{"id":25227,"date":"2009-04-09T09:27:00","date_gmt":"2009-04-09T09:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/09\/una-pagina-al-giorno-larrivo-dello-zio-damerica-di-francesco-chiesa\/"},"modified":"2009-04-09T09:27:00","modified_gmt":"2009-04-09T09:27:00","slug":"una-pagina-al-giorno-larrivo-dello-zio-damerica-di-francesco-chiesa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/09\/una-pagina-al-giorno-larrivo-dello-zio-damerica-di-francesco-chiesa\/","title":{"rendered":"Una pagina al giorno: L&#8217;arrivo dello zio d&#8217;America, di Francesco Chiesa"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di occuparci della letteratura italiana della Svizzera, in questa stessa rubrica \u00abUna pagina al giorno\u00bb, prendendo in considerazione il libro di Giuseppe Zoppi \u00abPresento il mio Ticino\u00bb (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Riprendiamo ora questo angolo un po&#8217; nascosto (o, meglio, un po&#8217; dimenticato) della nostra letteratura, scegliendo una pagina di quello che \u00e8 considerato il maggiore autore italiano del Canton Ticino: Francesco Chiesa (Sagno, Canton Ticino, 1871- Lugano, 1973).<\/p>\n<p>Dal romanzo di Francesco Chiesa, \u00abTempo di marzo\u00bb, del 1925: felice elegia dell&#8217;infanzia lontana, abbiamo scelto di presentare le pagine di apertura, fresche e vivaci come la risata argentina di un bimbo (Torino, Societ\u00e0 Editrice Internazionale, 1969, pp. pp. 3-9):<\/p>\n<p>\u00abL&#8217;anno delle disgrazie (tristemente famoso nelle cronache della mia famiglia) cominci\u00f2 cos\u00ec. Una mattina sul principio di maggio, stavamo seduti, il babbo, la mamma ed io, sotto il portico di casa; i piccini giocavano nel cortile. La mamma coglieva e componeva in forma di mazzo le foglie di gelso da tritare per i bachi da seta, che cominciavano a nascere. Il babbo, nell&#8217;attesa della posta che gli portasse il giornale nuovo, cercava nel giornale del giorno prima qualche cosa che avesse ancora un sapore. Io, seduto alla tavola, attendevo a sciogliere un quesito d&#8217;aritmetica.<\/p>\n<p>Il tempo era bellissimo. Di tanto in tanto un soffio d&#8217;aria allegra veniva con un odore di campagna cos\u00ec delizioso e forte, che avrei pagato non so quanto per poter lasciar l\u00ec penna e quaderno e darmela a gambe.<\/p>\n<p>Ma proibito uscire: due o tre giorni prima era morto di vaiuolo un ragazzetto del paese; un altro si trovava tra vita e morte e avevano chiusa la scuola. Ottima idea questa, ma guastata dal divieto di andar per i fatti propri e dall&#8217;obbligo (almeno in casa mia) di eseguire ogni giorno un lavoro d&#8217;italiano o d&#8217;aritmetica.<\/p>\n<p>&#8211; Che cos&#8217;\u00e8, in fondo, l&#8217;aritmetica? Un giuoco, e uno dei giuochi pi\u00f9 divertenti che siano stati inventati. &#8211;<\/p>\n<p>In altre circostanze, mi sarei ribellato a quella definizione paterna; ma, Dio mio! Perduta la libert\u00e0, tutto il resto conta poco e pu\u00f2 perfino accadere che, senza volerlo, cos\u00ec per disperazione, si trovi un principio di divertimento nel dividere un numero per un altro e nel fare la prova.<\/p>\n<p>Ed ecco la Cleofe della posta. Il solito: &quot;Siamo qui!&quot;, il solito preambolo di chiacchiere: e i bachi, e il vaiuolo e quel gnocco di dottore che non ha capito niente, e la borsa delle lettere che diventa tutti i giorni pi\u00f9 pesante&#8230; Finalmente apr\u00ec la famosa borsa, con l&#8217;aria di uno che s&#8217;accinge a regalare per pura bont\u00e0 qualche cosa del suo e consegn\u00f2 al babbo, insieme col giornale, una lettera giallognola. Il babbo afferr\u00f2 la lettera con una specie di sussulto e non si decideva ad aprirla; la voltava, la rivoltava&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Viene da Genova! &#8211; mormor\u00f2 con una vice soffocata, come se dicesse chiss\u00e0 che terribile cosa. O che c&#8217;era da commuoversi tanto perch\u00e9 una lettera vien da Genova?<\/p>\n<p>Poi si decise a lacerare la busta, ne cav\u00f2 un fogliaccio pieno zeppo d&#8217;una scrittura grande, arruffata come un bosco; lesse sottovoce, ripieg\u00f2 il foglio, lo pos\u00f2 sulla tavola, vi mise sopra gli occhiali e disse:<\/p>\n<p>&#8211; Adesso possiamo stare allegri. &#8211;<\/p>\n<p>Poi repentinamente, riprese la lettera e la porse alla mamma. Ma non le lasci\u00f2 il tempo di leggere tutto: picchi\u00f2 un pugno sulla tavola, rosso come un peperone.<\/p>\n<p>&#8211; Ah, Madonna santa! &#8211; esclam\u00f2 la mamma. &#8211; Anche questa ci doveva capitare! &#8211;<\/p>\n<p>Riuscii finalmente a capire. Lo zio R\u00edstico (il suo vero nome era Aristide), il fratello minore di mio padre, quel favoloso personaggio di cui avevo udito tante volte parlare sotto la cappa del camino, ritornava a casa&#8230; Lui, la moglie, il figlioletto, tutti quanti. Da parecchi anni non s&#8217;era fatto pi\u00f9 vivo: si sapeva che era in America, in qualche parte dell&#8217;America. La mamma era solita chiamarlo, secondo i casi, &quot;quel povero disgraziato&quot; oppure &quot;quel bel mobile, quel banderale&quot;. Il babbo raccontava di lui cose dell&#8217;altro mondo, ma in un modo curioso, ridendo, come se dicesse su delle prodezze.<\/p>\n<p>Parlava ben diverso, il giorno che dico. Non l&#8217;avevo mai veduto cos\u00ec, il mio buon padre, tanto mite e scherzoso e amante dei discorsi gioviali e pronto a trovare una pezza per tutto!<\/p>\n<p>&#8211; Ah! Vuol tornare a casa, dunque! &#8211; diceva masticando, e ci guardava con una ciera [sic], che pareva ce ne avessimo colpa noi. &#8211; A casa vuol tornare! Come se non avesse portato via tutto quel poco di buono che c&#8217;era e lasciate le croste!&#8230; Senza contare quello che aveva mangiato, l&#8217;animale, nel tempo che se ne stava qui a fare il lazzarone; e nessun mestiere gli conveniva, e nessun posto era abbastanza nobile per lui! Un giorno dice: &quot;Vado in Russia&quot;. &quot;E tu va in Russia; va magari al mondo della luna.&quot; &quot;Ma ho bisogno d&#8217;un po&#8217; di denari, subito, per l&#8217;avviamento. Un&#8217;occasione magnifica. Fra dieci ani, sono milionario!&#8230;&quot;. Io, asino, gli metto l\u00ec dinanzi in pila quei quattro soldi che i nostri vecchi hanno lasciati indietro. Ma non bastano. E io, asino, bestia, ci aggiungo un pizzico de&#8217; miei, miei sacrosanti, guadagnati da me, col sudore della mia fronte&#8230; Ma non bastano ancora; e si vende il bel bosco di Dosso Verde; si vende il prato gi\u00f9 ai Mulini. E se ne va; e io resto con queste quattro spanne di terra che rendono giusto per pagare le imposte; con questi quattro coppi, tanto per tirarci sotto quando piove. Ma almeno, dico, se ne \u00e8 andato e non ci si pensa pi\u00f9&#8230; Difatti, una sera, &quot;tach tach&quot;&#8230; chi \u00e8? Lui, il caro fratello: biotto come questa mano, affamato come un cane. E dice (gi\u00e0, gi\u00e0!, l&#8217;aveva in bocca fin d&#8217;allora, la famosa frase) dice: &quot;Ho pensato di tornare a casa. Gli affari mi sono andati male; c&#8217;\u00e8 crisi da quelle parti&#8230;&quot;. Buttarlo in istrada? Eh, quando si \u00e8 fabbricati in una certa maniera&#8230; Per dirgliene, gliene abbiamo dette; ma poi&#8230; Poi, tra me e la zia Lia, si mete insieme un altro migliaio di franchi e gli si rif\u00e0 la scorta e gli si compera un biglietto per l&#8217;America. Silenzio per un anno o due; poi comincia la tempesta delle lettere. Una lettera dal Brasile, una dall&#8217;Argentina, una dal Cile, una dal Paraguay&#8230;Ho avuto campo di imparare pi\u00f9 geografia, io, dell&#8217;America meridionale,, che qualunque professore. E tutte le lettere finivano s&#8217;intende, con la solita giaculatoria: mandar denari!&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Ma s\u00ec, lo sappiamo &#8211; interruppe la mamma. &#8211; Cose vecchie!<\/p>\n<p>&#8211; Lascia dire. Bisogna bene che sappia anche questo ragazzo&#8230; Mandar denari. Mandar denari perch\u00e9 il socio \u00e8 fuggito portandosi via tutto&#8230; manda denari perch\u00e9 gli \u00e8 bruciata la casa&#8230; Mandar denari perch\u00e9 si \u00e8 rotta una gamba cadendo da cavallo&#8230; Che ti fossi rotto l&#8217;osso del collo!&#8230; Mandar denari perch\u00e9 si sposa&#8230;<\/p>\n<p>Gi\u00e0, si sposava. Quel giorno, tirai su un poco il fiato perch\u00e9, pensavo, se si sposa vuol dire che ha trovato una speranza, un avviamento, che so io?, una spanna di terra, buona da metterci le radici. Da queste parti, se Dio vuole, non lo rivediamo pi\u00f9. E gli mando, come regalo di nozze, qualche cosa ancora. Per sei anni, sei anni intieri, ci ha lasciati in pace. Siamo fuori di pericolo, dicevo. Invece&#8230;<\/p>\n<p>Invece, &#8211; prosegu\u00ec il babbo inforcando gli occhiali e chinandosi con una specie di cattivo sorriso sulla letteraccia, &#8211; invece &quot;carissimo fratello, dopo tante avventure e disgrazie, torno ai patri lari con la mia buona moglie e col mio adorato figlioletto e spero di passare tranquillamente il resto della mia vita nella casa lasciataci dai nostri amatissimi genitori&#8230;&quot; Vigliacco! &#8211;<\/p>\n<p>Che mezzi abbia tentati mio padre per impedir che lo zio ed il suo seguiti ci cadessero sulle spalle, non so. Forse s&#8217;accontent\u00f2 dello sfogo. Fatto sta che, una settimana dopo, gli Americani (cos\u00ec cominciammo a chiamarli allora e il titolo rimase) erano arrivati, signori e padroni loro di tutta la casa, fin dal primo entrarvi.<\/p>\n<p>Lo zio R\u00edstico era un uomo alto, maestoso e ben vestito. I suoi modi erano imponenti, da gran signore, ma affabili. Calvo come un ginocchio, portava per\u00f2 una bella barba a riflessi dorati, che gli pendeva dal mento come una cosa di gran lusso. Le guance rase a perfezione, mostravano una pelle bruna, ma lustra e pulita come le castagne appena uscite dal riccio. Camminava piano, con la testa alta, fermandosi di tanto in tanto a rotolare una sigaretta: operazione cos\u00ec scorrevole fra le sue magiche dita, che io non sapevo credere ai miei occhi. Faceva spesso l&#8217;atto d darsi con l&#8217;indice un buffetto su di una manica, sul risvolto dell&#8217;abito, per cacciar via qualche busca. Parlava lento e grave, con un sorriso da buon pap\u00e0 di tutti, che sa capire e compatire. Spesso mescolava italiano e spagnuolo con una naturalezza che, a udirlo, si restava convinti che avesse tutte le ragioni lui di parlar cos\u00ec. Anzi quel po&#8217; di spagnuolo confuso nei suoi discorsi, a me fece subito l&#8217;effetto di una cosa rara e squisita. Quasi quasi mi pareva di sentirvi l&#8217;odore di quei paesi dell&#8217;altro mondo e di veder gli alberi della cioccolata e le grandi piume dei Pellirosse. E pi\u00f9 lo rimiravo e l&#8217;ascoltavo, meno riuscivo a capacitarmi delle definizioni ci avevan date di quel bellissimo zio. Straccione? Binda? Mangia pane a tradimento?.. Come si fa a parlare cos\u00ec?<\/p>\n<p>La zia, piuttosto! Quella, davvero, piaceva poco anche a me. Era una donnetta minuta e patita, con un broncio perpetuo stampato in faccia, con i capelli lisci coloro camomilla che scappavano da tutte le parti, con un certo corpetto di seta verdina che lasciava indovinar gli stecchi del busto. Parlava anch&#8217;ella un linguaggio misto, ma un po&#8217; diverso da quello dello zio, assai meno facile e digeribile. Poich\u00e9 la zia Clotilde era d&#8217;origine francese, lei! E se ne vantava, nella maniera pi\u00f9 aggressiva. A proposito di tutto e di tutti.<\/p>\n<p>Ricordo il bel complimento della zia al momento di entrar in casa nostra. Loi zio s&#8217;era precipitato gi\u00f9 dalla carrozzella e caro di qua, &quot;cherido&quot; di l\u00e0, ci aveva abbracciati e baciati alla rinfusa; poi, ricominciato a capo, ma con calma ed ordine: primo il babbo, ultimo il servitore Giosu\u00e8. La zia venne gi\u00f9 adagio, di malavoglia, attenta pi\u00f9 al suo marmocchio infagottato che non a noi. Si ferm\u00f2 in mezzo al cortile dinanzi alla casa e disse alo zio:<\/p>\n<p>&#8211; Ah, &quot;este&quot; \u00e8 lo grandioso &quot;palasio&quot; che tu me cantavi? &#8211;<\/p>\n<p>Ma lo zio magnanimo tur\u00f2 anche a lei la bocca con la sua barba dorata; fece un gran gesto verso la casa e disse:<\/p>\n<p>&#8211; \u00c8 la magion de&#8217; miei padri! -\u00bb<\/p>\n<p>Poi salirono in camera: nella bella camera dei forestieri che il babbo aveva voluto fosse loro destinata, contrariamente alla fissazione della mamma, la quale insisteva che per quegli strapanati fosse fin troppo la camera della povera zia Lia. Mi accorsi allora del debole che mio padre aveva per il suo fratello d&#8217;America e capii che le parole acerbe del giorno ch&#8217;era giunta la lettera non volevano dire gran che.<\/p>\n<p>&#8211; Del resto, &#8211; osservava il babbo, &#8211; quella \u00e8 la camera dei forestieri. E cosa sono i nostri Americani? Forestieri o no?<\/p>\n<p>&#8211; Forestieri, &#8211; rispondeva la mamma con un amaro sorriso, &#8211; che sono venuti per una visita piuttosto lunga&#8230; Scommetto che un bel giorno si diventa noi i forestieri, in questa casa&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Non dire stupidaggini! &#8211; interrompeva il babbo con una veemenza eccessiva.<\/p>\n<p>Io, a dir la verit\u00e0, non trovavo di mio gusto quella opposizione astiosa della mamma. Se si fisse trattato solo della zia Clotilde, oh, allora!&#8230; Poich\u00e9 la zia Clotilde, niente le andava a verso e ci trattava come se fossimo stati fatti con i piedi. La nostra buona polenta era, secondo lei, una pasta &quot;por engrassar puercos&quot;; la nostra buona mortadella aveva un villano colore e le donava il male &quot;al cuor&quot;; le belle lenzuola filate dalla nonna, dalla zia e dalla mamma le facevano subir &quot;la rossor&quot; al suo fisico; i miei fratelli e la sorellina, appena facessero un po&#8217; di chiasso, erano degli &quot;insopportabili odiosi gossi&quot;; il paese era un &quot;tasso di ordure&quot;; l&#8217;acqua troppo fredda, il sole troppo caldo, le strade piene di sassi, i monti stupidi&#8230; E un giorno che la mamma la preg\u00f2 con la miglior grazia e nel migliore italiano, di non pi\u00f9 rovesciar dalla finestra il contenuto della catinella perch\u00e9 era proibito e il sindaco aveva minacciato una multa, lei tronc\u00f2 a mezzo brontolando: &#8211; Io non comprendo vostri linguaggio &quot;de gauci&quot;. &#8211;<\/p>\n<p>Gi\u00e0, la zia Clotilde non era simpatica; e neppure quel piccolo macaco di Leon, degno figlio di lei, che non c&#8217;era modo di farlo sorridere; sempre affogato nei mocci, smorto e cascante che, a volerlo tener su, era come reggere in piedi un baco da seta.<\/p>\n<p>Ma lo zio era tutto bellezza e bont\u00e0, e compensava largamente il resto; la sua allegria riempiva da sola l&#8217;intiera casa; la sua sciccheria mi metteva indosso un orgoglio meglio ancora di quando il babbo due anni prima, era stato eletto sindaco di Vico. Ogni giorno ne avevo una pi\u00f9 meravigliosa dell&#8217;altra da riferire ai miei amici: e che mio zio possedeva una pipa di schiuma regalatagli dal sultano di tutta l&#8217;America; e che mio zio aveva scoperto una cava d&#8217;oro; che, non avendo l\u00ec pronti piccini, badili ed uomini, ci aveva messo una certa pietra sopra come segnale, e che un giorno ci sarebbe tornato e anch&#8217;io con lui&#8230; E che, in ispagnuolo, l&#8217;olio si chiama aceto, e il burro &quot;manteca&quot;; e per dire specchio, si dice luna, e per dire brodo, si dice caldo&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; E quando il brodi diventa freddo?<\/p>\n<p>&#8211; Si dice caldo lo stesso! &#8211; \u00bb<\/p>\n<p>Come si vede, una prosa fresca, frizzante, cordiale, ma senza enfasi e senza ammiccamenti; una sintassi fluida, un lessico schietto, con frequenti dialettismi: insomma, una pagina ben scritta, che si fa leggere volentieri.<\/p>\n<p>Abituati (e forse male abituati) alla letteratura del Novecento come a qualche cosa che deve essere per forza cerebrale, ardua e irta di male di vivere, abbiamo un po&#8217; disimparato ad apprezzare la limpida naturalezza dello scrivere bene e senza fronzoli, senza pretese intellettualistiche, senza crucci pirandelliani e astruserie metafisiche e inquietudini inconfessabili e freudiane nevrosi o complessi o istinti ferini e pulsioni di morte.<\/p>\n<p>In particolare, ci siamo scordati che la letteratura per l&#8217;infanzia non \u00e8 un genere di serie di B; che non esistono generi di serie B, ma solo scrittori e romanzi di serie B; che un libro ben scritto \u00e8 sempre di serie A, ossia che \u00e8 sempre una forma di buona letteratura; e che non ha alcun bisogno, per giustificarsi, di ricorrere a tutto l&#8217;armamentario delle angosce post-moderne, della tribolazioni e degli onanismi cerebrali e degli esitenzialistici sconforti, nausee, vomiti e rigetti, che si direbbero il corredo irrinunciabile dello scrittore contemporaneo.<\/p>\n<p>Tutto questo non significa che uno scrittore come Francesco Chiesa sia uno scrittore, come avrebbe detto Benedetto Croce, senza problema letterario, o, addirittura, uno scrittore senza problema. Un vero scrittore \u00e8 sempre un uomo fra gli uomini, che osserva la vita, la comprende, la riflette, vi s&#8217;immerge; non si pu\u00f2 essere dei veri scrittori e non sporcarsi mai le mani con il colore della vita &#8211; con il suo fango, anche, talvolta.<\/p>\n<p>Ma uno scrittore come Francesco Chiesa non ha bisogno di atteggiarsi a profondo, perch\u00e9 la profondit\u00e0 non dipende dall&#8217;argomento che si tratta, ma da come lo si tratta; non ha bisogno di atteggiarsi a serio, perch\u00e9 la seriet\u00e0 della scrittura, come quella della vita, emerge dalla forza stessa delle cose dette e fatte, e non dalla circostanza che qualcuno abbia conferito loro il diploma di seriet\u00e0 o, magari, di seriosit\u00e0.<\/p>\n<p>Scrive Guido Calgari nel suo ampio volume \u00abLe quattro letterature della Svizzera\u00bb (Milano, Sansoni-Accademia, 1968, pp. 337-38):<\/p>\n<p>\u00abRivivono dunque in queste opere [\u00abRacconti puerili\u00bb, \u00abTempo di marzo\u00bb, \u00abRacconti del mio orto\u00bb] ambienti e ricordi del Ticino, del mendrisiotto e del luganese; un paesaggio veramente felice, una natura delle pi\u00f9 sorridenti e variate, e abitazioni costumanze modi di vita gesti e linguaggio tra i pi\u00f9 cordiali della civilt\u00e0 italiana; in siffatto ambiente, lo scrittore ritrova la propria immagine di ragazzo, i giuochi d&#8217;una volta, le gioie le monellerie le sofferenze d&#8217;un&#8217;et\u00e0 lontana, e i personaggi che infondevano affetto o incutevano timore al ragazzo: gli adulti, babbo, mamma, gli zii e le loro domestiche, il curato, i maneggioni del paese e i gervasi, i superiori del collegio, le autorit\u00e0 vicine e meno vicine; poi in &quot;Racconti del mio orto&quot; e in &quot;Scoperte&quot;, sono le creature della stessa et\u00e0, la moglie, i vicini, i passanti, i curiosi, l&#8217;uomo che &#8211; ignoto fino a ieri &#8211; incontra una certa sera e ti apre l&#8217;animo, la donna che a un tratto svela un suo intimo dramma, e sono i figli, ma pi\u00f9 grandi, con una loro personalit\u00e0 e capacit\u00e0 di contrastare e di contraddire. Un mondo. Una realt\u00e0 vissuta, concreta, di vibrata plasticit\u00e0, con le virt\u00f9 e i vizi, gli egoismi e le infingardaggini, il coraggio e la vigliaccheria, la dabbenaggine e l scaltrezza degli uomini vivi, quindi una materia di costante vitalit\u00e0, d&#8217;inesauribile interesse. Nei primi libro, al centro \u00e8 il &quot;fanciullo-poeta&quot; che ricorda, interpreta, giudica, o che semplicemente riferisce, preferendo lasciar giudicare al lettore; e tutto il racconto si muove con una freschezza di rappresentazione che \u00e8 pienamente riuscita; e ritratti d&#8217;uomini, gesti, visioni improvvise di paesaggio offrono lo spunto ad associazioni felici, a immagini fresche che il ragazzo trova immancabilmente nel regno della natura. Nelle altre opere, al centro \u00e8 l&#8217;uomo disincantato e fatto saggio dalla vita (con qualche impennata bizzarra)che annota le miserie del prossimo, ma che sa ritrovare gli occhi del &quot;fanciullo-poeta&quot; e consolarsi nel lavoro e nella contemplazione della natura. Sempre, in tutti i libri, un buonsenso sereno, moraleggiante, una sconfinata ammirazione per il proprio paese e grande carit\u00e0 verso gli uomini, carit\u00e0 che si esprime talvolta con accenti di moralismo inquieto, ma anche spesso con improvvise punte di umorismo.\u00bb<\/p>\n<p>S\u00ec, proprio cos\u00ec: \u00abun buonsenso sereno, moraleggiante\u00bb: moraleggiante.<\/p>\n<p>Da quando in qua un libro, per essere considerato valido e poter essere apprezzato dai signori critici, deve spogliarsi di ogni contenuto morale?<\/p>\n<p>Del resto, \u00abTempo di marzo\u00bb \u00e8 figlio della civilt\u00e0 contadina; ed il mondo contadino era moraleggiante in ogni sua manifestazione: dai proverbi alle canzoni popolari, dal gesto di benedire il cibo prima di mangiare, alla nicchia con l&#8217;immagine sacra sul muro esterno della casa in pietra; e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Anche Manzoni, secondo certi signori critici, si lascia andare un po&#8217; troppo al moralismo; ma forse essi dovrebbero capire la differenza tra moralit\u00e0 e moralismo.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che, per trovare un corrispettivo a questo libro di Francesco Chiesa, bisogna andare nelle letterature dell&#8217;Europa centro-orientale: in quella romena, ad esempio, con gli splendidi \u00abRicordi d&#8217;infanzia\u00bb di Ion Creanga.<\/p>\n<p>Le letterature dell&#8217;Europa occidentale, dopo l&#8217;avvento della modernit\u00e0, si sono vergognate della schiettezza del mondo dell&#8217;infanzia; hanno bandito, come una forma di indebito moralismo, la moralit\u00e0 del contenuto; hanno tacitamente sentenziato che parlare dei bambini \u00e8 cosa da bambini, a meno che si descrivano fanciullezze funestate da traumi psicologici che solo i santoni della psicanalisi potrebbero arrischiarsi a scandagliare&#8230;<\/p>\n<p>Peccato: perch\u00e9, in questo modo, qualche cosa di bello si \u00e8 perduto.<\/p>\n<p>Qualche cosa di fresco, di pulito, di importante: libri gentili, come questo \u00abTempo di marzo\u00bb, che ci restituisce, al tempo stesso, il profumo dell&#8217;infanzia e il respiro &#8211; ormai perduto per sempre &#8211; della nobile civilt\u00e0 contadina.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di occuparci della letteratura italiana della Svizzera, in questa stessa rubrica \u00abUna pagina al giorno\u00bb, prendendo in considerazione il libro di Giuseppe<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[13,25],"tags":[92],"class_list":["post-25227","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-una-pagina-al-giorno","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25227","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25227"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25227\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25227"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25227"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25227"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}