggettiva nelle aspirazioni dell&#8217;uomo, e tutte e due le volte vediamo che il suo soddisfacimento ha sempre un effetto negativo e non \u00e8 quindi sentito direttamente, ma tutt&#8217;al pi\u00f9 giunge alla coscienza per via di riflessione. L&#8217;essere invece ostacolata \u00e8 un che di positivo che quindi si annuncia da s\u00e9. Ogni godimento consiste solo nell&#8217;allontanamento di quell&#8217;ostacolo, nella liberazione di esso, ed \u00e8 quindi di breve durata.<\/em><\/p>\n<p><em>Su di questo si basa dunque la sullodata norma aristotelica che c&#8217;invita a rivolgere la nostra attenzione non gi\u00e0 ai godimenti e alle piacevolezze della vita, bens\u00ec a evitare per quanto sia possibile i suoi innumerevoli mali. Se questa via non fosse la giusta, dovrebbero essere false, come invece sono vere, anche le parole di Voltaire: &quot;le bonheur n&#8217;est qu&#8217;un r\u00eave, et la douleur est r\u00e9elle&quot;. Perci\u00f2 chi voglia trarre le somme della sua vita dal punto di vista eudemonologico deve fare i conti non in base alle gioie ricevute, ma in base ai mali evitati. Anzi, l&#8217;eudemonologia deve cominciare con l&#8217;insegnamento che il suo nome stesso \u00e8 un eufemismo e che per &quot;vivere felicemente&quot; bisogna intendere soltanto &quot;vivere meno infelicemente&quot;, dunque in modo sopportabile. Certo, la vita non \u00e8 per essere goduta ma per essere sopportata e sbrigata [&#8230;]. Nella vecchiaia \u00e8 gi\u00e0 un conforto quello di avere dietro le spalle le fatiche della vita. Perci\u00f2 la sorte pi\u00f9 felice tocca a colui che passa la vita senza eccessivi dolori sia spirituali sia fisici; non gi\u00e0 a colui che ha avuto in sorte le gioie pi\u00f9 vive o i maggiori godimenti. Chi voglia misurare da questi ultimi la felicit\u00e0 di una vita ricorre a un metro sbagliato. I piaceri infatti sono e rimangono negativi: che rendano felici \u00e8 un&#8217;illusione nutrita dall&#8217;invidia a suo proprio castigo. I dolori invece vengono sentiti positivamente: la loro presenza \u00e8 quindi la misura della felicit\u00e0 della vita. Se all&#8217;assenza di dolori si aggiunge ancora l&#8217;assenza della noia, si pu\u00f2 dire che la felicit\u00e0 terrena \u00e8 essenzialmente raggiunta, poich\u00e9 tutto il resto \u00e8 una chimera. Ne segue che non si devono mai acquistare piaceri con dolori, neanche col solo pericolo di essi, perch\u00e9 altrimenti si pagherebbe una cosa negativa e quindi chimerica con una positiva e reale. Si \u00e8 invece in guadagno quando si sacrificano i piaceri per sfuggire ai dolori. In entrambi i casi \u00e8 indifferente che i dolori seguano i piaceri o viceversa. \u00c8 in realt\u00e0 la pi\u00f9 grande stoltezza voler trasformare questa valle di lacrime in un luogo di delizie e fissare per meta, invece che la maggior possibile assenza di dolori, i godimenti e le gioie, come pur fanno molti. Era assai meno colui che con lo sguardo troppo accigliato considera questo mondo come una specie d&#8217;inferno e bada quindi a procurarsi in esso una camera a prova di fuoco. Lo stolto corre dietro ai piaceri della vita e si trova ingannato: il saggio evita i mali. Ma se anche questo non dovesse riuscirgli, la colpa \u00e8 del destino, non della sua stoltezza. Intanto fin dove riesce non si trova ingannato, poich\u00e9 i mali che ha evitato sono sommamente reali. Anche qualora li avesse evitati con eccessivo impegno sacrificando senza bisogno qualche piacere, in fondo non avr\u00e0 perduto nulla, poich\u00e9 tutti i piaceri sono chimerici e il rattristarsi per averne trascurato qualcuno sarebbe meschino e anzi ridicolo.<\/em><\/p>\n<p><em>Il non riconoscere questa verit\u00e0, la quale cosa \u00e8 favorita dall&#8217;ottimismo, \u00e8 fonte di molte sciagure. Mentre infatti siamo scevri di dolori, i desideri irrequieti ci prospettano le chimere di una felicit\u00e0 inesistente e ci inducono a seguirla: in questo modo ci attiriamo il dolore che \u00e8 innegabilmente reale. E allora ci lamentiamo di aver perduto lo stato privo di dolori, che rimane dietro a noi come un paradiso perduto, e desideriamo invano di poter annullare ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto. Sembra dunque che un demone maligno ci inviti sempre a uscire dallo stato scevro di dolore che \u00e8 in realt\u00e0 la suprema felicit\u00e0, mediante le immagini illusorie dei desideri.<\/em><\/p>\n<p><em>Senza farne l&#8217;esperienza il giovane crede che il mondo ci sia per essere goduto, che sia la dimora di una felicit\u00e0 positiva, che sfugge soltanto a coloro che non possiedono l&#8217;abilit\u00e0 d&#8217;impadronirsene. In ci\u00f2 lo confortano romanzi e poesie, come pure l&#8217;ipocrisia per cui il mondo sempre e ovunque si ammanta di apparenze esteriori [&#8230;]. Di l\u00ec in poi la sua vita \u00e8 una caccia pi\u00f9 o meno ponderata alla felicit\u00e0 positiva che, come tale, sarebbe composta di piaceri positivi. E si arrischiano i pericoli, ai quali ci si espone. Allora questa caccia ad una selvaggina che nemmeno esiste conduce di solito a un&#8217;infelicit\u00e0 positiva e molto reale. Questa si presenta in forma di dolori, sofferenze, malattie, perdite, preoccupazioni, povert\u00e0, vergogna e mille altre miserie. La delusione arriva troppo tardi.<\/em><\/p>\n<p><em>Se invece, seguendo la norma qui considerata, il piano della vita \u00e8 diretto a evitare le sofferenze, ad allontanare dunque la miseria, la malattia e ogni bisogno, la meta \u00e8 una meta reale: allora si pu\u00f2 ottenere qualche cosa, e precisamente tanto pi\u00f9 quanto meno questo piano \u00e8 turbato dall&#8217;aspirazione alla chimera della felicit\u00e0 positiva.<\/em><\/p>\n<p>Eppure, proprio il fatto che il piacere \u00e8 di natura negativa, ossia che &#8212; ordinariamente, ma non sempre: e qui Schopenhauer generalizza e semplifica troppo, per meglio sostenere il suo punto di vista &#8211; non vi facciamo caso, se non quando esso viene ostacolato e guastato dal sopraggiungere del fastidio e del dolore, pu\u00f2 essere letto in un senso diametralmente opposto alla lettura che ne fa il filosofo tedesco: cio\u00e8 non come prova del fatto che noi siamo votati a una cronica infelicit\u00e0, in quanto strutturalmente incapaci di godere, ma come prova, appunto in via negativa, che noi siamo fatti per la gioia (non per il piacere in senso materiale, che \u00e8 una cosa ben diversa): al punto che tale \u00e8 il nostro normale stato di esistenza, e, se non vi facciamo caso, come quando tutto l&#8217;organismo \u00e8 sano, in riposo e tranquillo, \u00e8 perch\u00e9 tale \u00e8 la nostra vocazione, nel senso letterale del termine: <em>ci\u00f2 a cui siamo chiamati.<\/em> Se cos\u00ec tante persone sono, invece, infelici, o se lamentano di essere tali (le due cose non necessariamente coincidono) potrebbe non dipendere dal fatto che la natura ci ha destinati all&#8217;infelicit\u00e0, come pensano sia Leopardi che Schopenhauer, ma piuttosto dal fatto che gli uomini, in generale, non hanno compreso cosa sia il dolore, quale ruolo svolga nella loro vita, quali porte possa aprire, quali mete ulteriori possa indicare, quali facolt\u00e0 possa in essi destare, e, a dirla tutta, quali benedizioni possa far scendere su di loro, beninteso se vissuto con la retta disposizione dell&#8217;anima e non sopportato come una maledizione ingiusta e immeritata.<\/p>\n<p>Inoltre la citazione di Voltaire, da parte di un pensatore come Schopenhauer, risulta un po&#8217; penosa: come se la bella principessa dovesse cantare le lodi di un brutto ranocchio, credendolo pi\u00f9 affascinante di lei e sperando di ricavarne un po&#8217; di luce riflessa. Voltaire \u00e8 quel signore che ha detto, fra l&#8217;altro (citiamo a memoria): <em>Voglio che il mio servo, il mio stalliere, il mio sarto e mia moglie credano in Dio; spero, cos\u00ec, di essere un po&#8217; meno derubato e un po&#8217; meno cornuto<\/em>. A parte l&#8217;estrema rozzezza di quest&#8217;uso grettamente utilitaristico della religione, oltretutto rivolto solo agli altri (quanto a se stesso, il filosofo illuminista non si preoccupa di credere o non credere), ci\u00f2 che qui emerge \u00e8 una visione cinica e rassegnata dell&#8217;esistenza: il massimo che si pu\u00f2 sperare \u00e8 di essere ingannati e traditi dagli altri in misura tale, da non averne a soffrire troppo; ma, in generale, non c&#8217;\u00e8 da farsi illusioni: tutti gli uomini (tranne, forse, me) sono una massa di mascalzoni e d&#8217;imbroglioni, e tutto quel che si pu\u00f2 fare \u00e8 di regolare la quantit\u00e0 delle loro mascalzonate e dei loro inganni entro un limite ragionevole, vale a dire sopportabile. Che si possa vivere senza ingannare o essere ingannati, questa \u00e8 una cosa che non viene neanche presa in considerazione: sarebbe una colossale ingenuit\u00e0, assolutamente sconveniente per degli uomini di mondo come i <em>philosophes<\/em> del XVIII secolo. Ma di questo radicale pessimismo antropologico, non viene tentata alcuna spiegazione: lo si d\u00e0 come cosa scontata e dimostrata, mentre nulla, in filosofia, \u00e8 scontato e dimostrato, se prima non \u00e8 stato provato, o almeno sostenuto, con argomenti razionali. Questa, pertanto, \u00e8 una cattiva filosofia; ed \u00e8 triste che un filosofo come Schopenhauer abbia sentito il bisogno di appoggiarsi all&#8217;autorit\u00e0 di una siffatta guida: ci\u00f2 non depone a favore della seriet\u00e0 e della profondit\u00e0 del suo ragionamento sul piacere e sul dolore.<\/p>\n<p>Schopenhauer abbozza un minimo di argomentazione per spiegare il suo pessimismo esistenziale, ma non si pu\u00f2 dire che esca dal piano psicologico e che s&#8217;innalzi sul piano filosofico: e ci\u00f2 appare evidente dal fatto che non si prende nemmeno il disturbo di definire cosa sia il dolore (quanto a noi, per la chiarezza della discussione, diciamo subito che il dolore \u00e8 un <em>setaccio<\/em> che separa la parte nobile dell&#8217;anima dalle scorie). Tutto il suo modo di considerare la questione del dolore non oltrepassa mai i limiti di una speculazione soggettiva e non eccede mai il punto di vista del singolo, restando in una prospettiva generale puramente materialistica. Quando afferma, ad esempio, che la vita \u00e8 un inferno e che la sola cosa possibile al saggio \u00e8 di procurarsi una camera a prova delle fiamme; e quando, poi, si premunisce dalle smentite, ammettendo che neppure ci\u00f2 potrebbe rivelarsi sufficiente, nel qual caso la colpa della sofferenza sarebbe da addebitarsi al destino, ci sembra che non proceda affatto con autentico rigore filosofico. \u00c8 troppo comodo tenersi la scappatoia pronta e scaricare la colpa di quel che non funziona sul destino. La vera saggezza dovrebbe esser capace di costruire una camera a prova di fuoco, senza eccezioni; oppure dovrebbe avere abbastanza coraggio e sufficiente onest\u00e0 da riconoscere che una tale camera, in effetti, non esiste. Forse il vero saggio non \u00e8 un ingegnere, uno specialista di materiali incombustibili e isolanti, ma un essere umano che ha compreso come il dolore abbia un significato e che questo significato non si trover\u00e0 mai fuggendo davanti ad esso, o cercando di fuggire, ma attraversandolo con piena lucidit\u00e0 e con vigile consapevolezza. Ma tutto dipende dalla prospettiva materialistica di Schopenhauer, la quale rende inesplicabile ci\u00f2 che, assumendo una differente prospettiva, apparirebbe invece sufficientemente chiaro, e perfino logico e necessario.<\/p>\n<p>A nostro avviso, gli errori del ragionamento di Schopenhauer sono tre:<\/p>\n<p>1) non aver distinto, con sufficiente chiarezza, fra lo scopo della vita e il piano della vita, finendo per identificarli. Ma avere un piano di vita non significa che esso coincide con lo scopo di essa. \u00c8 molto pi\u00f9 verosimile che il piano di vita sia solo la strategia con la quale ci si prefigge di realizzare lo scopo. Per lui, il giusto piano di vita consiste nell&#8217;arte di scansare sistematicamente i dolori. A quanto pare, non gi viene in mente che, come <em>scopo<\/em>, ci\u00f2 sia un pochino misero.<\/p>\n<p>2) non aver distinto fra piacere e felicit\u00e0, identificando anch&#8217;essi, da buon sensista. \u00c8 lo stesso errore di Leopardi. Se il piacere fosse la condizione necessaria per la felicit\u00e0, egli avrebbe ragione su tutta la linea. Ma esistono delle prove positive che la premessa \u00e8 sbagliata: di fatto, noi vediamo delle persone felici, quantunque vivano in condizioni oggettivamente dolorose, sia sul piano fisico che morale. Ci\u00f2 dimostra che la felicit\u00e0 non dipende dal piacere, se non per gli animi pi\u00f9 rozzi e superficiali; i quali, non appena perdono il piacere, si lamentano di essere infelici.<\/p>\n<p>3) aver pensato che il senso della vita consiste in ci\u00f2 che si fa e in ci\u00f2 che si subisce, ignorando del tutto che, indipendentemente dalle cose che si fanno o che ci accadono, vi \u00e8 un significato in esse, e anche nel fatto di affrontarle e di viverle. Ad esempio, Schopenhauer deplora che i giovani, bramosi di felicit\u00e0, vadano <em>a caccia di una selvaggina inesistente<\/em>: ma non lo sfiora l&#8217;idea che la caccia stessa \u00e8 una felicit\u00e0, e che il vero cacciatore, capace di godere delle proprie azioni, non \u00e8 necessariamente colui che torna a casa con il carniere pieno, ma colui che ha saputo godere delle emozioni della caccia, e perfino della sua aspettativa, e messo alla prova la propria abilit\u00e0, che non si misura unicamente in termini di selvaggina catturata, ma soprattutto di intima soddisfazione e di giusta valutazione di s\u00e9.<\/p>\n<p>Schopenhauer, per\u00f2, \u00e8 un grande psicologo, e vi sono, anche in questa pagina, alcune preziose osservazioni psicologiche, meritevoli della massima attenzione. Quando osserva, ad esempio, che <em>il giovane crede che il mondo ci sia per essere goduto<\/em>, e che <em>in ci\u00f2 lo confortano romanzi e poesie, come pure l&#8217;ipocrisia per cui il mondo sempre e ovunque si ammanta di apparenze esteriori<\/em>, dice due grandi verit\u00e0 e si mostra osservatore lucido e finissimo. Anche qui, per\u00f2, da una giusta premessa egli trae delle conclusioni arbitrarie e discutibili. Per lui, ci\u00f2 che dovrebbero fare gli adulti, o meglio ancora i vecchi, \u00e8 far capire ai giovani che nel mondo non esiste alcuna felicit\u00e0 positiva, e che, se vogliono almeno godere di una felicit\u00e0 negativa, devono sfuggire i dolori come si fugge la peste, anche a costo di rinunciare a tutta una serie di piaceri. Conclusione precipitosa e assai maggiore della premessa. Inoltre, non ci pare che egli abbia colto a sufficienza l&#8217;estrema, decisiva importanza dell&#8217;educazione, quale risulta dal suo stesso ragionamento. \u00c8 chiaro che una migliore educazione dei bambini e dei giovani sarebbe capace di restituire al mondo intero un po&#8217; pi\u00f9 di felicit\u00e0, o, secondo il suo modo di vedere, di togliervi un bel po&#8217; d&#8217;infelicit\u00e0. Ma, di nuovo, il ragionamento \u00e8 debole, perch\u00e9 manca una chiara definizione dell&#8217;oggetto. Che cos&#8217;\u00e8 la felicit\u00e0? Non \u00e8 il piacere: \u00e8 lo stato di benessere e di pace dell&#8217;anima con se stessa. E come la si ottiene? Schopenhauer risponde: scansando i dolori ad ogni costo, anche a costo di perdere la possibilit\u00e0 del piacere. Noi rispondiamo: vivendo cos\u00ec come vuole la nostra chiamata, facendo quel che va fatto ed evitando quel che va evitato, non per il nostro piacere, ma per essere fedeli a noi stessi, cio\u00e8 al compito che ci \u00e8 stato affidato quando siamo stati chiamati all&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>Quanto all&#8217;educazione, \u00e8 vero che <em>il giovane crede che il mondo ci sia per essere goduto<\/em>, e che molte cose, nel mondo degli adulti, tendono a rafforzarlo in tale convinzione, anche per squallide ragioni di profitto commerciale (moda, cinema, musica leggera, automobili sportive, industria del sesso, eccetera); ma \u00e8 altrettanto vero che da ci\u00f2 discende il dovere dell&#8217;adulto di elaborare e mettere in pratica un vero progetto educativo, ci\u00f2 che dovrebbe partire, ovviamente, dalla famiglia &#8211; ed \u00e8 ben per questo che essa, oggi, \u00e8 nel mirino delle forze aventi quale scopo finale la dissoluzione morale e sociale -, ma investire anche la scuola e ogni altro aspetto della vita associata, per non parlare della Chiesa. Il fatto che gli adulti siano, oggi, latitanti su questo terreno, \u00e8 il pi\u00f9 grave atto di accusa che si possa rivolgere nei loro confronti. E il fatto che la Chiesa, oggi, troppo spesso, nella persona dei suoi rappresentanti, predichi una morale estremamente rilassata e un atteggiamento sostanzialmente edonista, \u00e8 un vero e proprio tradimento, sia nei confronti del Vangelo, sia nei confronti dei fedeli, e specialmente di quelli che dovrebbe custodire con maggiore attenzione, cio\u00e8 i giovani. Infatti, una societ\u00e0 educante che sia degna di questo nome, dovrebbe far capire loro che l&#8217;adolescenza non l&#8217;et\u00e0 del piacere, ma l&#8217;<em>et\u00e0 dell&#8217;eroismo<\/em>, proprio perch\u00e9 i giovani sono traboccanti di energia e il loro sguardo non \u00e8 stato ancora del tutto offuscato dal disincanto del mondo, ma conserva alcune scintille della trasparenza infantile. Ma come far loro capire questo, se la filosofia dominante della nostra societ\u00e0 \u00e8 quella di accostarsi alla vita come ad un gigantesco <em>lunapark<\/em>, e se gli adulti, per primi, ne danno l&#8217;esempio nella maniera pi\u00f9 sconfortante?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;indirizzo che potremmo definire epicureo, e che, nella filosofia moderna, \u00e8 stato rappresentato soprattutto da Schopenhauer, sostiene che l&#8217;uomo razionale, nella vita, non deve farsi guidare<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[263],"class_list":["post-25266","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-verita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25266","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25266"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25266\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25266"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25266"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25266"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}