{"id":25223,"date":"2008-01-24T10:28:00","date_gmt":"2008-01-24T10:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/24\/fram-orso-polare-di-cezar-petrescu-malinconica-riflessione-su-natura-e-cultura\/"},"modified":"2008-01-24T10:28:00","modified_gmt":"2008-01-24T10:28:00","slug":"fram-orso-polare-di-cezar-petrescu-malinconica-riflessione-su-natura-e-cultura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/24\/fram-orso-polare-di-cezar-petrescu-malinconica-riflessione-su-natura-e-cultura\/","title":{"rendered":"\u00abFram, orso polare\u00bb di Cezar Petrescu, malinconica riflessione su natura e cultura"},"content":{"rendered":"<p>Cezar Petrescu nasce nella Moldavia settentrionale, a Cotnari, non lontano da Iasi, il 14 dicembre 1892. Giovanissimo, inizia la sua attivit\u00e0 letteraria come giornalista e come scrittore, collocandosi d&#8217;istinto fra i cosiddetti neoseminatoristi, verso i quali lo attrae l&#8217;amore per la terra e, al tempo stesso, la preoccupazione per la difesa della sua identit\u00e0 minacciata da modelli di vita estranei, urbani e internazionali. Spirito conservatore, contemplativo, pessimista, ideale prosecutore della strada tracciata dal suo grande conterraneo, Mihail Sadoveanu, e tuttavia pervaso da un&#8217;inquietudine spirituale autenticamente sentita e da un&#8217;ansia di rigore e di pulizia morale mai smentita nella sua lunga carriera, Petrescu assomiglia un po&#8217; a tanti personaggi dei suoi romanzi e racconti. E&#8217; il classico provinciale ingenuo e sognatore, pieno di illusioni sulla bont\u00e0 degli uomini e sulla funzione quasi apostolica dell&#8217;intellettuale, che si trasferisce nella grande citt\u00e0 occidentalizzata, Bucarest, per dare la scalata al successo letterario. Osservatore attento e penetrante della realt\u00e0, buon conoscitore d&#8217;uomini cui lo predispone una innata capacit\u00e0 d&#8217;intuizione psicologica, odia l&#8217;ipocrisia borghese, la furbizia dei filistei, le piccole meschine manovre di chi non ha talento, ma \u00e8 abbastanza cinico e sfrontato per farsi comunque avanti; e percepisce emozioni e atmosfere grazie a una sensibilit\u00e0 estremamente acuta, quasi dolorosa.<\/p>\n<p>In lui c&#8217;\u00e8 un contrasto, un intimo dissidio che \u00e8 poi quello della Romania di quegli anni decisivi: dal padre valacco ha ereditato uno spirito eminentemente pratico, dinamico, vigoroso e intraprendente; dalla madre moldava l&#8217;attitudine al ripiegamento interiore, al bisogno di solitudine e di silenzio, all&#8217;anelito di evasione dalla grigia e piatta atmosfera della realt\u00e0 quotidiana, nei regni bellissimi del sogno e della fantasia. Vive in un&#8217;epoca di trapasso e, sensibile come tutti i veri artisti, \u00e8 egli stesso un uomo di trapasso: cio\u00e8 un uomo diviso fra opposte esigenze spirituali, allarmato e spaventato dal fosco avvenire che avanza col cosiddetto &quot;progresso&quot;, e tuttavia in qualche modo cosciente dell&#8217;impossibilit\u00e0 di un puro e semplice ritorno al passato, cui pure il suo cuore desideroso di pace anela incessantemente. Come il Petrarca del <em>Secretum<\/em>, che come lui visse in un&#8217;epoca di faticosa transizione tra un passato che non vuol morire e un futuro che stenta ad affermarsi, potrebbe dire di s\u00e9 stesso: &quot;Quel doppio uomo che \u00e8 in me.&quot;<\/p>\n<p>Infatti la sua vita movimentata, i frequenti spostamenti, i bruschi passaggi dalla povert\u00e0 alla ricchezza e viceversa, le metropoli occidentali, i porti del Vicino Oriente, le stesse apparentemente opposte esigenze del suo estro letterario: un realismo disadorno e antiromantico e, contemporaneamente, un&#8217;attrazione invincibile per l&#8217;ignoto e il mistero: tutto questo ne fa lo scrittore romeno la cui vita pi\u00f9 ricorda quella di Jack London, e non solo per il dato biografico esteriore ma anche per quella consapevole fragilit\u00e0 dissimulata dietro una facciata di energico e infaticabile volontarismo. E a Jack London somiglia anche per l&#8217;amaro pessimismo, mitigato solo dal senso rasserenatore della madre natura; mentre la donna, in Petrescu (come in London) non \u00e8 e non pu\u00f2 essere elemento rasserenatore, poich\u00e9 non sa mantenere le promesse seducenti del suo fascino misterioso e si rivela anch&#8217;essa, anzi, parte della dolorosa disillusione, del drammatico disinganno che la vita implacabilmente riserva anche a coloro che si erano illusi di dominarla a piacere.<\/p>\n<p>E dopo Jack London, Honor\u00e9 de Balzac. Con Balzac esiste una sintonia quasi perfetta sia nell&#8217;atteggiamento realistico di chi vuol cogliere <em>tutta<\/em> la realt\u00e0 senza infingimenti; sia nell&#8217;ambizione di poterla abbracciare, analizzare e descrivere in ogni sua manifestazione, in ogni classe sociale e in ogni tipo umano; sia, infine, nell&#8217;identificazione col giovane ingenuo di belle speranze che la dura realt\u00e0 del mondo, e particolarmente della grande citt\u00e0 smaliziata e corrotta, riporta bruscamente dalla poesia alla prosa pi\u00f9 arida e meschina della vita umana: come il protagonista di <em>Illusioni perdute<\/em> del grande romanziere francese. In lui c&#8217;\u00e8 una curiosit\u00e0 spontanea verso il dato umano, verso il meccanismo, per cos\u00ec dire, delle passioni, dell&#8217;ambizione, della <em>brama di vivere<\/em> da cui, schopenhauerianamente, d&#8217;istinto, si ritrae pieno di angoscia, scoraggiamento e delusione. Sente che il male \u00e8 l\u00ec, in quell&#8217;ardente desiderio di vita, in quell&#8217;attaccamento irrazionale alle cose, in quella volont\u00e0 di successo e di godimento che si trasforma in un meccanismo feroce, spietato e che lancia gli uomini gli uni contro gli altri, per superarsi e sopraffarsi a vicenda. Intuisce tutta la bruttezza di un modo di essere puramente egoistico e utilitaristico, di una ricerca illimitata di felcit\u00e0 che si traduce, inevitabilmente, in uno scacco bruciante e traumatico. &quot;I want to be happy&quot;, risuonano le note della canzone americana nell&#8217; edificio di Calea Victoriei<em>;<\/em> e questa umanit\u00e0 che si affanna disperatamente in una ricerca del piacere senza fine e senza pace, suscita in lui una reazione di pena profonda, di rammarico impotente, ma anche, si direbbe, di ripulsa e di disgusto, come davanti a uno spettacolo di pagliacci mal riuscito, chiassoso e volgare. Certo, vi \u00e8 anche una buona dose di filosofia leopardiana in tutto ci\u00f2: il male non \u00e8 solo nel fatto di desiderare incessantemente, di bramare senza limiti una felicit\u00e0 che per sua stessa natura non pu\u00f2 che essere indefinita e illimitata, dunque irraggiungibile; il male \u00e8 a monte e sta proprio nel fatto di esistere, di esserci. Per dirla con Heidegger, siamo <em>esseri-per-la-morte<\/em> ed il nostro dramma sta nel <em>Da-sein<\/em>, nella <em>colpa<\/em> originaria di <em>esserci.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;evento decisivo nel percorso umano e letterario di questo Autore non \u00e8 un evento privato, ma una grande, irreparabile tragedia collettiva: la prima guerra mondiale, al rombo dei cui cannoni tutta la patriarcale vita romena viene scossa dalle fondamenta, e un&#8217;intera generazione viene assassinata spiritualmente: sar\u00e0 il tema della sua opera forse pi\u00f9 famosa: <em>Intunecare.<\/em> Quando il governo Bratianu, dopo lunghe e tormentose incertezze, dichiara guerra all&#8217;Austria-Ungheria ed invade la Transilvania, nell&#8217;agosto 1916 (trascinato sia dalla conquista italiana di Gorizia, sia dagli effimeri successi dell&#8217;offensiva Brusilov in Galizia e Bucovina), Cezar Petrescu \u00e8 un giovane di ventiquattro anni che, come tanti suoi coetanei, viene arruolato e spedito al fronte. Grande \u00e8 l&#8217;entusiasmo della borghesia nazionalista, ma scarso quello dei contadini, assillati (proprio come era accaduto in Italia l&#8217;anno prima) dalla preoccupazione di dover lasciare i campi abbandonati nel pieno del ciclo agricolo, e troppo poveri, sfruttati e analfabeti per comprendere le rivendicazioni territoriali, che vanno molto al di l\u00e0 della Transilvania poich\u00e9 comprendono le contee esteriori di Szatm\u00e0r (Satu Mare), Bihor e Arad, o Piccolo Alf\u00f6ld, sin nei pressi di Szeged, il Maramures e l&#8217;intero Banato. E solo nove anni prima quei contadini si erano ribellati alla loro intollerabile condizione di servaggio, e avevano visto i fucili dell&#8217;esercito rivolgersi e sparare contro di loro! Le illusioni di una facile e rapida vittoria s&#8217;incrinano e vanno in pezzi nel giro di poche settimane. Dopo una serie di battaglie disperate per impadronirsi dei passi carpatici prima che la neve li blocchi, le truppe austro-tedesche del generale von Mackensen riescono a sboccare nella pianura valacca e il 6 dicembre entrano a Bucarest, sgombrata in fretta e furia sotto un tempo piovoso e inclemente. Il dispositivo militare romeno \u00e8 stato spazzato via in poco pi\u00f9 di tre mesi. La nazione, per\u00f2, non si arrende: nell&#8217;ora della catastrofe (come l&#8217;Italia un anno dopo, a Caporetto) ritrova orgoglio e unit\u00e0 e decide di proseguire la lotta, nonostante il naufragio di tante speranze. Il governo si trasferisce a Iasi, il fronte si stabilizza dietro il Siret e l&#8217;esercito si riorganizza, durante l&#8217;inverno, nella Moldavia.<\/p>\n<p>Nell&#8217;estate del 1917 gli Austro-Tedeschi muovono nuovamente all&#8217;attacco: ma questa volta non hanno di fronte le truppe impreparate e mal dirette dell&#8217;anno prima, bens\u00ec un esercito rinnovato nello spirito, nelle armi e nei rifornimenti. Operando per linee interne e, questa volta, ben diretto a livello di comandi, l&#8217;esercito romeno compie il piccolo miracolo di vincere una serie di gloriose battaglie difensive, mandando a vuoto gli ambiziosi piani del nemico. Ma dopo le rivoluzioni russe del 1917, e specialmente dopo quella di Ottobre, il venir meno della copertura sul fianco destro rende impossibile sfruttare il successo e costringe il governo a chiedere l&#8217;armistizio nel dicembre e a firmare l&#8217;onerosa pace di Bucarest, il 7 maggio 1918. Ma non \u00e8 finita: in autunno si annuncia il crollo degli Imperi Centrali, preceduto dalla resa di Turchia e Bulgaria; il 9 novembre l&#8217;esercito romeno riprende la lotta e il 28, ad Alba Iulia, i consigli nazionali delle terre &quot;irredente&quot; proclamano l&#8217;unione con la Romania. Essa viene poi ratificata nel trattao di pace di Saint-Germain-en-Laye del 10 settembre 1919, che accoglie gran parte delle rivendicazioni romene.<\/p>\n<p>Nel 1921 Petrescu fonda, insieme a Gib Mihaescu, la rivista <em>Gandirea<\/em> che, come sul piano artistico <em>Gandirea<\/em> vuole essere il punto di riferimento dei valori della tradizione (quindi, ancora una volta, del mondo rurale, ma in una fase storica in cui esso \u00e8 minacciato dall&#8217;avanzata chiassosa e disgregatrice della societ\u00e0 affaristica e industriale di stampo americaneggiante), sul piano culturale e, indirettamente, sociale essa promuove un esperimento veramente notevole: l&#8217;alleanza dell&#8217;elemento nazionale, che in genere tende a divenire nazionalistico, con l&#8217;elemento religioso bizantino-ortodosso. \u00c8 chiaro che i <em>tradizionalisti<\/em> avvertono tutta la crisi di valori, tutto l&#8217;abisso spaventoso di relativismo nichilista che si \u00e8 aperto come conseguenza della prima guerra mondiale; essi percepiscono chiaramente che l&#8217;Europa, ferita a morte e confusa, sta rischiando di perdere la propria anima, e che un paese come la Romania, retto ancora da strutture sociali di tipo patriarcale, subir\u00e0 in modo anche pi\u00f9 brusco e traumatico il passaggio verso i tempi nuovi, dominati dall&#8217;ossessione edonistica e dalla frenesia produttivista. Coerente con le sue idee, fin dal 1937 lo scrittore aveva disertato l&#8217;atmosfera convulsa e moralmente disordinata della capitale per ritirarsi in una grande villa di campagna a Busteni, alle pendici meridionali delle Alpi Transilvaniche, lungo la strada che da Ploiesti sale verso Predeal. Dopo la fondazione della Repubblica popolare, nel 1947, Petrescu (come il suo maestro ideale, Sadoveanu, e la grande maggioranza degli intellettuali romeni), decide di rimanere in patria, guardando in viso i tempi nuovi. Ma, come scrittore, egli ha concluso la sua fase veramente creativa tra la fine degli anni Trenta e la met\u00e0 degli anni Quaranta; l&#8217;ultimo libro importante \u00e8 <em>Tapirul<\/em>, del 1946. Egli ha solo cinquantaquattro anni, ma l&#8217;intensa attivit\u00e0 letteraria lo ha come precocemente logorato. Muore a Bucarest il 9 marzo del 1961. La casa dello scrittore \u00e8 stata trasformata nel Museo commemorativo &quot;Cezar Petrescu&quot; che contiene, tra l&#8217;altro, oltre 10.000 fra libri e riviste, dono della sua famiglia. (1)<\/p>\n<p>Il valore dell&#8217;opera letteraria di C\u00e9zar Petrescu \u00e8 disuguale e, anche se in alcune parti risente di una certa fretta giornalistica e indulge in facili effetti, vi \u00e8 senza dubbio un nucleo poetico autentico, che lo colloca di diritto fra i maggiori artisti romeni del Novecento. Equilibrato e condivisibile, nel complesso, ci pare il giudizio, pur severo, di uno dei massimi esperti italiani di letteratura romena, Gino Lupi: &quot;Bench\u00e9 il mondo di Cezar Petrescu sia letterario, pur introducendo episodi di vita contemporanea, l&#8217;atmosfera e gli ambienti di campagna, di provincia, della capitale, risultano evidenti e reali, dominati dalla tristezza derivante (anche quando l&#8217;argomento evade dalla realt\u00e0 nel campo dell&#8217;ultrasensibile) dalla convinzione della vittoria del male sulle forze buone innate nell&#8217;uomo.&quot; (2)<\/p>\n<p>Tra le sue opere, un posto preminente spetta a <em>Intunecare<\/em> (che si pu\u00f2 tradurre in italiano con <em>L&#8217;imbrunire<\/em> quanto al significato letterale, <em>Ottenebramento<\/em> quanto a quello spirituale, e con <em>Oscuramento<\/em> oppure <em>L&#8217;ombra che scende,<\/em> con riguardo ad entrambi), che \u00e8 considerato il miglior romanzo romeno sulla prima guerra mondiale. (3) Ricordiamo poi <em>Comoara regelui Dromichet<\/em> (<em>Il tesoro del re Dromichet<\/em>), del 1931; <em>Aurul negru<\/em> (<em>Oro nero<\/em>), in cui &quot;la ricerca petrolifera \u00e8 denunciata come una violazione dei ritmi naturali, inizio di un processo di contaminazione che investir\u00e0 tanto la natura che l&#8217;uomo&quot; (Rosa del Conte); <em>Oras patriarhal<\/em> (<em>Citt\u00e0 patriarcale<\/em>), del 1931, che riprende temi e situazioni di uno dei primi libri di Petrescu, <em>Drumul cu plopi<\/em> (<em>La strada dei pioppi<\/em>) del 1924; <em>Apostol<\/em> (<em>L&#8217;apostolo<\/em>), del 1933, in cui un giovane maestro, che torna dalla citt\u00e0 per svolgere quest&#8217;azione missionaria, urta contro gli ostacoli creati da un&#8217;amministrazione corrotta e da una coalizione d&#8217;interessi meschini.&quot;; e tre volumi deicati alla grande rivolta contadina del 1907, intitolati semplicemente <em>1907.<\/em> Nel ciclo della societ\u00e0 romena tra le due guerre, e pi\u00f9 in particolare della &quot;capitale che uccide&quot; spicca per ampiezza di ricostruzione sociologica e per vigore narrativo <em>Calea Victoriei<\/em> (che \u00e8 il nome del pi\u00f9 importante viale di Bucarest), ove \u00e8 descritto con spietato realismo il processo di decadenza morale che la societ\u00e0 bucarestina vive all&#8217;indomani della pur vittoriosa conclusione della guerra 1916-18. (4)<\/p>\n<p>Oltre al genere realistico e sociale, Petrescu ha coltivato un filone narrativo di tipo visionario e fantastico; tra queste ultime opere si segnalano <em>Omul din vis<\/em> (<em>l&#8217;uomo del sogno<\/em>), del 1926, <em>Omul care si-a gasit umbra<\/em> (<em>L&#8217;uomo che ha ritrovato la sua ombra<\/em>), del 1929; <em>Aranca, stima lacurilor<\/em> (<em>Aranca, il fantasma dei laghi<\/em>), &quot;che &#8212; come \u00e8 stato osservato &#8212; ha il sapore di una nordica ballata romantica trasportata nel nostro irriverente Novecento&quot;; <em>Adevarata moart a lui Guynemer<\/em> (<em>La vera morte di Guynemer<\/em>), pure del 1929 (13); <em>Baletul mecanic<\/em> (<em>Il balletto meccanico<\/em>), del 1931. (5) Ma l&#8217;opera forse migliore di questo ciclo \u00e8 il romanzo <em>Simfonia fantastica<\/em> (<em>La sinfonia fantastica<\/em>), un piccolo gioiello di acutezza psicologica sospeso tra Freud e Pirandello, con un sottofondo inquietante che lo percorre come un brivido incontrollabile.(6)<\/p>\n<p>Petrescu si \u00e8 dedicato anche alla narrativa per l&#8217;infanzia (ma con una vena di pensosa malinconia che trascende i confinispecifici di questo genere letterario), in particolare col romanzo <em>Fram, ursul polar<\/em> (<em>Fram, l&#8217;orso polare<\/em>), di cui vogliamo qui occuparci in modo particolare. Fram, un orso bianco simpatico e intelligentissimo, \u00e8 la maggiore attrazione del circo Struschi, sempre in viaggio da una citt\u00e0 all&#8217;altra d&#8217;Europa. Le sue acrobazie, il suo comportamento spiritoso e quasi umano fanno impazzire d&#8217;entusiasmo tutto il pubblico dei bambini, verso i quali mostra una particolare predilezione. Tutto cambia improvvisamente quando Fram, senza causa apparente, cade in preda a un inspiegabile torpore, diventa pigro ed apatico, e sembra aver totalmente disimparato quei difficili esercizi che mandavano in visibilio grandi e piccini. In breve, sembra essersi chiuso in un suo mondo interiore pieno di malinconia, che nessuno riesce a capire e ove a nessuno \u00e8 permesso di entrare.<\/p>\n<p>Il diretttore del circo, che gli vuol bene, chiama un esperto di orsi che individua subito la causa del mutamento: Fram \u00e8 stato afferrato dalla nostalgia per la sua terra natale, lass\u00f9, tra i ghiacci eterni, e per la vita libera e selvaggia rimasta in qualche angolo della sua memoria. Non uscir\u00e0 mai pi\u00f9 da quella patetica malinconia, se non verr\u00e0 restituito alla sua condizione di animale selvaggio. E il direttore, che in fondo \u00e8 un brav&#8217;uomo, grato per quanto Fram ha dato al circo nei suoi tempi migliori, sia pure con dispiacere decide di ricambiare il suo vecchio &quot;amico&quot;, facendolo imbarcare su una nave rompighiaccio che deve salpare da Amburgo, diretta al Polo Nord, con precise istruzioni di rimetterlo in libert\u00e0. E cos\u00ec avviene.<\/p>\n<p>Mano a mano che la nave si avvicina alla zona artica, Fram sembra ridestarsi da un lungo sogno e comincia, impaziente, a fiutare l&#8217;aria fredda che viene dal settentrione. E quando la nave giunge in vista di un&#8217;isoletta rocciosa, l&#8217;orso viene fatto sbarcare e si allontana subito con gioia, fra la commozione dell&#8217;equipaggio, per ricominciare una nuova vita, pieno di speranza. L&#8217;incontro coi suoi simili, per\u00f2, \u00e8 una grandissima delusione. Fram \u00e8 ormai un animale profondamente umanizzato: l&#8217;aggressivit\u00e0 e la stupida ferocia degli altri orsi lo disgustano, e quella lunga, eterna notte polare, abitata solo dai riflessi lunari sul gelido paesaggio bianco, sotto un cielo vuoto e spaventoso, lo riempie di angoscia e di un insopportabile senso di abbandono e solitudine. Inoltre, odia la violenza e non vorrebbe uccidere; l&#8217;idea del sangue gli ripugna: ma ha fame, terribilmente fame. Tenta senza successo di fare amicizia con gli altri orsi, ma \u00e8 respinto come un intruso e anzi aggredito. Riesce a difendersi con facilit\u00e0 e ad avere la meglio, grazie ai trucchi e alle mosse impensate imparati negli anni del circo; ma il suo cuore \u00e8 colmo di tristezza e di amarezza. Capisce che l&#8217;unica legge esistente lass\u00f9 \u00e8 la legge del pi\u00f9 forte, che deve uccidere per riuscire a sopravvivere, per non essere ucciso a sua volta. E quella legge, per lui, \u00e8 intollerabile: non vuole uccidere, ne prova un orrore e un ribrezzo indescrivibili. Deve farlo, per\u00f2, per difendersi; ma lo spettacolo dell&#8217;orsacchiotto che si accanisce sull&#8217;orso morente colma la misura del suo disgusto. Riesce, per qualche tempo, a nutrirsi con le prede gi\u00e0 uccise dai suoi simili, ma ormai ha capito che quella vita non potr\u00e0 mai fare per lui: solo tra gli uomini ha imparato il calore di una diversa legge di vita, regolata non dal <em>mors tua, vita mea<\/em>, ma dal calore degli affetti e specialmente dalla freschezza e dalla gioiosit\u00e0 spontanea dei bambini, il cui ricordo gli punge il cuore di nostalgia come, negli ultimi tempi della vita al circo, il ricordo lontano dei suoi genitori e dei ghiacci immacolati dov&#8217;era nato.<\/p>\n<p>Un giorno, incontra due cacciatori di orsi che il freddo e la fame hanno ridotto all&#8217;impotenza: esausti, semicongelati, non aspettano altro che la morte. Erano stati sbarcati dalla stessa nave che aveva ricondotto Fram nell&#8217;Artide ma, a causa di una bufera, non avevano potuto rientrare alla loro base, una capanna di legno che avrebbe rappresentato la salvezza. Allora Fram li copre con la sua calda pelliccia e li salva dal congelamento.<\/p>\n<p>Poco dopo la nave ritorna per prenderli a bordo; c&#8217;\u00e8 un momento di esitazione: ai due uomini dispiace lasciare per sempre il loro salvatore. No, la sua vita non pu\u00f2 essere fra quelle distese vuote e desolate, ma solo fra gli uomini, dove ha imparato la dolcezza dei sentimenti ed \u00e8 diventato qualcosa di diverso da un grosso plantigrado ottuso e feroce.<\/p>\n<p><em>&quot;I due cacciatori entrarono nella capanna per vedere se non avessero dimenticato nulla. Quando uscirono, Fram era scomparso; lo cercarono, lo chiamarono.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;-Peccato. Avremmo dovuto prender congedo da lui&#8230; Hai visto come erano stupiti tutti i marinai?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Egon sal\u00ec in cima a una rupe per guardar in gi\u00f9. Di lass\u00f9, si vedevano anche le due barche ferme accanto alla riva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- Guarda! &#8212; disse sbalordito. &#8212; Volevi sapere dov&#8217;\u00e8 Fram: \u00e8 gi\u00e0 imbarcato. Ci ha preceduti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Infatti, era salito in barca. Voltava le spalle all&#8217;isola. Attorno a lui, i marinai cercavano di mandarlo via; ma Fram stava immobile, inchiodato nella barca.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8212; Ma allora&#8230; &#8211; cominci\u00f2 Otto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8212; Allora &#8212; complet\u00f2 Egon &#8212; lo prendiamo con noi. \u00c8 il suo desiderio.Non lo dice, ma lo dimostra abbastanza chiaramente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I due cacciatori scesero dalla riva rocciosa. I remi cominciarono a dividere l&#8217;acqua, verso la nave ancorata al largo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8212; Caro Fram, non giri neppure gli occhi? &#8212; gli chiese Egon. Non dici neppure addio al tuo paese? Bada, questa volta \u00e8 per sempre&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma Fram, voltando le spalle ai deserti polari, guardava innanzi a s\u00e9, verso il mondo lontano, oltre i ghiacci e le acque.&quot;<\/em> (7)<\/p>\n<p>Le pagine del romanzo pi\u00f9 ricche di poesia sono, probabilmente, quelle in cui l&#8217;Autore descrive l&#8217;origine della improvvisa e apparentemente inspiegabile malinconia che ha preso il prodigioso orso Fram, grande attrazione del circo Struschi e beniamino del pubblico infantile di mezza Europa: la nostalgia dei luoghi natali. Il confuso ma potente ricordo della sua prima infanzia tra i ghiacci \u00e8 penetrato inaspettatamente nel suo animo di animale addomesticato, sconvolgendo dolorosamente la sua vita sinora felice. Fram, come tanti personaggi di Petrescu, \u00e8 uno sradicato; ma il ritorno al paese dei ghiacci ne far\u00e0 uno sradicato anche maggiore: scoprir\u00e0 di non essere pi\u00f9 capace di vivere tra gli animali selvaggi, in una natura dura e spietata, e vorr\u00e0 tornare nel paese degli uomini, dove ha scoperto di possedere sentimenti &quot;umani&quot; che ormai sono parte integrale della sua vita. \u00c8 il solo caso, nella narrativa di Petrescu, in cui il conflitto fra natura e cultura si risolve a favore di quest&#8217;ultima. Ma ci\u00f2 avviene perch\u00e9 egli ha idealizzato l&#8217;animale &quot;buono&quot;, estrema versione del mito del buon selvaggio; mentre gli altri orsi, quelli che Fram incontra al Polo, incarnano gli eterni difetti umani: stupidit\u00e0, egoismo, violenza cieca.<\/p>\n<p>Si noti, in questa pagina, di quanta delicatezza \u00e8 capace l&#8217;Autore nel descrivere il rapporto fra l&#8217;orsacchiotto e la sua mamma: \u00e8 una scena squisita, che ricorda irresistibilmente il celebre quadro &quot;Le due madri&quot; del pittore Giovanni Segantini: la madre umana e la madre bovina, ciascuna col suo piccolo accanto, nel tepore dolce della stalla, entrambe colte nell&#8217;intimit\u00e0 e nel mistero toccante della maternit\u00e0.<\/p>\n<p><em>&quot;Quando, molto tardi, chiudeva gli occhi, Fram faceva sempre lo stesso sogno.<\/em><\/p>\n<p><em>Era la storia di poche e incerte vicende, di un&#8217;infanzia lontana che per molto tempo aveva dimenticata.<\/em><\/p>\n<p><em>La storia di un orsacchiotto bianco, preso piccolo da Eschimesi nelle regioni polari, portato da un marinaio in un porto delle terre calde e venduto ad un circo.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;orsacchiotto si dimostr\u00f2 subito pi\u00f9 sveglio dei suoi fratelli; meno timido, pi\u00f9 forte, pi\u00f9 audace. Imparava in fretta. Fece amicizia con gli uomini; cap\u00ec quello che faceva loro piacere e quello che non gradivano, quello che volevano che facesse e quello che non volevano.<\/em><\/p>\n<p><em>Divenne il famoso Fram, l&#8217;orso polare, orgoglio del circo Struschi e gioia dei ragazzi; l&#8217;orso gigantesco che si presentava solo nell&#8217;arena a svolgere il suo programma senza bisogno di domatore, che inventava ogni volta qualcosa di nuovo, e capiva lo scherzo e conosceva la piet\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>S&#8217;era dimenticato di quanto aveva lasciato lontano, nei deserti di neve e di ghiaccio, dove la notte durava sei mesi e il giorno altri sei: dove un giorno e una notte significavano un anno. Se n&#8217;era dimenticato. Mai il suo pensiero tornava lass\u00f9. Viveva fra gli uomini, era il loro amico, il loro favorito; sapeva leggere il desiderio e la gioia nei loro occhi; forse capiva anche i loro dolori nascosti, allo stesso modo che carezzava sempre e viziava i bimbi poveri della galleria.<\/em><\/p>\n<p><em>Ora, all&#8217;improvviso, quel mondo cos\u00ec lontano nello spazio e nel tempo, si risvegliava in lui; e veniva a ricercarlo nel sogno.<\/em><\/p>\n<p><em>E il sogno era sempre lo stesso.<\/em><\/p>\n<p><em>Prima, una tenebra impenetrabile, una notte gelida e umida, in una caverna di ghiaccio. L\u00e0 era nato Fram, nell&#8217;isola in mezzo al mare congelato; era nato di notte, e la notte dura la met\u00e0 dell&#8217;anno. Il sole non nasce mai; nel cielo gelido brillano solo le stelle, e talora la luna. Ma per lo pi\u00f9 regna una profonda oscurit\u00e0, perch\u00e9 la luna e le stelle sono coperte da nubi; e la bufera trasporta vortici di neve ululando, gemendo e sibilando; il ghiaccio scricchiola: \u00e8 una furia spaventosa che fa accapponare la pelle. Come tutti gli orsacchiotti, Fram era nato senza occhi; li aveva messi solo dopo cinque settimane.<\/em><\/p>\n<p><em>Nella grotta, la tormenta non penetrava; si sentiva solo l&#8217;url\u00eco di fuori; ma c&#8217;era ghiaccio sotto, ghiaccio sopra, ghiaccio lucente sulle pareti. Dormiva appallottolato in un covo caldo caldo: la pelliccia dell&#8217;orsa lo copriva e lo riparava dalle punture del freddo.<\/em><\/p>\n<p><em>Cercava col muso la sorgente di latte caldo del seno materno; si sentiva lavare dalla lingua, carezzare dalla zampa della mamma. Qualche volta si svegliava solo; l&#8217;orsa mancava. Era andata in cerca di cibo. Lui, tutte queste cose non le poteva capire. Si svegliava all&#8217;improvviso nel buio e nella solitudine; cominciava a gemere piano, a chiamare, a lamentarsi. Si spaventava della sua stessa voce. Stava atterrito e triste col muso schiacciato contro le pareti della caverna. Aveva freddo. Fuori, il ghiaccio esplodeva, la bufera rovesciava i grandi blocchi candidi; gli pareva di sentire dei passi. Si addormentava mezzo gelato. Si svegliava tardi, riscaldato, avendo goduto nel sonno una specie di felicit\u00e0: la pelliccia calda era accanto a lui; accanto a lui la sorgente di latte; e una zampa morbida come la seta lo carezzava avvicinandoselo al petto. Capiva che era tornata la creatura grande e buona che lo proteggeva; e anche lui cercava di leccarle il muso, riconoscente; ma era cos\u00ec goffo e grullo! Allora non si rendeva conto di tutte le cure che gli prodigava la mamma, con quanta pena si allontanava da lui e che se ne andava solo quando era vinta dalla fame, in cerca di preda.<\/em> (8)<\/p>\n<p>1)  LAMENDOLA, Francesco, <em>L&#8217;opera letteraria di C\u00e9zar Petrescu (1892-19619,<\/em> in <em>Atti della Societ\u00e0 &quot;Dante Alighieri a Treviso&quot;,<\/em> vol. IV, <em>2003-2006,<\/em> Treviso, 2006, pp.348-378, con relativa bibliografia.<\/p>\n<p>2)  LUPI, Gino, <em>La letteratura romena,<\/em> Firenze, Sansoni-Accademia, 1968, p.<\/p>\n<p>3)  Tr. it. col titolo <em>L&#8217;ombra che scende,<\/em> Roma, Ed. La Capitale, 1945.<\/p>\n<p>4)  Tr. it. col titolo <em>La Capitale,<\/em> Torino, U.T.E.T., 1935; 1965.<\/p>\n<p>5)  Tr. it. <em>La vera morte di Guynemer,<\/em> Firenze, Novissima Editrice, 1931.<\/p>\n<p>6)  Tr. it. <em>Balletto meccanico,<\/em> Roma, Ed. La Capitale, 1946.<\/p>\n<p>7)  Tr. it. <em>La sinfonia fantastica,<\/em> Firenze, la Nuova Italia, 1929.<\/p>\n<p>8)  PETRESCU, C\u00e9zar, <em>Fram, l&#8217;orso polare,<\/em> Milano, Ed. Paoline, 1966 (traduz. di Agnesina Silvestri-Giorgi), p. 207.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cezar Petrescu nasce nella Moldavia settentrionale, a Cotnari, non lontano da Iasi, il 14 dicembre 1892. 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